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Berlusconi jr: «Voterò convintissimamente Sì»

Politica, televisione, finanza. È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che parla ai giornalisti convocati per un bilancio complessivo a Cologno Monzese. Il complicato momento storico sia a livello internazionale che in casa nostra spinge l’amministratore delegato Mediaset a pronunciarsi senza inutili prudenze anche sull’imminente referendum sulla giustizia. «Da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione», premette. «Diamo voce a entrambi gli schieramenti, ma siccome sono anche un cittadino vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese. Io voterò convintissimamente Sì. Non per motivi politici, ma per motivi di civiltà e modernità. Considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno». È un endorsement nitido e pragmatico, come si addice a un grande imprenditore, basato su criteri di efficienza e modernità, che si aggiunge a quello, di qualche giorno fa, di Marina. Se, all’origine, non c’erano dubbi sull’orientamento dei figli, pur senza insistenze sulle storiche posizioni del padre e le sue battaglie per l’affermazione del giusto processo, colpisce quel «convintissimamente» di Pier Silvio. Che scoraggia eventuali obiezioni e si passa ad altro. «Dall’ultima volta che ci siamo visti», dice il presidente di Media ForEurope, «è scoppiata una guerra e poi un’altra: è una cosa terribile per il mondo e ha un impatto inevitabile sull’andamento dell’economia e sui media, soprattutto quelli che vivono di pubblicità». I primi tre mesi dell’anno «sono stati molto faticosi in Italia, Germania e Spagna, ma già a marzo ci sono segnali positivi. Oggi registriamo una graduale ripresa con un punto di domanda gigantesco legato alla guerra, che speriamo si risolva il prima possibile». Ciò che conforta il gruppo è il risultato del 2025 nel quale Mfe registrerà «un utile più che raddoppiato» rispetto all’anno precedente quando aveva raggiunto un utile di 138 milioni. «Sapevamo che il 2025 è stato straordinario, ma se mi avessero detto questo risultato a inizio anno non ci avrei creduto», spiega Berlusconi jr, che non può dettagliare troppo perché il bilancio si chiuderà il prossimo 15 aprile. Sul fronte della Borsa, «la caduta dei titoli media e quindi del nostro negli ultimi giorni, dopo la guerra, c’è: non dico che ci preoccupa, ma non è una bella cosa», ammette l’ad e presidente di Mfe. «Il mercato guarda sempre avanti e oggi ovviamente c’è grande incertezza, ma non abbiamo nessun elemento che ci preoccupa per questioni interne a Mfe, se non la questione della guerra e il fatto che la televisione in genere è fortissimamente sotto pressione».
Capitolo Fabrizio Corona: «Non abbiamo voglia di perdere tempo: di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito, l’azienda a un certo punto si è dovuta difendere», taglia corto. Nessuna critica, invece, a Fiorello sebbene abbia concesso spazio all’ex re dei paparazzi. «Ho modo di ascoltarlo poco, ma con lui ho un rapporto molto bello e zero da dire su ogni cosa che fa. L’unica critica che posso muovergli è che dovrebbe venire a fare tv da noi», scherza Pier Silvio. Sul futuro di Alfonso Signorini, invece, non sono arrivate indicazioni perché «c’è un procedimento giudiziario in corso e ne aspettiamo l’esito. Ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». L’azienda ha apprezzato che si sia autosospeso e quanto alle verifiche interne sul casting del Grande Fratello «non c’è niente da dire, vedremo dove portano le indagini della magistratura, ma zero assoluto che coinvolgano parti nostre». L’esordio della nuova stagione del reality è stato inferiore alle attese? «Diamogli tempo, è troppo presto per emettere un verdetto. Non sono riuscito a vedere la prima puntata, ma so che Endemol, titolare del format, ha fatto un grandissimo lavoro e abbiamo deciso di andare avanti perché il Gieffe è centrale nella storia della tv moderna. I risultati che voi considerate mediocri, considerata la ricchezza della tv attuale, a noi vanno più che bene. Un Grande fratello ci sta, anche senza i numeri di una volta, che non ci sono più».
Chiusura con un paio di notizie sui palinsesti futuri. Una collaborazione con Panariello, per un evento in autunno in tre serate su Canale 5, e il progetto di un film sulla vita di Carlo Acutis. Quanto al futuro di Striscia la notizia «siamo in pausa. A brevissimo parlerò con Antonio Ricci e capiremo come orientarci e di che progetti parlare». Buon lavoro a tutti.

 

La Verità, 19 marzo 2026

«Vorrei parlare di politica senza risse e tifoserie»

Tommaso Labate è il giornalista che rivelò il piano per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Quella volta il Quirinale smentì con una nota ufficiale, ma poi si sa come andarono le cose. Eppure Labate, cronista politico del Corriere della Sera, conduttore televisivo e radiofonico, si considera ancora un ragazzo di Calabria, precisamente di Marina di Gioiosa ionica, il paese dove, quando può, ritorna. Pier Silvio Berlusconi lo considera «un bravo giornalista e una faccia televisiva». «Sono contento di questa stima, spero di meritarla», abbozza lui.
Come nasce Realpolitik, in onda dal 17 settembre su Rete 4?
Nasce dalla voglia di raccontare la politica oltre la contrapposizione tra le tifoserie, per mostrarne i meccanismi dietro la scena. E per far capire l’attinenza che ha con la vita di tutti i giorni.
Spesso ospite di talk show, già co-conduttore con David Parenzo di In onda e poi al timone di Non è un paese per giovani su Radio 2: come si accinge a questa nuova avventura?
Con lo spirito che mi ha sempre guidato, occupandomi di politica. Cioè con l’assillo di farmi comprendere dal numero più alto possibile di persone. Quando scrivo o lavoro a un programma tv la mia testa è sempre rivolta a chi c’è dall’altra parte. Ora questa urgenza l’avverto ancora di più.
Che eredità raccoglie nella serata di Fuori dal coro di Mario Giordano?
Fuori dal coro non lascia eredità perché si sposta alla domenica. Quanto a Mario Giordano, che avevo intervistato per il Corriere, è stato il primo a scrivermi appena uscita la notizia. Un messaggio bellissimo.
Come farà quando l’Inter giocherà in Champions di mercoledì?
Bella domanda. Spesso, per motivi di lavoro o di famiglia, vedo le partite in differita. Mi sono abituato a sconnettere i dati del cellulare o a viaggiare in treno avvolto in una sciarpa per estraniarmi. Una sera ho viaggiato imbacuccato per preservare la visione notturna di un Inter Spal.
In uno studio televisivo sarà difficile isolarsi.
Infatti, spero che l’Inter giochi sempre di martedì (ride).
Quale sarà la specificità di Realpolitik?
Ci saranno retroscena, analisi, approfondimenti, sondaggi. I programmi che si occupano di politica sono tutti bellissimi.
Questa è una democristianata.
Realpolitik sarà bellissimo in un modo diverso.
Metterà a confronto posizioni opposte?
Preferiamo la contrapposizione sui perché a quella sulle persone. Mi spiego: non mostreremo il servizio su Donald Trump per farlo commentare in studio da chi lo ritiene un genio e da chi lo considera un pericolo per la democrazia mondiale. Diversamente, ci interessa capire perché Trump ha fatto o detto certe cose. Vogliamo capire i meccanismi della politica.
Contenuti sì, tifoserie no?
Esatto. Ci saranno confronti anche accesi, ma sui perché degli argomenti. Avremo ospiti che non si vedono altrove e con un elevato grado di autorevolezza.
Qualche nome?
Se anticipassi gli ospiti, Realpolitik dovrebbe cambiare nome.
Come le sarà d’aiuto l’esperienza di ospite degli ultimi anni?
In questo lavoro tutto è utile. Joseph Conrad si chiedeva come spiegare alla propria moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando. Usare un mezzo pubblico, fare colazione al bar, fare la fila alla cassa non automatica del supermercato, guardare in faccia le persone può essere più utile che andare in tv.
Senza porsi limiti, chi è l’ospite che vorrebbe avere a tutti i costi?
Potrei dire il Papa, ma non lo dico. Mi guida uno scaramantico attaccamento alla realtà. L’intervista agognata è quella che realizzi davvero non quella che sogni.
Il suo debutto prosegue il tentativo di allargare l’offerta giornalistica di Rete 4 iniziato con Bianca Berlinguer?
Quando chiami una persona nuova in un palinsesto di successo allarghi. Se aggiungi un posto a tavola per un amico in più, la tavolata si allarga per forza.
Si presenti con un mini identikit.
Mi chiamo Tommaso Labate, vengo da Marina di Gioiosa ionica, un paesino di 6000 anime, vivo a Roma, sono solidamente attaccato alle mie radici, alla mia identità e alla credibilità che spero di essermi costruito. Tengo molto a tutte e tre queste caratteristiche perché so che se ne perdi solo una poi non la ritrovi più.
È un giornalista progressista, conservatore, di centro?
Un giornalista che si ritiene onesto e che non fa sconti. Nessuno mi ha mai accusato di essere stato sleale o di essermi fatto condizionare da convinzioni personali. Se qualcuno sostiene il contrario sono pronto a difendermi anche davanti a un Gran giurì.
Che cosa guarda in tv?
Tanto calcio e tanto tennis.
E che cosa evita?
Le serie tv. Le trovo complicate da seguire in coppia; uno si addormenta, l’altro no… Preferisco un buon film. Sono un telespettatore più moderno che contemporaneo.
Un bel libro letto quest’estate?
Rimini di Pier Vittorio Tondelli. È la storia di un giornalista che viene mandato a dirigere il dorso adriatico di un quotidiano nazionale. Rileggerlo mi ha dato il senso dell’inizio di una nuova avventura.
Cosa pensa del fatto che Giorgia Meloni non parla volentieri con la stampa italiana?
Penso che con la stampa del proprio Paese si dovrebbe parlare sempre. Non credo nella disintermediazione, che si possa comunicare solo attraverso i propri canali. I giornalisti non sono l’arbre magique della macchina, ma lo sterzo o il cambio, senza i quali la macchina no va o non va bene.
E cosa pensa dell’atteggiamento dei giornalisti alle conferenze stampa di Mario Draghi?
Draghi ha parlato con i giornalisti italiani molto più di quanto ci si aspettasse. Personalmente, non applaudirei nemmeno se la conferenza stampa la tenesse mia madre. Al contrario di molti colleghi, non ho mai pensato che avesse chance di diventare presidente della Repubblica.
Mentre Draghi era di default SuperMario, Meloni dovrebbe essere Mary Poppins ma non lo è?
Su questo mi accodo al carrozzone. Draghi era SuperMario non per il lavoro da premier, ma per il famoso «wathever it takes» pronunciato da capo della Bce. La prova è che Monti, suo omonimo e anche lui presidente di un governo di larghe intese, nessuno l’ha mai chiamato SuperMario.
E la Meloni obbligata a essere Mary Poppins?
Quando sei premier nessuno ti fa i complimenti. Il rispetto delle promesse elettorali è un criterio sopravvalutato oltre che erroneo. Il governo gialloverde si è distinto per aver assolto alle promesse elettorali dei suoi soci: il reddito di cittadinanza da una parte e quota 100 dall’altra. Eppure, oggi chi vorrebbe di nuovo il governo gialloverde? Spesso ci concentriamo sul mantenimento delle promesse e poco sulla loro qualità e i loro effetti sul Paese.

 

Panorama, 17 settembre 2025

La7 e Mediaset «credono» alla fake di TeleMeloni

Poi dice che uno si butta sullo sport e le serie tv. Che altro ci sarà da guardare in televisione, ora che è stato sollevato il lenzuolo dalla programmazione della prossima stagione di Rai, La7 e Mediaset. Et voilà, novità tendenti allo zero. Fantasia latitante. Salvo rare e apprezzabili eccezioni, perché davvero proprio non si poteva fare diversamente, formule e format sono stati in gran parte confermati. La televisione che verrà sarà deprimente come quella che se n’è appena andata. Il telespettatore che si nasconde in noi è sconfortato. Dovrebbe guardare talk show vocianti con esponenti politici di terza fila mischiati a tuttologi ed esperti che surfano dall’emergenza sanitaria a quella bellica fino a quella climatica? Dovrebbe sintonizzarsi su programmi di approfondimento che in realtà sono ciclostilati di propaganda antigovernativa a prescindere? Oppure varietà ridanciani e cheap con il solito giro di ospiti, anch’essi, a loro volta conduttori o ex conduttori di programmi della medesima scuderia di agenti, quando non della medesima rete tv, in tournée promozionale? O forse il telespettatore medio dovrebbe essere soddisfatto dei morbosi contenitori di cronaca nera che riempiono i pomeriggi delle reti ammiraglie? O magari delle rubriche di gossip e infotainment sugli amorazzi transeunti dei divetti dello showbiz. O dei reality epidermici utili a promuovere mezze figure o a riciclare personaggetti in caduta libera, eppure inflazionatissimi e sovraespostissimi nei primetime delle tv commerciali? ChiareFerragne, DiletteLeotte, AndreiPennacchi, Elodie e Mahmood, StefaniMassini, StefaniFresi, RobertiBurioni, PiniInsegni, GiulieDeLellis, Luchi&Paoli, MassimiGiannini, GeppeCucciare, PaoliConticini, SareManfuso, OscarFarinetti… ci vorrebbe un altro Rino Gaetano in grado di aggiornare con un nuovo capitolo il catalogo della sua strepitosa Nuntereggae più. In assenza, si mette mano al telecomando e si cerca la via di fuga. Appunto, sport e serie tv. In acronimo: S&St. Stop, con rare eccezioni. Gli altri acronimi, Ts&R (Talk show e Reality), oppure VI&G (Varietà, Infotainment e Gossip), hanno ampiamente stancato.
Insomma, personalissima abitudine, la tv generalista non si guarda più, salvo eccezioni.
Ma andiamo con ordine.

Altro che TeleMeloni

Il 27 giugno scorso, un venerdì nel quale i giornaloni rifrangevano i lustrini dei Bezos convolati a nozze sul Canal grande, la Rai ha presentato la sua collezione autunno-inverno 2025/2026. Ci si aspettava l’epocale annuncio di un programma affidato alla reietta Barbara D’Urso. Era la notizia tanto attesa. Invece, nisba. Delusione serpeggiante fra gli addetti al pissi pissi. Barbaria (copy Dagospia) avrà forse qualche ospitata. O magari gareggerà a Ballando con le stelle. Per il resto, spulciando le cronache, si scopre Whoopi Goldberg guest star della soap Un posto al sole, Kevin Spacey bentornato protagonista di una sit com su Raiplay e l’immancabile serata evento pedagogica di Roberto Benigni che, magari con Sergio Mattarella in prima fila, ci racconterà San Pietro. Detto che l’innesto più o meno estemporaneo di tre attori non fa linea editoriale, va aggiunto che, oltre alle conferme di prammatica (Carlo Conti, Antonella Clerici, Milly Carlucci, Stefano De Martino, Marco Liorni e Francesca Fagnani), si registrano soprattutto alcune defezioni. Non che si perda chissacché con la fine di Citofonare Rai2 della coppia Paola Perego Simona Ventura – quest’ultima passa a Mediaset per condurre Il Grande fratello dei Nip. O con lo spegnimento di Epcc dell’eterno giovane Alessandro Cattelan, anche lui in rotta verso Cologno Monzese. Di buono c’è che Viale Mazzini non ha le porte girevoli e ai segnali di pentimento di Amadeus e Flavio Insinna, transfughi un anno fa da TeleMeloni, ha opposto un netto «la Rai non è un albergo». Purtroppo, e paradossalmente, segnali di vero telemelonismo non se ne sono visti. Almeno ci si sarebbe potuti dividere; si sarebbe litigato, discusso, polemizzato. Niente. Un grigiore avvilente. Con la discussa eccezione di Affari tuoi («un game al limite del gioco d’azzardo», secondo Pier Silvio Berlusconi) ci si chiede se nella Rai di questi anni si sia imposto un titolo, un volto, un format che abbia lasciato un segno degno di nota nelle abitudini dei telespettatori? Deserto. Unica possibile àncora di salvezza, Rosario Fiorello e la sua squadra.

Propaganda d’opposizione

L’inesistenza di qualcosa che possa davvero chiamarsi TeleMeloni risulta doppiamente divertente perché gli altri editori si sono strutturati per contrastare quella che si è rivelata una colossale fake news. Secondo tradizione, La7 ha presentato la nuova stagione all’Hotel Four Season di Milano. Anche qui, tante conferme e minuscole novità. Il presidente Urbano Cairo ha sottolineato il carattere indipendente della rete e rivendicato la plausibilità di una quota di canone per il servizio pubblico al quale assolve. Richiesta che è apparsa un filo sopra le righe. Se fino a qualche anno fa, quando il tg di Enrico Mentana e le sue maratone influenzavano effettivamente il palinsesto tale provocazione poteva risultare ragionevole, oggi che con i vari Otto e mezzo, La torre di Babele, DiMartedì, Piazzapulita e Propaganda Live, la linea editoriale è spiccatamente militante, questa richiesta suona velleitaria. Chissà se le paturnie trapelate ai vertici del tg siano dovute all’avvolgente contesto propagandistico del canale. Per dire, Federico Rampini, l’unico conduttore che non ha issato l’antimelonismo sul frontespizio delle sue inchieste, si sposterà su Canale 5. A La7, infatti, per non lasciare spazio a dubbi, oltre alle conferme di tutta la linea – salvo il quiz preserale In Famiglia di Flavio Insinna, cancellato – le novità del prossimo anno saranno l’innesto di Roberto Saviano con sei ritratti di personaggi della criminalità, le Lezioni di mafie di Nicola Gratteri e una serata speciale sulla storia della P2 affidata all’attore Fabrizio Gifuni, ispirato dall’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Un pizzico di telemagistratura non guasta mai.

Ravvedimenti e alternative

Anche le reti Mediaset hanno scartato verso sinistra per compensare la presunta correzione a destra di Viale Mazzini. È un processo iniziato un paio di anni fa, con gli innesti di Bianca Berlinguer e di Myrta Merlino. La quale, sostituita da Gianluigi Nuzzi a Pomeriggio 5, si prenderà un anno sabbatico in attesa di nuove idee. Si sa come vanno queste cose: salvo i conduttori pifferai che si portano il pubblico da casa, raramente una tessera s’incastra felicemente nel nuovo mosaico. E comunque, «il retequattrismo non esiste», ha assicurato Mauro Crippa, responsabile dell’informazione della casa. Forse no, perché da Nicola Porro, al quale verrà affidato anche il preserale Dieci minuti dopo il Tg4, alla striscia di Paolo Del Debbio alle inchieste sul campo di Mario Giordano ci sono parecchie sfumature di differenza. In ogni caso, partendo dalla chiusura di certi inguardabili reality («i programmi più brutti che abbia mai visto», Berlusconi jr. dixit) e arrivando al Risiko del già citato Rampini su Canale 5, al programma di retroscena politici di Tommaso Labate fino al ritorno in video di Toni Capuozzo con dei ritratti dei grandi del Novecento, si nota un certo, salutare ravvedimento. Insomma, qualche eccezione in attesa di conferma forse s’intravede.
Nel frattempo, ci si può consolare con il torneo di Wimbledon su Sky, il finale di stagione della strepitosa MobLand su Paramount+ prodotta da Guy Ritchie e la terza pluririnviata stagione di Teheran su Apple Tv+. Qui si va sul sicuro.

La Verità, 11 luglio 2025

Pier Silvio delude gli anti Berlusconi: niente politica

È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che incontra i giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Un Pier Silvio box to box, come si dice in gergo calcistico. Anzi, propenso alle incursioni nelle diverse aree di competenza. La politica innanzitutto, compresi i rapporti con il governo di Giorgia Meloni che negli ultimi mesi hanno registrato qualche increspatura. Poi la Rai, Sanremo, l’Europa, Giambruno e annessi, le alterne fortune di Striscia la notizia. Eccetera eccetera. Spesso è così perché a queste serate partecipano giornalisti televisivi, politici, economici, sportivi e di costume. Stavolta l’amministratore delegato di Mfe-Mediaset sembra più generoso e generalista del solito, complice un 2024 «eccezionale», con il titolo cresciuto del 25,4% e i ricavi del 7,7%. «Dal Covid abbiamo cambiato passo: MediaForEurope è il primo broadcaster europeo», sottolinea Berlusconi jr. Lo confermano i dati sugli utili: rispetto a quelli cumulati tra il 2016 e il 2019, quelli del quadriennio 2020-2024 «sono più che raddoppiati e superano il miliardo di euro». Ottimi anche i riscontri sull’audience, alla pari con la Rai nell’intera giornata (36,8% di share contro il 36,7) e molto superiori nel target commerciale: Mediaset al 39,5% e Rai al 31,3.

Si comincia. «Non ho nessuna intenzione di entrare in politica. Né ora né mai», scandisce il ceo di Mediaset, smentendo previsioni e scenari di siti e giornali interessati a vederlo in campo, forse perché orfani del grande nemico o ancor più perché desiderosi di scardinare gli equilibri della maggioranza. Invece no, mappa obsoleta. Perché pare proprio che Pier Silvio voglia mandare messaggi rassicuranti, come si evince dai motivi del «non entro in politica. In primo luogo perché amo Mediaset, l’azienda e tutti quelli che ci lavorano. Il mio posto è qui e credo che il mio lavoro non sia finito. Il secondo motivo è che non ritengo serio improvvisarmi in un mestiere che non è il mio senza fare gavetta». Infine, il terzo motivo, «il più importante», dice l’ad Mediaset. «C’è già un governo stabile e che sta facendo bene. Pensate a cosa sta succedendo in altri grandi Paesi europei come Francia e Germania. Da noi c’è stabilità».

Un piccolo dissenso persiste sull’abbassamento del canone a 70 euro, ma è circoscritto all’iniziativa della Lega. «Salvini mi sta molto simpatico», premette, «ma non capisco perché faccia questa battaglia. Se togli delle entrate da una parte poi le devi prendere da un’altra e io trovo giusto che la fiscalità generale vada a finanziare la sanità e la scuola, per dire. Credo che la politica dovrebbe avere un occhio di riguardo per la Rai e per l’audiovisivo in generale. L’idea di abbassare il canone mi pare strampalata. Siamo il Paese dove si investe di meno in questo settore: indebolirlo ancora aprirebbe le porte alle multinazionali». Anche dalla possibile concorrenza sul Festival di Sanremo Berlusconi jr si tira fuori, per il momento: «Non ho capito esattamente che cosa sta succedendo, è tutto un po’ fumoso… La Rai è il motore del Festival e da italiano mi auguro che rimanga lì. Se un giorno sarà sul mercato valuteremo come tv commerciale».
Oltre la politica e le relazioni con la concorrenza, risponde a tutte le domande, comprese quelle su Andrea Giambruno, la cui vicenda, a ben vedere, non è così lontana dalla politica. «Prima o poi tornerà in onda anche se oggi non ci sono progetti che lo riguardano. La responsabilità di un programma (Diario del giorno su Rete 4 ndr) è più importante che andare in video». Di recente gli è stato negato il nullaosta per la partecipazione a Belve. «Non c’è stato un divieto, Andrea è un giornalista Mediaset. Quando arrivano delle richieste da parte della Rai o di altre televisioni si valutano. Se c’è qualcuno che è disposto a intervistarlo è giusto che vada a raccontare le cose prima da noi… Il nostro è un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, e non solo», allude. Nel capitolo «correzioni al palinsesto» ecco che la più significativa riguarda Striscia la notizia. «È innegabile che stia vivendo un momento faticoso, dopo 37 anni di storia è normale che succeda. Parlo spesso con Antonio Ricci e sono fiducioso che trovi la strada per tornare a crescere. Per il futuro non escludo un’alternanza di prodotto», ipotizza per la prima volta il capo di Mediaset, «ma oggi conto molto su Antonio». E proprio Ricci rassicura: «Striscia sta pian piano risalendo, al 99,9% è la trasmissione più vista della serata di Canale 5».

Altra revisione necessaria, ma certamente con meno implicazioni, è quella per La Talpa: «Il prodotto non è venuto perfetto, non aveva i polmoni adatti per Canale 5, mentre il suo aspetto crossmediale ha funzionato bene. Non escludo di riproporre un progetto del genere». La stessa speranza, però confortata da ottimi ascolti e dalla riuscita del format, riguarda This is me, condotto da Silvia Toffanin. Conferme arrivano per Barbara Palombelli e Federica Panicucci. Diletta Leotta è una possibilità anche se per ora non ci sono progetti disegnati su di lei, mentre Myrta Merlino lascerà Pomeriggio 5 per un altro progetto. Auguri a tutti.

 

La Verità, 13 dicembre 2024

Ballando con la D’Urso fra commedia e realtà

Che farà e dirà Barbara D’Urso dopo un anno e mezzo di esilio dalla tv? Sapientemente dosata e centellinata in tutta la serata, ricompare su Rai 1, a Ballando con le stelle, programma rivale di Tu sì que vales di Maria De Filippi, sorprendentemente battuto otto giorni fa (ma sabato si è preso la rivincita per un punto di share: 25,4 a 24,4 per cento di share). Già nella prima pillola la desaparecida si toglie un sassolone dalle décolleté: adesso che sono fuori dalla tv, in tv è sparito il trash. Il secondo ciottolo spunta quando, parlando dell’attrazione per la danza, dichiara che il sabato guarda Ballando, «dico davvero», una scuola, una seduzione. Si vedono le foto di lei in tutù alle lezioni, accompagnata dalla mamma fino alla sua prematura scomparsa e, con questa, addio pure alla danza. Il vero macigno rotola prima dell’esibizione da ballerina per una notte: dopo anni di armonia nella coppia, la rottura per decisione unilaterale infrange il sodalizio di successo (polemiche e infortuni). Il bersaglio mai nominato è Pier Silvio Berlusconi.
Ma a Ballando con le stelle si balla e la moglie ripudiata se la cava a passo di salsa e bachata, prima dell’atteso confronto con l’acerrima Selvaggia Lucarelli, celata dietro il suo stesso cartonato. Tra rivelazioni annunciate, messaggi trasversali e silenzi ammiccanti lei è la Maria Teresa Boccia dello show. Che continui a ballare e smetta di presentare. Ma la vittima si ribella e butta lì che prima o poi tornerà. Essendo anche commedia, nel reality di Milly Carlucci molto si recita e non solo dalle parti della giuria. Lucarelli è la strega cattiva, Guglielmo Mariotto e Fabio Canino sono i cicisbei di corte, Carolyn Smith la preside(nte), Ivan Zazzaroni interpreta sé stesso riccioli compresi, Alberto Matano in versione Village People. Tra i concorrenti, Luca Barbareschi è un agnellino languido, Sonia Bruganelli l’antipatica di professione. Nella commedia, quella più nella parte è la ribelle al ruolo di capro espiatorio. Si vede che l’ha studiata parecchio. Nella realtà, la cessazione del rapporto con Mediaset è il primo atto di emancipazione di Pier Silvio dal padre. Altri ne sono seguiti.

Post scriptum Intervistato dal Corriere della Sera, Fabio Fazio ammette e omette. Ammette, finalmente, che il meglio del suo programma è il Tavolo, «vero jazz televisivo», omaggio ad Arbore. Omette, tra le persone con cui ha lavorato, il nome di Carlo Freccero, savonese anch’egli, cui deve Quelli che il calcio e Anima mia; e, tra coloro che non gli «hanno rinnovato il contratto», il nome di Carlo Fuortes. Scherzi della memoria.

 

La Verità, 7 ottobre 2024

«Contento per Malpensa, Sala si occupi di Milano»

Niente da fare, Pier Silvio Berlusconi non si riesce proprio a iscriverlo a Forza-Italia-Viva, il partito larvatamente macroniano che alligna in alcuni ambienti dell’establishment del Nord. Resta un forzitaliano e basta, senza aggiunte. Non è assimilabile alla schiera di coloro che patiscono il complesso d’inferiorità della sinistra. Alcuni volenterosi colleghi provano a tirarlo da quella parte, ma lui, pacatamente (come direbbe Crozza/Veltroni), si riappropria della giacca e si risistema. «Non ho mai, mai, mai commissionato un sondaggio, né io né Mediaset, che riguardi me e la politica. È una balla assoluta e totale. Se vado a Roma qualche giorno ogni due o tre settimane è solo perché lì c’è una parte importante della nostra attività, la Fascino (società di Maria De Filippi che produce i successi Mediaset ndr), e per incontrare alcuni investitori. La politica non c’entra».
Come al solito, alla presentazione dei palinsesti Mediaset della prossima stagione a Cologno Monzese, si parla di tutto: dall’andamento economico del gruppo («molto positivo, siamo il primo broadcaster europeo»), alle radio, alla crossmedialità centrata sulla vitalità della tv generalista. Ma stavolta, esaurite cifre e numeri in poche slide, a tenere banco è proprio la politica a tutto campo. TeleMeloni, per dire, non esiste né in Rai né nella tv commerciale. «Lo so che vi do un dispiacere», si scusa l’amministratore delegato, «ma tutto si può dire, tranne che in Italia non ci sia libertà di parola. Magari si sarà commesso qualche errore, si sarà fatta qualche scelta sbagliata, ma questo lo si è già detto». Quanto a Mediaset, «siamo un editore ecumenico. Non siamo un giornale, ma un’intera edicola. Ci sono il Tg5, il Tg4, Bianca Berlinguer, Mario Giordano, Paolo Del Debbio, Pomeriggio 5… tante voci, c’è pluralismo. Le novità sono benvenute, ma non c’è nulla che va male. Caso mai si tratta di aggiungere, non di togliere». Flop anche del secondo tentativo di arruolamento.
Ciò che invece provoca la reazione di Pier Silvio è l’idea della Lega di alzare il tetto di affollamento pubblicitario per la Rai così da abbassare il canone: «È un pasticcio assoluto. Il contrario di quello che andrebbe fatto», sentenzia. «La Rai senza canone vorrebbe dire migliaia di licenziamenti e questo significherebbe distruggere il mercato». A stretto giro, in una nota ufficiale la Lega si dice «lieta di confrontarsi con l’ad di Mfe-Mediaset e la sua azienda sul futuro dell’offerta televisiva italiana, ivi compreso il miglioramento della tv pubblica. Il dialogo è sempre utile, anche perché l’obiettivo è migliorare la concorrenza e la qualità complessiva del prodotto». Si vedrà.
Sull’altro fronte, un ulteriore stop a certi ammiccamenti viene dal commento all’intervista nella quale Marina Berlusconi si è detta in maggior sintonia con la sinistra sui diritti civili. «La parola comunista mi si addice quanto la parola interista», premette Berlusconi jr sgombrando il campo da ogni ambiguità. «Marina ha espresso un’opinione personale e come editore e, ovviamente, è libera di farlo. La difesa dei diritti civili è nel Dna di ciò che ci ha tramandato mio padre. Ma è una battaglia di modernità e di civiltà che non è né di destra né di sinistra», precisa Pier Silvio, correggendo garbatamente la sorella. L’eredità lasciata dal padre, confida più tardi il secondogenito, comprende anche «il fascino della politica in termini di adrenalina, avventura, spinta, rapporto con la gente io lo sento, è qualcosa che ahimè sento di avere. Parlare con le persone è stato il mio mestiere per più di 30 anni, perché questo fa la tv. Ma un conto è partecipare a una grande avventura elettorale, un altro è il sacrificio della vita politica di tutti i giorni. E poi che cosa fai, il conflitto di interessi come lo gestisci? Vendi tutto? Molli tutto in mano a qualcuno? Non è una faccenda leggera».
Altre possibilità di arruolamento sulla politica internazionale. Che cosa pensi della situazione in Francia e delle elezioni americane? «Per fortuna che in Italia c’è un governo stabile… La stabilità fa bene ai cittadini, alle aziende e agli imprenditori. Povera Francia. Sulla leadership americana di oggi faccio fatica a esprimermi». L’ultimo argomento paludoso è l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa. «Tutto ciò che viene intitolato alla memoria di nostro padre a noi figli non può che fare piacere perché lo stramerita. Noi non siamo stati coinvolti, lo abbiamo saputo alla fine e forse le modalità potevano essere diverse. Era prevedibile che ci sarebbe stata polemica. Ma soprattutto», sottolinea Pier Silvio, «quello che non mi piace è chi oggi fa polemica sulla polemica. Lo trovo terribile». Più tardi, parlando al gruppo di giornalisti più nottambulo, Berlusconi jr specifica che si rivolgeva al sindaco Beppe Sala. «Cosa c’entri che tiri in ballo mia sorella sui social? Di’ se sei favorevole o no. Non rompere. Puoi anche dire che sei contro per mille motivi, ma non fare polemica sulla polemica. Sala pensasse a Milano. Io vivo in Liguria, ma tutte le volte che vengo qui dico che è un disastro: traffico, delinquenza, buche…». Inevitabile, la replica piccata del primo cittadino milanese, nel frattempo precipitato al 19° posto della classifica dei sindaci: «Io userei la dedica dell’aeroporto per fare politica? Vorrei ricordare che in Italia c’è un partito che porta il nome Berlusconi. L’intitolazione non è un atto politico?». Intanto, proseguendo nella loro strategia di travisamento, ieri i siti di alcune testate nazionali titolavano: «Pier Silvio: un errore intitolare Malpensa a mio padre». La mistificazione è servita.

 

 

 

A Del Debbio la striscia di Rete 4, Diletta Leotta new entry per condurre La Talpa

«La serata dei paccheri», come l’ha ribattezzata il padrone di casa di Cologno monzese, è un gioco di società che alterna chicche e smentite. Le chicche sono quelle che Pier Silvio Berlusconi, Ceo di Mediaset, Federico Di Chio, direttore generale marketing strategico, e Mauro Crippa, direttore generale informazione, dispensano durante la presentazione della prossima stagione. Le smentite, invece, sono quelle che colleziona la fiction della narrazione corrente, uscita clamorosamente bocciata dalla serata. Da giorni leggiamo anticipazioni sul ridimensionamento dei programmi cosiddetti «sovranisti», invece si apprende che la vera novità del palinsesto di Rete 4 sarà la striscia dell’access primetime affidata a Paolo Del Debbio al posto di Bianca Berlinguer. La quale, a sua volta, raddoppia con un nuovo appuntamento la domenica virato sull’inchiesta, in un’altra serata competitiva contro Che tempo che fa sul Nove e il Report allungato su Rai 3. Non si sa ancora se quello di Del Debbio, che manterrà Diritto e rovescio al giovedì, sarà solo il primo segmento di una staffetta oppure se si allungherà a tutto l’anno, sta di fatto che «abbiamo un gruppo di professionisti che ci consente di fare gioco di squadra», sottolinea Berlusconi jr. Non è del tutto escluso un ritorno di Bianca Berlinguer, dunque, o l’impego di qualcun altro, da gennaio. «Ciò che più conta è che Rete 4 è protagonista di un riposizionamento unico nella storia della tv, da rete di telenovele a rete di approfondimenti e informazione, con una ricchezza di proposta e di conduzioni che non ha eguali all’estero», sottolinea Crippa al fianco dell’amministratore delegato e poi al tavolo dei direttori delle maggiori testate presenti, alla faccia del siluramento imminente come – altra smentita – ci raccontano certe indiscrezioni. Restando a Rete 4, l’altra novità è la riedizione di Freedom condotto da Roberto Giacobbo, il sabato sera, che completa la settimana di produzioni interne della rete.
Più d’una, come accennato, le chicche. Il rinnovo per altri due anni del rapporto con Il Volo e con il duo Pio e Amedeo, per testarli su altri progetti oltre la vis comica controcorrente. Confermate tutte le serate di Maria De Filippi, gli altri giochi e varietà, si rivedrà La Talpa, reality molto discusso per gli eccessi trash. «Ma stavolta ne faremo una versione glam», sintetizza Pier Silvio, «con la conduzione di Diletta Leotta a cui do il benvenuto in Mediaset». Andrà in onda free da ottobre, prima su Infinity e poi su Canale 5 (salvo la puntata finale anticipata sull’ammiraglia) con l’intenzione di creare una sinergia tra piattaforme, e completerà un trittico di reality inaugurato dal nuovo Temptation island e dal Grande fratello, sulla rampa a inizio settembre. Altra novità su Canale 5, due serate speciali per «celebrare i grandi artisti nati ad Amici, il format con il quale Maria De Filippi sta scrivendo un pezzo di storia della musica italiana». Sarà una produzione Fascino in collaborazione con Verissimo, che vedrà fianco a fianco Maria e Silvia Toffanin, cui sarà affidata la conduzione. Musica al centro anche di una serie di concerti evento di Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Pooh, Annalisa e Laura Pausini, quest’ultimo anticipato da una sorta di doc a puntate che inizierà su Infinity. Infine, si allarga all’intrattenimento anche Italia 1, con Max working e le performance di Max Angioni, e Il Formicaio, versione italiana di un format comico spagnolo.
In conclusione, una serata dei paccheri dall’alto contenuto tele-calorico. Alla quale, con inusitata auto-smentita, si è sottratto proprio Pier Silvio Berlusconi, preferendo un ricco piatto di bresaola.

 

La Verità, 18 luglio 2024

«Pier Silvio vuole riuscire dove Silvio non ha potuto»

Saggista, massmediologo, direttore di reti tv del servizio pubblico in Italia e in Francia, Carlo Freccero è l’uomo che ha realizzato la televisione di Silvio Berlusconi, il patriarca che non c’è più.

Che cosa pensa della nuova Mediaset nella prima stagione senza il fondatore e con il governo di destra? Che cosa pensa delle mutazioni introdotte dal figlio Pier Silvio, amministratore delegato dell’azienda?

«Premetto che la mia analisi è esclusivamente tecnica, da autore televisivo. Ben, c’è una tv prima della scomparsa del re Silvio è una tv dell’erede, Pier Silvio, che persegue un obiettivo: fare un network europeo di tv generaliste. Nel mondo non esiste un corrispettivo, ma è l’unica strada per reggere alla concorrenza delle piattaforme».

È una sfida possibile? C’è questo spazio per le tv generaliste?

«Se questo spazio non ci fosse, la tv generalista si sarebbe già estinta con l’avvento del digitale. Non solo la generalista è sopravvissuta, ma periodicamente, conosce momenti di ripresa come durante il lockdown per il Covid. L’Italia è un Paese in corso di impoverimento e di invecchiamento. E per un anziano è quasi un incubo la gestione della vita quotidiana, sottoposta alla cosiddetta semplificazione. Il rapporto con la banca, le bollette, il fisco, i pagamenti si svolgono oramai solo tramite il digitale. I cittadini meno aggiornati in casa vogliono staccare la spina, vogliono accendere la tv schiacciando un bottone. In Europa c’è una grande riserva di anziani che ha la tv generalista come medium di riferimento».

Quindi, quale può essere la strategia editoriale?

«La questione è controversa. L’editore vuole cancellare il trash, ma si osserva che, in realtà, lo si sostituisce con altro trash. A questo punto sorge l’esigenza di dare una definizione esatta di trash e la cosa si fa complicata. Io vedo tutto in modo più semplice».

Cioè?

«Se vuole affermare il suo modello di televisione, Pier Silvio deve renderlo esportabile. Vuole avere il passaporto in regola, soprattutto in Francia, ancora oggi il Paese più schierato in difesa della propria identità culturale».

L’esempio della Francia e del passaporto fa capire che la svolta di Mediaset non è solo in vista di un lasciapassare geografico, europeista, ma anche di una legittimazione culturale. Eliminare il trash vuol dire allinearsi al verbo politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è l’esperanto ideologico di questa Europa».

Torniamo alla definizione dell’oggetto: cos’è il trash, la tv spazzatura?

«La parola trash non designa qualcosa di deleterio. Il trash viene spesso scambiato con il kitsch, che è la degenerazione di modelli culturali alti tradotti in una versione volgare. Il trash è volgare tout court, anche senza bisogno di presupporre modelli alti. Ma volgare vuol dire popolare e il trash rappresenta anche la materia del pop».

E oggi cos’è trash?

«All’epoca della prima tv commerciale veniva identificato con l’arcitaliano, ma derivava comunque da modelli culturali popolari consolidati come il varietà e la commedia stracult degli anni Ottanta e Novanta. La morte delle grandi star tv ha chiuso un’epoca. Oggi il trash ha cambiato segno perché sono cambiati i programmi, sostituiti da format come reality e talent. In questi format il trash è il gossip: la tv si è corrotta nell’incrocio con i social media. Il trash è il selfie della casalinga di Voghera che diventa visibile. Non è un caso che Pier Silvio abbia iniziato l’epurazione degli influencer. I quali se ne sono lamentati. Ricordiamo che il gossip è autoreferenziale e, come tale, necessariamente provincialesco, di cattivo gusto».

Questa metamorfosi sta funzionando?

«I personaggi del Grande fratello non riescono a superare la dimensione del gossip per passare a uno storytelling che darebbe senso e seguito al programma».

Non è un passaggio semplice: il trash è più di impatto dello storytelling. È possibile che chi guarda il Grande fratello ne disprezzi gli eccessi, ma alla fine è ciò che vuole vedere, magari per sentirsi migliore.

«Non sono d’accordo che il trash sia più impattante: lo storytelling fidelizza, il trash no. Il trash si fa storytelling nel gossip, nelle storie dei vip, Belen e Stefano De Martino, Ilary Blasi, Francesco Totti e Noemi, Fabrizio Corona e Nina Moric. Invece, il pubblico del reality è attualmente quello che, sentendosi socialmente inferiore, gioisce a vedere qualcuno più maleducato, incapace e sfigato di lui. Lo sfigato vuole vedere altri prototipi di sfigati. Ma proprio questo conferma che l’intento dell’editore è selezionare un pubblico migliore».

Quindi come dovrebbe essere declinato il reality?

«Mi sembra che Pier Silvio abbia in testa un prototipo vincente, cioè Maria De Filippi. E voglia tradurre la sua tv in questa chiave. Prendiamo C’è posta per te, la parte che si svolge in studio è un reality nel senso letterale del termine perché è una realtà che si forma di fronte alla telecamera. Ma a differenza di altri reality come il Gieffe, che oggi è inconsistente perché i personaggi hanno poco da raccontare e quindi non fidelizzano il pubblico, De Filippi crea un impatto narrativo con una drammaturgia da feuilleton, che garantisce la partecipazione emotiva del pubblico. Lei lavora su dei topos (formule ndr) antichissimi. In particolare il tradimento del legame familiare. La miseria e la sopravvivenza, l’abbandono e il tradimento, la passione in conflitto con l’amore materno. È tutta una “matarazzata”, dai film di Raffaello Matarazzo».

Perché questo tipo di racconto è efficace?

«Perché desta stupore che esista ancora nel presente una società così arcaica, dove si soffre, si tradisce, si ama e non si fanno i selfie. Il Gieffe è un selfie collettivo, che scivola sulla superficie dell’immagine, ma non riesce a costruire storie. Gli ospiti della De Filippi sono del secolo scorso e ispirano anche la fiction di Mediaset».

Non sarà che il Grande fratello è un format datato?

«Purtroppo il Gieffe nasce come format psicologico. A questo proposito se dovessi scegliere un commentatore, chiamerei uno psicologo televisivo, un Paolo Crepet con i suoi maglioni colorati. Il Gieffe è nato come format psicologico in una fase in cui la psicologia era solamente individuale. Oggi la psicologia è soprattutto sociale e il controllo è ben superiore a quello immaginato da George Orwell».

Quindi per rifondare la linea editoriale basta eliminare gli influencer e assumere giornalisti prestigiosi? «Non basta sostituire gli influencer con i giornalisti affermati per rendere il programma più autorevole. Le prestigiose Cesara Buonamici e Myrta Merlino sono fuori contesto. In più, mi spiace dirlo, mancano di quella vocazione nazional popolare che fa scattare nei programmi generalisti l’identificazione del pubblico. Abbiamo detto all’inizio che la tv generalista commerciale ha un target medio/basso, la donna tatuata. Qualcosa di simile avviene con Nicola Porro che è sicuramente un eccellente conduttore turboliberista, ma stenta a imporsi perché differisce antropologicamente dal suo target».

Parlando di storytelling e giornalisti, cosa pensa di Giampiero Mughini concorrente del Grande fratello?

«È un aggiornamento al format, non più una bolla spazio temporale, ma un microcosmo connesso con il mondo che gli altri concorrenti non sono abituati a frequentare. È come portare i libri nell’isola dei naufraghi. Dopo il marciatore che si allena, lo scrittore senza pc. Manca solo il politico trombato».

Perché Bianca Berlinguer è sempre attaccata dalla critica e dal giornalismo benpensante?

«Bianca ha declinato il talk in una chiave che a Mediaset funziona meglio che a Rai 3. Berlinguer ha sempre utilizzato in alternativa alla predica una chiave leggera che le permette di trasformare la politica da informazione a infotainment. Però il suo infotainment non è mai Vanity Fair, ma attraverso il dialogo confidenziale con l’ospite ne esalta il tratto umano inedito. In un certo senso, è come se fosse un po’ stanca del carico ideologico portato dal suo cognome e preferisca far emergere piccole verità più che verità assolute. Come dimostrano i dialoghi con i due opposti. Mauro Corona è il vergine che rappresenta lo straniamento. Alessandro Orsini il professorone che rappresenta l’eretico, odiato dal mainstream. Proprio per questo le parti che funzionano meno sono quelle più tradizionali».

Facciamo una previsione: l’erede vincerà la scommessa? Ce la farà, mentre la Rai si sposta a destra, a riequilibrare Mediaset a sinistra arruolando Berlinguer, Merlino e Littizzetto?

«I due figli del primo matrimonio Marina e Pier Silvio hanno sempre anteposto l’azienda alla politica. Credo che a loro non interessi altro che il futuro di Mediaset. Che, per espandersi, deve esprimersi politicamente con la maggioranza europea. Vedremo se l’erede Pier Silvio riuscirà là dove il patriarca non è riuscito, cioè creare una tv europea, perché è entrato in politica».

Infine, non posso non chiederle il suo pensiero sullo spot di Esselunga.

«Le storie che racconta la pubblicità sono finalizzate al consumo. Infatti gli interpreti sono sempre sovratono e la finzione è manifesta. I dialoghi sono sempre perentori e impositivi rispetto al prodotto. Invece lo spot Esselunga è girato come un film e ha un linguaggio cinematografico anziché pubblicitario. Qui il prodotto è una pesca, che dà nome al film e compare al centro della scena sul binario che la trasporta alla cassa. È la protagonista del film. È un oggetto intriso di emotività. In quanto al fatto che, secondo i critici, un Presidente del Consiglio non debba cedere alla ricerca dell’empatia, mi risulta che i coach allenino i politici a mostrarsi umani. Basta ricordare l’algido Mario Monti che si presentava in televisione con un cagnolino in braccio. La verità è un’altra. In un’epoca in cui si procede col pilota automatico delle varie agende internazionali, la politica non esiste più. Una volta c’erano i programmi dei partiti, oggi si deve seguire un copione scritto altrove e le critiche al potere si spostano dal politico al privato che, invece, non c’entra per nulla. Non a caso, il mainstream non critica Giorgia Meloni perché porta avanti l’agenda Draghi, ma perché preferisce la famiglia alla liquidità woke».

 

La Verità, 30 settembre 2023

Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023

Pier Silvio non entra in politica, la ritocca nelle tv

No, non scenderà in campo Pier Silvio Berlusconi, sebbene sia figlio di suo padre e qualche retroscenista abbia provato a ipotizzarlo in varie forme. Ma non succederà, per tre razionalissimi motivi. «Il primo è che la politica è un mestiere serio. Parlo di mestiere perché è qualcosa che si apprende nel tempo, non dall’oggi al domani», ha scandito l’amministratore delegato di Mediaset. «A livello emotivo qualcosa si è mosso», ha ammesso. «Ho pensato che il suo rapporto con gli italiani e con l’Italia, fatto di amore e di libertà, è un lascito che deve vivere. Per altro io ho 54 anni, mio padre ne aveva 58 quando è sceso in politica… Ma nessuno potrà mai sostituirlo. Il secondo motivo», ha proseguito, «è che non si lasciano i lavori a metà. E in questo momento Mediaset è impegnata in un progetto di lungo respiro, il consolidamento di Media for Europe (Mfe) per contrastare la forza delle piattaforme Ott (Over the top). Il terzo motivo è che un cambio di rotta si giustifica a servizio degli italiani e ora non c’è nessuna emergenza. Abbiamo un governo solido, votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio e che può durare. E al quale Forza Italia può garantire stabilità. Detto tutto questo, non ho intenzione di scendere in politica». Fine dei retroscena. Anche se nulla impedisce al primogenito del fondatore di Mediaset e Forza Italia di coltivare una certa curiosità e di sottolineare il «buon rapporto» con Giorgia Meloni «che conosco da molti anni ed è una persona giovane e decisa. Nutro stima personale per il nostro premier».

A poche settimane dalla morte di Silvio Berlusconi, il gala di presentazione della stagione 2023-24 era atteso per quanto avrebbe potuto dire Pier Silvio sugli scenari futuri e le ipotesi di vendita: «In famiglia non ne abbiamo parlato. Mi ha dato fastidio che con la morte di mio padre ci siano state simili ipotesi, ma è normale». Dopo una lunga pagina omaggio al genitore («Più passano i giorni più la mancanza è enorme»), anche nella serata pilotata da Gerry Scotti a un certo punto si è fatto «click» e ci si è messi a lavorare. Partendo dagli ostacoli affrontati negli ultimi anni come la pandemia, la guerra e l’inflazione, per poi planare su quelli specifici dell’editoria, l’impatto dei «giganti globali della comunicazione» e la «concorrenza senza regole delle multinazionali del Web sul mercato pubblicitario». La risposta dell’azienda di Cologno monzese è lo sviluppo del gruppo «crossmediale» fatto di reti generaliste, tematiche, pay-per-view, radio e Web (+19% di serate autoprodotte rispetto alla stagione 2019-20). E, soprattutto, la creazione di Media for Europe, la media company con Mediaset España, controllata al 100%, e la tedesca ProSieben, partecipata al 30%. «Sono orgoglioso che aziende italiane studino un’espansione internazionale e non che pezzi di Italia siano conquistati da un gruppo straniero. Perché», ha rimarcato Pier Silvio, «la tv generalista non è vecchia. Piuttosto è piccola, e sarebbe sbagliato contrastare la potenza delle Big tech restando nei confini nazionali».

All’interno dei quali, però, nell’ultimo anno lo scenario è mutato in modo sostanziale. A Mediaset erano preparati se, mentre nasceva la Rai meloniana, hanno avvicinato Bianca Berlinguer ora annunciata come la principale novità della stagione: «Sono molto felice. L’ho conosciuta e si è instaurato tra noi un rapporto vero, di fiducia». Come anticipato, l’ex direttore del Tg3 condurrà il talk show del martedì di Rete 4, dove dividerà anche lo studio di Stasera Italia con Nicola Porro e Augusto Minzolini, quest’ultimo nel weekend. «È un’operazione importante, destinata a far crescere il peso della nostra rete dedicata all’informazione e che vuole rivolgersi al pubblico in maniera più trasversale», ha ribadito l’ad Mediaset.

Editorialmente impeccabile con una Rai più spostata a destra, né Pier Silvio né «Bianchina», scortata da Mauro Corona («Sono un suo fan anche se lui ama la montagna, io il mare»), sottovalutano il rischio dell’operazione. È vero che già Michele Santoro passò da Saxa Rubra a Cologno, ma erano gli anni Novanta e «Michele chi?», come lo chiamò il presidente Rai Enzo Siciliano incentivandone l’esodo, si affacciò su Italia 1. Diversa è la Rete 4 che fu casa di Emilio Fede. Nella quale ora, pur molto cambiata, i programmi di Mario Giordano e Paolo Del Debbio godono di un vivace zoccolo duro di pubblico. E dove, senza far paragoni, l’innesto di Gerardo Greco non funzionò. Sarà lavoro per gli autori. «Ma con lei parliamo lo stesso linguaggio televisivo», ha assicurato Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione.

Anche se con minori implicazioni ma sempre nella logica di «dare più peso ai nostri contenitori» va registrato l’insediamento a Pomeriggio 5 di Myrta Merlino al posto di Barbara D’Urso. La quale, dopo 15 anni di emotainment, non ha comprensibilmente gradito l’accantonamento.

Con l’eccezione di Amore + Iva, lo show di Checco Zalone in esclusiva su Canale 5 tra ottobre e novembre, le altre novità lo sono relativamente. Grande Fratello, per esempio, ritorna alla versione originale, né vip né nip, ma centrata sulle storie. Sempre a rimpolpare la quota reality, ecco un’edizione invernale di Temptation island. Poi Io canto generation e La ruota della fortuna per omaggiare il centenario della nascita di Mike Bongiorno, affidati a Gerry Scotti. Infine, Il più grande karaoke d’Italia. Tutti format che affondano le radici negli anni Novanta o «nella forza ancora attuale di quei prodotti», ha precisato Berlusconi jr. Per il resto, confermati i pilastri del palinsesto: Amici, C’è posta per te, Tu sì que vales con l’innesto di Luciana Littizzetto, Ciao Darwin, Michelle Impossible, Felicissima sera e, su Italia 1, Le Iene con Veronica Gentili al posto di Belen Rodriguez, al momento senza programmi.

In chiusura, un buffetto a Urbano Cairo che aveva ipotizzato una fusione fra i due gruppi: «Sono un fan di Urbano, è bravo, simpatico e vivace», ha premesso Pier Silvio. «Ma Mediaset con Rcs mi sembra un incastro spericolato perché in una fusione ci mangeremmo Rcs. È fantaeditoria».

 

La Verità, 6 luglio 2023

«I grandi critici tv non spostano uno spettatore»

Piero Chiambretti, siamo sulla Verità quindi giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica: lo giuro.

«Lo giuro, sulla testa di Pier Silvio».

Come fece il padre: i giuramenti finiscono sempre sulla testa dei figli.

«Esatto. Fatico a vedere Pier Silvio come un editore, lo vedo più come figlio, anche perché è più giovane di me. Ci siamo conosciuti molti anni fa al Vecchio porco, un ristorante vicino a Corso Sempione dove ci si incontrava per caso la sera tardi. Scattò una simpatia che poi si è trasformata in lavoro».

È il suo sponsor in Mediaset?

«Si dice che io sia il suo cocco e per questo lavori, ma mi sembrerebbe limitativo per lui. Credo non abbia interesse ad assoldare chi non lo merita. Io mi sforzo di dare il meglio e penso che lui sia sempre rimasto soddisfatto. Più semplicemente mi pare che stimi il mio lavoro e in questi 12 anni me l’ha dimostrato».

È soddisfatto di com’è andata La tv dei 100 e uno? Si ricordi che ha giurato…

«Molto soddisfatto, ho raggiunto i tre obiettivi che mi ero prefissato. Il primo, divertire; il secondo, emozionare; il terzo, sorprendere».

I momenti più memorabili?

«Ne dico due. Quello della sigla iniziale con i 100 bambini che entrano in studio sulle note di Another break in the wall con una sedia sulla testa. E quando abbiamo parlato della pandemia, dedicando la trasmissione a mia madre. Poche battute dei 100 si sono rivelate più profonde dei fiumi di parole ascoltate in due anni di televisione sul Covid 19».

Lei e sua madre siete stati ricoverati insieme.

«A distanza di 24 ore nello stesso ospedale, dove cinque giorni dopo lei morì».

Aveva qualche timore a tornare in prima serata su una rete ammiraglia?

«No, però prima di cominciare alcuni amici mi hanno consigliato di andare dallo psicologo».

Per focalizzare i rischi che stava correndo?

«Esatto. Il primo era che non sono una faccia da Canale 5, il secondo era il prodotto stesso, cioè il varietà con i bambini rivolto agli adulti, il terzo il linguaggio. Invece, dopo la prima puntata molto complicata, in pratica un numero zero, il programma ha trovato stabilità nei suoi appuntamenti e i bambini sono diventati riconoscibili, trasformandosi in un cast».

Gli ultimi suoi programmi sono stati un varietà con gossip in prima serata su Rete 4 e un talk notturno di calcio su Italia 1. Perché si è buttato sui bambini?

«È una metamorfosi. Prima mi sono occupato solo di donne per raccontarle a modo mio e farne un manifesto, poi del mondo maschile della repubblica del pallone. Oggi ho scelto i bambini che non sono i grandi di domani, ma i bambini di oggi. Tre universi lontani tra loro raccontati in orari e reti diverse, ma con il denominatore comune della mia curiosità e della mia identità».

Perché dava loro del lei?

«Perché volevo giocare una partita alla pari. Davo del tu agli ospiti e del lei ai bambini perché sono già grandi».

In questi casi il rischio del paternalismo, della scarsa spontaneità o della vocina infantile è sempre in agguato?

«Anche la retorica e il trombonismo lo sono. A me piace dividere, infatti hanno detto che sono un vecchio rincoglionito e un genio, uno sfruttatore di bambini e un visionario che sfida la tv. Mi vanno bene tutte le etichette: a un’azione corrispondono delle reazioni. Io sono sereno come una Pasqua, che per altro è vicina».

Come li avete trovati così talentosi?

«Con diversi mezzi, dalla chiamata alle armi dei serpentoni tv alla società di scouting di Sonia Bruganelli, fino al passaparola di amici e parenti. Sono stato fortunato perché, insieme ai talenti che cantavano, ballavano e parlavano con proprietà di linguaggio superiore alla loro età, molti dei 100 che non hanno mai aperto bocca hanno fatto gruppo con quelli che scendevano in campo. Li voglio ringraziare perché sono stati importanti come i talenti. Al termine della terza puntata ho visto scene di dispiacere come da fine delle vacanze».

Alcune domande e risposte erano farina degli autori?

«No. La redazione spiegava i temi di discussione e le domande se le preparavano da soli. Alcuni erano predisposti come si è visto dai provini, qualcun altro interpretava il ruolo dell’opinionista. Io non ho parlato con loro se non durante le registrazioni. Volevo essere sorpreso. Non ho imposto niente altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Il suo giornale è La Verità e questo era un programma sulla verità, che in tv esiste in modo approssimativo perché ognuno si fa i fatti propri. Una cosa che non succede con i bambini, i quali dicono sempre la verità: anche quando è una castroneria è sempre vera perché non è mai costruita».

Le hanno rimproverato di averli fatti parlare di Putin e Zelensky?

«E cosa c’è di male? Non vivono in una campana di vetro, sono bombardati dai tg, vedono i giornali e le foto che parlano solo di quello».

Perché ha scelto come sigla Another break in the wall dei Pink Floyd?

«Più che una sigla era un’ouverture ed è la prima cosa a cui ho pensato. Ho cercato la canzone più popolare al mondo contro il nichilismo della scuola, per dare il tono di un programma spettinato nel quale i bambini rivendicavano la libertà di pensare con la loro testa».

Soddisfatto dell’accoglienza del pubblico?

«Ho ricevuto molti messaggi di apprezzamento da colleghi e addetti ai lavori. E avuto un ottimo riscontro dal pubblico a cui il programma era rivolto, mamme, genitori, bambini. Un bagno di folla in un mondo che non mi conosceva. Nella sua biografia Woody Allen dice che un artista deve mettere in scena le proprie idee senza preoccuparsi dei riscontri, altrimenti se si insegue il consenso si finisce per abbassare il livello creativo».

Dell’accoglienza di Mediaset?

«All’inizio eravamo tutti in allarme, poi, man mano che il progetto prendeva corpo, cresceva la convinzione. Le maestranze e i cameraman sono stati i primi tifosi. Alla fine anche i più scettici si sono congratulati. Dopo la prima puntata, Pier Silvio, che è la persona alla quale si fa sempre riferimento, mi ha telefonato dicendosi contento di essere l’editore di questo progetto».

E dell’accoglienza della critica? Ricordi che deve dire la verità…

«La critica dev’essere critica, se fa i complimenti non serve. Il critico è un generale che spara sui suoi soldati. Leggendo più i titoli degli articoli ho visto che molti erano distruttivi, mancava solo il bazooka. Mi è venuta nostalgia della critica del passato, quella di autori come Ugo Buzzolan, Oreste Del Buono e Beniamino Placido».

Perché?

«Perché, sebbene attaccassero anche me, usavano la penna e l’ironia dando consigli per migliorare prodotti a volte balbettanti. I critici di oggi, anche i più rinomati, invece usano la roncola e il livore».

A proposito di verità, le sottopongo una frase di Alexis Carrel, premio Nobel della medicina: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Vale anche per la critica televisiva?

«Le verità sono difficili da trovare. Un critico è un essere umano che scrive e pensa secondo le proprie simpatie e perciò rappresenta solo sé stesso. La critica tv italiana non sposta un telespettatore, quella americana ti fa chiudere un cinema».

Quella che l’ha più irritata è che lei è sempre uguale e non cresce?

«Sulla crescita lo sapevo, me l’aveva già detto il mio endocrinologo. Più che una critica è un’inesattezza. Io sono sempre diverso in uno stile che rimane invariato. Armani è sempre Armani pur facendo vestiti sempre diversi, Valentino lo riconosci dal colore rosso e l’amatriciana in tutta Italia è sempre la stessa pur cambiando regioni e ingredienti».

Adesso che cosa farà?

«Mi metto sulla riva del fiume e aspetto».

Chi o che cosa?

«Di capire cosa fare con Mediaset. Il contratto è scaduto, sono in stand by, ma capirò presto cosa fare perché abbiamo già deciso di incontrarci. Nel frattempo guarderò la tv degli altri, quella che piace alla critica e che io non so fare, come i talent e i reality show. Sono propenso a tornare con La tv dei 100 e uno. Se non arriverà l’idea del secolo che mi farà cambiare programma, lavorerò alla vendita all’estero di questo format. Sarebbe una gratificazione d’autore, prima ancora che economica».

Questo programma è una piccola svolta perché ha a che fare con la sua vita privata?

«Diciamo che inaugura una seconda giovinezza, come se fossi entrato nella piscina di Cocoon. Tutto è nato dall’osservazione di mia figlia che mi spiazza tutti i giorni. Dice cose dritte e sintetiche che mi sorprendono sempre».

Ogni quanto la vede?

«La vedo con qualità più che con quantità. Vive con la mamma, ma trascorre due lunghi weekend al mese e un giorno la settimana con me».

È solo la televisione italiana a starle un po’ stretta o anche qualcos’altro?

«La  mia vita è stata la tv. Anche il libro autobiografico molto voluto dalla Mondadori è stato importante. Le altre esperienze sono servite per non farle più. Attraverso la tv ho raccontato il Paese con il mio linguaggio, la mia musica, me stesso».

La nostra politica le sta stretta?

«No. Tutta la società nel suo complesso è diventata una marmellata. Oggi si va a votare una persona e tra due anni la mandiamo in nomination come al Grande Fratello. Non ci sono più punti di riferimento certi».

E il politicamente corretto?

«È un vecchio adagio, tutti ne parlano come di un limite alle idee, ma se uno le ha le può spendere. A volte non si ha il coraggio di farlo perché il politicamente corretto ci spinge tutti nella stessa direzione. Se in Italia ci fosse la rivoluzione ci si andrebbe in macchina».

Che preda farebbe divorare a Ignazio, il dinosauro del programma?

«Gli direi di mangiarsi la maleducazione. Siamo il Paese dei furbi e dei maleducati. Lo si vede da come stiamo a tavola, da come ci vestiamo, dallo sperpero, da come ci meniamo allo stadio. La maleducazione è al potere».

Invece una cosa che salverebbe?

«L’Italia come paese geografico: storia, radici, passioni. Ciò che mi piace di Google maps è lo stivale stesso. Non restringo la mappa, la allargo al mare, alla montagna, alla provincia. Lì mi ritrovo… Specialmente quando trovo parcheggio».

E noi quanto dovremo aspettare per ritrovarla?

«Non lo so. Se non succede nulla, apro un asilo».

 

La Verità, 1 aprile 2023