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Bortone copia Che tempo che fa e si disintegra

Promo di film e di libri, ospiti mainstream, intermezzi pro-diritti in salsa antigovernativa, la sigla da Made in Italy di Rosa Chemical e il gioco è fatto. C’è persino lo spazio di analisi dell’attualità affidata a giornalisti e scrittori che la conduttrice chiama carinamente «la nostra koinè». Insomma, sembra di vedere il lato B di Che tempo che fa, invece è Chesarà, il magazine di Rai 3 condotto dalla frenetica Serena Bortone, tornata nella rete di partenza dopo la promozione a Rai 1 in quota Stefano Coletta, attuale direttore dei palinsesti – dopo esserlo stato della terza e della prima rete e dell’Intrattenimento – che in Rai è, appunto, una quota ben precisa. La speranza di Bortone è che la scia colettiana, con toccata di passaggio a Stasera c’è Cattelan su Rai 2, la consacri ai fasti di Fabio Fazio, intanto migrato sul Nove (Discovery) seguendo, beato lui, la scia del portafoglio. Per ora la sentenza dell’audience (la media non si schioda dal 3%) non sembra suffragare il progetto, ma chissà, considerata la bonomia dei vertici attuali e continuando a martellare, è possibile che il piano s’inveri.

Come il primo Che tempo che fa (e prima del nuovo spacchettamento), il programma di Bortone occupa le due serate del fine settimana, in una versione più estesa il sabato e più concentrata la domenica, quando si confronta proprio con il primogenito, uscendone distrutto. Quanto Fazio è suadente nell’impartire la lezioncina di galateo progressista ai ceti medi riflessivi, tanto la conduttrice di Chesarà, che dà del tu a tutti, compresa l’aristocratica Simonetta Agnello Hornby, è sbracata nel porgere gli argomenti: «E fatela una proclamazione pubblica di antifascismo, fa bene alla salute!», scandisce riferendosi all’assessore del comune di Lucca proclamatosi solo «non fascista» dopo aver contestato la proposta d’intitolare una piazza a Sandro Pertini perché andò a omaggiare Tito, mandante delle foibe (figurarsi se qualcuno tra gli ospiti osserva che agli esponenti di sinistra non si chiede con altrettanta insistenza la patente di anticomunismo).

Se poi, nell’impresa di rimpolpare gli ascolti anemici, capita che la scaletta sia troppo farcita, allora la conduzione ridanciana di Bortone diventa ansiogena e prevaricante. Anziché lasciare spazio agli ospiti per rispondere – ne sa qualcosa il direttore del Pronto soccorso di Bari – si fa prima a imbeccarli nella domanda («Ci dai un consiglio per affermarsi nella vita? Che non significa avere successo, ma essere sé stessi, così la penso io», dice a Justine Triet, regista vincitrice della Palma d’oro a Cannes).

Stia serena, Serena: serve tempo per copiare bene Che tempo che fa. Poi sarà quel Chesarà.

 

La Verità, 24 ottobre 2023

Il people show di De Girolamo manca d’identità

Non sarà facile far quadrare Avanti popolo. Che cos’è il programma condotto da Nunzia De Girolamo che ha debuttato martedì sera su Rai 3 con uno share del 3,6% e 574.000 telespettatori? Un talk show, un people show, un rotocalco emotional, un magazine con digressioni private? Un po’ tutto questo e, allo stesso tempo, niente di tutto questo. Per assurdo, si capisce meglio ciò che abbiamo visto dicendo ciò che non è. A riprova, i concorrenti hanno un’identità e un target ben definiti.

Per la puntata d’esordio, arrivando buon ultimo nella serata più presidiata della settimana, tutti d’accordo – la produzione Fremantle, gli undici autori e la conduttrice – avevano puntato sull’intervista al marito, capo dei senatori Pd, Francesco Boccia. Un modo per entrare sgomitando nella lotta. I rischi di sentimentalismo erano in agguato e si sono puntualmente riprodotti. Tolto l’avvio pungente sul maschilismo («io sono sempre la moglie di… tu non sei mai il marito di…»), un passaggio sul salario minimo e qualche rimprovero per la lunghezza delle risposte, con l’aiuto di alcune foto (alla maniera delle interviste di Paolo Bonolis) la conversazione è planata sul privato in un clima da confidenze di seconda serata. Il problema è che molto ravvicinato in studio c’è il pubblico che fa molto magazine pomeridiano.

In contemporanea, sulle altre reti ci sono Emma Bonino (Belve), Mauro Corona (È sempre cartabianca) e il solito Corrado Augias (DiMartedì). I brand sono scolpiti, mentre De Girolamo non è una giornalista e lo si vede quando apre la finestra sulla guerra in Israele collegandosi con l’inviata Lucia Goracci. A seguire, lo conferma anche la qualità del confronto tra Peter Gomez e Antonello Piroso sul reddito di cittadinanza. La scaletta ha forse troppa carne al fuoco: la testimonianza di una donna stuprata, la relazione tra violenza di genere e accesso facile al porno, la storia del rapper Maldestro. Gli ospiti vanno e vengono mentre si gira rapidamente pagina, con poche connessioni. Un po’ lo stesso difetto che aveva Che c’è di nuovo, sempre produzione Fremantle, e che fece floppare Ilaria D’Amico.

Non sarà facile la quadratura di Avanti popolo anche perché quella di De Girolamo è una corsa a handicap. Per superare lo sbarramento della concorrenza già da tempo su piazza servono numeri uno come ospiti e una conduzione forte. Senza, è facile che il pubblico abituale di Rai 3 si trasferisca su La7 (non a caso Giovanni Floris ha valicato l’8%). E martedì prossimo Rai 1 trasmetterà la partita della Nazionale contro l’Inghilterra.

 

La Verità, 12 ottobre 2023

Il pubblico tv vede arrivare la Schlein… E scappa

Anche i telespettatori non l’hanno vista arrivare. Anzi sì, e sono scappati. L’ospitata di Elly Schlein a Cartabianca dell’altra sera è stata un flop su tutta linea. Come o addirittura peggio delle ultime amministrative, nelle quali la sinistra ha vinto solo dove non ha partecipato alla campagna elettorale. In televisione, «Elly Nein», come l’ha rinominata il direttore Maurizio Belpietro, fa lo stesso effetto di un break pubblicitario. Uno smottamento di ascolti. Una frana di audience. Un precipizio dello share. Come quelli delle urne – dopo i quali Schlein ha invitato i suoi detrattori tramite un video su Instagram a mettersi comodi perché lei è arrivata per restare – anche questi sono numeri incontrovertibili. Cifre inconfutabili anche a colpi di supercazzola.
Con il derby dei talk show tutto interno alla sinistra, la tenera Elly su Rai 3 e Pier Luigi Bersani su La7, la serata di martedì 6 giugno è un ulteriore colpo di maglio sull’autostima della segretaria multigender e multipassaporto. Nel segmento del programma di Bianca Berlinguer aperto dal ping pong con Mauro Corona si è registrato il picco di 1,65 milioni di telespettatori, share dell’8,4%. Ma quando è comparsa Schlein la colonnina dell’Auditel è precipitata al 5,5% con un’emorragia di mezzo milione di persone, quasi un terzo della platea, prima di inabissarsi a 950.000 ascoltatori (700.000 in meno). Insomma, un esodo. Entra lei ed esce il pubblico. Arriva Elly, fuga da Rai 3. Il dato risulta particolarmente significativo perché fotografa il comportamento di un bacino di telespettatori già orientati a sinistra.
La platea della Terza rete Rai che ascolta più volentieri lo scrittore montanaro, privo di armocromista, della leader del Pd fa venire in mente la campagna pubblicitaria di quel marchio di telefonia che invita a evitare le consulenze dei Vip – sportivi, rockstar, attori delle soap, persino una regina – e a fidarsi invece della persona comune che il prodotto in questione già lo usa. È una questione di credibilità, di attendibilità. Giusto quella che inizia a difettare alla tenera Elly da quando ha concesso la sua prima intervista a Vogue. Non tanto per l’inciampo dell’armocromista enfatizzato dai critici, quanto per la scelta stessa della testata. Se nella tua prima intervista pubblica ti rivolgi ai lettori di una patinatissima rivista di moda e design, con quale credibilità, poi, puoi parlare di salario minimo e di battaglie ugualitarie? Domande legittime che forse gli elettori e i telespettatori di riferimento cominciano a porsi. Per restare all’esibizione televisiva dell’altra sera, legittimo è anche il confronto ravvicinato con i numeri dell’intervista a Giorgia Meloni, il giorno prima ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, che ha portato il programma di Nicola Porro dal 3,2 (del break pubblicitario) al picco dell’8,9% di share. Insomma, il percorso contrario.

Per quanto si sforzi, e rafforzi il suo burocratese con quella mimica manuale molto convessa, la neosegretaria dem non riesce a bucare la nebbia di un linguaggio da agenda della globalizzazione, farcito di «conversione ecologica», «trasformazione digitale», riduzione «delle diseguaglianze sociali, territoriali e di genere». Il confronto con le metafore di Pier Luigi Bersani, ospite a Dimartedì, è risultato impietoso non solo per l’originalità espositiva («togliere le intermediazioni come i giornalisti per rivolgersi direttamente al popolo è come voler prendere l’acqua con le mani»), ma pure in termini numerici. La sovrapposizione tra Schlein e Bersani è durata solo pochi minuti, subito dopo le 22. Ma a quell’ora l’ex segretario e più volte ministro, esponente di una sinistra riconoscibile pur se ormai d’antan, parlava a 1,7 milioni di spettatori (9% di share), picco del talk di Giovanni Floris e audience quasi doppia di quella della povera Elly. Per la cronaca, va precisato che Dimartedì supera abitualmente di un paio di punti di share Cartabianca. Perciò è il caso di dire che l’avvento della segretaria multigender non ha portato aria nuova nella ripartizione delle platee dei talk show, anzi. Tuttavia, la sua disfatta si fa ancora più rotonda per la sconfitta a distanza con l’imitazione di lei stessa proposta da Paolo Kessissoglu (6%) che la dipinge incerta, stralunata e alla perenne ricerca di pause rigeneranti dalla stressante vita di segretaria. Anche Berlinguer ha provato a metterla a suo agio, evitandole le domande ch’ella aveva già espunto da precedenti interviste su maternità surrogata, diritti Lgbtqia+ e la compagna Paola, nonostante fosse appena esploso il caso del ritiro del patrocinio della Regione Lazio al Roma Pride. Ma Schlein è parsa ugualmente in affanno, protesa nello sforzo di risultare persuasiva. Il suo è già diventato un cammino in salita e ogni giorno di più dà l’impressione di essere capitata in un gioco più grande di lei. Per questo i più feroci detrattori sostengono che sia già finita. Forse dobbiamo ascoltare il suo consiglio e metterci comodi e attendere che anche lei se ne accorga.

 

La Verità, 8 giugno 2023

 

Damilano cerca il Paese reale, speriamo lo trovi

Ci sarà sicuramente occasione di tornare a parlare di Il cavallo e la torre, il nuovo programma di Marco Damilano in onda tutte le sere alle 20,40 su Rai 3 (share del 7,7%, 1,3 milioni di telespettatori). Il debutto della striscia regalata, anzi profumatamente remunerata (1.000 euro a puntata) dai dirigenti del servizio pubblico all’ex direttore dell’Espresso, è test insufficiente per dare giudizi definitivi. La decisione di anticipare la partenza di una settimana per lanciare la volata lunga sulle prossime elezioni fa sì che manchi il confronto con Otto e mezzo, quando i riscontri di audience saranno verosimilmente diversi.

Tuttavia, una prima idea la si può abbozzare, riconoscendo debiti e fonti alle quali si rifà il neoconduttore. Innanzitutto il titolo, preso dall’autobiografia di Vittorio Foa, considerato un padre fondatore della Repubblica. Il cavallo poi, oltre a essere il pezzo più spiazzante del gioco degli scacchi, è anche il simbolo, in verità piuttosto logoro, della Rai, e non a caso domina la scenografia dello studio. La cartolina di Andrea Barbato e Il Fatto di Enzo Biagi sono invece gli evidenti antenati televisivi del nuovo programma, esempi di un’informazione formalmente asciutta, ma ugualmente orientata. Damilano ha individuato nelle tre p – politica, poteri, persone – i cardini del suo racconto che inizia da Pescopennataro, un paesino di 233 anime della provincia di Isernia, nel Molise, dove la scultura di un’Italia divisa in due dalla linea Gustav voluta da Hitler nella Seconda guerra mondiale ha alti valori simbolici.

Come si vedono da lì le prossime elezioni? Come vengono recepite le promesse dei partiti? La coppia di anziani del paese che declama con solennità le proprie generalità ha sempre votato a sinistra, ma stavolta… I pochi giovani rimasti sono incerti. Invece l’artigiano con ambizioni da scultore non si recherà ai seggi perché sono finite le idee, chi incarna i valori della Costituzione? È lo spunto per evidenziare la distanza tra gli slogan delle forze politiche e i tanti indecisi, circa 16 milioni, ai quali, sostiene il conduttore, i partiti non si rivolgono. La provocazione non è banale: il Paese reale non è fatto solo di Milano e Roma, di Netflix e monopattini. C’è una quotidianità distante che i leader, tutti, non riescono a intercettare. Vedremo se Damilano, un po’ impacciato all’esordio nel ruolo istituzionale del conduttore, diverso da quello di ospite di altri conduttori amici, saprà mantenere vivo questo tipo di narrazione senza cedere alla retorica della parte giusta della storia.

 

La Verità, 31 agosto 2022

Pd, Lgbtq, agenti: ecco chi comanda davvero in Rai

In fondo la composizione dei palinsesti Rai è il grande gioco di società dell’establishment politico-mediatico romano. Dirigenti del servizio pubblico (vigilati dai commissari), agenti di spettacolo e artisti vari siedono attorno al grande tavolo della tv di Stato e piazzano le loro pedine, fanno le loro puntate, tirano i dadi. Niente di nuovo, è così tutti gli anni. Quest’anno con vista sulla stagione autunno-inverno 2022/2023 un po’ di più. Se manca una visione definita, un’idea forte di quale sia la mission del più grande broadcaster tv del Paese ai tempi del colera, i feudatari, i mandarini e i burattinai della Telerepubblica hanno gioco facile. Così i palinsesti diventano un grande puzzle con tasselli da colorare a piacimento, un Monopoli 2.0 con tante trattative per conquistare un posto al sole per sé o per i propri assistiti. E i telespettatori che pagano ancora il canone nella bolletta elettrica? Massì, se la faranno andare bene… Forse.

Rai 1 immobile

Il primo dato emergente spulciando i programmi dell’anno che verrà è la staticità della rete ammiraglia: i tutti i classici della prima serata sono confermati. Se di scelta si tratta, è evidente che sa di pigrizia soprattutto perché, in un contesto in continua evoluzione, la riproposta dei soliti format non potrà non appannare l’attrattiva della rete. Se proprio si vuole cercarla, l’unica novità è una bizzarria. Non a caso lo stesso Marco Giallini, protagonista di Rocco Schiavone, ha contestato il trasloco della serie da Rai 2, trattandosi di una fiction trasgressiva che mal si sposa con le preferenze del pubblico di Rai 1. L’altro elemento da segnalare, non in quanto novità, ma in quota consolidamento di potere, è il ruolo sempre più centrale di Amadeus che, oltre al Festival di Sanremo e ai Soliti ignoti, ritrova lo show in tre serate Arena ’60 ’70 ’80 ’90. Presenzialista quanto il Pippo Baudo anni Novanta, Ama è la punta di diamante della squadra di Lucio Presta, il superagente amico di Matteo Renzi, che annoverando tra i suoi artisti anche i confermatissimi Antonella Clerici a mezzogiorno, Eleonora Daniele al mattino e Marco Liorni nel preserale, controlla quasi tutta la programmazione di Rai 1.

Banksy della tv

Sugli altri due canali generalisti si concentra invece il lavoro mimetico di Beppe Caschetto. Cresciuto alla scuola dell’indimenticato Bibi Ballandi che, dalla regione Emilia Romagna, lo instradò nello showbiz «insegnandogli a volare bassi per schivare i sassi», Caschetto è probabilmente l’agente più potente della tv (ma qui parliamo solo di Rai). Come l’invisibile street artist, anche lui mette tutti davanti al fatto compiuto. I suoi però non sono graffiti mainstream, ma riempimento di caselle dei palinsesti attuato con mano di velluto. Ogni anno la sua rete si estende. Stavolta, alla già nutritissima rappresentanza in Rai (Fabio Fazio, Luciana Littizzetto, Geppi Cucciari, Massimo Gramellini, Enrico Brignano, Lucia Annunziata eccetera), ha aggiunto le new entry Alessia Marcuzzi, che condurrà il varietà generazionale Boomerissima, e Ilaria D’Amico, al timone di Che c’è di nuovo. Qualche tempo fa, invece, aveva strappato al rivale Presta, quello Stefano De Martino che, oltre a tornare con Bar Stella, sarà alla conduzione anche di un game show (Sing sing sing).

La rete gay friendly

Insieme con la riproposizione in seconda serata di Epcc, il late show di Alessando Cattelan, i programmi di Marcuzzi, D’Amico e De Martino saranno in controtendenza alla linea editoriale della nuova Rai 2 che godrà di un corposo incremento di budget (sarebbe interessante conoscerne l’entità a fronte delle nozze con le prugne secche cui furono costretti i precedenti direttori). La profonda trasformazione del secondo canale lo renderà molto gay friendly. Detto di Non sono una signora, show di drag queen, ovvero personaggi famosi che si addobberanno vistosamente da donne, il filone en travesti si avvale della conferma dell’Almanacco di Drusilla Foer, in onda dal 21 novembre, quando terminerà il quiz Una scatola al giorno condotto dal protettissimo Paolo Conticini, già vincitore a sorpresa della terza edizione del Cantante mascherato. Niente maschere, ma lo scambio di ruoli nei vari tipi di famiglie (tradizionali, allargate, arcobaleno…) animerà il pomeridiano Nei tuoi panni di Mia Ceran che prenderà il testimone da Pierluigi Diaco, conduttore di Bellama’, sorta di confronto tra boomer e influencer sui nuovi temi contemporanei. La svolta gaia di Rai 2 però non è opera di oscuri agenti, ma principalmente del neodirettore per l’intrattenimento Stefano Coletta che, non potendo arcobalenizzare Rai 1 ha concentrato i suoi sforzi sul secondo canale.

L’agente occulto

Com’è noto, dal 5 settembre Marco Damilano striscerà tutte le sere alle 20,35 su Rai 3 con Il cavallo e la torre. In automatico, ma poco convinta, è partita la protesta dell’Usigrai per la svalutazione della professionalità aziendale implicita nell’affidamento dello spazio a un esterno anziché a un giornalista Rai. In realtà, la vera contraddizione è la concorrenza fratricida che il nuovo programma farà a Tg2Post: due approfondimenti contemporanei su due reti generaliste evidenziano che lo scopo della nuova striscia è pilotare contenuti, oltre che dare una casella a Damilano. Sia lui che Giancarlo De Cataldo, in seconda serata su Rai 1 con Tempo e mistero, non hanno avuto bisogno dei buoni uffici di un agente professionista perché hanno quelli del Pd che, Michele Santoro dixit, «ha più sedi in Rai che nel resto del Paese».

Contentini e conflittini

Alcuni più evidenti, altri più felpati. Franco Di Mare, il direttore di Rai 3 appena andato in pensione continuerà a condurre il suo Frontiere, il sabato pomeriggio nella sua ex rete. Gratuitamente come da policy aziendale, e come capitò al pensionato Carlo Freccero che diresse Rai 2 gratuitamente per un anno, o no? Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera di proprietà di Urbano Cairo, editore di La7, sarà consulente e autore di editoriali in Storie della tv, programma in onda su Rai 4 dal 18 ottobre. Walter Veltroni, editorialista e grande firma del solito Corriere del solito editore, dirigerà invece il documentario Ora tocca a noi: storia di Pio La Torre, in onda su Rai 3.

Buona visione.

 

La Verità, 30 giugno 2022

L’unico dilemma risolto è da che parte stia Carofiglio

Su Rai 3, la rete diretta da Franco Di Mare, dove stanno per essere accantonate Bianca Berlinguer, Luisella Costamagna e, in autunno, accolto Marco Damilano, si è affacciato Dilemmi di Gianrico Carofiglio, ex magistrato e senatore del Pd nonché scrittore di successo e frequentatore di talk show, qui alla prima esperienza da conduttore. Dico subito che Dilemmi è un programma ben congegnato, che si propone come il tentativo di riqualificare la formula dell’approfondimento riportando il confronto su «temi cruciali» nell’alveo del dibattito civile. Le regole vengono esplicitate dal conduttore all’inizio della puntata: vietato attaccare la persona, vietato manipolarne gli argomenti, obbligo di portare le prove dei propri. Inoltre, i contendenti hanno un tempo fisso a disposizione. Fin qui tutto bene, dunque. Niente furbizie o toni della voce che si alzano, come vediamo quotidianamente a tutte le ore e su tutte le reti. I nodi arrivano quando si analizza la cornice in cui la discussione è racchiusa. Perché, dietro questa parvenza di oggettività, Dilemmi è un programma furbo e, in questo senso, molto ideologico (lunedì, ore 23,20, share del 5,4%, 713.000 telespettatori).

Lunedì sera si discuteva del dilemma del fine vita. Prima dell’ingresso dei due ospiti, Marco Cappato e suor Anna Monia Alfieri, il tema è stato introdotto da Carofiglio con un monologo aperto con queste parole: «Vivere come si vuole significa forse anche poter morire come si vuole, ovvero essere padroni del proprio destino». Un’espressione che ha chiarito subito la scelta di campo del conduttore, perché «essere padroni del proprio destino» vuol dire eliminare la possibilità che il destino non sia in nostre mani, come per esempio può far pensare il fatto che non siamo noi a decidere se quando e come venire al mondo. La parte verso la quale inclina il presunto arbitro imparziale si è ulteriormente esplicitata nei suoi frequenti interventi di contrappunto al discorso di suor Alfieri, a fronte dell’assenza di intermezzi durante la comunicazione, peraltro efficace, di Cappato. Infine, per fugare eventuali dubbi residui sul tipo di soluzione prospettata al dilemma, è arrivato l’elogio del suicidio di Lella Costa, costruito con citazioni da Romain Gary, Sergej Esenin e Vladimir Majakovskij, tutti morti suicidi. Presentato come un talk asettico, in realtà Dilemmi è un talk-panino, con il dibattito incartato tra due lezioncine. Un programma emblema del meccanismo dell’establishment culturale che, dietro una parvenza di oggettività, spaccia come migliore il pensiero della sinistra dei diritti in auge.

 

La Verità, 11 maggio 2022

Il caso Orsini e il regime soft dei migliori

La censura dei migliori. Operata dai migliori. I buoni, quelli che stanno dalla parte giusta della Storia. La vittima è il professor Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo internazionale presso la Luiss (Libera università internazionale di studi sociali). Colpevole di avere posizioni non allineate al pensiero unico atlantico. E per di più colpevole di percepire 2.000 euro a puntata per sei puntate di #Cartabianca alle quali l’aveva invitato Bianca Berlinguer. È un filputiniano, così è stato marchiato, lo si può colpire. Dopo la prima ospitata e la levata di scudi, preventiva ma unanime, dal Pd a Italia viva, la Rai ha stracciato il suo contratto. Il direttore di Rai 3, Franco Di Mare, «d’intesa con l’amministratore delegato della Rai» ha deciso di non dar seguito all’accordo «originato dal programma #Cartabianca che prevedeva un compenso per la presenza del professor Orsini». È la Rai al tempo di Mario Draghi e di Carlo Fuortes. Eccezioni e dissonanze non sono tollerate. Almeno Silvio Berlusconi aveva il coraggio di diramare un editto. Ora si censura con un comunicato, in sordina. Con i modi del regime soft. «Mamma Dem comanda e la Rai ubbidisce», ha twittato Marcello Veneziani. Corradino Mineo ha parlato di maccartismo.

Lo scandalo è doppio. Innanzitutto che Orsini esponga critiche alla Nato e all’Unione europea a proposito della situazione che ha portato all’invasione di Putin dell’Ucraina. E poi che lo faccia essendo retribuito. Da Paola Picierno a Stefano Bonaccini, da Andrea Romano a Michele Anzaldi il senso del ragionamento è questo: se vuole dire le sue opinioni lo faccia gratis. Domanda: per essere pagati, come lo sono tutti gli opinionisti da Mauro Corona ad Andrea Scanzi, da Giampiero Mughini a Beppe Severgnini per citare i primi nomi che vengono, bisogna dire cose gradite al padrone del vapore? Berlinguer ha replicato che se si vuole approfondire il dibattito (i talk non si chiamavano programmi di approfondimento?) il contraddittorio è necessario. Escludere una voce rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana lo mortificherebbe. «Serve la più ampia pluralità di idee. Non è forse questa la missione del servizio pubblico?», ha chiesto Berlinguer. Orsini si è detto pronto a partecipare al programma anche gratuitamente. Vedremo se il problema sono gli euro o i contenuti del professore. O magari la Berlinguer stessa, che la Rai draghiana vuole accantonare.

La gran cassa del monopensiero lavora a tempo pieno fin dalla pandemia. E con l’invasione dell’Ucraina ha serrato ancora di più le file. In pochi giorni abbiamo letto la lista di proscrizione di indegni filoputiniani, sorta di scomunica civile, redatta da Gianni Riotta. Abbiamo visto Beppe Severgnini accaldarsi nel dire «che bisogna leggere solo i giornali giusti e guardare solo i programmi giusti». Abbiamo letto Massimo Gramellini randellare tutti coloro che deviano dal sentiero bellico per dire che con costoro non ci può essere alcun dibattito. Abbiamo letto Antonio Polito scrivere scandalizzato che «in ogni talk show ce n’è uno». Sarebbe questo lo scandalo. Invece, mi verrebbe da dire: grazie a Dio. Anche se non condividessi nulla di ciò che questo «uno» sostiene. È un fatto di pluralismo, bandiera ammainata dalla sinistra. Di salute della democrazia, principio che ormai i dem disconoscono. Tutti allineati e coperti, si diceva da militare. E chi sgarra, in punizione. O censurati. Dai migliori.

 

Iacona, tecnica perfetta dell’inchiesta pilotata

Le inchieste si possono fare in tanti modi. Con rigore o partigianeria, pilotando i servizi o dando pari dignità alle fonti. Quella di Presa diretta di lunedì s’intitolava «Attacco al Papa» e due ore di servizi, interviste e ricostruzioni sono servite per dire, in buona sostanza, che Francesco è un papa scomodo che vuole rivoluzionare la Chiesa, renderla più adeguata ai tempi, ma che subisce attacchi provenienti da tutte le parti, soprattutto da forze interne alla Chiesa, sinteticamente identificate come «i cattolici tradizionalisti» (Rai 3, ore 21.20, share del 6.9%, 1,7 milioni di telespettatori).

L’architettura dell’inchiesta era già bella e pronta quando a Riccardo Iacona è scoppiata in mano la bomba del libro Dal profondo del nostro cuore (Castelvecchi) scritto dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, e con un contributo di Benedetto XVI sull’intangibilità del celibato dei preti. A quel punto il conduttore ha potuto solo convocare in studio il vaticanista dell’Asca Iacopo Scaramuzzi, consulente dell’inchiesta, per inglobare anche la riflessione di Ratzinger e Sarah nella strategia dell’«attacco» a Bergoglio.

Tornando all’inchiesta, le questioni che stanno a cuore al conduttore della Rai 3 ancora diretta da Stefano Coletta ma direttore in pectore di Rai 1, sono due: le aperture verso i divorziati risposati e gli omosessuali e la catechesi dell’accoglienza ai migranti ribadita da Bergoglio. Le inchieste si possono fare in tanti modi: ricostruendo sbrigativamente lo scandalo degli abusi dell’ex cardinale statunitense Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale solo dopo le insistenze dei vescovi americani e la denuncia dell’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò. Oppure, identificando le critiche al magistero attuale con l’attività di una tv militante del Michigan, con ingenui ambienti leghisti, o ponendo frettolose domande al cardinal Gerhard Muller, già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Si possono fare ascoltando come oro colato le analisi del priore della comunità di Bose, padre Enzo Bianchi, e del fondatore della Comunità di sant’Egidio Andrea Riccardi. E, contemporaneamente, si possono fare evitando qualsiasi accenno ai Dubia espressi nel 2016 da quattro autorevoli cardinali a proposito di alcuni passaggi dell’Amoris laetitia. O, infine, guardandosi bene dall’interpellare voci significative come Aldo Maria Valli, già vaticanista del Tg1, Sandro Magister, esperto analista dell’Espresso, Antonio Socci, autore di qualche saggio in argomento, il sito La Nuova bussola quotidiana… Le chiamano inchieste.

 

La Verità, 15 gennaio 2020

Il racconto a due velocità di Fiorello e Carrà

Più che un’intervista è un racconto in prima persona a due voci. Quando il protagonista è Rosario Fiorello la partita è vinta in partenza. Non c’è neanche bisogno di giocare e fare le domande. Basta schiacciare play e lo show è servito. A raccontare comincia tu è il nuovo programma di Raffaella Carrà, ispirato al format spagnolo Mi casa es la tuya e realizzato da Ballandi Arts, prossimi ospiti Sophia Loren, Paolo Sorrentino, Riccardo Muti, Leonardo Bonucci e Maria De Filippi (Rai 3, giovedì ore 21,15, share del 9.39%). Di volta in volta si sceglie il posto dove incontrarsi, nella prima puntata la location è un modernissimo barcone sul Tevere, riprese interne ed esterne, scorci del fiume, foto di Fiorello bambino, ragazzo, al Karaoke. Montaggio, testi e regia sono firmati da Giovanni Benincasa e Sergio Japino. Incalzano gli aneddoti della biografia remota, la prima recita con le ombre cinesi, i lavoretti al mercato ortofrutticolo, la partita allo stadio con papà e finalmente il primo villaggio con carriera fulminea: da cameriere a barista a dj a showmen. La Carrà ascolta, ride, si accosta e, dal racconto di Fiorello, si passa a quello a due voci, con spezzoni di repertorio che li accomunano e il trasferimento in auto «al teatro che ci ha visti protagonisti». Con una come Raffa è prevedibile che a raccontare continui lei. Tanto più se il format è una sorta di biopic allo specchio, ping pong di situazioni e ricordi. Il segreto è l’alchimia tra il protagonista e la spalla. Al Delle Vittorie ecco le foto delle due carriere: Fiorello con Liza Minnelli, Celin Dion, Sylvester Stallone, Dustin Hoffman, e Raffaella con Mina, Alberto Sordi, Corrado. Dal backstage di show che tutti abbiamo visto fioccano i retroscena: il dietro le quinte del successo è lo scrigno del tesoro. C’è il ricordo di Claudio Cecchetto, lo scopritore, di Maurizio Costanzo, l’uomo del rilancio nel momento difficile, e di Bibi Ballandi, vero padre artistico che spalancò a Fiorello le porte dell’one man show dopo averlo visto improvvisare all’Arena di Verona, finale del Festivalbar, per coprire un guasto tecnico. Raffaella si contiene per non sovrapporsi, ma inevitabilmente è una corsa a due velocità. Chi può stare al passo di uno che per rispondere alla figlia già adolescente della moglie dice: «Lo so, tu hai il tuo papà naturale, io sono il tuo papà frizzante»?

A notte fonda Fiorello ringrazia via Twitter Raffaella e Rai 3: «Mi avete fatto venire voglia di tornare in tv». Al pubblico è tornata quella di rivederlo, che non se n’era mai andata.

La Verità, 6 aprile 2019

La corte di Corona svela una Berlinguer inedita

A Bianca Berlinguer piacerebbe che Mauro Corona regalasse la scultura di una ballerina. La gradirebbe più di una maternità con bambino. La rivelazione è scaturita da uno dei dialoghi borderline che ormai fanno parte del copione di #cartabianca (Rai 3, martedì, ore 21.20, share del 5.80%, in crescita). Il duetto tra l’ex imbronciata direttora del Tg3 con il cognome che profuma austerità e il buon selvaggio – scultore alpinista scrittore sempre in tv – è l’incipit fisso della puntata. La coppia funziona e conviene piazzarla all’inizio per stimolare l’Auditel. Duettano, flirtano, giocano di fioretto con allusioni e ruvide galanterie che svelano il lato femminile di BB che nessuno sospettava. La principessa e il barbaro. La signora di Roma e il montanaro. La giornalista in total black e lo scultore con i bicipiti scoperti che dissemina il suo eloquio di citazioni più o meno precise. Il gioco dei contrasti diventa sinergia. Quanto le abbiamo giovato noi? E quanto le ho giovato io?, si sono rimbalzati a inizio collegamento. Dopo il servizio sulle valli del Veneto colpite dal maltempo Corona annuncia che andrà a prendersi qualche pino cembro per scultura. «Così ne farà qualcuna anche per noi». «Una per lei di sicuro». «Grazie. E che scultura mi farebbe? Voglio espormi…». «Non certo una ballerina». «Oddio, se mi voleva fare una ballerina non è che mi offendevo. Per me andava bene». «Per lei farei una maternità, una mamma col bambino. Poi ci metto san Giuseppe vicino…». «Beh, come la Madonna non mi ci vedo molto…». Scorre un breve filmato dal profilo Facebook in cui lo scultore modella un crocifisso con la motosega. «Noi con la motosega depiliamo le nostre donne senza ferirle, non abbiamo bisogno di corsi e patentini», butta lì Corona in polemica con le normative. Lei procede con la scaletta prestabilita, ma non resiste e chiosa: «Comunque, io con quella motosega non mi farei mai depilare. Non so le donne di là». «Se vuole provare io le garantisco l’immunità». «Solo l’immunità, perché per il resto non si sa come va a finire, potrebbe accadere di tutto». «Quando vengo a Roma porto la motosega». «Ma non speri nella depilazione». Questo è il tenore. Il consiglio dei ministri, l’assoluzione di Virginia Raggi, l’attacco dei grillini ai giornalisti sono incorniciati nel flirt. L’intervista dura quasi un terzo del programma. Quando arriva Maria Elena Boschi che assiste all’uscita di Luigi Di Maio da Palazzo Chigi il meglio c’è già stato. Con Albano Carrisi si parla ancora un po’ di politica, ma di più di vita privata del cantante, tra Romina Power e Loredana Lecciso.

BB ha imparato, BB è cambiata.

 

La Verità, 15 novembre 2018