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«Con un libro da mezz’ora do l’assalto ad Amazon»

Una vita da film. O da grande documentario. Fate voi. Se un regista, un produttore o un editore s’imbattessero in Riccardo Ruggeri potrebbero farsi venire delle idee. Vivesse negli Stati uniti, lo coprirebbero di chissà quanti premi e onorificenze. Di self made man così ne nasce uno ogni vent’anni. Da operaio della Fiat a Ceo di società quotate a Wall Street, tipo la New Holland (fusione Fiat-Ford di macchine per movimento terra ndr). Dalla portineria di 12 metri quadri, camera e cucina per cinque persone, alla corte della regina Elisabetta d’Inghilterra che lo premiò personalmente con il Queen’s Award. Licenziato dalla Fiat  per eccesso di successo (parole di Umberto Agnelli), si è specializzato nella ristrutturazione di aziende tecnicamente fallite: «Gli imprenditori mi davano le chiavi perché si fidavano e io, da amministratore delegato, agivo come fossi il padrone, rianimando il cadavere». Poi consulente strategico di Enel, Rai, Ferrero… Negli anni Novanta ha battezzato una serie di startup: «Quattro, per l’esattezza. Una è stata un flop colossale che mi è costato parecchi soldi. Due sono andate molto bene e le ho vendute. La quarta si è trasformata in azienda di famiglia, il cui successo non è merito mio». Ora, a 86 anni, Ruggeri sta scrivendo un altro capitolo della sua storia e continua a sfornare idee con la vivacità di un trentenne. L’ultima delle quali è il rivoluzionario «Libroincipit». Sul sito di Zafferano.news è acquistabile il primo, a sua firma: Editoria & Amazon. Romanzo autobiografico.

Ci racconta quest’ultima genialata?

«Certo. Ma dobbiamo arrivarci per gradi perché è il traguardo di un processo intellettuale molto lungo e complesso».

Mi armo di pazienza.

«Finita la stagione delle startup ho deciso che avrei continuato a lavorare a titolo gratuito, come per un servizio pubblico. Nel 2006-2007, a più di 70 anni, mi sono chiesto quale fosse il settore più difficile nel business. L’editoria tutta, giornali e libri, stava entrando in una crisi profonda. Mi ci sono buttato».

E sono nati Grantorino Libri e Zafferano.news, giornale online per abbonati seppur gratuito e senza pubblicità.

«Prima è nato il Cameo, il mio format giornalistico. Un adattamento del “Gonzo journalism” inventato da Hunter Stockton Thompson che ho conosciuto a Washington nel 1980. Un giornalismo molto sofisticato che può essere veritiero senza essere rigidamente oggettivo, fatto di racconti di 15 – 20.000 battute, che mescola elementi reali a interpretazioni soggettive ed esperienze personali. Il Cameo ne è una versione ridotta e Zafferano è la sua estensione a livello di testata alla quale collaborano autori a titolo gratuito».

Una testata di commenti e riflessioni?

«Zafferano è un simil-quotidiano, non c’è bisogno che esca tutti i giorni. Le notizie arrivano dalla tv e da internet, ma i commenti non scadono come lo yogurt. Prendiamo il caso Morisi: è fuffa o estremizzazione? A me interessa la riflessione sul potere. In un tweet ho scritto “Il Potente è colui che durante il giorno esercita il potere in purezza e al calar delle tenebre si fa sopraffare dall’impudicizia”».

Torniamo all’editoria e al «Libroincipit».

«Qualsiasi idea consta di due fasi, la visione e l’execution, la realizzazione. In questo caso la visione è cambiare il processo editoriale dei libri, ripensando la filiera editore autore lettore. Oggi tutti i costi sono a carico dell’editore che si deve avvalere di editor, grafici, informatici e di una serie di strutture che valutino il ritorno economico del prodotto. I grandi editori che hanno assorbito i marchi minori e gestiscono le due maggiori catene distributive controllano la filiera completa. Ma il cuore se l’è preso Amazon, che sta cambiando radicalmente il mercato».

Cosa può fare il «Libroincipit»? E qual è la sua execution?

«Cambiare il libro e il modo di produrlo. Se vogliamo che sia letto e non solo pubblicato dobbiamo fare in modo che non richieda più di mezz’ora del nostro tempo».

Perché?

«Trenta minuti sono il tempo standard di tutte le attività umane 2.0, dal sesso al cibo, dal parto col cesareo al morire con l’eutanasia olandese, alla messa domenicale. Mezz’ora è il tempo di lettura di 30.000 battute, in pratica un lungo incipit. E in 30.000 battute si può dire tutto. Esempio: sulla filosofia di Amazon avrei potuto scrivere 600 pagine, ma chi le avrebbe lette?».

Come fa l’autore a diventare editore?

«Il più penalizzato dal mutamento del mercato è l’autore. Ognuno di noi lo è potenzialmente. Molti giornalisti, accademici, persone comuni sognano di pubblicare un libro perché è una grande soddisfazione per chi vive di lettura e scrittura. Ma la corte degli autori di regime monopolizza la fascia dei lettori abituali, una fetta che va riducendosi. Per questo bisogna trasformare l’autore in editore a basso costo e per questo io metto a disposizione Grantorino».

In che modo?

«Non avendo scopo di lucro, posso fornire il protocollo del format “Libroincipit”, la competenza editoriale, marchio compreso, grafici e informatici per la versione digitale e stampatore per quella cartacea. In cambio chiedo solo un fee, un piccolo canone per l’affitto del know how di Grantorino. Inoltre, metto a disposizione la piattaforma di Zafferano con i suoi 15.000 abbonati ai quali far conoscere la pubblicazione. Infine, l’autore può andare autonomamente dai grandi distributori o gestire un proprio mercato e l’incasso è tutto suo. Non ci sono percentuali di diritti e costi superflui».

Che differenza c’è rispetto agli editori che già pubblicano a pagamento?

«Gli editori a pagamento vivono sugli “autori a proprie spese” che Eco chiamava la “vanity press”. Alla base c’è un accordo a pubblicare un certo numero di copie a spese dell’autore. L’editore stampa giusto quelle e si prende anche i soldi dell’autore, che però appaga la propria vanità vedendo pubblicato il suo libro. Io invece cedo le facility dell’editore e se il libro vale l’utile è tutto dell’autore».

Sparisce la disintermediazione degli editori com’è avvenuto con i social network e il giornalismo professionistico?

«In un certo senso uccido l’editore per salvare l’autore. Trasformandolo in editore, lo rendo protagonista. Puntando sulla logistica, Amazon fa il contrario e ci trasforma in consumatori. Tra qualche anno ci porteranno anche il cibo e vivremo stesi sul divano di cittadinanza».

Da disoccupati retribuiti?

«Ma sempre più sudditi di Jeff Bezos, il più intelligente dei tycoon della Silicon valley».

Perché?

«Perché ha capito che se al posto del prodotto metti al centro il processo, cioè la logistica puoi dominare il sistema. Amazon è avviato a diventare uno dei grandi monopoli mondiali. Non a caso sta entrando nel cinema e nella tv, settori apparentemente lontani. Presto sarà nel sistema bancario perché conosce lo stato patrimoniale di tutti i suoi clienti. È il più grande negozio virtuale del mondo, costruito sull’abbattimento dei costi. Adesso Bezos va sulla luna. Estremizzando, si può dire che il vero presidente dell’Occidente è lui».

Cosa vuol dire, come scrive, che la sua aspirazione non è la ricchezza, ma un mondo a immagine e somiglianza di Amazon?

«Per esempio, che negli Stati uniti sta investendo cifre importanti sugli asili».

Perché?

«Sull’immediato ci rimette, ma ridisegna il metodo educativo. Va nelle periferie più scalcinate e finanzia un asilo per avere gente adatta a quella che chiamo “atmosfera Amazon” o addirittura “stile di vita Amazon”. Partendo dai giochi la vita diventa un grande negozio. Dalla culla alla tomba, come si diceva del sistema svedese, Bezos lo applica sul serio. Ha investito miliardi di dollari su qualcosa che appare marginale, ma in termini strategici non lo è».

Scrive che Amazon è la nostra nuova Bibbia laica: dobbiamo rassegnarci?

«Io non lo faccio. Intanto, cominciamo a conoscere il sistema di cui si decantano meraviglie perché ti consegna un libro in 24 ore. Mi chiedo: salvo casi eccezionali, che bisogno c’è di avere un libro in 24 ore? Non è mica una medicina. È un processo che non accetto, devo poter scegliere. Con Amazon sono totalmente dipendente come lo erano gli imperatori romani dal cavallo che gli portava i dispacci di guerra. Se si azzoppava il cavallo, perdeva la guerra. Noi però non siamo in guerra. Per questo ho creato Grantorino libri e Zafferano».

Come spazi di libertà?

«Non producendo utili, rifiutando la pubblicità che mi viene costantemente offerta, siamo indipendenti dall’Agenzia delle entrate e non facendo politica politicante indipendenti anche dalla magistratura».

Perché affida questo progetto alle sue nipoti come il chiostro nel quale resistere al Ceo capitalism?

«I miei figli e le mie nuore si dedicano all’azienda di famiglia. Alle mie nipoti non costerà niente e non ci guadagneranno niente. Non sono creature concepite per il business, ma per una forma di resistenza, uno spazio di libertà. Prima di dormire esco sul terrazzo e guardo le stelle o quando mi alzo al mattino e vado a guardare le erbe aromatiche e officinali. Con questo modello di vita mi posso permettere dei privilegi intellettuali ormai rari».

Per questo vive in Svizzera?

«È un’altra scelta d’indipendenza. Premesso che è trent’anni che vivo all’estero, amante feroce della libertà, senza ismi, considero solo la Svizzera e Israele gli ultimi due “chiostri” di libertà. Stare qui vuol dire stare in un luogo tranquillo, dal quale si vede il mondo come da un balcone fiorito. Modalità ottima per chi ha il privilegio di riflettere e di scrivere».

 

La Verità, 2 ottobre 2021