Giù dal trapezio, Sigfrido plana sulla rete dei giudici
Sveglia, Sigfrido. Wake up, usando un verbo di moda. Scuotiti. E prova, per un attimo, a uscire dal tuo personaggio; anzi, dai tuoi, al plurale. Prova a guardarti dalla giusta distanza, come si predica nelle migliori scuole di giornalismo (anche non d’inchiesta). Prova a farlo e a farti, di conseguenza, qualche semplice domanda. Come fanno a stare nella stessa frase «giornalismo d’inchiesta» e «azzeramento della credibilità»? Come fanno a essere compatibili un ruolo di primo piano, in senso lato e anche televisivo, nel servizio pubblico – mi piacerebbe sapere che concetto ne hai – e la fraternità con un faccendiere pluricondannato (emoticon perplesso con pollice e indice sul mento)? Perché, se osservi con distacco, è questo che è successo. Che ti è successo. Sinonimi di credibilità: autorevolezza, attendibilità, credito, fiducia, onore, prestigio. Dopo tutto quello che è capitato, tra il Cefalù in Monteverde, lo studio in via Teulada e Pomezia, è indubitabile che quote consistenti di credibilità siano andate smarrite. E allora, caro Sigfrido, wake up. Ora si capisce anche troppo bene il perché del tuo post post Report che parla di «mondo mostruoso governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Tutto chiaro: il mondo senza la tua conduzione di Report, affidata a due colleghi che mortificano 30 anni di professionalità e di storia, è un posto mostruoso. E ancora più chiaro è il riferimento alla magistratura, con la quale tutto può succedere, visto l’endorsement tributatoti dall’Anm. Ma anche visto il successivo imbarazzato silenzio, una volta emersi i fatti della bomba d’amore, il sondaggio e tutto il resto. Tutto può succedere, anche che un magistrato faccia combaciare la corona da «principe del giornalismo d’inchiesta» con i tanti trapezi da cui ti sporgi nella mezza dozzina di ruoli interpretati nello show che stai portando in giro per l’Italia dei follower. Con l’aiuto del sempre solerte Usigrai, si troverà un magistrato che riuscirà a rendere accettabile il trapezio di habitué del bistrot di proprietà di Valter Lavitola che ha incaricato strane comparse di simulare un attentato per accrescere il tuo stato di vittima e la tua popolarità. Si troverà un magistrato in grado di rendere plausibile la tentazione a lungo coltivata – con il supporto di Valterino direttore marketing al quale passavi le mail riservate del capo degli Approfondimenti Rai – di candidarti a premier (un attrezzo non afferrato?) nello schieramento opposto a quello del governo attuale, abituale bersaglio dei tuoi Report? Un magistrato che saprà marginalizzare il trapezio delle acrobazie amatorie con stagiste e fonti varie, che passerà sopra la rivelazione, sempre a una fonte, che la Rai «è piena di mafiosi e massoni». E si scoverà un magistrato che, sempre a proposito di compatibilità con il servizio pubblico, si dimenticherà dell’autoparagone con uomini come Piersanti Mattarella Aldo Moro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia e dai terroristi.
Su quale di questi vari trapezi ti saresti ripresentato nel Barnum della telepolitica? Lo sai meglio di tutti, la televisione è traditrice, palesa ciò che si vorrebbe rimuovere. Come l’eccesso di autostima e le cicatrici nascoste dal cerone che prima o poi si scioglie sotto i riflettori. Adesso t’imbarchi nella guerra di carte bollate e tribunali per farla pagare a Matrigna Rai. Sali sul trampolino del giornalismo libero, della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione: tu che sei stato oggetto «di una character assassination che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e forse anche a livello mondiale». Hai detto così, no? Su, Sigfrido, fatti coraggio, se Ocasio-Cortez ha rinnegato il woke, anche tu puoi farcela… E consolarti con la vicedirezione al Tg3 con delega agli speciali, a Rainews per gli approfondimenti o la corrispondenza dal Cairo, che non è solo il posto dove torturarono Regeni. Solo la sbarra del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico sarà duro riagguantare. «Lunga vita a Report», ha detto Milena Gabanelli.
La Verità, 30 agosto 2026


