Tag Archivio per: Saviano

«Che ipocrisia negare il male che c’è in noi»

È uno dei maggiori scrittori italiani viventi. Già docente di Letteratura italiana contemporanea all’università dell’Aquila, critico letterario, curatore delle opere di Pier Paolo Pasolini per la collana dei Meridiani (Mondadori), vincitore del Premio Strega del 2012 con Resistere non serve a niente. Di recente il suo Contro l’impegno – Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli) ha fatto traballare la cattedra di qualche autore da talk show di prima serata.

Quanti nemici si è fatto con il suo ultimo saggio?

Non credo più di quelli che avevo già. Ho fatto il mio mestiere di critico letterario senza coinvolgere minimamente le persone. Ho scritto quello che penso dei testi di alcuni autori e della piega che sta prendendo la letteratura quando si prefigge scopi etici. Non mi pare di essere stato sgradevole, tanto che mi risulta che nessuno si sia offeso.

Il libro è stato strumentalizzato dalla destra, come temeva?

Stranamente, no. Anche le cose scritte su Roberto Saviano non sono state utilizzate da quella parte. E nemmeno quelle riguardanti l’opera di Michela Murgia. Forse perché, in genere, faccio osservazioni sia positive che negative. O perché è più facile utilizzare qualche breve frase sui social di quegli autori che confrontarsi con il saggio di un critico che ha richiesto mesi di lavoro.

Perché secondo lei si moltiplicano gli scrittori pedagoghi?

In passato la letteratura è stata ancella delle ideologie. In epoca di realismo socialista, per esempio, veniva usata per combattere il capitalismo anche sul terreno dell’immaginario. Oggi, in un tempo di grande smarrimento, tutti pensano di dover fare qualcosa. Anche la letteratura si trasforma in un’attività per far prevalere contenuti di amore anziché di odio. Inoltre, le teorie e pratiche soprattutto americane di applicazione del pensiero computazionale, statistica e algoritmi delle digital humanities, per conferire alla letteratura una valenza scientifica, ne studiano le tendenze dei contenuti perché più semplici da cogliere di quelle della forma.

Il politically correct sostituisce l’ideologia tradizionale?

No, gli daremmo troppo valore. L’ideologia contiene anche un metodo d’interpretazione della storia. Il politicamente corretto è soprattutto un modo di non far sentire esclusi gli esclusi. Il presupposto di partenza è giusto. Se l’esclusione di alcune categorie si è incarnata in un linguaggio è bene correggerlo per evitare che si sentano ancora maltrattate.

Tutto bene, dunque?

Due aspetti non mi piacciono. Il più ovvio è che se si pubblica un libro di un secolo fa, quando la parola «negro» era normale, bisogna lasciarla spiegando come veniva usata all’epoca. In Europa lo si sta facendo, mentre in America si tolgono i libri dalle biblioteche. Il secondo aspetto che disapprovo è che, a forza d’inseguire le categorie penalizzate, ce ne sarà sempre una più piccola, diversa dai diversi. Se rincorriamo tutte le micro categorie, da libera come dev’essere, per non pestare nessun callo la letteratura finirà imbrigliata da mille avvertimenti, trasformandosi in qualcosa di comico.

Che vuoto riempie la missione degli scrittori di riparare il mondo?

Innanzitutto quello della scuola, che da trent’anni non ha più una direzione precisa. Anche nelle università si seguono le ultime tendenze, senza sapere come organizzare i programmi, tra contenuti fondanti e accessori. L’agenzia educativa principale è venuta meno. Così come l’altra agenzia, la famiglia. I figli frequentano mondi che padri e nonni ignorano. Da qui la perdita di autorevolezza degli adulti. Con il dominio del consumismo, anche la cultura insegue l’ultimo grido, l’ultimo aggiornamento. Una certa letteratura vorrebbe supplire alla scomparsa delle istituzioni che si occupavano d’insegnare. Una volta si riparava il mondo con la rivoluzione o con le riforme, ma oggi anche la politica gira a vuoto.

Per riparare il mondo bisogna che qualcuno l’abbia rotto, presupporsi nel giusto e possedere gli attrezzi per farlo, cioè la parola?

Il discorso del centrosinistra sostiene che il mondo l’hanno rotto il capitalismo selvaggio e la finanza. E che tocca a noi ripararlo. Per la letteratura lo strumento è la parola. Ma ciò che gli autori impegnati tendono a sottovalutare è che le parole sono viscide e cambiano significato a seconda di come vengono usate. Per questo non stare attenti alla forma può essere dannoso. Se si entra nel campo etico, può accadere che sebbene una parola venga usata per condannare un certo modo di essere, questo divenga un modello per qualcuno. A quel punto come potrò usare quella parola?

C’è un’ambiguità della parola che non controlliamo?

Se lascio l’iniziativa alle parole possono dire una cosa e il loro contrario. Se dico al mio analista che ho sognato una signora che di sicuro non era mia madre, l’analista potrà pensare che era proprio lei. Mettere dei no davanti alle parole può far salire in superficie il sì sottostante.

Un’altra missione degli scrittori impegnati è abbassare la conflittualità attraverso un galateo del linguaggio?

Ridurre la conflittualità è una buona idea, ma alcune volte, nell’ansia di farlo, si tende a negarla. Si evita di dire che nell’uomo esiste il male e che esso si mescola con la passione. La violenza non è amore, si sentenzia. Appena qualcuno fa trapelare una minima forma di violenza lo si rimuove. Invece anche il male e la violenza hanno una loro attrattiva, non a caso esiste il sadomasochismo. L’animalità dell’uomo comporta violenza e oppressione: sarebbe giusto ricordarsi che è ineliminabile. La letteratura frequenta anche le pulsioni distruttive.

Perché è liberatorio?

C’è una componente di autodistruzione. Dire che si tratta di patologie come fa la letteratura pedagogica non risolve il problema. Come scrittore devo raccontare come sono fatte, non rifiutarmi di capirle.

Il dibattito pubblico che si svolge attraverso antinomie come patriarcato/femminismo, migranti/razzisti si è riprodotto anche sul Covid?

Nella pandemia c’è la contrapposizione tra sì vax e no vax. Parlando con alcune persone mi sono sentito ripetere: «Io sono più forte del virus». In passato nessuno si era detto più forte del morbillo o dell’Aids. Oggi si è creato un meccanismo antagonista. Il virus è stato subito un nemico da abbattere, poi un nemico subdolo, infine un’entità contro cui si scatenano pulsioni machiste, da combattere a petto in fuori. Si è affermata una convinzione per cui essere contro il vaccino significa essere forti.

Cosa pensa delle posizioni di intellettuali come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben?

Non ho approfondito e non sono abituato a basarmi su poche frasi. In generale credo che la situazione mondiale sia diventata tale per cui, per non lasciare che la pandemia si prolunghi, alcune istituzioni normalmente democratiche abbiano accentuato il loro carattere decisionista. Questo per qualcuno può mettere a rischio le forme della democrazia in Occidente. Uno come Cacciari avverte questa situazione.

Che opinione si è fatto del comportamento dell’informazione durante la pandemia?

C’è stata un’esagerazione. È un argomento che ha riempito troppi minuti di palinsesto, trasformandosi in occasione di spettacolo. A volte si parla troppo a lungo dello stesso problema. Altre volte viene enfatizzato il caso singolo perché fa più spettacolo della statistica. Infine, vorrei fare una petizione agli autori tv: smettete di mostrare aghi che entrano nelle braccia, sono immagini che non danno alcuna informazione.

Concorda con Vittorio Sgarbi che, per evitare confusioni e notizie contraddittorie, propone di dare all’informazione sul Covid un’ora al giorno.

Un’ora al giorno mi sembrerebbe un po’ dittatoriale. Però, capisco l’intenzione. Concordo con l’esigenza di spettacolarizzare meno l’argomento, di decidere uno schema per non sentire ripetere le stesse cose… Oggi i nostri telegiornali dedicano una parte alla pandemia e un’altra all’elezione del presidente della Repubblica, come se nel mondo non succedesse altro.

In Italia manca uno scrittore come Michel Houellebecq?

Direi di no. Houellebecq è un bravo autore che non nasconde dentro di sé le sue pulsioni. Ma è accessibile, lo si può leggere in francese o tradotto…

Intendevo dire che manca una coscienza critica come la sua.

In Italia abbiamo una letteratura di forte impatto critico. Per esempio nel 2021 è uscito un libro potente come Le ripetizioni di Giulio Mozzi, ma non è entrato nella cinquina del Premio Strega. I libri troppo disturbanti tendiamo a lasciarli nell’ombra. Houellebecq ha avuto la fortuna che Sottomissione è uscito nel giorno dell’attacco terroristico a Charlie Hebdo. Questo gli ha dato un’aura ancora più profetica. Ricordo che quando segnalavo i suoi primi romanzi mi dicevano: «Lascia perdere quel fascista, quell’antifemminista…».

 

Panorama, 12 gennaio 2022

Su Rai 3 a caccia di vaccini nell’Eden di Fazio e Obama

Menù corposissimo, fin troppo, nell’ultimo episodio di Che tempo che fa (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,1%, 3,5 milioni di telespettatori). Mondiali di sci, vaccini, Draghi, Obama… Dopo l’epica piagnucolosa del «nostro editorialista» Roberto Saviano, che ha condito con Bella ciao il caso di Patrick Zaki, si è aperta la «lunga pagina politica» con ospiti d’eccezione: Giovanna Botteri fresca di tinta, il direttore del Foglio Claudio Cerasa, l’immancabile Carlo Cottarelli e il direttore della Stampa Massimo Giannini, collegato da Roma. In una settimana è cambiato tutto, oibò, ma noi siamo pronti ad allinearci con una una fragrante elegia del premier incaricato da Mattarella. Purtroppo c’è un problema che si chiama Matteo Salvini, convitato di pietra non solo di questo talk. Alla sua «conversione manca che inviti Carola Rackete a un congresso della Lega o che diventi interista. Però non si deve ironizzare», ha chiosato Cerasa dopo averlo fatto in abbondanza. Invece, «bisogna incassare il risultato della svolta», ha esortato Giannini, dando per scontata l’identità del padrone della cassa. Vaccinato Draghi dai «sovranisti», è toccato ai vaccini veri e propri con Roberto Burioni e Franco Locatelli, presidente del Cts. Intanto, il ritardo si accumulava e Fazio fremeva per la presentazione dell’autobiografia di Obama edita da Garzanti: Una terra promessa («come una canzone di Eros Ramazzotti», Littizzetto). E qui ha preso corpo il capolavoro della serata, le domande di Fazio. In questo libro «si raccontano le ansie, le attese, le soddisfazioni, le delusioni, la quotidianità e, se mi posso permettere, i suoi dubbi», ha argomentato con perspicacia il conduttore, «e a me è piaciuto molto pensare che il dubbio non sia una debolezza, ma un necessario tempo di riflessione». Càspita. Obama ringraziava, mentre Fazio riprendeva a leggere da un foglio… «Ciò che è giusto è stato sostituito da ciò che è conveniente, la complessità dall’istantaneo…». Il distillato luogocomunista diventava zibibbo con la parola chiave: «Esiste un vaccino contro le diseguaglianze?». Obama annuiva educato, nella speranza che non gli si chiedesse di svelare la formula della pace nel mondo. Ma, purtroppo, anche nell’Eden del conduttore italiano e dell’ex presidente americano, il tempo scorreva inesorabile e Fazio era costretto a sbrigare in un crescendo ansiogeno i successivi collegamenti con i corrispondenti Rai sulle vaccinazioni all’estero, l’intervento di Burioni su Sputnik e la presentazione di Lei mi parla ancora con Renato Pozzetto e Pupi Avati…

 

La Verità, 7 febbraio 2021

«Sono un Don Chisciotte che stronca gli intoccabili»

Leggere Stroncature di Davide Brullo è aprire uno scrigno di preziosi. In mezzo ai quali, certo, si confondono anche pietre fasulle. Ma sono poche. Definizioni fulminanti. Ritratti al vetriolo. Scudisciate lisergiche. Da Alessandro Baricco a Gianrico Carofiglio, da Roberto Saviano a Gianfranco Ravasi, nessuno è risparmiato. Leggere Brullo, poeta, scrittore, critico, firma delle pagine culturali del Giornale, residente a Riccione, è anche scoprire un mondo. Una concatenazione alternativa. Un sottosuolo di trame. Un ribollire critico. Innanzitutto Pangea, «rivista avventuriera di cultura e idee», da lui fondata nel 2017. Bengodi di controletture e irregolarità collegato con Intellettualedissidente.com, altro sito incandescente che si presenta «contro tutti, contro noi stessi». Infine c’è Gog, editrice che pubblica gli autori di questo emisfero. Come nel caso di Stroncature, il cui sottotitolo è: «il peggio della letteratura italiana (o quasi)». Alla fine del tour underground, ripartiamo dal via.

Davide Brullo è un Mowgli della letteratura, il personaggio di Kipling con cui si identifica perché sciolto da vincoli d’appartenenza e da timori reverenziali?

«Magari. Brullo è un verbo greco molto raro testimoniato nei Cavalieri di Aristofane. Bru bru è l’espressione dei bambini che chiedono da bere. Vengo dal mondo della poesia e questo verbo-cognome mi piace molto».

Come il protagonista del Libro della jungla lei è un cucciolo di scrittore che tira fendenti per difendersi dagli agguati della natura ostile?

«Mowgli è una figura mitica che non sta da nessuna parte. Caccia le bestie, ma non vuole stare nemmeno con gli uomini. Grazie a uno stratagemma sconfigge chi è più forte di lui e diventa il re della jungla, domando le forze ostili».

Ovvero i potentati dell’editoria?

«Sì. Anche gli scrittori che rifiutano il dialogo e preferiscono le querele anziché la disfida sulle pagine dei giornali. O i direttori che ti scaricano perché non vogliono difenderti in battaglie meramente culturali».

Per esempio?

«Per queste stroncature il direttore di Linkiesta Christian Rocca mi ha gentilmente scaricato».

Altra ipotesi da lei formulata: Brullo è «un dandy nonostante si creda un samurai»?

«Mi mancano sia il denaro che l’estro modaiolo dell’essere dandy. Che nello stile di queste stroncature ci siano snobismo ed elitismo è indubbio».

Perché scrive che stiamo vivendo nell’era del politicamente scorretto?

«Siamo massacrati dal politicamente corretto, ma bisogna distinguere. Della politica si può dire il peggio con violenza inaudita. Anzi, se non lo fai sei un cretino. In campo culturale lo stesso atteggiamento non è accettato. È come se tutto fosse avvolto in un grande profilattico di cristallo, non si può rompere le palle».

Cioè, «in Italia si può essere politicamente scorretti ma non culturalmente anarchici»?

«Esattamente. Siccome si ritiene che i lettori siano cretini, allora tutto è giustificato. Pubblichiamo un libro di Dario Franceschini, poi un giallo di Walter Veltroni… che male vuoi che faccia».

Francesco Permunian li chiama libroidi.

«Non solo quelli di politici e cantanti. Nell’acquiescenza diffusa anche scrittori ritenuti autorevoli continuano a produrre libroidi o mattoni».

La stroncatura è un genere da eroe solitario, da cavalier perdente?

«Per sua natura ha bisogno di un’individualità accesa, forse infuocata, certamente sconfitta. Di un debole che cerca di abbattere i titani. Dopodiché cosa c’è di più bello che incarnare don Chisciotte?».

È un genere che rimanda a duelli ottocenteschi.

«Anche del primo Novecento, quando nasce la terza pagina e subito se le scrivono di santa ragione. Giuseppe Ungaretti sfidava a duello chi non la pensava come lui. Al netto del narcisismo è una tempra da riscoprire. La scrittura nasce come lotta, come polemica, altrimenti è inutile».

Definisce Baricco una specie di «Vincenzo Mollica della letteratura» perché eccede in aggettivazioni. Però lo vedrebbe ministro della Cultura.

«Considerato che la politica è ridotta ad avanspettacolo devo ammettere che Totem era una bella trasmissione. Per altro Baricco è più fotogenico del ministro attuale».

Mi era parso di capire che il giovamento stesse nell’inevitabile rarefazione della sua produzione letteraria.

«Meglio un romanzo di Baricco che un saggio di Franceschini. Anche se Baricco mi ha sempre dato l’idea di uno che attraverso la letteratura voglia raggiungere un trono e poco gli importi della letteratura in sé stessa».

Sulle Consapevolezze ultime di Aldo Busi osserva che non basta scrivere un tango di subordinate per pagine e pagine per ritenersi pari «al sub-dio», anagramma dello stesso. Ce ne fossero di Busi…

«Le stroncature hanno diverse gradazioni. Un conto è stroncare Eugenio Scalfari e Baricco, un altro un grande scrittore come Busi. Il quale, in quel libro, piscia fuori dal vaso. Per restare nella metafora, altre sue stronzate sono molto più belle».

In Conversazione con Tiresia Andrea Camilleri cita «un Montalbano qualsiasi» e sottolinea di esser «stato regista teatrale, televisivo, radiofonico…». Non si può concedere un briciolo di vanagloria a un novantenne?

«La letteratura è spietata: Goethe ha dato il meglio dopo gli Ottanta».

È troppo spietato quando scrive che Gianrico Carofiglio vorrebbe essere un autore alla Michael Mann, ma le sue storie si avvicinano al Maresciallo Rocca?

«Dei giallisti italiani non se ne può più. Se penso che dall’altra parte dell’oceano c’è un “cane demoniaco della letteratura poliziesca” come James Ellroy… I nostri giallisti sembrano giocare con i lettori, piuttosto che affondare il pugnale nella storia italiana. Basterebbe studiare Alessandro Manzoni: con Storia della colonna infame ha inventato il genere giudiziario».

In che senso Elena Ferrante è «l’emblema della banalità del bene»?

«La cosa grave è che sia l’indegna rappresentante della letteratura italiana nel mondo soprattutto anglofono. Una letteratura che si riassume in Sud Italia, storia di una famiglia, scritta banalmente bene».

È massimalismo scrivere che «c’è più sapienza in una canzone qualsiasi dei Thegiornalisti che in una pagina qualunque di Paolo Giordano»?

«Divorare il cielo è il romanzo di uno che con il primo libro è candidato a essere uno dei grandi scrittori italiani. Invece scrive una sciocchezza inaudita, nella quale non c’è rischio né nella costruzione del romanzo né in ciò che viene romanzato».

Voleva scrivere la Pastorale italiana.

«Ma o sei Philip Roth o scrivi il Doctor Faustus. Altrimenti diventi il commentatore del coronavirus in Italia».

Scrive che il lettore di M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati a pagina 300 si dice: me ne mancano altre 500 e non ho ancora scoperto nulla di nuovo. Invidia il successo di Scurati?

«Il successo è l’unica cosa di cui sono contento per Scurati. Quanto al resto non trovo nulla di invidiabile perché è stato totalmente vampirizzato dal tema, di fronte al quale ci sarebbe voluto il talento di Curzio Malaparte. È un’ottima idea tuffarsi nel periodo più tragico e folgorante del Novecento italiano. Ma al lettore resta l’impressione di una sfida perduta e tragicamente banalizzata».

Umberto Galimberti «è un fatale chiosatore di cliché», in realtà è considerato una philostar.

«Mi piace di più l’insegnamento di Eraclito che scelse di allontanarsi dai cittadini di Efeso e giocare con i bambini all’ombra del tempio di Artemide. Per poi ritirarsi definitivamente nei boschi».

Definisce il presidente del Pontificio consiglio della Cultura Gianfranco Ravasi «l’Arci-arcivescovo». Il suo Breviario dei nostri giorni soffre di «bulimia citatoria» inclinata dalla parte delle mode.

«Di fronte a un tema di capitale importanza, Dio, Ravasi mi appare un impresario della cultura enciclopedica. Prediligo figure marginali ed eroiche come Sergio Quinzio. E consiglio la lettura del Quinto evangelio di Mario Pomilio».

Che effetto le fa Francesco sulla copertina di Vanity Fair?

«Preferisco il Beato angelico che dipinge nelle celle nascoste dei monaci, certo di avere come unico spettatore Dio e nessun’altro».

In risposta a L’ora del blu, raccolta di poesie di Eugenio Scalfari, propone la lettera di rifiuto che Einaudi avrebbe dovuto scrivere per evitargli «l’effetto stridente da pittore della domenica che si creda Cézanne».

«Se il romanzo è spietato la poesia non perdona. Mi ha sempre incuriosito come uomini di successo, potenti, capi d’azienda, prima o poi sentano la necessità di pubblicare le loro poesie, benché grottesche».

Roberto Saviano non è un giornalista né un romanziere, ma ha solo creato il genere «pummarola western». Se il paragone è con Fedor Dostoevskij si salvano in pochi…

«Chiunque scriva si mette al confronto con alti ideali. Dopodiché non è vero che la letteratura italiana non ha grandi scrittori. Li ha, ma studiano al posto di andare in tv».

Il sottotitolo del libro è «Il peggio della letteratura italiana (o quasi)». Cosa c’è in quel quasi?

«Il libro è una selezione delle stroncature che ho scritto. L’ipotesi iniziale era un’antologia di 500 pagine. Per fortuna ridotta».

Che spazio c’è oltre la nebbia avvolgente del pensiero unico?

«Ci sono moltissime isole di resistenza. Piccole zattere dove alcuni corsari leggono libri insoliti e fanno risorgere dall’oblio autori dimenticati».

Da che cosa è nata Pangea?

«Innanzitutto dall’esigenza molto terrena di continuare a sopravvivere con il giornalismo dopo il fallimento della Voce di Romagna, il quotidiano nel quale lavoravo. In secondo luogo, dalla mia passione di raccontare storie, leggere e commentare libri che mi paiono indispensabili».

Perché ha tradotto i Salmi e il Libro della Sapienza?

«Perché mi sono laureato in Letteratura cristiana antica e sono affascinato dalla Bibbia, che mi pare il libro fondamentale della nostra tradizione letteraria».

L’ultimo suo articolo è su Clemente Rebora: nell’epoca dei selfie qual è l’attualità di un poeta che teorizzava il suo stesso annullamento?

«L’attualità di Rebora sta proprio nella sua assoluta inattualità. Uno che nel 1930 decide di incenerire sé stesso per la ricerca di qualcosa di più grande».

In chiusura le chiedo di farsi violenza elogiando qualche scrittore.

«Filippo Tuena e Gian Ruggero Manzoni sono due romanzieri straordinari e poco considerati rispetto al loro valore. Tra i poeti, che vanno scovati nelle miniere della nostra letteratura, cito Francesca Serragnoli e Alessandro Celi».

Servono riflettori potenti?

«E un desiderio folle per avventurarsi nel sottosuolo».

 

La Verità, 9 gennaio 2021

 

«Sì, noi rapper siamo diventati mainstream»

Look trasgressivo e concetti tradizionali (quasi). È il contrasto che attira l’attenzione su Luchè, rapper ora biondo pannocchia, piccoli tatuaggi al volto, più grandi sul collo e sulle mani, anelli e orecchino d’ordinanza. Fuori copione sono i suoi interventi a Realiti, seconda serata su Rai2, con Enrico Lucci dal look cangiante: total red, blue, pink. La stranezza è che vicino ad Aurelio Picca e soprattutto ad Asia Argento, il più saggio della giuria dei saggi risulta proprio Luca Imprudente, 38 anni che sembrano parecchi meno.

Allora Luchè, io non la conosco, mio figlio sì… Ma La Verità si rivolge più quelli come me che, vistala spuntare in televisione, si chiedono chi è questo Luchè?

«Sono un artista cresciuto nella periferia nord di Napoli, precisamente a Marianella, un passo da Scampia. Vengo da lì per andare oltre».

Risposta vera o per i media?

«Descriversi da soli non è semplice, si può cadere nella finta umiltà o nel narcisismo. Posso dire di essere sensibile alla creatività, che non s’identifica con il successo. Sono un vulcano emotivo».

Il nome dove l’ha preso?

«È Luca in dialetto napoletano».

Gavetta.

«Abbiamo iniziato da adolescenti, ma il primo disco l’abbiamo pubblicato nel 2005, dieci anni dopo, perché volevamo essere pronti».

Parla al plurale.

«Eravamo io e ’Nto, i Co’Sang».

Prime esibizioni.

«Live in piccoli club, una mazzata in fronte. Mi cagavo sotto perché ci si esibiva davanti a un pubblico composto da altri aspiranti rapper, persone che volevano fare la stessa cosa tua. Una nicchia bella, ma frustrante».

Facevate freestyle?

«Partecipavamo alle jam nelle piazze. C’era chi faceva i graffiti, chi si esibiva nella breakdance, chi rappava. Ma erano occasioni sporadiche».

La svolta?

«Quando è uscito il primo disco dei Co’Sang. Qualche mese dopo Roberto Saviano ci intervistò per XL di Repubblica, poi arrivarono Rolling Stone e Rumore. Eravamo un gruppo cattivo. Dopo qualche anno è arrivato il declino totale».

Declino totale.

«Nel 2012 ci siamo sciolti e ho trascorso alcuni anni davvero bui».

Motivo?

«Lo scioglimento del gruppo. Alcuni giornali diedero la colpa a me. In realtà, il rapporto con il mio socio era molto complicato. Avevamo due modi diversi d’intendere la musica. Siamo scoppiati. L’hip hop non era come adesso che è diventato il genere più mainstream al mondo. Non c’era una strada economica percorribile. Poi c’è anche un altro fatto…».

Sentiamo.

«Il rap è uno sport individuale, i gruppi non durano a lungo. Al massimo ci possono essere delle collaborazioni fra solisti».

Adesso?

«Va bene. Ma ci sono voluti tre dischi da solista per risalire».

A Realiti ha citato i suoi ristoranti a Londra e New York, da Int’o rione ne ha fatta di strada.

«In mezzo ci sono sette anni, il primo locale l’ho aperto nel 2012. In quartiere soffocavo e mi sono trasferito… Ne parlo nel libro che sta per uscire con la riedizione di Potere, il terzo cd. Ho sempre vissuto in periferia guardando oltre, anche oltreoceano. Ho lavorato dieci mesi in un ristorante di Londra, ma non mi pagavano. Poi ho provato con l’abbigliamento. Ho visto alcuni amici aprire dei ristoranti e ho imparato».

Mentalità imprenditoriale.

«Avevo messo in stand by la musica. Portavo i piatti in tavola, ma pensavo ai testi, ai nuovi ritornelli. Facevo la spola tra Napoli e Londra, 15 giorni qui e 15 lì. Il disco dei Co’Sang è nato così. Poi nel 2010, ho iniziato ad andare anche a New York, dove mi dedicavo solo alla musica. In Italia facevo due o tre concerti e con il guadagno stavo a New York due o tre mesi. Dovevamo fare il terzo disco, ma non l’abbiamo mai finito».

Scuola?

«Ho preso la maturità scientifica, poi mi sono fermato».

I suoi genitori?

«Sono l’opposto di me. Si sono laureati, insegnano alle superiori. A 50 anni mia madre ha preso anche la laurea in medicina. Sono cresciuto nella periferia più feroce d’Italia con a casa due intellettuali, persone innocenti. Vedere loro mi ha aiutato a frenare il possibile contagio della cattiveria. Dalla strada ho imparato la furbizia, mentre il cinismo me l’hanno insegnato la musica e le donne. Avevo curiosità per le persone carismatiche».

Tipo?

«Alcuni artisti americani come Jay Z e Tupac Shakur».

Eminem?

«Eminem è un rapper con grandissime doti tecniche, ma i suoi dischi non li sento sulla mia pelle. L’hip hop viene dalla black music, dal blues, dal soul, dal funk. Eminem è un genio a sé stante».

Cosa vuol dire che a Londra è diventato sé stesso?

«Vuol dire che lì ognuno poteva andare per strada vestito come voleva. È una città con meno pregiudizi e se li hanno, li tengono per sé. A Napoli mi sentivo gli occhi addosso, controllato».

Uno degli aspetti che mi ha sempre stupito in Gomorra è che nessuno di quei ragazzi ipotizza di andarsene per affrancarsi dai clan. Il mondo finisce a Scampia e Secondigliano…

«È una realtà ghettizzata. L’80% delle persone che nasce lì non ha altri input. Il mondo nasce e muore nel vicolo di casa. Mia madre ha insegnato in una scuola serale dei Quartieri spagnoli, c’erano le mogli dei camorristi: “Sono stata a Piazza Plebiscito una volta”. Sconfinare era cambiare quartiere. Se uno parla italiano dicono: “Quello è italiano”».

Avevamo così bisogno d’importare il rap dall’America?

«Tutta la musica contemporanea viene dall’estero. Il rap dall’America, il rock dalla Gran Bretagna, il reggae dall’America latina. In Italia c’è la lirica».

E la melodia.

«Certo. La esportiamo, ma mi sembra senza influenzare gli altri generi. Non credo che Madonna prenda qualcosa da Emma Marrone».

Non vorrei farle ingiallire ulteriormente i capelli, ma si può dire che il rap è di sinistra e i neomelodici di destra?

«Molti rapper, me compreso, potrebbero essere considerati figli di una cultura di destra perché i testi hanno contenuti materialisti, improntati al consumismo. La mia musica non ha niente di politico, al massimo tratta trasversalmente argomenti sociali. Rap di sinistra e neomelodici di destra è uno schema superato».

Perché lo sono destra e sinistra o perché i generi sono trasversali?

«Innanzitutto perché chi fa musica non si preoccupa di schierarsi. In secondo luogo perché la politica non è credibile né per il pubblico né per chi canta. Per esempio, i miei testi sono materialisti, ma il mio pensiero non è di destra. Poi sì, c’è qualcuno d’insospettabile che simpatizza per Salvini perché lo ritiene una figura necessaria».

Perché questo è il suo momento professionalmente migliore?

«Perché prima ero considerato un artista locale e ora vengo accettato in tutta Italia».

Perché ha cominciato a cantare in italiano.

«Ci è voluto del tempo, prima non ero al massimo delle mie potenzialità».

Che bilancio fa del suo lavoro in televisione?

«Sono orgoglioso di poter esternare le mie idee. Partendo dai social e dal gossip, che non m’interessa, c’è lo spazio per esprimere dei concetti. Il mio obiettivo è essere considerato come una persona che ha un pensiero suo. Quando finirà credo che mi mancherà».

Fedez, J-Ax, Jack LaFuria, Gué Pequeno, Sfera Ebbasta, Luchè: i rapper sono stati adottati dalla televisione?

«Più dalla tv che dalla radio che non passa i singoli di tutti».

Perché siete molto immagine?

«Sì, il look è studiato, attento alle mode. L’urban è diventato dominante nel mondo, oggi i veri influencer sono i rapper».

Anche le catenine con le medagliette devozionali che porta al collo sono una moda?

«Domanda lecita. Io non sono religioso perché credo che la religione con le sue leggi sia un metodo per controllare le masse. Però ho fede. Sono legato al crocifisso come oggetto di fede perché sono cresciuto in una comunità cristiana. La mia famiglia è credente anche se non particolarmente praticante».

Il rap una volta era un genere di rottura.

«Adesso influenza anche il pop, ma può essere ancora di rottura, altrimenti finisce tutto».

Era puro sfogo di rabbia, adesso è mainstream.

«Ci siamo sentiti tutti degli ultimi. Senza soldi e in periferia, cantavamo la voglia di riscatto».

Lei aveva genitori professori.

«Avevo 15 anni quando si sono separati. Certo, non sono mai stato povero, ma ho vissuto il degrado della periferia, un contesto intriso di criminalità. Ho visto il Bronx e Harlem… Scampia e Secondigliano sono attraversate dalla ferocia. Ci sono urla che nessuno ascolta. L’eroina, le siringhe ovunque, i morti ammazzati… Un ragazzo vorrebbe avere una fidanzata, comprarsi qualcosa, invece vive la frustrazione del vuoto».

Perché parlate tanto di credibilità?

«La credibilità viene dalla vita e dalla strada. Il rap non è una recita, una tecnica. La credibilità è tutto anche in altri campi. Per un giornalista, per un politico».

Tra i politici chi sente più vicino alla cultura della strada?

«Nessuno. Ma forse non dovrebbero neanche esserlo».

Vicino ai problemi reali della gente.

«Si parla molto di migranti, ma non è questo il primo problema dell’Italia. Che sono l’ignoranza e un sistema scolastico arretrato. Gran parte della popolazione è disinteressata a tutto ciò che non sia Belen o una partita di calcio. Non vedo qualcuno vicino ai veri problemi italiani».

Cosa significa come canta in Potere: «Tutti amano Saviano ma poi si annoiano quando raccontiamo come viviamo»?

«Che quando si tratta di film e di romanzi sono tutti compresi e desiderosi d’impossessarsi dello slang. Ora è cool usare le espressioni di Gomorra. Ma se faccio un pezzo che racconta le cose vere non ha lo stesso riscontro della finzione».

Chiudiamo con alcuni profili di napoletani o persone che c’entrano con Napoli. Luigi Di Maio.

«Non è male, ma mi arriva un po’ debole, poco incisivo».

Roberto Saviano.

«Furbo, ma anche necessario».

Marco D’Amore.

«Un talento che sarà ricordato come eccellenza napoletana da qui a vent’anni».

Maurizio Sarri.

«Il calcio è roba del popolo. Scegliere la Juventus è stato uno schiaffo a chi lo ha amato tanto».

 

La Verità, 23 giugno 2019

Gruber, Fazio, Monti: il livore ha fatto autogol?

Gli antagonisti. Gli ossessionati. Gli avversari. Quelli che si sono più esposti contro Matteo Salvini. È un intero mondo a uscire sconfitto dalle elezioni di domenica. Oltre a partiti e schieramenti, persone precise. Ma anche un sistema di pensiero. Una mentalità. L’élite culturale.

Roberto Saviano, il capofila dell’opposizione. Opposizione culturale e antropologica. Opposizione insultante, anche. Al punto che, prima o poi, arriverà a sentenza nelle aule giudiziarie. Intanto, quella elettorale è arrivata dalle urne. La Lega primo partito a Riace e Lampedusa, roccaforti del savianismo sventolato dai testimonial doc Domenico Lucano e Pietro Bartolo, è una lapide sull’accoglienza indiscriminata. Ideologo in disarmo.

Fabio Fazio. Braccio armato, esecutore, assistente dell’ideologo, non a caso un habitué degli studi di via Mecenate. La lista degli ospiti parla da sola: volontari delle Ong, militanti dell’accoglienza h24, Mimmo Lucano, Gino Strada, Nicola Zingaretti, senza dimenticare il ruolo di Carlo Cottarelli. La trattativa per la riduzione dello stipendio e il trasloco a Rai 2 era iniziata prima del voto, ma è trapelata a spoglio elettorale terminato. Con emblematico tempismo. Dottor Watson di Saviano.

Lilli Gruber, condensato di stizza nel chiodo da giustiziera. Ha trasformato la sua postazione serale nella riserva dell’ossessione antisalviniana. Indicato il bersaglio, ci pensavano i cortesi ospiti a eseguire garbatamente la sentenza. Ogni puntata un’esecuzione, in assenza della vittima. Un incontro di wrestling con il fantasma. Che, quando si è palesato, ha reso epifanica la faziosità della signora. Centrifuga di livore.

Mario Monti. L’ex premier ed ex commissario europeo è stato richiamato in servizio dopo la pensione come certi poliziotti quando c’è da fare il lavoro sporco che i novellini non riescono a svolgere. Ha rimesso la divisa di Bruxelles ed è tornato in campo a menare fendenti sui sovranisti, ignoranti di economia e mercati. Magari carezzando la riedizione del governo tecnico. Ospite fisso di Corrado Formigli e saltuario di Gruber e Giovanni Floris, che ha una liason con Elsa Fornero. Sacerdote dei rigoristi, guru dell’austerity protetto dall’Agcom. Vanesio datato.

Salone del libro. Tempio del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Sinergia di fondamentalisti, scrittori e politici volenterosi, da Christian Raimo a Nicola Lagioia a Chiara Appendino. Siamo informati e colti, impegnati e letterati. Chi non è con noi resta fuori. In nome della democrazia, ovviamente. L’inclusione vale solo per le minoranze acquiescenti. L’esclusione della casa editrice Altaforte vicina a Casapuond resterà una macchia nella storia del tempio. Intolleranti chi?

Gad Lerner. Estensore di liste di proscrizione. Denunciatore seriale di presunte censure. Cacciatore di fantasmi fascisti. Mediatore delle «classi subalterne». È andato chez Fazio a lamentare la poca libertà nella televisione italiana causa oppressione del governo gialloblu. In compenso, lunedì prossimo su Rai 3 comincia L’Approdo, il suo nuovo programma ispirato a una storica, ma non faziosa, trasmissione degli anni Sessanta. Rintronato.

Federico Fubini, portavoce degli apparati della Commissione europea. Per lui il ministro dell’Economia Giovanni Tria è sempre sull’orlo delle dimissioni perché ogni dichiarazione di Salvini viola un parametro o infrange un patto. Che è molto più di un dogma. Quanto alla notizia dei 700 bambini greci morti a causa dell’austerity imposta dalla Troika, quella si può ignorare anche se si fa parte del Gruppo di alto livello nominato dalla Ue per la lotta contro le fake news. Furbino.

Concita De Gregorio, volto di Repubblica in ascesa nella scala degli opinionisti da talk. Avvolta in una nuvola di degnazione, dispensa le sue conoscenze alla massa. Ma sempre mantenendo una certa distanza. Nel pieno del polverone per il caso Altaforte al Salone del libro ha proposto la creazione di un codice etico per vagliare il pedigree delle case editrici. Sempre in nome della correttezza democratica. Ridateci Daria Bignardi.

Fabrizio Salini, amministratore delegato Rai a due velocità. Prontissimo a intervenire al primo lamento di Fazio per la sostituzione di due puntate di Che fuori tempo che fa, il tavolo con Max Pezzali e il Mago Forest, con altrettanti speciali di Bruno Vespa, ha alzato la voce contro la direttrice di Rai 1 Teresa De Santis. Assai meno vigile sull’assenza di programmi nei giorni immediatamente precedenti il voto, ha lasciato campo libero a Enrico Mentana. Urge tagliando.

Agcom, Autorità garante per le comunicazioni presieduta da Angelo Marcello Cardani, già capo di gabinetto di Monti. Prima ha diffidato il Tg2 per un servizio critico nei confronti dell’ex premier bocconiano sulle sue previsioni nefaste in caso di vittoria dei sovranisti. Poi ha pensato bene di redigere un regolamento che persegua chi critica donne, migranti, gay e transessuali: minoranze più che intoccabili. Tribunale del politicamente corretto.

La Verità, 29 maggio 2019

Gomorra, Saviano e quell’ambiguità dei boss

Sì, un pizzico del magnetismo di Ciro Di Marzio manca, nella quarta stagione di Gomorra. Manca il suo carisma, nel bene e nel male epicentro della saga, sopravvissuto immortale alle fini traumatiche, ma più metabolizzabili, di don Pietro Savastano, Donna Imma e Salvatore Conte. Difficile farne a meno perché la trama un filo si svuota, pur rimanendo un gran bel prodotto, forte e teso quanto basta, forse di più negli episodi 5 e 6, proprio quelli con la regia di Marco D’Amore che, senza perdere di vista il gangster movie, ha trasferito dietro la cinepresa i suoi riferimenti teatrali (Shakespeare, la tragedia greca, il tradimento di Giuda). Gli altri episodi sono diretti, i primi quattro da Francesca Comencini, anche supervisore artistico, altri due a testa da Enrico Rosati e Ciro Visco, e gli ultimi due da Claudio Cupellini (venerdì, ore 21.15, Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, produzione Cattleya).

La seconda novità di questa stagione è lo scenario geoeconomico in cui agiscono i clan criminali. Se, nella precedente, le cosche avevano conquistato il centro storico, ora Napoli diventa soprattutto la base per traffici con ramificazioni internazionali. Senza il suo compare, Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) si spinge fino alla City londinese per consolidare il progetto di un grande aeroporto in Campania. A presidiare Secondigliano rimane Patrizia (Cristiana Dell’Anna) che, superato l’apprendistato, ora è un boss emergente che deve affrontare parecchie difficoltà con il suo braccio destro, le famiglie alleate di Sangue blu e dei Capaccio, e il nuovo clan dei Levante, il cui potere si estende dal racket della coca a quello dei rifiuti della Terra dei fuochi. Senza disdegnare gli elementi psicologici e privati – la storia d’amore di Patrizia con Mickey Levante e l’equilibrio di Genny con la moglie Azzurra – soprattutto nei primi, più lenti, episodi, la riflessione si concentra sul potere e i metodi per esercitarlo. Genny e Patrizia comandano con mano ferma, ma dolce: lui vuole festeggiare il compleanno del figlioletto invitando i compagni d’asilo e l’intero quartiere, lei vuole recuperare il rapporto con il fratello, umile cameriere. Sono boss giusti, la cui spietatezza affiora, inevitabile, solo con chi li ostacola. Una lezione nella quale sembra intravedersi l’ispirazione di Roberto Saviano. Sono anche boss capaci di un’ambiguità ad altissima definizione: «In tanti anni che lavoro, una cosa così non l’avevo mai sentita», dice Alberto (Andrea Renzi) rivolto a Gennaro riguardo ai suoi metodi. E Gennaro risponde: «È pecché nui simm ’o cambiamento, Albe’». Proprio così. E ogni riferimento è puramente casuale.

 

La Verità, 30 marzo 2019

Il doppio FF e la strategia della provocazione

Ci mancava anche Emmanuel Macron. No, non ce lo potevamo risparmiare. Dopo Enrico Letta, ospite il 27 gennaio scorso di Che tempo che fa e, a quanto sembra, mediatore tra l’Eliseo e Fabio Fazio, dopo Roberto Saviano il 10, Matteo Renzi il 17, di nuovo Saviano e Andrea Camilleri, nell’insolito ruolo di opinionista antigovernativo, il 24 (per tacere dei vari Riccardo Gatti della Ong Open Arms e Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, sempre intervallati dalle lezioni di economia di Carlo Cottarelli), dopo tutti questi ospiti, solo per stare all’ultimo mese, il capo dello Stato francese, fumo nelle pupille dei nostri governanti oltre che di buona parte degli italiani, rappresenta a pieno titolo il vertice della strategia della provocazione di FF. Una strategia pianificata e perseguita lucidamente. Che consiste in questo: spingersi fino al limite estremo dell’opposizione esplicita, frontale, senza se e senza ma. Il supermegacontratto a 2,2 milioni di euro l’anno (più altri 10,6 per la Officina Srl, la società che produce il programma, sua al 50%) blinda il conduttore di Rai 1. Dopo il piccolo segnale di cedimento di qualche settimana fa («sto pensando di espatriare»), nell’ultima puntata FF ha garantito che per altri due anni non si muoverà dalla prima serata della rete ammiraglia. Spontaneamente, s’intende. Il risultato della strategia è binario: o paladino dell’opposizione al governo pentaleghista o martire dello stesso governo: censore, illiberale, antidemocratico. Una strategia da lucido scacchista. L’intervista a Macron, densa ma paludata trattandosi di un dialogo con un capo di Stato, è stata obiettivamente un colpo giornalistico realizzato all’insaputa della direzione di Rai 1. Siccome sarà difficile salire ancora di livello, presumibilmente dobbiamo prepararci ad altri Gino Strada, Michela Murgia, Domenico Lucano, Nicola Zingaretti…

Del resto si sa, come testimoniano il nome e cognome del conduttore più pagato della Rai, Fabio Fazio sono due. Basta cambiare la consonante al centro, dalla morbida b alla tagliente zeta, e il dottor Jekyll vira in Mr Hide. Cioè, come abbiamo avuto modo di constatare negli ultimi tempi, l’anima arboriana e goliardica che intrattiene sul filo dell’ironia e del nonsense con ospiti come Nino Frassica, Orietta Berti e Gigi Marzullo, ha lasciato campo libero all’anima savianesca, stizzosetta e militante che infarcisce le serate di intellò schierati, in rotta di collisione con la maggioranza uscita dalle elezioni di un anno fa.

Ai piani alti di Viale Mazzini abbozzano, per ora.

 

La Verità, 4 marzo 2019

«La maternità può essere un atto di ribellione»

Una storia di ossimori. Di opposti che si toccano. Di antinomie che si fondono. Essendo cresciuto con il melodramma, non poteva che essere così. Ora che è adulto dice che dalla disperazione può scaturire l’evento più lieto. Poi c’è la speranza, che non è una virtù ma un vizio. Non a caso per Edoardo De Angelis, regista quarantenne di Napoli (Perez, Indivisibili), svezzato tra Portici e Caserta da nonna Filomena, «la semplicità è la sintesi di elementi complessi». Nel Vizio della speranza (Mondadori), uscito in contemporanea con il film che ha lo stesso titolo, si autodefinisce «un ruspante sofisticato», altro ossimoro partorito dai «sofisticati intellettuali» e i «polli ruspanti della provincia», trovati alla selezione del Centro sperimentale di cinematografia di Roma dove, inopinatamente, fu preso. Uno dei suoi esaminatori era il sussiegoso Umberto Contarello, sceneggiatore di questo film tosto, ambientato a Castel Volturno, enclave nigeriana a nord di Napoli. La morte di Miriam Makeba, avvenuta dieci anni fa durante un concerto proprio lì, è un cavallo di battaglia di Roberto Saviano. Ma nella lunga lista di ringraziamenti in fondo al libro il suo nome non compare: «Ho ringraziato le persone che mi hanno aiutato in modo diretto, il riferimento a Saviano è più mediato».

Che cosa le ha fatto fare un film così tosto?

«Ero alla ricerca di una storia semplice e così sono andato sul Volturno alla scoperta di luoghi e pesrone. Quando, risalendo il fiume, alcuni pesci hanno cominciato a saltare nella barca ho pensato che la storia doveva avere una magia ma essere anche vera. Cosa c’è di più reale e magico ad un tempo di una nascita?».

Ne è venuta fuori una meditazione sulla maternità?

«Se non la intendiamo come fatto meramente ginecologico, ma come un sentimento che può essere anche di ribellione, allora sì».

Riflette sulla maternità mentre in Italia non nascono più bambini?

«È un dato obiettivo».

Un film in controtendenza?

«Mai posto il problema delle tendenze. Provo a fare film che non passino di moda, perciò non lo sono mai. Ho un’attitudine demodé».

Perché le donne hanno tutte nomi mariani? Maria, Fatimah, Virgin…

«Anche zi’ Mari’… Maria è il nome femminile per antonomasia, può racchiudere tutte le identità di donna».

Sono mariani anche altri nomi.

«Tutti i personaggi hanno in sé qualcosa di Maria: in una versione innocente come Virgin, distorta come zi’ Mari’, esotica come Fatimah. Poi tra gli africani ora c’è l’abitudine di dare ai figli il nome di un sentimento: Hope, Destiny, Happiness».

Sono storie reali?

«Reali, ma trasfigurate a fini creativi».

In che modo la speranza, virtù teologale, può essere un vizio?

«È un vizio quando fa demandare ad altri la realizzazione di sé. O quando la preghiera diventa uno sgravio di responsabilità. È una virtù quando è la pietra su cui poggiare la nostra forza per ribaltare anche le circostanze avverse».

Il vizio della speranza racconta la ribellione alla sterilità di Maria. Viene in mente Abramo: parlando di lui San Paolo usa l’espressione «sperare contro ogni speranza».

«È un film che ha diversi riferimenti biblici. Anche se poi mi sono concentrato sulla vicenda umana dei protagonisti».

L’ostinazione di Maria a portare a termine la gravidanza mentre tutto suggerirebbe l’interruzione è anche un giudizio sul ricorso facile all’aborto?

«Non mi sono voluto addentrare in questioni troppo legate alla cronaca o a uno specifico momento storico. Tuttavia penso che quando un essere umano riceve un dono, questo diventi anche un obbligo morale a migliorare sé stessi».

Nel film ci sono molte donne che ne sfruttano altre: la pappona, la kapò, anche la madre della protagonista. È consapevole che questa immagine contrasta con quella in voga, nella quale le donne sono vittime che hanno ragione a prescindere?

«Anche qui sono disinteressato a un pensiero di moda. Credo non esista una vittima a prescindere o una ragione a prescindere. Questo però rafforza in me un sentimento di grande solidarietà e protezione nei confronti delle vere vittime».

Che fine fanno i neonati dati alla luce dalle donne che affittano l’utero?

«Di alcuni sappiamo che trovano famiglie che li amano. Di altri purtroppo non sappiamo niente: non vengono censiti, non esistono ufficialmente. Sono una moltitudine silenziosa che lascia un vuoto che si sente molto forte».

Bambini che spariscono per il traffico d’organi?

«È una realtà che esiste e non riguarda solo questo tempo e questo luogo».

Ha visto anche donne che partoriscono per altri e vivono in condizioni di semi schiavitù?

«Ci sono donne che subiscono questa sorte. È una forma di schiavitù soprattutto mentale, perché viene resa ermetica dai riti vudù ai quali si sottopongono».

Come giudica la pratica della gestazione per altri?

«Già da bambino sentivo racconti del genere, ma non la percepivo come disumana. Mi sembrava una sorta di servizio sociale che avveniva spesso attraverso la Chiesa. Dava un futuro a bambini di cui una madre non poteva prendersi cura, attraverso il desiderio di altre madri e padri che non potevano averne».

Questa è l’adozione di bambini già al mondo o che stanno nascendo. La gestazione per altri avviene su commissione, dietro pagamento, spesso di coppie omosessuali o di classi medio alte.

«Nel film non si racconta la gestazione su commissione, ma di donne che restano gravide e decidono di vendere i bambini. Siamo lontani da un’organizzazione che controlla tutto. Quelle donne sfruttano il proprio corpo non avendo altre ricchezze. Racconto una condizione estrema nella quale non c’è strategia, ma reiteramento della disperazione».

Alla quale contribuisce il distacco dal figlio concepito e tenuto in grembo.

«Rendendola irrisolvibile. Il film comincia proprio con la storia di una donna che scompare perché vuole tenersi il bambino».

L’unico uomo fa da ostetrico al parto di Maria in una situazione che cita la Natività: e così?

«Non mi nascondo, quella è la mia versione della Natività, la mia idea del Natale».

La vita vince anche sulla disperazione?

«Oltre a essere un dono è anche un ingaggio».

In che senso?

«Ricevere un dono chiede di rispondere all’obbligo morale che ne deriva. Se la vita non cambia il dono si perde».

Siamo a una visione cristiana…

«È possibile, ma non ho voluto raccontare un dramma con una tesi prestabilita. Più che una dimostrazione la mia è una ricerca. Se approda a una visione cristiana può andare bene. È di sofferenza anche il contesto in cui nasce Gesù: mi sono interrogato sul motivo dell’eternità delle parabole del vangelo».

E come si è risposto?

«Credo siano eterne perché, in realtà, prima ancora di parlare di Cristo, parlano dell’uomo. M’interessa la realtà, anche la più concreta, che nasconde qualcosa di magico. Cristo è una persona concreta che nasconde in sé una forma di divinità».

A questo punto dobbiamo parlare di conversione o almeno di avvicinamento al cristianesimo?

«Sono fortemente legato alla riflessione sulla fede. In questi ultimi anni si è intensificata sia per motivi intimi personali sia perché credo che la religione sia la questione più importante per l’uomo contemporaneo. Così importante da poterlo salvare o distruggere definitivamente».

Il delta del Volturno sembra il luogo della fecondità.

«È ciò che volevo rendere. Approfondire il contesto di un posto che parlasse di ogni luogo del mondo».

È noto come avamposto africano in Italia, dove morì Miriam Makeba.

«Venne a cantare unendosi agli africani che avevano protestato contro la camorra dopo l’uccisione di sei migranti del Ghana. Nel film una donna canta Malaika in omaggio a Mamma Afrika».

Vista da Castel Volturno dov’è molto radicata pensa che si combatta abbastanza la mafia nigeriana?

«È una domanda a cui non so rispondere. Leggendo reportage e vedendo la situazione sulla Domiziana mi sembra che sia egemone sul territorio. Quest’anno sono stati scarcerati per fine pena 2500 affiliati ai clan dei Casalesi. Quello che succederà è tutto da vedere».

O i Casalesi o la mafia nigeriana. Come mai lo Stato non riesce a intervenire se è tutto alla luce del sole?

«Non mi esprimo perché non è argomento di mia competenza. Mi limito a raccogliere le storie e a raccontarle. Non per sottrarmi a un impegno civile pubblico, ma perché penso di essere più utile alla causa facendo il mio mestiere».

Che consiste, come scrive, nel chiedere agli altri di fare come vuole lei le cose belle che non sa fare?

«È così. Il set per me è un momento di grande gioia».

Fare cinema è costruire «un mondo più vero della realtà». Nel caso del Vizio della speranza cos’è?

«Il seme che diventa atto concreto».

«Creare un mondo magari devastato però un po’ più ordinato. Dove si capisse quello che c’era da capire». Il cinema ha un intento pedagogico?

«Pedagogico non so; sicuramente per me è un’arte di disvelamento che può contenere altri punti interrogativi. Però questo non basta a frustrare una ricerca che procede attraverso soddisfazioni e delusioni».

Il film ha vinto il Premio del pubblico alla Festa di Roma: sperava in una risposta diversa al botteghino?

«Incassi maggiori ci avrebbero fatto piacere, ma non sono la nostra unica priorità. Di un film così è importante che lo spettatore conservi un ricordo profondo, piuttosto che sia visto da tanti che lo dimenticano subito».

Suo figlio di un anno e mezzo c’entra con la sua evoluzione?

«Già il desiderarlo ha innescato un processo di cambiamento, poi il suo arrivo lo ha radicalizzato».

Ci svela «la scoperta commovente» con cui chiude il libro?

«È la scoperta accogliente della normalità. Una cosa che mi piace e mi basta: il rito, il divano, casa».

 

La Verità, 2 dicembre 2018

«I grandi media non capiscono il governo»

La generosità non è la prima dote che viene in mente quando si pensa a un grande giornalista. Invece, Enrico Mentana è uno generoso. Non solo perché non si risparmia nelle lunghe maratone televisive, ma perché ora si è messo in testa di restituire «almeno in parte la fortuna che ho avuto nel fare questo mestiere», creando un giornale online di giovani e per giovani (ma non solo). Poi è generoso anche nelle interviste.

Essere multitasking va bene, ma oltre al tg, le maratone, Bersaglio mobile, le ospitate, Facebook e la radio, ti mancava anche un giornale online?

«Personalmente non mi manca, ma penso che il giornale online diventerà come il film che si vede in casa. Fin quando esisteranno giornali, il futuro sarà questo».

A che punto è la selezione?

«Finora sono arrivati circa 8.000 profili».

Dirai stop a?

«10.000. L’idea è del 7 luglio, la pubblicazione dell’indirizzo mail del 17, ai primi di agosto chiudo. Una quindicina di giorni sono sufficienti per inviare un curriculum».

Ne resteranno?

«Vorrei fare 20 praticanti. Stiamo parlando di un prodotto no profit. Se dovesse produrre utili verrebbero reinvestiti nell’assunzione di nuovi giovani».

La raccolta pubblicitaria la farà la società di Cairo?

«Questa è l’unica parte che risponderà alla logica del profitto. Se sarà Cairo sarò contento perché ha le strutture per farlo bene. Però si sono fatti avanti anche altri».

Nome della testata?

«Quando l’avrò lo scriverò su Facebook, dopo averlo depositato».

Tempi di lancio?

«Al momento opportuno i tecnici detteranno tempi e modi. Io sono solo il give back della situazione, colui che vuole restituire almeno in parte la fortuna che ha avuto nel fare questo mestiere».

Di sicuro c’è solo che si fa?

«Cosa lo potrebbe impedire? Nell’era del mobile, questa dovrebbe essere la prima testata digitale rivolta ai giovani. Finora ci si è impegnati in varie direzioni per far assumere i figli, propri».

Tempo d’impegno personale?

«Non potrò essere il direttore, a meno che Cairo non me lo conceda. Ne sarò l’editore, ma non mi posso certo sdoppiare».

Qualcuno ipotizza che vuoi fare il direttore editoriale di La7.

«Che vantaggio ne trarrei? Per certi colleghi la strada rettilinea non è mai quella giusta».

Cairo come la sta prendendo?

«Presidia le sue Colonne d’Ercole e il rapporto con i dipendenti. Io stesso lo sono a tempo indeterminato».

L’ha precisato anche lui.

«So bene che non posso fare come mi pare. C’incontreremo per definire le modalità di nascita e sviluppo di questa creatura, per evitare che finisca per ledere i legittimi interessi dell’editore».

Farai concorrenza al Corriere.it e le energie spese per questo progetto potevano concentrarsi nello sviluppo di La7.it.

«Non sono convinto che lo spin off sul Web di un prodotto giornalistico che sta su altri media possa alzare l’asticella all’infinito. Per i contenuti forti il sito di un giornale deve aspettare l’uscita in edicola, una testata nativa digitale no. Se improvvisamente l’editore di Repubblica decidesse di assumere 30 ragazzi per il sito potrei illudermi di aver sollecitato un mercato che invece mi sembra statico e privo d’iniziative».

Come valuti il comportamento dei grandi media verso il nuovo governo?

 

Prosegui la lettura su laverita.info