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Mistero sulla morte della creatrice di «Teheran»

Mistero. Degli esiti dell’autopsia sul cadavere di Dana Eden, trovata senza vita il 16 febbraio scorso nella camera di un hotel di Atene, non si sa nulla. I siti specializzati tacciono e le autorità elleniche finora non hanno diffuso comunicati ufficiali. Dana Eden era una delle maggiori produttrici cinematografiche israeliane, a capo del progetto di Teheran, la serie pluripremiata di Appletv, primo contenuto non in lingua inglese della piattaforma di Cupertino. L’episodio finale della terza stagione è stato rilasciato in Italia il 27 febbraio, il giorno prima del bombardamento americano-israeliano della capitale dell’Iran. Al centro della storia c’è un hacker informatica agente del Mossad di origine iraniana (Niv Sultan) che si infiltra nel Paese degli ayatollah per sabotare la fabbricazione della bomba atomica. La particolare vicinanza all’attualità della serie è data anche dal racconto delle rivolte della popolazione giovane e delle donne che si ribellano al regime oppressivo della dittatura religiosa. Anche certe riprese di Teheran dalle colline circostanti si sovrappongono alle immagini di questi giorni della città bombardata. Tra doppi e tripli giochi, tessendo alleanze spericolate e superando situazioni disperate, la spia israeliana trova la collaborazione degli agenti della Cia e dell’ambiguo scienziato nucleare (Hugh Laurie) per raggiungere lo scopo.
Scritta da Moshe Zonder, Dana Eden e Maor Kohn per l’emittente pubblica israeliana Kan 11 che l’ha distribuita a cominciare dal 20 giugno 2020, dopo la conquista dell’Emmy award di quell’anno, ha avuto subito massima visibilità internazionale. Le successive stagioni, con le partecipazioni di Glen Close e dello stesso Laurie (Dr. House) che le hanno regalato ulteriore popolarità, hanno reso ancora più attuale se non addirittura anticipatore il racconto di Teheran. Non è difficile immaginare che tanta verosimiglianza e altrettanta diffusione abbiano potuto irritare le massime autorità iraniane. Di conseguenza, attorno alla inattesa morte della nota produttrice si son subito addensati i sospetti. A dare l’allarme era stato il fratello, recatosi nell’hotel perché Dana non rispondeva alle sue chiamate. Il notevole quantitativo di pillole trovato nella stanza ha convinto la polizia che l’ipotesi più plausibile sia quella del suicidio. Anche dopo l’esame delle telecamere di sorveglianza una fonte degli investigatori locale ha ribadito che «tutto sembra indicare che si tratti di un suicidio». Tuttavia, alcuni lividi sul collo e sulle mani della donna non hanno fatto scartare la possibilità di un omocidio. Riesce anche difficile immaginare che una produttrice affermata e che sta lavorando in modo appassionato a un prodotto di successo internazionale possa togliersi improvvisamente la vita. La Eden viveva dal 4 febbraio in quell’albergo dopo che, in seguito a una vacanza ad Atene con la famiglia, era rimasta colpita dalla somiglianza alla capitale iraniana della città ellenica dove aveva deciso di girare le riprese della quarta stagione.
Poche ore dopo la scoperta del decesso, la Dana e Shula Production si è affrettata a diffondere un comunicato nel quale affermava che «le voci che suggeriscono una morte criminale o motivata politicamente sono false e infondate». La società di produzione ha chiesto ai media di non diffondere informazioni non vere e di avere sensibilità e responsabilità nel rispettare il dolore dei familiari e la loro privacy. Sarà anche per questo che, da quel 16 febbraio, non si sa ancora nulla dei risultati dell’autopsia, disposta dalle autorità come prevede la legge ellenica in caso di decesso di cittadini stranieri. Sono trascorsi quasi venti giorni dal ritrovamento del corpo della nota produttrice israeliana, ma il mistero non è ancora stato dipanato.

 

La Verità, 5 marzo 2026

«Certe serie tv e certi rap influenzano i ragazzi»

Nicola Gratteri è il magistrato più esposto d’Italia. Dopo decenni in prima linea contro la ’ndrangheta a Locri, Reggio Calabria e Catanzaro, dal 20 ottobre è procuratore capo di Napoli. Ha accettato di rispondere alle domande della Verità sulla sua vita, il nuovo incarico e l’influenza dell’industria dell’audiovisivo sulle giovani generazioni.

Dottor Gratteri, quando e perché ha scelto di fare il magistrato?

«È una decisione che ho maturato nel tempo. Quando frequentavo le scuole medie, mi infastidivano gli atteggiamenti dei figli dei boss che facevano i prepotenti. Erano bulli con le spalle coperte, la loro arroganza mi indignava. Non sapevo che ci fossero magistrati, gli unici uomini che per me rappresentavano lo Stato erano i carabinieri, di cui nel mio paese c’era e c’è una caserma. L’idea di fare il magistrato mi è venuta dopo, quando ho capito l’importanza di quel ruolo e della possibilità di fare qualcosa in più per combattere un fenomeno che oggi è diventato dilagante».

Chi erano i suoi genitori?

«Due persone esemplari: oneste e coerenti. Mi hanno insegnato molte cose sull’essenzialità della vita, sulla correttezza. Mi hanno insegnato anche ad amare la terra, a coltivarla, facendomi capire che solo i sacrifici rendono liberi. Mio padre faceva il camionista, poi ha gestito un piccolo negozio di generi alimentari. Mia madre era casalinga ed esigente, rigorosa e amorevole, ma senza tradire troppo le emozioni».

Da ragazzo chi erano i suoi idoli?

«Amavo la musica, ma non penso di avere avuto qualche cantante come idolo. I miei idoli erano tutti all’interno della mia famiglia. Due zii sacerdoti, uno zio avvocato, i miei genitori. Mio zio Antonio, canonico, uomo di grande generosità e umanità. Lo zio Nino, avvocato civilista, comunista, uomo di grande etica, cultura e umanità. Mio zio Francesco, uno dei due sacerdoti, mi ha sempre affascinato per la sua sconfinata cultura. Negli anni Settanta, quando faceva il parroco a Gioiosa Ionica, nella Locride, denunciò apertamente i legami della ’ndrangheta con certa politica e certa imprenditoria, evidenziando l’importanza delle relazioni esterne che da sempre costituiscono l’ossatura del potere mafioso».

Vivere in caserma è una scelta obbligata?

«È una scelta obbligata, non sarebbe facile garantire le stesse condizioni di sicurezza in un contesto diverso da quello in cui attualmente vivo. Mi trovo bene. D’altronde vi passo solo poche ore, dormo poco».

Come descriverebbe 35 anni sotto scorta?

«Una missione vissuta con la consapevolezza di fare qualcosa di utile per la mia terra e per la società in cui viviamo. Un viaggio che continua grazie anche alla dedizione e al sacrificio di tanti agenti che mi proteggono dal 1989».

Quanto le pesa aver condizionato la vita dei suoi famigliari?

«Mia moglie è stata minacciata quando ancora eravamo fidanzati. Hanno sparato alcuni colpi di pistola contro la sua abitazione, dicendole, al telefono, che stava per sposare un uomo morto. Non si è tirata indietro. I figli invece hanno scelto strade diverse dalla mia e ci hanno dato molte soddisfazioni, senza mai lamentarsi. Sono due validissimi professionisti».

 Che accoglienza ha avuto a Napoli? È presto per un primo bilancio?

«Mi trovo benissimo. Ho trovato un ottimo ambiente di lavoro. All’inizio sono stato accolto con qualche scetticismo da alcuni settori della stessa magistratura e dell’avvocatura, ma oggi ritengo di aver instaurato con tutti un buon dialogo. Ho provveduto a riorganizzare l’ufficio, distribuendo gli incarichi e ho cominciato a studiare i vari fenomeni che interessano il territorio. È presto per fare un bilancio, ma sapendo di poter contare su colleghi professionalmente molto validi e su una polizia giudiziaria di altissimo livello, sono certo che faremo un buon lavoro. C’è tanto da fare».

Perché la ’ndrangheta è la più potente delle mafie?

«Le ragioni sono tante, ma ritengo che sia riuscita a crescere nel silenzio, essendo stata a lungo considerata una mafia stracciona, rispetto alle altre, ma soprattutto a Cosa nostra. È cresciuta di importanza per aver gestito enormi traffici di droga, quando lo Stato era particolarmente coinvolto nella lotta alla mafia siciliana dopo la fase stragista. Grazie alla sua struttura familistica, ha avuto poche defezioni e ha acquisito un prestigio internazionale, facendosi apprezzare da altre organizzazioni criminali per la sua solvibilità e per la sua forte coesione interna».

È più credibile perché è più sofisticata?

«Ha sempre avuto lo sguardo presbite, la capacità di guardare oltre il presente. Oggi è molto sofisticata, ci sono clan riconducibili a questa organizzazione che hanno capito l’importanza dell’innovazione tecnologica e informatica. Alcune inchieste hanno accertato la presenza di hacker in Calabria in grado di minare criptovalute, di investire enormi capitali su piattaforme clandestine di trading e usare tecnologia sofisticatissima per comunicare in modo sempre più sicuro, al riparo dalle intercettazioni che sono comunque necessarie ed essenziali in un mondo sempre più interconnesso».

Che cosa rappresenta l’impegno delle istituzioni a Caivano?

«Una testimonianza forte per cercare di cambiare le cose, di liberare i territori dalla paura e dal bisogno. Non bastano però le parole, sono necessari fatti concreti. Bisogna sostenere tutte quelle iniziative che cercano di raccontare in maniera diversa il territorio. Che resistono, che lottano quotidianamente per cambiare le cose, oltre a migliorare le condizioni socio-economiche e culturali di questo territorio».

Perché va nelle scuole a parlare ai giovani?

«I giovani hanno bisogno di testimonianze, di esempi coerenti. Da oltre trent’anni uso le mie ferie per andare a parlare con loro, ma anche con chi è meno giovane e non è insensibile alle tematiche di cui mi occupo».

Perché dice loro che fare il mafioso non conviene?

«Ad arricchirsi è solo l’élite delle mafie. Gli altri sono utili idioti, portatori di acqua al pozzo del capo. Vengono assunti con l’obbligo di non mettere mai in discussione gli ordini che ricevono. Non devono pensare, devono solo obbedire. Guadagnano meno di un bravo artigiano e rischiano di finire in carcere o al camposanto. Penso basti a far capire che quella del mafioso è una scelta di vita poco conveniente».

Che cosa pensa della cinematografia che narra la vita dei boss, da Al Capone a El Chapo?

«Spesso è una narrazione che sfocia nell’epica, facendo diventare eroi dei criminali che non sono mai stati dalla parte dei deboli contro i forti e dei poveri contro i ricchi, come amano far credere. Certe serie televisive esprimono una mitologia della camorra che si prende tutta la scena, senza un barlume di positività a farle da contraltare».

Serie come Gomorra e Suburra hanno creato una mitologia della violenza?

«Bisognerebbe andare oltre il conflitto tra il male e il peggio».

I giovani hanno assunto questi modelli?

«Certe narrazioni diventano modellizzanti, soprattutto quando gli audiovisivi sono l’unico mezzo di conoscenza dei fenomeni criminali, come quelli che incidono sui nostri territori. Le serie televisive finiscono per influenzare le conoscenze di chi non ha mai letto un libro o investito il proprio tempo per aiutare il prossimo».

Non dobbiamo fidarci della loro capacità di distinguere il bene dal male?

«Il male è seduttivo, molto più del bene. Bisognerebbe avere un concetto etico della scrittura. Non si può scrivere e far finta di non vedere. Vale per la scrittura in generale quello che Pippo Fava sosteneva del giornalismo. “Ritengo che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana” scriveva nell’ottobre del 1981, qualche anno prima di essere ucciso dalla mafia, “il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo”».

Cosa pensa del fatto che nelle loro canzoni i rapper napoletani inneggino ai camorristi che ostentano Suv e orologi d’oro?

«È una narrazione molto discutibile, quando penso a Napoli mi vengono in mente Pino Daniele, i fratelli Bennato, James Senese, Enzo Avitabile. Molti sostengono che quella dei trapper sia una voce di protesta, ma quando assumono atteggiamenti misogini o si fanno riprendere con un kalashnikov in mano non mi sembrano molto credibili o educativi».

Che idea si è fatto del fenomeno Geolier che ha spopolato al Festival di Sanremo?

«Preferiscono non rispondere».

Che cosa può dire un magistrato che conosce la criminalità giovanile a chi ha compiti educativi nella società di oggi?

«L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi dei mafiosi, e la cultura brucia il terreno su cui la malapianta cresce. Famiglia e scuola sono fondamentali nella formazione e nell’educazione dei giovani. È risaputo: la mafia teme più la scuola che la giustizia. La magistratura, le forze dell’ordine possono fare molto, ma se non contrastiamo le mafie anche sul piano culturale, i clan si rigenerano. Come ho più volte ripetuto, gli arresti sono importanti, ma non risolvono il problema. Ci sarà sempre chi andrà a coprire i vuoti. Cambieranno le facce, i nomi, ma non i numeri e la sostanza. L’etica non va insegnata, va praticata, testimoniata e trasmessa. Solo con la coerenza si può coltivare nei giovani il senso di una responsabilità capace di lottare per una società migliore. Ma poi bisogna anche risolvere i mali sociali, ridare speranza ai giovani che cercano un’occupazione, dare risposte a un territorio per lungo tempo abbandonato e lasciato nelle mani di chi non aveva alcun interesse a cambiarlo. Tutti devono assumersi la propria responsabilità».

Lei non divenne ministro della Giustizia del governo Renzi per il diniego del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Poi è arrivata la riforma Cartabia e ora si attende quella di Carlo Nordio. Se fosse ministro quale sarebbe il suo primo provvedimento?

«Non sono ministro e ne sono felice perché faccio il magistrato, un lavoro che ancora oggi mi appassiona. Avevo detto sì a Renzi perché mi aveva promesso carta bianca e in testa allora avevo tante idee per migliorare il settore della giustizia, delle carceri. Ho già detto che uno dei primi provvedimenti da adottare è quello di abolire la riforma Cartabia e di convocare attorno a un tavolo tutte quelle persone che possono realmente contribuire a dare forma e sostanza a una riforma utile e necessaria. Non stiamo andando nella direzione auspicata».

È credente?

«Sono cresciuto in una casa con due sacerdoti. Mi hanno insegnato l’importanza dell’onestà, dell’altruismo e della generosità».

 

La Verità, 17 febbraio 2024

«Porto su Netflix l’eroe della sensibilità»

Sarà visibile in ottobre su Netflix Tutto chiede salvezza, la serie tratta dal libro omonimo di Daniele Mencarelli che vinse il Premio Strega Giovani del 2020. Il romanzo racconta la settimana di ricovero in Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) nel reparto di psichiatria di un ospedale romano vissuta dall’autore nel 1994. Mencarelli sarà interpretato da Federico Cesari, i suoi cinque compagni di stanza saranno Andrea Pennacchi (Mario), Vincenzo Crea (Gianluca), Vincenzo Nemolato (Madonnina), Lorenzo Renzi (Giorgio), Alessandro Pacioni (Alessandro). Nel cast anche Ricky Memphis (l’infermiere Pino), Filippo Nigro (uno dei medici), Michele La Ginestra (il padre di Daniele), Fotinì Peluso (l’amica Nina) e Carolina Crescentini (sua madre). Regista della serie è Francesco Bruni, uno dei maggiori sceneggiatori del cinema italiano (ha scritto, fra gli altri, tutti i film di Paolo Virzì, oltre al Montalbano televisivo), qui alla sua quinta regia, la prima di un’opera a episodi per una piattaforma digitale.

Com’è nato questo progetto?

«Ho letto il romanzo nel 2020 e, arrivato a pagina 50, ho chiamato Mencarelli per esprimergli tutto il mio apprezzamento. Gli ho chiesto se i diritti cinematografici fossero ancora liberi, ma erano già di Roberto Sessa (produttore di Picomedia ndr) che li aveva acquistati per farne un film».

A quel punto?

«L’ho chiamato, proponendomi. Un mese dopo mi ha ritelefonato dicendo che aveva deciso di produrre una serie e che io potevo dirigerla in quanto mi ero già occupato di tematiche giovanili».

In effetti, da Scialla! Stai sereno in poi…

«Le ho frequentate spesso. Sia in Scialla! che in Tutto quello che vuoi, il film che ha rivelato Andrea Carpenzano, i protagonisti sono due ragazzi attratti dalla criminalità».

Tornando al romanzo di Mencarelli?

«Essendo il racconto di una settimana di Tso, ho proposto che la serie si sviluppasse in sette episodi, uno per ogni giorno di ricovero».

Alla pagina 50 aveva già visto l’opera?

«È una sorta di punto d’arrivo della mia produzione, che parte dalla leggerezza di Scialla!, passa attraverso Tutto quello che vuoi, con Giuliano Montaldo nella parte di un anziano affetto da Alzheimer, fino a questa storia di un ricovero psichiatrico. Nella quale, senza scomodare Qualcuno volò sul nido del cuculo, ci sono quei momenti leggeri, tipici della convivenza tra persone, diciamo così, eccentriche. Insomma, mi sentivo nel mio».

Lei ha sceneggiato i film di Paolo Virzì, di Mimmo Calopresti, di Roberto Faenza oltre al Commissario Montalbano, ma ne ha diretti solo quattro. Perché per questo progetto si è rimesso dietro la cinepresa?

«Ormai la mia strada è questa. Mi sto sempre più appassionando al set, alla situazione collettiva delle riprese. In passato, non ero visto come un competitor, mentre oggi, dopo quattro film, se suggerisco qualcosa ai registi, è un altro regista che parla. La regia è un’esperienza totalizzante. Se ci arrivi dalla scrittura padroneggi tutto il percorso. Come quando da piccolo fai il presepe a Natale e vai a comprare anche le statuine. Se sei sceneggiatore e regista crei un mondo dall’inizio alla fine».

Che cosa l’ha colpita di Tutto chiede salvezza, una storia ambientata dentro un reparto di psichiatria?

«L’idea che un ragazzo di vent’anni possa camminare su un crinale stretto tra sanità mentale e malattia psichiatrica. Leggiamo i giornali, seguiamo le cronache. A Trastevere, il quartiere dove vivo, ne vedo tanti. È un luogo di ritrovo giovanile, un osservatorio privilegiato dove tutte le sere si scatenano risse, crisi di panico, arrivano ambulanze. Si ha la percezione di un’emergenza. Dopo la pandemia, certi eccessi sono diminuiti. Ma basta leggere un giornale per vedere quanto questi due anni abbiano acuito una sensazione d’impotenza, di mancanza di prospettive tra i giovani, sempre più convinti che studiare sia inutile e che un titolo di studio sia carta straccia. Questa è la prima generazione che starà peggio dei suoi genitori».

Però il libro di Mencarelli è stato scritto prima della pandemia.

«La storia è ambientata nel 1994, ma l’abbiamo trasposta nel presente».

Quindi post pandemia?

«Nell’anno di uscita del libro, anche Daniele è stato d’accordo nell’attualizzarla. Ma non ci sono riferimenti temporali precisi e nemmeno alla pandemia. Se Mencarelli avesse raccontato la sua vicenda nel 1994, l’anno in cui l’ha vissuta, non avrebbe avuto l’impatto che ha avuto. Probabilmente questa eco è dovuta al fatto che ha intercettato una situazione attuale. I giovani si sono riconosciuti».

La tematica del disagio giovanile e dell’eccesso di sensibilità era già presente 30 anni fa?

«Nei primi anni Novanta mi sembrava che fossimo tutti un po’ più sereni. Forse perché ero ancora immerso in una realtà provinciale dove tutto era più tranquillo. Adesso sono arrivati i social media a complicare la situazione. In particolare aumentando la differenza tra il sé vero e autentico e la sua rappresentazione. Ci si vende sempre come persone che stanno bene, performanti e che fanno una bella vita. Prima e più ancora della diffusione dell’odio e dell’attività degli haters in rete, questa menzogna, portata avanti a dispetto della realtà, crea un disagio, una bipolarità, difficilmente gestibile. In più, i social hanno radicalizzato la percezione di essere delle pedine, persone seguite, teleguidate, influenzate nelle scelte di vita e commerciali».

Veniamo da anni di sofferenze e restrizioni, dal cinema e dalla tv ci si aspetta un po’ di spensieratezza, invece…

«Non faccio questo tipo di calcoli. Non guardo le indagini Istat prima di buttarmi in un’opera. Cosa sarà, il mio ultimo film con Kim Rossi Stuart, raccontava di una reclusione sanitaria a causa della leucemia ed è uscito durante la pandemia».

È la prima volta che dirige una serie tv.

«Avevo chiamato Sessa pensando a un film. Quando lui ha parlato di una serie ho accettato. Credo sia la prima volta che Netflix concede a un autore italiano di essere sia sceneggiatore che regista. Se mi avessero proposto di firmare solo alcuni degli episodi avrei declinato».

Come mai nel suo cinema il confronto con la sofferenza è così presente?

«Dall’Alzheimer alla leucemia al disagio psichico, ho fatto filotto. La cosa buffa è che in tutti tre i casi si tratta di commedie. Forse per questa serie il termine è un po’ forzato».

Viene definita un dramedy.

«È il termine corretto, commedia e dramma. Di solito, quando vedo nella narrazione la possibilità di un momento leggero mi viene istintivo coglierlo a patto che non infici la verosimiglianza del racconto».

Insiste su queste tematiche per una motivazione autobiografica?

«È un po’ come chiedere a un musicista perché suona così. Ho sempre frequentato la commedia con un sottofondo drammatico. Anche nei film di Virzì. Un film drammatico che si nega momenti umoristici si fa un torto. Ho una specie di campanello d’allarme: mi chiedo se sto facendo troppo il cretino o se sto appesantendo la gente. È una sorta di antifurto interno. Nella serie si ride, le due cose s’illuminano a vicenda: l’umorismo rende accettabile il dramma e il dramma nobilita l’umorismo».

In questi giorni, dopo due anni di restrizioni, si ripete che i giovani hanno il diritto di divertirsi e dimenticare: possiamo dire che è una storia coraggiosa?

«Sì, certo. Tuttavia, va anche detto che quando il desiderio di libertà e, usiamo la parola vera, di sballo, a lungo compresso, si libera, può accadere che si finisca per rovinarsi il divertimento. In molti casi vedo che la sfrenatezza del desiderio di vivere si trasforma in un boomerang che ritorna addosso con violenza. Lo dico avendone fatte di tutti i colori da ragazzo – mi divertivo parecchio, stavo in giro di notte – pur non essendo mai stato in un commissariato di polizia».

Come tratterà la parte del racconto che contiene critiche al personale medico e infermieristico?

«C’è una critica alla situazione del sistema sanitario. Soprattutto alla carenza di servizi, il condizionatore che non funziona, la carta igienica che manca, a una parte del personale che è poco motivata. I due medici sono antitetici, uno è empatico l’altro severo. Sono persone messe negli avamposti del malessere e lo fronteggiano con i mezzi che hanno a disposizione. In filigrana si può leggere la vecchia diatriba fra manicomi e non manicomi, contenzione e non contenzione, che sembrava superata con l’esperienza di Franco Basaglia e dei suoi epigoni e che invece adesso è rimessa in discussione».

La domanda di senso, la ricerca di felicità che anima il protagonista viene recepita quasi come un disturbo patologico?

«Non è una riflessione sulla ricerca della felicità, miraggio irraggiungibile. È un discorso sulla sensibilità di persone nate senza le difese nei confronti del dolore altrui, un sentimento che li attraversa e li fa stare male. Questo tipo di sensibilità può portare a una patologia psichiatrica. Ma in un certo senso è un superpotere, un superpotere della sensibilità. Daniele, che anche nella serie si chiama come l’autore del romanzo, è un supereroe della sensibilità. Solo che deve capire che la sua è una forza, una virtù, non una debolezza».

Però tutto chiede «salvezza»: che cosa può salvare oggi?

«La compassione. L’accettazione dei propri limiti. La comprensione nei confronti degli altri. Non posso spoilerare il finale. Cito Mencarelli: “Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato. È semplicemente vivo. Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi. Salvezza è quindi lasciarsi attraversare dal dolore”. Rimanendo vivi, possibilmente».

 

La Verità, 4 agosto 2022

La cattedrale del mare, kolossal dal pensiero forte

Con La cattedrale del mare, serie spagnola in otto episodi suddivisi in quattro serate, Canale 5 sceglie la via del dramma storico (martedì, ore 21,45, share dell’11.23%, 2,6 milioni di telespettatori). Ci troviamo nella Spagna del XIV° secolo, quartiere Ribera di Barcellona, zona di pescatori, dove arrivano Bernat Estanyol (Daniel Grao) e il figlioletto neonato Arnau (Aitor Luna). Si sono lasciati alle spalle una serie di tragedie, culminate con il rapimento della madre e moglie ad opera del violento signore locale. Il piccolo Arnau non ha mai visto il volto della mamma, così quando cresce il padre lo educa alla devozione alla vergine Maria. Piegati da tanta sofferenza i due vengono accolti dalla sorella di Bernat, sposata a un vasaio in piena scalata sociale. Ma poco alla volta, fra maltrattamenti e mortificazioni, con impegno e rettitudine, Bernat e il figlioletto riescono a stabilire rapporti di stima e solidarietà con la gente del posto. I pescatori sono impegnati a erigere una grande chiesa, orgoglio della popolazione, dedicata alla Madonna del mare. Opera nella quale Arnau si butterà con la passione e l’ardore della giovinezza, prima nei panni dell’umile portatore di pietre, poi finanziando il completamento della costruzione, ma finendo per scontrarsi con l’Inquisizione.

Tratta dall’omonimo romanzo di Ildefonso Falçones, avvocato che esercita a Barcellona, bestseller da milioni di copie tradotto in tutto il mondo e pubblicato in Italia da Longanesi, prodotta da Atresmedia e Netflix con Diagonal tv, La cattedrale del mare narra la storia della costruzione della chiesa di Santa Maria del Mar durata oltre mezzo secolo (1329-1383) tra contrasti, guerre, schiavitù, epidemie, intolleranza religiosa e spirito ribelle proprio della terra di Catalogna, già allora insofferente al potere. Con oltre 2.500 comparse, duemila costumi, 220 animali e l’80% delle riprese in esterni, assistiamo a un racconto kolossal, suddiviso in quattro grandi capitoli (Servi della gleba, Servi della nobiltà, Servi della passione, Servi del destino). Un racconto adatto a una serie epica, dalla scrittura schietta e semplice come un sorso d’acqua fresca, che dosa sentimenti di ribellione, orgoglio e riscatto degli umili, fede religiosa e arrivismo sociale, lealtà e oblique ambizioni. Niente di particolarmente innovativo sul piano della confezione. Ma una storia rassicurante e dal pensiero forte, in grado di trasmettere almeno qualche certezza, in un momento in cui se ne vedono poche.

 

La Verità, 21 maggio 2020

Chernobyl stana la falsità dell’ideologia sovietica

«Qual è il prezzo delle menzogne?». Il primo episodio di Chernobyl è racchiuso tra la domanda pronunciata dalla voce fuori campo di Valerij Legasov e la morte di un uccellino che precipita a terra, avvelenato dalle radiazioni. Lo scienziato mandato dal Cremlino per fare luce sull’incidente alla centrale nucleare del 26 aprile 1986 a 120 chilometri da Kiev non regge più il peso delle colpe e dell’omertà. Sono trascorsi due anni dal più grande disastro nucleare della storia e, dopo aver registrato le sue memorie su sei audiocassette, Legasov (Jared Harris) s’impicca. Tra le due morti che aprono e chiudono la prima puntata si dispiega tutta la drammaticità di Chernobyl, la miniserie in 5 episodi prodotta da Sky e Hbo, ideata e sceneggiata da Craig Mazin e diretta da Johan Renck (Sky Atlantic, lunedì, ore 21.15). Nella quale il vero protagonista è proprio la menzogna, ovvero il tentativo d’insabbiamento dell’accaduto operato dagli uomini della nomenklatura sovietica.

La temperatura del reattore numero 4 si è alzata fino a provocare l’esplosione del nocciolo, ma i responsabili della centrale non lo vogliono ammettere. La reputazione dell’Urss va tutelata prima e sopra ogni cosa. L’incidente è solo una disattenzione del personale di turno e sarà rapidamente ridimensionato. Chi sosterrà il contrario sarà ridotto al silenzio. Non serve evacuare la città né adottare procedure di particolare emergenza, l’immagine del socialismo è prioritaria, sottolinea il burocrate anziano citando l’effigie di Lenin appesa alla parete. Invece, tra i corridoi di lamiera, i sotterranei invasi dalle acque infette, le fiamme radioattive si consuma la catastrofe. Il volto intriso di timori e fragilità della moglie del pompiere richiamato in servizio trasmette tutto il senso d’impotenza e d’ineluttabilità della tragedia incombente. E mentre i vicini di casa provano a esorcizzarla, alcune particelle della nube tossica svolazzano minacciose nell’aria blu della notte.

Contestata dai media ufficiali russi, a metà tra linguaggio documentaristico e racconto di finzione, Chernobyl ha ottenuto il più elevato indice di gradimento per una serie tv sull’autorevole sito Imdb e si candida a essere uno dei migliori show dell’anno. Nelle facce spaventate delle maestranze, costrette dai superiori a mansioni a rischio di contaminazione e inadeguate all’apocalisse in atto, si evidenzia in modo lampante la contraddizione fatale tra ideologia e tragica realtà.

La Verità, 13 giugno 2019

Il rione, la voce narrante e il mistero di Lila e Lenù

Parafrasando Alfred Hitchcock, certe serie tv sono la letteratura senza le parti noiose. La conferma della prima impressione avuta su grande schermo («Il cinema di Saverio Costanzo migliora L’amica geniale») è arrivata dalla seconda visione su Rai 1 dei primi episodi della serie tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante (edizioni e/o). La congiunzione astrale favorevole alla collaborazione tra le migliori eccellenze dell’industria dell’audiovisivo non solo italiana ha prodotto un gioiello di alto artigianato. C’è un best seller riconosciuto a livello internazionale con una storia semplice ma densa e profonda. C’è Fandango che ne acquista i diritti per la trasposizione e accetta la partecipazione al progetto di Wildside che coinvolge Hbo, una garanzia. Insieme affidano la regia a Costanzo (su suggerimento della stessa Ferrante). C’è la produzione di Rai Fiction e Timvision. Si scelgono gli sceneggiatori: Laura Paolucci e Francesco Piccolo che si aggiungono a Costanzo e Ferrante. Paolo Sorrentino è produttore esecutivo. Non sempre i tasselli del puzzle s’incastrano bene quando ci sono in gioco tante teste e tanti interessi. Stavolta sì e l’esito è superlativo. Gli ascolti record (29.3% di share per 7.092.000 telespettatori, senza contare quelli di Timvision), da Commissario Montalbano per capirci, dimostrano che il pubblico l’ha già riconosciuto.

La storia di Lila e Lenù (Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, esordienti ma già bravissime) inizia sui banchi della scuola elementare davanti alla formidabile maestra Oliviero (Dora Romano), pronta a riconoscerne i talenti e a spronarle alla curiosità e allo studio. L’amicizia tra le due bambine – una intrepida scugnizza dalla carnagione olivastra, l’altra eterea e timida ma tenace – si cementa attraverso prove di coraggio e condivisione di segreti. Ma il segreto più denso è nella magnetica Lila che inventa sempre nuove sfide, convincendo Lenù a valicare sempre i limiti: per andare al mare, scendere in una cantina buia, affrontare il malvagio del quartiere a viso aperto. La voce narrante di Alba Rohrwacher, flusso di memoria di Lenù adulta, introduce nell’intimità della storia e nella genialità dell’amica: «Prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia», scrive Ferrante. L’altro protagonista è il rione che ricorda certi villaggi western: teatro di soprusi, misoginia e povertà da cui emanciparsi. Un rione grembo, un quartiere incubatrice. Palestra dove ci si forgia per andare oltre.

La Verità, 29 novembre 2018

«Tutto ciò che ho imparato dall’Amica geniale»

Schivo, quasi ombroso, asciutto nelle risposte. Zero concessioni alle curiosità su vicende private. Zero esternazioni su temi politici ai quali sono avvezzi molti cineasti, suoi colleghi. Saverio Costanzo ha 43 anni, due figlie dal primo matrimonio con Sabrina Nobile e una filmografia di tutto rispetto (Private, In memoria di me, La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts). La sua immagine pubblica si condensa nel suo cinema e nel rapporto con il pubblico che ne deriva. La sua compagna è l’attrice Alba Rohrwacher, delicata voce narrante dell’Amica geniale, la serie evento tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante e prodotta da Fandango, Wildside e Hbo per Raifiction e TimVision che da martedì sarà su Rai 1 (su TimVision e online su RaiPlay). Al centro della storia c’è l’amicizia speciale tra Lila Cerullo (Ludovica Nasti e Gaia Girace) e Elena Greco (Elisa Del Genio e Margherita Mazzucco) che, dal rione Luzzati della Napoli dei Cinquanta, le spinge a emanciparsi dall’ignoranza, dalla misoginia e dalla povertà. Figura propulsiva di questa parabola è la maestra Oliviero (Dora Romano), capace d’infondere fiducia e autostima, convincendo le ragazze a studiare e coltivare la passione per la lettura. Una storia semplice, ma epica e carica di energia, che è diventata un successo mondiale e alla cui regia Costanzo si è accostato con umiltà, dedizione e sensibilità artigianale. I primi episodi trasmessi da Hbo hanno raccolto grandi consensi dalla critica americana. Time ha inserito L’amica geniale tra le dieci serie consigliate.

L’attesa è finita, che cosa si aspetta dal debutto televisivo?

«Niente. Il nostro lavoro l’abbiamo fatto, d’ora in poi quello che accade non è nelle nostre mani».

Dopo La solitudine dei numeri primi si era ripromesso di non cimentarsi più con un best seller.

«Confrontarsi con un universo simbolico già conosciuto e apprezzato dal grande pubblico implica paragoni impegnativi. Dopo il romanzo di Paolo Giordano ho diretto Hungry Hearts tratto da Il bambino indaco che, rimanendo un’opera di nicchia consentiva una trasposizione abbastanza libera».

Che cosa l’ha convinto a tornare a occuparsi di un’opera molto popolare?

«La storia di Ferrante. Sarebbe stato sbagliato rinunciare alla possibilità di misurarsi con personaggi così ben architettati e profondi, incastonati in una storia così originale».

Come definirebbe il rapporto tra le due protagoniste?

«Molto speciale, ma anche molto comune come sono i rapporti di amicizia. Credo che il successo clamoroso della tetralogia sia dovuto alla capacità del lettore d’identificarsi con le dinamiche interne dei personaggi. Quando accade una cosa del genere è perché c’è una forte aderenza psicologica ai protagonisti della storia».

In che misura secondo lei è autobiografica?

«Il racconto di Ferrante si svolge in un flusso di coscienza. È un lungo monologo interiore che ha una forma autobiografica».

È nata qui l’idea della voce narrante?

«È nata anche qui, ma è stata soprattutto una scelta istintiva. La prima volta che mi sono trovato davanti al libro ho subito immaginato una voce narrante. Essendo però stata una decisione istintiva non saprei dire quali siano le motivazioni concrete».

Che cosa è stato più difficile nella riduzione di un’opera così acclamata?

«La cosa più difficile è stata restituire la densità letteraria del testo. Il cinema inevitabilmente semplifica ciò che la letteratura rende più complesso. Sono linguaggi diversi. Accorpare o cambiare l’ordine degli eventi può portare a rendere meno denso o ad appiattire il racconto. La difficoltà maggiore è creare sempre una tensione drammaturgica, un’energia che riempia lo spazio scenico e i dialoghi tra gli attori».

Invece, che cos’è stato facile?

«Nel cinema non c’è niente di facile. Il bello è stato poter vivere in questo universo femminile per tanto tempo».

Si pensa debbano essere le donne a raccontare storie femminili.

«Nell’arte non ci sono le pari opportunità come in politica. È un terreno nel quale non riesco a pensare in termini di maschile e femminile. Mi piace Virginia Woolf come Fëdor Dostoevskij. Un romanzo così non sarei stato in grado di scriverlo, ma da lettore lo capisco benissimo. Essere profondamente maschio non mi impedisce di avventurarmi dentro una storia femminile, non sarei una persona compiuta. Sono stato educato da femmine a volte anche invadenti, mi sento a mio agio più con le eroine che con gli eroi».

Come avete individuato le interpreti nelle varie età?

«Con un casting circoscritto alla Campania e ai dintorni di Napoli. È un po’ come una pesca, si getta la rete e si raccolgono incontri, persone, facce. Tirata la rete, si cerca di conoscere meglio queste persone e di immaginarle nel racconto».

Il fatto di essere padre l’ha aiutata a lavorare con attrici bambine?

«Mi ha aiutato nella pazienza».

Come si è svolto il rapporto con Elena Ferrante?

«È stato come un dialogo con una persona che sta a Shangai e Skipe non funziona. Un rapporto epistolare, ottocentesco, nel quale ci diamo del lei. Quando ho iniziato a occuparmi della serie avevo già letto i primi tre libri. Avevo provato a prendere i diritti di La figlia oscura, un suo libro precedente».

La collaborazione alla sceneggiatura come si è sviluppata?

«Avevamo scelto di disturbarla il meno possibile, il 95% del lavoro l’aveva già fatto. Quando c’è stata la necessità di coinvolgerla ha dimostrato un profondo senso del cinema e della scena. Non è mai stata difensiva o possessiva della sua storia. Sospetto desiderasse una trasposizione più infedele».

Pubblicherete il carteggio?

«Ci penseremo, le sue note sono molto interessanti le mie molto meno».

Di questa storia le è piaciuta la passione per l’umano e per la vita?

«Sì, certo. Leggendo mi sentivo come un bambino sulla montagna russa. A volte ho anche avuto paura a girare pagina. C’è qualcosa di miracoloso quando s’instaura un rapporto così fisico con la narrazione».

Perché è una storia così apprezzata?

«Per la sua universalità. Se si intercetta davvero un personaggio raccontandone i movimenti interiori il pubblico si riconosce, essendo l’umanità uguale. Nel profondo, siamo tutti la stessa cosa».

Quanto concorre al successo dei romanzi l’inafferrabilità della sua autrice?

«Secondo me per niente. Le speculazioni sull’identità non hanno avuto molto seguito. Non si leggono duemila pagine per la curiosità sull’autrice».

State lavorando già sulla seconda stagione?

«Con lo stesso team: Francesco Piccolo e Laura Paolucci».

In una recente intervista suo padre ha detto che rivede in lei il suo dna…

«Non parlo di mio padre, per scelta personale. Credo che certi rapporti vadano preservati, è una questione di rispetto per il lettore».

Parlando della maestra, decisiva nell’infanzia di Lila e Lenù, ha definito L’amica geniale un’opera anche politica.

«Quando abbiamo messo in scena la maestra Oliviero ho capito che l’ostinazione di questa donna diventava sentimentale. Guardandola con l’occhio di oggi mi accorgevo che non abbiamo più persone come lei. Avvertire cosa significa la passione di un’educatrice che forma le persone di domani è un fatto politico».

Perché secondo lei oggi non ci sono figure autorevoli come quella maestra?

«Per rispondere servirebbe un’analisi sociologica. Ho 43 anni e non conosco un mondo diverso da questo. Bisognerebbe chiederlo agli anziani».

Quando ha capito che il cinema e la regia erano la sua strada?

«Ho studiato sociologia perché volevo fare l’etnografo. M’interessavano i piccoli gruppi sociali, le piccole realtà. Quando nacquero le tecnologie leggere, anziché con il taccuino ho pensato di documentare le situazioni con una piccola telecamera. Ho cominciato a girare dei documentari. Sono stato un anno in un caffè italo americano di Brooklyn, poi in un reparto di terapia intensiva al Policlinico Umberto I traendone documentari di 15 o 20 ore per Internet. Gianluca Nicoletti acquistò Caffè Milleluci per Rai.it. Nella Striscia di Gaza capitai a casa di un signore che abitava con i soldati israeliani sul tetto. Quando gli proposi di realizzare un documentario, lui suggerì di fare un film perché un documentario poteva essere pericoloso. Ne nacque Private, il mio film d’esordio».

C’è qualcosa, una lettura, un viaggio, un incontro decisivo nella sua formazione?

«Un viaggio di tre mesi in India con due amici. Era il 1997, fu uno di quei momenti in cui ti rendi conto di ciò che ti manca per diventare quello che vuoi essere».

Cos’era?

«Avevo 21 anni, per la prima volta ho capito quanto contava la mia curiosità, che poi mi ha permesso di diventare ciò che desideravo».

Il suo cinema è molto attento all’animo umano. Che punti di riferimento ha?

«Il cinema mi sorprende sempre. Mi piacciono da Quentin Tarantino a Ingmar Bergman, da Federico Fellini a Stanley Kubrick, da Yasujiro Ozu a Woody Allen. Quando sei giovane, per formarti, cerchi di essere qualcun altro. Poi rifletti e a un certo punto ti rendi conto che quello che fai somiglia solo a te. E che lo devi accettare, nel bene e nel male».

Che rapporto ha con la politica?

«La seguo molto. Mi appassiono, ma non sono una persona che tende a schierarsi».

A differenza di molti suoi colleghi che prendono posizione pubblicamente.

«Io lo faccio con il lavoro, rivolgendomi al pubblico. Inoltre, tendo a cambiare idea. Affermare qualcosa vorrebbe dire che ho le idee chiare, mentre non è così».

Che cos’è per lei l’amicizia?

«Una grande ricchezza, ma anche un grande fardello. Perché un amico ti ricorda spesso quello che sei e che magari vorresti dimenticare».

 

La Verità, 25 novembre 2018

 

 

«Veneriamo la tecnologia come una religione»

L’anagrafe conta fino a un certo punto. Paolo Giordano ha 35 anni ed è il più giovane vincitore del Premio Strega. Lo conquistò nel 2008, a 25 anni, con La solitudine dei numeri primi, il suo primo romanzo, che quell’anno vendette oltre un milione di copie e divenne un film con la regia di Saverio Costanzo. In Divorare il cielo (Einaudi) torna a raccontare una storia di formazione di un gruppo di ragazzi, ultratrentenni come lui, che passano dalla fede religiosa al credo ecologista alla rivoluzione digitale. L’anagrafe conta fino a un certo punto: «Dovrei sentirmi più vicino ai millennials», riflette. «Invece, mi rendo conto di essere più affine al sistema di pensiero dei miei genitori». Lo incontro in un locale di Torino.

Divorare il cielo è un romanzo sul bisogno di credere in qualcosa?

«È un romanzo sulla difficoltà di scegliere in che cosa credere. E sulla forte instabilità che ha una forma di credo oggi. Non solo per un fatto antropologico, ma anche per la complessità del mondo contemporaneo. Credo sia una difficoltà di molti».

È un romanzo sulle ideologie o sul desiderio di dare un significato all’esistenza che accomuna tutti?

«Sono refrattario a tutto ciò che ha a che fare con le ideologie, perciò mi sembra impossibile definirlo un romanzo ideologico. Sicuramente c’è un tratto anagrafico comune a persone che vivono a cavallo del millennio. Il che non vorrebbe dir niente se non fosse per il cambiamento radicale che è avvenuto. Veniamo da un secolo d’ideologie dominanti e siamo entrati in un nuovo secolo, dominato dalla polverizzazione o dall’atomizzazione. Delle ideologie non ho alcuna nostalgia, dell’attitudine a credere un po’ sì».

Secondo lei i millennials come cercano il senso della vita?

«Non è facile capirlo. Ho 35 anni e dovrei essere vicino ai millennials, invece, come struttura di pensiero, mi sembra di essere più affine ai miei genitori. Sono curioso di vedere come recepiranno il libro i più giovani, quando li incontrerò nelle scuole. Forse vediamo più differenze di quelle che in realtà ci sono».

Trenta o quarant’anni fa c’erano la Chiesa, i partiti, lo sport. Ora, mentre questi riferimenti appaiono più lontani, si affermano nuovi maestri e nuovi luoghi. Il cambiamento è stato in meglio?

«Non vorrei che il libro fosse inteso come una dichiarazione sui padri e sulle madri. La mia riflessione è sul bisogno di maestri più che sul fatto che quelli che ci sono hanno fallito oppure no. Il mondo ha accelerato, tenergli dietro è difficile per chiunque».

Però glielo chiedo: padre e madri hanno fallito o no?

«Forse non tutto è passato da una generazione all’altra. Lo dico anche a proposito di come ci si oppone a un sistema, di come si coltiva il proprio pensiero all’interno di un solco. I personaggi del libro sono un po’ tutti gettati nel mondo».

Non mettere radici profonde genera instabilità.

«Un progresso così rapido e complesso come quello di questi decenni ha fatto invecchiare rapidamente certi ancoraggi, mettendoci di fronte a tante opportunità anche morali, per cui oggi tutto risulta più difficile. I protagonisti del libro a un certo punto si danno regole precise. Il rispetto della natura diventa il comandamento massimo, per il quale sono disposti al sacrificio. Ma quando emerge un desiderio nuovo come quello di un figlio, che la natura da sola non appaga, si allontanano dal solco. Le generazioni più giovani vivono dentro questa discontinuità, questa incertezza. Io stesso la vivo».

Il mondo collegato alla rivoluzione digitale è la nuova religione dei millennials, un credo fatto di like, visibilità e narcisismo in tutte le sue varianti?

«Sono d’accordo sul fatto che un certo tipo di tecnologie siano oggi oggetto di venerazione. Se dovessi scegliere una fede dominante, direi proprio quella, con tutto il corollario di personalità carismatiche che ruotano lì attorno. Steve Jobs su tutti. Nel romanzo avevo idea di approdare lì fin dall’inizio, ma per arrivarci con senso sono dovuto partire da lontano. Nel momento in cui i ragazzi scappano e trovano l’ennesimo nascondiglio, in Germania, la loro attenzione si rivolge proprio al Web, ad Amazon… Inoltre, non è un caso che la prima frattura fra Bern e Cesare (il giovane e l’adulto della storia ndr) avvenga per l’acquisto di un computer».

È casuale che i protagonisti abbiano genitori distanti non solo geograficamente?

«Non è casuale. Anche se la narratrice viene dal quadro più borghese e solido possibile. Una costante dei miei libri è il tentativo di definire che cosa sia famiglia. Temo si stia tentando di definirla in un recinto molto stretto, mentre io la vedo come una realtà diramata ed estendibile».

Non è più il luogo dell’educazione e della testimonianza?

«Lo è, ma non necessariamente nella struttura tradizionale, che si dimostra non al passo con i tempi».

Il passo dei tempi ci sta dando un uomo più felice?

«Forse no. Ma di sicuro ci chiede una forte versatilità e adattabilità. Il cambiamento è molto più epocale e rapido di quanto ci accorgiamo. Quand’ero studente, 15 0 20 anni fa, i figli di separati erano anomalie. Tra i genitori dei ragazzi di oggi ci sono famiglie ricomposte, monogenitoriali, sovrabbondanza di padri e madri. Alla politica e al buon senso comune sta decidere se trattarle come errori o rendere più elastici i bordi delle definizioni. La rigidità con cui il sistema si oppone o le esclude genera solo stati di sofferenza».

I rapporti tra i ragazzi vengono messi alla prova dal desiderio di essere padri e madri. Perché anche questo oggi è complicato?

«Perché il futuro spaventa di più. L’incertezza è anche economica. C’è un senso di precarietà diffuso che aumenta il grado di responsabilità».

Per avere un figlio ricorrono alla fecondazione eterologa, imbattendosi in ambienti e medici ambigui.

«In Italia, fino a pochi anni fa, sulla fecondazione assistita c’era un vuoto legislativo che veniva colmato da persone animate dalle loro convinzioni o da obiettivi più ambigui; più spesso da una strana commistione delle due cose. Se la politica non pensa a regolamentare certe esigenze reali, chi le avverte e agisce di conseguenza rischia di passare per criminale. Come accadeva ai tempi dell’aborto clandestino».

Cosa pensa del ricorso alla gestazione per altri?

«Non ho una linea tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Per me l’unico criterio discriminante è la sofferenza delle persone».

Oggi facciamo nascere figli in tutti i modi oppure li sopprimiamo se indesiderati. Questo ventaglio di opzioni in contraddizione tra loro è vero progresso o sintomo di egoismo?

«Non lo so. Ho un atteggiamento iper laico su questi argomenti. Penso che il punto sia la grande impreparazione di tutti noi riguardo alle tante possibilità che abbiamo. Riportare il dibattito indietro, a livello politico e ideologico, è assurdo. Credo che dobbiamo educare il nostro senso critico per saper entrare nelle situazioni reali».

Dopo l’esperienza religiosa, i ragazzi del romanzo diventano ecologisti insurrezionalisti. Ha tratto ispirazione dai movimenti NoTav che hanno base a Torino? È un credo credibile?

«Se il romanzo fosse stato ambientato in Piemonte, sì, quei ragazzi avrebbero partecipato alle azioni NoTav. Le cause ecologiste sono territorializzate. In Puglia ci si batte contro l’abbattimento degli ulivi. Io non prendo parte, non l’ho mai fatto, sono sempre diviso. M’interessava capire dove un giovane oggi può investire le sue energie di protesta».

Protesta che sconfina nella violenza e nel terrorismo. A tratti viene in mente Pastorale americana.

«È un libro scritto negli anni dell’ultima ondata di terrorismo. C’è la genesi di un terrorista, di un integralista».

Pur di credere in qualcosa si può diventare terroristi: la società contemporanea non ha spazi che rispondano alla ricerca di senso?

«In modo significativo, non saprei. Ci sono tanti palliativi».

Tipo?

«Lo yoga in palestra, le diete bio, le vacanze ecosostenibili, le grandi camminate in montagna. Anche l’idea di mettere al mondo dei figli può diventare una forma di appagamento spirituale. Oppure, l’ambizione di costruire un piccolo mondo immune dalle regole del mercato. Avendo sgretolato i grandi sistemi spirituali, la ricerca di un credo si distribuisce e si frammenta».

Che giudizio dà dei media?

«Sono un disastro. Hanno abdicato alla responsabilità di fare da guida. Famiglia, fecondazione, ambientalismo sono questioni capitali: visto che la politica latita, mi aspetterei dai media una funzione di supplenza, un lavoro che aiutasse a creare consapevolezza e discernimento. Non vedo niente del genere».

La letteratura che ruolo può avere?

«Può provare a dissodare le coscienze. Può far sorgere domande scomode. Se una cosa non ti tocca personalmente è facile tirare la riga della moralità: di qua sì, di là no. La letteratura aiuta ad attraversare questa linea, a spostarla o a toglierla del tutto».

C’è chi ritiene che le serie tv siano la letteratura del futuro: concorda?

«Le serie mi piacciono, ma non le amo. Non sottoscrivo l’identificazione tra serie e romanzi. La narrazione televisiva sfrutta il romanzesco e i romanzi devono fare i conti con la serialità, ma la struttura è diversa. Le possibilità di profondità che il romanzo consente sono inavvicinabili anche dalle serie più riuscite. Credo che l’impegno di leggere un romanzo, se lo è davvero, offra un premio molto maggiore».

Tornando a Divorare il cielo, il suo bisogno di credere ha trovato casa?

«Se la domanda secca è se credo in Dio, la risposta è sì. Ma…».

La domanda è se ha trovato qualcosa che risponda alla sua ricerca di felicità?

«Diciamo che ci sto lavorando».

 

La Verità, 24 giugno 2018

 

La fabbrica delle serie americane è ancora nuova?

E se “la nuova fabbrica dei sogni” stesse cominciando a invecchiare? Non dico che sia già vecchia. No. Dico che forse è una fabbrica un po’ matura, che inizia a mostrare qualche segno di cedimento, qualche principio di ruga. La superficie del piccolo schermo – e dei pc, dei tablet, persino degli smartphone, dove i millenials più spesso le guardano – non è più così levigata. La nuova fabbrica dei sogni – Miti e riti delle serie tv americane è il saggio pubblicato da Aldo Grasso e Cecilia Penati (Il Saggiatore), frutto di ricerche e analisi approfondite del genere più in voga nella televisione mondiale, dalla metà del secolo scorso fino a oggi. La conclusione è che la serialità americana è divenuta un genere in piena regola, e che oggi “si fatica a trovare un romanzo moderno o un film che sia più interessante di un buon telefilm”. La tesi è sviluppata da Grasso nel primo capitolo, l’unico da lui firmato (il secondo, di excursus storico, è di Cecilia Penati, mentre gli altri tre – farciti di inglesismi che farebbero impazzire Camillo Langone – non sono firmati). “La serialità televisiva è forse la vera espressione del nostro tempo, al centro di infiniti raggi di vincolante degnità, la via di transito dei molti significati che ci circondano e che spesso ci appaiono illeggibili”. Le serie sono il genere più contemporaneo della tv del terzo millennio. Per linguaggio, innovazione, costruzione dell’immaginario. La loro consacrazione è un fatto conclamato e indiscutibile.

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Don Draper in Mad Men

È sull’americanità del fenomeno che forse si può rivedere l’assunto. Negli ultimi cinque anni si è passati progressivamente dal monopolio pressoché esclusivo di Hollywood alla sua centralità, fino ad un primato che, se pur resta solido, comincia afare i conti con la produzione europea. Ci sono state serie scandinave come The Bridge e The Killing delle quali gli americani hanno realizzato dei remake. C’è stata Gomorra, che è andata in onda in italiano, sottotitolata, nei network d’oltreoceano. Per contro, mentre la produzione a stelle e strisce aumenta, incentivata anche dall’avvento di Netflix, Amazon e Apple, la qualità delle storie, sempre più industrializzate, inizia ad attenuarsi. È soprattutto in termini d’innovazione che le serie americane sembrano perdere penetrazione. Dagli anni zero di Mad Men, LostThe Wire, I Soprano, West WingBreaking Bad, Six Feet Under, Glee, solo per citarne alcuni, negli anni dieci, pur in presenza di una crescita quantitativa, si è passati a House of Cards, True Detective (prima stagione), Mr Robot. Certamente, il primato americano persiste, soprattutto grazie a una produzione che mantiene un livello di sofisticazione medio più elevato. Ma la forbice tra America e Europa si riduce. “Il telefilm – prosegue Grasso – è un misto tra autorialità pura e design, fra idea e fabbrica, una miscela meravigliosa e impossibile di creatività e ripetizione, di ricalco e riscrittura”. La figura cardine di questo sistema è lo showrunner, colui che “fa correre” lo show, mediazione tra creativo-ideatore e produttore esecutivo, che in Europa è comparsa solo di recente. Il libro tratteggia storia e sensibilità di alcuni dei più interessanti tra loro, da J.J. Abrams (Alias, Lost) a Matthew Weiner (Mad Men, I Soprano), da Aaron Sorkin (West Wing, The Newsroom) fino a David Simon (The Wire), mettendone in luce ossessioni e predilezioni, stili narrativi e formule linguistiche. Poi, negli States esiste un canale come HBO, che ha fatto scuola svezzando e formando generazioni di autori e sceneggiatori. E già questo, da solo, basta a tenere ben solide le basi del primato…

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Elliot Anderson, protagonista di Mr. Robot

Il secondo spunto offerto dal volume è che anche i telefilm sono stati vittima della critica alla tv cattiva maestra, ritenuti causa dell’abbassamento della cultura di massa costruita sul minimo comun denominatore. Ci sono voluti decenni per riconoscer loro un adeguato livello di “artisticità”. In verità, non credo che anche per le serie sia valsa la famosa Curva del Dormiglione (Steven Johnson in Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori). Ovvero che, secondo l’esperienza de Il Dormiglione di Woody Allen, dopo la sveglia fra 150 anni, ci accorgeremo che le merendine e le torte alla crema facevano bene. Nuocciono sempre al colesterolo e alla glicemia e nuoceranno anche fra due secoli. Merendine e salsicce sono reality e cronaca nera raccontata in modo morboso. Non i telefilm, mai stati trigliceridi in eccesso o grassi saturi della dieta. Semmai, da un territorio di esclusiva evasione, hanno conquistato lo status di opera letteraria, in grado di rappresentare la nostra civiltà e, ad un tempo, di psicanalizzarla.

Anche i telefilm si sono evoluti. Da Bonanza a True Detective, da Happy Days a Mr Robot. Rispetto a 40/50 anni fa, ora Hollywood esibisce ossessioni e perversioni, effetti collaterali del sogno americano. Ma a ben guardare, si tratta di sogni comuni anche di qua dell’oceano. Pure in Europa, attraverso le serie si realizza una grande seduta psicanalitica, un processo catartico, un tentativo di esorcizzare e sgravare la coscienza, metabolizzando attraverso la scrittura e lo storytelling, le nostre paure e le nostre deviazioni. “È tutta una questione di personaggi, personaggi, personaggi… Ogni cosa dev’essere al servizio delle persone. È questo l’ingrediente segreto dello show”, ha osservato Damon Lindelof, uno degli autori di Lost. In fondo, tutta la serialità racconta l’ambizione dell’uomo di essere artefice incontrastato delle proprie fortune, di affermarsi attraverso la conquista del potere, del successo, cercando di gratificare il proprio ego in tutti i modi. Spingendo il limite sempre più in là, come si vede anche in Mad Men, in HoC, in Vinyl, in Breaking Bad. Con il rischio che i nostri sogni si tramutino in incubi.