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Il cuore nascosto di Petra farà quadrare la serie?

E se la faccia una risata ogni tanto», dice il capo della mobile (Riccardo Lombardo) a Petra dopo averle dato stringate istruzioni sulla reperibilità da garantire in assenza di un collega malato. «Come no, quando ce n’è motivo, volentieri», replica poco conciliante l’ex «avvocata» ora all’archivio della questura e, causa emergenza, spostata alla omicidi. Citando un vecchio gioco per bambini, verrebbe da commentare: fuochino. Non è tanto il fatto di ridere o sorridere, quanto di stare un attimo rilassati, togliendosi quel broncio stampato in volto. Insomma, il temperamento di Petra (Paola Cortellesi) che vive in una bellissima casa immersa nel verde, popolata di grilli «che servono per il ragno», è chiaro dopo due scene. E, verosimilmente, finirà per dividere il pubblico tra chi amerà questo cipiglio scorbutico e chi lo respingerà. Anche la sensazione che sia piuttosto complessa la quadratura del trapezio della nuova serie Sky original (con Cattleya e Bartleby film), quattro episodi lunghi tratti da altrettante storie di Alicia Giménez-Bartlett, da ieri su Sky Cinema, Sky Atlantic e on demand, è immediata. Sono tante infatti le variabili da mettere in equilibrio fra ambientazione, trama, personaggi e interpreti. Il primo azzardo è reinventare Cortellesi in un ruolo lontano dalla sua zona di conforto: una poliziotta anaffettiva, con due divorzi alle spalle, sempre in impermeabile nero, ispettrice senza mai aver indagato su un caso. La seconda scommessa è Genova, città trascurata dalla fiction nazionale, qui vista sempre di notte e prescindendo dal mare per sottolineare il gotico delle storie. Più semplice risulta l’alchimia tra gli opposti, Petra e il suo vice (Andrea Pennacchi), un vedovo arruffato, buona forchetta (Petra non cucina) e un filo moralista, al quale «non sta bene avere un capo donna» (che novità). Pian piano, però, la complementarità tra i due si afferma nelle indagini su una serie di stupri perpetrati nei carruggi da un giovane incappucciato che marchia le sue vittime sul braccio sinistro. Tra il ricomparire degli ex mariti di lei e il bilancio esistenziale di lui, l’intrigo noir della serie resta in secondo piano rispetto ai misteri privati dei due investigatori. Creare una nuova coppia italiana di profiler di ambientazione nichilista non è facile. Anche se, curiosamente, i dialoghi sfiorano le domande sulla felicità. Vuoi vedere che anche Petra ha un cuore? Sarà questo il tocco mediterraneo che dovrebbe differenziarla dai polizieschi nordici, tipo The Bridge e Bordertown?

 

La Verità, 15 settembre 2020

Quei Diavoli che stanno in cima alla globalizzazione

La forza di Diavoli, la nuova serie in onda su Sky Atlantic, è nell’equilibrio. Nell’ampiezza della prospettiva e nella contemporanea capacità di tessere e mantenere tesi i fili del racconto. Tratta da I diavoli (Rizzoli) di Guido Maria Brera, un passato nel trading della finanza, un presente da scrittore e fondatore di La nave di Teseo, ben recitata da Patrick Dempsey, Alessandro Borghi, Kasia Smutniak, Lars Mikkelsen e il resto del cast, prodotta da Sky Italia e Lux Vide, in collaborazione con Orange studios e Ocs, diretta da Nick Hurran e Jan Maria Michelini (cinque episodi a testa), Diavoli ha l’ambizione di riscrivere l’estetica e il linguaggio della serialità, non solo di Sky, degli ultimi anni. Non una storia locale, seppur potente, un microcosmo emblematico che approda alla ribalta internazionale come abbiamo visto da Gomorra in poi, passando per Suburra per la produzione italiana, oppure da The Bridge a Fortitude per quella nordica, fino alla stessa Casa di carta per quella latina. Ma una vicenda che nasce proprio nel cuore della globalizzazione. Vuole rappresentarla e interpretarla. Dipanandosi tra Londra, New York e le capitali dell’alta finanza, con precise contestualizzazioni nella storia vera, l’arresto di Dominique Strauss-Kahn, la guerra libica e l’uccisione di Gheddafi, lo sprofondo della Grecia.

Siamo a Londra nel 2011 e al comando della New York London Investment Bank c’è l’ambiguo Dominic Morgan (Dempsey) che sta per scegliere il suo vice. Il candidato più accreditato è Massimo Ruggero (Borghi), talentuoso broker che ha anticipato l’evoluzione della crisi greca. Quando il suo rivale muore, apparentemente suicida, precipitando dall’ultimo piano nella hall della Nyl e i sospetti ricadono su di lui, la stella di Ruggero si offusca e l’intreccio narrativo decolla. Tutti i diavoli sono guerrieri o monaci votati al successo, con un lato oscuro. La novità della serie sta nel respiro del racconto che non perde mai compattezza tra i suoi fulcri narrativi. Il primo è il focus logistico: l’ammaliante sede della Nyl, il posto del potere, il quartier generale finanziario da dove si controlla il mondo, che ha nell’organizzazione anarchica Subterranea il suo antagonista. Il secondo è il thriller legato alle indagini sulla morte del rivale di Ruggero. Il terzo focus è quello sentimentale: le storie del cuore, che comprendono l’origine umile e il bisogno di riscatto di alcuni dei protagonisti. Tutto narrato con linguaggio internazionale, nella luce abbagliante della city. L’unico snodo che non si scioglie sono i complicati meccanismi delle borse. Ma qui siamo dalle parti dell’impossibile.

 

La Verità, 24 aprile 2020

1994 e le storie degl’iscritti alla fiera delle vanità

Siamo dunque giunti all’ultima stagione della trilogia di Sky sul passaggio dalla prima alla seconda Repubblica. E, come in ogni trilogia che si rispetti, il capitolo finale è compimento e apoteosi. Dopo quello della rivoluzione e quello del terrore, il 1994 è l’anno della restaurazione (regia di Giuseppe Gagliardi e Claudio Noce, produzione Wildside di Fremantle, venerdì, ore 21,15, Sky Atlantic, Sky Cinema Uno e On demand). Nella terza stagione anche l’equilibrio narrativo si definisce, come se, aiutati dagli accadimenti reali più forti, sceneggiatori e registi avessero trovato la spinta giusta per consolidare i profili degli outsider, veri protagonisti della serie, con vicende ancora più drammatiche.

Dunque, ci sono la discesa in campo, il duello tv tra Silvio Berlusconi (Paolo Pierobon) e Achille Occhetto, il discorso dell’«Italia è il Paese che amo», il trionfo elettorale e lo sbarco a Roma di molte avvenenti onorevoli, la nomina di Irene Pivetti, presidente della Camera. C’è, soprattutto, lo scontro con Mani pulite con il decreto Biondi e il rifiuto di Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi) della poltrona di ministro dell’Interno. Poi il ruolo della Lega di Umberto Bossi, alleato infido, il vertice sulla criminalità di Napoli e l’invito a comparire al premier, con un cameo di Luca Zingaretti nei panni di Paolo Mieli, e la caduta del governo. In mezzo ecco snodarsi le storie di Leonardo Notte (Stefano Accorsi), l’uomo ombra del Cavaliere, Veronica Castello (Miriam Leone) che diventa miss Parlamento, e Pietro Bosco (Guido Caprino), il leghista rozzo e doppiogiochista. E sono proprio queste storie a dare ancor più sapore alla storia ufficiale, nota fin nei dettagli, compreso quello della spilla «incanta burini» sul bavero dell’abito di Berlusconi durante il duello tv (Enrico Deaglio scrisse accigliate pagine in Besame mucho). Le parabole di Notte, Castello e Bosco, con i loro punti di vista laterali, sono il backstage dell’ufficialità e della storia con la maiuscola. A ognuno di loro è intestato un episodio. Notte è l’uomo del lavoro sporco, frequentatore di corridoi, camere e camerini, latore di ambigui messaggi e ultimatum. Castello è la soubrette disposta a tutto per conquistare il suo posto al sole dove potrebbe scottarsi. Bosco è l’ingenuo animato da buone intenzioni che si dibatte in un gioco più grande di lui. In fondo, questo è il destino comune di tutti e tre i personaggi della finzione: iscritti alla fiera delle vanità e intrecciati a quelli che finiranno sui libri di storia, qui narrata come un thriller.

 

La Verità, 6 ottobre 2019

Gomorra, Saviano e quell’ambiguità dei boss

Sì, un pizzico del magnetismo di Ciro Di Marzio manca, nella quarta stagione di Gomorra. Manca il suo carisma, nel bene e nel male epicentro della saga, sopravvissuto immortale alle fini traumatiche, ma più metabolizzabili, di don Pietro Savastano, Donna Imma e Salvatore Conte. Difficile farne a meno perché la trama un filo si svuota, pur rimanendo un gran bel prodotto, forte e teso quanto basta, forse di più negli episodi 5 e 6, proprio quelli con la regia di Marco D’Amore che, senza perdere di vista il gangster movie, ha trasferito dietro la cinepresa i suoi riferimenti teatrali (Shakespeare, la tragedia greca, il tradimento di Giuda). Gli altri episodi sono diretti, i primi quattro da Francesca Comencini, anche supervisore artistico, altri due a testa da Enrico Rosati e Ciro Visco, e gli ultimi due da Claudio Cupellini (venerdì, ore 21.15, Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, produzione Cattleya).

La seconda novità di questa stagione è lo scenario geoeconomico in cui agiscono i clan criminali. Se, nella precedente, le cosche avevano conquistato il centro storico, ora Napoli diventa soprattutto la base per traffici con ramificazioni internazionali. Senza il suo compare, Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) si spinge fino alla City londinese per consolidare il progetto di un grande aeroporto in Campania. A presidiare Secondigliano rimane Patrizia (Cristiana Dell’Anna) che, superato l’apprendistato, ora è un boss emergente che deve affrontare parecchie difficoltà con il suo braccio destro, le famiglie alleate di Sangue blu e dei Capaccio, e il nuovo clan dei Levante, il cui potere si estende dal racket della coca a quello dei rifiuti della Terra dei fuochi. Senza disdegnare gli elementi psicologici e privati – la storia d’amore di Patrizia con Mickey Levante e l’equilibrio di Genny con la moglie Azzurra – soprattutto nei primi, più lenti, episodi, la riflessione si concentra sul potere e i metodi per esercitarlo. Genny e Patrizia comandano con mano ferma, ma dolce: lui vuole festeggiare il compleanno del figlioletto invitando i compagni d’asilo e l’intero quartiere, lei vuole recuperare il rapporto con il fratello, umile cameriere. Sono boss giusti, la cui spietatezza affiora, inevitabile, solo con chi li ostacola. Una lezione nella quale sembra intravedersi l’ispirazione di Roberto Saviano. Sono anche boss capaci di un’ambiguità ad altissima definizione: «In tanti anni che lavoro, una cosa così non l’avevo mai sentita», dice Alberto (Andrea Renzi) rivolto a Gennaro riguardo ai suoi metodi. E Gennaro risponde: «È pecché nui simm ’o cambiamento, Albe’». Proprio così. E ogni riferimento è puramente casuale.

 

La Verità, 30 marzo 2019

Il terzo True Detective? Un gran bel noir sociale

Migliore della seconda, ma ancora lontana dalla qualità della prima, la terza stagione di True Detective, trasmessa in versione sottotitolata da Sky Atlantic in contemporanea con Hbo che la produce, colma un’attesa di quattro anni ma solo in parte il divario artistico dall’edizione con Matthew McConaughey e Woody Harrelson (qui produttori esecutivi con Nic Pizzolatto, ideatore e sceneggiatore della serie).

«Credevo che da queste parti ci fosse un prima e un dopo il Vietnam, invece ho scoperto che c’è un prima e un dopo il caso Purcell», confessa ai suoi superiori il detective di colore Wayne Hays (Mahershala Ali) che il 7 novembre 1980, «giorno della morte di Steve McQueen», aveva iniziato a indagare con il suo partner (Stephen Dorff) sulla scomparsa di due fratellini.

Siamo nell’altopiano dell’Ozark, America rurale di officine, store e pick up, sfiorata dalla marginalità, con veterani della guerra che girano in go-kart colmi di resti di spazzatura da rivendere e gruppetti di giovani disadattati che frequentano la Tana del Diavolo, luogo di riti satanici. Anche la professoressa di lettere del liceo (Carmen Ejogo) può far poco per migliorare le condizioni dei ragazzi. Tra lei e Hays scatta però la solidarietà dei neri nella comunità bianca, diffidente soprattutto quando l’investigatore pone le domande indispensabili per le indagini. Dieci anni dopo il caso viene riaperto a causa di nuovi elementi e, ora che Hays e la professoressa sono marito e moglie, i superiori interrogano il detective nel tentativo di chiudere definitivamente il caso che ha segnato la comunità. Anche questo interrogatorio però è narrato in retrospettiva perché, in realtà, ci troviamo nel 2015 quando, intervistato da una giornalista televisiva, l’ormai settantenne Hays tenta di riannodare i fili della memoria combattendo con i primi accenni di demenza senile.

La storia si svolge, dunque, su tre piani: la presa diretta delle indagini, la parte più avvincente e riuscita, soprattutto nell’ambientazione socio-culturale, la prima ricostruzione con l’interrogatorio del detective, e la terza, con l’esercizio di memoria e il saldo esistenziale di Hays anziano. Grazie all’invecchiamento del carismatico protagonista e all’ottima scrittura, i rimbalzi temporali, facilmente intelligibili, si snodano in un thriller che tocca senza manierismi patinati i temi del razzismo, dell’integrazione e della ricerca psicologica. Svolgendoli in un racconto lento e ricco di pathos che tuttavia non ha, e forse non può avere, il carattere innovativo della prima, inarrivabile, stagione.

 

La Verità, 16 gennaio 2019

«Il mio nemico», l’Isis raccontato da dentro

Su Sky Atlantic sta andando in onda in questi giorni Il mio nemico, docu-serie in tre episodi ideata e girata da Luigi Pelazza che racconta la guerra in Libia fra le truppe del generale Haftar e i terroristi dell’Isis (domenica ore 23.15 e on demand, produzione di Showlab). I fatti narrati risalgono al gennaio del 2017 quando, dopo tre anni di combattimenti, l’esercito del governo regolare libico è riuscito a liberare la città di Bengasi, Cirenaica, dal controllo dello Stato islamico. La particolarità dell’inchiesta, proposta nel ciclo «Il racconto del reale», sono le testimonianze embedded di infiltrati da una parte e dall’altra degli schieramenti. Nel primo episodio Pelazza recluta il suo insider e lo istruisce per introdurlo negli ambienti radicalizzati in Italia e in Tunisia, simpatizzanti della Jihad. Alcune delle ultime stragi (sul lungomare di Nizza, sulla spiaggia di Sousse e al mercatino di Natale a Berlino) sono opera di terroristi tunisini. Una volta giunto in Libia è un videomaker, già in contatto con le milizie dell’Isis, a fare da fonte, inviando i filmati a Pelazza. Il quale, a sua volta arrivato in Tunisia, affianca le truppe del generale Haftar che si spostano a Bengasi. Un’intervista a Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, illustra la struttura dello Stato islamico, la composizione dei militanti, quasi tutti millennials, la propaganda attraverso i filmati, veri format tv, che usano formule occidentali perché è in Occidente che l’Isis vuole espandersi, il fatto che molti foreign fighters si arruolino «per dare un senso alla propria vita». Nel secondo episodio si entra nel vivo delle azioni militari. Il crepitio delle mitragliatrici fa da sottofondo ai proclami dei militanti del Daesh che annunciano «la lotta ai miscredenti», alternati alle azioni delle truppe di Haftar che liberano le case di Bengasi, mettendo in fuga i terroristi, costretti a abbandonare cibo e vestiario che dovevano servire alla guerra santa. Si chiude con il video della cattura di un «miscredente» fucilato dall’Isis.

L’efficacia dell’inchiesta sta nel doppio punto di osservazione, «il bianco e il nero», sottolinea Pelazza: la prospettiva fanatica, rappresentata nel «giuramento di fedeltà» dei militanti, e quella dell’esercito di Haftar che combatte per la liberazione della popolazione. Raccontando dall’interno un mondo di cui abbiamo informazioni frammentarie e confuse, Il mio nemico fornisce numerosi elementi utili a comprendere un mondo che temiamo, ma di cui sappiamo poco.

La Verità, 13 giugno 2018

Ammaniti, il regista che smentisce la sua serie

Se è vero che Niccolò Ammaniti ha detto che quello della Madonna di Civitavecchia «era sangue di pollo, era tutto falso», c’è un altro motivo per suggerire a registi e scrittori di calibrare le dichiarazioni lasciando che a parlare siano le loro opere. È difficile infatti decodificare l’esternazione del creatore de Il Miracolo, la serie di Sky in parte ispirata ai fatti di Civitavecchia e giustamente acclamata da critica e pubblico, oltre che premiata al festival «Séries Mania» di Lille. Dopo la querela al regista per le sue asserzioni diffamatorie da parte di Fabio Gregori, protagonista del fatto nel 1995, sulla vicenda di Civitavecchia si pronunceranno i tribunali. Ci sarà da attendere; come si attende ancora un pronunciamento ufficiale della Chiesa, sebbene l’allora papa Giovanni Paolo II si recò a venerare la statua della Vergine.

Nel frattempo, qualcosa non torna. Malgrado Wildside, produttrice della serie, abbia assicurato che «non c’è mai stata volontà di mancare di rispetto nei confronti della religione e dei credenti», vien da chiedersi se l’autore della dichiarazione di falsità sia la stessa persona che ha creato, voluto e diretto la serie che su quel pianto ematico ha costruito una complessa trama di sette ore (in attesa della seconda stagione). Perché, di primo acchito, le parole sembrano smentire le opere. Nei giorni scorsi Sky Atlantic ha trasmesso il finale delle parabole dei protagonisti, le cui esistenze sono state sconvolte dalla Madonnina piangente. La forza del racconto si è confermata nell’epilogo un filo pasticciato da troppi finali, forse inevitabili per comporre la storia dell’ambiguo premier (Guido Caprino), in difficoltà a reggere l’evoluzione della campagna referendaria per l’uscita dall’Europa, gli urti di una moglie volubile (Elena Lietti) e l’obbligo(?) di mantenere il segreto sul presunto miracolo; la vicenda di don Marcello (un notevole Tommaso Ragno) alle prese con crisi vocazionale e incontrollabili perversioni; il percorso della biologa interpretata da Alba Rohrwacher, che incarna al meglio il bisogno di credere dell’uomo contemporaneo; il ruolo del generale Votta (Sergio Albelli), il più «normale» della compagnia, e la figura di Clelia (Lorenza Indovina), amante in gioventù di Marcello. Con tante storie che mostrano un’umanità dolente e mendicante un significato, era inevitabile che il finale fosse farcito di troppi colpi di scena. Peraltro salvati da un’estetica che, fin dalla malinconica sigla iniziale (Il mondo di Jimmy Fontana), riesce a trasformare in thriller un (presunto) evento soprannaturale.

La Verità, 2 giugno 2018

Gomorra, i magistrati e… guardare prima di parlare

Almeno guardatela, prima di calare giudizi. Gomorra – La serie è stata bocciata per l’ennesima volta da un pool di magistrati in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata, ma pure in pole position nelle ambizioni di critica cinetelevisiva. Il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia Giuseppe Borrelli ha detto: «La fiction televisiva non coglie alcun aspetto della camorra di oggi. Oggi la camorra ha superato lo stato di contiguità con professionisti, impresa e parte della politica. I clan esprimono una propria classe dirigente». Federico Cafiero de Raho, capo della Procura nazionale antimafia, ha detto: «Credo che evidenziare i rapporti umani come se la camorra fosse un’associazione come tante altre non corrisponda a quello che realmente è, la camorra è fatta soprattutto di violenza». Il primo ha ammesso di aver visto solo due episodi della terza stagione, il secondo di non averla mai vista. Eppure, come scolari si offrono volontari per l’interrogazione senza aver fatto i compiti. Giudicare è mestiere da magistrati. Anche in trasferta, in tema di politica, educazione, fiction tv? In fondo, tutto è riconducibile al conflitto tra arte e legge, tra creatività e istituzioni. Ma desolazione, solitudine e isolamento dei presunti eroi di Gomorra non hanno nulla d’invidiabile o di perversamente emulabile.

Spoiler ad uso di chi non l’ha vista. Nel penultimo episodio si ha la perfetta rappresentazione del fatto che «i clan esprimono una propria classe dirigente» con la messa in scena del voto di scambio nell’elezione del presidente della Regione. Nell’ultimo, invece, che «la camorra è fatta soprattutto di violenza». L’iniziazione del camorrista carrierista avviene attraverso l’assassinio di un uomo riluttante ad accettare un lavoro dal clan per mantenere il figlio disabile: si è permesso di alzare la voce una volta constatato che la paga non corrisponde all’accordo e va eliminato. Si vede il padre accompagnare il figlio alla terapia in piscina, esortarlo a rivestirsi da solo, spingere la carrozzina sulla strada deserta. Dove il sicario lo fredda con un colpo alla nuca. Nella scena successiva il ragazzo è con la madre all’obitorio.

Almeno guardatela, prima.

Gomorra scala il box office, cinema e tv alleati

Una serie tv in vetta al box office non si era ancora vista. È una piccola rivoluzione copernicana per il cinema, per la tv e per tutto il sistema dell’audiovisivo in generale. Martedì i due episodi della terza stagione di Gomorra – La serie proiettati in 300 cinema sono stati visti da quasi 30.000 persone per un incasso superiore ai 260.000 euro, quasi 900 di media per sala. Il dato risulta sorprendente perché si registra nell’imminenza della programmazione televisiva. Cadono diverse certezze di natura commerciale. Per esempio: che il grande schermo sia nemico giurato del piccolo. E che una programmazione ravvicinata nelle sale eroda se non fagociti il pubblico del telecomando. Finora si è sempre pensato questo. Non a caso in questi anni è valsa la regola delle finestre. Per tutelare l’industria cinematografica la programmazione televisiva di un film doveva avvenire 105 giorni dopo la prima visione in sala. Era un accordo tra produttori, distributori ed esercenti: io programmo il tuo film ma tu t’impegni a non mandarlo in tv prima di tre mesi e mezzo. Ora i dati Cinetel della serie prodotta da Sky, Cattleya e Fandango cancellano la consuetudine. Facendo un raffronto con altri titoli dello stesso giorno si contestualizza la performance di Gomorra. The Place, il film di Paolo Genovese, secondo classificato, ha incassato poco più di 135.000 euro (media di 330 euro per sala); Thor: Ragnarok, blockbuster della Walt Disney, sesto classificato, si è fermato a 54.000 euro (media: 225). I 260.000 euro di Gomorra non sono tuttavia un record assoluto. Un mese fa, Loving Vincent, film d’animazione su Van Gogh, raggiunse nel suo primo giorno ben 380.000 euro. Ma si trattava di un evento nato per il cinema di cui non si conosce ancora la messa in onda. Al secondo posto in questa classifica si trova Sherlock – The Abominable Bride (338.000 euro), un episodio della serie Sherlock che però sarebbe andato in tv nove mesi dopo. Al terzo posto i due episodi della serie ispirata da Roberto Saviano.

È da qualche anno che le sale cinematografiche si sono aperte a brevi programmazioni di eventi come concerti, biografie, documentari non nati per il grande schermo. È un modo per contrastare la crisi e aumentare gli introiti nei giorni feriali, rivolgendosi a un pubblico diverso, tanto più in un contesto in cui gli incassi complessivi continuano a scendere (-13.5% il dato del botteghino al 31 ottobre 2017 sullo stesso periodo del 2016). Il caso di Gomorra però è rivoluzionario perché i due episodi sono stati proiettati nell’imminenza della messa in onda televisiva (da domani su Sky Atlantic e on demand). Il risultato di questa iniziativa, che circondata da un certo scetticismo, «dimostra che i modelli distributivi tradizionali possono e devono essere messi in discussione e riformati», sottolinea Andrea Scrosati, vice presidente esecutivo dei programmi di Sky Italia. «Il mercato e il pubblico lo stanno già facendo. Quando, insieme con dirigenti e manager di Cattleya, Wildside, Lucisano Group, Palomar e Indiana Production, abbiamo creato Vision distribution avevamo in mente questo percorso di rinnovamento. La strada è giusta ed è piuttosto raro che un rischio imprenditoriale si traduca in un guadagno per un’intera filiera. In questo modo i produttori trovano un ricavo imprevisto e un vantaggio di marketing attraverso la promozione presso pubblici diversi da quelli della pay tv, mentre gli esercenti traggono un profitto inaspettato da un prodotto destinato solo alla televisione. Infine, tra industria cinematografica e televisiva si crea un circuito virtuoso che potrà giovare a tutto il mercato». Tuttavia, Sky ha circa 5 milioni di abbonati: probabilmente un’operazione del genere non funzionerebbe per la tv generalista. «Non credo, anzi», riprende Scrosati. «I numeri di un’anteprima al cinema, per quanto di successo, riguardano una nicchia rispetto al pubblico di un prodotto di massa. Ma nell’epoca dei social, le 50.000 persone che partecipano alle anteprime si possono trasformare in altrettanti testimonial del prodotto che sta per andare in tv. Ovviamente, a patto che si tratti di un prodotto di qualità».

 

La Verità, 16 novembre 2017

The Deuce, verismo sulle origini del porno

Un viaggio all’origine del degrado. Un ritorno dove tutto è cominciato. La discesa agli inferi in presa diretta. Dire «New York, 1971» è fotografare un’epoca. Dire The Deuce, il soprannome della 42esima strada che porta a Times Square, significa zumare sui marciapiedi delle prostitute, dei papponi neri, delle dosi di coca, dei mafiosi italo-americani, dei bar delle scommesse, dei poliziotti corrotti, dell’Hiv che inizia a serpeggiare. Cose già viste, ma raccontate con dialoghi impeccabili, profili psicologici ad alta definizione e un realismo che non cede un millimetro né al glamour né al moralismo pruriginoso, di solito nemici in agguato di questo genere di storie. The Deuce – La via del porno, serie targata Hbo, creata da David Simon con George Pelecanos, già autori di The Wire, (il primo di otto episodi l’altro ieri su Sky Atlantic) sembra riuscire là dove hanno fallito Martin Scorsese e Mick Jagger con Vinyl: raccontare gli anni Settanta di New York. Lì, al centro c’era la nascita del rock, qui quella dell’industria pornografica.

A far scommettere sul successo di The Deuce c’è innanzitutto un cast eccellente, guidato da James Franco, anche produttore esecutivo e regista di due episodi, e Maggy Gyllenhaal. Franco interpreta due gemelli, uno che si sdoppia tra due bar nel tentativo (vano) di restare pulito e mantenere la moglie che si consola nei locali dei biliardi, l’altro che vive di scommesse e di fughe dai creditori, mafiosi, dei debiti inevasi. La prostituta di Gyllenhaal, che rifiuta la protezione del pappone e batte per mantenere il figlioletto senza cedere a sentimentalismi, è, se possibile, scritta e definita ancora meglio. A completare i pregi della serie ci sono i dialoghi scolpiti nello slang malavitoso, una sceneggiatura solida e un’estetica che ricorda il meglio della produzione dei Settanta-Ottanta, da Le strade di San Francisco a Hill Street notte e giorno. Alla fine, però, il personaggio in più è proprio la 42esima, quella strada teatro di vite disperate, di balordi che raschiano il barile, di randagi pieni di difetti, di motel al neon e lustrascarpe, resa con storie parallele (la più scontata è quella della studentessa spregiudicata) che s’intrecciano, alla ricerca di un po’ di consolazione. Lì, in quella strada e tra quei disperati, la prostituzione e la coca imperano. E quando arriva l’industria del porno sembra solo la scorciatoia per svoltare.

La Verità, 26 ottobre 2017