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Giù dal trapezio, Sigfrido plana sulla rete dei giudici

Sveglia, Sigfrido. Wake up, usando un verbo di moda. Scuotiti. E prova, per un attimo, a uscire dal tuo personaggio; anzi, dai tuoi, al plurale. Prova a guardarti dalla giusta distanza, come si predica nelle migliori scuole di giornalismo (anche non d’inchiesta). Prova a farlo e a farti, di conseguenza, qualche semplice domanda. Come fanno a stare nella stessa frase «giornalismo d’inchiesta» e «azzeramento della credibilità»? Come fanno a essere compatibili un ruolo di primo piano, in senso lato e anche televisivo, nel servizio pubblico – mi piacerebbe sapere che concetto ne hai – e la fraternità con un faccendiere pluricondannato (emoticon perplesso con pollice e indice sul mento)? Perché, se osservi con distacco, è questo che è successo. Che ti è successo. Sinonimi di credibilità: autorevolezza, attendibilità, credito, fiducia, onore, prestigio. Dopo tutto quello che è capitato, tra il Cefalù in Monteverde, lo studio in via Teulada e Pomezia, è indubitabile che quote consistenti di credibilità siano andate smarrite. E allora, caro Sigfrido, wake up. Ora si capisce anche troppo bene il perché del tuo post post Report che parla di «mondo mostruoso governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Tutto chiaro: il mondo senza la tua conduzione di Report, affidata a due colleghi che mortificano 30 anni di professionalità e di storia, è un posto mostruoso. E ancora più chiaro è il riferimento alla magistratura, con la quale tutto può succedere, visto l’endorsement tributatoti dall’Anm. Ma anche visto il successivo imbarazzato silenzio, una volta emersi i fatti della bomba d’amore, il sondaggio e tutto il resto. Tutto può succedere, anche che un magistrato faccia combaciare la corona da «principe del giornalismo d’inchiesta» con i tanti trapezi da cui ti sporgi nella mezza dozzina di ruoli interpretati nello show che stai portando in giro per l’Italia dei follower. Con l’aiuto del sempre solerte Usigrai, si troverà un magistrato che riuscirà a rendere accettabile il trapezio di habitué del bistrot di proprietà di Valter Lavitola che ha incaricato strane comparse di simulare un attentato per accrescere il tuo stato di vittima e la tua popolarità. Si troverà un magistrato in grado di rendere plausibile la tentazione a lungo coltivata – con il supporto di Valterino direttore marketing al quale passavi le mail riservate del capo degli Approfondimenti Rai – di candidarti a premier (un attrezzo non afferrato?) nello schieramento opposto a quello del governo attuale, abituale bersaglio dei tuoi Report? Un magistrato che saprà marginalizzare il trapezio delle acrobazie amatorie con stagiste e fonti varie, che passerà sopra la rivelazione, sempre a una fonte, che la Rai «è piena di mafiosi e massoni». E si scoverà un magistrato che, sempre a proposito di compatibilità con il servizio pubblico, si dimenticherà dell’autoparagone con uomini come Piersanti Mattarella Aldo Moro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia e dai terroristi.

Su quale di questi vari trapezi ti saresti ripresentato nel Barnum della telepolitica? Lo sai meglio di tutti, la televisione è traditrice, palesa ciò che si vorrebbe rimuovere. Come l’eccesso di autostima e le cicatrici nascoste dal cerone che prima o poi si scioglie sotto i riflettori. Adesso t’imbarchi nella guerra di carte bollate e tribunali per farla pagare a Matrigna Rai. Sali sul trampolino del giornalismo libero, della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione: tu che sei stato oggetto «di una character assassination che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e forse anche a livello mondiale». Hai detto così, no? Su, Sigfrido, fatti coraggio, se Ocasio-Cortez ha rinnegato il woke, anche tu puoi farcela… E consolarti con la vicedirezione al Tg3 con delega agli speciali, a Rainews per gli approfondimenti o la corrispondenza dal Cairo, che non è solo il posto dove torturarono Regeni. Solo la sbarra del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico sarà duro riagguantare. «Lunga vita a Report», ha detto Milena Gabanelli.

 

La Verità, 30 agosto 2026

«Quante Verità nascoste in Italia ancora da svelare»

Dopo 22 anni in Rai, Milo Infante è appena atterrato sul pianeta Mediaset dove condurrà due programmi su Rete 4: una striscia quotidiana al mattino e una prima serata al martedì, al posto di È sempre cartabianca di Bianca Berlinguer.
Qual è il suo stato d’animo per il debutto: curiosità, entusiasmo, preoccupazione?
Prevale la preoccupazione per l’impegno in una realtà editoriale diversa e in un orario tutto nuovo. Credo sia giusto essere preoccupato perché Mediaset ha delle aspettative sul mio lavoro. Proverò a farlo al mio meglio. Il sentimento prevalente è la preoccupazione unito alla felicità per la nuova avventura.
Mediaset le chiede uno share minimo?
Non ne abbiamo parlato perché la striscia quotidiana di Ore 11 è una sperimentazione. Ci aspettiamo che cresca gradualmente. In Rai, all’inizio, Ore 14 faceva l’1.9% per poi raggiungere punte del 13. Mi sembra che alla presentazione della stagione il presidente Pier Silvio Berlusconi abbia fissato a Natale una verifica.
La preoccupazione maggiore deriva dalla concorrenza per il programma del martedì sera, Verità nascoste, nella collocazione di È sempre cartabianca?
Il martedì è un giorno difficile, con grande pluralità di offerte. Con sintesi volgare si potrebbe dire: so’ ca…i. Affronterò con umiltà Giovanni Floris da una parte e Le Iene dall’altra, oltre alla controproposta della Rai, prima Mi manda Raitre e poi Filorosso di Antonino Monteleone. Una serata affollata, ma a me piacciono le sfide.
Nel pomeriggio di Canale 5 è iniziato anche Verità nascoste – Il diario.
L’ho trovata un’idea coraggiosa e molto generosa. Per farmi conoscere, Mediaset mette a mia disposizione forse il pubblico più ampio che abbia mai avuto in una rete ammiraglia e in una fascia di grande ascolto.
La
condirezione di Videonews, la testata di informazione Mediaset, è il vero motivo del suo abbandono della Rai per l’impossibilità di far coesistere la conduzione e il ruolo di direttore?
No, alla fine anche in Rai erano possibilisti. Tuttavia, nella tv pubblica non ho trovato condivisione della mia idea di sperimentare nuovi formati e nuovi linguaggi. Disponibilità che ho trovato moltiplicata in Mediaset. Quando li ho incontrati la prima volta, Mauro Crippa e Andrea Delogu (direttore generale e vicedirettore dell’Informazione e comunicazione Mediaset ndr) mi hanno raccontato il percorso che avevano in mente per me all’interno dell’azienda, prima ancora di parlare della conduzione dei programmi. Questo mi ha molto gratificato.
Quali sono Le verità nascoste? È un titolo un po’ complottista?
Sono quelle che non abbiamo ancora scoperto. Non sempre la verità processuale coincide con la verità vera o la verità intera di un avvenimento.
Un esempio?
Su Garlasco, considerati i tanti errori commessi, le verità nascoste sono talmente tante che non si sa da dove cominciare.
Prima puntata dell’uno settembre
su Garlasco o sul caso Ranucci?
Dipende da ciò che succede. È la cronaca a comandare, vedremo cosa si scoprirà su Ranucci-Lavitola.
Al posto di Ranucci avrebbe fatto un passo indietro?
Non è facile mettersi nei panni degli altri. La vera domanda è: mi sarei mai seduto a tavola con Lavitola?
L’hanno fatto
fior di editorialisti e direttori di giornali.
Evidentemente Lavitola ha grande capacità attrattiva se persino Paolo Mieli mangiava felice il suo piatto di vongole sgusciate, ma non lo ascoltava nei momenti clou… Per me, in questa fase, Ranucci è una vittima, una vera responsabilità dev’essere provata diversamente. Dobbiamo fare attenzione a non trasformarci noi nei Pm.
Certo, ma sul piano della credibilità di un conduttore del servizio pubblico una riflessione è opportuna.

È una valutazione che fortunatamente deve fare la Rai. Oggi ci chiediamo se il lavoro di Report è stato trasparente, ma la Rai ha tutti i giorni la possibilità di verificare la correttezza dei suoi programmi. Se si considera Report un mondo a parte forse si è vissuto nel far west per anni, ma non credo sia così.
In queste prime settimane a Mediaset quali differenze ha riscontrato rispetto alla Rai nel metodo di lavoro e nel rapporto con i colleghi?
Il rapporto con i colleghi della Rai è sempre stato straordinario, ma a Mediaset ho trovato un affetto che non mi sono ancora meritato. Un’accoglienza che ti avvolge e, dal centralinista al dirigente dell’ottavo piano, ti fa sentire parte di una famiglia.
E sul
metodo di lavoro?
Sto applicando il mio, ma dall’altra parte trovo un’azienda dinamica nella quale il prodotto è al centro di tutto e dove, a fronte di una richiesta, c’è una risposta.
Che cosa pensa guardando alle esperienze di altri colleghi come Gerardo Greco e Bianca Berlinguer arrivati a Mediaset dalla Rai oltre a Myrta Merlino che proveniva da La7?
Sono esperienze molto diverse. Bianca ha portato un format che si sta consolidando e che quest’anno al mercoledì regalerà grandi soddisfazioni. Myrta Merlino è arrivata per condurre un programma ed era legata alle sorti di quel programma.
Vivere a Milano aiuta a star lontani dal «mondo di mezzo», quello dei ristoranti romani dove giornalisti, politici, lobbisti e manager pubblici si danno del tu e dove nascono situazioni complicate?
Assolutamente. È il mondo della Roma che si attovaglia e che Dagospia ha raccontato in maniera eccelsa in tutte le sue declinazioni. Milano è lontana dal sistema di «A Fra’, che te serve?» di evangelistiana memoria.
La Madonnina preserva?
Sì, senza pensare che qui siano tutti stinchi di santi. Anche a Milano si fa politica e si può inciampare. Serve prudenza, devi sapere con chi ti attovagli e cosa vuole la persona che hai davanti.
Com’è riuscito finora a non essere paparazzato dalle testate di gossip?
Non vado nei locali, non vivo il jet set. Ho la mia famiglia, mia moglie e mio figlio. Pensa che certi ambienti non m’invitino a cena? Preferisco declinare perché magari non so bene chi paga il conto e c’è il rischio che devi pagarlo tu, non in contanti ma in favori.
Come valuta il fatto che dopo Garlasco il nuovo cold case sia l’uccisione di Simonetta Cesaroni di 35 anni fa?
Ai tempi di Simonetta Cesaroni non si potevano fare indagini sofisticate come oggi. Per di più, che anche quelle possibili sono state fatte male.
Come per Chiara Poggi?
Basta dire che dal 13 agosto 2007 per tutto questo tempo l’unico sospettato è stato Alberto Stasi. Ad Andrea Sempio, portato in caserma il 14 agosto, non fu chiesto che cosa aveva fatto il giorno prima.
Sono irrisolti anche i casi di
Unabomber, del Mostro di Firenze e di Emanuela Orlandi: i nostri corpi investigativi sono inefficienti?
La piccola Kata scomparsa nel nulla da un hotel di Firenze nel giugno 2023 e non è mai più stata trovata. Le indagini o partono bene subito oppure non si riesce più a recuperarle.
Chi sono i suoi amici nel mondo della televisione?
Non sono tantissimi, una è Monica Leoffredi con cui ho lavorato tanti anni e che mmi ha seguito a Mediaset. Ho buoni rapporti con Fiorello, Antonella Clerici, Amadeus e Carlo Conti, anche se non ci frequentiamo quotidianamente. Molti amici li ho fuori dalla televisione.

 

La Verità, 28 agosto 2026

Caso Ranucci, la Rai valuta il danno reputazionale

Signore e signori, buonasera», camicia bianco abbagliante, barba pepe-sale e un imbarazzo affilato come la lama di un rasoio, immaginiamo il momento del ritorno in video il 24 novembre prossimo di Sigfrido Ranucci dopo l’estate calda dell’inchiesta sui «proiettili d’amore» di Valter Lavitola, delle rivelazioni sulla discesa in campo (largo) e di tutto il resto. Vedremo che cosa accadrà dopo che Giampaolo Rossi, amministratore delegato Rai, avrà valutato la relazione consegnata ieri dal Comitato etico e che rimarrà secretata, come già accaduto in passato. Le valutazioni del Comitato, filtra dai piani alti della tv pubblica, non determineranno automatismi nella scelta editoriale riguardo la conduzione del programma. Ai vertici c’è forte contrarietà per il danno reputazionale e preoccupazione per le ripercussioni sugli investimenti pubblicitari. E si seguono con attenzione e insofferenza gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. Difficile credere alla favola dell’attentato finalizzato a innalzare la protezione al giornalista. E accontentarsi del «no comment» opposto dall’avvocato di Lavitola alla domanda se Ranucci fosse a conoscenza della macchinazione del mandante-faccendiere.

Nell’attesa delle decisioni dei dirigenti di Viale Mazzini vien da chiedersi con quale faccia potrebbe ripresentarsi al suo pubblico il conduttore di Report. Quella del frequentatore del bistrot Cefalù gestito dal faccendiere pluricondannato e suo confidente? Quella del mancato candidato premier di centrosinistra sul quale il solito Lavitola aveva testato, con la consulenza di importanti opinionisti, il potenziale consenso? Quella del focoso amante di alcune sue fonti e collaboratrici? Quella di rivelatore, sempre a una fonte amica, della presenza in Rai di sacche di mafia e massoneria? O, infine, quella del giornalista che si paragona ai padri della patria Aldo Moro Piersanti Mattarella Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi da Cosa nostra e dalle Brigate rosse? Si sa, la televisione trasforma le persone, modifica l’autopercezione di chi la frequenta, provocando un distacco dalla realtà che favorisce deliri di onnipotenza. Tanto più se si frequentano adulatori interessati.

Ai piani alti della Rai si studia come salvare un marchio storico fondato nel 1994 e condotto per 22 anni da Milena Gabanelli. La quale ha già declinato l’invito a riprenderne le redini. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella dei «due consoli», Giorgio Mottola e Giulio Valesini, che garantirebbero continuità e sarebbero un riconoscimento del valore della redazione. Altri nomi ricorrenti sono quelli di Maria Cuffaro del Tg3, e di Alessio Zucchini, conduttore del Tg1. Rimbalzano anche le ipotesi di Massimo Giletti (Lo stato delle cose), Federico Ruffo (Mi manda Raitre) e Sabrina Giannini (Indovina chi viene a cena), ma in questi casi si scoprirebbero le caselle dei rispettivi programmi. L’ultima ipotesi, trasformare Report nel nuovo Tv7, solo servizi senza conduttore, comporterebbe spostarlo in seconda serata. Tra le varie soluzioni la meno probabile sembra un Sigfrido Ranucci reoladed. Non è facile ricostruire la verginità televisiva dell’ex principe del giornalismo d’inchiesta. Se si volesse farlo a tutti i costi verrebbe da pensare che i dirigenti Rai hanno un basso concetto del servizio pubblico e dei telespettatori di Report. È il caso di escluderlo e di ammettere che gli errori di Ranucci, a prescindere dalle insistenze per la sospensione di Matteo Salvini e dalla strenua difesa degli esponenti dell’opposizione, non possono non avere conseguenze sul futuro del programma.

Certo, nella storia della televisione italiana si è già visto di tutto: da Michele Santoro che, abbandona il seggio di europarlamentare dell’Ulivo per riprendere il microfono di telepredicatore e di conduttore di Annozero su Rai 2, alla collega Lilli Gruber che lascia in anticipo Bruxelles e approda a Otto e mezzo di La7. Mai, però, si sarebbe visto riprendere da dove aveva lasciato un conduttore che ha carezzato l’idea di candidarsi premier dello schieramento avverso al governo che per anni ha bersagliato, in modo monocorde, con il suo programma. Se ciò accadesse, più che nel mondo del giornalismo d’inchiesta, ci troveremmo dentro uno show di cabaret.

 

La Verità, 14 agosto 2026

Ranucci si scusa con Nordio e prova a svicolare

Zero passi avanti, uno indietro e una supercazzola. È la sintesi dell’ultimo episodio della serie intitolata Il giornalista e il ministro: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e principe dell’informazione d’inchiesta e il Guardasigilli Carlo Nordio. Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal coro che con il 6,13% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.

 

La Verità, 5 maggio 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

Il gioco di squadra non abita in Viale Mazzini

Stasera è una serata no, per me», ha cominciato a lagnarsi fin dall’anteprima Bianca Berlinguer, martedì scorso. A farle da spala, c’era, come al solito l’«alpinista scrittore» Mauro Corona. Pausa pubblicitaria e imbeccata studiata ad hoc. No, con la «Biancaneve» non si può scalare, non si può finché la neve non è ben assestata. «Lei è assestata, Bianchina?». «Questa sera non sono per niente assestata, tutt’altro!», ha replicato la conduttrice. «Sono molto arrabbiata, ma non posso dirlo ai nostri telespettatori, non sarebbe giusto. Ma troverò il modo di comunicarlo…». Si sussurra di una telefonata di protesta ai piani alti di Viale Mazzini.

Il motivo del lamento è come mai Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, abbia scelto di sconfinare su La7 chez Giovanni Floris per difendersi dalle accuse di tenere bordone ai no-vax. Figuriamoci. La questione è grave ma non seria, come sempre in Italia, tanto più nella Rai del servizio pubblico. Detto in due parole: oltre che conduttore di Report, Ranucci è anche vicedirettore di Rai 3. Lunedì sera, all’interno del suo programma, aveva mandato in onda un’inchiesta nella quale si ponevano alcuni interrogativi sull’obbligo della terza dose vaccinale. Apriti cielo: il Comitato di salute pubblica, il mix di politici e opinionisti gauchistes che governa l’infodemia emergenziale, ha gridato allo scandalo, signora mia! Con la sua erre blesa e la sua aria ingannevolmente pacioccona, Ranucci ha dovuto trovare il modo di difendersi. Ho fatto solo del giornalismo, ha detto, dubitando che i detrattori del servizio incriminato l’avessero visto davvero perché, nel dettaglio, era tutt’altro che funzionale alla mentalità no vax.

Il problema per la Rai targata Carlo Fuortes, improvvisamente divenuta nella narrazione mainstream un posto idilliaco, è che queste argomentazioni Ranucci è andato a rappresentarle a DiMartedì (share del 4,8%, un milione scarso di spettatori), programma concorrente di #cartabianca (4,2%, 852.000 spettatori) in onda sulla rete che vicedirige. Bizzarro, no? Dopo aver scoperto che era stato regolarmente autorizzato, ancor più bizzarramente si è scoperto che, invece, non era stato invitato nel salotto di B.B. Ovviamente, Floris non ha perso l’occasione di ospitare il giornalista al centro delle polemiche. Così, ai piani alti di Viale Mazzini, hanno facilmente potuto replicare alla Berlinguer che avrebbe dovuto giocare d’anticipo. Ma si sa, il gioco di squadra non è esattamente il punto di forza della Rai. Per Fuortes e Marinella Soldi c’è ancora parecchio da lavorare.

 

La Verità, 5 novembre 2021

«Ho voltato pagina, non torno in Rai»

Anche Milena Gabanelli rallenta per l’estate. Ma, dall’epicentro della sua attività multitasking – due pezzi a settimana per il Corriere della Sera, altrettanti video per il sito di Dataroom, le ospitate su La7 – può rispondere alle domande della Verità e riflettere sulla sua nuova vita fuori dalla Rai.

Poco più di sei mesi di Dataroom: facciamo un bilancio? Più riscontri cartacei o dai video?

«Sono riscontri diversi perché seguono strade differenti: quelli su cartaceo più tradizionali e istituzionali (magari ti telefona un ministro), i video hanno un pubblico più giovane e non si bruciano nella giornata di pubblicazione. Ce ne sono alcuni che diventano virali dopo un mese perché vengono intercettati dalle infinite vie del Web. I numeri in sei mesi? Un centinaio di video, accompagnati da altrettanti articoli di approfondimento».

Il video con più visualizzazioni?

«La storia dell’acquisto del Milan e dei soldi che il cinese non aveva. La domanda di chi fossero quei 700 milioni è sempre aperta e appetitosa».

Altri riscontri?

«Si sta alimentando il dialogo con quel mondo che si informa solo nelle piazze virtuali. Un’utenza molto difficile, diffidente, piena di pregiudizi e poco disponibile al confronto, anche perché quasi nessuno ha voglia di esporre le proprie viscere a chi sembra non ascoltarti nemmeno. Ti chiedi: ma perché devo replicare a uno che dopo averti smontato il pezzo con considerazioni basate sul nulla, ti manda “a darla via per strada”? Bisogna essere un po’ masochisti, no? Però il verminaio può solo proliferare se non si fa la fatica di entrarci e confrontarsi. Rispetto a qualche mese fa vedo che è un po’ cambiato il tono; sanno che rispondo e quindi interloquiscono in modo meno violento e io preferisco dialogare con chi non la pensa come me».

Da quante persone è composta la redazione di Dataroom?

«Da due giornalisti e due grafici, però si interagisce anche con tutti i colleghi del Corriere».

In base a quali criteri sceglie gli argomenti?

«Scelgo temi che possono essere rappresentati attraverso l’oggettività dei numeri, in modo da comprenderne le ricadute e le possibili soluzioni. Faccio un esempio: di quanto aumentano ogni anno gli acquisti online? Parallelamente di quanto è aumentato il traffico pesante in città per le consegne della merce acquistata su internet? La maggior parte di questi furgoni sono classe euro 3. In conclusione: ogni volta che acquisti online un prodotto venduto anche nel negozio sotto casa, contribuisci ad aumentare l’inquinamento».

Anche questo è giornalismo di servizio.

«Il giornalismo è per sua natura di servizio, altrimenti è solo servo».

Da servizio pubblico, sarebbe stato perfetto in Rai.

«Sarebbe, ma così non è stato».

Parlando di Rai, qualche giorno prima che fossero nominati i consiglieri di amministrazione, ha scritto un pezzo pieno di numeri in cui ha sottolineato il ritardo dell’informazione online: un vuoto lasciato dal rifiuto dell’ad Mario Orfeo di accogliere il suo progetto di Rai.it.

«Il rifiuto fu del Consiglio d’amministrazione prima dell’arrivo di Orfeo, che lo subordinò alla riforma complessiva del piano news. E quando lo scorso giugno arrivò Orfeo ha preferito non porre più la questione. Alla fine non hanno fatto né la riforma né il sito di news online. Credo sia l’unica tv pubblica al mondo a non averlo».

Quel pezzo poteva essere letto come una ripicca o come una candidatura a futura memoria: né l’uno né l’altro?

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Quanto perde la Rai senza il portale delle news

Piccole cose, appena delle brevi il giorno dopo l’addio ufficiale di Milena Gabanelli alla Rai. Il badge e il telefonino restituiti all’azienda. Il giro per salutare la redazione di Report, «più che colleghi, sono la mia famiglia». Poche parole anche sul post di Facebook: «Proseguirò il mio mestiere su un altro mezzo, da un’altra parte». Quello che si dice un addio sobrio, asciutto come il suo giornalismo. Lontano da sceneggiate egolatriche ed esternazioni di livori postumi nei confronti dell’azienda di una vita. A Luca Telese e Oscar Giannino, conduttori di 24 Mattino, Gabanelli ha confidato di essere delusa umanamente, ma anche di «non aver intenzione di menarmela troppo». Merito suo se ieri i giornali non traboccavano di sfoghi e interviste. Anche alla Verità conferma di non volerne concedere. Sta prendendo un treno per Bologna, dove si preparerà a un fine settimana di lavoro, oggi a Bruxelles, «dove si tiene una conferenza sull’immigrazione, un tema sul quale sto lavorando molto», domenica al Franco Parenti di Milano «con Ferruccio De Bortoli dove, nell’ambito di BookCity, farò un intervento ancora sull’immigrazione. Sto pensando a questo, adesso». Di certo non a un programma su La7 o in un’altra tv: «Un programma ce l’avevo già e l’ho lasciato». Più avanti deciderà dove sarà l’altro mezzo, «la rete e i social, dove si forma e s’informa la classe dirigente di domani». Potrebbe essere su una piattaforma già esistente, oppure un’avventura da costruire da zero. Tanto per buttare lì dei marchi: il Corriere della Sera al quale collabora, Repubblica e il Gruppo Gedi, Huffington Post, Fanpage, piattaforma da 7 milioni di contatti. Sobrietà e mente fredda, comunque.

Però, vista da fuori, la vicenda due paroline le merita. Perché, in fondo, stiamo pur sempre parlando della Rai e della giornalista che negli ultimi anni ha meglio interpretato la mission di servizio pubblico. Una discreta perdita di professionalità, certo. Ma anche una perdita economica secca, seppur difficile da quantificare. Per dire, nell’ultimo anno l’attività online di Repubblica ha fruttato 27 milioni di introiti pubblicitari. Quella del Corriere invece di milioni ne frutta 22-23. E quella della Rai che non c’è o quasi, e che potenzialmente dispone di molte più risorse delle testate cartacee, quanti mancati guadagni registra? Anche di questi chi amministra un’azienda finanziata dal denaro dei cittadini, come il direttore generale Mario Orfeo, dovrebbe auspicabilmente rispondere alla Corte dei Conti.

Il direttore generale della Rai, Mario Orfeo

Il direttore generale della Rai, Mario Orfeo

Nel febbraio 2016 l’allora direttore editoriale per le news, Carlo Verdelli, aveva parlato d’informazione «ferma al Novecento», notando che il sito aziendale era al 21° posto della classifica per utenti unici e che era più che mai urgente entrare nel Terzo millennio. In novembre venti persone dell’Area digital, le stesse che avevano realizzato Rai Play, vennero destinate alla creazione del nuovo portale. Pensato come uno strumento di un grande network, per ospitare volumi consistenti di notizie, rilanciare la potenza di fuoco di 1600 giornalisti, utilizzare un poderoso archivio aziendale, proporre nuovi modelli narrativi. Nello stesso periodo Gabanelli aveva abbandonato la conduzione di Report (cedendo il marchio all’azienda). Prima di essere assunta, in gennaio, come vicedirettore incaricato di coordinare la nascita di Rai24. Ai primi di febbraio era iniziata la rifinitura in vista del decollo del portale. Ma dopo che il Piano delle news di Verdelli era stato bocciato, anche quello di Antonio Campo Dall’Orto si era arenato. Mentre la redazione aveva continuato a lavorare, la creazione della nuova testata online aveva incontrato nuove resistenze in Cda. L’idea di assorbire Tg Parlamento nel Tg1 non avanzava. Campo Dall’Orto si dimetteva. Dopo l’estate la partita si è avviata al mesto finale. Gabanelli declina la proposta della condirezione di Rainews24 («non metto la faccia su un progetto non mio; mi hanno proposto uno sgabuzzino»); l’annunciata audizione della giornalista in Commissione di Vigilanza, solita pronunciarsi sui più svariati ed eterogenei argomenti, salta; la presidente Monica Maggioni non si pronuncia; alla richiesta di una striscia dopo il Tg1 con la formula del data journalism per non disperdere il lavoro fatto, Orfeo replica che 4 minuti potrebbero scardinare il palinsesto serale e ripropone la coconduzione di Report già spontaneamente abbandonata un anno prima.

Le dimissioni sono inevitabili e la sintesi è presto fatta. Oggi, malgrado il nuovo contratto di servizio pubblico richieda alla tv di Stato di recuperare il ritardo sulle piattaforme digitali, il pubblico più avanzato, frequentatore della Rete e dei social network, continua informarsi altrove sebbene paghi il canone per la Rai. Da un anno una redazione di tecnici, informatici e grafici lavora a un progetto di cui non si vede traccia. La giornalista di riconosciuta professionalità, assunta con questo preciso compito, ha dato le dimissioni e andrà a realizzarlo altrove. Ce n’è abbastanza per tirare una riga e fare qualche conto.

La Verità, 17 novembre 2017

P.s. Nel frattempo, il sito della Rai è sceso al 39° posto per utenti unici.

 

Nel match Report-Coca Cola vince il pubblico

Sarà a causa della corporeità generosa o perché quando raccorda i vari servizi con quella sua erre francese, qualche volta accenna a un vago sorriso, fatto sta che la conduzione di Report di Sigfrido Ranucci per ora sembra avere una tonalità più calda di quella, distaccata, di Milena Gabanelli (Rai 3, ore 21.25, share del 7.7%). Ho atteso la seconda puntata per commentare la nuova edizione perché la prima non mi aveva del tutto convinto. Pur soffrendo di allergia verso i cuochi e la retorica del cibo che tracima dai palinsesti di tutte le reti, il servizio che metteva a nudo le complicità e i conflitti d’interessi tra chef, sponsor, eventi culinari e critici gastronomici mi aveva lasciato un interrogativo. Pizzicare i popolarissimi Joe Bastianich & Co e le guide che distribuiscono stelle e cappelli mi sembrava una via troppo facile per assicurarsi l’audience alla prima uscita dell’edizione senza la storica fondatrice. Sarà mica che dalle inchieste sui poteri forti ci si accontenterà di fare il contropelo ai poteri medi?

Informazione pubblicitaria della Coca Cola

Uno spot pubblicitario della Coca Cola mostrato da «Report»

La seconda puntata mi ha ampiamente smentito. L’inchiesta intitolata «Dio Coca Cola» ha puntato il bersaglio grosso. Il contenuto divino della bibita inventata come medicinale nel 1866 da un farmacista di Atlanta è zero come quello calorico della sua versione dietetica. A meno che non si voglia considerare l’uso distorto che se ne fa in certe celebrazioni religiose in Messico, paese in cui la percentuale di persone obese o affette da diabete causa la sua eccessiva assunzione è di gran lunga superiore alla media. I governi che hanno tentato d’introdurre la soda tax non solo in America centrale, ma anche nella nostra Italia, sono divenuti oggetto delle convincenti attenzioni del colosso dei soft drink. Lo ha confermato Renato Balduzzi, ex ministro della Salute: «Vennero a trovarmi al ministero i vertici della Coca Cola». E alla fine la soda tax scomparve dall’agenda del governo Monti, certamente non perché il premier tecnico fosse stato in passato consulente della multinazionale americana. Non sono invece totalmente diluite le particelle di titanio di cui l’analisi chimica effettuata da Claudia Di Pasquale ha rilevato l’esistenza in tutte le bevande di proprietà del marchio. Le dosi sono infinitesimali e quasi certamente non nocive. Ma un importante centro studi sull’alimentazione francese suggerisce approfondimenti. È una delle numerose opacità documentate dalla puntata dell’altra sera di Report cui la multinazionale ha risposto in diretta su Twitter e successivamente durante il dibattito live su Facebook. Le principali materie del contendere sono gli esigui risarcimenti che il marchio di Atlanta versa alle regioni italiane dove hanno sede i quattro stabilimenti (dai 6 ai 30.000 euro circa l’anno) per lo sfruttamento delle acque pubbliche e la scarsa trasparenza dell’assetto societario del colosso il cui 23% rimane anonimo.

Durante la messa in onda c’è stata un’unica interruzione pubblicitaria, a pochi minuti dalla fine. Mentre si fa un gran parlare di riforma della tv di Stato vien da chiedersi se una Rai privatizzata avrebbe trasmesso un’inchiesta così.

«Presa diretta» si reportizza e scopre l’algoritmo del caos

Milena Gabanelli si è ritirata a vita dietro le quinte e vedremo come sarà dalla primavera la nuova versione di Report. Nel frattempo, con tutto quello che accade nel nostro sconclusionato Paese, il giornalismo d’inchiesta è sempre necessario e forse ancor più di prima. Presa diretta di Riccardo Iacona è uno degli ultimi esempi di informazione «fatti, non parole». Cioè, reportage, scavo, approfondimenti, documentazione senza la stucchevole e sempre meno sopportabile presenza in studio dei politici a discettare sulla qualunque per farsi pubblicità. Il campione assoluto del momento è Stefano Esposito: da Tagadà a Otto e mezzo a scegliete voi lui c’è sempre. Tornando a Iacona, conduttore con l’orecchino, non hà l’algida autorevolezza di Milena Gabanelli, ma il suo programma si sta lentamente «reportizzando», cioè sembra sfumare certi toni troppo schierati. L’altra sera Presa diretta è andato in onda in versione allungata in occasione dell’anniversario della morte di Giulio Regeni (Rai 3, ore 21.10, share del 4.44 per cento), ma i suoi punti di forza sono stati l’intervista esclusiva a Frauke Petry, leader di Alternativa per la Germania, formazione vicina alle posizioni di Marie Le Pen, presente in dieci lander tedeschi e che alle prossime elezioni punta a entrare nel Bundestag e, soprattutto, il lungo servizio intitolato «Caos scuola». Il punto di partenza era: com’è possibile che, essendo stati assunti 85.000 precari per decreto, mai come quest’anno molte cattedre scolastiche, dalle elementari alle superiori passando per gli insegnanti di sostegno, siano prive di docenti. L’inchiesta ha mostrato tutte le incongruenze dell’azione del ministero per l’Istruzione: insegnanti aventi diritto al posto e scavalcati da colleghi con punteggio inferiore, professori «deportati» dalla Puglia in Lombardia e poi tornati nella scuola dove insegnano da anni grazie all’assegnazione provvisoria lasciando sguarnita la cattedra che avrebbero dovuto riempire, saloni del provveditorato ribollenti di migliaia di supplenti in attesa di chiamata, il dissenso tra il ministro Giannini e il capo del governo. Una situazione selvaggia, ammessa persino da Renzi che, in più occasioni, ha riconosciuto che qualcosa non ha funzionato. Il qualcosa, si è capito dal servizio di Alessandro Macina, è un misterioso algoritmo ordito da Finmeccanica e Hewlett Packard, vincitrici dell’appalto ministeriale, e costato 400.000 euro. Ecco: il fatto che i destini della scuola italiana, che dovrebbe essere la preoccupazione prima dei governanti, siano abbinati al funzionamento di un algoritmo fotografa lo stato della nostra politica e la forma mentale di chi ci ha governato in questi anni.

La Verità, 25 gennaio 2017