Tag Archivio per: Saviano

«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

La nascita della camorra narrata come un western

Nei bar ci sono i flipper, in tv Discoring, i ragazzi cavalcano il Ciao e la camorra contrabbanda le bionde, intese come sigarette. Siamo a Secondigliano, eterna provincia che vuol farsi impero e il Bar America è il saloon dove il giovane Angelo ’A Sirena (Francesco Pellegrino) gestisce la banda e, a fatica, la rabbia di essere ancora alle dipendenze del potente Don Antonio Villa (Ciro Capano). Su di lui mette gli occhi Corrado Arena (Biagio Forestieri), boss della cosca rivale e già s’intuisce come andrà a finire la faccenda. In questa Napoli sgarrupata avviene l’iniziazione di Pietro Savastano (Luca Lubrano), sedicenne che non ha mai conosciuto il padre ed è stato abbandonato dalla madre prostituta e, dunque, in cerca di affiliazione e affermazione per sé e il piccolo branco di fedelissimi, più spensierati di lui. Anche perché nel sogno di Imma (Tullia Venezia), ragazza della borghesia che studia al Conservatorio e brama di entrare nell’orchestra universitaria di New York, sembra non esserci posto per lui.
Sono i primi due episodi (sei in totale) di Gomorra – Le origini, il prequel di Sky, Cattleya e Beta film, diretto da Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie principale, e le giustificazioni psicologiche e sociologiche della futura ferocia di Pietro Savastano, interpretato da Fortunato Cerlino, sono già parecchie. S’intuisce che le accuse alla serie tratta dal libro di Roberto Saviano di aver fatto scuola a troppi ragazzini senz’arte né parte hanno fatto breccia e, dunque, si tenta di responsabilizzare la società e l’infanzia infelice delle scelte malavitose e criminali del singolo soggetto. «Martin Scorsese non è stato criticato per Gangs of New York», dice D’Amore rigettando le accuse e una parte di ragione ce l’ha. Ma forse, con tutto il rispetto per il cineasta che lo firma, Gangs of New York non è diventato un brand globale come Gomorra. E nemmeno ha prodotto un analogo meccanismo di identificazione. Quando D’Amore afferma che «una narrazione non è un telegiornale o un articolo di giornale» sottovaluta proprio la potenza evocativa della fiction e la carica emulativa dei suoi protagonisti. Anche questo prequel che narra l’adolescenza della camorra come fosse un western, ne trasmette il fascino che emana dal carisma e dall’ombrosità misteriosa dei personaggi (su tutti, Angelo ’A Sirena), dal loro abbigliamento e dalle musiche, in un concentrato di citazioni e riferimenti cinematografici che vanno da Sergio Leone a Romanzo criminale fino al neorealismo italiano. Proprio così: una fiction è molto più pericolosa di un telegiornale.

 

La Verità, 11 gennaio 2026

Una Rai in mezzo al guado scommette su De Martino

In difesa sul fronte dell’intrattenimento, stuzzicante nella fiction, incline all’azzardo nell’informazione. Potrebbe essere questa la sintesi della prossima stagione Rai, un’azienda ancora in mezzo al guado. Per descrivere la Rai come la si è percepita ieri alla presentazione dei palinsesti 2024-25 al Centro di produzione di Napoli, con tutto lo stato maggiore schierato, le immagini da realtà incompiuta si sprecano. Con molto dispiacere dei giornaloni e di quei docenti che insufflano presunti e facilmente smascherabili rapporti Ue sullo stato dell’informazione del servizio pubblico, lo schema di TeleMeloni risulta ampiamente obsoleto. E, per certi versi, se parlassimo di un progetto di alto profilo, potrebbe essere persino un male perché, almeno, avremmo a che fare con una fisionomia, una personalità definita. Invece no, sembra di stare davanti a un’entità ibrida, sensazione acuita dai toni retorici e lievemente enfatici del video autocelebrativo («ci teniamo sempre per mano e continuiamo a crescere insieme guardando al futuro») che introduce gli speech dei dirigenti. Sarà perché le nomine della governance, con l’atteso avvicendamento tra l’attuale amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, sono state posticipate a dopo l’estate («e la Rai avrebbe bisogno di avere quanto prima i nuovi vertici», parola di Rossi); o sarà perché la stessa riforma che ha ridisegnato per generi la struttura produttiva, cancellando la suddivisione verticale per reti, è tuttora molto perfettibile prima di ammetterne l’inadeguatezza, sarà per tutto questo, fatto sta che, malgrado i 308 nuovi titoli e i 256 talent della squadra, le scommesse prevalgono sulle certezze. Cioè, in termini calcistici, se andrà tutto bene, si potrebbe pareggiare. Non tanto con la concorrenza («giochiamo due campionati diversi per mission aziendale e target di pubblico», si è ripetuto) quanto con la Rai del passato.

Terminata la lunga filippica, eccoci al dunque. Nell’intrattenimento, il primo obiettivo è tamponare la voragine di Amadeus, mai citato in due ore e mezza di comunicazioni. Le contromisure sono note: per sostituirlo al Festival di Sanremo si è pedissequamente scelto l’usato sicuro di Carlo Conti, evitando di considerare il coinvolgimento di Mina nella direzione artistica che, pur certamente complesso, avrebbe garantito un forte rimbalzo non solo mediatico (l’evento slitta nella settimana dall’11 al 15 febbraio per non sovrapporsi alla Coppa Italia). Alla conduzione di Affari tuoi, invece, viene promosso Stefano De Martino, il volto su cui Viale Mazzini punta parecchie fiches, se è vero che, senza averlo testato per il pubblico di Rai 1, gli è stato proposto un contratto di quattro anni, si dice a 8 milioni, con un’opzione per Sanremo, dopo le due edizioni affidate a Conti. Restando nell’intrattenimento, oltre alle conferme di tutti i programmi di punta, c’è quella del momento di pausa di Fiorello: «Lo sento tutti i giorni», assicura Sergio, «quest’anno non vuole fare altra tv, ma confido che per il 2025 lo tireremo via dal divano». Sembrano comunque scongiurate le ipotesi di un suo passaggio al gruppo Discovery e ci si augura che l’ad non debba pentirsi di aver proclamato che «non vedo la Nove concorrente della Rai». Al posto di Viva Raidue!, nella stessa rete e fascia oraria ci sarà Binario 2, un buongiorno all’Italia dalla Stazione Tiburtina di Roma, condotto da Carolina Di Domenico e Andrea Perroni ai quali, considerato il predecessore, si manifesta sentita solidarietà. Chi, invece, non lascia, ma raddoppia è Mara Venier che aggiunge la conduzione di Le stagione dell’amore, un dating dedicato alla terza età (sabato pomeriggio su Rai 1), all’intoccabile Domenica in. In ottobre su Rai 2 Teo Mammuccari sarà un comico Spaesato a Roma e, in dicembre, nel preserale della stessa rete, Renzo Arbore festeggerà con Gegè Telesforo i 70 anni della Rai.

Non dovendo metabolizzare addii eccellenti, la fiction sembra il genere meglio definito. Oltre alla quarta e ultima stagione dell’Amica geniale, le novità sono due miniserie di Rai 1 rivolte al pubblico meno giovane: Mike, interpretato da Claudio Gioè, dedicato ai 100 anni dalla nascita di Mike Bongiorno, e Leopardi – il poeta dell’Infinito che segna il debutto alla regia di Sergio Rubini. Altri titoli: Brennero, un crime ambientato a Bolzano in cui la caccia a un serial killer richiede la collaborazione fra ceppi etnici differenti, Sempre al tuo fianco, sei serate con Ambra Angiolini nel ruolo di responsabile delle emergenze della Protezione civile e, su Rai 2, Stucky, con Giuseppe Battiston nei panni di un commissario di provincia tratto dai romanzi di Fulvio Ervas.

Più incerta appare la linea degli approfondimenti. Detto di Serena Bortone che approderà a Radio 2 con un programma pomeridiano per la quale, ha sottolineato Sergio, «non c’è stata alcuna censura, né prima né ora visto che ha rifiutato due nostre offerte, una su Rai 1 e una su Rai 3», dopo il ritorno di Roberto Saviano con quattro serate di Insider il lunedì sera sulla Terza rete, si registra quello in pianta stabile di Massimo Giletti con Lo stato delle cose, un programma che intreccia faccia a faccia, piazze e filmati. Altri ritorni: Giovanni Minoli, con una striscia di Mixerstoria al mattino su Rai 3,e Maria Latella, nella seconda serata del martedì dove, con Amore criminale di Veronica Pivetti, si rinuncia definitivamente alla competizione con gli altri talk. Competizione che invece si spera di riaprire su Rai 2 al giovedì, storica serata di Michele Santoro, con le inchieste dell’Altra Italia di Antonino Monteleone. Auguri.

 

La Verità, 20 luglio 2024

«La sinistra non ha più l’egemonia culturale»

Con un nonno partigiano e l’altro che ha fatto la marcia su Roma, Alessandro Giuli ricerca la conciliazione degli opposti. E, ora che siede alla presidenza della Fondazione MAXXI, opera affinché il dialogo tra destra e sinistra si realizzi. La summa di questo tentativo si trova in Gramsci è vivo, dotto pamphlet appena pubblicato da Rizzoli.
Che cosa tiene ancora in vita Antonio Gramsci?
«La lezione che ci ha offerto come testimone di una libertà conculcata da un regime e l’aver rotto lo schema pseudoscientifico del marxismo-leninismo, mettendo la cultura al centro del discorso rivoluzionario».
Più precisamente?
«Con Gramsci la rivoluzione, il progetto sbagliato della dittatura del proletariato, non avviene solo in base al mutamento dei rapporti socio-economici, ma attraverso la cultura. Non si lasciano tracce durevoli se non si passa per la cultura».
In che modo è ancora attuale il teorico dell’egemonia culturale e della conquista delle casematte del potere?
«Quello è uno schema invecchiato male perché tipico del partito-Stato dei Soviet. Oggi l’egemonia non si crea dall’alto, ma dalla società civile, con i romanzi, le sceneggiature, le pièce teatrali, l’accademia. Se sei bravo e fortunato ti ritrovi in una comunità di persone che rappresentano la sensibilità conservatrice, maggioritaria in Italia, come si vede quando si vota. Tuttavia, questo processo non si realizza per volontà di un partito, dev’essere uno schema condiviso, altrimenti è una distopia».
Come quella in cui abbiamo vissuto negli ultimi decenni, nei quali l’egemonia culturale aveva un colore diverso dal sentire della maggioranza?
«In questo mezzo secolo si è consolidata una divaricazione tra consenso e potere che neanche il lungo intermezzo berlusconiano è riuscito a scalfire se non nelle nomenclature. Abbiamo dovuto aspettare un ministro come Gennaro Sangiuliano per avere un titolare della cultura non frenato nel modificare l’esistente».
Perché un libro che racconta quasi due anni di presidenza della Fondazione MAXXI teorizza il dialogo come caratteristica della cultura di destra?
«Perché i monologhi sono noiosi. Ne abbiamo ascoltati per decenni e ora preferiamo mettere la nostra identità a disposizione della contesa delle idee. Tanto meglio se producendo anche buoni risultati».
Scrivi che «alla retorica irrazionale del barbaro alle porte, che nasce da un malriposto suprematismo e sfocia nel disprezzo antropologico, si può e si deve contrapporre la forza della persuasione e del confronto».
«Esatto. Spesso ci si aspettano dei quadrumani con il lanciafiamme nei luoghi delle istituzioni più alte come il MAXXI e poi ci si stupisce di trovarvi dei bipedi ragionanti».
Il dialogo rispettoso e costruttivo è un obiettivo ottimista?
«No, magari ha una venatura di strategia. Parto dal presupposto che una buona visione del mondo di chi viene da destra può e deve contenere anche schemi e formule di una sinistra che ha abdicato alla propria funzione. La destra vince nelle urne perché soddisfa un bisogno di sicurezza e di identificazione. Non mi interessa piacere a quelli che chiamiamo salotti della sinistra, le idee sono plurali per definizione».
Quindi, non c’è un bisogno di legittimazione?
«Dal Foglio in poi ho sempre lavorato senza cercare approvazioni. Oggi sono gli stessi intellettuali di sinistra a voler dialogare con il mondo che idealmente personifico».
Nel tuo saggio fai l’esempio di Roma che diventa comunità universale spostando i confini e includendo le province. Più che includere non sarebbe corretto dire che ingloba o annette?
«Una corrente di pensiero di sinistra ritiene addirittura che “includere” sia espressione aggressiva perché significa chiudere dentro. In realtà, significa racchiudere. La lezione di Roma è trasformare genti diverse in un’unica comunità».
Questa inclusione così di moda significa che si assorbe una diversità?
«Non c’è dubbio. Cicerone, che odiava Cesare, scriveva al suo amico Attico che Cesare aveva appena conquistato le Gallie e già aveva fatto senatori alcuni di loro. Nel momento in cui hai un’idea di diritto e di sacralità della vita puoi includere chiunque sottoscriva i tuoi canoni, a patto che lo faccia davvero. Noi i canoni li abbiamo».
Ma pochi li sottoscrivono?
«Quelli che non lo fanno vivono male nella nostra comunità. Accade anche a molti con il passaporto italiano, bianchi, biondi e con gli occhi azzurri che pure non meriterebbero la cittadinanza. Se sei fuori dai canoni della Costituzione, non rispetti la sacralità della vita e l’altro da te, compresa la sovranità che appartiene al popolo, sei fuori da questa comunità».
Chi non rispetta la Costituzione dovrebbe andare in galera, quanto al rispetto della sacralità della vita potremmo scrivere un’enciclopedia.
«Se fai l’infibulazione a una donna è evidente che non rispetti né la donna né la vita, ma se ti comporti da razzista e vuoi decidere chi è italiano e chi no, come il generale Vannacci, non rispetti la sacralità della vita e la Costituzione. Il che vale pure per l’ambiente, anche se vediamo molti estremismi e fanatismi, di cui parla l’articolo 9 della Costituzione insieme al rispetto del paesaggio e alla promozione della ricerca scientifica».
Vannacci ha fatto una considerazione inerente ai tratti somatici di Paola Egonu non rappresentativi dell’italianità, non ha detto chi può o non può essere italiano.
«Accetto questa definizione a patto di immaginare che fra 100 anni ci sia un pronipote nero di Vannacci che dica che il mio pronipote bianco non rappresenta l’ideal-tipo dell’italiano».
Fra 100 anni ne riparleremo. Cosa significa che la cultura può fare per la politica quello che la politica non riesce a fare per la cultura?
«Che la politica vive di confronti, che a volte sono conflitti, con pensieri spesso biodegradabili, mentre la cultura ragiona con una gittata più lunga e sorregge le leadership politiche che si succedono. Se creo MAXXI Med a Messina ci sarà un premier che un giorno se lo ritroverà e ne beneficerà come buon esempio di diplomazia culturale rivolta al Mediterraneo, mentre noi come persone fisiche saremo altrove. Questo a prescindere dal colore di chi sarà al governo».
Citi Emilio Isgrò che sostiene che nell’arte non c’è destra e sinistra perché l’arte è come il ciclismo e tutti pedaliamo allo stesso modo. Cosa vuol dire esattamente?
«Vuol dire che l’arte proviene da artisti che possono avere o no idee politiche personali, ma non è quella l’unità di misura dell’opera d’arte. Per questo la sinistra divora Céline e pensa che sia il più grande scrittore del Novecento».
È un obiettivo ingenuo, pur appellandosi a Norberto Bobbio, rigettare la polarizzazione degli intellettuali in rossi e neri?

«Ho goduto molto quando il ministro Sangiuliano in un’intervista alla Stampa di Torino, tempio del pensiero azionista, ha citato proprio Bobbio ritorcendo le sue categorie contro chi a sinistra ragiona ancora con il bianco e nero anziché con i colori».
Che cosa pensi di ciò che è accaduto in occasione delle scelte per la rappresentanza italiana alla Fiera del libro di Francoforte anche dopo l’invito di Mauro Mazza a Roberto Saviano?

«Premesso che è un perseguitato dalla camorra e che a mio parere dopo Gomorra Saviano non ha scritto nulla di altrettanto interessante, mi piacerebbe che fossero valorizzati altri scrittori come, per esempio, Sergio Claudio Perroni. Il quale, purtroppo, è morto, ma il suo peggior libro vale quanto il miglior libro di Saviano».
Altra obiezione al dialogo è l’espansione della cancel culture e della cultura woke, che partono dalla superiorità del presente sul passato e delle élite sul popolo?
«Il suprematismo antropologico e la violenza distruttiva della cancel culture sono un’abiezione. Ma se la si guarda da vicino, come per esempio ha fatto Piergiorgio Odifreddi nel suo libro in cui ha ridicolizzato la scwha, si capisce che la cancel culture morirà di autofagia, perché tutti i suoi protagonisti non fanno che trovare elementi inibitori da cancellare. Finché non cancelleranno anche loro stessi».
Ci vorranno decenni?
«La fase di rigetto della cancel culture inizia a coinvolgere anche la sinistra».
Perché sostieni che creare occasioni di dialogo sia un discorso di destra?
«Perché la sinistra vive con le cuffiette e ascolta solo la propria musica. Ma ora una destra matura e avanzata cambia spartito e fa scoprire anche alla sinistra una musica migliore».
Gli intellettuali di Capalbio o con l’attico a New York sono davvero meno ascoltati?
«All’intellettuale di Capalbio, dove ha appena vinto la destra, che sopravvive come categoria dello spirito, non vorrei contrapporre l’intellettuale di Coccia di morto. Anziché attaccare i radical-chic che si stanno estinguendo, dovremmo essere un po’ più chic noi, imparando le buone maniere».
A me pare che siano ancora riveriti, accolti come oracoli nelle televisioni e premiati all’estero, dove esibiscono sussiego e disprezzo per chi non si allinea. Questo zoccolo è ancora duro?
«È duro e spesso anche abbastanza qualificato e ben sostenuto dal sistema culturale. Ma questo lo sosteneva già Giuseppe Berto. Appena diventeremo tutti come Giuseppe Berto li annienteremo perché valgono la metà dei suoi coetanei. Ma la vera domanda è: diventeremo come Giuseppe Berto?».
Secondo te?
«È un compito più che una certezza. Penso che siamo pieni di Giuseppe Berto potenziali che stanno suggendo il latte della mamma e noi dovremo farli crescere».
Il primo anno di gestione della tv pubblica fa ben sperare?
«È stato un anno di transizione. Confido che la nuova dirigenza saprà dare il meglio di sé una volta che l’assetto sarà consolidato e talune incertezze, come quelle che abbiamo tutti, serviranno da lezione».
Nel mondo ideale ipotizzato da Daniel Salvatore Schiffer «l’intellettuale del ventunesimo secolo sarà prismatico o non sarà. Sarà artistico prima che politico, amante del dubbio e nemico del dogma, impegnato ma non militante, e qualsiasi sua adesione a una rivoluzione sarà sempre metafisica e mai ideologica, libera e non partigiana, critica e non fanatica». Chi può realizzare questa utopia?
«Un’idea del genere è talmente liberale che la può esprimere solo una destra illuminata».
Una visione realistica evidenzia il prevalere dell’intolleranza, soprattutto a sinistra.
«Parlando di coloro che vivono nella realtà senza consapevolezza Eraclito li definiva presenti assenti. Al contrario, gli intellettuali di destra sono stati assenti presenti. Ora è arrivato il momento di essere presenti presenti».

 

La Verità, 22 giugno 2024

 

«Su Matteotti Meloni ha spiazzato i maestrini»

Non si finisce di stupirsi. Antonio Padellaro è stato allevato dai gesuiti, non ha mai votato per i partiti post-comunisti e il padre fascista lo ha raccomandato per fargli fare il giornalista. Lo racconta lui stesso in Solo la verità lo giuro, sottotitolo: Giornalisti artisti pagliacci (Piemme), un’autobiografia professionale nella quale mette a nudo le nevrosi e gli infortuni di una carriera che, dal Corriere della Sera all’Espresso di Claudio Rinaldi, maestro riconosciuto, dopo un passaggio all’Unità, lo ha portato a fondare (con Marco Travaglio) e dirigere Il Fatto quotidiano. Agli umori del retrobottega del foglio antiberlusconiano ora in cerca di una nuova linea di sopravvivenza, Padellaro alterna il ritratto di un tempo dominato dai social, orfano di una certa politica e di figure come Silvio Berlusconi e Gianni Agnelli. «Mi sono divertito», sintetizza, «ma la festa è finita da tempo».
Solo la verità lo giuro è un diario del crepuscolo del giornalismo o il racconto della tua illusione perduta?
«È un libro che nasce dalla richiesta di Piemme, editrice del gruppo Mondadori, concorrente di Paper first per la quale avevo scritto fino ad adesso. Perciò ho apprezzato che anche le pagine più dure nei confronti di Silvio Berlusconi siano passate senza difficoltà. Ho ripescato taccuini e registrazioni per raccontare nel modo più sincero cosa c’è dietro gli articoli che pubblichiamo. Mi sento raramente artista, a volte pagliaccio, quasi sempre giornalista».
Un’autobiografia disincantata?
«Sono contento che si colga l’autoironia. Evito le solite citazioni, il nostro è un mestiere straordinario, ma si lavoro molto. Solo che se una cosa la ami la fai con leggerezza».
La risposta data da direttore dell’Unità a Piero Fassino che voleva cacciare Travaglio – «caccia me così nomini un direttore che poi caccia Travaglio» – è una scena da Prima pagina con Jack Lemmon e Walter Matthau.
«Fassino era pressante, ma questo libro è stato scritto prima delle sue recenti disavventure e vorrei evitare l’accanimento. Sebbene L’Unità non usufruisse dei contributi di Stato, dei fondi ci arrivavano dai Ds. Ricordo che una volta io e Furio Colombo dicemmo ai dirigenti che potevamo rinunciare ai soldi, ma non a fare il nostro mestiere. La morale è che quando il giornalismo si avvicina troppo alla politica, la politica se lo mangia. Starne lontano, invece lo aiuta».
Anche Renato Soru voleva accompagnarti alla porta, poi lo fece Walter Veltroni. I tuoi rapporti con gli editori della sinistra ortodossa erano tormentati perché non eri allineato?
«Travolta dai debiti, L’Unità non andava in edicola da mesi. La nuova proprietà capeggiata da Alessandro Dalai, vicina alla sinistra Ds, chiamò Furio Colombo per risollevare il giornale. Era un mandato tecnico e professionale, non di linea editoriale. D’altra parte, io ero vicedirettore dell’Espresso e se la richiesta fosse stata di fiancheggiare il partito sarei rimasto dov’ero. Accettammo una sfida che ci parve entusiasmante. Ma poi, davanti alle pressioni, Colombo abbandonò la direzione perché non ne poteva più e io lo feci poco dopo. Penso che non esistano i martiri. Abbiamo la libertà di lasciare un giornale e cercarci un altro lavoro. Così come un editore ha tutti i diritti di mandare via il direttore».
Eri poco allineato?
«Non lo eravamo. Il nostro obiettivo era vendere in edicola e arrivammo a sfiorare 100.000 copie. Per un giornale che aveva chiuso e riaperto era un ottimo risultato. Fassino faceva le sue rimostranze e io rispondevo a tono».
Oltre a lui non ti amavano Renato Soru e Veltroni.
«Soru non mi conosceva e non posso dirlo. Con Veltroni era ed è difficilissimo litigare, ma quello che è stato non possiamo cancellarlo».
Cosa devi a tuo padre, fascista e arruolato nella Repubblica di Salò?
«Prima di tutto il convincimento di non rinnegare e non rimpiangere, che era anche un detto di Giorgio Almirante. Quella era la sua storia: bisogna riconoscere gli errori senza rinnegare. Dopo la guerra era entrato nell’amministrazione pubblica. Il secondo insegnamento è non prendersi mai troppo sul serio».
Ottimo antivirus pensando a certe primedonne di oggi.
«È un difetto accentuato dalla frequentazione della tv che dispensa popolarità. Per non parlare dei social, che evito. La televisione ci illude di essere delle star».
Silvio Berlusconi è stato la grande illusione perduta del Fatto?
«Più che grande illusione, grande tiratura perduta. Glielo dissi esplicitamente: lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma molto anche quella dei suoi nemici».
Quanto è difficile per Achab rifarsi una vita senza Moby Dick?
«Difficilissimo. All’inizio del libro cito Illusioni perdute di Honoré de Balzac dove l’editore invita lo scrittore a trovarsi un nemico famoso perché così “il vostro valore aumenterà”. Ma dev’essere un nemico potente, e noi avevamo il più potente. Prima con Matteo Renzi e ora con Giorgia Meloni non è la stessa cosa. A un nemico potente corrispondeva un giornale molto vivace».
Più è strenua la lotta…
«Più si guadagnano copie. Il lettore ti conosce, si identifica e ti compra. Un giornale è un prodotto, la sfida dell’edicola è ogni mattina più difficile».
Ora che è passato un anno dalla scomparsa di Berlusconi bisogna fare i conti con le cene eleganti e lo stalliere di Arcore o considerare Milano 2, Mediaset e Forza Italia?

«In pratica, in quel periodo il “nemico” faceva lui il giornale al posto nostro. Ogni mattina le notizie di Ruby Rubacuori e delle cene eleganti erano una manna. Ora sono letteratura e storia. Hai presente quel personaggio del GialappaShow che si chiede scandalizzato “ma dove stanno le istituzioni”? Ecco, trovo grotteschi i giornalisti che fanno la morale dalla cattedra e non vogliono che si pubblichino le intercettazioni. Ma se hanno fatto la fortuna dei giornali! Posso capire che lo dicano i politici… Poi, dovevano essere molto divertenti quelle cene».
Oltre a Rinaldi, anche Giampaolo Pansa è stato un maestro di giornalisti politici. Come giudichi la sua «mutazione», dicendola alla Luca Ricolfi?
«Pansa era un irregolare, e l’esserlo era la sua forza. Al Corriere della Sera lo portò Piero Ottone, poi lo ritrovai all’Espresso dove, nel “Bestiario”, metteva sulla graticola tutti, indistintamente. Quando nel 2003 scrisse con la sua maestria Il sangue dei vinti, in base all’intuizione che un certo mondo aspettava una narrazione autentica, contava nell’apprezzamento anche della sinistra. Ricordiamo che Pansa era autore di saggi sulla Resistenza. Invece, la reazione furibonda delle persone che pensava vicine lo ferì al punto che decise di replicare una ad una alle critiche e agli insulti. Facendoci capire che la storia d’Italia era fatta anche da quella pagina che non andava nascosta».
Cosa pensi dell’insistente richiesta di abiura del fascismo a Giorgia Meloni?
«Su Giacomo Matteotti “ucciso dagli squadristi fascisti” ha detto finalmente parole chiare».
Basteranno?
«Al giudizio dei cittadini sì, forse non a coloro che ogni mattina danno le pagelle di antifascismo».
È giustificato il continuo allarme democratico attivato dalle firme benpensanti?
«È un’espressione che andrebbe usata in circostanze di pericolo reale. Usata continuamente è un suono fine a sé stesso».
Eppure ogni settimana c’è un nuovo martire, dopo Antonio Scurati ora Roberto Saviano.
«Mi spiace non essere stato censurato, probabilmente non lo merito, perché sarei cresciuto in popolarità e copie vendute. D’altro canto, penso che nella destra ci sia un ufficio che sponsorizza gli intellettuali di sinistra».
La Fiera di Francoforte rischia di trasformarsi nella fiera delle vanità?
«Sì, se si fa di tutto – vero Mauro Mazza? – per alimentare la vanità dei vanitosi».
Aveva ragione Massimo D’Alema quando diceva che continuando a criminalizzare Berlusconi lo si rafforzava?
«Dal punto di vista politico sì, dal punto di vista giornalistico no».
È lo stesso trattamento attuato nei confronti di Giorgia Meloni?
«È un meccanismo simile, che però non funziona. La risposta di Giorgia Meloni a Vincenzo De Luca l’ho trovata efficace. Credo che la stragrande maggioranza pensi che ha fatto bene. Un po’ come lo pensa a proposito del Papa che ha parlato di “frociaggine” nei seminari. Ciò che conta non è il giudizio delle nostre confraternite, ma delle persone che ci leggono e votano. Mi sembra che sia la Meloni che papa Francesco abbiano aumentato la loro popolarità».
Sei spesso ospite di La7: hai trovato irrispettoso il messaggio che il premier ha indirizzato ai suoi telespettatori?
«Mi ha sorpreso che un protagonista assoluto di La7 come Enrico Mentana non lo abbia trovato irrispettoso».
Perché?
«Perché è controcorrente. Sono i giornalisti di La7 che devono rispondere. Per Corrado Formigli la Meloni ha superato il limite della decenza, per Mentana no. Detto questo, se Meloni la smettesse di attaccare i media… Tra tante qualità non ha quella di saper prendere i giornalisti. Mentre l’informazione va maneggiata con cura, anche quella ostile».
Sebbene i talk show di La7 la dipingano come Attila?
«Come ha fatto con De Luca anche in questo caso potrebbe capovolgere il giochino. Se dopo le elezioni europee si facesse intervistare da Formigli o da Lilli Gruber, senza far torto ad altri, farebbe qualcosa d’inaspettato ed efficace».
Perché il libro si chiude con la citazione della festa nell’attico di Leonard Bernstein a Manhattan in cui Tom Wolfe identifica l’esemplare del radical chic?
«Parlo della necessità che abbiamo, io compreso, di essere narcisisticamente al centro della scena. Il reporter descritto da Tom Wolfe si sente escluso dai crocchi e perciò delegittimato. L’epoca d’oro dei giornali la dobbiamo a Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca: grandi giornalisti e grandi narcisi».
Replicando al premier, Michele Serra dice che quell’espressione è «un fantoccio retorico usato da chi non ha argomenti propri da spendere».
«Oggi sì, è un’espressione usurata. Come lo è allarme democratico».
Però la realtà esiste.
«Qua e là, ma non è determinante. Né l’insistenza sui radical chic né quella sull’allarme democratico fanno cambiare parere o inducono qualcuno ad andare a votare. Ciò che lo farebbe sarebbe, per esempio, riuscire ad accorciare i tempi di attesa per effettuare esami e interventi vitali negli ospedali. Ma di questo nessuno parla».

 

La Verità, 1 giugno 2024

«Il Saviano politico sbaglia: a Caivano i blitz servono»

È una delle persone più esposte al pericolo e coraggiose che l’attualità ci consegna. Don Maurizio Patriciello, «un prete e basta», da anni in prima linea nella denuncia dei clan di Caivano, dopo la scoperta delle violenze a lungo perpetrate da alcuni minori su due bambine, ha chiesto aiuto al premier Giorgia Meloni innescando una serie d’iniziative che hanno riportato la presenza delle istituzioni dove da anni latitavano.

Don Patriciello i blitz delle forze dell’ordine a Caivano si susseguono alle «stese» dei clan: è in corso una guerra per il controllo del Parco Verde?

«C’è un’attenzione particolare nei confronti di questi signori che vorrebbero comandare il territorio. Domenica c’era stata la “stesa” (raid a bordo di motorini con spari a raffica per costringere le persone a stendersi a terra ndr), compiuta forse contro l’iniziativa del governo. Poi c’è stato un nuovo blitz contro gli abusivi».

Le hanno rafforzato la protezione, ha paura?

«No. Me l’hanno rafforzata per quello che sta succedendo».

Ieri ricorrevano trent’anni dall’uccisione di don Pino Puglisi a Palermo per opera di Cosa nostra.

«Qualche anno fa, ho potuto celebrare la messa nella sala da pranzo di padre Pino Puglisi con un piccolo gruppo tra cui suo fratello e sua cognata. Una gioia grande. Sono stato tante volte nella parrocchia di Brancaccio e sulla sua tomba, nella cattedrale di Palermo. Lo prego, lo invoco, gli chiedo di illuminare il mio cammino, perché possa fare sempre e solo la volontà di Dio. Diceva: “Se ognuno fa qualcosa, qualcosa di bello accadrà”. Tento di fare la mia piccola parte».

È vero che quando al Parco Verde arriva un’auto sconosciuta alcuni ragazzi in moto l’affiancano, chiedono agli occupanti dove sono diretti e li scortano a destinazione per controllare tutto ciò che avviene?

«Ci sono i ragazzi che girano con il motorino, le vedette dello spaccio. In questi giorni con il Parco pieno di polizia e carabinieri non si vedono».

È favorevole all’intensificazione della presenza delle forze dell’ordine?

«Per risolvere il problema dobbiamo prendere alla lettera le parole del premier al fine di evitare che “in Italia esistano zone franche”. Il governatore Vincenzo De Luca ha detto che “a Caivano non c’è lo Stato”. Se servono azioni forti per ripristinarlo, ben vengano. È chiaro che non bastano, ma sono utili a bonificare il territorio».

Il decreto e i blitz sono stati molto criticati.

«Le critiche ci sono e ci saranno sempre. L’opposizione deve screditare quello che fa chi governa. È vero che da sole queste azioni non risolvono tutto. Tanti hanno citato Gesualdo Bufalino quando disse che “la mafia sarà sconfitta da un esercito di maestri elementari”. Quando, però, arrivano le “stese” ci vuole anche l’esercito della polizia e dei carabinieri. Un’azione non esclude l’altra».

Lei ha detto che chi critica l’iniziativa del governo si deve vergognare.

«Bisogna sapere cosa si prova quando volano i proiettili. Un conto è parlare stando sul campo di battaglia, un altro farlo seduti a casa propria. Chi vive sul posto sa che una “stesa” può essere pericolosissima per un bambino, una mamma, un papà. Ho chiesto di fare attenzione e di pesare le parole».

A chi dice che servono i centri sportivi e le biblioteche lei ribatte primum vivere deinde philosophari?

«Da qualche parte bisogna cominciare. Se ci sono bande criminali che agiscono indisturbate e gli adolescenti maneggiano le armi, bisogna bonificare prima di fare altri interventi. Sono contento che siano stati potenziati il commissariato di Afragola e la compagnia dei carabinieri di Caivano. Lo scopo è riportare alla normalità un quartiere che non vive nella normalità da molti anni».

Mi racconta una sua giornata?

«Sono un sacerdote, un parroco, un giornalista. Un prete, prima di tutto. Celebro messa, distribuisco i sacramenti, faccio direzione spirituale. Non c’è mattina in cui non vada in una scuola o nelle carceri per parlare con i detenuti. Partecipo a convegni sulla legalità, scrivo per Avvenire e Famiglia cristiana, tengo incontri di catechesi. Tempo per annoiarmi non ne ho».

A che ora inizia e a che ora finisce la sua giornata?

«Finisce tardi. Ci sono anche la preghiera e lo studio personale. Non si vive di rendita, la fede e la cultura vanno coltivate».

Sempre con la scorta al seguito?

«Certamente è più complicato e farraginoso. Quando vado a visitare le famiglie, gli ammalati, a confessare un anziano… ho sempre compagnia».

È diventato prete dopo i trent’anni: prima?

«Per dieci anni sono stato capo reparto in un ospedale. Quando sul mio cammino ho trovato un frate, è iniziata questa avventura. E, al suo interno, questo impegno… Mi immaginavo un prete più normale».

La sua prima campagna è stata contro la criminalità nella Terra dei fuochi?

«Non volevo mettermi contro nessuno, mi ci sono trovato. Venivo dal mondo della sanità e mi è stato facile riscontrare l’aumento delle patologie tumorali. Quando mi sono reso conto del vuoto di iniziative mi sono dato da fare e, grazie a Dio, se oggi tanti hanno una sensibilità ambientale, in parte si deve anche alla mobilitazione nella Terra dei fuochi. Dal 2015 in Italia c’è una legge che punisce i reati ambientali».

Si ritrova nella definizione di prete anticamorra?

«No no no, assolutamente. Sono un prete senza aggettivi. Se mi targate come anticamorra mi mettete in un angolo. Mentre a me interessa ciò che riguarda l’uomo a 360 gradi, dalla teologia ai sacramenti alle opere di carità, dai neonati ai vecchi. Mi occupo delle donne che stanno per abortire. In questi anni siamo riusciti a dare un piccolo aiuto per far nascere una dozzina di bambini che stavano per essere gettati nella fogna. Per la gioia loro, dei genitori e di tutta la comunità. Pensi la felicità quando li vedo andare a scuola».

Leonardo Sciascia parlava dei professionisti dell’antimafia, ci sono anche quelli dell’anticamorra?

«Non sono certo io, parroco di San Paolo apostolo del Parco Verde. Vivo qui e m’impegno per suggerire risposte ai bisogni della gente del posto. Se mi trovassi in Via dei Mille a Napoli farei altro».

Perché dopo la scoperta degli abusi sulle due bambine si è rivolto a Giorgia Meloni e non al sindaco, al governatore, alla magistratura.

«Siccome so quanto è grave la situazione, non posso accontentarmi di spolverare la superficie. Già per la Terra dei fuochi mi ero rivolto al Presidente della Repubblica e poi ai premier Matteo Renzi e a Giuseppe Conte».

Ha puntato in alto per la gravità della situazione?

«Corrado Alvaro diceva che per le domande serie si cercano risposte vere, è inutile cercare risposte inadeguate. Intanto sono arrivati 30 milioni per far ripartire il centro sportivo, vandalizzato da 30 anni».

Un altro fronte è l’educazione: gli adolescenti che violentavano quelle ragazzine a quali modelli si rifacevano?

«I modelli li conosciamo, non trinceriamoci dietro l’ipocrisia. A causa di noi adulti questi ragazzi hanno scoperto la sessualità attraverso la pornografia fin dalla tenera età. Ne ho parlato anche col ministro Eugenia Roccella e ci siamo trovati d’accordo. Bambini che appartengono a famiglie distratte che dedicano un’attenzione minima alla loro crescita. Mettono in pratica quello che vedono. Abbiamo rapinato il loro diritto all’amore, alla tenerezza, al primo bacio e li abbiamo lasciati all’inferno della pornografia».

Bisogna impedire l’accesso a questi contenuti attraverso la Rete?

«Io non sono un tecnico, ma mi sembra che fingiamo di scandalizzarci. Da tempo diciamo che bisogna regolamentare o spegnere i cellulari, poi sorgono un sacco di problemi e non si decide. La pornografia ha bisogno di spostare i limiti degli eccessi, questo è ciò che abbiamo presentato ai bambini. Ripenso alle parole di Gesù: chi scandalizza uno di questi piccoli è meglio per lui che si leghi una pietra al collo e si getti in mare. Non vedo impedimenti, se non agiamo per proteggerli significa che non vogliamo farlo».

Che partecipazione c’è stata alla veglia di preghiera che ha promosso qualche sera fa?

«Tantissima partecipazione, la chiesa era affollata. La preghiera è stata guidata proprio dai bambini, alcuni dei quali domenica avevano fatto la prima comunione. Era stata una giornata di festa, rovinata la sera da quell’azione violenta e criminale dei clan che si è mangiata la gioia e l’impegno di mesi».

È attivo anche sui social dove si rivolge alla sua «parrocchia online».

«Ho una pagina Facebook (con oltre 160.000 follower ndr) e mi arrivano migliaia di lettere dall’Italia e da fuori. Purtroppo non riesco a rispondere come vorrei, intavolando relazioni a lungo termine. Anche la mia giornata è fatta di 24 ore».

C’è un gruppo di persone che la aiuta, la comunità cristiana è visibile?

«Certo, facciamo cose belle. Poi arrivano momenti come questi che alimentano la paura e allora la comunità si assottiglia. Ma è sempre rinata. Quando ci sono stati omicidi anche nei pressi della parrocchia sono stato io il primo a dire: non venite. Volesse Dio che non ci fosse più bisogno della mia supplenza…».

Che tipo di supplenza?

«Abbiamo creato un “Comitato di liberazione dalla camorra” con molte persone in prima linea. Un altro gruppo si impegna a raccogliere fondi per i poveri e i senzatetto, quelli che papa Francesco chiama gli scarti della società. L’associazione “Noi genitori di tutti”, composta di mamme che hanno perso i figli a causa dei tumori e delle leucemie nella Terra dei fuochi, affianca altre mamme che hanno figli ammalati, in collaborazione con l’ospedale Gaslini di Genova e con il Bambin Gesù di Roma».

Perché stavolta è più ottimista che in passato?

«Capisco come vanno le cose… Qualche giorno fa ho scritto a Roberto Saviano che quando gli hanno chiesto cosa pensasse del decreto Caivano ha detto che “è la fine di tutto”. Mi è sembrata una presa di posizione politica, così gli ho risposto su Avvenire. La fine di cosa? Io cerco speranza, cerco samaritani, venga qui, Saviano; i profeti di sventura vadano altrove. Ora che qualcosa si muove c’è un po’ di ottimismo, arriveranno altre risorse. Noi cristiani siamo obbligati a sperare. La speranza devo darla anche agli altri perché non vivo per me stesso».

Con il ritorno dello Stato i topi balleranno di meno?

«Chi vive di spaccio e semina morte comincia ad avere qualche problema. In questi giorni il traffico di droga non è solo diminuito, si è azzerato».

 

La Verità, 16 settembre 2023

«Come fermare l’ondata di migranti dalla Tunisia»

Un uomo di sinistra figlio di un generale dell’Aeronautica militare. Calabrese, ex Lothar dalemiano, esperto di intelligence apprezzato da Francesco Cossiga. Dopo alcuni ruoli di vertice nei governi precedenti, Marco Minniti ha lasciato il segno come ministro dell’Interno dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni che lo nominò nel dicembre 2016. Cinque anni dopo, nel febbraio 2021, si è dimesso da deputato del Pd. Da due anni presiede Med-Or, fondazione che, voluta dal cda di Leonardo, promuove le relazioni nell’area del Mediterraneo, del Medio ed Estremo Oriente.

La tragedia di Cutro e il naufragio con 30 dispersi sulla costa libica indicano che siamo di fronte a un nuovo aggravamento dell’emergenza migranti?

«Siamo innanzitutto di fronte a due tragedie che ci riportano al fatto che le migrazioni non sono un’emergenza. Questo può sembrare una contraddizione. Ma se vogliamo evitare nuovi eventi drammatici dobbiamo pensare all’emigrazione come a un dato strutturale che ha accompagnato l’umanità nel passato e l’accompagnerà nel futuro. Anzi, è lecito prevedere che nei prossimi anni avremo un incremento dei movimenti delle persone nel mondo».

Per quali motivi?

«Innanzitutto per le ragioni classiche: guerre, carestie e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita. A queste si aggiungeranno i cambiamenti climatici che potrebbero causare spostamenti consistenti. Infine, c’è una parte di popolazione, quella più giovane che, indipendentemente dal Paese di nascita, si ritiene cittadina del mondo. Se le migrazioni sono un dato strutturale significa che le politiche emergenziali non sono adeguate ad affrontarlo».

Qual è il suo pensiero sulla tragedia di Cutro?

«Nel momento in cui ci sono più di 80 morti in mare, oltre ad attendere gli esiti dell’inchiesta giudiziaria, considerato il coinvolgimento di più ministeri, il governo avrebbe dovuto promuovere un’indagine interna guidata dalla presidenza del Consiglio».

A quale scopo?

«Arrivare al consiglio dei ministri di Cutro, 13 giorni dopo i fatti, con la ricostruzione di ciò che era avvenuto. E, in secondo luogo, avendo stabilito nuove regole d’ingaggio per evitare che una tragedia simile possa ripetersi».

Non è ciò che ha tentato di fare con il decreto flussi?

«Mi scuso per il ruolo da Grillo parlante. La tragedia si è consumata sulla rotta del Mediterraneo orientale: la stragrande maggioranza dei morti aveva diritto alla protezione internazionale provenendo dall’Afghanistan, dalla Siria e da altri territori drammaticamente in crisi. Per spostarci sullo scenario più vicino, nel Mediterraneo non è più procrastinabile un piano dell’Europa per i paesi nordafricani più esposti agli effetti della guerra in Ucraina. Alcuni di questi dipendevano per l’80% dal grano russo o ucraino. Egitto e Tunisia stanno pagando il prezzo di una drammatica crisi alimentare».

Perché attualmente la Tunisia è il primo fronte dei flussi migratori nel Mediterraneo?

«Perché viveva di turismo, azzerato dalla pandemia. Si stava appena riprendendo quando la guerra ha provocato la nuova, gravissima, crisi alimentare. Non può farcela da sola».

Dalla Libia si attende una nuova ondata di migranti. Che fine ha fatto l’accordo che da ministro dell’Interno aveva firmato con quel Paese coinvolgendo i sindaci e i capi delle potenti tribù locali?

«La Libia si è ulteriormente e drammaticamente spaccata. C’è stata una guerra civile e oggi abbiamo i Russi in Cirenaica e i Turchi in Tripolitania. Per la prima volta nella storia moderna un solo Paese, la Turchia, controlla entrambe le rotte d’ingresso in Europa, quella del Mediterraneo centrale e quella del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Un capolavoro a rovescio dell’Europa».

Roberto Saviano l’accusa di aver operato per la creazione dell’«inesistente zona Sar libica».

«Temo non sappia di cosa sta parlando. Gli accordi per le zone Sar sono negoziati con l’intera comunità internazionale, non sono attività di un singolo ministro o di un singolo Paese. Fino alla fine del mio mandato, la Guardia costiera italiana ha compiuto numerosi interventi di salvataggio in acque libiche. In quei 16 mesi abbiamo avuto una riduzione di arrivi in Italia di circa 120.000 persone, non abbiamo chiuso nessun porto ed è drasticamente diminuito il numero di morti in mare. Inoltre, le Nazioni unite, tornate in Libia grazie all’Italia, hanno fatto 27.000 rimpatri volontari assistiti da quel Paese».

Quale ruolo deve avere oggi l’Europa nel Mediterraneo?

«Avrebbe già dovuto aver pronto un piano d’investimenti per la stabilizzazione economico-sociale, la crescita e la prosperità del Nordafrica. Auspico che al prossimo Consiglio europeo Bruxelles metta a disposizione un fondo immediatamente spendibile di 3 miliardi di euro. Sarebbe il primo passo per siglare un accordo strategico sui flussi migratori».

Cosa la fa essere così ottimista sui tempi di reazione dell’Unione europea?

«Nel 2015, per frenare i flussi balcanici e stringere un accordo con la Turchia, l’Ue stanziò subito 3 miliardi, la cifra di cui parlo adesso, più altri 3 in una seconda tranche».

Quella volta c’era l’interesse diretto della Germania.

«La Germania era in prima linea e i soldi li mise l’intera Europa. Ricordiamo l’immagine di Angela Merkel che fece piangere la bambina rifugiata palestinese spiegandole che non avrebbe potuto entrare. Questo patto andrebbe siglato subito, sapendo che è in atto una straordinaria campagna di penetrazione in Africa della Russia, che si aggiunge all’influenza già molto forte della Cina».

Ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto a segnalare il ruolo della brigata Wagner?

«Non è che la brigata Wagner gestisca i flussi migratori del Nordafrica. Tuttavia, come si deduce dal discorso di Vladimir Putin del 24 febbraio scorso, la Russia ha fatto una scelta nell’orizzonte di una guerra lunga o lunghissima decidendo di rendere l’Africa il fronte secondario di una guerra asimmetrica».

Cosa vuol dire?

«Che nonostante il drenaggio di uomini che il conflitto in Ucraina comporta per l’esercito russo, la Wagner non ha mai abbandonato i territori africani, dalla Cirenaica al Mali, dal Burkina Faso al Sudan».

Come si sviluppa questa guerra asimmetrica?

«Anche attraverso i grandi movimenti demografici. Con l’inizio del conflitto, sul fianco Nord Est dell’Europa si è verificato un movimento di 10 milioni di profughi, una parte dei quali sono rientrati mentre circa 4,5 milioni sono ancora in Europa. Se a questi movimenti a Nord Est si aggiunge il flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo centrale, si vede che l’Europa è schiacciata in una tenaglia umanitaria. Per questo il patto per il governo legale delle migrazioni deve comprendere anche il Sahel, che è il vero confine meridionale dell’Europa».

Come dovrebbe realizzarsi?

«Prendiamo l’esempio dell’India con la quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha di recente avviato un nuovo e importantissimo dialogo. Nel 2022 l’India, appena diventata prima potenza demografica del mondo, superando la Cina, ha incassato rimesse legali per 100 miliardi di dollari dai propri migranti. Questo ci suggerisce come operare. I Paesi africani possono aiutarci a governare gli ingressi legali traendone immediato beneficio con le rimesse dei loro migranti. La forza demografica dell’Africa sarebbe una risorsa per loro e non sarebbe più una minaccia per noi».

In caso di reale integrazione.

«Infatti, parliamo di canali legali. Se si fugge da guerre, carestie o terremoti, si arriva in Europa attraverso i corridoi umanitari».

Non è quello che si prefigge il decreto flussi?

«È giusto controllare gli ingressi in Italia, ma va cambiata la prospettiva. Facciamo l’esempio della Tunisia. L’Italia potrebbe consentire 20.000 ingressi legali l’anno, gestendoli attraverso i consolati. Si compilano delle liste. In attesa che la pratica venga definita, queste persone frequentano corsi di italiano, di cultura generale e di formazione professionale finalizzati al mercato del lavoro italiano. Un progetto così consentirebbe anche l’impiego di giovani italiani all’estero in qualità d’insegnanti. A percorso completato, chi arriva sarebbe già in possesso di un background di integrazione».

Integrazione e sicurezza servono a sconfiggere la criminalità e il terrorismo prodotti dagli ingressi illegali?

«Gli attentati di matrice islamica nelle città europee degli anni scorsi non provenivano dalla Siria o dall’Iraq, ma da cittadini della nostra Europa, cioè figli di un’integrazione sbagliata o mancata. Il corrispettivo della gestione comune degli ingressi legali è l’impegno a contrastare i traffici illegali e a favorire il rimpatrio immediato degli irregolari».

La minaccia del terrorismo islamico in Europa è debellata?

«In questo momento l’Africa è con l’Afghanistan il principale incubatore di terrorismo internazionale. Nei giorni scorsi uno dei leader di Al Qaeda Maghreb ha pubblicato un video in cui si vedevano due capi Tuareg che giuravano fedeltà ad Al Qaeda, fatto inusuale e allarmante. Il Sahel, il Corno d’Africa e la Libia sono potenziali basi operative di nuovo terrorismo alle porte dell’Europa. Qualche anno fa Sirte, la moderna capitale libica, era controllata dai miliziani dello Stato islamico. La Russia conosce lo scenario: per Mosca tutto ciò che può destabilizzare l’Europa e l’Occidente va nella giusta direzione».

Quadro apocalittico.

«Ma reale. L’Occidente e l’Europa non devono mai smarrire questa consapevolezza: ogni giorno che passa senza un intervento europeo è drammaticamente perduto».

Come dovrebbe connettersi questa iniziativa con il protrarsi della guerra in Ucraina?

«C’è un filo rosso che la lega al Mediterraneo e all’Africa. L’onda d’urto energetica, quella umanitaria e quella della sicurezza globale partono dall’Ucraina e si riverberano in Africa e nel Mediterraneo. Dicendolo in una parola, per costruire una pace stabile e duratura in Ucraina c’è bisogno di un nuovo ordine mondiale, impossibile da costruire senza il Sud del mondo».

Per chiudere le chiedo un pensiero sul Pd che ha una nuova segretaria. Nel dicembre 2018 lei ritirò la candidatura favorendo Nicola Zingaretti «per salvare il partito». Le sembra si stia salvando?

«Nella mia precedente vita mi occupavo di filologia classica. Il mio rapporto con il Pd è lo stesso che ebbe Catullo con Lesbia. Dopo averle dedicato struggenti poesie da innamorato, si rese conto che era un amore impossibile e scrisse il Carme VIII: “Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo”».

 

La Verità, 18 marzo 2023

 

«Il faro della satira 2023? Vedo bene Sangiuliano»

L’oroscopo della satira. Dopo un 2022 di cambiamenti radicali, proviamo a tratteggiare il 2023 della politica con Federico Palmaroli, sulfureo vignettista con l’account Le frasi di Osho (600.000 seguaci su Twitter),  collaboratore del Tempo e Porta a Porta e autore di «Come dice coso» (Rizzoli).

Con la destra al governo sta tornando prepotentemente la satira?

Sulla destra si è sempre fatto satira anche quando era all’opposizione. Adesso è prevedibile che ci si concentri sul governo, a meno che qualcun altro non attiri di più l’attenzione…

Copertina e titolo del suo nuovo libro dicono che Giorgia Meloni offre parecchi spunti.

Il governo è ancora giovane, ma è inevitabile che prima o poi ne offra. L’approvazione della manovra ha imposto tappe forzate. Come avvenne per il governo gialloverde, anche di questo impareremo a conoscere i vari componenti e i loro lati più bizzarri.

La premier è satireggiabile?

Con lei lavoro più sulle situazioni che sull’intercalare. Osho parla già in romanesco, metterlo in bocca a lei non aggiunge molto.

Che voto darebbe agli altri esponenti del governo, c’è qualcuno che spicca?

A Matteo Salvini un voto alto: agendo di pancia, incorre in infortuni utili a chi fa satira.

C’è un caso che l’ha ispirato?

Dopo il disastro di Ischia annunciò un numero elevato di morti quando ce n’era solo uno. Solo nei giorni successivi si è confermata quella triste e maldestra preveggenza.

Era una reazione di pancia o una ricerca di visibilità?

Era un’esternazione poco ponderata. Per motivi politici e di temperamento Salvini cerca di essere protagonista. Era una dichiarazione da ministro dell’Interno, quale lui aspirava a essere.

Silvio Berlusconi compensa con i videomessaggi sui social l’impossibilità a presenziare?

Non ho apprezzato la scelta di candidarsi ancora, mi pare soffra il protagonismo della Meloni. La satira su Berlusconi rischia di essere stucchevole, come quella sulla statura di Renato Brunetta o su Luigi Di Maio bibitaro. Su alcuni personaggi serve una renovatio salvifica.

A Ignazio La Russa che voto darebbe?

Gli do 7 perché se ne sbatte delle critiche che gli fanno. Non rinnega il suo passato e in un mondo di incoerenti, questo è inusuale. Però se fossi stato in lui avrei evitato il post per l’anniversario della nascita del Msi, perché è divisivo. E lui ora è Presidente del Senato…

E a Sergio Mattarella?

Un bell’otto. Le Quirinarie hanno segnato il ritorno alla politica dopo mesi di Covid e vaccini. Invece è stata solo una parentesi perché è arrivata la guerra in Ucraina. Mattarella sfogliava la margherita, resto, vado, resto…

Concorda con il suo collega, il vignettista Makkox, che dice che l’ignoranza è il concime della destra?

Credo sia bipartisan, soprattutto tra le forze populiste. Nei social è ben distribuita, ma in zona 5 stelle si raggiungono vette invidiabili.

La sinistra offre i dossier più voluminosi come il caso Soumahoro e il Qatargate?

Una vera pacchia, per usare un termine di moda, impossibile non trovare spunti comici. Ne forniranno ancora, con strascichi che valicano il dibattito tradizionale. Anche perché c’è chi continua a difendere Soumahoro.

Come per Mimmo Lucano, fenomeno creato da Roberto Saviano, anche per Soumahoro la svista è nel meccanismo mediatico.

Quando l’ho visto davanti alla Camera con le calosce infangate subito qualcosa non mi tornava. Per carità, lui non è indagato. Dopo un po’ è spuntata la moglie con la borsa Vuitton.

Potevano scegliere una… griffe comune?

O il lusso o il miserabile. Troppo in antitesi i due comportamenti per non pensare a qualcosa di strano.

Che 2023 sarà per la satira?

Un governo politico è sempre materia viva. Per ora è coeso, i contrasti nella maggioranza sono un invito a nozze. Anche esserci tolti dalle palle il Covid, le cabine di regia e il Cts è un bell’aiuto. Sono speranzoso.

Guardiamo il calendario, il 20 gennaio è fissata la prima udienza per l’inchiesta sui bilanci della Juventus: cosa le ispira?

Ho legato l’inchiesta sulla Juve al caso Soumahoro…

Andrea Agnelli e Pavel Nedved pensano di aprire una coop a Latina?

No, sostengono che la loro contabilità la gestisce la suocera di Soumahoro. Quando si sgretola un potere politico o sportivo come in questo caso, ci si tuffa a pesce.

Il 12 e 13 febbraio si vota nel Lazio e in Lombardia: ha già studiato i candidati?

Nel Lazio sono un po’ anonimi. Se chiediamo a un passante che faccia hanno Alessio D’Amato e Francesco Rocca penso che quasi nessuno sappia descriverli. Una figura storica del Pd avrebbe aiutato.

Con i candidati lombardi va meglio?

Letizia Moratti è già nota, Pierfrancesco Majorino un po’ meno, ma ci si può lavorare. Nel Lazio il Pd dà sempre soddisfazioni come si è visto con le dimissioni del capo di gabinetto di Gualtieri.

18 febbraio: che immagine le suscitano le primarie del Pd?

La comparsa di Elly Schlein, candidata senza essere iscritta, che ha costretto il partito a cambiare lo statuto è un buon inizio. Anche quando non governa il Pd è un partito di potere che non sta mai zitto: una fonte inesauribile.

Chi la diverte di più dei candidati?

Stefano Bonaccini, per la mimica e le pose che assume quando parla. Il suo viso si presta molto.

La stella di Giuseppe Conte continuerà a brillare o si spegnerà come quelle di Di Maio, Di Battista, Virginia Raggi e Davide Casaleggio?

Rivolgendosi a un target di persone che s’informano poco e sventolando la lotta ai privilegi continuerà a brillare. La promessa di ripristinare il reddito di cittadinanza una volta tornato al potere è un investimento elettorale. Conte non ha un programma suo, brilla di luce riflessa. Ora è a capo del partito dei poveri, ma potrebbe pure stare con i ricchi senza problemi. Come quando all’Onu difese il concetto di sovranismo e qualche mese dopo, alla guida del governo con il Pd, iniziò ad avversarlo. Segue il vento, come sulla guerra in Ucraina e l’opposizione all’invio delle armi.

Mario Draghi resterà a fare il nonno o troverà un nuovo lavoro?

Draghi lo vedo sempre come il jolly in attesa sullo sfondo, pronto per vari ruoli. Non credo sparirà. L’ho proposto mentre si congeda da Mattarella, che però lo invita a restare nei paraggi, non si sa mai…

Renzi e Calenda divorzieranno come Francesco Totti e Ilary Blasi?

Può darsi… E anche Renzi mi sembra che qualche rolex da parte dovrebbe avercelo…

Un’altra profezia facile facile: tra romanzi, saggi, gialli, pamphlet, documentari e film Walter Veltroni batterà la media di uno al mese?

Credo abbia dato molto, ma le nuove piattaforme aiutano a migliorare le prestazioni. Ha ancora margini di crescita, come si dice di certi calciatori.

Il 27 giugno è prevista la seconda udienza per la querela di Giorgia Meloni a Roberto Saviano.

Un po’ di tregua, vi prego. Fortuna che manca ancora un po’ perché sentirlo frignare tutti i giorni era diventato insopportabile. Uno che dà della «bastarda» a una persona si merita una querela. Non capisco come si possa difendere lui e non Chef Rubio che si è beccato una querela da Liliana Segre molto meno motivata.

Perché con la premier c’è una disparità di forze in campo?

Anche Liliana Segre sta nel palazzo, è senatrice a vita. Con Chef Rubio ho avuto scontri epocali, ma non capisco questa differenza di trattamento.

Il filone dei televirologi tramonterà definitivamente?

Sì, per evoluzione della specie. Sono tutti entrati nel Pd, spero che in tv gli cambino il sottopancia.

Dopo le virostar e i geopolitologi la nuova categoria da talk show saranno i meteorologi catastrofisti?

Ci sono già da un po’, ma non fanno presa quanto i virologi. I talk erano già noiosi prima, con loro si è aggiunta parecchia confusione…

Gualtieri riuscirà decinghializzare Roma?

La nuova finanziaria ci lascia andare a caccia sul Lungotevere. I cinghiali non sono un problema solo romano, ma lasciare la monnezza fuori dai cassonetti non aiuta.

Beppe Sala trasformerà il centro di Milano in una gimcana per piste ciclabili?

Temo di sì per i milanesi. A Roma non glielo permetterebbero, al massimo potrebbe fare una pista cinghiabile.

Faccia un augurio a qualche personaggio pubblico.

Spero che Di Maio torni in prima linea: con lui avrei ispirazione garantita.

Chi sarà la una nuova stella del 2023?

Salvini è una stella imperitura, ma a me piace tanto anche Sangiuliano.

 

Panorama, 11 gennaio 2022

«Lunga vita ai rompicazzi, da Pannella a… me»

Piantagrane, eretico, irregolare, attaccabrighe, bastian contrario, reazionario… Qualche sinonimo poteva esserci al posto del sostantivo scelto da Giampiero Mughini per titolare il nuovo saggio estratto dalla sua poliedrica esistenza: I rompicazzi del Novecento (Marsilio), sottotitolo: piccola guida eterodossa al pensiero pericoloso. Invece no, la parola era quella perché tutte le altre esprimono una caratteristica, un particolare dell’esemplare ritratto. Da Marco Pannella a Emil Cioran, da Mircea Eliade a Giuseppe Prezzolini, da Giaime Pintor a Marina Ripa di Meana, tanto per citarne alcuni, la galleria è densa e variopinta. Chissà se l’Accademia della Crusca aggiungerà il termine all’«elenco delle parole nuove». E chissà come l’ha spuntata Mughini sul suo editore che «era molto dubbioso, ma io sono stato perentorio».

Se non avesse superato la censura, il libro non si faceva o avevate ipotizzato dei sinonimi?

«Non ne esistono, la parola è quella».

Eretico?

«È un termine usato continuamente, io ne volevo uno nuovo. Peraltro da usare nell’accezione largamente positiva e stimolante che è in questo libro. Ricordo che il primo per cui l’ho adoperato è stato Marco Pannella».

Lei vorrebbe essere ricordato come un rompicazzo, dico bene?

«Assolutamente. Lo sono stato per tutta la vita e ne sono orgoglioso».

Chi è il rompicazzo?

«È un tizio che non sta tutta la vita sulla stessa casella della scacchiera. Anzi, cambia anche scacchiera, si corregge, si ravvede, si revisiona. Naturalmente prendo spunto dal mio essere stato tra i venti e i trent’anni un adepto dell’estrema sinistra. Non che sia passato alla destra, oggi queste categorie non significano più nulla. Ho fatto autocritica, ho esercitato una correzione. Come quella che ha compiuto Emil Cioran, vicino all’estrema destra negli anni Trenta e poi tutt’altro».

Il rompicazzo è uno che non s’acquieta sotto una bandiera?

«Farlo paralizza il cervello. Se scegli una casella e la difendi tutta la vita mentre il mondo cambia di continuo sei un cretino. Nel Novecento il crinale è stato fascismo-antifascismo: ora siamo nel 1922 o nel 2022?».

Se si è figli di un padre fascista e di una madre di osservanza berlingueriana, rompicazzi si nasce?

«Non credo sia la chiave giusta, perché poi ognuno ha il destino che si merita. Certo, in casa mia c’erano le due opzioni e capivo che nella storia italiana erano ben vive e presenti. Non invidio le famiglie dove su dieci persone sono tutte dieci nere o tutte dieci rosse. Una noia mortale. Naturalmente Giuseppe Prezzolini rompicazzo c’era nato».

A parte lui, lo si diventa più per irrequietezza esistenziale o intellettuale?

«Sarebbe strano che l’irrequietezza intellettuale non nascesse da quella esistenziale».

Che differenza c’è tra un grande irregolare e un rompicazzo?

«Poca, la genìa è quella. Quante ubbie per questo vocabolo».

Perché l’affascina la Francia di Vichy, sconfitta dai nazisti ma collaborazionista?

«Perché è una Francia in cui saltano le topografie morali e intellettuali consolidate. Ci sono figure qualsiasi che diventano eroiche e altre notevoli che si corrompono. Da grande scrittore Robert Brasillach prende a collaborare con i nazisti, mentre Pierre Brossolette diventa un eroe pazzesco. Gli anni di Vichy sono stati tra i più drammatici e suggestivi del Novecento».

Certi tornanti sono terreno propizio per l’affermarsi di figure controverse?

«Situazioni dove tutto si capovolge. Dove due più due non fa quattro. Per esempio, in Italia in questo momento due più due non fa quattro».

In che senso?

«Nel senso che, siccome ha vinto la destra, c’è  chi comincia a descriverla come se fosse composta da barbari assetati di sangue».

È la narrazione prevalente?

«Non tutti usano nei confronti della Meloni il termine bastardi».

Ogni riferimento è puramente casuale…

«Certo non lo usa Matteo Renzi, uno che a me piace molto. E che a suo modo è stato un rompicazzi».

Il rompicazzo è un «eretico di tutte le dottrine», come si autodefinisce Giovanni Ansaldo?

«Certamente, è uno che non si assiede su un credo e ci sta comodo. Lo vive con una tensione… Giaime Pintor, icona partigiana e santino dell’antifascismo, in realtà era un grande borghese, un grande talento che sarebbe stato leader della sua generazione. Anzi, lo era già, prima di saltare su una mina nazista a 24 anni».

Oggi dove si collocherebbe?

«Non abbiamo il diritto di iscriverlo di qua o di là. In cuor mio, spero che starebbe nell’area di cui faccio parte anch’io, quella dei non ideologici, dei non adepti».

A proposito di Ansaldo, L’antifascista riluttante è un suo titolo che sottoscriverebbe?

«È un titolo molto bello che sta a significare che era antifascista a modo suo. Le parole vanno riempite dalla realtà delle persone e dalla loro intelligenza. Non era antifascista al 100% perché era anche conservatore… Oggi con quel termine ti ci puoi pulire le scarpe… come anche col termine fascista».

C’è molto antifascismo in assenza di fascismo?

«I fratelli Rosselli ci sono morti. Ora lo spauracchio sarebbe Casa Pound?».

Eppure questa retorica ha innervato la campagna elettorale.

«Infatti, durante i talk show della campagna elettorale mi assopivo alle prime parole. Tranne quando parlavano Renzi e Calenda».

Si ritrova nella definizione che Gianni Celati dà della vita «come stato balzano della mente»?

«Totalmente».

Cosa le piace?

«Mi piace come ha vissuto. Prima in un villaggio francese, poi in Inghilterra separato da tutto, lontano anche dai suoi pochi lettori. Io stesso sapevo dei suoi scritti, ma mi sono scappati. È il primo a cui ho pensato dopo Prezzolini, un mio mito da quando avevo vent’anni e compravo sulle bancarelle i Quaderni della Voce. Celati non è uno che ti entra in casa e pianta grane, ma uno che si sottrae alle religioni e alle geometrie prevalenti».

Rifuggiva la letteratura militante.

«La considerava un’oscenità. La pretesa di certi autori di convincere i lettori che le idee sue sono migliori è ridicola. Celati l’ha rifiutata quando, tra i Cinquanta e i Settanta, era un’idea asfissiante».

Anche oggi con Roberto Saviano o Michela Murgia non si scherza.

«Penso che Celati non crederebbe ai suoi occhi davanti a un letterato che si fa sacerdote del Bene al 100%».

Cosa fa di Marco Pannella un rompicazzo?

«Il fatto che disse ai comunisti che se all’epoca avesse avuto vent’anni sarebbe stato tra i Gap comunisti, ovvero gli attentatori di Via Rasella, pur considerandola un’operazione politicamente suicidaria. Così fu, difatti, tanto da provocare la rappresaglia delle Fosse Ardeatine in cui furono trucidati 335 innocenti. Dirlo ai comunisti in pieni anni di piombo è un perfetto esempio di rompicazzismo, di un giudicare complesso e senza remore. Va notato che la rappresaglia era una legge della guerra ineluttabile e il comandante di quell’azione fu condannato non per l’atto in sé, ma per aver sbagliato i conti, avendo ucciso cinque persone in più, 335 anziché 330, di quelle previste. Aggiungo anche che ero amico di Rosario Bentivegna, il capo dei Gap, ma un conto è riconoscere il coraggio personale dell’atto, un altro approvarne la giustificazione ideologica che è carta straccia».

Chi sono i rompicazzo di quest’inizio secolo?

«Oggi è più difficile individuarli perché non c’è una convinzione centrale alla quale sottrarsi. Ci sono piccole tribù, piccoli condomini. La differenza non la fanno più gli scrittori e gli intellettuali, ma gli influencer che mettono le chiappe in mostra sui social e hanno 200.000 seguaci. C’è anche qualche genio come Chiara Ferragni, per esempio. Ma è il genio di un mondo che non mi appartiene».

Le faccio qualche nome: Vittorio Sgarbi?

«Sicuramente è un ragazzo che ha un’identità originale rispetto a quelle in voga. Personalmente ne apprezzo più l’indubbia intelligenza della retorica. Come Carlo Michelstaedter, prediligo l’arte della persuasione a quella della rettorica, come la chiama lui».

Giordano Bruno Guerri che lei avrebbe visto bene ministro della Cultura?

«Sicuro rompicazzo. Era il ministro adatto a questa situazione. Lo dico al di là del debito di riconoscenza che gli porto, perché se nel 1987 non ci fosse stato lui alla Mondadori, un libro come Compagni, addio non sarebbe stato pubblicato».

Parlando di prezzi da pagare come giudica il fatto che una persona della cultura e della scrittura di Pietrangelo Buttafuoco non riesca a fare il giornalista?

«Non sono convinto che la professione del giornalista sia così nobile. Siccome non lo è, non c’è niente di strano che uno come Buttafuoco non possa farlo. Spesso i giornali servono a convincere i lettori delle idee che essi hanno già. Una voce discordante è un problema. Non ho mai scritto perché il lettore si confermasse nelle sue stesse idee, ho sempre cercato di mettere del veleno nel caffè».

A sinistra chi sono i rompicazzo?

«Renzi lo è stato e lo ha pagato. L’odio che c’è verso di lui in gran parte della sinistra è patologico».

Lo si può definire di sinistra?

«È nato lì, è stato segretario del Pd».

A sinistra ce ne sono meno perché, come scrive Luca Ricolfi, si vive il complesso di superiorità dei migliori?

«Adesso non c’è più. Un tempo c’erano i ceti medi riflessivi e bisognava dire qualcosa di sinistra per essere alla moda. Infatti, oggi il Pd non sa più che cos’è. La qual cosa che non mi fa piacere e non lo fa nemmeno alla democrazia repubblicana».

Che idea si è fatto dei giornalisti tornati cani da guardia con Giorgia Meloni dopo esser stati cuccioli di Mario Draghi?

«Capisco cosa vuol dire, ma sarebbe un discorso troppo lungo».

Ha approvato l’esclusione di Enrico Montesano da Ballando con le stelle per aver indossato una maglietta che citava una frase di Gabriele D’Annunzio poi adottata dalla XMas?

«È fin troppo ovvio che dica di no».

Scrive che noi siamo fatti dai libri che abbiamo letto, ma pure da quelli che non abbiamo letto. Tre titoli che le mancano?

«Ho letto Friedrich Nietzsche meno di quanto avrei dovuto. E non ho letto Le confessioni di Sant’Agostino. In questo momento mi arrivano tre o quattro libri al giorno. Riceverne molti di più di quanti riesca a leggerne è una specie di incubo».

Il più tormentoso?

«Le rispondo così. Qualche giorno fa mi è arrivato Speranza contro speranza di Nadezda Mandel’stam, una poetessa internata nel gulag sovietico, libro pubblicato in una collana di Settecolori curata da Stenio Solinas. Bene, finché non l’avrò letto non sarò in pace. Lo devo alla sua prigionia… Perché sì, si parla molto di fascismo: ma il comunismo staliniano cos’è stato?».

 

La Verità, 26 novembre 2022

Saviano, Lauro, Morandi e il puzzle dell’Ariston

Adesso le caselle sono tutte piene, i tasselli sono tutti occupati. L’ultimo ancora vuoto era quello sotto l’insegna Impegno civile. Ma con l’annuncio di ieri di Amadeus, il cartellone è completato: «A trent’anni dalla strage di Capaci, ricorderemo questo evento con Roberto Saviano, sono felice e onorato della sua presenza». Parole scolpite e ribadite per i distratti, senza lesinare l’enfasi: «Saviano a Sanremo, accadrà nella sera di giovedì», fruscio in sottofondo di mani che si sfregano.

La fantasia è quella che è. Mancando Roberto Benigni e non riuscendo a convincere Greta Thunberg, non restava che la spalla di Fabio Fazio. Ciò che conta è il tabellone finito, il puzzle terminato. Il Festival di Sanremo è un grande gioco di società, con tante caselle da colorare una per una. Si canta, si balla, si esibiscono lustrini e pailettes, si gioca e si trasgredisce sui generi non solo musicali, ma alla fine i conti devono tornare anche in assenza di Tim, il main sponsor che grazie alla creatività di Luca Josi, direttore brand strategy, e alla versatilità di Mina, aveva punteggiato con leggerezza le ultime edizioni.

E devono tornare pure gli ascolti – ne sapremo qualcosa già stamattina – per sfatare la maledizione che un anno fa, dopo le accuse di flop all’edizione in corso senza pubblico, il talismano Fiorello inviò ai futuri conduttori del 2022: «Dovrà essere un festival pieno di gente, ma deve andare malissimo. Ma male, male, male. Ve lo auguro con tutto il cuore», sbottò allora lo showman. Grazie a Dio presente anche quest’anno in quota Unodinoi (insieme a lui anche Sabrina Ferilli).

Dunque, eccoci con la pila dei manuali di marketing sulla scrivania della direzione artistica per comporre il mosaico e rastrellare ogni piccola zolla ai quattro angoli dell’Auditel. Non c’è neanche bisogno di un filo conduttore, ci penseranno i telespettatori e i dottori della critica a cercarlo… In realtà, non è nemmeno indispensabile che lo trovino. Alla nutrita squadra di autori basta assemblare, accumulare, coprire tutti gli spazi. La tv generalista nella sua massima espressione è questo. Che cosa tiene insieme Achille Lauro, il primo a uscire sul palco ieri sera per inaugurare la gara, e Matteo Berrettini reduce dagli Australian open di tennis? Che cosa accomuna i Måneskin vincitori del Festival di un anno fa e Ornella Muti che, ancora sensuale e in totale controllo, ha affiancato Amadeus sul palco? Il marketing. Le quote. La rappresentanza delle community. Di rado una dichiarazione apparentemente innocua è stata densa di contenuti come quella fatta lunedì da Stefano Coletta, ancora direttore di Rai 1 fino a fine febbraio quando, nonostante i demeriti, assumerà l’incarico di capo dell’Area intrattenimento: «Sarà davvero il Festival di tutti, ancora più degli altri anni», ha chiosato.

Tanti pubblici fanno il grande pubblico, il corpaccione unico e strabordante del popolo di Sanremo. Perciò, si inseguono scientificamente le diverse comunità in cerca di riconoscimento e legittimazione. Mettendosi così anche al riparo da possibili e fastidiose proteste delle varie minoranze, più o meno presumibilmente trascurate. Accontentare tutti è il verbo del settantaduesimo Festival di Sanremo. Siamo o no nell’era della (quasi) unità nazionale?

Dopo la casella dedicata all’Impegno civile riempita da Saviano a trent’anni dalla strage di Capaci (che per la verità cadrebbero il 23 maggio, ma non cavilliamo), la seconda quota è intitolata alla Fluidità. Detto dei Måneskin e di Achille Lauro, proprio la sera del monologo dell’ombroso autore di Gomorra, insieme ad Amadeus, toccherà alla garrula Drusilla Foer fare gli onori del palco. Vederli uno accanto all’altra, pur così lontani per immagine e sensibilità, sarà l’apoteosi del mainstream. Sanremo mixa e metabolizza tutto nel suo calderone, carrozzone, caleidoscopio. La coppia composta da Blanco e Mahmood, già favorita della critica, occupa il riquadro intitolato Integrazione. Nella quale è iscritta anche Lorena Cesarini, l’attrice nata a Dakar, cresciuta a Roma, consacrata dalla serie Suburra e co-conduttrice stasera, quando gli ospiti saranno Laura Pausini, in quota Perché Sanremo è Sanremo, e Checco Zalone, si spera titolare della casella Comicità scorretta. Corposissima la sezione intestata alla Fiction della casa, rappresentata da un’overdose di volti della rete, da Nino Frassica a Raoul Bova, da Claudio Gioè a Maria Chiara Giannetta, partner del direttore artistico nella serata di venerdì. Quanto ai concorrenti, ce n’è per tutti i palati, rapper, melodici, pop, cantautori. Con un’avvertenza: giusta l’attenzione alla Generazione Z (nati dal 1997 al 2012) con concorrenti come Rkomi e Sangiovanni. Ma senza trascurare il pubblico più stagionato che un anno fa si dimostrò tiepido. Non è un caso che per soddisfare le preferenze dei Telemorenti (Dagospia) siano stati richiamati in servizio Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi.
Signore e signori, ecco a voi il Festival tuttifrutti. Nella stagione della maggioranza macedonia, tenuta insieme con sommo sforzo da Draghi, il Sanremo buono per (quasi) tutti i pubblici è servito.

 

La Verità, 2 febbraio 2022