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«Perché il calcio di Sacchi è durato solo tre anni»

L’aria da agente segreto con impermeabile, bavero alzato e occhiali scuri ce l’ha ancora, nonostante le 82 primavere. Anche i dossier li conserva, in cartelle vergate con calligrafia elegante. «Servono per il libro che sto scrivendo. Ci lavoro da un anno, è un capolavoro, non uscirà mai», scherza Natale Bianchedi. «Comincia con una citazione di Josè Saramago: “Il calcio è caos e confusione. Ma il caos è un ordine da decifrare, mentre la confusione genera ignoranza”».

Il calcio è la materia d’inchiesta di Bianchedi, «la spia di Sacchi». Siamo nella sua casa di Ravenna, il vertice a est del triangolo dove nasce e muore la storia. Gli altri angoli sono Fusignano, a nord, e Bellaria, a sud, le squadre allenate dall’Arrigo e dal «Nat» giovani. La storia è quella di un sodalizio rivoluzionario che ora si è incrinato, forse irrimediabilmente. Bianchedi è fluviale – «un po’ prolisso», mi avevano anticipato –  e le sue repliche cominciano invariabilmente così: «Prima di rispondere devo fare una premessa, però non si può scrivere». Questa intervista è caos decifrato.

Viene prima Natale Bianchedi o Arrigo Sacchi?

«Arrigo è Arrigo. Ha creato lo spartito, i movimenti in armonia, la sincronia. È un gioco durato tre anni, dall’87 al ’90, vincente a tutti i livelli. Interpretato solo da lui, con quei giocatori, ma irripetibile».

Quindi viene prima Sacchi.

«Ci mancherebbe, io sono l’ultima ruota del carro».

Però le deve qualcosa.

«Sacchi ha una qualità notevole: sa farsi apprezzare dalle persone più influenti. Per esempio, il conte Alberto Rognoni, fondatore del Cesena calcio e papà di Ettore, storico direttore dello sport Mediaset. E naturalmente Silvio Berlusconi».

Come sono adesso i suoi rapporti con lui?

«Per me il Milan era Berlusconi, testa illuminata e illuminante. Ha avuto due grandi allenatori, Sacchi e Capello, che hanno vinto con due stili di gioco opposti. Ma i veri vincitori sono stati i calciatori».

I suoi rapporti con Sacchi?

«Non ci telefoniamo più».

Motivo?

«Non abbiamo litigato. Sulla via del successo ha mancato di sensibilità, raccontando fatti privati che dovevano restare tali. Mi sono sentito strumentalizzato, la mia competenza gli è servita, ma la mia persona è stata offesa».

Qual è stato il casus belli?

«Fermiamoci qui».

Quando ha iniziato a fare l’osservatore per lui?

«Giocavo in serie D a Caltagirone, ma sono dovuto venir via per una storia che non si può scrivere».

Donne?

«A 28 anni sono tornato a Ravenna, stavo fuori la notte… Un giorno si presenta un mio ex dirigente al Bellaria e mi propone di fare l’allenatore del Fusignano. “Alfredo, non ho il patentino, non vedo le partite, come faccio?”. “Arrangiati”. La miseria aguzza l’ingegno. Tutti i mercoledì a Castiglione si allenava il Cesena di Gigi Radice, poi di Eugenio Bersellini e Osvaldo Bagnoli. Quello è stato il mio Coverciano. Guardavo e applicavo nel Fusignano e poi nel Bellaria».

Sacchi?

«Era riuscito a iscriversi a Coverciano e mi mandava gli appunti delle lezioni, grazie ai quali il Bellaria faceva il pressing, il fuorigioco, la superiorità numerica…».

Quando divenne la sua spia?

«Mi chiamò mentre ero in vacanza all’Alpe di Siusi: “Devo allenare la Fiorentina, tieniti pronto”. Due giorni dopo mi richiama per dirmi che va al Milan. Rifiuto, ma quando torna alla carica, dopo l’eliminazione dalla Coppa Uefa con l’Espanol, accetto».

Oggi il vostro lavoro lo fanno i droni?

«Non so, i droni capiscono di calcio? Chi vuol capire il teatro credo impari più dalle prove che dagli spettacoli».

Che cosa faceva per Sacchi?

«Al Milan ero l’amico dell’allenatore. In realtà ero l’unico che ne conosceva indirizzi tecnici e mentalità».

Visionava le partite delle avversarie?

«Andavo a vedere anche singoli calciatori. Lui non aveva un vissuto di campo e voleva sapere tutto».

In funzione della partita successiva?

«Non solo, osservavo anche allenatori importanti a prescindere. Nel ritiro del Ciocco ho visto la Dinamo Kiev di Valerij Lobanov’skyj, i Glasgow Rangers di Walter Smith, la Lokomotiv Mosca di Jurij Semin. Ho visto Johan Cruijff allenare il Barcellona prima della Supercoppa del 1989».

Gli allenamenti erano a porte chiuse e una volta a Madrid venne cacciato.

«Quella è una storia inventata».

Ma come? Ci sono le cronache.

«Se glielo dico io… L’ha inventata un giornalista del Corriere dello sport perché il giorno prima Sergio Di Cesare della Gazzetta aveva pubblicato un’intervista con me. Dovevo vedere un centravanti e avevo accompagnato Di Cesare al Santiago Bernabeu per comprare dei souvenir. Quel giornalista mi vide e costruì quella storia. Lo trovai qualche mese dopo nella hall di un hotel di Marsiglia: “Tu sei quello che ha scritto quella balla…”. Mi sfidò a denunciarlo… “Io non denuncio nessuno, ma se vieni fuori ti presento mio fratello cattivo”. Poi lasciai perdere… Lavoravo al Milan… Sa come vanno queste storie sui giornali».

No, come?

«Gianni Agnelli e John Fitzgerald Kennedy sono due dongiovanni, io e lei siamo due puttanieri».

Si camuffava per spiare gli allenamenti?

«Avevo due modi di vestirmi: in giacca o da tifoso. Una volta andai al campo dell’Olympique Marsiglia con una ragazza e un neonato in braccio, che mi fece i suoi bisogni addosso. Anche qui, se in tribuna ci sono Michel Platini o Giovanni Trapattoni nobilitano la partita, se ci sono io sono una spia».

Lei carpiva i segreti.

«Invece Sacchi e Capello perché vanno alle partite?».

Carpire i segreti era il suo lavoro.

«Ad Arrigo servivano le mie informazioni».

Così le ha fatto girare il mondo.

«E io gli sono riconoscente. A Madrid andavo a vedere la partita, tornavo in albergo e gli telefonavo. Poi c’era la movida fino all’alba, la mattina facevo colazione in extremis, portavo i bagagli alla reception, andavo al Prado, tornavo in hotel e partivo. Mi è venuta la passione della pittura, lo sa che aiuta a capire il calcio?».

Mi fa un esempio?

«Al Rijks museum di Amsterdam non riuscivo a staccarmi da La sposa ebrea di Rembrandt. Qualche tempo dopo lessi che Van Gogh avrebbe voluto trascorrere dieci anni seduto su una panca a contemplare l’immobilità e la cromatura di quell’opera. Quando nel 1989 il Milan batté 1 a 0 il Nacional di Medellin in Coppa Intercontinentale con un gol di Evani all’ultimo minuto dei supplementari mi tornò in mente Rembrandt. Le squadre giocavano a specchio, chi sbagliava perdeva. Molti tifosi disprezzarono quella partita molto tattica, io la paragonai a La sposa ebrea».

Visionava anche i calciatori da comprare?

«Frank Rijkaard andai a vederlo al Saragozza. In allenamento e in partita. Poi andai al Vicente Calderon di Madrid dove si allenava l’Atletico di Alemao, che però era svogliato. Tornai a vedere Rijkaard, era un giocatore universale e poco dopo il Milan lo comprò».

Anche se Berlusconi voleva Borghi?

«Sacchi s’impuntò e Berlusconi cedette. Borghi non c’entrava con il calcio di Sacchi».

Il calcio di Sacchi.

«È un calcio dogmatico. Che ha tre costanti: genialità nell’assemblare idee altrui per crearne una propria, stress cognitivo e fisico come propellente, giocatori funzionali all’idea. Émile Chartier dice che <niente è più pericoloso di un’idea se è l’unica che abbiamo>».

Altri calciatori segnalati?

«Ronaldo aveva 17 o 18 anni, andai a Belo Horizonte per vederlo nel derby Cruzeiros-Atletico Minagerais. Mai visto un giocatore così. Raggiunsi il Milan ad Atene, vigilia della finale con il Barcellona di Cruijff. Eravamo nella hall dell’hotel con Capello: “Pelè dice che è un fenomeno, Bora Milutinovic che è un grandissimo giocatore e tu lo esalti. Non è il caso di aspettare due anni prima di portarlo al Milan?”. In quel momento passava una ragazza, diciamo così, molto bella… “La vedi quella, Fabio? Fra due anni è buona anche subito”».

Ma Ronaldo andò al Psv.

«Capello insistette, ma i dirigenti del Milan e i procuratori brasiliani non si accordarono».

Dopo Sacchi ha osservato anche per Capello.

«Visionavo calciatori per ruoli precisi. Capello prese una squadra che aveva vinto tutto, tolse lo stress e vinse quattro campionati di fila».

Perché seguì Sacchi in Nazionale?

«Per riconoscenza. Mi chiamò in vista dei Mondiali del 1994. Osservavo le nazionali e i giocatori per le convocazioni».

Perché si dimise?

«Tornati da un torneo in America, ripresi le trasferte. Mi accompagnava un autista, ma allo stadio per lui non c’era mai l’accredito. Mi lamentai, ma Sacchi mi disse: “Se uno non sta bene in un posto se ne può andare”. “Tranne me, che sono l’ultima ruota del carro, dalla prima alla penultima potete andare tutti a quel paese”, replicai. “Io non ci vado”, rispose. “Ma io vi ci mando, potete scegliere”. Se non c’è intesa, o accetti il sistema o te ne vai. Io me ne andai, nonostante avessi ottimi rapporti con gran parte dei dirigenti».

E i Mondiali americani?

«Li ho visti dall’Italia. Ma tutte le notti dopo le partite Sacchi telefonava per sapere le mie valutazioni sui giocatori e sugli avversari. E io gliele davo, per amicizia».

Mini definizioni degli allenatori, cominciando da Sacchi.

«Un ex grande».

Capello?

«Capisce di calcio».

Josè Mourinho?

«Tra i grandi».

Pep Guardiola.

«Il numero uno».

Maurizio Sarri?

«Un grande alla prova dei campioni».

Antonio Conte?

«Un grande filo italianista».

Carlo Ancelotti?

«Intelligenza pratica e capacità di adattarsi alla realtà, qualità che apprese giocando con un ginocchio distrutto. Lo visionai in Bologna-Roma: poca mobilità, ma grande intelligenza tattica».

La sua passione è Davide Ballardini?

«Con lui Piatek ha fatto 13 gol in 8 partite. Ha inventato Edinson Cavani centravanti nel Palermo…».

Mai chiamato da una grande squadra.

«Non ha i procuratori giusti. Con la Lazio batté l’Inter di Mourinho in Supercoppa. Ma la panchina era corta, poco alla volta la squadra andò in difficoltà e fu esonerato».

Giampiero Gasperini?

«Sta facendo bene, nelle grandi squadre non ci è riuscito».

Mancini riporterà in auge la Nazionale?

«È sulla strada giusta».

 

La Verità, 8 settembre 2019

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019

Fenomenologia dell’Ajax, matrice di bel calcio

Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all’evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un’inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un’ossessione. C’è già chi vaticina la fine di un’epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare – quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web –  ma di calcio e dell’Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un’appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.

L’evidenza maggiore dell’altra sera è un’abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull’estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall’altra un gioiello tecnico e tattico con un’idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d’attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.

Torna alla mente l’Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l’Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del paese ospitante, fino all’ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens. Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l’Argentina, anch’essa paese ospitante, a togliere all’Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell’italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell’Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E potrebbero esserlo ancora di più prossimamente nell’epilogo della stagione di Champions League. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d’imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l’Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona – a proposito – e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.

Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L’Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c’è stata astuzia nell’Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l’ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un’intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l’editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport.

La Verità, 18 aprile 2019

«I poteri forti del calcio controllano la critica»

Buongiorno Maurizio Pistocchi: anche lei si è rinnamorato dell’Ajax?

«Io sono da sempre innamorato di un’idea di calcio che prevede il possesso e il controllo del campo e del pallone. Ho avuto la fortuna di lavorare con Arrigo Sacchi…».

Quando?

«Dal 1979 al 1981 come dirigente accompagnatore della primavera del Cesena».

Il calcio di Sacchi nasceva dal primo Ajax di Rinus Michels e Johan Cruijff?

«Sacchi era un allenatore di straordinaria cultura. Mutuò il pressing da Michels, la linea della difesa mobile dall’Argentina di Luis Menotti e la zona totale dai brasiliani. Assemblò tanti concetti. E soprattutto fu capace di trasferirli ai campioni, cosa tutt’altro che facile».

L’Ajax di oggi è un gioiello tecnico e tattico che viene da lontano.

«L’Ajax è l’inizio, tutto nasce dall’Olanda. Anche il Barcellona dov’è cresciuto Pep Guardiola, uno dei maggiori innovatori del calcio mondiale, era allenato prima da Cruijff e poi da Frank Rijkaard. È qualcosa che poi abbiamo visto nel Napoli di Maurizio Sarri e, appunto, nelle squadre di Guardiola».

Maurizio Pistocchi, giornalista scomodo di Mediaset, non ha più uno spazio da opinionista: scomparso. In un ambiente nel quale imperversano Mario Sconcerti e Ilaria D’Amico e la minima critica ai poteri forti suona lesa maestà, se ne sente la mancanza. Qualche giorno fa, per esempio, dopo Juventus-Milan e le successive polemiche per l’arbitraggio virato in bianco e nero, Sconcerti ha vergato un commento intitolato: «Juventus, quegli immensi distacchi che annullano gli errori arbitrali». Pistocchi ha replicato a stretto giro su Twitter (oltre 100.000 follower): «Ben Johnson, quegli immensi distacchi che annullano gli effetti del doping (Seul, 1988). Sconcertante».

Senta Pistocchi, noi ci siamo rinnamorati dell’Ajax, ma in semifinale andrà la Juventus.

«La Juventus è una squadra esperta, che ha abitudine ai grandi match ed è capace di sfruttare al 100% le occasioni. È favorita, ma lo era anche prima della prima partita».

Solito dilemma: estetica o praticità?

«Dissento. Come si può definire poco pratica una squadra che ha vinto 4-1 al Santiago Bernabeu? Non è bellezza fine a sé stessa. L’Ajax cerca il risultato attraverso il gioco, la Juventus attraverso le qualità individuali».

È difficile coniugare ricerca della bellezza e risultato?

«Una grande squadra dovrebbe perseguire questo obiettivo. Prima della finale di Coppa dei campioni con la Steaua Bucarest Silvio Berlusconi disse che la filosofia del Milan era <vincere e divertire>. Il giorno dopo L’Équipe scrisse che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Quel Milan è stato la squadra più importante del calcio italiano perché ha vinto e convinto. Non è mai stato insultato a fine partita. Vinse lo scudetto a Napoli uscendo tra gli applausi. Oggi, gran parte delle squadre italiane anziché puntare a divertire il pubblico giocando un calcio offensivo e di qualità, prediligono un gioco <risultatista>, basato sugli errori dell’avversario e lo sfruttamento delle situazioni. Il nostro è sempre stato un calcio avaro e speculativo».

Che cosa pensa delle dichiarazioni di Massimiliano Allegri quando, a proposito di un fallo non enfatizzato da Douglas Costa, ha detto che «bisogna crescere anche in questo, non si gioca puliti a calcio»?

«Penso che siano cose da dire al massimo dentro uno spogliatoio, non certo in televisione. Altrimenti, poi, non lamentiamoci se le partite delle giovanili sfociano in risse tra ragazzi, genitori, arbitri».

Il calcio, come tutto lo sport, dovrebbe essere il territorio della lealtà, invece è una cosa sporca?

«Quando ero bambino c’erano Omar Sivori, Valentino Angelillo e Humberto Maschio, tre argentini soprannominati gli angeli dalla faccia sporca, parafrasando il titolo di un famoso film. Erano campioni che praticavano un calcio di strada in cui era ammesso tutto. Per molti il calcio non è solo uno sport, ma una forma di rivalsa sociale, l’espressione di una mentalità. Noi siamo il Paese di Machiavelli, del fine che giustifica i mezzi».

La Juventus è antipatica perché vince troppo?

«Credo che possa risultare antipatica per come vince. Il problema non è la vittoria in sé, ma come arriva».

Cosa pensa dell’introduzione del Var e della sua applicazione?

«È una novità importantissima. Quando nel 1991 conducevo L’Appello del martedì in un’intervista a Tv Sorrisi e canzoni fui il primo a sostenere la necessità della moviola in campo. Oggi il protocollo di utilizzo va perfezionato, applicandolo anche nelle situazioni dubbie. Gli arbitri faticano ad accettare il Var perché pensano di perdere autorità. In realtà, io credo che tolga autoritarismo, ma aumenti l’autorevolezza dell’arbitro, anche e soprattutto quando ha il coraggio di correggersi».

Parlando di Ajax e Juventus lei ha segnalato il monte stipendi diverso delle due squadre, citando una frase di Cruijff: «Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol». Alla lunga però la forza finanziaria aiuta.

«La Juventus è stata brava perché ha avuto visione, ha costruito lo Stadium, ha creato un progetto finanziario, ha realizzato un’operazione di marketing acquistando Cristiano Ronaldo che, con 206 milioni l’anno rappresenta, da solo, il quinto fatturato della Serie A. Poi ha avuto la fortuna di un allenatore come Antonio Conte che l’ha presa al settimo posto e l’ha portata al primo nell’unico anno in cui, con Allegri sulla panchina del Milan, Zlatan Ibrahimovic non ha vinto lo scudetto. Ha costruito i suoi successi sul lavoro e la qualità, avendo come unico competitor il Napoli di Sarri che l’anno scorso le ha conteso il primato fino a prima di Inter-Juventus, arbitrata da Orsato».

Quanto è significativo il fatto che Juventus e Napoli siano di proprietà italiana, mentre Inter, Milan e Roma no?

«Il calcio è spesso lo specchio di un Paese ed è indubbio che l’Italia sia in crisi. Se imprenditori come Massimo Moratti e Berlusconi hanno lasciato qualcosa vorrà dire. Il nostro sistema è dispendioso e indebitato perché impostato su assetti vecchi. I nuovi proprietari di Roma, Inter e Milan hanno trovato bilanci in crisi. Per acquistare Ronaldo la Juventus si è finanziata con l’emissione di un bond pur avendo alle spalle un’azienda come Fca con sede in Olanda. L’unico contraltare è il Napoli di proprietà di Aurelio de Laurentiis che, con possibilità molto inferiori, rimane sulla breccia».

L’uniformità dell’informazione e la mancanza di critica ai poteri forti è determinata dagli investimenti pubblicitari? Per esempio i 104 milioni investiti nel 2016 da Fiat, terzo big spender dietro Volkswagen e Procter & Gamble?

«Ogni mese i giornali, compresi quelli sportivi, registrano un calo medio del 10% sull’anno precedente. È evidente che la squadra con il maggior numero di tifosi, perciò di potenziali acquirenti o abbonati, possa di fatto condizionare il lavoro dei media. È naturale che, investendo molto denaro, le società che fanno capo a Fca siano difficilmente scontentabili. Tanto più se l’ufficio stampa della Juventus riesce a controllare tutto quello che viene detto e scritto».

È questo anche il motivo per cui è difficile realizzare una serie tv su Calciopoli?

«Mi pare l’abbia detto piuttosto chiaramente Luca Barbareschi, il quale realizzerà una serie sul calcio e le scommesse che non riguarderà Luciano Moggi».

Che cosa pensa dell’idea di trasformare la Champions League in un campionato europeo per club da disputare nei weekend spostando i campionati nazionali durante la settimana?

«Penso sia un’idea che distruggerà i campionati. Per fortuna, essendosi espresse in senso contrario sia Bundesliga che Premier league, sarà difficilmente attuabile. Quest’anno la Premier ha portato quattro squadre ai quarti di Champions, è la competizione più venduta nel mondo e incassa 3 miliardi di euro di diritti, contro i 900 della Serie A. Infine, occhio al rischio saturazione. In Gran Bretagna, dove gli stadi sono pieni, le partite trasmesse sono 180 all’anno, da noi 400. Prima di pensare al campionato europeo per club dovremmo decidere se consideriamo il calcio un fatto popolare o un hobby per oligarchi e grandi famiglie».

Perché non sappiamo creare vivai come l’Ajax e il Barcellona con una propria impronta sportiva?

«Perché abbiamo fretta. La Juventus, che lo potrebbe fare, si accontenta di vincere senza puntare a creare uno stile. Nello spogliatoio del Manchester united di Ferguson c’era un cartello che diceva che più delle vittorie conta lo stile. Al Real Madrid, se vinci giocando male ti mandano via, ne sa qualcosa Fabio Capello. Da noi, a chi osservava che la squadra più vincente non fa spettacolo, l’allenatore ha risposto che conta vincere e che per lo spettacolo si deve andare al circo».

Che idea si è fatto del caso Icardi?

«È qualcosa che può succedere in un gruppo di 25 milionari dove il più ricco sta sul piedistallo e diventa antipatico a tutti. È un fatto causato dalla scarsa integrazione nel gruppo. Il contrario di quello che ha fatto Cristiano Ronaldo, un campione umile che si è messo a disposizione della squadra».

Che cosa serve al Milan per tornare grande?

«Tutto deriva dal tipo di calcio che si vuole praticare. Penserei al Barcellona o al Manchester City e costruirei un vivaio con quella filosofia. In Italia abbiamo lasciato andare via Sarri, che al primo anno in Premier è terzo e ha un piede in semifinale di Europa League. Guarda caso l’allenatore consigliato da Sacchi ad Adriano Galliani quand’era all’Empoli».

E all’Inter cosa manca?

«Qualche grande giocatore e la scelta della direzione da prendere tra Marotta che vorrebbe Conte, chi vuole tenere Luciano Spalletti e l’ala morattiana favorevole al ritorno di José Mourinho. Se sai quale calcio vuoi giocare impari a valutare la tua rosa e magari non cedi Zaniolo».

Cosa pensa quando vede Berlusconi e Galliani proprietari del Monza calcio?

«Che tutti invecchiamo e anch’io domenica (oggi per chi legge ndr) compio 63 anni».

Tanti auguri, allora. Pensi che ti rivedremo in televisione?

«Grazie, sarà difficile. Le cose e le persone cambiano. E non sempre in meglio».

La Verità, 14 aprile 2019