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La serie che ci trasforma tutti in psicanalisti

È una lunga tele-seduta psicanalitica con due soli attori (Oscar Isaac e Jessica Chastain) che interpretano marito e moglie in crisi, la miniserie Scene da un matrimonio, cinque episodi prodotti da Hbo in onda su Sky Atlantic e Now, remake di quella diretta nel 1973 da Ingmar Bergman. Del resto lo sceneggiatore, produttore e regista è Hagai Levi, ideatore del fortunato In Treatment, che narrava i dialoghi di un affascinante psicoterapeuta con i suoi pazienti. Qui invece gli analisti siamo noi telespettatori, portati di volta in volta a parteggiare per lui o per lei. Perché, forse, in questo ritratto di famiglia in un inferno dell’upper class newyorchese (ci sarebbe anche la figlioletta Eva), una delle possibili chiavi di letture è proprio il fatto che marito e moglie si rapportano e interagiscono come due entità separate. E così la lunga tele-seduta procede mettendo a confronto due egoismi – si usa ancora questa parola? – senza che mai, o molto raramente, faccia capolino la consapevolezza del «noi».

Orbene: in apertura del primo episodio, Jonathan, docente di filosofia di formazione ebraica e Mira, donna in carriera della new technology, si sottopongono al questionario di una ricercatrice la cui tesi dichiarata è che quando in una coppia è lei a portare a casa più soldi le cose vanno subito meglio. Così è Jonathan ad addormentare Eva e a mettere i cartoni per farla star buona. Basterebbe un semplice rovesciamento dei ruoli – è ancora lecita questa espressione? – per far funzionare le cose. Purtroppo, però, la crisi, anzi, la disperazione, cova sotto i sorrisi di circostanza. E mentre lui prova a razionalizzare ogni minimo dettaglio, lei annuisce con crescente distacco. Perché, se è vero che siamo davanti a uno show in cui la parola domina sull’immagine, a volte basta un primo piano per fotografare quello che le parole non riescono a dire. E che, anzi, a volte confondono, perché l’intellettualismo è il virus letale della troppa psicanalisi. Qual è, per esempio, quel marito che dopo la rivelazione della moglie di un tradimento che dura da diversi mesi con un uomo più giovane di 10 anni, superati lo sbalordimento e lo sfogo, si addormenta al fianco di lei? E qual è quell’uomo che la mattina dopo aiuta la moglie a preparare il bagaglio per il viaggio con il rivale? È solo uno dei passaggi più astratti della pur appassionante vicenda, impregnata di torture e tormenti, sul ciglio di un nichilismo senza riparo. A conferma ulteriore che oggi, senza una ragione assai solida, sposarsi è una scelta molto controcorrente.

 

La Verità, 6 ottobre 2021

La realtà avvince più delle sceneggiature creative

C’è il capo della squadra omicidi di Copenaghen dagli occhi grandi e asimmetrici, soverchiato da un’indagine di grande complessità sulla scomparsa di una giornalista nelle acque del mar Baltico. C’è uno strano sommergibile affondato e poi rinvenuto dagli investigatori, di proprietà di un enigmatico inventore. Ci sono dei sommozzatori che devono scandagliare palmo a palmo i fondali marini per rinvenire il cadavere della giornalista e comprovare la versione del proprietario del sottomarino che asserisce di averla affidata agli abissi dopo che, colpita dal portellone dell’imbarcazione, è morta. Ci sono, infine, le due famiglie: quella dei genitori della giornalista, dilaniati dalla morte dell’unica figlia, e quella del capo della polizia, votato al lavoro per il quale, a sua volta, ha a lungo trascurato la sua figlia unica. È la trama di The Investigation, miniserie in sei episodi di 45 minuti di Hbo, in onda su Sky Atlantic e on demand. Solo che non è fiction, ma la ricostruzione dell’indagine sull’omicidio realmente avvenuto della giornalista svedese Kim Wall, collaboratrice di The Guardian, The New York Times, Vice, uccisa dall’inventore danese Peter Madsen nell’agosto del 2017. Una storia che i media scandinavi ribattezzarono rapidamente «il giallo del sottomarino».

Nella luce livida delle terre baltiche, già territorio fecondo di molta ottima serialità, Jens Møller (Søren Malling) sembra ipnotizzato dal caso che l’ha investito. Spesso inquadrato di spalle mentre cammina nei corridoi della stazione di polizia, rintuzza le richieste dei giornalisti e cerca di rispondere in qualche modo alle domande dei genitori della vittima. Quando lo si vede in faccia, il suo sguardo esprime un senso di sproporzione. Più passano i giorni e più la soluzione sembra allontanarsi. Serviranno la dedizione dei collaboratori, i cani da cadavere, le carte di un oceanografo studioso di correnti, l’abnegazione della squadra di sommozzatori, guidati da un capo comprensibilmente scettico.

Sembra un documentario e invece è una serie, magnetica forse proprio per la sua rarefazione, per i dialoghi essenziali, per le tante cose che non si vedono ma s’immaginano del racconto che procede per sottrazione. «Questo programma è consigliato ad un pubblico adulto», si avverte come spesso accade, all’inizio di ogni episodio. Ma vien da pensare che qui «adulto» stia per maturo. Non c’è bisogno di romanzare come in molte serie italiane, da Leonardo ai libri di Andrea Camilleri, per ruffianarsi un pubblico che evidentemente si ritiene acerbo. La realtà, ben raccontata, è già avvincente di suo.

 

La Verità, 30 marzo 2021

Onore e legge sacrificati sull’altare del padre

Nei primi dieci minuti di Your Honor ci saranno una ventina di parole, ma la tensione è già a mille e la storia scolpita nel marmo. Cadenzata, magnetica, ossessiva, la serie di Showtime in onda su Sky Atlantic si avvale di dialoghi densi e di una sceneggiatura impeccabile, costruita come un gorgo scorsoio nel quale affonda Michael Desiato (il Bryan Cranston di Breaking Bad), il più autorevole giudice di New Orleans, che vive con il figlio diciassettenne Adam (Hunter Doohan). Il giorno dell’anniversario della morte della madre, Adam investe con l’auto un coetaneo e, preso dal panico, fugge lasciandolo morire sulla strada. Senonché la vittima è figlio del boss mafioso più potente della città (Michael Stuhlbarg), e costituirsi significherebbe consegnarsi alla vendetta in carcere. Da questo momento inizia la strategia di depistaggio del padre per difendere il ragazzo. Una strategia che, di violazione in violazione, lo porta a infrangere la legge e i principi su cui ha costruito tutta la sua esistenza, ora priva anche del conforto di una compagna. La risposta alla domanda «che cosa sei disposto a fare pur di salvare tuo figlio?» che soggiace alla vicenda è una vita schizofrenica. Ma se il titolo cita il modo in cui nei tribunali americani sono chiamati i giudici, con lo scorrere dei fatti l’onore è puntualmente infranto. È infatti il ruolo del padre a prendere il sopravvento su quello del magistrato.

Illuminato da una luce fredda e da una scrittura rarefatta, Your Honor è il thriller drammatico migliore degli ultimi anni e meriterebbe un maggiore approfondimento per i concetti toccati. Come quello dell’onore, legato alla statura e alla rettitudine del soggetto da cui derivano stima e rispetto, e oggi dai social banalmente equiparato alla reputazione. E poi, soprattutto la meditazione sulla paternità. Che, con lo scorrere degli episodi, si giova del confronto-scontro tra l’uomo di legge e l’uomo del crimine, quasi accomunati dalle loro storie di uomini scafati eppure fragili e incerti in quanto genitori privi di una prospettiva di redenzione. «L’amore di un padre per un figlio è qualcosa di incondizionato», dice a un certo punto il boss mafioso. «È un amore capace di trasformarti in un modo che non avresti mai creduto», gli fa eco il giudice. Ha scritto Charles Péguy sull’argomento: «C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moder­no: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventu­rieri non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto».

 

La Verità, 28 febbraio 2021

The Undoing e la falsità, arma di difesa dei ricchi

Si poteva fare meglio, certo. Si può sempre, dato che la perfezione terrena non esiste. Però avercene di miniserie così. Un thriller psicologico che evolve in legal drama, catapultandoci nell’Upper East di Manhattan, case, alberghi, ristoranti, salotti con pianoforti e gallerie d’arte che già da sole fanno, come si dice, storytelling (aiuto!). E poi ci sono le telefonate in terrazza con vista sull’East River e i cappottini fluttuanti di Nicole Kidman, la psicoterapeuta Grace, sposata con Hugh Grant, l’oncologo pediatrico Jonhatan Fraser, genitori di Henry, adolescente iscritto all’esclusivo collegio dove si organizzano aste di beneficenza con le quali le mogli dell’alta borghesia appagano il loro desiderio filantropico. Perché poi è qui, nell’ipocrisia, il focus narrativo di The Undoing (Sky Atlantic e on demand), sei episodi tratti da Una famiglia felice di Jean Hanff Korelitz con la regia di Susanne Bier. Una miniserie Hbo che prosegue la riflessione sulla menzogna iniziata dal produttore David E. Kelley in Big Little Lies. Anche lì c’era Nicole Kidman e anche lì ci trovavamo nell’alta borghesia, solo insediata nelle ville sul mare di Monterey in California. E anche qui c’è da scoprire il colpevole dell’omicidio di Elena Alves, l’artista impersonata da Matilda De Angelis (Veloce come il vento e la sottovalutata Tutto può succedere), cui è stato fracassato il cranio a martellate, indiziatissimo Grant, suo ambiguo amante. Che farà la moglie, starà al fianco del marito infedele, ma non assassino? E la sua professione di strizzacervelli l’aiuterà ad avere la giusta distanza nel vedere più a fondo? Tutto ruota attorno alle «verità non dette» (il sottotitolo) che si scoprono strada facendo, mentre gli interrogativi si accavallano tra stereotipi un po’ prevedibili: i mariti fedifraghi, a cominciare dal padre di Grace (il sempre magnetico Donald Sutherland), i bambini vittime terminali delle menzogne, i neri più retti dei bianchi, la complicità femminile che sovverte l’inerzia. Sì, certo, si poteva fare meglio. Nella recitazione, in qualche dialogo, nella promozione («la serie che ha sconvolto l’Europa»). Però, la storia c’è e con autocritica sociale incorporata. «Gli investigatori non la credono sincera», dice a Grace la tosta avvocatessa interpretata da Noma Dumezweni. «Perché?». «Perché è quello che i ricchi e gli altolocati fanno se sono minacciati. Tengono nascoste scomode verità. Per proteggere sé stessi, la loro famiglia, il loro ruolo nella società, la loro immagine pubblica. E credono di poterla fare franca soltanto perché sono facoltosi». Fischiano le orecchie a qualcuno?

 

La Verità, 19 gennaio 2021

La sofisticatezza di Guadagnino sa d’ideologia

Spiace, ma tocca dissentire. Dagli osanna diffusi, dai cori entusiastici, dagli ooohh di meraviglia. I media si sono sperticati: «Una serie mozzafiato» (Vanity Fair), «Un affresco vivente e finemente dettagliato» (The New York Times), «Sbalorditiva, a dir poco bellissima» (Rolling Stone), tanto per citare qui e là. Purtroppo no, non condivido tanta esaltazione. We are who we are – Siamo ciò che siamo di Luca Guadagnino l’ho trovata irritante e indisponente. Non solo per ciò che racconta. Soprattutto per l’operazione ideologica che contiene. Per il modo di fare cinema e televisione. Scientificamente intellettuale, astratto, programmaticamente altero. Un modo che, intervistato da Marco Giusti per Dagospia, il regista di Chiamami col tuo nome ha spiegato citando Bernardo Bertolucci: «Luca ed io lavoriamo sul cinema pensando non alla realtà, ma al cinema per arrivare alla realtà». Tutto chiaro, no? Lo spunto dell’opera non è la vita, ma la nostra idea, la nostra pensata per il cinema. Che, attraverso esercizi di stile più o meno riusciti, porta a narrare qualcosa che ci sta a cuore.

Una coppia di lesbiche con figlio al seguito precipitata dentro una base militare: non è una bella pensata? Non è un’idea pittoresca? Che dà la sveglia a un ambiente retrogrado come quello dell’esercito, sebbene americano. Credevate che i battaglioni dei marines fossero uno degli ultimi posti dove il bianco e nero sono ancora tali senza troppe sfumature e distinguo? Vi sbagliate. Ecco una bella centrifuga di opposti che fa saltare il banco delle convenzioni e dimostra che il mondo gender è avanti e i militari sono indietro. Che la fluidità e la scelta di genere sono il futuro e la famiglia tradizionale opprime le libertà ancor più delle gerarchie dell’esercito. È la trovata di Guadagnino per We are who we are, otto episodi in onda su Sky Atlantic (coprodotti da Sky e Hbo con The Apartment di Wildside, entrambe del gruppo Fremantle, e Small Forward) tra gli applausi generali della critica mainstream.

Unghie smaltate, capelli ossigenati, abbigliamento queer e auricolari perennemente innestati nelle orecchie, il protagonista Frazer (Jack Dylan Grazer) si aggira irrequieto tra gli edifici dell’enclave militare citando poeti sparsi. Siamo nel 2016, durante la campagna per le presidenziali americane, e la di lui madre (precedente matrimonio, inseminazione artificiale o maternità surrogata?), interpretata da Chloë Sevigny, è il nuovo capo della base, accolto con evidente disappunto dall’ufficiale nero e trumpiano (Kid Kuli), uso a tirare di boxe con la figlia Caitlin (Jordan Kristine Seamon), coetanea di Frazer.

La pensata è astrusa e artificiale, ma la trama è costruita ad arte. Con simili genitori, infatti, non è difficile immaginare che Frazer e Caitlin abbiano qualche problema di identità e finiscano per familiarizzare, scambiandosi vestiti, confidenze sulla loro irresolutezza, condividendo il rasoio per tagliare la prima peluria sopra le labbra. È questa indeterminatezza sessuale con le sue sfumature miste tra mascolinità e femminilità il centro della storia. Una volubilità per la quale, tanto per rendere la complicazione della vicenda, si è coniato l’ossimoro «normalità trasgressiva».

Nell’intervista citata Guadagnino ricorre spesso all’aggettivo sofisticato e precisa che la sua «arte è far sembrare improvvisata una serie ultra-scritta». Stia tranquillo, nessuno l’aveva sospettato. E non solo perché, tra gli sceneggiatori, oltre a Francesca Manieri c’è il premio Strega Paolo Giordano. Ma perché tutto, dall’idea di partenza fino all’ultima ripresa, è evidentemente studiato. In una scena del terzo episodio, la madre-comandante flirta con il suo attendente sul quale ha poco prima riflettuto a voce alta: «È il mio tipo, ma non il mio genere». Stupito, Fraser osserva poco distante insieme a Caitlin, tagliata a metà dall’inquadratura. Chi è davvero colpito dalla stranezza della madre è lui. We are who we are è questo esercizio di ambiguità e doppiezza, reso anche dai movimenti della cinepresa, senza mai un centro riconoscibile. Provvisorie e oblique le riprese, sfalsate le voci rispetto ai volti. Spesso qualcuno parla, pensa a voce alta senza comparire. L’effetto è un senso d’instabilità, volubilità, fuggevolezza. Oltre che nell’abbigliamento e nel minimalismo da bidet, la fluidità è resa dall’assenza di un fulcro visivo. L’occhio del regista rallenta sugli indumenti raggrumati a bordo piscina, sulle bottiglie di birra e di whisky vuote e sui posaceneri pieni dopo lo sballo post matrimonio improvviso e improvvisato tra il milite in partenza per la missione e la bella del posto. Quella parte di Laguna popolare che rimane sullo sfondo della storia. E dove, volendo fare un bagno di realtà, la sofisticatezza di Guadagnino probabilmente risulterebbe in tutta la sua artificiosità. Chissà che cosa direbbero gli avventori di un’osteria di Chioggia o i pescatori del porto di una coppia di lesbiche con figlio in una base militare americana.

 

La Verità, 20 ottobre 2020

Il cuore nascosto di Petra farà quadrare la serie?

E se la faccia una risata ogni tanto», dice il capo della mobile (Riccardo Lombardo) a Petra dopo averle dato stringate istruzioni sulla reperibilità da garantire in assenza di un collega malato. «Come no, quando ce n’è motivo, volentieri», replica poco conciliante l’ex «avvocata» ora all’archivio della questura e, causa emergenza, spostata alla omicidi. Citando un vecchio gioco per bambini, verrebbe da commentare: fuochino. Non è tanto il fatto di ridere o sorridere, quanto di stare un attimo rilassati, togliendosi quel broncio stampato in volto. Insomma, il temperamento di Petra (Paola Cortellesi) che vive in una bellissima casa immersa nel verde, popolata di grilli «che servono per il ragno», è chiaro dopo due scene. E, verosimilmente, finirà per dividere il pubblico tra chi amerà questo cipiglio scorbutico e chi lo respingerà. Anche la sensazione che sia piuttosto complessa la quadratura del trapezio della nuova serie Sky original (con Cattleya e Bartleby film), quattro episodi lunghi tratti da altrettante storie di Alicia Giménez-Bartlett, da ieri su Sky Cinema, Sky Atlantic e on demand, è immediata. Sono tante infatti le variabili da mettere in equilibrio fra ambientazione, trama, personaggi e interpreti. Il primo azzardo è reinventare Cortellesi in un ruolo lontano dalla sua zona di conforto: una poliziotta anaffettiva, con due divorzi alle spalle, sempre in impermeabile nero, ispettrice senza mai aver indagato su un caso. La seconda scommessa è Genova, città trascurata dalla fiction nazionale, qui vista sempre di notte e prescindendo dal mare per sottolineare il gotico delle storie. Più semplice risulta l’alchimia tra gli opposti, Petra e il suo vice (Andrea Pennacchi), un vedovo arruffato, buona forchetta (Petra non cucina) e un filo moralista, al quale «non sta bene avere un capo donna» (che novità). Pian piano, però, la complementarità tra i due si afferma nelle indagini su una serie di stupri perpetrati nei carruggi da un giovane incappucciato che marchia le sue vittime sul braccio sinistro. Tra il ricomparire degli ex mariti di lei e il bilancio esistenziale di lui, l’intrigo noir della serie resta in secondo piano rispetto ai misteri privati dei due investigatori. Creare una nuova coppia italiana di profiler di ambientazione nichilista non è facile. Anche se, curiosamente, i dialoghi sfiorano le domande sulla felicità. Vuoi vedere che anche Petra ha un cuore? Sarà questo il tocco mediterraneo che dovrebbe differenziarla dai polizieschi nordici, tipo The Bridge e Bordertown?

 

La Verità, 15 settembre 2020

Quei Diavoli che stanno in cima alla globalizzazione

La forza di Diavoli, la nuova serie in onda su Sky Atlantic, è nell’equilibrio. Nell’ampiezza della prospettiva e nella contemporanea capacità di tessere e mantenere tesi i fili del racconto. Tratta da I diavoli (Rizzoli) di Guido Maria Brera, un passato nel trading della finanza, un presente da scrittore e fondatore di La nave di Teseo, ben recitata da Patrick Dempsey, Alessandro Borghi, Kasia Smutniak, Lars Mikkelsen e il resto del cast, prodotta da Sky Italia e Lux Vide, in collaborazione con Orange studios e Ocs, diretta da Nick Hurran e Jan Maria Michelini (cinque episodi a testa), Diavoli ha l’ambizione di riscrivere l’estetica e il linguaggio della serialità, non solo di Sky, degli ultimi anni. Non una storia locale, seppur potente, un microcosmo emblematico che approda alla ribalta internazionale come abbiamo visto da Gomorra in poi, passando per Suburra per la produzione italiana, oppure da The Bridge a Fortitude per quella nordica, fino alla stessa Casa di carta per quella latina. Ma una vicenda che nasce proprio nel cuore della globalizzazione. Vuole rappresentarla e interpretarla. Dipanandosi tra Londra, New York e le capitali dell’alta finanza, con precise contestualizzazioni nella storia vera, l’arresto di Dominique Strauss-Kahn, la guerra libica e l’uccisione di Gheddafi, lo sprofondo della Grecia.

Siamo a Londra nel 2011 e al comando della New York London Investment Bank c’è l’ambiguo Dominic Morgan (Dempsey) che sta per scegliere il suo vice. Il candidato più accreditato è Massimo Ruggero (Borghi), talentuoso broker che ha anticipato l’evoluzione della crisi greca. Quando il suo rivale muore, apparentemente suicida, precipitando dall’ultimo piano nella hall della Nyl e i sospetti ricadono su di lui, la stella di Ruggero si offusca e l’intreccio narrativo decolla. Tutti i diavoli sono guerrieri o monaci votati al successo, con un lato oscuro. La novità della serie sta nel respiro del racconto che non perde mai compattezza tra i suoi fulcri narrativi. Il primo è il focus logistico: l’ammaliante sede della Nyl, il posto del potere, il quartier generale finanziario da dove si controlla il mondo, che ha nell’organizzazione anarchica Subterranea il suo antagonista. Il secondo è il thriller legato alle indagini sulla morte del rivale di Ruggero. Il terzo focus è quello sentimentale: le storie del cuore, che comprendono l’origine umile e il bisogno di riscatto di alcuni dei protagonisti. Tutto narrato con linguaggio internazionale, nella luce abbagliante della city. L’unico snodo che non si scioglie sono i complicati meccanismi delle borse. Ma qui siamo dalle parti dell’impossibile.

 

La Verità, 24 aprile 2020

1994 e le storie degl’iscritti alla fiera delle vanità

Siamo dunque giunti all’ultima stagione della trilogia di Sky sul passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. E, come in ogni trilogia che si rispetti, il capitolo finale è compimento e apoteosi. Dopo quello della rivoluzione e quello del terrore, il 1994 è l’anno della restaurazione (regia di Giuseppe Gagliardi e Claudio Noce, produzione Wildside di Fremantle, venerdì, ore 21,15, Sky Atlantic, Sky Cinema Uno e On demand). Nella terza stagione anche l’equilibrio narrativo si definisce, come se, aiutati dagli accadimenti reali più forti, sceneggiatori e registi avessero trovato la spinta giusta per consolidare i profili degli outsider, veri protagonisti della serie, con vicende ancora più drammatiche.

Dunque, ci sono la discesa in campo, il duello tv tra Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e Achille Occhetto, il discorso dell’«Italia è il Paese che amo», il trionfo elettorale e lo sbarco a Roma di molte avvenenti onorevoli, la nomina di Irene Pivetti, presidente della Camera. C’è, soprattutto, lo scontro con Mani pulite con il decreto Biondi e il rifiuto di Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi) della poltrona di ministro dell’Interno. Poi il ruolo della Lega di Umberto Bossi, alleato infido, il vertice sulla criminalità di Napoli e l’invito a comparire al premier, con un cameo di Luca Zingaretti nei panni di Paolo Mieli, e la caduta del governo. In mezzo ecco snodarsi le storie di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), l’uomo ombra del Cavaliere, Veronica Castello (Miriam Leone) che diventa miss Parlamento, e Pietro Bosco (Guido Caprino), il leghista rozzo e doppiogiochista. E sono proprio queste storie a dare ancor più sapore alla storia ufficiale, nota fin nei dettagli, compreso quello della spilla «incanta burini» sul bavero dell’abito di Berlusconi durante il duello tv (Enrico Deaglio scrisse accigliate pagine in Besame mucho). Le parabole di Notte, Castello e Bosco, con i loro punti di vista laterali, sono il backstage dell’ufficialità e della storia con la maiuscola. A ognuno di loro è intestato un episodio. Notte è l’uomo del lavoro sporco, frequentatore di corridoi, camere e camerini, latore di ambigui messaggi e ultimatum. Castello è la soubrette disposta a tutto per conquistare il suo posto al sole dove potrebbe scottarsi. Bosco è l’ingenuo animato da buone intenzioni che si dibatte in un gioco più grande di lui. In fondo, questo è il destino comune di tutti e tre i personaggi della finzione: iscritti alla fiera delle vanità e intrecciati a quelli che finiranno sui libri di storia, qui narrata come un thriller.

 

La Verità, 6 ottobre 2019

Gomorra, Saviano e quell’ambiguità dei boss

Sì, un pizzico del magnetismo di Ciro Di Marzio manca, nella quarta stagione di Gomorra. Manca il suo carisma, nel bene e nel male epicentro della saga, sopravvissuto immortale alle fini traumatiche, ma più metabolizzabili, di don Pietro Savastano, Donna Imma e Salvatore Conte. Difficile farne a meno perché la trama un filo si svuota, pur rimanendo un gran bel prodotto, forte e teso quanto basta, forse di più negli episodi 5 e 6, proprio quelli con la regia di Marco D’Amore che, senza perdere di vista il gangster movie, ha trasferito dietro la cinepresa i suoi riferimenti teatrali (Shakespeare, la tragedia greca, il tradimento di Giuda). Gli altri episodi sono diretti, i primi quattro da Francesca Comencini, anche supervisore artistico, altri due a testa da Enrico Rosati e Ciro Visco, e gli ultimi due da Claudio Cupellini (venerdì, ore 21.15, Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, produzione Cattleya).

La seconda novità di questa stagione è lo scenario geoeconomico in cui agiscono i clan criminali. Se, nella precedente, le cosche avevano conquistato il centro storico, ora Napoli diventa soprattutto la base per traffici con ramificazioni internazionali. Senza il suo compare, Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) si spinge fino alla City londinese per consolidare il progetto di un grande aeroporto in Campania. A presidiare Secondigliano rimane Patrizia (Cristiana Dell’Anna) che, superato l’apprendistato, ora è un boss emergente che deve affrontare parecchie difficoltà con il suo braccio destro, le famiglie alleate di Sangue blu e dei Capaccio, e il nuovo clan dei Levante, il cui potere si estende dal racket della coca a quello dei rifiuti della Terra dei fuochi. Senza disdegnare gli elementi psicologici e privati – la storia d’amore di Patrizia con Mickey Levante e l’equilibrio di Genny con la moglie Azzurra – soprattutto nei primi, più lenti, episodi, la riflessione si concentra sul potere e i metodi per esercitarlo. Genny e Patrizia comandano con mano ferma, ma dolce: lui vuole festeggiare il compleanno del figlioletto invitando i compagni d’asilo e l’intero quartiere, lei vuole recuperare il rapporto con il fratello, umile cameriere. Sono boss giusti, la cui spietatezza affiora, inevitabile, solo con chi li ostacola. Una lezione nella quale sembra intravedersi l’ispirazione di Roberto Saviano. Sono anche boss capaci di un’ambiguità ad altissima definizione: «In tanti anni che lavoro, una cosa così non l’avevo mai sentita», dice Alberto (Andrea Renzi) rivolto a Gennaro riguardo ai suoi metodi. E Gennaro risponde: «È pecché nui simm ’o cambiamento, Albe’». Proprio così. E ogni riferimento è puramente casuale.

 

La Verità, 30 marzo 2019

Il terzo True Detective? Un gran bel noir sociale

Migliore della seconda, ma ancora lontana dalla qualità della prima, la terza stagione di True Detective, trasmessa in versione sottotitolata da Sky Atlantic in contemporanea con Hbo che la produce, colma un’attesa di quattro anni ma solo in parte il divario artistico dall’edizione con Matthew McConaughey e Woody Harrelson (qui produttori esecutivi con Nic Pizzolatto, ideatore e sceneggiatore della serie).

«Credevo che da queste parti ci fosse un prima e un dopo il Vietnam, invece ho scoperto che c’è un prima e un dopo il caso Purcell», confessa ai suoi superiori il detective di colore Wayne Hays (Mahershala Ali) che il 7 novembre 1980, «giorno della morte di Steve McQueen», aveva iniziato a indagare con il suo partner (Stephen Dorff) sulla scomparsa di due fratellini.

Siamo nell’altopiano dell’Ozark, America rurale di officine, store e pick up, sfiorata dalla marginalità, con veterani della guerra che girano in go-kart colmi di resti di spazzatura da rivendere e gruppetti di giovani disadattati che frequentano la Tana del Diavolo, luogo di riti satanici. Anche la professoressa di lettere del liceo (Carmen Ejogo) può far poco per migliorare le condizioni dei ragazzi. Tra lei e Hays scatta però la solidarietà dei neri nella comunità bianca, diffidente soprattutto quando l’investigatore pone le domande indispensabili per le indagini. Dieci anni dopo il caso viene riaperto a causa di nuovi elementi e, ora che Hays e la professoressa sono marito e moglie, i superiori interrogano il detective nel tentativo di chiudere definitivamente il caso che ha segnato la comunità. Anche questo interrogatorio però è narrato in retrospettiva perché, in realtà, ci troviamo nel 2015 quando, intervistato da una giornalista televisiva, l’ormai settantenne Hays tenta di riannodare i fili della memoria combattendo con i primi accenni di demenza senile.

La storia si svolge, dunque, su tre piani: la presa diretta delle indagini, la parte più avvincente e riuscita, soprattutto nell’ambientazione socio-culturale, la prima ricostruzione con l’interrogatorio del detective, e la terza, con l’esercizio di memoria e il saldo esistenziale di Hays anziano. Grazie all’invecchiamento del carismatico protagonista e all’ottima scrittura, i rimbalzi temporali, facilmente intelligibili, si snodano in un thriller che tocca senza manierismi patinati i temi del razzismo, dell’integrazione e della ricerca psicologica. Svolgendoli in un racconto lento e ricco di pathos che tuttavia non ha, e forse non può avere, il carattere innovativo della prima, inarrivabile, stagione.

 

La Verità, 16 gennaio 2019