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«Sound of freedom è vero perciò riempie i cinema»

A volte anche i film hanno strane storie. Percorsi tortuosi e risultati inattesi. Come nel caso di Sound of freedom – Il canto della libertà, pellicola diretta da Alejandro Monteverde e interpretata da Jim Caviezel (Gesù in The Passion di Mel Gibson), Mira Sorvino, Bill Camp e Eduardo Verástegui (qui anche produttore, con Gibson). È un film che racconta la storia vera di Tim Ballard, un agente che lascia il Dipartimento di sicurezza americano per fondare un’organizzazione no profit (Operation underground railroad) e combattere la tratta dei bambini, gestita da una rete di pedofili tra America latina e Stati Uniti. La pellicola è stata subito accusata dalla pubblicistica mainstream di seguire tesi cospirazioniste care alla Qanon. Mentre, in realtà, è stato girato nel 2015 quando Qanon non esisteva.

Dopo le anteprime sold out in Italia, Sound of freedom è stato prenotato dai principali circuiti di sale cinematografiche. Chi ne conosce la storia è poco stupito dall’impatto del film perché già in America aveva battuto blockbuster come Indiana Jones e Mission impossible, incassando 180 milioni di dollari (250 in totale) con un budget di 15. Federica Picchi Roncali, per esempio, fondatrice della Dominus production che lo distribuisce, non è sorpresa. Anzi, ci ha creduto da quando l’ha visto la prima volta, parecchio tempo fa. Perché, alla fine, la storia strana dei film la fanno le persone.

Signora Picchi Roncali, com’è arrivata a Sound of freedom – Il canto della libertà?

«Sono un distributore cinematografico e ho acquistato i diritti».

Gliel’ha segnalato qualcuno?

«Già cinque anni fa me ne avevano parlato. Questo film è pronto da tempo, prodotto dalla 20th Century fox, poi acquisita dalla Disney, che l’ha tenuto a lungo nel cassetto. L’avevo trovato subito interessante, ma dubitavo di essere abbastanza coraggiosa per distribuirlo».

Perché?

«Sono molto sensibile a tutto ciò che riguarda i bambini. Ma poi mi sono accorta che era un film delicato, che non indugia su scene di violenza. Una storia vera raccontata con lo stile del poliziesco e del thriller».

Perché un film viene richiesto dalle grandi catene di esercenti solo dopo le anteprime?

«Perché abbiamo avuto la media spettatori più alta per copie distribuite. E, di solito, gli esercenti danno la precedenza alle major».

Ricominciamo da capo, signora: mi fa il suo identikit?

«Sono una persona di alti ideali. Cerco di agire con la mente, ma in realtà mi trascina il cuore. Perseguo questi ideali occupandomi di messaggi valoriali rivolti soprattutto ai giovani».

Per questo è passata dall’alta finanza al cinema?

«Sì. Dopo la laurea in Bocconi ho collaborato con la Georgetown university di Washington dc e mi sono occupata di consulenze strategiche. Poi sono entrata in JP Morgan a Londra dedicandomi ai mercati in via di sviluppo, infine alla Standard bank, una banca d’affari leader in Sudafrica».

Poi cos’è successo?

«Viaggiando nei Paesi in via di sviluppo mi sono resa conto che la ricchezza di una nazione non sono le materie prime o le riserve auree, di cui quei Paesi sono ricchissimi, ma la cultura che si tramanda ai più giovani».

A quel punto?

«Mentre questa consapevolezza maturava, è avvenuta la morte improvvisa dei miei genitori. Prima mio padre di infarto, poi mia madre di tumore. Avevo trent’anni ed ero molto legata a loro. Ho realizzato che la vita è un battito di ciglia. E che siamo quello che lasciamo. Nei mesi in cui ho assistito mia madre ho trascorso molto tempo a guardare la tv con lei e mi sono accorta della banalità dei contenuti. Ai giovani non proponiamo ideali in cui credere. Questa constatazione mi ha spinto a cambiare e a creare una realtà che potesse portare all’attenzione di tutti storie vere e di bellezza».

La Dominus distribuisce solo film americani?

«Non necessariamente. Il criterio è che si tratti di storie vere, con un contenuto positivo. I protagonisti sono i più diversi, dal generale di Cristiada al cantante di Una canzone per mio padre fino all’insegnante e agli studenti universitari di God’s not dead».

Perché ha scelto un nome latino in un mercato anglofono?

«Il nome completo è Dominus production, quindi un accostamento di latino e inglese perché il mercato è trainato dall’America. Il latino è una lingua ricchissima che ha permesso la comunicazione internazionale. E che, allo stesso tempo, è un segno delle nostre radici che ci permettono di dialogare con chiunque».

Come si regge una società che distribuisce un film all’anno?

«A volte anche due o tre. Noi offriamo un prodotto molto apprezzato da un pubblico che ci segue da anni. È composto da fan della Dominus, una base che negli anni si è molto allargata. Questo pubblico è, in un certo senso, il nostro asso nella manica. Quando propongo un titolo, eventi e anteprime sono sempre sold out. Cinetel è lì a documentare che ho la più alta percentuale di spettatori per sala. In questo modo risparmio anche sulla promozione perché sono gli spettatori stessi a farla con il passaparola».

Un circolo anche economicamente virtuoso?

«Entro certi limiti. In passato, grandi distributori hanno chiesto il mio supporto, ma ho rifiutato offerte economicamente importanti perché il prodotto non era adatto al pubblico che ci segue. Se il criterio fosse solo economico mi sarebbe convenuto rimanere in banca d’affari».

Come sceglie i film?

«Li vedo, spesso dopo le segnalazioni di persone di cui mi fido. Ho una rete di produttori anche in America che ogni due mesi mi mandano le loro produzioni. Se credo che un film sia buono lo condivido con mio marito, che fa altro, ma il cui giudizio per me conta molto».

Come si può spiegare che il nono incasso annuale negli Stati uniti non abbia trovato un distributore più potente della Dominus?

«I distributori potenti c’erano, ma i produttori mi hanno scelto per la mia storia».

Mel Gibson?

«Dopo anni di ferma nei cassetti della Disney la Angel studios e Eduardo Verástegui sono riusciti a liberarlo per la distribuzione. Verástegui mi ha scelto perché mi conosce come distributrice di storie vere che hanno un target numeroso. Il problema è che di solito questi film erano visti nelle assemblee e nelle parrocchie, circuiti invisibili che non venivano conteggiati ufficialmente. Una delle mie battaglie è stata far capire alle associazioni e agli spettatori l’importanza di vedere un film in sala senza aspettare l’arrivo in dvd, ufficializzando la propria presenza».

Li proiettate in circuiti di sale particolari?

«Abbiamo accordi con parecchie multisala del circuito Uci cinema, di Giometti e Lucisano e di molte altre sale importanti. Per questo film, dopo le anteprime abbiamo avuto richieste anche dal circuito The Space».

Sound of freedom fa centro per la storia o per il valore artistico?

«Per entrambi i motivi. Jim Caviezel è straordinario e Alejandro Monteverde si sta facendo conoscere per le sue doti di regista. È un action movie molto accattivante per il pubblico giovane. Il contenuto è importante, ma lo stile del thriller riesce a ponderare la delicatezza del tema con un racconto molto attrattivo».

È un film complottista?

«Assolutamente no, è una storia vera. Rappresenta una serie di operazioni che alla fine si vedono anche nelle riprese reali della polizia colombiana».

Molte recensioni dicono che è un film controverso, strano, rivolto a un target particolare.

«Gli incassi lo smentiscono. È un film che attira preadolescenti, adolescenti, adulti».

Il protagonista della storia, Tim Ballard, l’ex poliziotto che ha fondato l’organizzazione che combatte il racket dei pedofili è stato accusato a sua volta di molestie?

«Sa come funzionano le accuse di molestie in America… Questa accusa non entra nel merito del film e non riguarda le operazioni di Ballard narrate nel film. Finché non ci sono condanne vale la presunzione d’innocenza».

Negli anni scorsi ha distribuito Unplanned, God’s not dead e Cristiada che sono catalogati come film religiosi o di destra. È così?

«A vedere Unplanned sono venuti anche gruppi di femministe che alla fine mi hanno abbracciato e ringraziato. Quando porto un film in sala non punto il dito contro nessuno. Apprezzo le posizioni di tutti e il percorso di ognuno. Le storie vere sono testimonianze e aiutano a riflettere tutti su alcuni accadimenti di cui la società o non parla, come nel caso della tratta dei minori di Sounds of freedom, o lo fa in modo superficiale, come nel caso di Unplanned. Le storie vere servono per mettere in comune un’esperienza, un principio di realtà, come diceva Pier Paolo Pasolini, sul quale tutti possiamo interrogarci e confrontarci da punti di partenza differenti».

Il suo è un cinema militante alternativo a quello mainstream?

«Non scelgo i film perché sono militanti, ma perché mettono in luce aspetti poco trattati. Non cambio la vita a nessuno, promuovo opere che permettono di riflettere».

C’è il pericolo di auto-ghettizzarsi?

«I dati dimostrano che non è così, il pubblico è in crescita. Ne è una riprova il fatto che le major mi chiedono di far loro da consulente. Da quando ho iniziato le platee si sono allargate e variegate. Vado a presentare i film nelle scuole, nelle carceri, nelle comunità di recupero».

Cosa pensa del fatto che tanti film italiani, magari finanziati, rimangono in sala pochi giorni?

«È un problema enorme. Io non ho mai preso un centesimo. Ci sono meccanismi che non rispondono alla logica delle presenze in sala, ma a logiche che stanno in piedi in modo artificiale».

Che film ha visto in sala negli ultimi mesi?

«Lavoro così tanto che non sono riuscita ad andare al cinema».

Mi dica il suo film della vita allora, quello che ha amato di più?

«Shooting dogs, un film bellissimo che parla di un produttore della Bbc durante il genocidio nel Ruanda. Se fossi stata già nel cinema avrei fatto di tutto per distribuirlo io».

La domanda era rivolta alla spettatrice non all’imprenditrice. Ha visto Io capitano, Perfect days, Foglie al vento?

«No. Ho gusti precisi, non le dirò quali per non far torto a nessuno».

Qual è il prossimo progetto?

«Ho in calendario un film da distribuire e uno in produzione. Sarebbe il primo».

Ce ne può anticipare il cast?

«È ancora presto. Sarà una storia italiana che parla del rapporto tra l’uomo e la natura, di un ostacolo da affrontare e del suo superamento».

 

La Verità, 24 febbraio 2024

«Chi difende la famiglia naturale non è omofobo»

Mica facile per un cattolico destreggiarsi nel mondo della pubblicità e dell’advertising. Alberto Contri, 76 anni, nativo di Ivrea, cultore di jazz e contrabbassista a tempo perso, l’ha fatto per mezzo secolo in ruoli apicali di multinazionali e associazioni di settore, unico italiano mai entrato nell’Eaaa (European Association of Advertising Agencies). Già consigliere Rai, poi amministratore delegato di Rainet e tuttora docente dello Iulm di Milano, ha presieduto la fondazione Pubblicità Progresso, dimettendosi superata la boa del ventesimo anno. «Considerato che esercitavo quel ruolo a titolo gratuito, la fondazione è stata la mia forma di charity personale. Ma», racconta, «vent’anni di presidenza sono tanti e, quando negli ultimi tempi, un certo clima politicamente corretto ha iniziato a rendere l’aria irrespirabile, ho preferito lasciare». Dopo McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringhieri), l’ultima sua pubblicazione dall’editore La Vela è La sindrome del criceto (postfazione di Salvatore Veca), vivace pamphlet contro il pensiero unico, la mitizzazione dell’intelligenza artificiale e l’invadenza della filosofia gender.

Com’è nato?

«Da tempo seguivo i progressi degli studi sull’intelligenza artificiale che tutto il mondo della pubblicità tiene in grande considerazione».

Che cosa non le tornava?

«Il fatto che non è il nuovo paradiso terrestre come molti fantasticano. È utilissima in tantissimi campi, dalla medicina alla ricerca spaziale, ma se non si sanno interpretare le informazioni che dà non serve a nulla».

Cosa c’è da temere?

«La sua mitizzazione. Anche la mia amica Barbara Carfagna, nel programma di Rai 1 Codice La vita è digitale, promuove le teorie sulla singolarità e il transumanesimo. Secondo lo scienziato americano Ray Kurzweil, poco alla volta la struttura biologica umana verrà integrata dalla nanotecnologia e dalla robotica e con l’aiuto di chip e microchip diventeremo onnipotenti ed eterni».

Invece?

«Invece, come dice Federico Faggin, lo studioso italiano inventore del microchip a base di silicio, non potrà mai esistere un computer con una coscienza: “Una macchina non può compiere scelte veramente creative, ossia scelte che non sono contenute nelle variabili che ha già immagazzinato”».

Elon Musk non la pensa così.

«Infatti la sua auto senza pilota va a sbattere. Perché la complessità della realtà non rientra negli algoritmi. Il computer non può intuire, improvvisare… Detto ciò, Musk è un genio, si è inventato questi vettori spaziali che ora tornano alla base, mentre prima cadevano in mare. Bisogna stare in guardia dalla sua idea che tutto ciò che è sperimentabile sia lecito e giusto».

Dell’intelligenza artificiale fanno grande uso quelli che lei chiama i nuovi padroni del mondo.

«I Gafa: Google, Apple, Facebook, Amazon. Hanno avuto intuizioni straordinarie, ma con quali effetti collaterali? Amazon sta distruggendo il commercio tradizionale, intere filiere produttive. Inoltre, tralasciando il fatto che non pagano le tasse come e dove dovrebbero, come singole persone stiamo regalando loro la nostra privacy. Di cui, Cambridge Analytica insegna, fanno ciò che vogliono».

Gli algoritmi producono conformismo?

«Tendono a tarpare la creatività, l’eccentricità. Uniformano opinioni e consumi, trasformandoci in piccoli automi. Le formule sono tante: se hai comprato questo puoi comprare anche quello; hai visto che cos’hanno comprato quella star e quel vip?».

Torna attuale il vecchio adagio del marketing: se ti danno qualcosa gratis vuol dire che il prodotto sei tu?

«La fregatura è che ci hanno abituati così. Tutte le ricerche di mercato dimostrano che pur di avere i social gratuitamente siamo disposti a tollerare pesanti intrusioni».

Sospetta che lo sviluppo che stiamo perseguendo anziché riguardare l’umanità nel suo complesso giovi «solo ai ricchi, i benestanti, i miliardari divenuti irraggiungibili monopolisti»?

«Da vent’anni celebriamo le magnifiche sorti e progressive di questo sistema, poi arriva un’epidemia e siamo tutti spiazzati. Ci affidiamo acriticamente all’autorità benefica dell’Onu e degli altri organismi mondiali, ma se andiamo oltre la narrazione di facciata ci accorgiamo che la fame e le malattie sono ancora tristemente diffuse».

Un altro allarme riguarda l’invadenza delle teorie gender.

«Oggi dire che gli uomini nascono dall’unione tra un uomo e una donna equivale a discriminare trans e omosessuali. Minoranze intolleranti e rumorose, come ben sa Joanne Rowling, violentemente attaccata per aver detto che il sesso conta più del genere».

In Italia sta per essere approvata la legge sull’omofobia, il ddl Zan.

«Così mentre di chiunque si potrà dire che si è comportato da stronzo, dei gay non lo si potrà dire. È vero che, nella storia, gli omosessuali sono stati discriminati e torturati. Ma provi a dire che oggi sono sovrarappresentati come ha fatto Platinette… Su Rai 1 il sabato sera va in onda un programma in cui due giurati su cinque, ovvero il 40%, sono omosessuali. Tutto ok?».

Perché i grandi marchi sponsorizzano manifestazioni come il Gay pride?

«Perché Accenture (la più grande società di consulenza aziendale al mondo ndr) ha diffuso uno studio secondo il quale chi promuove cause inclusive vende di più. Il che è tutto da verificare. Soprattutto è da verificare se questa politica convenga ai grandi marchi. Il calo demografico derivante dalla marginalizzazione della famiglia tradizionale farà diminuire anche i consumatori».

Perché la parola chiave è inclusività?

«Perché, paradossalmente per i militanti della diversità, uniforma le differenze. Per il pensiero unico difendere la famiglia naturale è sinonimo di arretratezza e omofobia. Ma, una volta inclusi, gli omosessuali diventano a loro volta intolleranti».

Il primato della natura enfatizzato dagli ecologisti funziona per i cuccioli di animali, non per gli umani?

«Secondo i veterinari non si possono togliere cani e gatti alla madre prima del compimento dei tre mesi, ma le madri biologiche non devono vedere i neonati dall’utero in affitto per evitare che si affezionino».

La legittimazione della pedofilia è così incombente?

«L’Associazione degli psichiatri americani sostiene che non è una depravazione, ma un’inclinazione naturale che va gestita. In Italia è stato prodotto con denaro pubblico un film sulla vita di Mario Mieli, attivista omosessuale morto suicida che teorizzava: “Solo noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino… l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini”».

Che cos’è la sindrome del criceto?

«Il criceto è dotato di grande velocità per sfuggire ai predatori, ma perché corre come un matto dentro la ruota senza che qualcuno lo insegua? Perché se sta fermo non sviluppa le endorfine e cade in depressione. Lo fa a prescindere dal fatto che quella corsa lo porti da qualche parte».

Perché è un comportamento emblematico?

«Pensiamo alla nostra classe dirigente, politica e imprenditoriale. Gente che occupa posti solo per paura di perdere potere e profitti, fregandosene delle conseguenze per la comunità».

Il prolungamento dello stato di emergenza deciso da Giuseppe Conte è un esempio di sindrome del criceto?

«Si enfatizza una situazione in modo strumentale camuffandola di buone intenzioni per puntellare la propria sopravvivenza».

Giustificando l’accentramento dei poteri.

«Sarebbe interessante se l’Osservatorio di Pavia misurasse per quanto tempo il premier ha occupato la tv con conferenze stampa, dirette Facebook e comunicazioni straordinarie. Tempo che avrebbe potuto dedicare al Paese, invece di continuare a correre nella ruota dei media».

I media sono la ruota?

«Sono organici a una politica di annunci e promesse. I talk show, le maratone elettorali sono un meccanismo sganciato dalla realtà e finalizzato a raccogliere incassi pubblicitari, le endorfine del sistema. Si prendono due esponenti di schieramenti opposti, gli si chiede quanto durerà questo governo e il gioco è fatto. Nessuno crede che un talk show produca una sintesi di qualche utilità per i cittadini».

In chiusura del libro parla di «nuovo umanesimo» come fece Conte insediandosi con il governo giallorosso.

«Sono diversi i referenti mentali. Io propongo un nuovo rinascimento basato sullo studio, il lavoro, il sacrificio. Conte è un avvocato e avrà studiato. Ma io che studio comunicazione da 50 anni mi sento umiliato quando vedo Rocco Casalino, un esperto che si è formato al Grande fratello la cui unica furbizia è saturare i media con il suo leader».

Diventerà un boomerang?

«L’overdose provoca saturazione e nausea. Anche perché Conte ha una comunicazione superficiale, basata su buzzwords: parole d’ordine come sostenibilità, economia green, inclusività, che ormai compongono il sottofondo di uno sciame di api».

Pier Paolo Pasolini profetizzava un’epoca in cui «il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare una nuova inquisizione, un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra».

«Non è quello che stiamo vedendo? Oggi, pur di frenare Matteo Salvini, il Pd si allea con il partito dell’uno vale uno e rinnega la tradizione di Enrico Berlinguer e delle Frattocchie».

In che cosa consistono i Gru, i Gruppi di resistenza umana?

«Il degrado parte dalla diffusione del cellulare già nella scuola elementare e si estende fino a certe carriere costruite molto in fretta. Girando l’Italia ho riscontrato un desiderio diffuso di ripartire dallo studio, dalla ricerca del bello, dal senso di responsabilità quotidiano. Non è l’ennesimo movimento politico “dei carini”, ma un’idea ingenua e ambiziosa allo stesso tempo, che parta dal basso, dai professionisti coscienziosi alle persone comuni».

Adesioni?

«Ne sto già avendo molte e qualificate. Stiamo preparando lo statuto: sentirete presto parlare di noi».

 

La Verità, 18 luglio 2020

Permunian ci guida negli antri infernali dei pedofili

Un’incursione nella pedofilia clericale. Non, però, una denuncia o un pamphlet giornalistico sulla piaga che affligge i preti, sebbene a pubblicarlo sia Chiarelettere (pagine 208, euro 16), specializzata nel settore. Ma un romanzo ispirato a uno dei più grossi scandali della pedofilia nella Chiesa italiana. Già in passato Francesco Permunian ci aveva svelato il suo «Veneto d’ombra», turbato da devianze e ossessioni: quello di Sillabario dell’amor crudele è il più nero dei suoi capitoli. Un gorgo torbido «come la pece», nel quale non sembra esserci spiraglio di redenzione se si eccettuano due figure positive appena citate: padre Alfonso, per tanti anni missionario nel Bangladesh tra i malati, i vecchi e i bambini, e papa Bergoglio, secondo Permunian deciso a perseguire preti e prelati sopraffattori.

Ma sono ancore fragili, figure tremolanti che spariscono nel campionario di perversioni di questo scenario orrido. Il cui protagonista e narratore è un nano intelligente: «Ecco perché io sottoscritto, Teodoro Maria Baseggio, (non più tanto giovane, ma comunque sano di mente e di corpo), finalmente mi sono fatto coraggio e, impugnata una penna, ho dato voce ai fantasmi della mia schifosissima infanzia abusata e tradita. È stato come svegliarsi da un incubo. (…) Giunto alle soglie della vecchiaia, dichiaro pertanto e confermo l’inconfutabile veridicità di quanto esposto nel presente Sillabario in cui ho inteso narrare, costi quel che costi, il mio faticoso viaggio di risalita dall’inferno di un orfanotrofio cattolico della nostra cattolicissima provincia veneta». Dov’è stato rinchiuso dall’età di otto anni, quando i genitori lo hanno abbandonato una volta riscontrato il suo sgradevole nanismo.

Nella Santa casa dei trovatelli Teodoro Baseggio ha subito gli umilianti abusi di padre Camilo Mendes che agiva in combutta con suor Clemenzia, a dispetto del nome spietata amministratrice dell’istituto. Ora, grazie alla scrittura, egli può elevarsi dal suo metro e trenta dal quale ha scrutato tutte le peggiori bassezze, portando il lettore dentro un vortice di turpitudini, rappresentate con il gusto dello sberleffo proprio della commedia più acre e malinconica. Non a caso il suo nome richiama quello di Francesco «Cesco» Baseggio, attore di lunga e prestigiosa carriera teatrale. Attorno a lui, oltre al frate violentatore e alla madre superiora, si muovono altri burattini del male, l’ex moglie Bernarda, la zia Mabilia rimasta suo malgrado illibata, la bambina prostituta Baby Yaba, la novantenne Maria Fedora che ancora si vagheggia indossatrice, lo zio Petronio, cofanista di bare, i coniugi Hofer adepti di una setta balorda, le sorelle Pompa e la prosperosa lavandaia Maria Josefa Tetàna, in un bestiario di deformi e osceni che fin dall’onomatopea rappresentano la loro danza macabra e grottesca. In cui spicca la sagacia del protagonista-narratore che, oltre al nome, di intellettuale possiede pure l’ambizione e le frequentazioni, essendo impiegato nell’editoria. Ma Baseggio, scrive Permunian rispecchiandosi in tanto disprezzo, «stava lontano dal chiasso e dalle occasioni mondane, dove l’odore d’incenso del clero si mescola a quello del pollaio dei letterati». Conventicole asfittiche e stantie.

Insomma, un romanzo magmatico e pullulante, in cui lo sforzo principale è stato sistemare questo materiale multiforme e difficile da tenere. Ecco allora la scelta del sillabario, nel quale far rientrare la storia ispirata alla vicenda di un orfanotrofio reale che ha riempito le cronache del degrado clericale, dalla provincia veneta fino all’Argentina (da qui le accentuate preoccupazioni di Bergoglio). All’abecedario fa da controcanto una densa appendice finale, volta a dare solidità documentaria a quelle che possono sembrare bizzarrie e stranezze marginali e invece non lo sono. «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo», scrive il cardinale Carlo Maria Martini. «Ma non solo: sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi, e perfino da papi. Tutti», si legge nell’esergo scelto dall’autore.

Su questa desolazione di peccato si alza la risata nervosa che scuote la prosa dell’ateo inquieto Permunian, frequentatore di cristiani eretici come Sergio Quinzio e David Maria Turoldo. Allora, forse, più che la semplice e ultimamente farisaica denuncia – secondo la quale i cristiani dovrebbero essere migliori degli altri – in questo libro è possibile intravedere la rabbia e lo scandalo per l’abiezione che ha attraversato sacrestie e istituti religiosi, trasformati da luoghi di carità ed educazione per i bambini più sfortunati in antro degli orrori. Rabbia e scandalo che si esprimono attraverso il grido blasfemo che sgorga dalla più amara delle delusioni.

La Verità, 26 luglio 2019

Spotlight, le leggi del giornalismo e quelle del cinema

Probabilmente, come ha autorevolmente decretato l’Osservatore romano, Il caso Spotlight “non è un film anticattolico”. Ma neanche un film da Oscar. Privo d’invenzioni registiche e narrativamente poco originale, è un film ben scritto e ben recitato. Qualche critico l’ha definito addirittura “il migliore dell’anno”, e così la pensa la potente Academy di Los Angeles che l’ha insignito del massimo premio. Tuttavia, stando così le cose, più che l’estetica narrativa, elogiato e premiato pare il tema civile dell’opera su cui non può non essere universale il sentimento di condanna. Ma se questo è il meglio del cinema mondiale, bisogna dar ragione a chi sostiene che ormai, con le sue sperimentazioni e i suoi linguaggi, la serialità televisiva l’abbia ampiamente surclassato.

Il caso Spotlight è un film nella tradizione del reporter movie che descrive il giornalismo come “cane da guardia del potere”, alla maniera di Tutti gli uomini del presidente (Alan Pakula, 1976) e del cinema di Sidney Lumet, cui il regista Tom McCarthy ha detto d’ispirarsi. Solo che qui, anziché il Watergate, ci sono da svelare le centinaia di abusi sessuali su minori commessi dal clero, dagli anni ’70 in poi, nella diocesi di Boston. E soprattutto c’è da provare il “sistema” di omertà adottato dall’allora arcivescovo Bernard Law, il quale si limitava a spostare in un’altra parrocchia il sacerdote accusato.

Quello di McCarthy è un lavoro ancorato alla storia dell’inchiesta condotta tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 dai quattro giornalisti (interpretati da Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Matty Carroll) della redazione Spotlight (riflettore) del Boston Globe. Fu il nuovo direttore (impersonato da Liev Schreiber) a far riprendere le ricerche trascurate qualche anno prima, concedendo tempi lunghi alle verifiche di fonti e documenti, nella tradizione di quel giornalismo investigativo ormai scomparso ovunque, per sempre più stringenti ragioni di bilancio. Quell’inchiesta, che sfociò nelle dimissioni del cardinal Law, divenne giustamente il modello di altre investigazioni che negli anni hanno portato alla luce la metastasi della pedofilia diffusa in tanti altri oratori e scuole religiose, dall’Australia all’Irlanda, dal Canada alla Germania. Proprio la lunga lista di quelle situazioni che precede i titoli di coda, insieme con l’indicazione che l’ex cardinale Law è stato trasferito in Santa Maria Maggiore a Roma, congeda lo spettatore con un senso di profonda amarezza. In realtà, assimilato a una promozione, quel trasferimento segnò l’uscita di scena definitiva del porporato. Inoltre, non è questa la sola ambiguità del Caso Spotlight, un film non anticattolico ma lacunoso sì.

Mettendo al centro la redazione del Boston Globe, il regista si esenta dall’impegno di citare una parte non secondaria della storia. Nel giornalismo che il film stesso esalta, si chiama “dovere di completezza” o anche “diritto di replica”. Ma siccome il cinema ha altre regole, dei pronunciamenti e delle contromisure della gerarchia contro la pedofilia non v’è traccia. Dalle linee guida dei vescovi americani contro i crimini sessuali del 1992 alla “tolleranza zero” della Conferenza di Dallas del 2002; oppure dai pronunciamenti di Benedetto XVI ai più recenti provvedimenti di Bergoglio: sarebbe bastato citare anche questi prima dei titoli di coda. Nel film, invece, i giornalisti-investigatori incalzano con un eloquente “stai dalla parte giusta?” chi stenta a collaborare. O di qua o di là: e così, sebbene uno dei protagonisti proclami che “non è in gioco la fede ma la conoscenza”, si arriva alla scontata conclusione che una cosa esclude l’altra.