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Pier Silvio non entra in politica, la ritocca nelle tv

No, non scenderà in campo Pier Silvio Berlusconi, sebbene sia figlio di suo padre e qualche retroscenista abbia provato a ipotizzarlo in varie forme. Ma non succederà, per tre razionalissimi motivi. «Il primo è che la politica è un mestiere serio. Parlo di mestiere perché è qualcosa che si apprende nel tempo, non dall’oggi al domani», ha scandito l’amministratore delegato di Mediaset. «A livello emotivo qualcosa si è mosso», ha ammesso. «Ho pensato che il suo rapporto con gli italiani e con l’Italia, fatto di amore e di libertà, è un lascito che deve vivere. Per altro io ho 54 anni, mio padre ne aveva 58 quando è sceso in politica… Ma nessuno potrà mai sostituirlo. Il secondo motivo», ha proseguito, «è che non si lasciano i lavori a metà. E in questo momento Mediaset è impegnata in un progetto di lungo respiro, il consolidamento di Media for Europe (Mfe) per contrastare la forza delle piattaforme Ott (Over the top). Il terzo motivo è che un cambio di rotta si giustifica a servizio degli italiani e ora non c’è nessuna emergenza. Abbiamo un governo solido, votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio e che può durare. E al quale Forza Italia può garantire stabilità. Detto tutto questo, non ho intenzione di scendere in politica». Fine dei retroscena. Anche se nulla impedisce al primogenito del fondatore di Mediaset e Forza Italia di coltivare una certa curiosità e di sottolineare il «buon rapporto» con Giorgia Meloni «che conosco da molti anni ed è una persona giovane e decisa. Nutro stima personale per il nostro premier».

A poche settimane dalla morte di Silvio Berlusconi, il gala di presentazione della stagione 2023-24 era atteso per quanto avrebbe potuto dire Pier Silvio sugli scenari futuri e le ipotesi di vendita: «In famiglia non ne abbiamo parlato. Mi ha dato fastidio che con la morte di mio padre ci siano state simili ipotesi, ma è normale». Dopo una lunga pagina omaggio al genitore («Più passano i giorni più la mancanza è enorme»), anche nella serata pilotata da Gerry Scotti a un certo punto si è fatto «click» e ci si è messi a lavorare. Partendo dagli ostacoli affrontati negli ultimi anni come la pandemia, la guerra e l’inflazione, per poi planare su quelli specifici dell’editoria, l’impatto dei «giganti globali della comunicazione» e la «concorrenza senza regole delle multinazionali del Web sul mercato pubblicitario». La risposta dell’azienda di Cologno monzese è lo sviluppo del gruppo «crossmediale» fatto di reti generaliste, tematiche, pay-per-view, radio e Web (+19% di serate autoprodotte rispetto alla stagione 2019-20). E, soprattutto, la creazione di Media for Europe, la media company con Mediaset España, controllata al 100%, e la tedesca ProSieben, partecipata al 30%. «Sono orgoglioso che aziende italiane studino un’espansione internazionale e non che pezzi di Italia siano conquistati da un gruppo straniero. Perché», ha rimarcato Pier Silvio, «la tv generalista non è vecchia. Piuttosto è piccola, e sarebbe sbagliato contrastare la potenza delle Big tech restando nei confini nazionali».

All’interno dei quali, però, nell’ultimo anno lo scenario è mutato in modo sostanziale. A Mediaset erano preparati se, mentre nasceva la Rai meloniana, hanno avvicinato Bianca Berlinguer ora annunciata come la principale novità della stagione: «Sono molto felice. L’ho conosciuta e si è instaurato tra noi un rapporto vero, di fiducia». Come anticipato, l’ex direttore del Tg3 condurrà il talk show del martedì di Rete 4, dove dividerà anche lo studio di Stasera Italia con Nicola Porro e Augusto Minzolini, quest’ultimo nel weekend. «È un’operazione importante, destinata a far crescere il peso della nostra rete dedicata all’informazione e che vuole rivolgersi al pubblico in maniera più trasversale», ha ribadito l’ad Mediaset.

Editorialmente impeccabile con una Rai più spostata a destra, né Pier Silvio né «Bianchina», scortata da Mauro Corona («Sono un suo fan anche se lui ama la montagna, io il mare»), sottovalutano il rischio dell’operazione. È vero che già Michele Santoro passò da Saxa Rubra a Cologno, ma erano gli anni Novanta e «Michele chi?», come lo chiamò il presidente Rai Enzo Siciliano incentivandone l’esodo, si affacciò su Italia 1. Diversa è la Rete 4 che fu casa di Emilio Fede. Nella quale ora, pur molto cambiata, i programmi di Mario Giordano e Paolo Del Debbio godono di un vivace zoccolo duro di pubblico. E dove, senza far paragoni, l’innesto di Gerardo Greco non funzionò. Sarà lavoro per gli autori. «Ma con lei parliamo lo stesso linguaggio televisivo», ha assicurato Mauro Crippa, direttore generale dell’informazione.

Anche se con minori implicazioni ma sempre nella logica di «dare più peso ai nostri contenitori» va registrato l’insediamento a Pomeriggio 5 di Myrta Merlino al posto di Barbara D’Urso. La quale, dopo 15 anni di emotainment, non ha comprensibilmente gradito l’accantonamento.

Con l’eccezione di Amore + Iva, lo show di Checco Zalone in esclusiva su Canale 5 tra ottobre e novembre, le altre novità lo sono relativamente. Grande Fratello, per esempio, ritorna alla versione originale, né vip né nip, ma centrata sulle storie. Sempre a rimpolpare la quota reality, ecco un’edizione invernale di Temptation island. Poi Io canto generation e La ruota della fortuna per omaggiare il centenario della nascita di Mike Bongiorno, affidati a Gerry Scotti. Infine, Il più grande karaoke d’Italia. Tutti format che affondano le radici negli anni Novanta o «nella forza ancora attuale di quei prodotti», ha precisato Berlusconi jr. Per il resto, confermati i pilastri del palinsesto: Amici, C’è posta per te, Tu sì que vales con l’innesto di Luciana Littizzetto, Ciao Darwin, Michelle Impossible, Felicissima sera e, su Italia 1, Le Iene con Veronica Gentili al posto di Belen Rodriguez, al momento senza programmi.

In chiusura, un buffetto a Urbano Cairo che aveva ipotizzato una fusione fra i due gruppi: «Sono un fan di Urbano, è bravo, simpatico e vivace», ha premesso Pier Silvio. «Ma Mediaset con Rcs mi sembra un incastro spericolato perché in una fusione ci mangeremmo Rcs. È fantaeditoria».

 

La Verità, 6 luglio 2023

«L’uomo che ha portato il sorriso nella politica»

Pietrangelo Buttafuoco, mi dice la sua prima reazione alla morte di Silvio Berlusconi?

«Mi è tornata in mente come un presagio un’immagine che ho visto poco fa. Scendevo le scale di Palazzo Grazioli dove c’è il mio ufficio e, giunto sul pianerottolo dove si trova l’appartamento nel quale ha abitato Berlusconi, ho visto il portone spalancato. Mi ha subito ricordato il rituale di addio dei santi tipico del Sud».

Com’è questo rituale?

«Quando muore qualcuno in casa, il primo gesto dei famigliari è spalancare porte e finestre e mormorare le formula del viatico: “Va a buon luogo”. È il modo in cui si accompagna l’anima del defunto verso il cielo».

Una casualità premonitrice o a Palazzo Grazioli già sapevano?

«No, oltretutto non è più il suo appartamento. I misteri dell’invisibile sono imperscrutabili. Col senno del poi ha confermato quanto fosse forte la sua natura sciamanica».

Proviamo a descriverla?

«Berlusconi ha introdotto nella politica, intesa come polis, il sorriso. A questo riguardo, l’immagine che era solito usare, “abbiamo il sole in tasca”, è più che mai emblematica. Come Mary Quant con la sua minigonna ha cambiato il costume, così lui ha cambiato per sempre la nostra contemporaneità».

Il linguaggio, la politica, la possibilità di sognare…

«Solo studiandolo nella distanza potremo capire l’unico personaggio che l’Italia consegna alla storia e alla memoria. Pensiamo a quante nuove parole sono state coniate a causa sua. Anche chi l’ha osteggiato ha sempre trovato la sorpresa di vedersi ricambiare con un sorriso».

Lei non è mai stato suo collaboratore, ma gli porta affetto.

«L’ho studiato perché, come tutti, mi sono trovato immerso nell’Italia disegnata e costruita da lui. La mia formazione e i miei gusti non rientrano in quelli che sono i suoi prodotti culturali. Ma riconoscerne la grandezza coinvolge tutti noi suoi contemporanei, compresi coloro che lo avversavano. Le giovani generazioni che non conoscono gli altri protagonisti della politica italiana lui lo riconoscono immediatamente. Anche la nostra memoria, diciamo così, di addetti ai lavori, ne resterà segnata mentre non conserverà nulla di coloro che ci sembravano fondamentali».

Che epoca era quella che ora si dice finita?

«Berlusconi è stato il nuovo capitolo della grande commedia italiana. Intendo l’opera che descrive la nostra identità, e alla quale si aggiunge l’aggettivo divina».

In che senso?

«Se si va a sfogliare il capolavoro di Dante si troveranno tanti personaggi sovrapponibili ai vari Paolo Bonolis, Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Maria De Filippi, Antonio Martino, Giulio Tremonti, Antonio Ricci, Marcello Dell’Utri, Fedele Confalonieri, Gianni Letta, Adriano Galliani, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello… E poi nel Malebolge, l’ottavo cerchio dell’Inferno, si possono trovare tutti i seminatori di discordia, i fraudolenti e i profittatori che non sono mancati».

Una personalità più grande di tutti i moralismi?

«Assolutamente. Uso apposta la categoria della commedia perché in lui si compendiano Carlo Goldoni, Gioacchino Rossini, Gaetano Donizetti, quella vena viva che fa dell’Italia il luogo specialissimo della commedia come romanzo universale».

Ora si comincerà a dividere la biografia tra l’imprenditore, il tycoon, il presidente del Milan e il politico un po’ pasticcione?

«È un’unica performance perché incarna un affastellarsi di scene, la verità e il suo esatto contrario».

È sbagliato frazionarlo?

«Certo, se dobbiamo raccontarlo attraverso il metro della critica letteraria, il suo riferimento è Niccolò Machiavelli che è contemporaneamente l’autore sì del Principe, ma anche della Mandragola. Che è la satira più acre della corruttibilità dell’anima umana».

Negli ultimi anni l’hanno rivalutato anche i suoi più feroci detrattori.

«C’è più sincerità d’affetto nei suoi nemici che in molti suoi finti amici, quelli che lo abbracciavano come si abbraccia una cassaforte».

Soprattutto le donne?

«Gran parte delle donne s’innamoravano sinceramente perché non era certo un Dominique Strauss-Kahn, ma il Paride vezzoso dell’Elisir d’amore di Donizetti che della seduzione possedeva tutte le alchimie».

Tutti argomenti per un grande libro che lei, se non ricordo male, sta scrivendo.

«Si è provato a raccontarlo con la politologia, la cronaca giudiziaria, la sociologia e col cinema, dove non si contano i fallimenti, compresi quelli di venerati maestri come Paolo Sorrentino e Nanni Moretti. L’unico che è riuscito a renderlo nel suo essere sia popolo che nicchia è Franco Maresco con Belluscone».

Il suo libro?

«È un saggio di critica letteraria. S’intitola Beato lui – Panegirico dell’arcitaliano Silvio Berlusconi ed esce la prossima settimana da Longanesi. Era già in distribuzione ad aprile quando lui entrava in ospedale e nessuno poteva sapere come sarebbe uscito. Abbiamo quindi deciso di posticiparlo e proprio perché mi sono avvalso della verità letteraria, mi sono trovato delle pagine che raccontavano ciò che non osavo immaginare: laddove c’era una folla che lo abbracciava nell’addio di un funerale, ho ricostruita la moltitudine che lo applaudiva nell’ingresso al Quirinale, finalmente eletto Capo dello Stato».

Qualche difetto ce l’aveva, però?

«Una cattiveria geometrica che, però, sapeva trasferire nell’intelligenza».

Per esempio?

«Quando gli proposero di fare il libro delle barzellette di Berlusconi dopo quello di grande successo delle barzellette di Totti si chiese: “E se poi vendo meno di Totti?”. E fermò le rotative».

Che cosa mi dice della sua generosità?

«Vorrei dire soprattutto dell’ingenuità. Nell’Italia che si spertica in elogi della doppiezza gesuitica lui aveva l’ingenuità gioiosa dell’allievo salesiano. Basta ricordare la sua espressione immediatamente dopo essere stato colpito al volto dalla statuina del modellino del Duomo. Era l’espressione di un interrogativo attonito: come posso non essere amato?».

Sapeva scegliersi i collaboratori?

«Mi è capitato di ascoltare il pianto di tanti e tante».

Molti bracci destri amputati perché non sapeva e voleva preparare la successione?

«Quella non la poteva preparare. Tra i tanti possibili eredi lui guardava senza dubbio con simpatia a Matteo Renzi».

Che si è suicidato.

«E la vecchia talpa della storia gli ha apparecchiato la sorpresa di trovare l’unico successore in una donna, quella Giorgia Meloni presso la quale la maggioranza silenziosa ha trovato casa».

Forza Italia rischia di sparire?

«Sicuramente domani resteranno e si studieranno Mediaset e Milano 2 che sono il frutto dell’ingegno. Mentre il frutto del genio è la sua avventura politica che si chiude con lui. I voti di Forza Italia erano i voti per Silvio Berlusconi».

 

La Verità, 13 giugno 2023

«Fuori da un incubo, per fortuna ho un’altra vita»

Della serie, donne toste. Ancora ben lontana dai cinquanta, Nunzia De Girolamo ha già preso d’infilata un paio di vite. Avvocato, parlamentare di Forza Italia, ministro dell’Agricoltura nel governo Letta, incarico dal quale si dimise per l’accusa di concussione e voto di scambio dalla quale è stata assolta anche in appello, ha saputo reinventarsi come conduttrice e opinionista televisiva (ora a Piazzapulita su La7). Con Francesco Boccia, già ministro Pd nel secondo governo Conte, compone la coppia più bipartisan della politica italiana.

Signora De Girolamo, come ci si sente ora che dopo nove anni è stata scagionata perché «il fatto non sussiste»?

«Mi sento finalmente liberata da un incubo. Una persona abituata a delinquere contempla i rischi del mestiere, ma chi non ha fatto nulla, quando viene indagato, sente crollargli il mondo addosso. Trascorso qualche giorno dall’assoluzione mi è montata dentro una strana rabbia…».

Come si convive con un’accusa così per tanti anni?

«Si impara a fingere con le persone che si amano per non farle soffrire. Si dorme poco la notte e ci si sforza di pensare che non si è la protagonista di quel film horror».

Auspica che una delle prime riforme sia quella del sistema giudiziario?

«Una delle prime, forse non la prima. Questa giustizia ci rende poco attrattivi come Paese perché i cittadini, intimoriti dalla magistratura, non riescono a essere intraprendenti».

Per quell’inchiesta lei si dimise da ministro dell’Agricoltura del governo Letta?

«In realtà, mi dimisi prima di essere indagata, a causa della campagna mediatica, perché avevo capito che Letta non mi avrebbe difesa. Decisi di tutelare la mia persona, così esposta, senza avvisare nessuno, a eccezione del presidente Giorgio Napolitano».

È da quell’inchiesta rivelatasi inconsistente che è iniziato il suo ritiro dalla politica?

«Da quel momento mi sono autolimitata, ma il distacco definitivo è stato favorito da Forza Italia e dalla manina notturna che ha deciso di non candidarmi nel mio collegio tradizionale, bensì in extremis a Bologna, dove avevo poche chance e non sono stata eletta per pochi voti».

A quel punto ha pensato d’iniziare una carriera televisiva?

«Quando, anche per volontà di Silvio Berlusconi, rappresentavo il mio partito in televisione, alcuni addetti ai lavori dicevano che ero molto portata. Quando la vita e Forza Italia hanno deciso per me, ho provato a sperimentare quello che tutti mi suggerivano».

È stato Massimo Giletti il primo a chiamarla?

«Sì, in contemporanea con Mediaset. Ma ho scelto Giletti perché non volevo che la nuova opportunità fosse un contentino per la mancata candidatura. Volevo farmi strada da sola…».

Nel 2019 ha partecipato anche a Ballando con le stelle: che voto darebbe a quell’esperienza?

«Undici. Quando me l’hanno proposta mi è sembrata una follia perché non avevo mai visto Ballando. Una mia amica autrice televisiva mi ha convinto dicendomi che se volevo fare televisione dovevo costruirmi una nuova immagine. Così, ho accettato di indossare abiti corti e trasparenti, cimentandomi in un programma nel quale ho coinvolto anche la mia famiglia e che si è rivelato salutare per me».

Perché battibeccava spesso con Selvaggia Lucarelli?

«Battibeccavo con tutti. Anzi, erano loro a battibeccare con me perché ero il primo politico a partecipare a Ballando… Tolta Carolyn Smith, avevo tutti contro, a cominciare da Selvaggia Lucarelli, una donna intelligente che gioca a fare la cattiva».

Crede nella sorellanza? Prima ancora, le piace la parola?

«Mi piace di più fratellanza, perché mi sembra una parola più neutra».

Le donne sono solidali tra loro o sono le prime nemiche di una donna di successo?

«Preferisco fratellanza perché, per me, il merito viene prima del genere cui si appartiene. Con le donne ho sempre fatto squadra. Con le mie sorelle siamo un gruppo molto coeso, perciò si può parlare di sorellanza. Inoltre, so che il modello femminile che incarno in tv piace alle donne. Detto questo, nella mia vita politica ho subito molte cattiverie dalle donne».

Me ne dica una.

«La mia eliminazione dalle liste di Forza Italia è opera femminile».

Di Mara Carfagna?

«Niente nomi, ho già fatto troppe transazioni. Non era una sola donna».

A metà gennaio partirà su Rai 1 la terza stagione di Ciao maschio. Di chi è stata l’idea?

«Mia, di Annalisa Montaldo e di Stefano Coletta, allora direttore di Rai 1».

Nell’ultima puntata della scorsa stagione ha ospitato Ignazio La Russa che si è definito autoironico e irritabile: queste caratteristiche lo aiuteranno nel ruolo di presidente del Senato?

«Conosco La Russa da tanti anni e so che si muove bene in ruoli istituzionali e di confronto con le altre parti politiche. In certe occasioni l’ironia può aiutare a gestire l’irascibilità».

Il primo anno il verdetto finale lo dava Drusilla Foer, il secondo le Karma B: in un programma di maschi è necessario che l’arbitro siano delle drag queen?

«Non lo è, ma noi abbiamo fatto la scelta, mi passi il termine, del terzo sesso».

Mmmh…

«Il patto era che in quello studio l’unica donna fossi io».

Il centrodestra ha vinto per meriti suoi o per demeriti dell’avversario?

«Innanzitutto, Giorgia Meloni e il suo partito hanno incarnato una grande speranza per gli italiani. Poi c’è stato l’autolesionismo del Pd che, dopo aver investito nell’alleanza con il M5s, non ha capito che la legge elettorale li obbligava a mantenerla. Il centrosinistra, unito nel governo Draghi, si è diviso davanti alle elezioni, il centrodestra ha fatto il percorso inverso».

Fa bene Giorgia Meloni a farsi chiamare il presidente del consiglio?

«Assolutamente sì, nella Costituzione si fa riferimento al ruolo e non al genere».

Potrebbe invitarla a Ciao maschio?

«No perché non lo è. Non sono le declinazioni che stabiliscono il genere. Quando venne Guido Crosetto, lei telefonò. Quindi, in qualche modo, ci è già stata».

Ha conosciuto molti dei nuovi ministri: è un governo di alto profilo?

«È un governo con un importante profilo politico e con dei tecnici in ruoli dove serve una competenza specifica. Poi tutto è migliorabile».

Anche la squadra dei sottosegretari?

«Forse sì. Qualcuno più discusso o discutibile si poteva evitare. Ma contano i ministri di riferimento e il premier».

Rave party, tetto al contante, gestione degli sbarchi: c’è un po’ d’inesperienza?

«Ritengo il provvedimento sui rave party giusto come idea, ma sbagliato nella formulazione. Quando lo si correggerà in Parlamento vedremo cosa farà chi si è stracciato le vesti sui giornali».

L’aumento del tetto al contante?

«Lo condivido. In questi giorni la Bce ha chiesto di evitare che altri Paesi facciano come in Grecia e Spagna dov’è a 500 e 1.000 euro».

Lo scontro con la Francia?

«Non mi è piaciuto il comportamento della Francia, perché a ogni azione deve corrispondere una reazione proporzionata. Abbiamo l’obbligo di trovare un’intesa in Europa, ma i numeri che ha dato il ministro Piantedosi sulla redistribuzione dei migranti sono inquietanti. Che questa strategia sia fallita lo dice anche Marco Minniti. L’Italia non può solo subire».

Matteo Salvini vuole oscurare Giorgia Meloni?

«Contano i voti e la Meloni ha preso tre volte quelli di Salvini».

Se si anticipano i temi in agenda poi bisogna correggerli, precisarli…

«Penso che Giorgia sia una purosangue. Ricordo quando è partita dal 2%… Chi pensa di ledere politicamente Giorgia Meloni non ha fatto i conti con Giorgia Meloni».

Questo governo durerà a lungo?

«Sì e credo che lo aiuteranno queste opposizioni sgarrupate».

Che rapporto ha con Silvio Berlusconi?

«Il ricordo di un affetto».

Un sentimento del passato?

«È una persona a cui sono grata per le opportunità che mi ha dato e alla quale ho voluto molto bene. Ma politicamente oggi non lo riconosco».

Subisce l’influenza del cerchio magico?

«Pur composto da persone diverse, ne ha sempre avuto intorno uno. Se il cerchio magico ti fa compiere un errore politico come lasciare l’aula al momento della votazione di La Russa, dovresti prendere una decisione. Se Berlusconi non l’ha presa vuol dire che è il capo del cerchio magico».

All’indomani delle elezioni ha dovuto consolare suo marito?

«In realtà, l’ho preso in giro».

Cantandogli Bella ciao?

«Esatto. Ci siamo conosciuti in Parlamento quando eravamo già su posizioni diverse. Diciamo che non si aspetta di essere consolato da me».

Suo marito appartiene all’ala filo 5 stelle del Pd, lei cosa pensa del campo largo?

«Fino a qualche tempo fa il Pd era attrattivo anche per il M5s tant’è vero che hanno votato insieme Ursula von der Leyen e fatto nominare David Sassoli e Paolo Gentiloni. Ultimamente, mi sembra destinato al campo isolato, con il risultato che si parla di Giuseppe Conte come potenziale leader della sinistra».

Come si gestisce una coppia con una moglie di centrodestra e un marito di sinistra?

«Il nostro rapporto ci ha insegnato ad avere rispetto delle diversità. Furbamente, Francesco evita di entrare in discussione con me. Ma se capita, per esempio a cena con amici, è molto divertente: siamo Sandra e Raimondo in salsa politica».

Evita di entrare in discussione perché lei è tosta?

«Per quieto vivere. Francesco è un moderato e su molte cose, come il tema dei diritti, non siamo distanti, mentre su altre ci dividiamo. Quando parla con persone del suo partito, si sposta sul terrazzo così io non m’intrometto. Il nostro è una specie di compromesso storico».

Le litigate sono furiose, rispettose o a lieto fine?

«Rispettose e a lieto fine. In una prima fase erano veementi, ora ho imparato a limitare la mia furia».

La più furiosa?

«A causa della mia gelosia, c’è stato un periodo in cui non mi fidavo molto. Oggi non è più così».

Il suo ritiro dalla politica ha giovato al matrimonio?

«Sì, ha giovato alla serenità del nucleo familiare. Ho potuto essere più presente nel periodo dell’inizio della scuola di mia figlia e supplire alle assenze di Francesco quand’era ministro».

Lei è una conferma che la destra vuole tenere le donne un passo dietro gli uomini?

«Il ritiro dalla politica non è ritiro dalla vita professionale. E, soprattutto, non l’ha deciso mio marito. Anzi, lui sarebbe felicissimo se tornassi in politica, perché tra noi c’è grande complicità. Infine, su questo, dalle donne di sinistra non accetto lezioni perché la sfida femminile noi del centrodestra l’abbiamo già vinta con Giorgia Meloni».

I suoi amici sono dentro o fuori dalla politica?

«Quelli che si contano sulle dita di una mano sono fuori».

 

La Verità, 12 novembre 2022

«La Cappa dei media in tilt per una premier donna»

S’intitola It’s the ideology, stupid! la ricerca sul rapporto tra l’orientamento dei giornalisti e quello degli italiani realizzata dal professor Luigi Curini, politologo, analista dei media e docente di Scienza politica alla Statale di Milano. È una ricerca del 2019 che Curini aggiorna costantemente e che, come conferma il Reuters institute digital news report di quest’anno, attribuisce all’Italia il più basso livello di fiducia riposto dagli italiani nei giornali (35%) rispetto alla media europea (42%). Il titolo cita l’espressione di Bill Clinton «It’s the economy, stupid!» durante la campagna elettorale del 1992. Ma, trattandosi di giornali, fa venire alla mente anche «È la stampa, bellezza!» di Humphrey Bogart in L’Ultima minaccia (1952).

Professore, il varo del governo Meloni cambia il rapporto tra informazione e politica?

«Negli ultimi anni stampa e televisione sono state molto condiscendenti verso i governanti. Con l’arrivo di Giorgia Meloni questo allineamento è destinato a sparire, facendo tornare i giornalisti ciò che devono essere, “i cani da guardia del potere”. Ultimamente, più che cani erano cagnolini pronti a scodinzolare per le decisioni prese dai potenti».

In questi primi giorni a che tipo di narrazione assistiamo?

«Vediamo due tendenze. Rispetto all’atteggiamento non simpatetico durante la campagna elettorale verso il centrodestra e Giorgia Meloni in alcuni giornali è in atto un riposizionamento. Segnalo a titolo esemplificativo le aperture di credito di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Vanno registrate a prescindere che si tratti di aperture genuine o dettate da interessi. La seconda tendenza, invece, è la conferma di una chiusura dovuta soprattutto all’allarme su alcuni diritti cari alla sinistra».

Si riferisce a una possibile ridiscussione della legge 194?

«Per esempio. Su alcune tematiche identitarie questo governo potrebbe favorire una narrazione diversa da quella politicamente corretta finora in auge».

Restando all’atteggiamento di giornali e tv nota qualche eccezione al fuoco di sbarramento?

«Da anni nei media è in atto una polarizzazione affettiva che va oltre lo schieramento ideologico. È la logica dell’appartenenza tribale, dello schema amico contro nemico. Questa prospettiva non si modifica nel breve periodo. Non bastano ravvedimenti episodici per mutare lo scenario».

Pur dissentendo su gran parte dei contenuti, Concita De Gregorio ha scritto che «è nata una fuoriclasse» e Michele Serra ha parlato di «rispetto».

«Un aspetto dirompente è che Giorgia Meloni è donna. Dopo che per decenni si è denunciata la sottorappresentazione femminile, davanti a una premier donna sebbene di un altro schieramento, è impossibile rinnegare ciò che si è detto finora. Questo produce un drammatico corto circuito nei politici e nei media di sinistra. Non possono avere un approccio sprezzante come avrebbero di fronte a un uomo».

Se alcuni opinionisti si mettono in discussione anche la sua ricerca sottotitolata «Cittadini, giornalisti e il calo della fiducia nella stampa» necessita di un ricalcolo?

«La posizione dei giornalisti italiani è costante da trent’anni. Giornalisti politicamente orientati quando scrivono potrebbero essere oggettivi. Invece l’italiano medio continua a percepire una distanza tra il suo pensiero e il modo di esprimersi in tv o sui social degli operatori dell’informazione. Se ora lo faranno in modo meno partigiano questo potrebbe aumentare la fiducia verso i giornali. Vedremo».

Abbiamo citato Ferrara, De Gregorio, Serra: è troppo ottimistico dire che quella che Marcello Veneziani chiama la Cappa inizia a incrinarsi?

«Direi di sì. La densità della Cappa deriva da fattori prima internazionali che nazionali. Ora abbiamo un governo politico differente, con un mandato chiaro deciso dagli elettori. Osserviamo cosa farà nei primi 100 giorni e se questo potrà ridurre lo spessore della Cappa. La quale, però, non sarà di certo spazzata via perché gli elementi internazionali non muteranno fino alle elezioni americane del 2024».

Quelle imminenti di midterm non potranno modificare questo scenario, per esempio sulla guerra in Ucraina?

«La situazione in America riguardo all’invasione dell’Ucraina è particolarmente fluida. Ci sono posizioni eterogenee in entrambi gli schieramenti. Ma pur ipotizzando che i repubblicani ottengano una larga vittoria al Senato, e non è scontato, un cambiamento di linea potrebbe avvenire solo fra cinque o sei mesi».

Tornando in Italia, nei confronti di Giorgia Meloni si sta riproducendo lo schema visto con i governi di Silvio Berlusconi?

«La vera differenza è proprio la Meloni. Indipendentemente dalla statura politica, avere una donna premier cambia le carte in tavola. È triste dirlo: non possono attaccare Giorgia Meloni come facevano con Berlusconi proprio perché è donna. Questo mette in parte al riparo il governo stesso. Verosimilmente i media mainstream sarebbero altrettanto clementi davanti a un premier uomo, chiaramente gay. Mentre lo sarebbero di meno davanti a un cinquantenne eterosessuale, magari cattolico e con diversi figli».

Secondo l’ultima indagine di Worlds of journalism study in una scala sinistra-destra i giornalisti italiani sono quelli più a sinistra. Perché, secondo lei?

«Per un mix di due ragioni. La prima riguarda la caduta del Muro di Berlino, cioè la fine del comunismo inteso come minaccia alla libertà. Fino al 1989, l’esistenza del Muro creava una maggiore eterogeneità di posizioni perché anche coloro che avevano simpatie di sinistra erano comunque anticomunisti. Pensiamo, in Italia, alle differenze tra socialisti e comunisti. Caduto il Muro, ovunque cresce la tendenza a omogeneizzarsi. Su questo scenario si innesta in Italia la presenza del più grande partito comunista occidentale che, grazie alla strategia gramsciana dell’egemonia culturale, riesce a coinvolgere intellighenzia e mondo dell’informazione».

Negli altri Paesi occidentali il giornalismo è meno schierato?

«Se si confronta il giornalismo italiano con quello anglosassone si riscontrano due differenze. In primo luogo, una minor capacità d’interpretazione dei dati. In Italia il data journalism non si è ancora affermato e i giornalisti, in possesso di una formazione prevalentemente umanistica, sono meno efficaci nell’interpretare i dati. In secondo luogo, il giornalismo anglosassone ha una maggiore propensione investigativa, finalizzata alla costruzione del racconto e non legata allo sfruttamento immediato. Questo implica un impiego di risorse di cui i media italiani raramente dispongono».

I media sono prodotti o produttori di establishment?

«Entrambe le cose. Sono prodotti della narrazione dominante, univoca e omogenea, la varietà di opinioni è scomparsa. Una sola narrazione è legittima e i media, per isteresi organizzativa, ovvero la difficoltà di un’organizzazione complessa a modificarsi, continuano a riprodurla. Come una profezia che si auto-adempie e si auto-rafforza. Spiega bene questa situazione la parabola dei ciechi e dell’elefante».

In due parole?

«Un cieco tocca la proboscide, un altro tocca le zanne e ognuno di loro si fa un’idea parziale di come sia l’elefante. Quando ritrovano la vista, ovvero fuor di metafora, ci sono le elezioni, si scopre com’è davvero l’elefante e si resta spiazzati».

È ciò che è successo con l’elezione di Donald Trump nel 2016?

«E anche con la Brexit: questi due eventi hanno sconfitto la narrazione dominante. Altrimenti nella propria bolla si sentono ripetere solo gli argomenti in cui si crede. Tuttavia, quando il pensiero unico scopre che i cittadini votano diversamente non mette in dubbio la propria narrazione, ma dà la colpa agli elettori ignoranti».

Come considerare il fatto che l’informazione tv è in larga parte gestita da giornalisti di formazione progressista?

«È una questione di offerta: se la maggioranza delle palline dentro la boccia è rossa è probabile che quella estratta sarà rossa. Ma è anche un fattore di domanda. Siccome la narrazione ha propensione all’auto-affermazione, la richiesta dei produttori televisivi sarà in linea con il mainstream. Anche questo è un meccanismo destinato a riprodursi. Romperlo è costoso, rischioso e richiede molto coraggio»

Sulla pandemia chi dissentiva dalla linea ufficiale lockdown e vaccini è stato etichettato come i deplorable di Hillary Clinton?

«Siccome il mainstream è la verità, chiunque dissenta ha torto per definizione. E se continua a farlo è un analfabeta funzionale, un deplorevole. Se ha credenze forti invece è un complottista. È la teoria del capro espiatorio. Targarlo come complottista serve a escluderlo dall’arena della discussione».

Anche la maggioranza degli italiani contraria all’invio di armi all’Ucraina non è rappresentata nei telegiornali.

«La dinamica è la stessa. Chi ha una posizione critica sulla guerra frutto dell’aggressione della Russia o è escluso o viene rappresentato come una macchietta. Si concede spazio sempre alle stesse persone, delegittimate dal pensiero unico».

La frase di Humphrey Bogart «È la stampa, bellezza!» si concludeva con «E tu non ci puoi fare niente»: una sentenza. Dobbiamo rassegnarci a un’informazione partigiana?

«Nel breve periodo temo non si riesca a fare nulla. Gli incentivi a cambiare possono venire dal mercato editoriale. Se gli italiani che non comprano i giornali iniziassero a comprare quelli che rappresentano idee diverse sarebbe un segnale che qualcosa può cambiare».

È ancora attuale Bertolt Brecht del 1953: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo»?

«Chi è convinto della propria verità non ammette compromessi. E se il popolo non lo capisce peggio per lui: lo dovrà imparare perché le élite non cambiano idea».

Neanche con questo nuovo governo si smuoverà qualcosa?

«In un paio di legislature qualcosa potrebbe cambiare, magari per interessi. Ci sono i fondi pubblici per l’editoria e i posti da strappare in Rai… Si spera sempre in ravvedimenti sinceri, ma per cambiare il sistema possono andar bene anche quelli dettati dal tornaconto».

 

La Verità, 29 ottobre 2022

«Ho vissuto in caserma, mi batterò per le divise»

Quando risponde al telefono, reduce da una giornata di campagna elettorale a Bari, Rita Dalla Chiesa t’inonda con la sua energia: «Sono travolta, i giornali stanno scrivendo di tutto». Ma dopo un attimo spunta l’amarezza: «Internet è una cloaca, mia figlia mi ha impedito di andare sui social. Quando le disobbedisco ci trovo certe cattiverie, ingestibili per la mia testa».

Quali cattiverie?

«Ci sono quelli che dicono che sfrutto il cognome di mio padre. Dopo 40 anni di lavoro senza raccomandazioni, certe parole feriscono. Hanno scritto che sono entrata nel partito che ha fatto uccidere mio padre. Non so come spiegarmelo, penso siano persone malate, magari provate dai due anni di pandemia. Nella mia vita ho sempre fronteggiato gli attacchi, ma queste malvagità mi fanno vacillare».

È sorpresa da tanto livore?

«Un po’ lo conoscevo perché sono sempre stata sui social. Mi sono tolta da pochi giorni, per evitare quest’odio… C’è anche qualcuno che non condivide la mia idea, ma mi dice lo stesso in bocca al lupo. Amo il confronto, ma l’odio scaricato su Silvio Berlusconi ora si riversa anche su di me perché ho lavorato a Mediaset e l’ho difeso».

Era accusato di contiguità con la mafia.

«È stato assolto da tutti i processi, sono stanca di ripeterlo. Fino a prima di entrare in politica nessuno lo accusava. Poi, siccome lo temevano per il suo carisma e le sue capacità, improvvisamente lo hanno ritratto come un sostenitore della mafia. A volte penso che se mi avesse candidata la sinistra e frequentassi l’Ultima spiaggia di Capalbio nessuno avrebbe detto niente».

Perché?

«Perché la sinistra controlla i media e può contare sugli intellettuali e i salotti. Conosco quegli ambienti, li ho frequentati. Ho visto le case, le barche, i patrimoni. Per loro la destra è una realtà da cancellare. Invece io credo che si possa confrontarsi civilmente».

Candidata alla Camera nell’uninominale di Molfetta e come capolista nel proporzionale a 74 anni: signora Dalla Chiesa, lei è una donna avventurosa?

«Mi hanno dato una vita e provo a viverla fino in fondo. Anche alla mia età, adagiarmi non è nel mio carattere. Ero nel mondo dei carabinieri pieno di regole, ma mi sono separata in anni in cui era rarissimo. Oggi, più vedo ingiustizia nel tentativo di fermarmi, più trovo motivazione per andare avanti».

La sua candidatura ha sorpreso qualcuno?

«Quelli che, non conoscendo la mia famigliarità con la Puglia, pensano che sia una paracadutata. Invece ho molti legami, papà e mamma si sono conosciuti a Bari, ho vissuto in una caserma sul lungomare. Ho lavorato a RadioNorba e TeleNorba e ho un ottimo rapporto con il pubblico. Al Bano mi ha fatto conoscere il Salento, in Puglia vengo spesso in vacanza».

L’ha convinta Berlusconi?

«Avevo parlato con Licia Ronzulli e Antonio Tajani, ma quando hanno capito che stavo resistendo, mi ha chiamato Berlusconi».

Resistendo?

«Ognuno ha i propri limiti e sa fin dove si può spingere. Non sono una tuttologa».

In passato aveva già declinato la proposta di Berlusconi, invece stavolta?

«Ho accettato proprio perché amo la Puglia e qualcosa di piccolissimo spero di riuscire a farlo. Poi quando sei avanti negli anni ti vien voglia di metterti in gioco, di non delegare. La politica mi piace, o lo faccio adesso o mai più».

Aveva declinato anche l’invito di Giorgia Meloni a candidarsi sindaco di Roma?

«Non mi sentivo all’altezza, è giusto riconoscere i propri limiti».

Le dispiace che la miniserie Il nostro generale dedicata a suo padre interpretato da Sergio Castellitto sia stata posticipata?

«Molto. Purtroppo le regole sono queste… Da veri professionisti Castellitto e Teresa Saponangelo hanno voluto incontrarmi per parlare di mio padre e mia madre. E così anche i miei fratelli. Forse la Commissione di Vigilanza è stata più realista del re. Ma qualche anno fa avevano già spostato la fiction su Paolo Borsellino perché si era candidata la sorella. Se avessi saputo prima che la serie sarebbe slittata forse avrei riflettuto di più sulla candidatura».

Qualche anno fa non si era lasciata benissimo con Mediaset o sbaglio?

«Se si riferisce a Forum è passato un po’ di tempo. Con Videonews ho sempre ottimi rapporti, Paolo Del Debbio e Mario Giordano m’invitano spesso. Sono arrivata a Mediaset chiamata da Arrigo Levi che allora dirigeva un settimanale di attualità su Canale 5. Non mi ha cooptata Berlusconi, come molti dicono».

Però l’ha voluta in Forza Italia candidandola in un collegio blindato in Puglia.

«Se i collegi sono blindati lo si vede al momento dello spoglio. Sicuramente quello pugliese può essermi amico».

L’ha coinvolta come candidata antimafia?

«Ne ho parlato anche con Licia Ronzulli, le mie battaglie sono sempre state contro la criminalità e in difesa delle forze dell’ordine. La mia famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Però sono una donna libera, ho sempre portato avanti idee che ritengo non debbano essere appannaggio solo della sinistra, come alcuni diritti civili, la difesa degli animali».

Ne ha parlato con suo fratello Nando?

«È la prima persona che ho chiamato. Nando e mia sorella Simona mi hanno detto la stessa cosa: “Se è una proposta che ti stimola e nella quale puoi rimanere te stessa, perché no?”. In Forza Italia tante persone la pensano come me. Sembra che alcune battaglie siano monopolio della sinistra, ma non è così».

Per esempio, quali?

«La difesa dei gay: per me non dovrebbe esistere neanche la parola. Esiste l’amore ed esistono le persone. Oppure essere di Forza Italia vuol dire essere razzisti e omofobi, come dicono certi soloni della sinistra?».

Su quali temi pensa di impegnarsi?

«Sono nata e cresciuta in caserma e vorrei promuovere la tutela delle forze dell’ordine. Conosco la fatica non solo fisica e la difficoltà di carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili del fuoco a mantenere le loro famiglie con stipendi miserrimi. Mancano i fondi e i mezzi per raggiungere i luoghi più sperduti del Paese. Spesso le divise devono comprarsele loro. Eppure vengono additati come il male. Mi batterò perché siano protetti dalla politica e dalla magistratura».

C’è un’emergenza sicurezza nelle città italiane?

«In alcune città sicuramente sì. Se non lasci intervenire le forze dell’ordine per timore di quello che potranno dire i giornali questa insicurezza durerà a lungo. Lo stesso se fai uscire dopo due ore un malvivente colto in flagrante. Ci vuole rispetto anche per il poliziotto che per arrestarlo ha lavorato e rischiato. In difesa delle donne vorrei una magistratura più vigile, che intervenisse alle prime denunce, non solo dopo che il violento ha colpito e magari ucciso, come abbiamo visto in questi giorni».

Come valuta i dati diffusi dal Viminale che parlano del 39% di reati di violenza sessuale commessi da extracomunitari?

«Quando li accogliamo dobbiamo dare loro anche la possibilità di una vita normale e civile. Se vivono in strada, da emarginati, si espongono alle opportunità offerte dalla criminalità, diventando potenzialmente violenti. Non credo che nei loro Paesi si comporterebbero così».

Purtroppo una vita normale è una possibilità per pochi di loro, ma sempre i dati del Viminale parlano d’ingressi in costante aumento.

«Ha assolutamente ragione Salvini, con lui ministro degli Interni gli sbarchi erano diminuiti. Purtroppo, molti di quelli che sono già qui non hanno trovato il riscatto sperato. Vivono nei container o in certi casermoni delle periferie dove l’unico modo per sopravvivere è lo spaccio e la malavita. Anche in questo caso una presenza più attiva delle forze dell’ordine aiuterebbe a contenere il problema».

Il meccanismo della campagna elettorale è alimentare la paura dell’uomo nero?

«Non si parla di programmi. Il centrosinistra non mi pare proponga dei contenuti, l’unico scopo è tenersi la poltrona, a prescindere dal partito. Almeno la destra quella è e quella rimane. A sinistra, una mattina sono alleati in due, il giorno dopo in tre per paura di perdere. Anche se poi, come abbiamo visto, pure perdendo governano».

Cosa pensa del post di Chiara Ferragni sul pericolo di non poter abortire se vincerà la destra?

«La Meloni ha già risposto: c’è una legge approvata tanti anni fa. Raschiano il fondo del barile pur di attaccare la destra».

Spaventare i cittadini sa di paternalismo?

«Ma gli elettori non sono dei bambini e sanno valutare. Non sono spaventati da ciò che potrà arrivare, ma da quello che già c’è: la crisi economica, i costi, gli aumenti delle bollette… I cittadini devono vivere non sopravvivere».

Le piacciono i manifesti di Enrico Letta che dividono il mondo tra rossi e neri?

«Li ho trovati ridicoli. Mi meraviglio che nessuno lo abbia fermato prima».

Se il centrodestra non vincerà nettamente Forza Italia potrebbe puntellare una maggioranza Ursula, con dentro tutti salvo Lega e Fdi?

«È un’ipotesi che al momento non prendo in considerazione. Ci penserò se dovesse succedere».

È l’ipotesi auspicata da Carlo Calenda che ha assorbito due ministre di Forza Italia.

«È un’ipotesi sua. Non vorrei parlare di Mara Carfagna e Maria Teresa Gelmini. Penso che oltre la ricerca del potere ci sia la gratitudine e i problemi si possano sempre risolvere in famiglia».

Le è piaciuto il discorso di Mario Draghi al Meeting?

«Draghi è una persona che apprezzo. Ho visto un applauso caloroso, ma non ho capito se al Draghi che si congeda dalla politica o al Draghi che ci ritornerà».

Qualcuno ha sottolineato la sua insistenza europeista.

«Credo che l’Italia sia già abbastanza europeista di suo. Con tutto il rispetto per Draghi, non abbiamo bisogno di farcelo ripetere continuamente».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Non ho la sfera di cristallo. Se dovesse essere Giorgia Meloni sarei contenta non perché è una donna, ma perché è una persona coraggiosa e corretta anche con gli avversari».

Il criterio è chi prende più voti?

«Sono lontana dalle alchimie della politica e spero di continuare a esserlo. Se il criterio fosse questo, probabilmente toccherebbe a lei».

Per Berlusconi sarebbe un boccone dolceamaro?

«Non sono nella sua testa, ma conoscendolo come un gran signore penso che le aprirebbe la porta».

 

La Verità, 27 agosto 2022

«I nostri diplomatici me li infilo nel taschino»

Proverbi, sintassi incerta e istinto arcitaliano.

Senatore Antonio Razzi, ha voglia di fare un’intervista da vero irregolare?

«Ma io sono abbastanza regolare».

Però è un po’ fuori dagli schemi.

«A seconda…».

Quante vite ha, senatore?

«Sette come i gatti».

La sua preferita?

«Non riesco a fermarmi. Si dice che chi si ferma è perduto e io non voglio perdermi».

Com’è nata l’idea della mostra fotografica «Super Razzi!» all’«Asino che vola» di Roma?

«L’ha avuta Dejan Cetnikovic, un conduttore di Radio Rock che ogni tanto fa cantare i politici davanti al Senato. Ha chiamato Claudio Donati, un suo amico artista con i capelli lunghi, proponendogli di farmi delle fotografie. Lui mi ha prestato giacche e foulard e io mi sono prestato a queste foto».

Ce n’è una in cui è vestito da Dracula.

«Aveva un mantello di velluto… una cosa caratteristica. Ma io non sono Dracula, non è nel mio stile».

Quella con cilindro e candelabri lo è?

«Sì, non dico essere stravagante ma quasi. Come diceva il marchese del Grillo: io sono io e voi che volete? Il Signore dice che si vive una sola volta. Voi quante volte avete vissuto? Perciò, vivi e lascia vivere».

Il marchese del Grillo concludeva in modo diverso.

«Sì, ma io adatto. Io sono io e voi potete ridere, ma non importa. Quelli che se la ridono sotto i baffi perché sono intelligenti… Invece, ne dovete mangiare di sale per fare quello che ho fatto io. Amico mio, io ho dovuto camminare sopra i carboni bollenti. Per arrivare dove sono arrivato ci vuole ’a capa. Uno che ha fatto due legislature alla Camera e una al Senato non è così ciuccio».

In un’altra foto indossa un colbacco, sarà mica putiniano?

«È solo un modo di vestire. Non è che uno che porta il colbacco dev’essere russo. Lo possiamo portare tutti in caso di freddo, è un copricapo che nasce lì».

La sua prima vita è quella di emigrante?

«Sono partito a 17 anni dal paesello per andare a Emmenbrücke vicino a Lucerna, in Svizzera. I genitori volevano far stare bene i figli. Avevo una valigia piena di formaggi, salumi e bottiglie d’olio. Neanche due lire in tasca. Appena arrivato ho chiesto un prestito di 20 franchi svizzeri che ho restituito con la prima paga. Ho fatto l’operaio tessile per una vita, è normale che sbaglio i congiuntivi. Lavoravo alla Viscosuisse notte e giorno, la domenica, sempre».

Come ha fatto a diventare deputato dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro?

«L’avevo invitato a una festa abruzzese in Svizzera. Lui ha visto tutta questa gente e mi ha chiesto se potevo rappresentarlo. Ho fondato un circolo a Lucerna e poi lui mi ha nominato responsabile estero dell’Italia dei valori. Siccome nel 2006 mancavano due persone per formare la lista europea alla Camera, mi ci sono messo senza fare campagna elettorale. Alla fine sono stato eletto ed è stata una sorpresa non solo mia».

Le manca la politica attiva?

«Se dicessi di no sarei un bugiardo. Certo che mi manca, vedo questa gente che non lavorano, vado al Senato e non c’è nessuno, in quattro anni se hanno fatto un anno di lavoro è tanto. La scorsa legislatura i 5 stelle dicevano che bisognava lavorare anche il venerdì e il sabato. Volevano aprire il Parlamento come una scatola di tonno e ora se lo sono magnato tutto, un altro po’ e se magnavano pure la scatola».

Senza politica, ma molto attivo.

«Mia moglie mi dice sempre: “Se c’è un terremoto non ti becca in casa”. Sto sempre fuori, a qualche manifestazione. “Non potresti stare a casa a leggere i giornali e guardare la tv?”».

Invece è andato in Ucraina in missione umanitaria.

«Con un’associazione diplomatica di Malta. Avevamo due pullman pieni di generi alimentari, ognuno con 70 posti a sedere».

A cosa servivano?

«Per riportare in Italia donne, bambini e anziani che volevano venire via dalla guerra e hanno parenti qui. Io però non ho potuto entrare perché sono nella blacklist di Zelensky».

Perché?

«Nel 2018 ero andato a Donetsk per fare il controllo sul referendum. Quelli che sono stati lì sono tutti nella blacklist. Vedi lei se questa è democrazia. È come se dicessi a uno che se va a casa di altri non può più venire da me».

Quindi, non è entrato in Ucraina?

«I miei amici sì, io sono rimasto a Siret in Romania, oltre il confine. Li ho aspettati e siamo ripartiti».

È favorevole all’invio delle armi in Ucraina e alle sanzioni alla Russia o a quello che dice il Papa?

«Sto con quello che dice il Papa, parole sante. Se mandi le armi servono a uccidere la gente. Sono favorevole a non mandarle».

Qualche giorno fa ha detto che in questa guerra non ci sono buoni e cattivi assoluti.

«Di solito le guerre sono come una coppia che si separa: la colpa è di tutti e due. Perché la diplomazia ha fallito, dal 2014 non ha fatto niente. Se c’erano ancora politici come Andreotti o Kissinger non c’era questa guerra. Oppure Trump, che non ne ha mai fatta una. Le guerre servono per il business, non per aiutare i popoli. Si vede che c’è qualcuno che con la guerra si fa ricco».

Prima dell’Ucraina era stato in Corea del Nord, com’era andata laggiù?

«Queste missioni servono per la distensione tra Paesi e noi italiani in Corea siamo ben visti. Lì quando vedono made in Italy sono contenti. I nostri frigoriferi servono per conservare le mele. Ci sono i parchi giochi con le giostre fatte dagli italiani. Mi hanno portato, ma io non ci vado neanche se mi pagano sulle montagne russe».

Approva i tentativi di Matteo Salvini di andare a Mosca?

«Guarda… credo che se non ci si prova a parlare non fa mai giorno. Se Salvini ci vuole andare va bene, ma credo che ci dovrebbe andare il ministro degli Esteri. Il governo lo rappresenta il ministro che si deve rimboccare le maniche, ma non so se è all’altezza. Poi ridono di Razzi, ma io me li metto tutti nel taschino… Parlare con il leader siriano Bashar al-Assad o con quello coreano Kim Jong-un non è da tutti».

È una diplomazia dilettantesca?

«Ci vuole una certa ufficialità. Io conosco parlamentari sia ucraini che russi. Ci ho parlato la settimana scorsa con Oleg, un russo che sta nella Duma».

E con quelli ucraini?

«Non funzionava whatsapp e ho smesso. Oleg mi aveva detto che in 4 o 5 giorni finisce tutto e io gli ho detto: qui sono 110 giorni. Non posso fare niente perché non ho nessun mandato, non rappresento nemmeno mia moglie che è spagnola e l’ho conosciuta in Svizzera, figurati se rappresento l’Italia. Se mi danno un mandato ci vado anche domani».

Adesso sta a Roma o in Abruzzo?

«A Roma, ma sto tornando a Pescara per organizzare lo sposalizio di mio figlio».

Ha più rivisto il suo quasi conterraneo Di Pietro?

«L’ho incontrato al Senato alcune volte, e qualcuno mi ha chiesto: “Ma non la saluta?”. Non mi salutava quando stavo con lui, figurati adesso. Ma io lo devo ringraziare perché mi ha messo in lista per primo».

E Domenico Scilipoti, il collega con il quale salvò il governo Berlusconi nel 2010?

«È difficile incontrarlo. Fa delle conferenze, è laureato. Io non sono dottore, parlo di lavoro e basta».

Quindi la politica le manca?

«Sì, perché specialmente nella politica estera mi sento un leone confronto a questi. Avevo appuntamento anche con Maduro in Venezuela dove ci sono 130.000 pensionati italiani. Ho un fratello che vive lì e mi dice che cambiano l’euro come vuole lui, Maduro. Gli italiani hanno fatto ponti e strade in Venezuela, non puoi trattarli male. Ma non sono riuscito ad andare perché non sono stato ricandidato ed è finita così».

Perché non l’hanno ricandidata?

«Paolo Romani, il capogruppo del Senato di allora, non mi ha difeso. Quando c’era da comporre le liste non mi ha detto niente. Berlusconi stava male ed è sparita la mia candidatura. Ci vuole rispetto, almeno avvisami, uomo avvisato mezzo salvato. Invece l’ho saputo dalla stampa… Potevano dirmi: dopo tre legislature può riposarsi, ci sono tanti in lista d’attesa…».

Oltre alla politica le manca qualche politico?

«Sicuramente Berlusconi. Li conosco tutti, ma come lui non ce n’è nessuno. È un grande statista, non guarda in faccia se sei ricco o povero. È l’unico che mi ha abbracciato e mi ha detto benvenuto nella mia famiglia, io che sono un emigrato, un operaio. Poteva diventare presidente della Repubblica, ma hanno sbagliato strategia perché sono dei principianti. Pensi a quello che ha fatto con il Milan. Adesso in tre anni ha portato il Monza in serie A».

Segue il calcio?

«Sono della Juventus, il presidente lo sa. Non è che posso cambiare squadra, non mi vendo l’ideologia che avevo da bambino, dai tempi di Charles, Sivori e Boniperti».

Qualche nuova passione?

«Mi piace lo sport in generale, le moto. Pratico il padel e il tennis. Per il padel ci vogliono i riflessi».

Frequenta i social network?

«Sì, ho una brava studentessa di Scienze politiche a Tor Vergata, si chiama Marica: lei cura i social e io le insegno come si fa la politica. Ci aiutiamo come tra padre e figlia».

Un’altra sua vita è da ospite televisivo.

«Ballando con le stelle mi ha fatto ringiovanire dieci anni. Il ballo era la mia passione da ragazzo. In Svizzera se volevi conquistare le ragazze o sapevi ballare o nessuna veniva».

Sarà ancora giurato a Il più bello d’Italia?

«Sì, anche alla Venere d’Italia. L’anno scorso ad Amalfi abbiamo fatto un video su TikTok con Marica e ballato tutti insieme: “Senatore, lei è uno dei nostri”».

Sta bene in mezzo ai giovani?

«Altroché. Queste belle ragazze possono essere mie nipoti. Ne ho una di 17 anni, figlia di Mirko che vive a Saragozza con la moglie, e uno di 21, figlio di Gionata, al quale è nata un’altra bambina».

Qual è il figlio che si sposa?

«Gionata, anche lui sta in Svizzera. Finalmente a 42 anni ha deciso di sposarsi con Raffaella, una ragazza abruzzese. E noi siamo felici, insieme al matrimonio faremo anche il battesimo della bambina».

È vero che ha invitato anche Berlusconi?

«Se venisse mi farebbe il regalo più bello della vita. Ho dato l’invito a Gianni Letta, mi ha detto che ci pensa lui. Lo aspetto a braccia aperte, come lui mi ha abbracciato quella volta…».

Mi tolga una curiosità, perché l’ha chiamato Gionata?

«Appena sposati io e mia moglie stavamo guardando un film della Bibbia e il figlio del re si chiamava così. All’unanimità abbiamo scelto quel nome, ma senza la enne finale. Anche l’infermiere dell’ospedale disse che era un bel nome. Certo, dovevamo mettergli un nome brutto?».

 

La Verità, 18 giugno 2022

«Faccio politica per la mia famiglia: i follower»

In un appartamento di una palazzina a schiera tra Padova e la Riviera del Brenta vive Sara Piccione, 19 anni, 515 mila seguaci su TikTok e 336 mila su Instagram, candidata alle amministrative del 12 giugno con «Padova di Tutti», lista considerata «a sinistra del Pd». Ad attendermi, davanti alla casa della «Chiara Ferragni del Nordest», c’è Salim El Maoued, candidato sindaco e medico di origine libanese. Lei è la sua mutuata più famosa. Voce dolce, occhi da cerbiatto e unghie come lame di porcellana rossa, Sara è un cucciolo che può graffiare.

Mi racconti la tua giornata tipo?

Dopo colazione pubblico qualche storia per dare il buongiorno ai miei follower. Poi vado a scuola e anche da lì posto qualcosa o rispondo alle richieste di consigli. Quando torno a casa verso sera, faccio i video per TikTok e posto altre storie. È il mio lavoro, poi vado a cena.

Che scuola fai?

Ho fatto un corso di estetica di tre anni. Ora sto frequentando un altro anno per poter aprire un centro estetico.

Niente università?

Finito quest’anno vorrei prendere un diploma alla scuola serale che mi dia la possibilità di accedere all’università. A Ferrara c’è un corso di estetica.

In cosa consiste precisamente il lavoro d’influencer?

Se un brand mi chiama per una sponsorizzazione, ci mettiamo d’accordo sul tipo di collaborazione e scegliamo se pubblicare un post o una storia. È l’attività dell’imprenditrice digitale; nel caso di TikTok si chiama «content creator».

Immagino che tu ne tragga un guadagno.

A volte sì, a volte no, dipende dal brand.

Che tipo di brand ti contattano?

Della moda, in generale.

Che oggi si dice fashion?

Non proprio. La moda riguarda il vestire. Il fashion ha a che fare con le sfilate, le tendenze…

Scegli di postare su Instagram o TikTok in base al target o ai contenuti?

Ai contenuti. Su TikTok la maggior parte degli influencer sceglie tra comedy e balletti. Io invece metto insieme comedy, balletti e trend.

Fai tutto da sola o ti fai aiutare da un personal branding?

Mi arrangio da sola. Se ho bisogno di consigli chiedo alla mia agenzia.

Cioè?

Un’agenzia di influencer.

È una notizia.

Sono agenzie che ci aiutano e ci danno dei consigli. Trovano le collaborazioni, contattano i clienti che cercano le sponsorizzazioni, trattano con loro.

E se sei indecisa su un post chiedi a loro?

A volte suggeriscono qualche correzione o anche di evitare. Poi, però, decido io.

Come li paghi?

Si trattengono una percentuale.

Perché i tuoi post si concludono spesso con «Amori»?

È un modo carino di rivolgermi ai followers e farli sentire ancora più dentro la famiglia.

Cosa vuol dire esattamente?

Che non sono solo dei numeri, ma un gruppo di persone che mi seguono e magari si ispirano a me. Cercano dei consigli e tu un po’ gli fai da madre, da sorella maggiore, da migliore amica.

Amore e famiglia non sono parole un po’ impegnative?

No, perché? Sui social c’è gente che si è affezionata a me. Se li chiamassi semplicemente «ragazzi» potrebbe sembrare che non mi interessano abbastanza. Invece tengo a loro, ne ho conosciuti molti, non tutti perché abitano ovunque…

Su Instagram ci sono dei post più riflessivi e ispirati, che non c’entrano con la moda: è tutta farina tua?

A volte prendo spunto da un testo sul Web e lo modifico. Elimino ciò che non c’entra con me ed elaboro e propongo dei pensieri miei.

Che cos’hai tratto dalla partecipazione al Collegio di Rai 2?

Mi ha cambiato, sono cresciuta tanto. Prima ero molto timida, a scuola stavo sempre zitta. A 15 anni non uscivo di casa, non riuscivo a farmi degli amici. Dopo Il Collegio ho superato la timidezza e altre paure.

Tipo?

Parlo con i professori e… cose più private.

Perché hai deciso di candidarti alle elezioni di Padova?

Voglio aiutare i giovani e le donne.

Le ragazze?

Anche i ragazzi.

Da consigliere comunale quale sarebbe la tua prima proposta?

Metterei più tram di sera in modo che i giovani non debbano tornare a casa a piedi con la paura di imbattersi in uno spacciatore dietro l’angolo.

Che cosa vuol dire essere a sinistra del Pd?

Siamo una lista civica, né di destra né di sinistra. Io mi sento di centro.

Sei mai stata al Festival di Sherwood?

Non ho tempo, studio o lavoro con i social.

Conosci il centro sociale Pedro?

Ne ho sentito parlare, ma non è uno dei miei posti.

Mancano luoghi di aggregazione per i giovani?

Mancano soprattutto nelle periferie che sono ridotte malissimo. Serve qualcosa per unire i giovani, palestre comunali, sale studio… Questo è un altro dei miei obiettivi.

Conosci il nome di qualcuno che è stato importante per Padova?

(…) Lo sguardo si orienta verso El Maoued, che la incoraggia: «Su… un medico… Vincenzo Gallucci, il primo italiano a fare il trapianto di cuore…».

Il nome di Toni Negri ti dice qualcosa?

(…) Sempre El Maoued: «Devi saperlo!».

C’è bisogno di studiare…

Lo so. Nei giorni scorsi un giornale locale ha innescato una polemica.

Ti hanno criticata?

Hanno scritto che la mia candidatura è la prova della crisi della politica. Ma io non vedo alcuna crisi, perché per me e i miei followers la politica non è mai esistita. L’unica volta che si è occupata di noi è stato per chiuderci in casa, metterci in Dad e accusarci di essere gli assassini dei nostri nonni.

I followers sono elettori? Se ti votasse solo l’1 per cento saresti eletta.

La maggioranza di loro non sono padovani. Che problema c’è se un’influencer vuole rappresentare il disagio e le speranze dei giovani?

Di sicuro fai parte di un’operazione di marketing per la lista.

Sono stata io a dire a Salim: «Se vuoi ci sono». «Bisogna riconoscerlo», interviene El Maoued, «oggi la politica è anche questo. Siamo amici da sempre, la conosco da quando è piccola, quasi come fosse mia figlia».

Hai mai il dubbio di essere finita in un gioco più grande di te?

No. Sono convinta e decisa ad aiutare le giovani donne a essere più protagoniste.

Vuoi fare spettacolo o politica?

Non faccio politica. Provo ad aiutare i giovani visto che sono stati zitti per molto tempo. Il mio campo è lo spettacolo, che può rappresentare una possibilità per la mia generazione.

Cosa guardi in tv?

Reality e serie… il Grande fratello vip. Invece L’Isola dei famosi non mi piace.

Ti spedisco in convento?

M’incuriosisce, ma non l’ho ancora visto.

Le serie preferite?

Gossip girl mi piace un sacco. Poi La regina del sud e Sabrina. Tutte su Netflix.

Ti piacciono i Måneskin?

No, non mi piace la loro musica.

Che musica ti piace?

Blanco è molto bravo. Sono contenta che abbia vinto Sanremo.

Farai delle manifestazioni pubbliche durante la campagna elettorale?

Lavorerò soprattutto con i social. E poi, sì, a metà maggio dovrei presentare una serata in un parco della città con dieci band musicali.

Il tuo modello è Greta Thunberg o Chiara Ferragni?

Sono persone diverse. Mi piace Greta, però anche Chiara Ferragni ha aiutato tanti bambini. È una domanda difficile, vorrei essere un po’ tutt’e due.

 

Panorama, 4 maggio 2022

Fiorello, patrimonio del divertimento italiano

Leggerezza, giocosità, buona musica, invenzione, spensieratezza: dove si trova tutto questo? Nel nuovo show di Rosario Fiorello, intitolato Fiorello presenta, con l’aggiunta del nome della città nella quale va in scena il recital. Venerdì sera è toccato a Padova. Oltre due ore di puro divertimento, concluse con l’intera platea in piedi, prima a ballare e cantare insieme allo showman, poi ad applaudirlo per i saluti finali e richiamarlo al bis. Il Teatro Geox era sold out nei suoi 2500 posti a sedere, tanto che sono state aggiunte nuove date a fine marzo, dopo che la tournée avrà toccato altre città. Sarebbe facile raccontare lo spettacolo citando le battute e i tormentoni, ma vorrebbe dire togliere il piacere della sorpresa ai prossimi spettatori. Gli show saranno sempre diversi, da una città all’altra e la contestualizzazione accentuerà la differenza. Padova, com’è noto, è la città dei «tre senza». Prato della Valle, la piazza senza il prato, il caffè Pedrocchi, senza le porte, il Santo, senza il nome. «Ma ha un con che compensa tutto: lo spritz». Fiorello usa il dialetto alla perfezione nell’intercalare del turpiloquio e di quella grinta un po’ rabbiosa dei veneti, punteggiatura della serata opposta ai Brividi lamentosi di Mahmood.

Tutto, però, è universalmente italiano. Musica, gag, brevi squarci di vita quotidiana, imitazioni volanti, karaoke in giacca color zucca e coda di cavallo, amarcord d’infanzia e di gioventù, improvvisazioni con il pubblico nel quale erano confusi il sindaco Sergio Giordani e Adriano Panatta, infilzato per tutta la sera come una bambolina. Un varietà assoluto, nel senso della versatilità dei linguaggi e delle espressioni. Ma anche nel senso delle varie età cui si rivolge e di cui, con rapido appello, Rosario ha voluto conoscere la diversa rappresentanza in sala. Se ci fosse un organismo deputato a tutelare il patrimonio dell’italico divertimento come l’Unesco sancisce la protezione dei patrimoni dell’umanità, lo showman siciliano andrebbe iscritto per primo in questa speciale categoria. Fiorello è un artista completo, compiuto, perfettamente risolto. Regalare uno spazio di piacere collettivo come ha fatto l’altra sera è qualcosa di unico. Non si tratta solo di evasione, di distrazione di massa. Le problematiche della quotidianità, soprattutto quelle connesse al rapporto tra le generazioni, non sono dimenticate, ma riproposte in chiave comica, paradossale o sull’onda di felici iperboli, con l’esito di sdrammatizzarle. Uno show in cui si parla con delicatezza del tempo che fugge veloce e della morte.

A ben guardare, c’è un’avvertenza sottesa all’intero canovaccio: la giusta distanza dalla politica. Proprio questo, in fondo, dà ariosità e freschezza a tutto lo spettacolo. Siamo persone, molto prima e molto più che militanti di qualcosa, espressione di qualche schieramento. La politica è divisiva e un filo tossica. Fiorello se ne sta alla larga, sfiorandola appena con una rapida citazione della padovana presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e con la gag innocua dei cloni di cui si servirebbero il presidente Sergio Mattarella, la regina Elisabetta d’Inghilterra e qualche altro vip. Non ci sono manierismi, gne gne salottieri, correttismi dei migliori. Ma joie de vivre, voglia di cantare e ballare, attraversando i decenni e connettendo le generazioni attraverso i generi musicali. Una delle eredità lasciate dall’ultimo Festival di Sanremo è proprio il confronto a distanza tra le diverse età e la difficoltà a intrecciarne i linguaggi. In La musica è cambiata?! (Baldini+Castoldi) lo sostiene anche Mimma Gaspari, storica promoter di Paolo Conte, Gianni Morandi e Renato Zero: i rapper e i trapper di oggi non conoscono e forse nemmeno vogliono conoscere la musica di ieri, la tradizione melodica e il mondo dei cantautori. Fiorello prova a creare questa comunicazione proponendosi come ponte tra universi paralleli, per evitare di rapportarci al rap come i nostri genitori facevano con i Bee Gees. Così I giardini di marzo surfano su una metrica sincopata e Figli di puttana di Blanco prova a trasformarsi in una ballata di Domenico Modugno. Gli Ottanta e i Novanta sono stati decenni fortunati per la fusion, il jazz rock interpretato da musicisti particolarmente talentuosi. Ma Fiorello non compie un’operazione virtuosistica, la sua comunicazione non ha niente di etico e viaggia sulle ali del divertimento, suo e nostro. Se i brani dei rapper contemporanei usano senza sfumature il turpiloquio, Gino Paoli e Tony Renis si divertivano con le metafore e i sottotesti del Cielo in una stanza e di Grande grande grande. Sul sesso non si poteva essere espliciti, eppure il linguaggio era più fresco perché non incombeva il politicamente corretto. Edoardo Vianello poteva cantare I Watussi («Nel continente nero/ Alle falde del Kilimangiaro/ Ci sta un popolo di negri…») che oggi Ghali riproporrebbe in versione urban liofilizzata. Fiorello contamina, divaga, sconfina nella musica classica citando l’Ave Maria di Schubert cantata in latino da chierichetto, fino a proporre un’ispirata versione del Padre nostro sulle note di un brano di Tiziano Ferro. Narra Elvis Presley in vacanza in Italia che si affaccia dalla Torre degli Anziani roteando il bacino e s’imbatte in Questo piccolo grande amore di Claudio Baglioni… Plana sull’adolescenza e la psicologia moderna che raccomanda ai genitori di dialogare senza giudicare per «non minare l’autostima dei figli» anche quando prendono tre nel compito di greco. Seguono gli omaggi senza pose ruffiane a Raffaella Carrà e Franco Battiato, il medley di karaoke, la disco anni Novanta… Tutti in piedi con Ciuri.

 

La Verità, 20 febbraio 2022

«Se il premier punta al Colle, elezioni inevitabili»

Giulio Tremonti è stato ministro delle Finanze e dell’Economia nei governi Berlusconi. L’ultimo suo libro, edito da Solferino, s’intitola Le tre profezie – Appunti per il futuro dal profondo della storia.

Professor Tremonti, sul futuro del Paese si staglia l’elezione del presidente della Repubblica: come andrà a finire?

«Sulla elezione del Capo dello Stato si stanno moltiplicando articoli e memorie, libri e aneddoti, tutti comunque riferiti al passato, alla Prima e alla Seconda repubblica, ovvero riferiti a un passato felice o semi-felice che non c’è più. Oggi la realtà è diversa e drammatica ed è quella che è stata descritta con terribile lucidità da Rino Formica: “Un ciclo si è chiuso. Oggi c’è un Parlamento decomposto e incontrollabile”».

Insomma, finirà male?

«Bertolt Brecht scriveva: “Beato il Paese che non ha bisogno di eroi”. Oggi è pure peggio, data l’assenza di eroi. È per questo che pare diretta al naufragio la nave della “concordia” varata magicamente per notturno artificio nel febbraio scorso. Un naufragio nelle torbide acque della politica nazionale, e fra poco nelle tempestose acque di quella internazionale. Con una specifica: è un naufragio non per tragedia, quasi per commedia».

In che senso?

«Si sta ripetendo la storia dell’altra Concordia, la nave da crociera che naufraga dopo un lunghissimo inchino, con l’astuta discesa del suo comandante. Senza che ci sia un ufficiale che invita al rispetto del dovere, intimando di tornare a bordo, nel pieno di quello che era e che è ancora un possibile naufragio».

Dopo aver tentato di scendere, il comandante che tornasse a bordo godrebbe ancora di autorevolezza e di carisma?

«Non credo alla discesa, credo al senso di responsabilità».

In assenza di eroi e dentro un quadro così fosco, a cosa possiamo appellarci?

«Nella Repubblica di Platone la politica è definita come la forma superiore della tecnica perché per fare politica devi conoscere insieme la struttura della nave, l’equipaggio, i fondali, le correnti, i venti e le stelle. Semplificando, oggi la nave è il Palazzo, l’equipaggio è il popolo, il resto, i fondali, i venti, le correnti e le stelle sono il mondo circostante».

Cominciamo dal Palazzo.

«Ci sono tre palazzi: Montecitorio, Palazzo Chigi e Quirinale. Nel fare le elezioni del presidente della Repubblica, il primo palazzo, il Parlamento, che rappresenta la volontà popolare, è stato sempre centrale. Il secondo palazzo, il governo, è sempre stato quasi del tutto irrilevante e, comunque, mai in concorrenza alternativa con il terzo».

Come invece sembra accadere oggi?

«Speriamo di no».

Passiamo al popolo.

«Nella nostra storia repubblicana è stata sempre rispettata la centralità del popolo, ma in questa fase c’è l’impressione di una marginalizzazione del popolo da parte del palazzo. Si ha la sensazione che non sia sovrano, ma sovranizzato».

Può spiegare?

«Giorno dopo giorno aumenta l’evidenza, e non solo nei sondaggi, delle paure e delle sofferenze crescenti che investono sempre più larghi strati della popolazione. Contemporaneamente, c’è la sensazione di una sovrana indifferenza».

Dove la vede?

«Gli esempi non mancano e crescono di giorno in giorno. Da ultimo si riducono le tasse a chi ha di più e non ha chi ha di meno. Le mascherine sono un costo imposto a tutti, anche senza sgravi per chi ha di meno. I rincari non sono solo sulle bollette dell’energia, ma ormai su tutto il carrello della spesa. Così che emerge dal remoto passato la figura del “caro pane”. Si continua a parlare di scostamento di bilancio, ma la parola scostamento serve a occultare la realtà di un pubblico indebitamento sempre meno sostenibile».

Poi ci sono i condizionamenti esterni, i fondali e le correnti…

«Sullo scenario internazionale vediamo che la storia, che secondo i globalisti doveva essere finita, sta tornando con il carico degli interessi arretrati. E sta tornando, accompagnata dalla geografia lungo un arco di crisi che va dal Pacifico fino ai confini dell’Europa. Dalla pandemia che continua fino all’emersione dei nuovi conflitti. Nell’euforia della cosiddetta ripresa si evocano gli anni Venti, gli anni della Montagna incantata nella quale Thomas Mann prefigurava: “Il denaro sarà imperatore, ma solo fino alla completa demonizzazione della vita”. La Montagna è del 1924, la crisi finanziaria del ’29 è venuta subito dopo. Dopo quella del 2008 si è pensato che sono stati confusi la causa con gli effetti. Si è fatto girare l’helicopter money con il whatever it takes che non è stato un pronto soccorso, ma una lunga degenza. Si è creata e si sta ancora creando una massa infinita e incontrollabile di finanza».

A pagare le conseguenze sarà la nostra Italia?

«L’alternativa non è tra chi va al Quirinale e chi va al governo, ma tra questo governo e le elezioni».

Nessuno parla di elezioni.

«Ma nel caso in cui il comandante scendesse dalla nave, è fortemente improbabile che un governo composto da para-zombie possa subentrare all’attuale».

Che cosa intende per governo di para-zombie?

«È fortemente improbabile che, per quanto capaci, i ministri attuali possano sopravvivere in una Zombieland politica, interna ed esterna».

Qual è il suo giudizio sul governo attuale?

«Nel discorso sulla fiducia pronunciato in Senato il 17 febbraio scorso gli obiettivi erano tre: la vaccinazione come mezzo per l’uscita dalla pandemia, il Pnrr e soprattutto le grandi e necessarie riforme, per le quali si citava Cavour».

Il suo giudizio?

«Oggi è difficile sostenere che la pandemia è a termine. Mi pare particolarmente difficile sostenerlo osservando il labirintico, caotico, apparato dei quasi divieti e quasi permessi che si stanno sviluppando sulla Gazzetta ufficiale. La formula quasi era quella tipica di Bisanzio. La speranza è che anche il virus si metta a leggere la Gazzetta ufficiale».

Ma come? L’altro giorno il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha detto che l’Italia è il modello seguito da tutti, a cominciare dal green pass.

«Omissis».

Passando al Piano nazionale di ripresa e resilienza?

«I 51 punti del Pnrr sono attualmente e, per la verità, piuttosto confusamente, solo sulla carta. In questo contesto, oggi e domani, la forza del governo dovrà prevalere sulla triplice burocrazia: europea, nazionale e regionale. E se è difficile per questo governo, tanto più sarà difficile per un altro governo. Per quanto riguarda le riforme Cavour style vale lo stesso».

Il comandante vuole scendere anche perché ritiene insubordinato l’equipaggio?

«Nella Terza repubblica francese il pubblico si beava per il fatto che i leoni divoravano il domatore. In questa nostra repubblica lo scenario è meno cruento, ci sono modi diversi e per certi versi più subdoli per creare difficoltà al domatore».

Intanto c’è da risolvere il problema del terzo palazzo, il Quirinale.

«La sovranità appartiene al popolo. Come detto, dev’essere chiaro che l’alternativa è tra questo governo e le elezioni».

Il centrodestra sta rischiando di sprecare l’occasione di decidere il prossimo Capo dello Stato?

«Anche su questo omissis».

C’è chi si preoccupa che il futuro presidente sia una donna.

«Inviterei a rileggere La Repubblica di Platone dove le qualità politiche si valutano oggettivamente e non per gender. D’altra parte, nel G7 di Carbis Bay del maggio scorso, c’è ripetuto l’invito a superare lo status sessuale auspicandone la fluida mutevolezza come ai tempi di Eliogabalo: uomo di giorno, donna di notte. Naturalmente, sto scherzando».

È preoccupante lo scenario d’indifferenza che sottolinea tra la situazione della popolazione e le priorità dei palazzi.

«Le forze politiche – forze, si fa per dire –  sono concentrate sul Quirinale. Tuttavia, un vero grande problema rischia di essere sottovalutato. È l’emersione, più che prevedibile già prevista, di forme di protesta, che vanno ben oltre i no-vax, pronte a confluire in un movimento simile a quello che portò alla nascita dei Cinque stelle. Dal vaffa al vax, è una forza attorno al 5%, che si sta saldando con sofferenze e paure crescenti e che potrà erodere e spiazzare gli schemi politici convenzionali».

Se si andasse davvero a elezioni e il centrodestra le vincesse, dopo un governo come quello attuale pensa che riuscirà a prendere le redini del Paese e altri poteri interni o internazionali non lo impediranno?

«Credo che ci troviamo di fronte a un eccesso di retorica provinciale sulle cancellerie europee. Per l’esperienza che ho, sono stati più forti i traditori interni che le pressioni esterne. L’impegno per la chiamata dello straniero l’abbiamo già visto all’opera nel 2011. E non è stato per il bene dell’Italia. In quell’anno ero il presidente dei ministri del Tesoro del Ppe, la stragrande maggioranza. Il colpo non è venuto dall’Europa, ma dai “patrioti” italiani. È così, con la chiamata dello straniero, che arrivammo al governo Monti».

C’è da temere che l’Europa consenta sempre meno margini di autonomia alle nazioni come mostra il caso polacco?

«Dopo una lunga fase di errori, l’Europa si è messa dal lato giusto della storia fronteggiando con gli Eurobond la gestione della pandemia. Se posso, gli Eurobond sono stati una proposta italiana fatta nel 2003 e poi ancora nel 2010».

Qual è il lato giusto della storia?

«Gli Stati uniti d’America ci hanno messo due secoli, con in mezzo una tragica guerra, per arrivare a uno Stato federale. L’Europa ha solo 70 anni e può evolvere verso una unione federale solo passando attraverso una crescente confederazione degli Stati nazionali. Questo è nei Trattati europei che, diretti verso l’Unione, presuppongono ancora le identità e le costituzioni nazionali. Nella cerimonia per il cambio ai vertici della Bce nel 2019 i politici stavano in platea ad applaudire estasiati. Avrebbe visto Helmut Kohl, Charles de Gaulle, Francesco Cossiga, Alcide De Gasperi, Robert Schuman fare altrettanto? Il futuro per un’Europa politica è nella politica e non nella finanza».

 

 La Verità, 8 gennaio 20221

 

Il giornalismo fatto a pezzettini dal cinema

Piove, giornalisti ladri. Falsi, corrotti, figli di buona donna, fate voi. Imputare loro la colpa delle sciagure planetarie è uno sport nazionale. Anzi, mondiale. Fuori dalle narrazioni regine del momento – Covid e Quirinale – le domande sulle sorti del bel mestieraccio alimentate da due grandi film, immediatamente elevati a capolavori, stuzzicano le migliori penne del bigoncio. Il primo è Don’t look up, per alcuni addirittura il film dell’anno (il 2021 o il neonato 2022?). Prodotto da Netflix e diretto da Adam McKay, grande regista e vecchia volpe dei media, è ambientato alla vigilia della fine del mondo dopo la scoperta di una cometa gigantesca che sta per abbattersi sul globo terracqueo. L’altro, Illusioni perdute, in sala dal 30 dicembre, è una pellicola firmata da Xavier Giannoli, tratta dall’opera di Honoré de Balzac ambientata nella Francia del primo Ottocento che sembra scritta adesso.

Qui sì, ci si avvicina al capolavoro. C’è tutto, persino più di quello che vediamo nel giornalismo e nell’editoria attuali. Le fake news, per esempio. Simboleggiate dalle anatre, uccelli che vivono nell’acqua, ambigui come notizie un po’ vere e un po’ false. E ci sono pure i social, cui alludono i piccioni viaggiatori, opinioni volatili disancorate dalla realtà. Del resto, «la nostra linea editoriale è semplice. Il giornale prenderà per vero tutto ciò che è probabile», annuncia il patron del foglio d’opposizione liberale. E «nel nome della malafede, del pettegolezzo e degli annunci pubblicitari, io ti battezzo… giornalista». Che si tratti di espressioni originali di Balzac o create dagli sceneggiatori poco importa.

L’ambizioso tipografo di provincia e aspirante poeta, Lucien Chardon (Benjamin Voisin), arriva nella Parigi del 1821 sulla carrozza della malinconica baronessa, Louise de Bargeton (Cécile de France). L’eterogenea coppia, però, desta subito scandalo e, per non esser scaricata dai salotti che contano, la nobildonna è costretta ad allontanare il giovane amante di umili origini. Per farsi strada da solo e conquistare il proscenio, Chardon impara rapidamente a confezionare recensioni compiacenti, stroncature pilotate, killeraggi su commissione di avversari politici. Così fan tutti. La Ville Lumière è un sottobosco di traffici e tradimenti e ogni cosa ha un prezzo. Editori analfabeti. Capoclacque che mettono all’asta applausi e fischi alle attrici. Scimmie caporedattrici che decidono se stroncare Racine o Stendhal. Nessun travaglio anche per compiere il salto della quaglia – restando in tema – e passare al soldo dei monarchici. La fiera delle vanità usa e getta amplessi, amori e amicizie. I rapporti sono strumentali allo scopo. L’ultimo ostacolo alla consacrazione è il cognome senza quarti di nobiltà. Ma con i giusti uffici si può provvedere…

Meno centrale, ma altrettanto screditata è la categoria nella pellicola di McKay. Dopo l’uscita in sordina nei cinema americani il 10 dicembre, Don’t look up ha scalato le tendenze dei social una volta approdato allo streaming di Netflix. Una cometa grande come l’Everest è in rotta contro la terra, impatto previsto tra 6 mesi e 14 giorni. Ad accorgersene sono una zelante dottoranda (Jennifer Lawrence) e il suo capo, l’impacciato astronomo interpretato da Leonardo DiCaprio. Non c’è un attimo da perdere, avvertiamo immediatamente le massime autorità. Tuttavia, distratta da scandali sessuali ed elezioni di metà mandato, la presidente americana (la solita, superba, Meryl Streep) non li prende sul serio: sapete a quante fini del mondo incombenti ci siamo preparati negli ultimi anni? Non resta che rivolgersi ai media. Ma dopo attenta analisi delle reazioni sul web, anche l’autorevolissimo quotidiano lascia cadere la notizia troppo poco virale. Nel talk di massimo ascolto del mattino, dominato dalla riconciliazione fra un dj e una popstar pseudoecologista, le cose non vanno meglio. L’infotainment dev’essere leggerezza, evasione e ottimismo. Lo studioso dice che l’apocalisse è imminente? Se non fa audience è un allarme fasullo. Alla vacuità di fondo, nel boicottaggio della scienza si aggiunge il complottismo. E i turbamenti dello spaesato astronomo – il quale, per inciso, è l’unico a salvarsi dalla fatuità della politica e dei guru dell’high tech – si placano tra le lenzuola dell’avvenente conduttrice tv (Cate Blanchett).

Giornalisti narcisi, superficiali, vanitosi, immorali, schiavi dell’audience, pronti a vendersi per un pizzico di visibilità. Son passati due secoli, ma gli anchorman di oggi non sembrano molto diversi dai gazzettieri delle Illusioni perdute. A differenza che in Don’t look up, in due anni di pandemia abbiamo visto scienza e politica allearsi con la benedizione dei media. Nei quotidiani e nei talk show giornalisti e virostar cantano in coro, anche letteralmente. C’erano una volta «i cani da guardia del potere». Preistoria spruzzata d’ideologia. Ma ora, la sera, osserviamo posture altere e compiaciute o ascoltiamo toni assertivi di direttori e opinionisti accomodati nei salotti tv come novelli Lucien Chardon che ce l’hanno fatta. Per qualcuno già pluri-contrattualizzato è anche difficile resistere alle tentazioni della società dello spettacolo, cinema o teatro che sia. Chissà cosa ne scriverebbe Balzac.

«C’è stato un momento… nel quale i giornalisti italiani hanno creduto di essere del tutto liberi di informare e di poter offrire al pubblico giornali davvero indipendenti», ha scritto Giampaolo Pansa. «Sulle prime, il potere è stato a guardare, poi ha reagito e, infine, ha vinto. Questo libro è il racconto di quella grande illusione». Era la prefazione di Comprati e venduti (Bompiani, 1977). I giornalisti non sono programmaticamente né corrotti né missionari della verità. Sono uomini che fanno un mestiere come un altro. E a volte sbagliano.

 

La Verità, 4 gennaio 2021