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«La sinistra ha mollato i deboli e rincorso i ricchi»

Lui assicura di averlo sempre detto. Di aver sempre ammesso di essere un radical chic, amico dei potenti. «Del resto, la mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto. E ci sono i libri e gli articoli che ho scritto. Sono amico di molti operai e anche dell’ingegner Carlo De Benedetti. Continuerò a frequentare sia loro che lui dicendo sempre come la penso. Non ho mai immaginato di poter essere un leader della sinistra. Tanto meno di poter contribuire a quello che sarà un cammino di risalita lungo, incerto e faticoso. Non illudiamoci». Lui è Gad Lerner, volto e firma del giornalismo militante, da Lotta continua al Tg1, dal Manifesto a La7 passando per programmi come Profondo nord, Milano, Italia e L’Infedele. «No, non c’è stato un motivo scatenante della mia autocritica – parola sovietica. O forse sì, la querelle sul Rolex, che è servita solo a consolidare l’etichetta di radical chic». Strenuo oppositore di Matteo Salvini, mi riceve in corso Sempione, dove sta preparando uno speciale sulla morte di Soumaila Sacko, il migrante del Mali ucciso il 2 giugno in una baraccopoli vicino a Rosarno: «Potrebbe essere uno dei miei ultimi lavori in Rai. Vedremo chi arriverà qui. Anche su questo non mi faccio illusioni. Lo dico senza vittimismo, grato a quest’azienda nella quale sono tornato a lavorare per volontà di Carlo Verdelli».

Perché la sinistra sta sparendo?

«Quando si patiscono sconfitte storiche si finisce sottotraccia. Mi auguro che i dirigenti superstiti non s’illudano di tornare presto al governo, con qualche scorciatoia. I terreni vanno arati e coltivati con pazienza per vedere se quello che c’è sotto può riprendere a dare frutto. La sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne».

È un fenomeno globale?

«Certamente. Un conto è organizzare un movimento di lavoratori in un pianeta che al tempo di Carlo Marx aveva 1,5 miliardi di abitanti, un altro è farlo ora che ne ha sette. Le braccia che si offrono vantaggiose ai datori di lavoro si sono moltiplicate. Questo rende difficile tutelare la retribuzione e la dignità dei lavoratori. Non solo nei mestieri umili e manuali, ma anche in quelli qualificati come il nostro, che oggi è proletarizzato».

La sinistra ha abbandonato la battaglia contro le diseguaglianze.

«Per decenni si è pensato che la risposta alla difficoltà dell’economia fosse lasciare briglia sciolta agli imprenditori, liberalizzando i contratti e rendendo più flessibili gli orari. Oggi l’Italia è uno dei Paesi europei con più negozi aperti 7 giorni su 7. In Germania il sabato e la domenica sono chiusi, ma l’economia va molto meglio».

Hai parlato di ansia di legittimazione…

«Per arrivare a governare, i partiti di sinistra si sono alleati con le famiglie capitaliste in nome di una presunta maggiore competitività delle aziende. Riducendo i salari e le garanzie dei lavoratori si sarebbero aumentati i margini e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio. È stata una gigantesca illusione».

Dicevi che ha smesso di occuparsi dei ceti subalterni.

«Nella seconda metà degli anni Novanta i dirigenti del partito che per la prima volta conoscevano i rappresentanti dell’alta finanza subirono una sorta d’infatuazione. Ricordo il compiacimento con cui Massimo D’Alema raccontava l’incontro con l’inavvicinabile Enrico Cuccia, immaginando alleanze quasi fosse il portavoce dell’intera borghesia, mentre era l’espressione di un’oligarchia molto ristretta che badava più al controllo delle aziende che al loro futuro».

Tu eri vicino a Romano Prodi.

«Simpatizzavo per lui perché, da democristiano scafato con un passato all’Iri, non aveva la sindrome del parvenu. Ma intratteneva rapporti da pari a pari con i big del capitale».

Eri vicino anche a De Benedetti e Agnelli.

«Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare nelle loro stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia rispetto alla quale sono curiosi, come io della loro».

Senza la legittimazione dei poteri forti la sinistra non sarebbe mai entrata nella stanza dei bottoni.

«Dopo aver governato Bologna, Firenze, Milano, Roma e le regioni era legittimo che persone di buona capacità amministrativa aspirassero a governare il Paese. Questo implica sempre un momento di rassicurazione dei poteri forti. Persino Luigi Di Maio è andato alla City di Londra prima del 4 marzo. E ora Matteo Salvini ha incontrato Tony Blair. Negli anni Novanta in questo sforzo di rassicurazione c’è stato un eccesso di zelo».

Intanto i ceti medi e piccoli hanno cominciato a sentirsi più difesi dai movimenti populisti.

«Lo sperano, vedremo come andrà. In Italia tra il 1919 e il 1922 è già successo che le masse dei lavoratori sconfitte si siano spostate nel campo del fascismo. Allora passò l’idea che l’unico modo di difendere gli interessi dei più deboli fosse puntare sulla nazione, grande proletaria. Oggi questa illusione ritorna con lo slogan “prima gli italiani” che Salvini ha preso da Casa Pound».

E da Donald Trump. Enrico Lucci dice che «una persona che arriva dal Ghana non può avere gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare».

«È solo una frase d’effetto perché una persona in attesa da 15 anni per la casa non viene mai scavalcata da chi è appena arrivato dal Ghana. In Rai c’è la corsa ad allinearsi. Ho trovato esilaranti i proclami di Carlo Freccero che, testuale, ha detto di esser diventato sovranista».

Freccero è fuori dalla Rai e è su queste posizioni da ben prima del 4 marzo.

«Lo so, è vicino a Grillo. Adesso arriva Lucci. Sono riposizionamenti consueti».

Per un apolide è normale essere globalista?

«Lo è. Da ebreo sono geloso delle mie tradizioni e della mia identità».

Ma non credi nella heimat, la piccola patria.

«Di heimat ne ho più d’una. Un intellettuale viennese come Karl Kraus diceva che sangue e suolo insieme fanno solo venire il tetano».

Il globalismo della Silicon Valley cosa fa venire?

«Chi vuole condizionare il nostro modo di pensare fa paura. Dietro l’elezione di Trump c’è lo strapotere di Twitter e di Facebook».

Il primo ad avvantaggiarsene fu Obama.

«Certo. È difficile farne a meno. I social vanno usati, ma la razionalità è un’altra cosa. La storia del mio Rolex la conosci?».

A grandi linee.

«A luglio, dopo l’iniziativa di don Ciotti, mi faccio fare una foto da mio figlio con la maglietta rossa sul terrazzo di Milano. Subito sui social cominciano a parlare di una villa a Portofino o a Capalbio. Mentre l’unica casa che possiedo è una cascina nel Monferrato di cui ho appena finito di pagare il mutuo. Poi si puntano sul Rolex. Lo vedi questo? In acciaio, roba del ’92. Ma il radical chic non può difendere i migranti».

Ciò che più spaventa della new technology è l’omologazione. Il Pd è diventato un partito radicale di massa come preconizzava Augusto Del Noce?

«Credo che il Pd si sia battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo Ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l’omofobia. Su questo abbiamo opinioni diverse».

Non mi pare siano queste le emergenze del Paese. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn sta allargando i consensi, perché da noi Leu ha preso il 3%?

«Credo per la scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell’accordo con l’establishment. Saranno altri a prendere il loro posto».

Chi saranno i nuovi leader?

«Spero vengano dal sindacalismo, dalle categorie dei lavori umili, dal volontariato, le attività di aiuto alle persone. E da coloro che, dopo aver realizzato che la ricetta di “prima gli italiani” ci avrà fatto diventare più cattivi e più poveri, sappiano trasferire in politica le loro energie».

Cosa pensi della candidatura di Nicola Zingaretti?

«Mi sembra una persona con un percorso politico rispettabile. Ma temo insufficiente a rappresentare la novità che la sinistra aspetta».

Che cosa hanno evidenziato gli applausi e i fischi ai funerali di Stato di Genova?

«Uno stato d’animo in parte reale e in parte costruito. In quelle manifestazioni ha trovato riscontro la falsa operazione di addebitare al Pd il crollo del ponte. Poi si è scoperto che nel 2008 anche Salvini aveva votato per la concessione».

Il giorno dopo però ha ammesso l’errore, altri non l’hanno fatto. Com’è stata raccontata dai media questa vicenda?

«I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagli investimenti degli azionisti di Autostrade per l’Italia. Abbiamo avuto un’altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e nello stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra».

Tra i protagonisti dell’informazione ci sei anche tu. Come mai pochi giorni fa hai ammesso che servono biografie diverse dalla tua per rifondare la sinistra?

«È evidente: i leader devono avere uno stile di vita e un rapporto con le classi subalterne diverso da quello che ho io. Noi radical chic possiamo impegnarci per contrastare l’incattivirsi che abbiamo intorno. Se la Rai vorrà continuare a farmi lavorare sarò ben lieto. Ma altri devono rappresentare politicamente le esigenze di una maggiore giustizia sociale».

Ti aspettavi che qualcuno raccogliesse pubblicamente la tua provocazione?

«In molti mi hanno chiamato o scritto dicendomi che ho toccato il nostro punto dolente. Ma riconoscere che siamo inadatti a rappresentare la sinistra del futuro per me non è una pulsione masochistica. È un’ovvietà».

 

 La Verità, 9 settembre 2018

«Salvini e Di Maio studino Odoacre e Weimar»

L’estate di Paolo Mieli è stata movimentata quasi come quella italiana. Presentazioni di libri, interventi da Cortina d’Ampezzo a Castiglioncello, gli editoriali sul Corriere della Sera sul complottismo leghista e sul paragone con i «barbari» capeggiati da Matteo Salvini e Luigi Di Maio. L’autunno prevede la ripresa della tournée di Era d’ottobre, lo spettacolo già condensato in La storia del comunismo in 50 ritratti (Centauria), sorta di album corredato dalle illustrazioni di Ivan Canu.

L’autunno italiano sarà caldo, caldissimo o rovente?

«Rovente. I giornali non ne hanno parlato, ma da quanto mi risulta, quest’estate molti capitali si sono spostati all’estero».

Le riforme economiche promesse da Lega e M5s sono realizzabili?

«La soluzione può essere un’applicazione a tappe del programma. Questo consentirebbe al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, di presentarsi alla comunità internazionale con una patente di affidabilità. Se la patente dell’autista non è vidimata, gli investitori scelgono un altro autobus».

Negli ambienti della finanza c’è diffidenza verso l’esperimento italiano?

«È una diffidenza originata dall’esito elettorale prorompente delle forze governative, comprovata dalla crisi delle opposizioni. La comunità internazionale giudica difficilmente compatibili i programmi economici di Lega e 5 stelle. E giudica problematico anche quello di una sola delle formazioni di governo. La soluzione è accontentarsi di una riforma parziale, per andare a votare più avanti. Colpisce il carattere interlocutorio dell’analisi di Fitch. Che in pratica dice: se con la finanziaria scegliete la gradualità perché non puntate a elezioni anticipate possiamo concedervi un’apertura di credito».

Quindi era complottismo quello di chi paventava gli attacchi dei poteri forti?

«Il complottismo, rilanciato dalla Rete, è uno degli atteggiamenti più gravi che accomuna Lega e M5s. Quando le democrazie sono indebolite vi ricorrono sia forze politiche che personalità insospettabili. In un’intervista al Corriere della Sera l’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, identificava nelle “forze oscure” i mandanti delle accuse di Carlo Maria Viganò a papa Francesco: “La grossa finanza, i grossi petrolieri, chi vuole continuare a sfruttare senza scrupoli la terra”. Il complottismo surroga la pochezza di argomenti».

Sui migranti quello di Salvini è muscolarismo razzista, propaganda o la prova che stiamo uscendo dall’Europa?

«Penso che il fenomeno dell’immigrazione abbia proporzioni tali da non poter essere risolto dal provvedimento di un’estate. Ciò detto, qualsiasi persona di buon senso considera un problema reale quello posto in modi diversi prima dagli ultimi due ministri dell’Interno.  L’Europa ha capito che i migranti, ovunque approdino, vanno divisi in tutto il territorio. Nelle sue comunicazioni Salvini commette un esecrabile eccesso al giorno. Ma chiunque giustamente lo condanna, subito dopo deve indicare una soluzione alternativa».

Condivide l’allarme sulle somiglianze con l’epoca prefascista?

«Le analogie non riguardano i leader, i loro carismi e i loro metodi. Bensì il distacco consumato tra élites e popolo. Come ha sottolineato l’ex rettore della Bocconi, Guido Tabellini, il nostro presente si avvicina a ciò che accadde nella Repubblica di Weimar, nella quale l’incapacità delle élite di dare risposte le trasformò in calamita del risentimento generale. In Italia oggi questo processo è ancor più incredibile perché da noi qualcosa di simile è già accaduto 25 anni fa».

Il fenomeno dell’immigrazione si affronta con la politica o con il sentimento?

«Personalmente credo che al primo posto ci sia la pietà nei confronti dell’essere umano. Per il bene comune serve un politico che sappia veicolare questo primato nelle istituzioni. Salvini finora non ci è riuscito. Chiunque ha questa sensibilità deve avere idee concrete e vincenti anche nell’azione diplomatica».

Era necessaria l’inchiesta della magistratura sull’operato del ministro dell’Interno per la nave Diciotti?

«Non ho studi giuridici per valutare il merito, ma a naso direi di no. Avrei aspettato la chiusura della vicenda, considerando che, senza torturare i migranti, un politico deve trovare il modo per mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità. Infine, non capisco perché analoga iniziativa non sia stata presa anche per la Aquarius».

Questa emergenza dalle proporzioni bibliche si poteva prevedere?

«All’inizio degli anni Ottanta, Marco Pannella impostò una grande campagna sulla fame nel mondo per evitare ciò che ora è davanti a noi. Anche un politico avveduto come Flaminio Piccoli si associò. Ma l’iniziativa si fermò troppo presto».

Che cos’ha evidenziato il crollo del ponte di Genova nei rapporti di forza della politica italiana?

«Per la prima volta nella storia repubblicana due leader di governo sono stati accolti dalla folla plaudente e gli esponenti dell’opposizione sono stati fischiati, come fossero correi del crollo. Questo fatto sarà ricordato nei libri di storia».

Significa che la formula «governo del cambiamento» ha fondamenti solidi?

«Le elezioni del 4 marzo sono state il big bang di una nuova storia. Difficilmente torneranno i partiti tradizionali con le loro alchimie. Chi ha governato in modo alternativo nella Seconda repubblica faticherà ad allearsi con Lega e 5 stelle. Lo si è capito a quei funerali».

Si è scoperto un sistema di potere basato su rapporti discutibili tra le istituzioni e la famiglia Benetton.

«Dire che anche la Lega ha votato per la riduzione dei controlli sui viadotti e ha preso finanziamenti da Autostrade per l’Italia non scalfisce la percezione profonda della complicità tra partiti tradizionali e grande imprenditoria. Il radicamento di questa percezione dev’essere ancora compreso. Tanto più considerando il fatto che, a differenza di Berlusconi che era favorito dalle sue televisioni e dalle dichiarazioni di Raimondo Vianello e Iva Zanicchi, Lega e M5s non godono del favore dei grandi media».

Dove ci si chiede se respingere o normalizzare i barbari, mentre nessuno contempla l’opzione prospettata dal poeta greco Konstantinos Kavafis: «Era una soluzione quella gente».

«Il paragone con il generale barbaro Odoacre si basa sul fatto che il Senato romano lo legittimò a proseguire il regime di Romolo Augustolo, giudicato esaurito. Nel governo c’è una componente formata dal ministro dell’Economia, Tria, e degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, che fa capo al presidente Sergio Mattarella. Prima di attaccare Salvini e Di Maio le opposizioni dovrebbero considerare lo spazio di manovra che questa componente consente loro».

Si continuano ad analizzare Lega e M5s, nati dopo la caduta del muro di Berlino, con chiavi interpretative del Novecento. È sbagliato dire che la discriminante dei prossimi decenni sarà l’alternativa sovranismo-globalismo al posto di destra-sinistra?

«Credo che prima o poi si tornerà alla contrapposizione destra-sinistra. Anche Forza Italia e Pd sono nati dopo la caduta del muro di Berlino. Piuttosto, dal governo Monti, per sette anni Lega e M5s sono rimasti all’opposizione senza mescolarsi ad alcuna forma di governo. Questo mentre gli altri oppositori trovavano posti nei Cda e nei tg e si aveva l’impressione che i governi, anziché dalle elezioni, fossero decisi da un sinedrio. Se si vuole avere la loro stessa forza si deve prevedere una strategia di lungo periodo».

Sovranismo e europeismo?

«Potrebbe essere così, ma nutro qualche dubbio. Alle europee potrebbero esserci più sovranismi e più europeismi. Probabilmente il confronto tra due forze populiste, entrambe a loro modo sovraniste».

Renzi sta lavorando a un programma televisivo: il Pd ha adeguatamente approfondito le ragioni della storica sconfitta elettorale?

«No, ma per riflettere su questo ci vuole tempo. Bisogna capire il rapporto tra la propria sconfitta e quella degli altri socialisti europei, che magari viene da lontano e Renzi era riuscito a rallentare. Dev’essere un’analisi disinteressata, non fatta allo scopo di ripresentarsi dopo sei mesi. Finora si sono rinfacciati le colpe l’un l’altro, invece hanno perso tutti».

La sinistra perde perché ha tradito la sua missione originale?

«Se la causa fosse questa, Leu avrebbe preso il 10%. C’erano Sergio Cofferati, Pierluigi Bersani, Massimo D’Alema, Laura Boldrini… Il Corbyn italiano doveva essere tra loro. Più ancora che aver difeso gli oppressi e sventolato bandiere rosse, è il non appartenere al sistema a essere premiato».

Il suo ultimo libro è un congedo dal comunismo o un contributo all’analisi della crisi delle sinistre?

«È un congedo. Anche se, qua e là, prospetto qualche considerazione. I comunisti storici, che hanno prodotto tragedie, affrontavano la politica in modo diretto. Nel 1936, per cementare un’alleanza sociale tra compagni e camerati contro il capitalismo, Palmiro Togliatti fece l’“appello ai militanti in camicia nera”. È solo uno dei tanti esempi. Se si pensa che questo è il governo più a destra della storia repubblicana è lecito aspettarsi che il Pd dica qualcosa di chiaro a proposito del suo rapporto con il M5s».

Distingue tra comunismo delle intenzioni e delle applicazioni, il quale ovunque ha prodotto stragi. È diventato anticomunista?

«Nell’evoluzione del comunismo riconosco parti della mia storia giovanile. E mi chiedo: se le cose stavano così com’è possibile che non me ne sia accorto. È una domanda che mi brucia».

Come le è venuto in mente di cimentarsi da attore?

«Sto molto sui libri o negli studi televisivi. Più che l’interpretazione, m’interessa vedere in faccia le persone e ascoltare le loro riflessioni dopo lo spettacolo. È un contatto che mi arricchisce molto».

 

La Verità, 3 settembre 2018

 

 

«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

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Nomine Rai, grave errore non puntare su Freccero

C’è qualcosa che sfugge nella faccenda delle nomine Rai in corso di definizione nei palazzi romani. Come tutti i precedenti governi, anche quello gialloblù, capeggiato da Giuseppe Conte e orientato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ha annunciato innovazione, cambiamenti e divaricazione tra politica e servizio pubblico radiotelevisivo. Insomma, la solita raffica degli annunci. Se, infatti, subito dopo si vanno a leggere i nomi dei consiglieri scaturiti dalla selezione dei curriculum e successivamente entrati in gioco per i posti apicali, non si ha esattamente la percezione di una netta e inconfutabile inversione di tendenza. La nomina alla presidenza «che spetta alla Lega» di Giovanna Bianchi Clerici, già consigliera di amministrazione, ha il sapore di una riproposizione delle solite liturgie. Forse meno scontata è l’indicazione per il ruolo di amministratore delegato di Fabrizio Salini, già ad dei canali Fox, direttore di La7 e ora dirigente della società di produzione «Stand by me».

Tutto, in fondo, dipende dalla mission dei nuovi vertici. Tre anni fa Antonio Campo Dall’Orto aveva l’obiettivo di trasformare un’azienda matura e sostanzialmente analogica in una media company moderna al passo con la rivoluzione digitale. Si è visto com’è finita quando ha provato a tenere i partiti lontani dalla Rai. Le sue stesse dimissioni, precedute da quelle di Carlo Verdelli, e le uscite di Massimo Giannini, Massimo Giletti e il semaforo rosso alzato davanti al portale diretto da Milena Gabanelli nonché alla sua proposta di una striscia quotidiana, sono lì a documentare il rifiuto della politica a farsi da parte. Con tante promesse disattese gravanti sul cavallo morente di Viale Mazzini è inevitabile che scetticismo e rassegnazione accompagnino ogni cambio di governance. Qualcuno dice che «ci sono nomi nascosti che non vogliamo bruciare». Salvini annuncia di voler incontrare «personalmente tutti i candidati ai vertici». Intanto si continuano a leggere rose di nomi dalle quali è sorprendentemente sparito quello di un professionista autorevole e carismatico come Carlo Freccero. Chi, parlando di televisione, ha un curriculum più credibile dell’ex direttore di Rai 2, ispiratore di mille, pur controversi, successi? Freccero è competente, colto, trasversale, imprevedibile e slegato da consorterie di partito: una figura sulla quale nessuno potrebbe eccepire. Lega e M5s potrebbero affidare al presidente la delega editoriale sul prodotto, lasciando al direttore generale funzioni aziendali e d’innovazione tecnologica. Lasciare in panchina un fuoriclasse con la sua storia e il suo know how sarebbe un errore di cui ci si potrebbe pentire.

 

La Verità, 24 luglio 2018

 

Nei momenti topici l’informazione Rai latita

«Ciò che Matteo R. può imparare da Matteo S.»

Ha avuto un infarto che, dice, «mi ha cambiato la vita e mi ha fatto ricalcolare le priorità». Da quando, settembre 2017, si è ritrovato una notte in terapia intensiva, Claudio Amendola, 55 anni, figlio d’arte e marito di Francesca Neri, prova a dosarsi. Ma essendo persona generosa, non sempre riesce a frenarsi, anche quando si tratta di pronunciarsi sulle cose della politica. Così succede che una volta gli diano del leghista, un’altra uno come Paolo Mieli lo invita a presentare il suo libro (La storia del comunismo in 50 ritratti) con questa motivazione: «Ho sfogliato i giornali dell’ultimo anno e le uniche due persone che abbiano parlato di comunismo e di valori con intelligenza, tenendo presente i sentimenti, sono state Claudio Amendola e Moni Ovadia». Amendola è di estrema sinistra e ha lavorato molto a Mediaset, apprezza l’abilità di Matteo Salvini, fa il testimonial di un marchio di scommesse sportive. Qui però partiamo da Hotel Gagarin, il film opera prima di Simone Spada, con Luca Argentero, Giuseppe Battiston e un poetico Phlippe Leroy. Una sorta di apologo lieve e incantato che mette di buonumore.

 La frase chiave è una citazione di Lev Tolstoi fatta dal personaggio di Battiston: «Se vuoi essere felice, comincia». A lei cosa dice questa frase?

«È una nota di positività, nel film come nella vita. Se non ci si alza dal divano e si apre la finestra, la felicità non entrerà mai. È un invito a riconoscere che dipende in gran parte da noi».

Di solito la colpa della nostra infelicità è della società, della politica. Viviamo di alibi?

«Continuamente. Per fortuna ci sono anche esempi di responsabilità. Io ho tre figli: la primogenita Alessia, mamma e doppiatrice affermata, e Rocco, il terzo, che studia all’università. In mezzo c’è Giulia, che ha 28 anni, ha fatto l’Accademia di moda e costume e, lavorando con me, avrebbe avuto la strada spianata. Ma siccome è un po’ hippie, preferisce girare l’Italia in camper e vendere sulle bancarelle i prodotti che confeziona con la macchina per cucire. Non mi ha chiesto niente, ora sta diventando un’imprenditrice online. E si ribella quando le sue amiche lamentano che non c’è futuro. Lo racconto senza sminuire la situazione del nostro Paese; solo per chiedermi: cos’è la felicità?».

Hotel Gagarin è una favola sognante: cosa le è piaciuto della sceneggiatura?

«Sapevo dall’inizio che avrei fatto questo film perché conosco e stimo Simone Spada. Ma leggendo il copione mi sono commosso e divertito. C’è la commedia, mai volgare. C’è il bonario rimprovero di Battiston davanti ai poveri veri… C’è l’incontro tra due popoli diversi. Se avessimo girato sulle montagne d’Abruzzo non avremmo trovato quei volti simili a quelli dei nostri contadini del dopoguerra. Abbiamo imparato la storia del popolo armeno, un mondo parallelo vittima di genocidi e dell’influenza sovietica».

Cosa c’è di vero nel fatto che è stanco di recitare e che preferisce dirigere?

«Non sono stanco a prescindere, dipende dai ruoli. Trovo che la regia mi completi e mi dia grande soddisfazione perché mi piace dirigere gli attori, conoscendo bene ciò che passa nella loro testa. A volte i registi non comprendono come siamo fatti, un mix di orgoglio e presunzione che spesso cozza con limiti e vergogne».

Madre attrice e padre doppiatore, il cinema è un sogno o una questione di famiglia?

«Tutt’e due. Ci sono sia il mondo dorato che la tradizione di famiglia. Ma è soprattutto un mestiere, qualcosa di artigianale, un lavoro di squadra».

Un ricordo di suo padre?

«Quando recitavamo insieme temeva non ricordassi le battute e non riusciva a non ripeterle sottovoce. In quel labiale c’era tutta la sua protezione e il suo incoraggiamento».

A quale ruolo è più affezionato?

«Ho interpretato tanti personaggi, il Samurai di Suburra, ho recitato ne La regina Margot, in Ultrà e La scorta di Ricky Tognazzi, in Mery per sempre di Marco Risi… Ma forse i ruoli che mi sono più rimasti sono il terrorista di La mia generazione e l’ispettore di Domenica, due film di Wilma Labate. Mi trovo a mio agio nelle figure dolenti e sconfitte più che con gli eroi vittoriosi».

È stato tra i primi a passare dalla tv al cinema e dal cinema alla tv smontando lo snobismo di coloro che dividevano la recitazione in serie A e serie B.

«Mi faceva ridere lo snobismo di qualche anno fa, quando mi rimproveravano I Cesaroni. E mi fa sorridere ora la corsa per entrare nei cast delle serie giuste. Ho fatto tante ore di volo in tv, imparando dai macchinisti e dai tecnici. Se dopo quasi 40 anni ancora lavoro vuol dire che la scuola è stata buona».

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«Perché l’asse Lega-M5s può durare a lungo»

Buongiorno Carlo Freccero: per l’Italia è una buona giornata quella che vede la nascita del governo pentaleghista?

«L’esatta meteorologia di questa giornata la si conoscerà tra un po’ di tempo. Oggi e ancora presto».

La facevo più ottimista.

«Sono molto ottimista perché fino a poco tempo fa le domande della politica riguardavano l’austerità. Ovvero, cosa tagliare nella spesa pubblica per rispettare il fiscal compact. Oggi la domanda è: si può cancellare il debito pubblico?».

Roba da far imbiancare i capelli ai tecnocrati europei.

«In verità non si tratterebbe di una cancellazione vera e propria. Ma, come ha spiegato l’economista Claudio Borghi, di una sottrazione del debito incardinato nella Bce dal rapporto tra Pil e debito pubblico».

Allo stato delle cose questa cancellazione non è ufficialmente nel contratto, almeno non nella stesura finale.

«No, certo, ma è un tema all’ordine del giorno. Noi pensiamo ai soldi come a qualcosa di concreto mentre sono semplici iscrizioni contabili. Basta riconoscere il fatto che il debito mondiale non è ripagabile perché non esiste sul pianeta un corrispettivo di ricchezza sufficiente».

Tornando in Italia, adesso il braccio di ferro è sui ministri, principalmente su Paolo Savona per la casella dell’Economia.

«La scelta di Savona rappresenta un’opportunità di lavoro su questi temi. Per il pensiero politicamente corretto le decisioni non competerebbero al popolo, ma alle élites e agli esperti. E la scienza per eccellenza sarebbe l’economia, anzi: il neoliberismo. In realtà, l’economia non è una scienza, come dimostrano le crisi prodotte dal neoliberismo stesso. Perciò occorre lavorare per trovare altre soluzioni».

Il capo dello stato Sergio Mattarella ha chiuso un occhio sul curriculum di Giuseppe Conte per poter alzare disco rosso su Savona?

«Credo che i servizi segreti avessero già fornito a Mattarella tutte le informazioni necessarie sul conto di Conte».

Riformulo la domanda: al Quirinale fa gioco un premier debole?

«Il premier è un amministratore delegato o direttore generale che deve attuare l’ordine del giorno che il consiglio dei ministri elaborerà ogni settimana».

È Matteo Salvini l’uomo forte di questo governo?

 

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«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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«Sì alla Lega nazionale, no al lepenismo di Salvini»

A Irene Pivetti calza come un guanto il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman: «Un grande avvenire dietro le spalle». Essendo diventata presidente della Camera a 31 anni, da lì in poi è difficile non mettersi a inseguire il passato. La incontro a Milano, tra mille impegni, negli uffici di Only Italia, piattaforma per la promozione di piccole e medie imprese nell’esportazione verso l’Oriente.

Presidente Pivetti, sta vedendo 1993, la serie di Sky su Tangentopoli?

«Purtroppo no, in queste settimane sono stata in Cina per lavoro».

C’è una parte dedicata alla discesa dei leghisti a Roma e il Carroccio non ne esce benissimo.

«Credo ci sia poca comprensione della Lega in generale, un fenomeno veramente fuori dagli schemi. Quando ero al liceo si teorizzava l’avvento della post politica, ma una volta che arrivò non andava bene perché non era quella che si aspettavano gli intellettuali».

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento citando Luca Orsenigo

La Lega è dipinta come una forza ingenua, ma avulsa al Palazzo.

«La Lega comprendeva le logiche di potere, superandole. Le faccio un esempio: nel 1990 Umberto Bossi doveva avere un appuntamento a Roma con Giulio Andreotti: il numero uno della politica incontrava il numero zero. All’ora dell’appuntamento Bossi era ancora in Piazza Massari a Milano. Da dove, con calma, si avviò all’aeroporto per raggiungere Andreotti con oltre quattro ore di ritardo. Il Senatúr conosceva i codici e li usava contro il sistema. Ma i giornalisti si scandalizzavano: “Quel buzzurro arriva in ritardo all’appuntamento con Andreotti”. Anche la famosa canotta in Costa Smeralda: un messaggio, come altri, perfettamente consapevole, per dire che il Re era nudo e che quel potere poteva essere sovvertito».

Nella serie c’è una scena in cui Gianfranco Miglio sottolinea il ruolo rigeneratore dei «barbari».

«La verità e che Miglio non contava nulla nella Lega. Era una persona intelligente e stimabile, ma certamente non l’ideologo. Che era Bossi. Miglio piaceva agli intellettuali e ai giornalisti e serviva da traduttore simultaneo».

Nella prossima stagione, 1994, ci sarà una ragazza di 31 anni che diventa presidente della Camera.

«Il ’94 fu un anno importante, con una campagna elettorale molto impegnativa perché il centrodestra era diviso, con il Polo delle libertà al Nord e il Polo del buongoverno al Sud».

C’è qualcosa che ancora non sappiamo della sua nomina?

«Io avrei dovuto fare il ministro dell’Istruzione e Roberto Maroni il presidente della Camera. Ma Maroni voleva gli Interni. Allora Bossi propose Francesco Speroni per il Senato, sul quale cadde il veto di Berlusconi a causa delle sue giacche variopinte».

Come si arrivò a lei?

«Ci sono tanti padri di quella nomina, ma contò il benestare di Bossi. Ricordo che ero in macchina vicino al Castello Sforzesco quando squillò il cellularone dell’epoca: “Uè, mi sa che ti tocca fare il presidente. Vai alla Camera”. E io: “Aspetta un attimo che accosto…”. Mi disse che il partito mi avrebbe sostenuto. E fu così, soprattutto sul piano umano umano. Dal punto di vista politico, invece, ci mancava l’esperienza. Andai avanti col mio fiuto e l’aiuto delle persone di cui mi fidavo».

Che erano?

«Gianluigi Marrone, capo di gabinetto, giudice unico della Città del Vaticano e capo del personale della Camera. Vincenzo Parisi, capo della polizia, che morì di lì a poco, un grande servitore dello Stato. Francesco Cossiga, un galantuomo d’altri tempi, mente eclettica e personalità lungimirante».

È difficile reinventarsi dopo aver conquistato la vetta così giovani?

«Molto. Ma siccome lo sapevo mi ci sono preparata da subito. Devi avere coscienza che quell’esperienza è transitoria e dura finché servi».

E pur preparandosi…

«Le difficoltà restano. Quando esci da una carica così sei ingombrante. Essere imparziale mi procurò nemici politici e amministrativi. Bonificai il bilancio della Camera del 19% ogni anno: la spending review l’ho applicata ben prima di Mario Monti».

Secondo lei abbiamo completamente capito e metabolizzato la stagione di Tangentopoli?

«Metabolizzato sì, capito forse no. Tangentopoli è servita a cambiare la politica, ha distrutto i partiti e, a volte, anche delle persone. Ma non ha distrutto la corruzione».

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Chi è e chi è stato Umberto Bossi?

«Chi è adesso non lo so, non vedendolo da anni. È stato la persona che ha reso davvero possibile la Seconda repubblica. Lui e Berlusconi sono una coppia simul stabunt simul cadent. Bossi ha portato la legittimazione popolare, Berlusconi gli strumenti. E con un riuscito matrimonio d’interessi sono diventati vincenti».

Berlusconi è l’Ercolino sempre in piedi della politica?

«Non lo definirei così. Berlusconi continua a dare le carte. È una persona che ha mantenuto lo spazio del centrodestra moderato, orfano della Dc. Ho dissentito sul primo accordo con Matteo Renzi: che significava opposizione non belligerante?».

E il Renzusconi di adesso lo approva?

«Questo è un accordo tecnico, finalizzato a una legge specifica. Berlusconi trova ancora le formule per presidiare quell’area priva di forze alternative».

Un’area in cui si riconosce, forse più che nella Lega attuale?

«Mi riconosco in quest’area moderata in base ai motivi originari della Lega, nella quale è sempre stata viva l’idea di uno Stato che rispetti i valori della cultura e delle libertà locali. Libertà e identità sono le parole chiave della Lega delle origini. Chi mi dà questo ha il mio voto».

E anche la sua candidatura?

«Come lei sa adesso faccio l’imprenditrice, un’attività che mal si concilia con la politica. Ho fatto un’esperienza più affettiva che efficace come capolista della Lega a Roma, ma il risultato è stato modesto».

Esclude di candidarsi?

«Adesso non ci penso. Faccio un lavoro che mi assorbe: promuovo il made in Italy in Cina».

Stando alle cronache sembra sia la Cina a prendersi l’Italia.

«Sì, a causa dell’incapacità della nostra politica di governare questo fenomeno. La Cina è una grandissima risorsa, un Paese che cura il proprio benessere e la propria crescita e con il quale si può lavorare bene se si hanno idee chiare e personalità. Le nostre istituzioni non hanno né l’una né l’altra. Amiamo dare di noi stessi l’immagine di un Paese del lusso e del futile, dimenticando che la forza dell’Italia è stata la sua capacità di progettare e realizzare uno Stato moderno a partire da un Paese agricolo e ignorante. Questo potrebbe fare di noi un grande partner della Cina. Ma ci comportiamo come nobili decaduti che non hanno voglia di lavorare».

La Seconda repubblica l’ha delusa?

«Sta durando troppo. Dovevamo destrutturare il precedente sistema per costruirne uno nuovo. Invece siamo sopra le macerie senza che si veda il nuovo progetto. Manca la visione di uno Stato capace di servire gli interessi più deboli e di inserire l’Italia al posto che merita. Ci accontentiamo della cena con Barack Obama o di stringere la mano a Donald Trump, ma la verità e che non contiamo niente».

Le piace la Lega nazionale di Matteo Salvini?

«Mi piace: la prospettiva nazionale appartiene alle origini. Ricordo quando, nel 1991, andammo con una decina di persone a tenere un comizio a Napoli. Molte altre volte siamo andati al Sud per far nascere le sezioni».

E il lepenismo le piace?

«No. Quella destra ha un’origine culturale diversa dalla nostra, che è popolare e identitaria. La Lega è un movimento delle Italie plurali, che non ha niente a che vedere con le forze sovraniste francesi».

Il tratto di unione è il rifiuto dell’accoglienza degli immigrati.

«Sono d’accordo a contrastare l’immigrazione perché e una forma moderna di tratta degli schiavi. La risposta vera però dev’essere politica: la cooperazione non è più sufficiente. Bisogna richiamare alle loro responsabilità gli Stati complici, molti dei quali sono quelli di provenienza».

Che cosa pensa di papa Francesco?

«Che è un gesuita estremamente in gamba. La sa lunga in termini di comunicazione e lascia che tre quarti del mondo lo trovi rivoluzionario, mentre lui non fa che ripetere con grande chiarezza la dottrina della Chiesa, spostando l’accento sulla misericordia. Mi piace molto. Non condivido le accuse di essere troppo innovativo. Al contrario, vedo molta ignoranza in queste critiche».

Le piace anche il suo magistero dell’accoglienza?

«Il Papa fa il Papa. E ci ricorda che gli immigrati sono persone che hanno una dignità. Non indica una linea politica. Tocca ai politici prendere le decisioni. Con Salvini spesso cito il catechismo dove dice che l’accoglienza è doverosa “nei limiti del possibile”. Il che vuol dire che ci sono istituzioni che devono fare di più per rimuovere le cause, contrastando all’origine il flusso migratorio».

A cena con Bergoglio o con Trump?

«La conversazione della cena si addice di più a un presidente. Ma un ritiro con Bergoglio lo farei volentieri».

Cosa pensa dell’altro Matteo?

«È un bravo comunicatore. Però è anche moltissimo borghese, nel senso che la sua è una sinistra adatta ai ricchi e ai colti, ma che lascia indietro il popolo».

E di Beppe Grillo?

«Ottimo uomo di spettacolo. Come politico mi ha sorpreso perché pensavo mollasse prima. Però, a questo punto, è ora che tiri fuori una proposta. L’onestà è un prerequisito del far politica. Tutta l’anima dei 5 stelle è un discorso sul metodo: i contenuti oggettivi e la visione restano ignoti».

Perché a un certo punto la sua esperienza televisiva si è fermata?

«Mi sono concentrata sul lavoro d’impresa e non mi sono più stati proposti programmi adatti. Ma è stata un’esperienza positiva».

Che cosa farà Irene Pivetti da grande?

«Svilupperò questa piattaforma di affari tra Italia e Oriente, Cina prima e Via della seta. Poi farò qualche bella vacanza di trekking».

La Verità, 4 giugno 2017

Perché anche in tv l’accozzaglia batte il golden boy

Venti punti di distacco tra il Sì e il No: molti più del previsto. Riavvolgiamo il nastro di questi mesi, a caccia del meglio e del peggio delle esibizioni dei protagonisti. In televisione, nei confronti, nelle scelte di campo.

Il goldeb boy del Sì. L’altra sera Giovanni Minoli ha chiesto a Gianni Rivera chi era il marcatore che temeva di più. L’ex golden boy ha risposto: «Ero io stesso quando giocavo male». Matteo Renzi ha giocato male dall’inizio alla fine della campagna referendaria. Massimo Cacciari, che ha votato Sì, ha detto che «la responsabilità di questo risultato è al 99 per cento» sua «e della sua scriteriata presunzione». Renzi ha sbagliato la prima mossa dichiarando che sull’esito del referendum si giocava tutto e promettendo che in caso di sconfitta si sarebbe dimesso. La famigerata «personalizzazione» ha trasformato il referendum sulla Costituzione in un referendum sul premier, spaccando il Paese in due com’era ai tempi di Berlusconi. Il secondo errore, effetto collatorale del primo, è stato l’esasperante presenzialismo televisivo che ha provocato il rigetto dei telespettatori-elettori. Gliel’avranno consigliato gli spin doctor o ha sbagliato da solo? La sua attività di governo è coincisa con la campagna referendaria sulla quale ha piegato elargizioni e promesse dell’ultim’ora. Anche il Marchese del Grillo perde. E dà il meglio nel discorso della sconfitta, come già accaduto in passato. Egocentrico.

I mastini del No. Renzi si è fatto male da solo, ma Matteo Salvini e Renato Brunetta hanno giocato la loro partita in una campagna tutta sangue sudore e sondaggi. Sono stati i faticatori dell’«accozzaglia» che non tirano indietro la gamba in mezzo al fango. Il leader leghista si è buttato nella mischia, ma avrebbe preferito spostare la battaglia sull’immigrazione e sul potere delle banche. Ancora più aggressiva la marcatura di Brunetta, non a caso evitato dal premier in tv, pronto a mobilitare anche la consorte via Twitter. È stato lui a decretare: «Renzi, game over». Arcigni.

La squadra del Sì. Chi l’ha vista? Maria Elena Boschi e Graziano Delrio ridotti ai minimi termini. Indebolita dallo scandalo di Banca Etruria, la ministra per le Riforme ha tentato di evitare i duelli, a cominciare da quello con Salvini. A Otto e mezzo è stata beccata a suggerire a Lilli Gruber di togliere la parola all’interlocutore (Valerio Onida). Dopo la presenza da pecorella smarrita a DiMartedì, Delrio non si è più visto. Considerate queste prestazioni, Renzi aveva minacciato di boicottare i talk show. Per riempire il vuoto è rispuntato Pierferdinando Casini. Desaparecida.

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

Il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi al confronto tv con Matteo Salvini

I registi del No. Beppe Grillo in prima linea, Silvio Berlusconi più defilato, ma determinante nell’ultima fase per non lasciare campo libero al M5S. Obiettivo raggiunto a metà. Pur infiacchito dalle polemiche sulla giunta romana, il leader pentastellato si è caricato la campagna sulle spalle duellando alla pari con Renzi, senza invadere come lui le tv. Ispirati.

I cattivi maestri del Sì. Gli endorsement non portano voti. Anzi, quando lo scontento è diffuso e l’insofferenza elevata è facile che li tolgano. Il sostegno accorato di Giorgio Napolitano e quello in extremis di Romano Prodi hanno creato il corto circuito: come mai gli uomini della casta stanno con Renzi? Datati.

I prof del No. Li aveva scelti lui come avversari stagionati su cui maramaldeggiare e per far passare l’idea che chi è contro la riforma appartiene al passato. Invece, sia Gustavo Zagrebelsky che Ciriaco De Mita si sono rivelati alquanto ostici. La forza tranquilla della conoscenza. Resistenti.

I business del Sì. Schierato, schieratissimo il mondo imprenditoriale, da Vincenzo Boccia (Confindustria) a Sergio Marchionne (Fca), da Fedele Confalonieri (Mediaset) a Flavio Briatore (Billionaire). Con una motivazione: i mercati hanno bisogno di stabilità. Furbi.

Sabrina Ferilli, tra i protagonisti della serata del «Fatto quotidiano» intitolata La Costituzione è NOstra

Sabrina Ferilli protagonista della festa del «Fatto quotidiano»: La Costituzione è NOstra

I fattoidi del No. Pancia a terra senza se e senza ma contro questa riforma. Se un tempo c’era il partito di Repubblica, dopo l’adunata di venerdì scorso si può parlare del movimento del Fatto quotidiano. Marco Travaglio: «Renzi pù che un premier è uno stalker»; Carlo Freccero: «La politica è diventata marketing»; Sabrina Ferilli: «Ci vogliono dividere sulla Carta che ci ha sempre unito». Movimentisti.

La Verità, 6 dicembre 2016