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«Ormai Bologna è una città in mano agli antagonisti»

Il caso Bologna, perché di caso si tratta. Bologna che conferisce la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese malgrado altre città, governate dalla sinistra, gliela neghino. Bologna, dove l’università si oppone all’istituzione di un corso di laurea per gli iscritti all’Accademia militare. Bologna, dove la Chiesa è guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Bologna, di cui è sindaco il democratico Matteo Lepore, delfino di Elly Schlein, già vicepresidente della regione Emilia-Romagna, che lo indica spesso come esempio di amministrazione illuminata. Bologna, infine, dov’è difficile trovare chi abbia voglia di raccontare quello che succede davvero con l’attuale blocco di potere, che non è più quello dell’Ulivo. Questo coraggio ce l’ha Elena Ugolini, ex preside del liceo Malpighi, ex sottosegretario all’Istruzione e all’università del governo Monti, candidata sconfitta con il 40% dei consensi alle regionali di un anno fa con una lista civica che ha aggregato il centrodestra e ora battagliera consigliera regionale.
Che tipo di città è oggi Bologna?
«È una città sempre bella e “accogliente”, ma insicura, sporca e paralizzata dai lavori in corso per il tranvai. Una città dov’è impossibile trovare casa a un affitto ragionevole per uno studente o un giovane lavoratore. Una città piena di studenti che sono la sua ricchezza fin dal 1089, anno di fondazione dell’università, e ora anche di turisti. Una citta in cui negli ultimi anni molti negozi sono stati chiusi a causa della politica penalizzante nei confronti dei piccoli esercizi commerciali. Infine, è una città con molte zone pericolose e non accessibili».
È esagerato definirla «una città estremista» come ha fatto il senatore di Fdi Marco Lisei?
«È una città nella quale il governo della parte più ideologica, fondamentalista, presuntuosa e moralizzatrice di una certa sinistra ne condiziona la vita e lo sviluppo».
Era la città dell’Ulivo, ora di chi è?
«Le persone che hanno costruito l’Ulivo, una sinistra dialogante non sempre in conflitto con la cultura cattolica, oggi sono molto a disagio. Adesso è la città di Lepore e del suo giro. E di chi accetta che i centri sociali la mettano a soqquadro, non una ma due volte, tre volte, quattro volte…».
È la città degli antagonisti?
«Certo. Dietro il tono in apparenza gentile di Lepore prevale l’antagonismo di sostanza, come ha fatto capire la richiesta al ministro degli Interni di pagare i 100.000 euro di danni causati dai cortei pro Pal in occasione della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv».
Sul Foglio Giuliano Ferrara ha scritto un articolo accorato per il degrado intellettuale che la affligge.

«Quando scrive che è una città sporca e insicura dice il vero. Qualche giorno fa una storica guida turistica mi ha detto che un grande tour operator ha deciso di escludere Bologna dai suoi circuiti perché ha avuto troppe lamentele dai turisti per il degrado ambientale, la percezione di insicurezza e le molestie subite».
Mentre Firenze ha deciso di revocare la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, Bologna sembra decisa a confermarla.
«Al consiglio comunale di lunedì il sindaco ha avuto l’occasione di rivedere la decisione, invece ha detto che  ci sono “cose più importanti” di cui occuparsi. E, confermando il riconoscimento, ha chiesto più attenzione alla parole della Albanese».
Nemmeno Romano Prodi lo farà recedere?
«Ne dubito. Prodi ha detto che perseverare è diabolico».
Oltre al dissenso del professor Gianfranco Pasquino già manifestato un mese fa e ribadito ieri al Corriere della Sera se ne sono registrati altri?
«Quello di Elisabetta Gualmini, arrivato prima ancora dell’agghiacciante dichiarazione della Albanese sull’assalto alla Stampa. Poi Virginio Merola, sindaco di Bologna prima di Lepore, si è dissociato lunedì con un post prima dell’inizio del consiglio comunale. E ci sono anche i dubbi di Stefano Bonaccini».
Perché il sindaco si è speso impedire la disputa della partita di basket tra Virtus e Maccabi Tel Aviv?

«Perché per lui garantire l’ordine e la sicurezza consiste nel lasciare parti della città in mano ai centri sociali. C’è un filo di collegamento tra chi governa la città in modo apparentemente democratico e chi la occupa condizionandola con la violenza».
Era anche un modo per legittimare i contestatori?
«Con la motivazione della sicurezza si accetta che le attività della città siano interrotte perché i contestatori hanno più diritti degli altri».
Che idea delle istituzioni manifesta questo comportamento?
«Di istituzioni che danno messaggi contrastanti. Da una parte si chiede aiuto alle forze dell’ordine per evitare scontri, dall’altra non si accetta la creazione di zone rosse dove esercitare un controllo preventivo. Gli agenti della polizia locale sono in una situazione di debolezza. Per esempio, non hanno in dotazione il teaser».
Perché l’università ha negato la possibilità che gli studenti dell’Accademia militare di Modena frequentino un corso di laurea in filosofia?

«In realtà, la richiesta del capo di Stato maggiore dell’Esercito Carmine Masiello di iscrivere 15 cadetti alla facoltà di filosofia non è stata neanche messa all’ordine del giorno del dipartimento. I Collettivi universitari hanno subito accusato la militarizzazione dell’università. Che, a quel punto, si è trincerata dietro problemi organizzativi e di costi. Ma l’Accademia era pronta a pagare i corsi. Il meccanismo è il solito: una parte del corpo docente ha il filo diretto con i collettivi che osteggiano la richiesta dell’Accademia».
Perché altri corsi in ingegneria, scienze politiche o diplomatiche che si tengono in seno all’Accademia o a Reggio Emilia non hanno trovato ostacoli e questo sì?
«Perché Bologna non è una città libera. Le faccio un altro esempio».
Prego.
«L’Alma Mater ha respinto la proposta di collaborazione di Leonardo, un’istituzione che collabora con oltre 100 atenei italiani ed esteri».
I collettivi hanno influenzato la decisione del rettore?

«Certo. Ma la responsabilità è del dipartimento che, nell’ambito dell’autonomia didattica, può dire faccio il corso oppure no».
Come si è comportato il sindaco in questa occasione?
«Si è lamentato dell’interferenza del governo, rivendicando l’autonomia di Bologna e dell’università».
Giorgia Meloni poteva non intervenire sull’argomento?
«Credo che il governo non possa non occuparsi di Bologna perché si verificano fatti inaccettabili che richiedono un intervento. Al contrario, io ringrazio gli esponenti del governo perché non ci lasciano soli».
Com’è l’agibilità politica all’Alma Mater?
«Ci sono aule perennemente occupate. Soprattutto c’è un clima di insicurezza e di degrado in tutta la zona universitaria, nel centro della città, che dalle 18 del pomeriggio è ostaggio degli spacciatori e in balia dei collettivi. Qualche giorno fa l’università ha tolto i ponteggi dalle facciate appena ridipinte, ma il giorno dopo erano già piene di scritte contro Piantedosi e Tajani. Sebbene tutti conoscano gli autori di queste scritte perché sono sempre i soliti nessuno interviene».
Che tipo di rapporto intrattiene il sindaco con i centri sociali?
«Ci sono edifici pubblici anche in pieno centro cittadino stabilmente occupati da loro. È una situazione profondamente ingiusta e che perdura da diversi anni grazie a bandi che si aggiudicano sempre i soliti perché cuciti su misura sulle loro attività».
E sul terreno economico come si muove l’amministrazione?
«Anziché incoraggiare l’iniziativa dei cittadini tende a intimidirla. Alla convention nazionale di Confabitare di fine novembre si è sottolineato il turismo fonte di ricchezza grazie alla crescita da 1 a 2,5 milioni di visitatori annui. L’ex capo delle Sardine, Mattia Santori, che ha la delega ai giovani e al turismo, è intervenuto per mettere in guardia sulla volatilità del turismo. C’è una mentalità recessiva… Le faccio un altro esempio…».
La ascolto.
«In queste settimane si sta esaminando un progetto della giunta regionale sugli affitti brevi: la relatrice Simona Larghetti di Avs ha postato un video in cui sventola trionfante il testo della legge: “Purtroppo, non possiamo mettere un tetto al prezzo degli affitti brevi, non possiamo espropriare”. Ma almeno con questa legge riusciremo a limitarli».
Come procede l’esperimento delle pipette per fumare il crack?
«È stata un’operazione di propaganda per proclamarsi città in cui ci si può sballare e drogare tranquillamente. Dall’analisi delle acque reflue emerge che Bologna, secondo i dati del dipartimento per la politica antidroga della Presidenza del consiglio, è la città con il più alto consumo di metanfetamine in Italia».
Che tipo di presenza ha la Chiesa guidata dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei?
«Una caratteristica che tutti riconoscono a Zuppi è che sa voler bene alle persone e ha costruito una trama di rapporti positivi. E questa trama di bene è un grosso dono che la Chiesa sta facendo alla città. Penso che sia fondamentale uscire dalle sacrestie e seguire ciò che ha detto papa Leone XIV ad Assisi: è bene che i cattolici intervengano nel dibattito pubblico senza farsi intimidire. Lo dovrebbero fare anche i cattolici che sono nel Pd e hanno responsabilità pubbliche».
Ci sono i cattolici nel Pd, ma il Pd va da un’altra parte?
«In questo momento sono una minoranza in grandissima difficoltà».
È stupita che nella classifica per la qualità della vita delle città Bologna sia al quarto posto?
«È una classifica giornalistica che non si basa su ricerche scientifiche. L’attrattiva di Bologna per i giovani, il turismo, la cultura e il tempo libero si basa su qualità che prescindono da chi la governa. Ripeto: bisogna vedere come vengono stilate queste graduatorie. Per esempio, sulla giustizia e la sicurezza siamo al 102esimo posto».
Considerato che Matteo Lepore è una creatura di Elly Schlein dobbiamo immaginare che l’Italia governata da lei sarebbe pro Pal, amica degli antagonisti e pronta a liberalizzare l’uso degli stupefacenti?
«Temo di sì. Non dimentichiamo che la conquista di Bologna da parte di questa sinistra è cominciata nel 2013 proprio con la Schlein leader del movimento Occupy Pd. Bologna è un laboratorio importante. Per questo, se i cittadini che non si riconoscono in questa cultura si rassegnassero al dominio della sinistra, commetterebbero un gravissimo errore».

 

La Verità, 5 dicembre 2025

«Il movimento dei Kirk è molto più del Maga»

Assuntina Morresi è docente di Chimica Fisica all’università di Perugia e vice capo di gabinetto del ministero per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità. Dopo aver assistito alla cerimonia per la morte di Kirk, ha scritto un articolo per Il Timone, intitolato: «Dal memorial di Charlie al risveglio cristiano di una generazione».
Che legame ci può essere fra quei funerali e una possibile rinascita religiosa?

«C’è un legame di partecipazione e di istanze ideali. I ragazzi che partecipavano agli incontri con Charlie Kirk cercavano un dialogo vero, facevano la fila per arrivare davanti al suo tavolino. Non erano ragazzi ideologici… Vedendoli, mi sono tornate alla mente le assemblee in università della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta quando ci interrogavamo su tutto. Ho rivisto l’esperienza fatta in Comunione e liberazione. Ho risentito quella tensione. Allora non c’era la rete, oggi c’è. Ma nel movimento di Kirk i confronti avvengono in presenza».

Lei ha scritto che il Tpusa (Turning point Usa) «è molto più del Maga» (Make american great again), in Italia si pensa che sia un braccio elettorale di Trump.
«Invece il Turning point è nato nel 2012, Kirk aveva 18 anni. È attecchito e cresciuto nelle università e nelle scuole prima e a prescindere da Trump. I Maga non nascono nelle università e nelle scuole. Trump arriva dopo, quando diventa portavoce di un popolo che non aveva rappresentanza politica. Anche Elegia americana di JD Vance è stato scritto prima. Ed è stato Kirk a segnalare Vance a Trump. Kirk non ha avuto cariche né nell’amministrazione né nei Maga. Il reverendo Rob McCoy, che ha parlato alla cerimonia in quanto pastore di Kirk, non fa parte del cartello Maga. Trump, che non è legato a nessun pastore, rappresenta l’America profonda, non necessariamente le comunità religiose».
Lei ci ha visto un’analogia con Silvio Berlusconi.
«Berlusconi non rappresentava un’esperienza religiosa, l’ha intercettata a un certo punto. Così Trump rappresenta un’istanza ideale anche tramite l’esperienza di Kirk. I ragazzi del Turning point continuerebbero a esistere anche se Trump perdesse. Ai funerali Gesù e la Bibbia sono stati nominati molto più di Trump».

Che cosa l’ha colpita della cerimonia?

«La partecipazione alla preghiera, prima ancora che alla cerimonia. Mi sono collegata prima che iniziasse e ho ascoltato tre ore di canzoni e inni religiosi. Le persone cantavano con le braccia alzate».

Che cosa le ha trasmesso la testimonianza della moglie?

«Mi hanno colpito due fatti. Il primo è che chiaramente non c’entrava con Trump. Quando ha detto che perdonava l’assassino di suo marito perché Gesù ha perdonato e perché anche Charlie l’avrebbe fatto, Trump ha detto, rivolto a lei: “Tu li perdoni, ma io li odio i miei oppositori”. Però l’ha detto scusandosi: “Mi dispiace”. Questo, secondo me, marca una differenza importante. Perché, in un certo senso, ha fatto capire che la posizione di lei era più evoluta».

E il secondo fatto?

«Perdonando l’assassino di suo marito, Erika, di formazione cattolica, ha assunto un ruolo guida nel movimento. Le è stata riconosciuta una leadership. È come se, in qualche modo, il perdono si proponga come testimonianza di comunione fra confessioni diverse. Molto più di tante formule pensate a tavolino, ecumenismi e sinodalità varie. Erika ha detto che Charlie voleva salvare i giovani come quello che l’ha ucciso».

Perché sono convinti che la loro fede contenga la salvezza per tutti?

«Perché vivono integralmente la fede. Il loro punto di riferimento non è il partito, ma l’esperienza religiosa. Dio patria e famiglia lo hanno vissuto, e lo stanno tuttora testimoniando, nel loro matrimonio. Questo vale anche per Marco Rubio e JD Vance».

Perché le nostre gerarchie hanno mantenuto grande distacco, quasi un imbarazzo, davanti a questo fenomeno e alla testimonianza di Erika Kirk?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Forse non l’hanno capito, forse hanno dato una lettura iniziale troppo politica e, in quel caso, sono state spiazzate da qualcosa di molto diverso. Qualcosa di fronte a cui c’è solo da alzarsi in piedi, grati».

La seconda smentita, oltre a quella che riguarda la riduzione del Tpusa a una sezione Maga, è che la testimonianza della vedova ridimensiona le accuse di fascismo e razzismo?
«Non ho visto niente del genere in quella cerimonia. Dove sono fascismo e razzismo? È chiaro che con i Maga ci sono interazioni, e ci sono diverse anime tra loro. Ma Tpusa non è un braccio armato, un collateralismo elettorale. La fede di quei ragazzi ha determinato la loro presenza nell’agorà pubblica. Dopo la morte di Kirk sono andati in chiesa».
Lei ha tracciato un parallelo tra il movimento di Kirk e Comunione e liberazione nelle università degli anni Settanta. 

«Entrambi mettono Cristo al centro. Negli anni Settanta Cl voleva fare la messa di Pasqua nell’orario scolastico e non fuori. Adesso non sarebbe possibile. Chiedeva le aule universitarie per gli incontri di catechesi perché diceva che Cristo c’entrava con la vita quotidiana e con lo studio. Non c’erano i Maga quando Kirk ha fatto i Turning point, non c’era Berlusconi quando è nata Cl».

Un altro parallelo riguarda il contesto di violenza. Si è detto che il clima di odio di oggi è paragonabile a quello che portò all’esplosione del terrorismo, mentre ora vediamo frange manifestare in modo violento, in particolare per il popolo palestinese.
«Le analogie ci sono e riguardano la piena agibilità agli spazi democratici. Mi chiedo che cosa accadrebbe se si volessero promuovere in alcune università dibattiti e confronti davvero liberi sull’aborto, il tema transgender e Israele. Provate a mettere un banchetto di libri con una bandiera di Israele in università…».

Il patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha detto che per vincere l’odio serve una nuova narrativa. La religione può esserlo?
«Per accogliere l’altro devi essere certo anche di te stesso, devi avere una tua ipotesi. La sfida di Israele è la più vertiginosa perché quella è una guerra di religione. Di una religione come quella islamica degenerata in ideologia che ha alimentato il terrorismo».

Fra l’islamismo e l’ebraismo, il cristianesimo è l’unica religione che può testimoniare la misericordia?

«La misericordia tiene conto della verità dei fatti, non li minimizza.  prescinde dalle responsabilità o le nasconde. La vedova di Kirk ha parlato dell’assassino di suo marito. Il perdono non è buonismo, ma è consapevole di chi è l’aggressore e chi l’aggredito. Israele ha vissuto in una continua minaccia di aggressione. Sono d’accordo con Pizzaballa, serve una postura diversa: quella dei francescani in Terra santa fa sì che intorno a loro non si combatta».

In un’intervista alla Verità, Carlo Freccero ha detto che sogna di vedere Leone XIV andare a Gaza a sporcare di sangue la sua veste bianca.

«Io sogno invece la libertà per i cristiani nei Paesi islamici. Libertà di espressione anche per chi non è musulmano. Sarebbe un primo vero passo verso la pace. Lasciate i cristiani liberi di esserlo, senza rinchiuderli nella parrocchietta. Questo sarebbe il vero inizio di una narrativa diversa. Lasciare che Charlie metta il tavolino del Turning point anche in quei paesi».

 

 

La Verità, 26 settembre 2025

«In università posizioni totalitarie e anti ebraiche»

Rispetto della realtà in tutti i suoi fattori. È la dote principale in cui ci si imbatte dialogando con Luciano Violante, ex magistrato, già presidente della Camera e attualmente a capo della Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine. Confrontarsi con lui sui fatti che agitano le università italiane, cominciando da quella di Torino, la città dove risiede quando non è a Roma, vuol dire avvicinarsi alla dimensione dell’oggettività.
Vorrei cominciare dalla fotografia della riunione del Senato accademico di Torino. Mentre i docenti sono concentrati sui loro dispositivi, alle loro spalle studenti con bandiere palestinesi e striscioni chiedono lo stop all’apartheid e di sospendere gli accordi con le università israeliane. Qual è il suo commento?
«È un commento negativo. Da quella foto emerge una sorta di dimissione del Senato accademico dalle sue proprie funzioni. Un abbandono delle proprie responsabilità che suscita imbarazzo e fa male all’università».
Secondo lei il ricorso a parole come genocidio e apartheid nelle manifestazioni studentesche è frutto di superficialità o di eccesso di ideologia?
«Mi permetta un passo indietro. Le ragazze e i ragazzi protagonisti di queste contestazioni sono appena usciti dell’adolescenza e hanno bisogno di impegno ideale, di mobilitarsi per un’idea; ma hanno scelto un’idea e un impegno sbagliati».
Che cosa intende?
«Tutte le giovani generazioni hanno, ed è bene lo abbiano, un obiettivo ideale che ordina il loro impegno civile. Può essere l’ambiente, la pace, il miglior funzionamento dell’insegnamento scolastico. I giovani che vediamo in questi mesi però hanno sbagliato sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché quelli che contestavano erano accordi che riguardavano le università, non il governo Netanyahu. Nel metodo, perché da un approccio filo palestinese sono scivolati all’intolleranza anti ebraica. Il popolo israeliano non è il governo israeliano».
Al termine della riunione, il Senato accademico ha votato, dice in autonomia, la mozione che interrompe le collaborazioni proposte dal ministero degli Esteri.
«Se l’avessero fatto in autonomia l’avrebbero deciso prima. Le istituzioni, il Senato accademico è un’istituzione, non devono mai agire condizionate dalla pressione aggressiva di un avversario. Soprattutto se si è professori universitari e si devono trasmettere dei valori civili».
Dall’osservatorio di presidente della Fondazione Leonardo condivide la volontà dei docenti della Normale di Pisa di selezionare le ricerche cosiddette dual use, interrompendo quelle a fine bellico?
«Ci sono tre questioni distinte. Innanzitutto, la dual use può essere o accidentale o programmata. Accidentale è l’automobile costruita per trasporto di persone e cose, usata invece come autobomba. Programmata è la fabbricazione di un elicottero che, può salvare vite in mare, e con alcuni accorgimenti  può invece compiere azioni di guerra. La seconda questione riguarda le ricerche oggetto dell’accordo che riguardavano l’agricoltura di precisione, l’utilizzo e il governo delle acque, l’elettronica quantistica; nessuna fornitura diretta o indiretta di armi».
E la terza questione?
«L’ho già accennata. L’azione dei ragazzi che voleva essere filo palestinese, in realtà è scivolata nell’anti ebraismo. “Fuori Israele dall’università” lo dicevano i fascisti delle leggi razziali. Premesso questo, credo che l’università dovrebbe indicare obiettivi accettabili, seri e raggiungibili per fare progredire il Paese nel quale opera piuttosto che limitarsi a rispondere sì o no a degli appelli».
Nelle prese di posizione di alcuni atenei, da Torino a Pisa, dalla Bicocca di Milano alla Sapienza di Roma, vede un corpo docente cedevole nei confronti degli studenti o troppo partigiano nell’interpretazione della crisi mediorientale?
«Vedo atteggiamenti diversi. Giovanna Iannantuoni, rettrice della Bicocca, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza, hanno adottato comportamenti di grande rigore».
A Torino, all’inizio, l’unica a opporsi al boicottaggio è stata la preside di Matematica.
«La professoressa Susanna Terracini».
Invece Francesco Ramella, preside di Scienze politiche, ha respinto l’accusa di arrendevolezza agli studenti precisando che il confronto con loro è utile, dimenticando però di dire qual è stato l’esito di quel confronto.
«Perché non c’è stato confronto, ma un’imposizione».
Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco
, che in passato ha subito forti contestazioni da parte di gruppi studenteschi, ha messo in guardia dal pericolo che le nostre università siano guidate da dei Don Abbondio.
«La maggior parte delle università si è comportata seriamente. Coloro che hanno temuto di scontentare gli studenti hanno tradito il proprio ruolo professionale. Angelo Panebianco è uno studioso di particolare autorevolezza».
Altri sottolineano che già a fine ottobre un appello che parlava di genocidio del popolo palestinese ha raccolto 4000 firme di docenti.
«Purtroppo non è un abuso anche se non è ancora una verità. Un cospicuo numero di giuristi inglesi sostiene pubblicamente in questi giorni che si tratti di genocidio. Anche il Tribunale internazionale dell’Aia sta riflettendo sul caso. È un abbattimento di massa di persone, case, scuole, ospedali. Con errori gravi che hanno colpito innocenti e migliaia di bambini. La situazione è insostenibile. Anche il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, ha chiesto nuove elezioni e il presidente americano, Joe Biden, ha chiesto di ripristinare gli aiuti umanitari a Gaza».
Boicottando le collaborazioni con le università si penalizza il governo Netanyahu o si danneggiano gli israeliani?
«Si danneggiano le università, quindi i cittadini. Si danneggiano gli israeliani coetanei dei manifestanti italiani».
Come considerare il fatto che nelle nostre università ci sono dipartimenti e studiosi che collaborano con colleghi della Cina, della Russia, della Corea del Nord e dell’Iran?
«Se dovessimo adottare il criterio della mozione approvata a Torino dovremmo interrompere le collaborazioni con un terzo del mondo».
Questi spazi di confronto in nome dell’indipendenza della scienza possono favorire forme di diplomazia anche in altri campi?
«Assolutamente sì. Parlare con l’avversario è indispensabile per  il progresso civile. Non farlo o impedire di farlo è una forma di primitivismo politico. Come quella che abbiamo visto quando furono vietate le lezioni di Paolo Nori su Fëdor Dostoevskij alla Bicocca di Milano».
La causa del clima attuale è l’antisemitismo, l’orientamento filopalestinese della sinistra radicale o la contestazione della politica estera del governo?
«Soprattutto c’è la distruzione di una parte del popolo palestinese, contestata persino da Biden. Allo stesso modo, un fatto che stupisce è che dopo il 7 ottobre non si sono tenute manifestazioni significative a favore di Israele. Le donne sono state rapite, violentate, fatte oggetto di una serie di abusi inaccettabili. Com’è avvenuto anche per i prigionieri. Ci si aspettava una reazione che non c’è stata».
Alla Giornata della donna indetta da Non una di meno, l’una di meno, letteralmente, è stata una donna respinta perché voleva che il corteo ricordasse anche le donne uccise e violentate dai terroristi di Hamas?
«Non conosco l’episodio specifico, ma se è avvenuto è la riprova che si parte dall’essere filo palestinesi e si arriva a essere anti ebraici».
Come definirebbe l’impedimento a parlare nelle università ai giornalisti David Parenzo di La7 e Maurizio Molinari, direttore di Repubblica?
«Sono fatti inaccettabili, che fanno parte di scenari che non vorremmo mai più vedere. Impedire a una persona di parlare, in primis a un avversario politico, è uno degli aspetti caratteristici del totalitarismo».
È curioso che questo divieto sia imposto da gruppi come Cambiare rotta che si professano paladini della democrazia?
«Queste posizioni sono, inconsapevolmente spero,  totalitarie. Personalmente, pur pensandola diversamente da lui, in questo guazzabuglio ho apprezzato l’iniziativa del professor Tomaso Montanari, rettore dell’università per stranieri di Siena, che ha deciso di chiudere i corsi sia per il giorno di fine Ramadan quanto, in memoria delle vittime del 7 ottobre, per lo Yom Kippur».
In tema di circolazione delle idee c’è affinità, come qualcuno osserva, fra l’intolleranza attuale e il clima del Sessantotto?
«Non vedo questo parallelismo. Certe forme di intolleranza possono ricordarlo, ma il Sessantotto contestava le strutture delle società e dei poteri pubblici all’interno di una teoria politica. generale, mentre la protesta attuale è più limitata».
O c’è affinità con il clima degli Anni di piombo? Allora si parlava di pochi cattivi maestri, oggi appelli per interrompere le collaborazioni con le università israeliane vengono sottoscritti da migliaia di docenti.
«Gli Anni di piombo hanno visto i morti per strada, più di 500.  Con tutto il rispetto, credo che quei docenti sbagliano perché non penalizzano il governo Netanyahu, ma le università israeliane e gli studenti israeliani».
Questo clima è un prodotto interno dei nostri atenei o lo importiamo dall’estero?
«Si sta manifestando anche nei college e nelle università americane. Ma torno al punto di partenza: questa generazione appena post adolescenziale ha bisogno di obiettivi sani. E siamo noi adulti a doverli suggerire, altrimenti scelgono quelli sbagliati».
Quindi anche lei vede forti responsabilità del corpo insegnante?
«Io parlo di responsabilità della nostra generazione».
L’intolleranza è frutto di indottrinamento?
«Vedo piuttosto autodidatti dilettanti che rimasticano vecchi luoghi comuni dell’intolleranza e che proprio per questo possono essere pericolosi, loro malgrado».
Un tempo le università erano laboratorio critico del sistema, oggi i college americani sono il posto dove si forgia il politicamente corretto, quasi una nuova forma di maccartismo?
«Negli Stati Uniti non sembra esserci una élite capace di proporre obiettivi validi. L’America attraversa una fase di declino: cultura woke e cancel culture sono frutto di ignoranza. E l’ignoranza è terribile, come documenta, per esempio, la sospensione di quella professoressa che aveva mostrato il David di Donatello in una scuola americana».
Che reazione le ha suscitato l’università di Trento che ha scelto di declinare i documenti amministrativi con il femminile sovraesteso?
«Suvvia, lasciamo perdere».

 

La Verità, 6 aprile 2024

«Chiudere le scuole per il Ramadan è un atto grave»

L’islamizzazione dell’Europa. Non siamo più di fronte ai sintomi di una tendenza, ma a un processo in pieno svolgimento. Lo pensa Magdi Cristiano Allam, autore di Un miracolo per l’Italia (Casa della civiltà) e uno degli osservatori più puntuali del fenomeno.
Magdi Cristiano Allam, perché quest’anno si parla del Ramadan più che in passato?
«Perché è cresciuta l’islamizzazione dell’Europa. Già negli anni scorsi la fine del Ramadan è diventata un evento. Spesso a quel pranzo hanno partecipato rappresentanti della Chiesa cattolica e dello Stato, vescovi, sindaci e prefetti. Ciò ha costituito una legittimazione dell’islam in un contesto in cui, giuridicamente, l’islam non è una religione riconosciuta dallo Stato italiano».
Perché?
«Perché quando, con Silvio Berlusconi premier, questo riconoscimento poteva avvenire, i rappresentanti delle comunità islamiche non riuscirono a concordare né una delegazione unitaria né un testo condiviso. L’articolo 8 della Costituzione sancisce che le religioni abbiano pari libertà a condizione che il loro ordinamento non contrasti con le leggi dello Stato. Come invece avviene con la sharia che nega la sacralità della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna e la libertà di scelta individuale a partire da quella religiosa».
Come valuta il fatto che per l’inizio del Ramadan, il 10 marzo, si sono visti servizi nei programmi di grande ascolto della Rai?
«Anche questo è frutto di un processo che ha subito una forte accelerazione a causa del diffuso odio antiebraico che prende pretesto da quanto sta accadendo a Gaza dopo la strage perpetrata dai terroristi islamici il 7 ottobre. Nel mondo occidentale la maggioranza dell’opinione pubblica è schierata contro quello che, impropriamente, viene definito “genocidio” del popolo palestinese».
Lei dice «impropriamente», ma molti pensano che sia ciò che avviene.
«È una mistificazione gravissima della realtà: il genocidio sottintende una strategia che pianifica l’annientamento di un popolo. L’obiettivo di Israele non è l’eliminazione dei palestinesi, ma la sconfitta di Hamas. Che, purtroppo, usa i civili come scudi umani e le strutture civili come basi militari».
Perché nelle nostre università si è radicata l’intolleranza?
«Il problema delle università in Italia non sono gli studenti, ma i docenti. A fine ottobre un appello contro il genocidio del popolo palestinese ha raccolto 4.000 firme di professori universitari. È un documento che mistifica la realtà storica. A partire dal concepire la Palestina non come un’entità geografica – com’è stata dall’anno 135 quando l’imperatore Adriano, dopo la strage di 580.000 ebrei, decise di sostituire il nome Giudea con Palestina – ma come un vero Stato, ciò che storicamente non è mai stata. I docenti indottrinano gli studenti con queste distorsioni. Nelle università c’è una situazione peggiore di quella degli anni Ottanta quando i fermenti del terrorismo erano limitati a gruppi circoscritti e ai loro “cattivi maestri”. Oggi l’intolleranza antiebraica è prevalente».
È curioso che a David Parenzo e al direttore di Repubblica Maurizio Molinari sia stato impedito di parlare da studenti di quella sinistra sedicente democratica che è la loro area di ferimento?
«Il giorno in cui l’Europa dovesse essere assoggettata a un potere islamico assecondato dalla sinistra globalista e relativista, tutti gli ebrei, a prescindere che propugnino la formula “due popoli, due Stati”, verranno discriminati e perseguitati. Parenzo e Molinari sono favorevoli allo Stato palestinese, ma additandoli come sionisti è stato impedito loro di parlare. È un clima che ricorda quello che precedette le leggi razziali».
Un clima ammantato d’ideologia.
«Che criminalizza Israele, come abbiamo visto con il Tribunale internazionale all’Aia. E vediamo con le esternazioni del segretario generale dell’Onu, António Guterres, e del Commissario per la politica estera europea, Josep Borrell».
In alcune città sono comparse insegne con «Happy Ramadan», ma si sostituisce Buon Natale con Buone feste.
«Queste luminarie a Francoforte, Parigi e Londra dimostrano che l’Europa è sempre più scristianizzata e sempre più islamizzata. Aggiungo che nelle scuole italiane, nel nome della laicità, si impedisce la benedizione pasquale, è successo a Genova, e i dirigenti concedono aule per la preghiera islamica».
Mentre nei suoi social il Pd milanese augura «Ramadan kareem» (che il Ramadam sia generoso), nelle scuole si tolgono i crocifissi.
«Nel 2004, invitato dal presidente Marcello Pera, l’allora cardinale Joseph Ratzinger tenne una lectio magistralis al Senato. In un passaggio disse che l’Occidente odia sé stesso perché è più incline ad assecondare il prossimo che a salvaguardare la propria storia. E fece il caso di come, quando si oltraggia l’islam tutti condannano e si indignano, mentre quando si oltraggia il cristianesimo tutti dicono che va tutelata la libertà di espressione».
Cosa pensa del fatto che un istituto scolastico dell’hinterland milanese chiuderà l’ultimo giorno del Ramadan perché ha studenti al 40% di origine musulmana?

«È un atto gravissimo, fossero state anche percentuali opposte. Il dirigente scolastico che ha preso questa decisione dimentica che siamo in Italia e che le festività nazionali le decide lo Stato sulla base della storia dell’Italia e della storia della cristianità».
Perché propone che lo Stato vieti il digiuno del Ramadan ai bambini musulmani?
«Perché ha il dovere di tutelare la salute soprattutto dei minorenni. La criticità nel digiuno islamico è nel divieto di bere. Non farlo per 12 ore consecutive crea problemi alla salute dei bambini. Si secca la gola, ci si disidrata, si hanno degli stordimenti. Lo certificano le denunce delle maestre e dei dirigenti scolastici».
L’islam impone il digiuno a bambini così piccoli?
«In realtà, li esenta fino alla pubertà, 13 o 14 anni».
Allora perché c’è questo allarme fin dalla scuola elementare?
«Per un eccesso di zelo le famiglie musulmane esigono che anche i bambini di 6 o 7 anni digiunino».
Sono fondamentalisti?
«Certo. Se fossero scaltri, i sedicenti imam sparsi per l’Italia impedirebbero questo digiuno infantile. Però mi auguro che lo Stato intervenga prima».
Come?
«Il ministro dell’Istruzione potrebbe diramare una direttiva dichiarando che i bambini fino alla pubertà o alla maggiore età non possono essere costretti a praticare il digiuno. Lo Stato dovrebbe farlo sulla base delle sue leggi, non sulla base della sharia islamica».
Non sarebbe un’ingerenza su una devozione religiosa?
«
No, perché il ministro non farebbe riferimento all’islam, ma alle leggi italiane suffragate da un parere sanitario che documenta che al di sotto di una certa età non si può stare 12 ore consecutive senza bere».

 

 

La Verità, 19 marzo 2024

«L’ansia degli studenti e la fine dei voti? Una furbata»

L’ultimo libro di Paolo Crepet, psichiatra e scrittore, s’intitola Prendetevi la luna (Mondadori). È un ponte gettato da un uomo di cultura, che ha vissuto decenni di sconvolgimenti e rivoluzioni, alle giovani generazioni in un momento in cui mostrano profondi segni di smarrimento.

Per prendersi la luna bisogna alzare lo sguardo: è preoccupato dal fatto che oggi i giovani guardano in basso o in orizzontale?

«Per prendersi la luna bisogna salire le scale, ma non con la scala mobile. Qualsiasi metodo accomodante è sbagliato. Nella ricerca della luna c’è la differenza di ognuno, ma alla fine dobbiamo metterci d’accordo su come fare le cose, su che mondo costruire».

I giovani guardano in basso allo smartphone o in orizzontale al pc, bacchette magiche moderne?

«Non vorrei dar loro troppa importanza. Per me sono elettrodomestici come un frigorifero. Si attaccano alla rete elettrica altrimenti si scaricano, e si usano quando c’è bisogno. Poi se si mette la dinamite nel frigorifero è un problema».

Quella che invita a prendere è la luna del Canto del pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi? «Spesso quand’io ti miro… dico fra me pensando… che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono?».

«È quella, naturalmente. Poi c’è anche uno sguardo collettivo alla luna. Invito a rispettare lo sguardo dell’uomo solo e anche lo sguardo di un popolo che cerca la sua verità. Ci sono entrambe».

Ritiene ci sia poco dialogo tra gli adulti e gli adolescenti di oggi?

«Da un certo punto di vista ce n’è troppo. Ciò che fa la differenza è la qualità del dialogo, basato su quali ruoli. Non c’è meno dialogo di una volta, parliamo di tutto e di tutti…».

Questi giovani sono più soli di quanto lo erano quelli degli anni Settanta e Ottanta?

«È quello che sto dicendo. Cosa vuol dire dialogo? Se è mettersi intorno a un tavolo, imbastire un discorso, una dialettica con una provocazione… sono contento. Invece sento un mucchio di parole banali».

In quei decenni i genitori erano autorevoli, i padri parlavano poco ma erano rispettati.

«Anche contestati. Non mi riferisco solo al Sessantotto e a quel mese di maggio… È una contestazione più ampia e coerente, con l’idea di cambiamento e di nuova vita che si voleva e si vuole affermare».

Scrive che il nuovo albero non si pianta vicino alla quercia.

«Soprattutto se si vuole che faccia frutti».

Uno degli obiettivi della società moderna è evitare il dolore e la fatica ai giovani?

«Intendiamoci su cosa significa dolore: la malattia va combattuta, e il dolore che comporta, lenito. Ma non c’è una morfina che possa eliminare i dolori dell’anima».

Ci sono gli psicofarmaci.

«Infatti. Ma certe questioni vanno affrontate e non spente nemmeno con uno psicofarmaco che ti riduce a un’ameba».

Il fatto che si parli molto di condivisione è un passo avanti tra giovani e adulti?

«La condivisione di per sé è una cosa giusta. Ma condividere non significa essere d’accordo tout court. Condivido una notizia, un sapere, poi ognuno ha la propria opinione. Se condividiamo una paura, un timore, per esempio sull’ambiente, condividiamo un problema, non necessariamente le soluzioni».

Una certa condivisione può essere livellatrice?

«Condividere un tema non significa condividerne lo svolgimento. Questa seconda parte l’abbiamo tagliata».

Spianando l’autorevolezza?

«Anche la complessità del pensiero. Condivido un argomento, ma quando ne parlo diventa complicato».

L’incomunicabilità fra generazioni è un fossato scavato dalla rivoluzione digitale?

«L’incomunicabilità c’è da decenni. Già negli anni Cinquanta si cominciò a dire che c’era qualcosa nel progresso che erodeva le nostre capacità di espressione emotiva. Si ricorda Deserto rosso di Michelangelo Antonioni? I social hanno registrato 40 anni dopo questo fenomeno».

La rivoluzione digitale l’ha acuito?

«L’ha acuito, non inventato. Non diamo medaglie a chi non se le merita».

Adolf Huxley da lei citato prevedeva una prigione nella quale «grazie al consumismo e al divertimento i prigionieri amano la loro schiavitù»: è lo scenario di dipendenza dagli smartphone, protesi dei nostri desideri e sentimenti?

«La stessa alienazione la produce l’ideologia. Jean-Paul Sartre aveva un pensiero sulle ideologie come galere convergente con le distopie di Huxley. È vero, i social dominano e sono ovunque, ma la ruota non l’hanno inventata loro».

A differenza delle ideologie coercitive, il divertimento dei social è un sedativo per tenerci nella prigione?

«Ho citato quell’espressione perché è attuale e intelligente. Ma oltre la demonizzazione cosa possiamo fare? Una battaglia ideologica contro i social? Le vere galere sono le ideologie. Se sei pro social appartieni a un’ideologia se sei contro a un’altra. Dobbiamo capire qual è il senso della vita che vogliamo costruire. Anch’io quando smetterò di parlare con lei guarderò i messaggi sul cellulare. Più che contrapporci ideologicamente, dobbiamo trovare una pragmatica esistenziale».

C’è una app a pagamento che contingenta il tempo giornaliero in Rete.

«Una app da terapia comportamentale. Ma il principio è la mia logica di vita. Se sto studiando una materia attraverso quello strumento devo poter continuare oltre. Se invece domani vado in montagna a camminare, utilizzo un centesimo del bonus».

Concorda con la proposta di regolamentare l’accesso alla Rete ai più giovani per impedire la visione dei siti porno maturata in seguito agli stupri in branco di minorenni?

«Da quando c’è la Rete, c’è il parental control ma nessuno lo attiva. Se i genitori non ci sono, chi controlla? Purtroppo non funziona il parental, non il control».

Da padre Maurizio Patriciello a Rocco Siffredi si vuole stringere la vite.

«A prescindere da chi lo propone, il problema è che l’accesso è sempre più precoce. Se avvenisse in gioventù me ne preoccuperei meno. La questione riguarda chi lo consente. Se ammetto che mia figlia di 13 anni esca vestita come se ne avesse 26 non esercito il mio ruolo di educatore. Da qui discende tutto il resto».

Perché nella scuola si è così preoccupati per l’ansia degli studenti?

«Secondo me si parla poco dell’ansia degli insegnanti e dei genitori. Parliamo dell’ultimo anello della catena, dovremmo parlare di quelli precedenti».

Rileva un difetto educativo?

«È evidente. Come mai tutta questa ansia nel 2023 e non nel 2018? Tutta colpa del Covid che oggi non c’è? Hanno l’ansia a scoppio ritardato?».

Si accusa la troppa pressione nelle università perché si è tornato a parlare di merito?

«Certo. Ce lo dicano gli studenti che protestano come fare. Togliamo i voti agli esami e diamo un giudizio? Non riesco a seguire questo discorso, mi sembra una furbata».

Cavalcata da grandi giornali che spingono per l’abolizione dei voti nei licei.

«Coerentemente quei grandi giornali dovrebbero mandare tutti a casa e assumere persone a caso. Dietro questa battaglia c’è l’uno uguale uno».

La dipendenza dalla Rete instaura processi di soddisfazione istantanei che disabituano all’impegno e alla concentrazione dello studio?

«La risposta è sì, ma il problema è un altro: questa roba tira e il mercato ha sempre ragione. Se la stoffa di un certo colore vende, anche se dico che è brutto a un certo punto mi arrendo. Nei miei libri e nelle mie conferenze continuo a mettere in guardia dall’invadenza della tecnologia. Se il mercato fosse succube del pensiero unico, i miei libri rimarrebbero invenduti e le mie conferenze andrebbero deserte».

Che cosa pensa del fatto che ragazzi che guadagnano milioni di euro giocando a calcio rischiano di rovinarsi con le scommesse?

«Penso che ci sia tanta ipocrisia. Che un calciatore guadagni mille volte più di un chirurgo l’abbiamo deciso noi. Ora non va più bene? Il campionato del mondo si è fatto nei Paesi arabi che hanno investito trilioni di dollari. Chi ha i soldi consuma. Pensavamo che i calciatori comprassero le opere di Italo Calvino? Sappiamo che macchina si comprano Ronaldo e Messi e dove vanno in vacanza d’estate. Idem degli attori di Hollywood. Noi veneriamo questo sistema perché ci guadagnano tutti, anche i giornali che ne scrivono».

Si pensava che la ludopatia fosse una patologia da sfigati.

«Macché. Vittorio De Sica ci ha lasciato delle fortune. Gascoigne era un alcolista. Stropicciamo gli occhi perché un calciatore del Milan ha giocato usando le società di betting le cui pubblicità riempiono gli intervalli delle partite. Mi si dica qual è la differenza tra una piattaforma che ha sede nei Paesi dove si pagano meno tasse, e come fa anche la Fiat, e una che si definisce legale».

Sono ragazzi che hanno realizzato il sogno del bambino, eppure…

«Non sono arrivati a niente. Sono bravissimi calciatori non ancora consacrati, che vivono nell’insicurezza».

Hanno bisogno di dosi sempre maggiori di adrenalina?

«Certo. Sono persone insicure che subiscono il mercato e che possono passare da una società all’altra. È un mondo precario. Con un valore, una classifica in evoluzione e manager spregiudicati…».

Ragazzi che possiedono tutto, ma non hanno il senso di questo tutto?

«Certo che gli manca il senso. Solo chi non li ha, pensa che i soldi diano la felicità. Quando cominci ad averne tanti capisci che non viene da lì. Si cerca di accumularli in tutti i modi possibili. Il ciabattino che non accumulava giocava la schedina».

Tornando a quei ragazzi siamo a ciò di cui parla Gesù nel Vangelo di Marco: «Che giova all’uomo conquistare il mondo se poi perde la propria anima?».

«Certo. Ma è una domanda che si poneva anche mio bisnonno. Da sempre c’è la ricerca di senso, non ce n’è una maggiore oggi. Chi ha vissuto con il comunismo o il nazismo si faceva questa domanda. È una domanda senza età».

Questi ragazzi rischiavano di perdersi pur avendo apparentemente tutto.

«È sul tutto che non siamo d’accordo. I soldi non sono tutto. È un moralismo al contrario. Siccome si hanno i miliardi non si deve temere nulla. Invece, chi ha i miliardi va al casinò, sniffa cocaina».

Per questi giovani l’età del narcisismo si sta rivoltando nell’età della solitudine?

«Il narcisismo è un fenomeno complesso. Spesso i suoi detrattori sono a loro volta narcisi. Nicolò Paganini era un grande narciso però… Poi sì, c’è anche il narcisismo distruttivo».

E può cangiare in solitudine?

«La solitudine fa compagnia all’uomo da quando è nato».

 

La Verità, 21 ottobre 2023

 

«Minacciato perché tento di difendere l’italiano»

Trasversali, trasversalissimi. Lui, Massimo Arcangeli, e l’appello di cui è promotore. Da raffinato linguista, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’università di Cagliari, critico letterario, fondatore e direttore artistico del Festival della lingua italiana e autore del testo della petizione «Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra» (consultabile su Change.org e sottoscritto tra gli altri da Massimo Cacciari, Edith Bruck, Paolo Flores d’Arcais e Ascanio Celestini), Arcangeli attraversa la geografia politica e mediatica da sinistra a destra senza scomporsi. La voce di Wikipedia che lo riguarda però è un filo datata e tra le collaborazioni giornalistiche che gli attribuisce, oltre alla Stampa, L’Unione sarda e Repubblica, compaiono solo testate di sinistra, alcune defunte: Il Manifesto, L’Unità e Liberazione. «Andrebbe aggiornata perché sono anche blogger per Il Fatto quotidiano e Il Post e collaboro con Il Messaggero, Il Giornale e Libero».

A che punto è la vostra petizione contro l’adozione della o dello schwa nella lingua italiana… A proposito, che articolo va usato?

«Un paio d’ore fa eravamo a 18.500 firme, ma le adesioni continuano a crescere. Quanto all’articolo che dovrebbe accompagnare la schwa dovrebbe essere la elle con la e rovesciata: lə».

Un rebus trovarla sulla tastiera.

«In alcuni dispositivi di ultimissima generazione, pochi, si trova. Ma poi c’è il problema del plurale, i gli le, che si scrive l3».

Formalismo contro buon senso?

«E moltiplicazione dell’inutile. Perché bisogna distinguere anche la fonetica: questi segni o simboli dovrebbero essere pronunciabili e distinguibili. Lo schwa semplice per il singolare deve differire dallo schwa lungo per il plurale».

Roba da logopedisti.

«Circolano podcast che istruiscono sulla pronuncia».

Da cosa è nata l’idea, qualcosa di preciso vi ha fatto rompere gli indugi?

«Ci pensavo da quando, nel giugno scorso, ho letto sull’Espresso un articolo di Michela Murgia contro Giorgia Meloni scritto interamente con lo schwa. La desinenza neutra, finora rimasta nell’ambito dei social, approdava all’informazione tradizionale. Di recente ero tornato sull’argomento con un post su Facebook quando lo storico Angelo D’Orsi, mi ha proposto di lanciare una petizione».

Lo scopo è impedire l’adozione di formule linguistiche arbitrarie in documenti ufficiali?

«Bloccare la possibilità di una qualsiasi commissione pubblica di adottare questo tipo di segni grafici».

C’è un caso preciso che contestate?

«In sei verbali concorsuali per la funzione di professore universitario una commissione del Miur (ministero Istruzione università e ricerca ndr) è ricorsa all’uso di decine di schwa normale o lungo. È un pericolosissimo precedente che non si può lasciar passare sotto silenzio. La petizione obbligherà il ministero a risponderne».

Finora avete avuto qualche replica?

«Aspettiamo di raggiungere 20.000 firme prima di presentarla. Se sarà accolta quegli atti saranno dichiarati nulli. La legislazione in materia è molto complessa. Speriamo si arrivi a stabilire che non si può scrivere un verbale di un atto pubblico in questo modo».

Segnali dal ministero?

«Solo Maurizio Decastri, un componente della commissione ha scritto un articolo sul sito del Corriere attribuendosi goffamente la responsabilità dell’iniziativa. In realtà, non è il presidente della commissione, ma un semplice membro».

Perché è così importante il caso di questa commissione del Miur? In fondo è un fatto isolato…

«Il fatto grave è che s’intende adottare queste formule per evitare l’uso del maschile sovraesteso e sostituirlo con l’uso del femminile. Però, anziché scrivere i candidati e le candidate, oppure gli autori e le autrici, si ricorre allo schwa. Se passa questo precedente, chiunque può sentirsi autorizzato ad applicare queste formule anche a prescindere dall’esistenza di identità non binarie».

Qual è la sua conclusione?

«La commissione che, guidata dal presidente, ha optato collegialmente per l’adozione di queste espressioni lo ha fatto con un intento politico che nulla a che fare con la lingua, allo scopo di modificarla sostituendo l’esigenza di pochi alla necessità di molti di poter leggere un atto pubblico in italiano. Questo è bene ricordarlo: non si tratta di una circolare interna, ma di un atto pubblico».

Qual è la «pericolosa deriva» che citate nella petizione?

«Proprio il fatto che, in nome di una minoranza, al di là del merito e della necessità di difendere le identità di genere non binarie, si possa modificare una norma linguistica consolidata alterandone le espressioni. Non si tratta di mere correzioni lessicali, ma di formule che investono le strutture profonde dell’italiano. In una recente intervista al Corriere della Sera un filosofo americano notoriamente non binario pretese che l’intervistatrice rispettasse la sua identità definendolo filosof*. Ma in italiano articoli, verbi, pronomi, aggettivi si accordano con il sostantivo. La conseguenza è un delirio che mina l’intero sistema linguistico».

Come si regolano gli altri Paesi?

«In Francia il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha inviato una circolare nella quale, pur incoraggiando l’uso del femminile per le professioni, tipo sindaca o ministra, ha chiesto di evitare il ricorso ad altre formule creative che potrebbero rendere più difficoltoso l’apprendimento della lingua per i dislessici».

Nei paesi anglosassoni?

«Negli Stati uniti e in Gran Bretagna c’è chi insiste per l’adozione del “loro” singolare. La popstar Demi Lovato pretende che le si dia del “loro”. Sul suo esempio, ho intercettato qualche richiesta analoga anche in Italia».

In tempi andati, in presenza di un rapporto di subalternità, si usava dare del voi.

«Anche Dante scriveva “Lo mio maestro”. Ma parliamo di un’altra lingua. Ora in Germania si prova a diffondere una nuova pronuncia. Qualcuno quando si rivolge al proprio collega o colleghi, kollegen o kolleginen, per specificare l’indeterminatezza di genere aggiunge un asterisco dopo la g, pronunciato con un colpo di glottide. Ma siamo alle acrobazie glottologiche».

Per proteggere i diritti della minoranza non binaria si trascurano quelli della minoranza dei dislessici?

«E di altre componenti neurotipiche, come i disgrafici. Più si aumentano i segni più si rende difficoltosa la lettura e la scrittura per queste categorie. In che proporzione ancora non si sa, in quanto mancano studi in materia».

Tra i sottoscrittori ci sono nomi sorprendenti…

«C’è stata un’adesione trasversale, anche di molte donne come Edith Bruck, Barbara De Rossi e Cristina Comencini».

Perché?

«Perché questi usi vanno anche contro le donne. Il neutro inclusivo voluto dagli schwaisti di vocaboli come direttore o pittore o lettore richiede la e capovolta al posto di direttrice, pittrice, lettrice, espressioni femminili che sono frutto di secoli di battaglie sociali e culturali».

L’adesione è trasversale anche a dispetto di chi ritiene che la difesa dell’italiano sia patrimonio di pericolosi reazionari?

«C’è una trasversalità anche politica. Angelo D’Orsi che ha sempre militato nella sinistra estrema, è stato l’ispiratore della petizione. Forse anche i vecchi comunisti sono diventati improvvisamente reazionari. A dispetto dei fautori dello schwa che vorrebbero politicizzare il dibattito, stiamo parlando di italiano e di norme linguistiche, non dell’adesione a una presunta ideologia».

Non a caso i più sensibili sono i linguisti.

«Hanno aderito i più insigni a livello nazionale come Francesco Sabatini, Luca Serianni, il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini».

Qual è stata la reazione dei media?

«In Italia, a parte Repubblica tutti i quotidiani se ne sono occupati. In Germania ne ha scritto Die Tagespost e in Gran Bretagna il Times e il Telegraph hanno rilevato che l’intellighenzia italiana si oppone allo schwa».

La reazione della minoranza in questione qual è stata?

«Abbiamo avuto critiche feroci. L’università si conferma un ambito corporativo e difende i suoi privilegi. I docenti dicono che siamo reazionari e che la lingua deve modernizzarsi. Ce lo aspettavamo. Abbiamo aperto il vaso di Pandora, finora nessuno aveva avuto il coraggio di esporsi in questo modo».

Michela Murgia?

«Ha riscritto la petizione in modo che apparisse stupida: “L’apericena? No, grazie”. Senza portare argomentazioni di contenuto, perciò non merita attenzione».

Ha ricevuto minacce?

«Mi è arrivato di tutto».

Anche espressioni aggressive?

«È un buon eufemismo. Ho esperienza di dibattiti culturali anche aspri e sapevo di espormi. Ma non immaginavo che si arrivasse al punto che ho constatato, e di cui sto discutendo con i miei avvocati».

Quella che voi chiamate deriva è iniziata con genitore 1 e genitore 2 nei documenti ufficiali?

«Il collegamento è la derivazione dagli eccessi del politicamente corretto. Ma l’impegno per lo schwa è precedente. In un articolo del 2015 Luca Boschetto, un informatico, cominciò a parlare di italiano inclusivo. Poi creò il sito apposito, mettendo in rete le sue proposte. Un altro salto si è verificato con l’articolo della Murgia per L’Espresso già citato».

Come giudica il fatto che al Festival di Sanremo la fluidità sia stata linguaggio dominante.

«Non mi ha sorpreso. Sanremo ha assemblato in modo furbesco tendenze già in atto, inclinando amore, sesso e look nell’accezione della fluidità».

Come giudica i testi delle canzoni?

«Mediamente banali, privi di ricerca espressiva. Me ne occupo da una decina d’anni e dell’ultima edizione salverei i brani di Giovanni Truppi, di Dargen D’Amico e di Fabrizio Moro».

L’anno scorso hanno vinto i Måneskin e ora Mahmood e Blanco: inevitabilmente la fluidità modificherà anche l’italiano?

«È quello che non deve avvenire. Un conto è accompagnare un processo culturale o sociale, un altro brandire la grammatica come un’arma. La lingua ha tempi diversi».

A proposito di tempi, il politicamente corretto, la cancel culture e il linguaggio woke sono il nostro futuro?

«Sono il nostro presente, purtroppo. La cancellazione ci sta privando di Dante, Ovidio, Shakespeare solo per citare i primi nomi che mi vengono. Il dogmatismo intollerante è una deriva molto pericolosa».

 

La Verità, 11 febbraio 2022

«Ecco come funziona la mafia accademica»

È una ferita ancora aperta quella che Ferdinando Camon ha deciso di scoprire in Scrivere è più di vivere, il nuovo libro appena uscito da Guanda. Il capitolo che s’intitola L’urlo della mafia accademica è una denuncia in piena regola, nello stile del racconto autobiografico. Ma, sebbene siano trascorsi 45 anni dal fatto che ha deviato il corso della sua vita, la cicatrice è ancora dolente. Con La Verità, l’autore di Un altare per la madre ha scelto di circostanziare con nomi e cognomi tutta la storia, che rappresenta in modo clamoroso il sistema di assegnazione delle cattedre pilotate verso mogli, compagne, parenti. Un rapido sondaggio presso i suoi lettori su Facebook ha decretato a grandissima maggioranza che queste denunce vanno fatte.

Il libro inizia con un prologo significativo: lei, figlio di contadini, s’iscrive all’università, ma non ha i soldi per le tasse.

«Faccio il giro dei parenti, raccolgo il denaro e pago. Ma, nobilmente, l’università mi restituisce la somma perché il mio voto della maturità è alto. Resto ammirato. L’università mi esonera dalle tasse dei primi tre anni, non per il quarto».

Motivo?

«Dicono che non ho sostenuto l’esame di letteratura italiana. Quando mi presento in segreteria con il libretto, la segretaria capisce che il professore si è dimenticato di firmare il registro dei verbali e gli manda un sollecito con la firma del rettore».

A quel punto?

«Il professore invia a me una lettera minacciosa, dicendo che ho osato rimproverarlo: “Ci pensi per la sua vita e per il suo avvenire”. Un avvertimento che non capisco».

Chi era questo professore?

«Vittore Branca, un barone».

Una potenza. Dopo cosa accade?

«L’inevitabile cambio del docente di laurea innesca tutta la catena».

Ripercorriamola.

«La facoltà di lettere bandisce un incarico di letteratura italiana e io presento domanda. Siamo in due, ma io risulto primo perché l’altro, avendo un altro incarico, a norma di legge deve finire in coda».

Invece?

«La facoltà assegna l’incarico a lui: ero stupefatto».

Immagino.

«Il Senato accademico dichiara “illegittima” la delibera. La facoltà si riunisce nuovamente, ribadisce la sua scelta e il Senato la respinge per la seconda volta. Il rettore Luciano Merigliano mi tranquillizza. Ma la facoltà conferma per la terza volta la decisione e il Senato la invia al ministero della Pubblica istruzione. Mi presento a Roma in una sorta di ufficio reclami per i concorrenti universitari».

Situazione kafkiana…

«In una grande sala siamo un centinaio, forse di più. Quando tocca a me la funzionaria estrae da un cassetto la mia pratica. Io ho in mano la stessa delibera e vedo la sua capovolta, ma con una riga in più. Dico: “La sua fotocopia è falsa perché ha una riga in più”. Avevano fatto un altro originale. Mi aspettavo che la funzionaria riconoscesse il falso. Invece, ordina a tutti di uscire dalla sala, non vuole testimoni, chiude la fotocopia nel cassetto e mi intima di andarmene: “Non ho niente da dirle”».

Morale?

«Il ministero proteggeva la mafia».

Nome del ministro?

«Franco Maria Malfatti, un habitué della Pubblica istruzione».

Prova a contattarlo?

«Gli scrivo. Mi risponde cortese, ma sgusciante».

Si rassegna?

«No, intanto inizia l’operazione di allontanamento. Vogliono dirottarmi a Bologna».

Come?

«Preannunciato da una collega di francese, anche lei in attesa d’incarico, che avrà, a Padova, il preside del Dams, Benedetto Marzullo, mi convoca a un colloquio. La sua astuzia è creare un incarico di Letteratura di massa da affiancare a Comunicazioni di massa a condizione che io ritiri il ricorso al ministero».

Lei promette di farlo, ma…

«Non lo faccio e, appena se ne accorgono, smettono di pagarmi. Continuo a insegnare perché non voglio abbandonare la cinquantina di studenti che mi segue. Assisto agli esami il docente di Comunicazioni di massa, Martin Krampen, un tedesco che non sa esprimersi in italiano chiamato da Umberto Eco. Tutto gratis».

È una doppia sconfitta: né Padova né Bologna.

«Un amico, Giorgio Tinazzi, docente di Storia del cinema, mi convince a portare l’università a processo. Scelgo come legale il presidente dell’Associazione degli avvocati di Padova. Quando arriviamo al Tar di Venezia, competente in materia di lavoro, il presidente della corte osserva: “Non avete ancora capito che la facoltà non lo vuole?”».

Sensazioni a parte, qual è la sentenza?

«Una settimana dopo l’udienza mi chiama l’avvocato: “Lei non mi deve nulla perché il Tar ha condannato la facoltà di lettere a pagare tutte le spese processuali comprese le mie, ma non ha cambiato la delibera”».

Fine della storia?

«Sì. Ma qualche tempo dopo, quando Pier Vincenzo Mengaldo, importante italianista e critico letterario, si fa nominare commissario d’esame per assegnare una cattedra al fratello della sua compagna, mi lamento sul giornale locale indicando il conflitto d’interessi. Mi risponde sullo stesso giornale il preside di Lettere, Oddone Longo, sostenendo che un professore che assegna una cattedra al fratello della sua compagna è una faccenda privata».

Diceva la stessa cosa che diceva lei senza vederci il reato?

«Non capiva che il concorso per una cattedra universitaria è un atto pubblico, regolato per legge, e non un fatto privato. La stessa circostanza che ha visto protagonista Alberto Asor Rosa».

Anche lui?

«Da presidente di commissione ha assegnato la cattedra alla sua compagna. Asor Rosa è certamente persona scrupolosa e attenta, come lo è Mengaldo. Ma nelle nostre università vige il metodo della cooptazione. Il professore, il ricercatore non vale in sé, ma in quanto accolto nel cerchio dei potenti».

È una forma di elezione, di elevazione?

«È una sorta di ordinazione sacramentale. Un’affiliazione che conta più delle regole della legge. Non vige il criterio della produzione scientifica – sono andato in cattedra perché ho scritto tre opere su Giovanni Verga – ma mi ha messo in cattedra il professore tal dei tali. Cooptandolo, il potente consacra un sottoposto».

È un sistema tuttora attivo?

«In tutte le facoltà. La mafia accademica è più estesa, coinvolgente e insinuante di quanto immaginiamo».

Non lo vedono come un sistema mafioso?

«Per il mafioso la mafia è un’istituzione positiva, che fa il bene».

Le raccomandazioni ci sono sempre state.

«È qualcosa di più. Il potere del protettore si capisce dal valore del protetto. È un potere che cresce e si perpetua su sé stesso. Poi ci sono le compagne: in molti casi il matrimonio arriva dopo che si è trovata la cattedra per lei».

Perché ha impiegato così tanto prima di raccontare questa storia?

«Mi avevano restituito le tasse, avevo una venerazione per l’università. E poi, un po’ alla volta, mi è parso si fossero pentiti».

Che cosa glielo fa dire?

«Qualche anno dopo, nel 1978, pubblico Un altare per la madre. Del libro si parla molto, è rapidamente tradotto in una decina di lingue, concorro allo Strega. Mi chiama Cesare De Michelis e mi trasmette un’ambasciata che suona così: se vado a casa di Vittore Branca a Venezia, mi consegna la sua scheda con il voto allo Strega. “Ringrazialo, ma non vado a casa di nessuno a raccogliere le schede dei votanti”. Passano altri anni e Franco Sartori, il professore di storia greca con il quale mi sono laureato, mi manda dei complimenti e chiede di venire a cena con la moglie. Ha da poco avuto un infarto e, negli ultimi suoi anni, vuole mostrarle che ha seminato bene. Il fatto mi commuove».

Altri segnali?

«Un anno fa la regione mi ha conferito il premio Leone del Veneto, l’anno prima era andato ad Andrea Zanzotto. Per consegnarmelo con tutti gli onori scelgono proprio la Sala dei Giganti della facoltà di lettere».

Più incrociato Branca?

«Una volta a un ricevimento siamo in piedi, con il piatto… Mi sfiora, mi urta, sembra inavvertitamente. Io faccio finta di nulla».

La sua è stata una battaglia donchisciottesca?

«Sì, l’ho capito dopo. Ma ho lottato, vincendo e perdendo. Il mio compito nella vita consisteva nel cercare di capire la realtà e di contribuire a migliorarla. Scrivendo».

 

La Verità 6 aprile 2019