«Costruiamo il futuro, no alla società del controllo»

Caro Giordano Bruno Guerri, per cominciare le chiedo un piccolo sforzo di fantasia: oggi che consiglio darebbe Gabriele d’Annunzio a Giorgia Meloni?

«Se parlasse ai suoi tempi direbbe di rifare grande l’Italia. Ma non credo che oggi D’Annunzio spingerebbe il nazionalismo, semmai l’innovazione: perché è questo il modo per difendere la nazione».

Invece lei, uomo contemporaneo, come valuta i primi due mesi del nuovo governo?

«Due mesi sono pochi, eppure leggo già molti giudizi taglienti. All’inizio un governo, per di più nato nelle condizioni che sappiamo, si deve organizzare com’è capitato a tutti gli esecutivi. La mia prima sensazione è positiva, Giorgia Meloni mi sembra solida ed essenziale. D’altra parte ravviso la tendenza a un conservatorismo che non mi piace».

Dove lo vede?

«Per esempio, sulla scuola. Il merito è certamente un criterio da valorizzare, ma non vedo ancora gli strumenti per farlo. Oppure la legge sui rave party, intendiamoci, una legge necessaria, ma all’inizio stesa molto male. Gli esempi non mancano».

Se non ho capito male, è contento di non essere diventato ministro.

«Ha capito bene. L’avrei fatto per senso del dovere e gusto della sfida. Sarei entrato in un mondo che non ho mai frequentato se non marginalmente. Ma la mia vita ne sarebbe stata devastata, soprattutto perché avrei dovuto lasciare il Vittoriale».

Presidente e direttore generale della Fondazione Vittoriale degli Italiani dal 2008, Giordano Bruno Guerri, scrittore, storico eminente e già direttore editoriale di marchi prestigiosi, è impegnato a rendere sempre più attraente e moderna la casa museo più visitata al mondo. Nell’anno che si sta chiudendo il Vittoriale ha superato i 260.000 visitatori, 19.000 in meno del 2019, anno record, ma 100.000 in più del 2021. Perciò si può dire che «si è messo alle spalle la crisi del Covid e la guerra e ora prepara nuove iniziative in occasione delle manifestazioni per Bergamo e Brescia Capitale italiana della cultura per il 2023 come GardaLo!, il primo festival culturale della sponda lombarda del lago di Garda».å

Oltre alla cura del Vittoriale, qual è la vita che da ministro sarebbe stata compromessa?

«Adesso, per fare un esempio concreto, sono all’estero con la mia famiglia…».

Come trascorrerà il Natale?

«Visiterò il Marocco. Ritengo sia un bene che i miei figli conoscano il mondo arabo. E poi mi depurerò dall’assalto di luci, presepi e babbi natale».

È una presa di distanza dal cristianesimo o dal consumismo?

«È un allontanamento dai riti e dalle abitudini di questo periodo, dalla finzione di armonia e dai pranzi eccessivi».

Tornando al governo, trova conferma l’idea che Meloni e il suo partito non dispongano di una valida classe dirigente?

«Credo che la classe dirigente la stiano preparando, ma non si forma né in un anno né in dieci. È un lavoro lungo e complesso, nel frattempo si opera con quello che c’è».

L’esecutivo ha perso compattezza sulla legge contro i rave party e sui temi economici?

«Credo ci sia una visione diversa fra i partiti della maggioranza che crea conflitti che si spera restino piccoli. Non vedo un difetto nel correggere alcune decisioni, ma la capacità di riconoscere gli errori e di porvi rimedio».

Un’altra obiezione della campagna elettorale riguardava il ritorno al potere del fascismo in caso di vittoria di Giorgia Meloni.

«Il fascismo è un fenomeno storico morto e sepolto. Credo che nessuno ai vertici di Fratelli d’Italia lo rimpianga. Piuttosto, ci potrebbe essere un ritorno al conservatorismo di Dio, patria e famiglia che non è una formula propria del fascismo, ma tipica anche dei governi democristiani. Personalmente penso che converrebbe puntare energie e risorse in altre direzioni».

Quali?

«Vigilerei sul dominio degli algoritmi e dell’economia digitale sulle persone. A questo proposito apprezzo il comportamento di Giorgia Meloni nei confronti dell’Europa. Che non è una chiusura pregiudiziale, ma la difesa del controllo nazionale di fronte alla pressione economica europea che spesso si configura come un secondo governo, potenzialmente schiacciante».

Con il movimento «Italiani liberi» fondato con l’antropologa Ida Magli avevate messo in guardia da questi pericoli.

«A metà anni Novanta denunciavamo la possibilità di una sopraffazione dei popoli in favore di un’omogeneità non realizzabile in tempi così brevi. Mi sembra che il governo Meloni stia muovendosi nella direzione giusta, collaborando con l’Unione europea ma, quando occorre, mantenendo una politica distinta come sulla gestione degli sbarchi e l’arrivo degli extracomunitari».

O come sull’adesione al Mes: si è detta pronta a firmare con il sangue la decisione di non prenderlo.

«Concordo nel merito della decisione, ma forse certe battute a effetto andrebbero evitate perché l’Europa non è spiritosa».

La cultura del politicamente corretto e l’avvento della pandemia hanno rafforzato la tendenza all’omologazione?

«La pandemia ha aperto un varco terribile all’estensione del controllo degli individui. La possibilità di chiudere tutti in casa, di dire a che ora uscire e a che ora rientrare è un precedente di gestione delle masse molto pericoloso. Se si verificasse una crisi economica di gravi proporzioni, chissà cosa potrebbe fare un governo per limitare l’indipendenza dei cittadini».

È il capitalismo della sorveglianza.

«Possiamo chiamarlo così ed è sempre più pressante. Non solo nella sorveglianza, ma anche nell’indirizzo del pensiero e dei comportamenti. Il politicamente corretto è già una componente e un risultato di questo indirizzo che non si limita al divieto di pronunciare la parola “negro”, ma tende a promuovere una forma di pensiero unico».

Qualcosa si è visto negli annunci di alcuni politici di vertice europei che si sono auto-investiti del compito di vigilare sul comportamento del governo italiano.

«Il pensiero unico avanza e si estende. Mi ha molto confortato sapere che in America alcuni intellettuali come Noam Chomsky stanno fondando nuove università per rompere questo accerchiamento».

L’emergenza sanitaria giustificava la richiesta di maggiore disciplina ai cittadini?

«Io non sono no vax e penso che la salute venga prima di tutto. Ma si è visto che si sono commessi degli errori e che la stretta dei governi italiani, al plurale, è stata inferiore solo a quella del governo cinese. Che ci siano stati eccessi è comunemente riconosciuto. È particolarmente grave che per proteggerci dal Covid si sia danneggiata la salute riguardo ad altre malattie più gravi, per esempio rinviando o cancellando gli esami preventivi per il cancro. Sembra sia stata un’esercitazione generale per un controllo strettissimo. Lo si vede anche oggi… La difesa a oltranza del pos e il rifiuto di alzare il tetto al contante potrebbero preludere a nuove forme di controllo».

Viviamo in una specie di distopia?

«Il timore è che questo sia l’inizio, non un episodio estemporaneo».

Ci vorrebbe un volo sopra Bruxelles come quello di D’Annunzio su Trieste?

«Non credo basterebbe. Probabilmente lo abbatterebbero».

L’accusa di ritorno al potere del fascismo è un’intimidazione preventiva prima che Meloni muova le sue pedine?

«Certamente. Il pericolo fascista viene usato come un manganello dalle sinistre. Che deve fare quella povera donna più che piangere durante la visita al museo ebraico di Roma?».

È stato un pianto un po’ tardivo?

«E quando doveva farlo, appena nata? Non mi sembra che abbia mai manifestato amore per il fascismo. C’è quella sua intervista a 16 anni… Ma lei si riconoscerebbe in ciò che pensava a 16 anni? È politicamente scorrettissimo rinfacciargliela, per altro da parte dei più strenui militanti del politicamente corretto».

È giusto che il nuovo governo estenda la sua influenza nei posti di comando o dovrebbe mostrarsi più liberale?

«A me sembra sia una cosa normale, sempre avvenuta e sia giusto che avvenga. L’esempio americano di spoil system è limpido e nessuno si scandalizza. Piuttosto dev’esserci attenzione affinché vengano scelti uomini di qualità perché se sostituisci un bravo avversario con un amico inetto ti giochi una fetta di credibilità».

Dopo decenni di egemonia culturale della sinistra è giusto puntare a una nuova mappa?

«Ho paura delle egemonie di sinistra come di quelle di destra. La cultura è un unicum in movimento e non ha colore… Non auspico che si passi dal rosso al nero, ma che si realizzi un processo di maturazione attraverso la scuola e nelle istituzioni, senza preoccuparsi di instaurare nuove egemonie».

Qualcuno osserva che Meloni è troppo timida, per esempio sulla Rai.

«Il governo è in carica da due mesi e sta affrontando la legge di bilancio e il Pnrr. Buttarsi sulla Rai sarebbe una mossa goffa e sbagliata. Credo sia una necessità da affrontare in un secondo momento, sempre se ci saranno gli uomini giusti per farlo».

Concorda con la decisione del ministro Giuseppe Valditara di vietare l’uso dei cellulari in classe?

«Certamente, il cellulare è uno strumento privato che permette attività che non c’entrano con il lavoro scolastico. Spero che verrà un momento in cui le classi saranno dotate di computer per favorire una didattica più adeguata e moderna. Una cosa è aiutare la ricerca, un’altra andare su TikTok. Finché non si potrà fornire tutti di i-pad è corretto proibire il cellulare. I miei figli li mando a scuola senza telefono senza che me lo dica il ministro».

Non legge Tolkien né Roger Scruton: che autore consiglierebbe a Meloni?

«Premetto che non detesto Tolkien, ma non ho interesse per Il Signore degli anelli. Personalmente trovo affascinante Yuval Noah Harari, l’autore di Homo Deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo».

Vorrebbe maggiore attenzione alla contemporaneità?

«Auspico una classe dirigente più vigile e progettuale sul futuro. Per esempio, il problema della denatalità è gravissimo perché si rischia la scomparsa di un popolo e di una cultura. Giustamente ci vantiamo del made in Italy, ma quando non ci saranno più persone in grado di realizzarlo sparirà. Servono misure energiche per favorire la natalità, uno dei problemi principali del nostro Paese».

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo dice che nel 2070 ci saranno 11 milioni d’italiani in meno.

«Il cittadino comune se ne frega del 2070, ma è giusto che gli uomini di Stato si pongano questo problema come priorità assoluta. Progettare il futuro è il massimo compito della politica».

 

La Verità, 24 dicembre 2022

«Chi fa figli aiuta anche chi non li vuole»

Lo scenario ha tratti inquietanti. La popolazione italiana continua a diminuire e a invecchiare. L’Istat ha appena diffuso i dati del censimento del 2021: calo dello 0,3% (-206.080 persone) rispetto al 2020 e aumento dell’età media da 43 a 46 anni rispetto al 2011. La causa di tutto è l’inverno demografico nel quale siamo precipitati e che nei primi nove mesi del 2022 si è fatto ancora più rigido. In questa intervista Gian Carlo Blangiardo, presidente Istat e autorevolissimo demografo, approfondisce la riflessione articolata al recente Festival della statistica e della demografia di Treviso, provando a vedere «il bicchiere mezzo pieno». Ma anche suggerendo, pur nel linguaggio tipico di chi ha un ruolo istituzionale, un paio di chiavi di lettura. La prima è che chi fa figli aiuta anche chi non ne fa perché i bambini di oggi, da adulti sosterranno il welfare di tutti. La seconda è che sulle politiche in favore della famiglia e della maternità, l’attuale governo sta andando «nella direzione giusta», se invece si guarda «più indietro nel tempo non era così».

Professor Blangiardo, quali sono i dati relativi all’andamento demografico del nostro Paese nei primi nove mesi del 2022?

«Sono dati che confermano la tendenza alla non crescita. Continuiamo a perdere popolazione a causa del saldo naturale negativo: ci sono più morti che nati».

È un dato ancora in calo rispetto al 2021?

«In particolare sul fronte dei nati. La natalità nei primi nove mesi di quest’anno registra una diminuzione del 2% rispetto allo stesso periodo del 2021».

Eppure il 2022 è stato meno drammatico dei precedenti sul terreno del Covid.

«Questo lo abbiamo visto tutti. Ma non ci siamo ancora ripresi dal sentimento di paura e dalle difficoltà che la pandemia ha creato sul fronte della riproduzione. La programmazione della nascita di un figlio è influenzata da aspetti sanitari ed economici. Questi fattori, che hanno limitato la fecondità nel 2020 e 2021, hanno allungato i loro effetti anche nell’anno che sta finendo. Per di più, già nel 2019 era in atto una tendenza regressiva. Il numero dei nati diminuisce costantemente già dal 2008».

Che previsioni si fanno per il futuro?

«Le previsioni hanno sempre un margine d’incertezza. Comunque, se partiamo dai 400.000 nati del 2021 con indice di fecondità di 1,25 per donna, anche aumentandolo a 1,5, nel 2070 i nati scenderebbero a 350.000. Ovvero: i nati non aumenterebbero perché il numero di donne in età feconda continua a diminuire per effetti del calo di natalità degli anni passati. Per invertire la tendenza servirebbe almeno un indice di fecondità pari a 2, due figli per donna. E anche in questo modo non si arriverebbe a recuperare i livelli precedenti al 2008».

Il cosiddetto inverno demografico è solo all’inizio?

«È uno scenario certamente preoccupante per le conseguenze che provoca. Nel 2070 perderemo 11 milioni di abitanti, passando da 59 a 48 milioni di residenti. In parallelo si registrerà una  riduzione nella fascia 20-66 anni, con una minor potenzialità produttiva. Un secondo aspetto da considerare attentamente è che la componente anziana e vecchia della popolazione continuerà a crescere decisamente. Oggi ci sono circa 800.000 ultranovantenni, nel 2070 ce ne saranno più di 2 milioni, mentre gli ultracentenari saranno 145.000, oggi sono circa 20.000. Si capisce facilmente che garantire un servizio sanitario adeguato a una quantità considerevole di persone di questo tipo sarà molto difficile».

E sulla nostra economia quali saranno le conseguenze?

«A parità di tutte le altre condizioni e ragionando sui consumi medi delle famiglie, solo per effetto del cambiamento demografico, della composizione per età della popolazione, del numero di abitanti, dai circa 1.800 miliardi di oggi il Pil scenderebbe di 500 miliardi. Quindi, nel 2070, la torta verrebbe a ridursi, in valore assoluto, di un terzo».

L’inverno demografico riguarda soprattutto l’Italia o si estende a gran parte del pianeta?

«Riguarda l’Europa in particolare, non l’America che continuerà a crescere. Il processo in atto da noi è molto simile a ciò che sta avvenendo in Spagna e in Grecia e che si diffonde, in generale su tutto il continente, con qualche differenza in Francia, dove la natalità è maggiore».

Il 13 settembre scorso, incontrando gli imprenditori di Confindustria, papa Francesco ha detto che «oggi fare figli è una questione patriottica, per portare il Paese avanti»: cosa ne pensa?

«Una nazione è costituita da tre elementi: il territorio, la popolazione e la sovranità, ovvero il suo ordinamento giuridico. Posto che il territorio è quello che è, e lo stesso vale per l’elemento istituzionale, quanto alla popolazione: se essa si modifica quantitativamente e qualitativamente gli equilibri del sistema paese vengono messi in discussione. Perciò la dichiarazione di papa Francesco è in linea con l’evidenza delle cose. Se vogliamo continuare a esistere come Paese, e come un grande Paese, dobbiamo continuare a esistere anche come popolazione, con una dimensione adeguata; altrimenti lo Stato si estingue».

Come incidono in questo scenario le migrazioni?

«Nei calcoli che prevedono 48 milioni di italiani nel 2070 è già conteggiata un’immissione netta, la differenza tra chi emigra e chi immigra, di 130.000 persone mediamente ogni anno. È chiaro che un maggior ingresso dall’esterno attenuerebbe l’effetto regressivo della denatalità. Ma in questo caso il rischio riguarderebbe il processo d’integrazione. Integrare 100.000 o 200.000 persone è un conto, farlo con numeri più elevati potrebbe essere problematico».

Quali sono le principali cause di denatalità in Italia?

«Sono codificate da tempo. Dicendole banalmente: i figli costano, i figli vincolano, i figli impegnano soprattutto la donna se ha un lavoro, ponendo un problema di conciliazione. Richiedono cura e quindi pongono il tema del numero di posti, e di costi, negli asili nido, perché non sempre ci sono i nonni. Inoltre, val la pena riflettere su una questione che definirei culturale. Nella mentalità comune ci siamo abituati a pensare che “se volete figli, sono fatti vostri”. Invece, dobbiamo mettere in conto che “sono anche fatti nostri”, cioè di chi non fa figli. È il momento d’iniziare a pensare in termini di condivisione. I benefici di questi bambini, che da grandi verseranno i soldi sostenendo il welfare, si estenderanno anche a chi figli non ne ha fatti. Perciò, se usufruiremo dei benefici da loro, è giusto condividere in proporzione anche i sacrifici di chi li ha voluti e cresciuti».

La politica in favore della famiglia e della maternità è carente?

«Io preferisco guardare il bicchiere mezzo pieno. Ora mi sembra che stiamo andando nella direzione giusta, se guardiamo più indietro un tempo non era così. Teniamo presente che le risorse sono poche e non si potranno far miracoli. Però aver iniziato un percorso è importante, altrettanto lo è proseguirlo».

Cosa pensa del fatto che la premier Giorgia Meloni ha annunciato iniziative a sostegno delle madri che vogliono partorire ma che hanno difficoltà economiche?

«Se parliamo di madri che vogliono partorire è fondamentale dar loro una mano sia come riconoscimento di un diritto sia come perseguimento di un interesse collettivo».

Prima la crisi finanziaria, poi la pandemia, la guerra in Ucraina, l’emergenza climatica: sono anche queste cause del calo delle nascite?

«Sono fattori emersi negli ultimi anni, ma la fase di crollo della denatalità era iniziata già nel 2008».

Con la prima crisi finanziaria.

«Che l’ha fatta ripartire. La denatalità è una tendenza di lungo periodo. Già negli anni Settanta in Italia si era passati da 900.000 nati annui a 600.000. A inizio secolo una piccola ripresa era derivata dai ricongiungimenti famigliari degli immigrati. Esaurita questa spinta, prima la crisi del 2008 e poi quella del 2012 hanno riproposto la tendenza di fondo. Negli ultimi anni si è passati da 600.000 a 500.000 ora a 400.000 nati».

Pochi giorni fa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accennato a nuove emergenze chimico-nucleari, mentre la presidente della Bce Christine Lagarde ha parlato di permacrisi. Gli scenari più foschi e lo stato di emergenza costante deprimono l’indice di fecondità?

«È chiaro che un atteggiamento ottimistico porta a fare scelte proiettate nel futuro. Un ottimista investe il proprio denaro, un pessimista teme di perdere il capitale. Programmare una nuova vita in un contesto molto incerto non è semplice. Nessuno poteva prevedere il Covid o la guerra o pochi anni fa un’inflazione a questi livelli. Forse ci attendono altre incognite, ma credo sia utile recuperare un po’ di ottimismo. Chi vuol essere protagonista del proprio futuro pensa che quando arriveranno nuove difficoltà le affronterà. Può essere frustrante restare passivi nell’ipotesi che potrebbero arrivare».

I figli che non voglio (Mondadori) è un libro nel quale scrittrici, giornaliste e intellettuali rivendicano la scelta di non essere madri o padri. Sul settimanale Oggi un’attrice molto amata dice: «Non ho figli, e allora?». Anche questa cultura frena la natalità?

«Non ho nulla in contrario che qualcuno decida di fare o non fare una cosa che è una scelta personale. Dev’esserci la libertà di non avere figli come di averne cinque o sei. Auspico che si operi per creare le premesse che garantiscano concretamente questa possibilità di scelta in entrambe le direzioni».

Sembra anche a lei che su gran parte dei nostri media l’ansia per la tutela del diritto all’aborto prevalga sulla preoccupazione di favorire le politiche di accoglienza della vita?

«Mi limito a ricordare che la legge 194 ha come titolo “Tutela della maternità e interruzione della gravidanza”: ognuno lo legga a modo suo, ma per intero».

Quando il filosofo Paul Virilio osservava che dopo la morte del Creatore si sarebbe arrivati alla morte del procreatore sembrava tracciare una distopia: ci stiamo lentamente avvicinando?

«Questo scenario rientra nelle visioni pessimistiche che si possono immaginare. Credo che il genere umano abbia grande capacità di reazione di fronte alle avversità. Stiamo vivendo un momento delicato e difficile com’è questo inverno demografico. Ma confido che, parafrasando una vecchia canzone di Renato Rascel, un grande dello spettacolo ai tempi della mia adolescenza, “dopo l’inverno viene sempre la primavera” e che quindi il presente possa evolvere in stagioni diverse e meno problematiche».

 

 

 

 

 

 

«Io poetessa marxista non sopporto i capetti del Pd»

Intervistare Patrizia Valduga, la più grande poetessa italiana vivente, è come dare la caccia a un animale selvatico. Ritroso e inquieto. Trevigiana di nascita, milanese d’adozione, bellunese per diporto, la intercetto alla Libreria delle donne di Padova, dove la presentano come un’artista che «ci porta l’aria di una Milano che non è quella di Salvini». Pubblico adorante. Di nero vestita, come sul frontespizio di Belluno – Andantino e grande fuga (Einaudi), declama versi e riflessioni con voce mielosa. Dopo gli applausi, mi avvicino e ottengo il numero di cellulare. Però risponda, butto lì. «Non sono mica una stronza… Le interviste le faccio solo scritte, soprattutto perché temo ciò che posso dire di getto».

Quello che segue è frutto di uno scambio di mail tra una trasferta a Venezia, invitata dall’università Ca’ Foscari a parlare di Ezra Pound, e un viaggio a Friburgo: «Non mi sono ancora ripresa, sono così stanca…». L’avranno coccolata come una regina… Ha visto che le ho mandato qualche altra domanda? «Ho visto, ma lei non ha nient’altro da fare?». Sì, ma ci ho preso gusto. «Uff…».

Diva della poesia, maggiore poetessa italiana, dark lady della letteratura: in quale definizione si ritrova?

Decrepita come sono, e innamorata dei grandi come sono, mi autodefinisco «un piccolo epigono». Esisterà anche epigona, ma non mi piace.

Perché ritiene che Belluno, come ha scritto nella dedica, sia il suo libro più bello?

Perché è quello che mi ha dato più gioia mentre lo scrivevo.

Io, che sono un profano, ho trovato meravigliosi i versi di Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi): «Nel luglio altero, lui tenero audace…»; e ancora: «Vieni, entra e coglimi…». Il medicamento è l’amore, il sesso?

Sì, capisco… Ma a me quel libro non piace più: mi nascondevo troppo dietro le citazioni. No, «medicamentum» è medicina, farmaco, ma anche veleno e filtro d’amore.

Oggi l’amore tra i sessi è ancora un’esperienza viva e vitale o è in declino, mercificata, deturpata, resa artificiale, sempre più schiava di codici, galatei, regole?

Non lo domandi a me, che in vent’anni avrò avuto sì e no sei fidanzati, e non sono durati più di quaranta giorni…

Nella prefazione a Medicamenta Luigi Baldacci scrive che la «capacità di canto e di strazio è solo delle donne, o meglio della poesia femminile (che è una categoria aperta a tutti)». Concorda?

Non ho mai capito bene cosa volesse dire… Io credo, con Jules Michelet, nei «due sessi dello spirito»; e credo che una donna che scrive, dipinge, compone abbia una parte maschile più sviluppata delle altre donne, così come un uomo che scrive, dipinge eccetera, abbia una parte femminile più sviluppata degli altri uomini.

Il #Metoo ha giovato alla passione?

Non credo: ha nuociuto molto, e perlopiù ingiustamente, a molti uomini. Come si fa a denunciare uno perché quarant’anni prima ti ha messo una mano su una chiappa?

Ha mai subito molestie o comportamenti prevaricanti degli uomini?

Temo di sì, ma in un’età così precoce che, nonostante la psicanalisi, non ne ho nessun ricordo. Certo spiegherebbe la mia nevrosi d’ansia.

Le ho sentito dire che Giacomo Leopardi è sopravvalutato. Alla sua donna non è tra le più profonde e strazianti?

È un po’ una provocazione. L’Ottocento non è solo Leopardi: ci sono almeno, oltre ai due giganti (anche rispetto a Leopardi) Porta e Belli, due grandissimi: Giovanni Prati e Niccolò Tommaseo.

In Belluno si intrecciano tre Giovanni: Raboni, Don Giovanni e il Johannes di Carl Theodor Dreyer. Che rapporto c’è tra loro?

Una persona vera, un personaggio letterario e uno cinematografico… Non può essere che il mio amore per tutti e tre.

Cosa la lega a Belluno di cui canta i monti che l’attorniano?

Ho vissuto lì ventotto anni della mia vita. I miei erano di Padova, finiti lassù per sopravvivere.

Perché, a differenza di tutte e tutti, esprime giudizi politici nei suoi componimenti?

Non credo proprio di essere la sola… Forse sono solo più esplicita.

Pubblicata nel 2019, Belluno è attualissima anche nella sua invettiva contro «i capetti del Pd» che si credono intellettuali e scrittori mentre «conoscete solo i cantautori». Giudizio tremendo…

E infatti in pochi anni sono spariti quei «capetti»… Adesso ce n’è solo uno, che farebbe meglio a sparire all’istante.

Posto che detesta i cantautori, che musica ascolta?

Amo tutta la musica classica, dal canto gregoriano fino a Giacomo Manzoni. Naturalmente ho delle preferenze: Schubert e Wagner.

Scrive che di ciò che succede nel mondo ai capi del Pd pare «non importi un fico». A lei interessa quello che succede nel Pd?

Ho votato Pci, Pds, Pd. Solo quest’anno, troppo arrabbiata, ho votato Giuseppe Conte. E continuerò a votarlo, perché mi sembra una persona appassionata e onesta.

Tornando alle donne: perché secondo lei la sinistra si è fatta battere nell’affermazione di una donna al potere?

Per me conta l’intelligenza, l’onestà, la passione. Non m’importa se è uomo, donna, o una delle innumerevoli varianti comprese tra l’uno e l’altra.

Cosa pensa di papa Francesco?

Lo ammiro, gli voglio bene, lo adoro. Sa che per me la prosa più bella è quella dei gesuiti del Seicento? Ho letto tutto Giacomo Lubrano, quasi tutto Daniello Bartoli, oltre a Sant’Ignazio, beninteso. Sono stata spesso all’archivio dei gesuiti a Roma, per la mia rivista Poesia. Sottolineo «mia», perché l’ingrato Nicola Crocetti va dicendo da anni che è sua (sul sito di Crocetti editore si legge che nei primi tre anni la rivista è stata diretta da Patrizia Valduga e da Maurizio Cucchi ndr).

Si professa comunista. Cosa vuol dire, a quale idea di comunismo si rifà?

Io ho Karl Marx in una mano e Sigmund Freud nell’altra. Lo studio dell’economia per capire il mondo, lo studio della mente per capire l’uomo. Sono idealmente comunista… Un ideale bisogna pur averlo! Oggi ci sono paesi che dicono o si dicono comunisti, ma non lo sono. C’è una frase di Kazimier Brandys che porto incisa nella mente: «Il nazismo era il male evidente, il comunismo lo stravolgimento del bene».

Ha di recente tradotto i Canti I-VI Ezra Pound (Mondadori) e prima Carlo Porta, William Shakespeare e altri classici. Come ci si accosta a questi giganti?

Tradurre i grandi mi fa bene: sto con loro, la mia mente pensa con la loro mente, anzi, esco dalla mia mente, mi prendo una vacanza da me. Che sollievo!

Un’altra domanda da profano: la traduzione di un’opera classica non dovrebbe rimanere sostanzialmente invariata? O la loro lingua è aggiornabile con il nostro linguaggio?

Ci sono traduzioni che durano, ad esempio quella di Raboni della Recherche, altre che muoiono subito. E perché durano? Perché sono belle, in una lingua bella: ci vogliono secoli perché una lingua diventi incomprensibile.

Che cos’è lo snobismo?

Voler essere quello che non si è, mostrarsi come si vorrebbe essere, copiare chi si è preso come modello da raggiungere.  In una parola: non avere una personalità forte, non essere nessuno.

La nostalgia è un sentimento ispiratore o qualcosa di incolmabile?
Cosa vuole dire per lei «incolmabile»? La nostalgia è un sentimento con cui si convive: a volte fa bene, ci spinge a dare il meglio di noi; a volte fa male, ed è quando siamo senza energia, senza elettricità vitale.

Immagino sia «incolmabile» la nostalgia di Giovanni Raboni.
Ma se sto sempre con lui! Lo conosco meglio adesso di quando ci vivevo insieme…
Ripubblicato da De Piante, ho riletto di recente il suo libriccino: I grandi scrittori? Tutti di destra. Ne condivide la tesi o era solo una provocazione?
Raboni separava nettamente l’opera dall’autore. Sì, quasi tutti i grandi scrittori sono uomini di destra, ma le loro opere non sono per niente di destra.

Perciò non va considerata vera letteratura quella militante, dalla quale, tuttavia, siamo circondati?
Sta scherzando? Ci sono anche grandi scrittori di sinistra. Un nome per tutti: Paolo Volponi.
Crede in Dio?
Credo in Dio, Allah, Jahweh, Izanagi, Tao, Brahma, Buddah, le anime degli animisti, e il Grande Spirito degli Indiani d’America.

Tra tutte queste divinità, solo il Dio cristiano cancella la distanza dall’uomo, incarnandosi.
La teologia non è alla mia portata.

Come ha vissuto il tempo della pandemia? A quali «medicamenta» ha fatto ricorso durante le quarantene?

Ho lavorato tantissimo. La mia medicina è stata il lavoro: il libro di Raboni Baudelaire e Flaubert (Einaudi) e la traduzione di Pound.

Come lenisce il pensiero della morte?

Cerco di pensarci il meno possibile. È un pensiero troppo angoscioso. E quando mi si installa dentro, penso alle tre persone care che mi accoglieranno, che ritroverò…

 

Panorama,

«Al nostro calcio malato serve la cura Armstrong»

Sarebbe il leader perfetto del Paj, Partito anti Juventus. Che lui correggerebbe in Pcp, Partito calcio pulito. Un partito che ha un certo seguito tra le tifoserie, un po’ meno sui media ufficiali che, pur con mille, giuste prudenze, ci informano sull’inchiesta che la Procura di Torino ha aperto sui bilanci della Juventus football club. Gag a parte, Paolo Ziliani è il massimo fustigatore del malcostume (juventino) nel gioco più amato dagli italiani. Laureato in psicologia a Padova, inizia come giornalista al Guerin sportivo, passa al Giorno, dov’è autore di un’esilarante rubrica sui cronisti di Novantesimo minuto. Infine approda a Mediaset. Attualmente collabora con il Fatto quotidiano, vive buona parte dell’anno a Cascais, in Portogallo, e nel 2020 ha pubblicato Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli (Indiscreto), un libro che aveva previsto molte delle accuse di cui si legge in questi giorni.

Ziliani, lei è il giornalista sportivo meno stupito del mondo?

«Potrei rispondere di sì, per farmi bello, ma direi una bugia. Salvo pochi casi clinici, 99 giornalisti sportivi su 100 sanno perfettamente cos’è successo e cosa succede nel calcio italiano. Semplicemente, di norma preferiscono raccontare Alice nel paese delle meraviglie».

Che cosa aveva previsto di ciò che sta accadendo alla Juventus?

«Io non prevedevo: osservavo e scrivevo. Senza prove, perché non sono un magistrato e non posso intercettare, perquisire, mettere cimici. Ma faccio un esempio. Oggi i pm torinesi contestano alla Juventus la galassia di “club amici”, parola di Arrivabene, come Sampdoria, Sassuolo, Atalanta, Empoli, Udinese che colludono con la Juventus in giochi di mercato spericolati e altro. Bene. Nel luglio 2020 scrivevo per il Fatto quotidiano di Audero acquisto più costoso della storia della Samp, di Mandragora acquisto record per l’Udinese, di Sturaro per il Genoa, di Zaza per il Sassuolo, di Orsolini per il Bologna, di Cerri per il Cagliari. Tutti giovani pagati alla Juventus come fuoriclasse. Di pezzi-denuncia come questo ne ho scritti cento».

Tra plusvalenze fasulle, manovre occulta-stipendi e scritture private, come quella di Cristiano Ronaldo, quali sono i reati più gravi?

«Tutti. Quelli finanziari perché la Juventus, truccando sistematicamente i bilanci, ha falsato ogni stagione il principio dell’equa competizione. Agnelli comprava chi voleva, Higuain, Ronaldo, De Ligt, Vlahovic, mentre la concorrenza cedeva i campioni senza poterli sostituire; e i reati etici, imperdonabili. Per dire, Fabio Paratici faceva la campagna acquisti per la Juventus, ma condizionava anche quella di Atalanta, Sassuolo e altri club. Chiedo: c’è uno scudetto pulito nei nove vinti dalla Juventus dal 2012 al 2020?».

Il peccato originale di questa seconda inchiesta è stato l’acquisto fuori misura di CR7?

«Direi che l’operazione Ronaldo, che tra ammortamento e stipendio costava 81 milioni a stagione, ha portato tutti alla disperazione anche perché la squadra giocava male e naufragava regolarmente in Champions, il sogno a occhi aperti di Agnelli. Ma era scandaloso tutto, Alex Sandro che guadagna 6 milioni, Arthur che ne guadagna 7».

Come funziona la carta privata di Ronaldo, che adesso chiede il pagamento di quasi 20 milioni?

«Nel marzo 2020, in pieno Covid, la Juventus raccontò la balla dei giocatori che rinunciavano a quattro mensilità per un risparmio a bilancio di 90 milioni. Ma non era vero, tre stipendi sarebbero stati pagati poi a fari spenti, fuori bilancio. La manovra venne ripetuta anche l’anno dopo e quando Ronaldo nell’agosto 2021 se ne andò era creditore di 19,9 milioni. Della carta-Ronaldo hanno parlato con terrore alcuni dirigenti intercettati; ora il portoghese è venuto allo scoperto chiedendo il pagamento pattuito. Quello che ieri era il messia della Juventus, oggi potrebbe essere colui che le dà il colpo di grazia».

John Elkann sapeva, come scrive Dagospia, o ha fatto dimettere il Cda per evitare gli arresti al cugino Andrea Agnelli?

«Elkann sapeva e gli andava bene tutto, perché quelli della Real Casa pensano solo ai propri interessi. Ha però sottovalutato il delirio di onnipotenza che si è impossessato del cugino Andrea facendolo uscire di senno. Il senso d’impunità tipico di quella stirpe ha fatto il resto. Ora Andrea Agnelli è stato buttato a mare».

Cosa le fa pensare la citazione di Nietzsche usata dall’ex presidente: «E quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non potevano sentire la musica»?

«Siamo alla patologia; non per niente i magistrati parlano di “contesto criminale di allarmante gravità”. Con Agnelli sono avvenute cose immonde: la ’ndrangheta che gestisce la curva, il tifoso-collaboratore finito giù da un ponte in piena inchiesta, gli striscioni su Superga introdotti allo stadio, l’esame farsa di Luis Suárez, l’idea abortita della Superlega con tradimento dei 245 club dell’Eca da lui presieduta, l’orrido scandalo di oggi. Una danza macabra».

De Ligt e De Sciglio hanno confermato l’esistenza dell’accordo per il rinvio degli stipendi. De Sciglio potrà giocare ancora nella Juventus?

«Non glielo auguro. La tifoseria, quella che in piena Calciopoli ringraziava Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega con lo striscione “Il fine giustifica i mezzi: grazie Triade”, ha già iniziato a linciarlo al grido di infame, sbirro e traditore. Spero che il ragazzo possa andarsene a giocare altrove, per il suo bene».

In Cristiano Ronaldo nel paese degli Agnelli denuncia il comportamento compiacente dei media italiani. È iniziato con l’arrivo di CR7 in Italia o viene da più lontano?

«Comportamento compiacente è un eufemismo. Nel libro cito a piene mani, a centinaia, esercitazioni di adulazione e servilismo – capolavori nel genere – da far impallidire l’Istituto Luce. I media italiani nei tre anni di Ronaldo sono stati, come da sempre, disgustosi».

C’è connivenza anche da parte di altri organismi e istituzioni?

«Si potrebbe chiedersi se ci sono Paesi in cui scudetti e titoli sono ricordati col nome di un arbitro piuttosto che di un campione. Non ci sono. Noi abbiamo invece gli scudetti di Bergamo, Ceccarini, Tagliavento, Orsato, le Champions di Calvarese, le Supercoppe di Mazzoleni, sempre con la Juventus protagonista e beneficiata. Una combinazione che ha dell’incredibile».

Il 26 ottobre del 2021 lei ha postato una foto su Twitter con sua moglie e suo figlio e ha smesso di cinguettare fino a pochi giorni fa: cos’era successo?

«È una ferita grande: difficile parlarne. Diciamo che la parte marcia del mondo del calcio, dopo avermi portato in tribunale una dozzina di volte, allenatori, dirigenti, arbitri, giocatori, capi Ufficio Inchieste eccetera, ha pensato bene di scatenare sulla mia famiglia la più classica delle shitstorm, infamità che niente avevano a che fare con la mia sfera professionale. Barbarie pura».

Ora ha ripreso l’attività social perché è meno minacciato?

«L’ho ripresa perché oggi stanno emergendo le illegalità e gli scandali che per anni ho denunciato quasi in totale solitudine. Nelle carte di Torino non c’è nulla di cui non abbia scritto. Ora attendo l’esito dei processi fiducioso in quello penale, meno in quello sportivo della giustizia Fjgc, come l’ho ribattezzata dopo il caso Suarez, e ho riaperto il libro. Ultimo capitolo, poi lo chiuderò».

Che lei sappia, anche altri colleghi sono stati monitorati?

«Ho lavorato a Mediaset con Maurizio Pistocchi e lui è stato un altro bersaglio di questo calcio in cui i giornalisti liberi hanno vita difficile».

La sua crociata anti Juventus è una monomania?

«Nel 1983 lavoravo al Giorno di Milano una mia inchiesta, in coppia col collega Claudio Pea, sulla partita combinata Genoa-Inter 2-3, diede vita all’apertura di un’inchiesta penale a Genova, magistrato Roberto Fucigna, sulle scommesse clandestine fatte da tesserati sul pareggio poi saltato e a un’inchiesta sportiva. Per salvare dalla B per illecito Inter e Genoa la Figc introdusse per l’occasione la formula dell’assoluzione per insufficienza di prove non contemplata dall’ordinamento sportivo. L’Italia aveva appena vinto il Mundial ’82, ci ho scritto un libro – Non si fanno queste cose a 5 minuti dalla fine – mi permetto di dire: da leggere. Non ce l’ho con gli juventini, ma con i disonesti».

Se la Juventus è la punta dell’iceberg vuol dire che se si tocca la società torinese cade tutto il sistema?

«Se la Juventus viene punita, ma punita davvero, il sistema del calcio italiano rinasce. Oggi facciamo pena, per non dire schifo, al mondo».

Il fatto che ci siano altri club coinvolti è la conferma che il sistema calcio fatica a reggersi sulle proprie gambe?

«I club coinvolti sono quelli che gravitano nella galassia juventina. La fatica a reggersi sulle proprie gambe è solo di chi non è capace di amministrare i propri conti. Per esempio, oltre alla Juventus, il Barcellona, guarda caso due club che vogliono la Superlega. Il Bayern Monaco, al contrario, benissimo amministrato e vincente in Europa, chiude i bilanci in attivo da  29 anni».

Che cosa rischia la Juventus?

«Di andare fuori dall’Europa per un paio di anni. In quanto a noi, sarebbe importante radiare Agnelli e Paratici e far ripartire la Juventus dalla serie D. Se poi la famiglia Agnelli liberasse il club dalla sua morsa secolare, allora potremmo davvero parlare di rinascita del club».

Il modello di giustizia sportiva cui rifarsi sono i sette Tour de France tolti a Lance Armstrong perché vinti da dopato?

«Sì, ma non succederà».

Sapeva che Zdenek Zeman era tifoso juventino?

«Sì. E soprattutto che è un uomo onesto».

Lei vive molti mesi dell’anno a Cascais: com’è il mondiale del Portogallo visto dal Portogallo?

«È dai tempi di Eusebio che non c’era una fioritura di campioni come oggi. I portoghesi sono un popolo umile: i loro idoli giocano all’estero e ritrovarli insieme in nazionale a un mondiale per loro è una festa. Comunque vada».

E quello di Cristiano Ronaldo?

«Di Ronaldo si sono stufati anche qui. È sui giornali più per i suoi abusi edilizi e per le discutibili gesta extra calcio che altro».

Massimiliano Allegri può essere l’uomo della rinascita?

«Assolutamente no. Per lui è bravo chi vince e fesso chi perde. Con questi presupposti non si va da nessuna parte».

Molti tifosi bianconeri staranno patendo: cosa direbbe loro?

«Che all’origine di tutte le disavventure c’è il motto “Vincere è la sola cosa che conta”. Come direbbe Fantozzi, una cagata pazzesca».

 

La Verità, 10 dicembre 2022

«Bezos e gli altri? Geniali, ma senz’anima»

Un produttore di vino con la fissa dei giornali. È Giancarlo Aneri da Legnago (Verona), 74 anni portati alla grande, inventore del premio «È giornalismo». Uno che fa dire a tanti che lo vedono per la prima volta: «O è matto, oppure…». Successe al portinaio della Ferrari a Maranello, quando si presentò senza appuntamento per incontrare il mitico Enzo. E a Tony Mantuano, ristoratore di Chicago, al quale fece giurare che Barack Obama avrebbe fatto il primo brindisi da vincitore con il suo Prosecco. Insomma, un genio del marketing. Scienza appresa e applicata da direttore delle relazioni esterne delle Cantine Ferrari di Trento, il marchio del più celebre spumante italiano. Poi lasciato per fondare la sua Aneri Srl.

Cosa racconterebbe ai nipoti per sintetizzare la storia dell’azienda che porta il suo nome?

«Racconterei la prima bottiglia bevuta con i miei tre maestri di vita: Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Quel brindisi ha portato fortuna».

Perché lo fece con loro?

«I momenti importanti si festeggiano con le persone che si stimano di più».

Che vino era?

«Prosecco. Eravamo a casa di Bocca, 1997. Montanelli si complimentò, ma da toscano disse che adesso aspettava un buon rosso. Due anni dopo avrebbe assaggiato il primo Amarone».

I suoi sono vini per presidenti, star e grandi marchi?

«Siccome il mondo non è solo dei ricchi, se l’Amarone è l’eccezione, il Prosecco è la normalità. Penso di rappresentare una delle poche cantine al mondo che in 25 anni ha fatto bere i suoi vini a tutti i Capi di stato».

Come ha fatto?

«Ero da vent’anni alla Ferrari spumanti quando mio figlio mi disse: “Papà, io non lavorerò mai con te, perché voglio costruire qualcosa di mio”. Da quel momento ho iniziato a pensare a un’azienda di famiglia».

I presidenti e le star?

«Mia moglie dice che sono un po’ montato. Invece, ho avuto fortuna, non ho fatto il fighetto, ma il piazzista».

Un aneddoto da piazzista.

«Dopo aver visitato il Senato, ospite di Ted Kennedy, al momento della foto gli ho messo in mano la bottiglia: “Insomma, scrivono già che bevo troppo”, brontolò. Ma io ero così contento che non mi accorsi di fare qualcosa d’inopportuno».

A Ted Kennedy e al Senato americano bisogna arrivarci.

«Da sempre, quando vado in una città, m’informo sui migliori alberghi e ristoranti. Ted Kennedy me l’ha presentato un grande ristoratore italiano di Washington. Sono stato ospite con mia moglie di Ronald Reagan, ho visitato la Casa Bianca con una sua assistente. Non mi sono mai fatto troppi problemi. Sa chi mi ha insegnato a essere sicuro di me stesso?».

Dica.

«Enzo Ferrari. La prima volta che sono andato in America ho chiesto consiglio a lui che non aveva mai preso un aereo: “Se hai un prodotto che consideri buono ma vedi che non ti ascoltano, alzati e va’ via”».

Alla Ferrari auto si arriva passando dalla Ferrari spumanti?

«Vedevo che quando il Cavallino rampante vinceva i Gran premi brindava con lo champagne… Ma perché, se è il simbolo dell’Italia? Un giorno mi presentai a Maranello con sei bottiglie… “Sono Giancarlo Aneri, vorrei parlare con il commendator Ferrari”. Il portinaio era basito: “Ha un appuntamento?”. “No, però vorrei incontrarlo”. “Guardi che l’ingegnere ha l’agenda piena per i prossimi sei mesi”. “Io vengo da Legnago, in provincia di Verona, e ho portato un piccolo presente che vorrei consegnargli personalmente”. Allora spunta Valerio Stradi, il segretario personale: “Se mi dà il pacchetto glielo consegno io”. “No, guardi, posso aspettare anche tutta la giornata, mi metto qui…”. Stradi si allontana e ritorna: “L’ingegnere può dedicarle un minuto”. Rimasi con lui un’ora e mezza».

Diceva che la Aneri è nata per dare un futuro a figli e nipoti.

«Il Pinot bianco porta il nome di mia moglie Leda, l’Amarone di mia figlia Stella, il Pinot nero è intitolato a mio figlio Alessandro. I quattro prosecchi alle mie nipotine e al nipotino, Lucrezia, Ludovica, Giorgia e Leone. C’è una storia dietro e un futuro roseo davanti».

Com’è riuscito a portare i suoi vini sulle tavole del G20?

«Il merito è di Silvio Berlusconi, il primo premier che ha usato l’Amarone Aneri come biglietto da visita del made in Italy. Il giorno della firma della Costituzione europea nel 2004 ne ha regalato una bottiglia a ogni capo di governo con il loro nome inciso. Invece, il Prosecco è arrivato sulla tavola di Barack Obama».

Come?

«Sei mesi prima delle elezioni, lessi sul New York Times che, in caso di vittoria, Obama avrebbe festeggiato con Michelle alla Spiaggia, il suo ristorante preferito di Chicago. Presi un aereo e andai a trovare il ristoratore Tony Mantuano per farmi promettere che il primo brindisi sarebbe stato con il mio Prosecco. Mantuano mi guardava interdetto: “Questo qui è più sicuro di Obama”. Conservo la mail arrivata nella notte che dice che Obama e sua moglie hanno brindato con il Prosecco Aneri».

Tutto merito della sua fissa per l’informazione?

«Il vino si apprezza prima di tutto con il profumo, ma ha un suo profumo anche l’inchiostro dei quotidiani. Ne compro sei al giorno: Corriere della Sera, Sole 24 ore, Il Giornale, Libero, La Verità e L’Arena».

Qualche giorno fa su una pagina del Sole 24 ore un tale G. A. chiedeva al filantropo Jeff Bezos di annullare il licenziamento di 10.000 dipendenti pensando prima all’uomo che al pianeta. Ne sa qualcosa?

«Sì perché l’inserzione è mia. Bezos aveva annunciato l’intenzione di donare metà del suo patrimonio per salvaguardare il pianeta, ma quello stesso giorno il New York Times informava che Amazon licenziava 10.000 dipendenti. Mi sono detto: perché prima di salvaguardare il pianeta non difende subito 10.000 persone rinviandone il licenziamento di un paio d’anni?».

È l’ultimo di una serie di messaggi affidati ai giornali?

«I cinesi usavano i tazebao, io uso una pagina di giornale per lanciare un messaggio o dire grazie».

Altri tazebao?

«Quando Mario Draghi lasciò la Bce feci pubblicare un ringraziamento sul Sole 24 ore per il buon lavoro svolto. Era firmata “È giornalismo, Aneri”. Il giorno dopo i membri della giuria mi chiamarono per ringraziarmi. Poi al momento dell’incarico a Draghi ho fatto pubblicare sul Corriere una pagina anonima con “Grazie presidente Mattarella. Grazie presidente Draghi”».

Qualche tazebao rimasto anonimo?

«Quando in piena pandemia la tv francese Canal+ mostrò un pizzaiolo italiano che, cantando tossiva sulla pizza, ho fatto pubblicare una pagina sulla Verità che recitava “Viva la pizza. Abbasso lo champagne”, firmata con le iniziali di nipotine e nipotino».

Per l’incarico a Giorgia Meloni, niente tazebao?

«Sono felicissimo che una donna in gamba come lei abbia in mano le sorti dell’Italia per i prossimi anni. La guardo con gli occhi di chi vuole farsi un’idea più precisa nei prossimi sei mesi».

Cosa pensa dei big dell’economia digitale come Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg?

«Sono dotati di grande genialità e hanno creato un modo di vivere e di comunicare più veloce ed efficiente. Ma non vedo l’anima. Mi sembra che le donazioni servano a promuovere la loro immagine. La persona che mi convince meno è il banchiere filantropo George Soros. Ha fatto guerra per anni alla sterlina e alla lira, complicando la vita a milioni di famiglie inglesi e italiane. Non basta finanziare il restauro di un monumento per compensare tante speculazioni».

Com’è nato il premio «È Giornalismo»?

«Avevo l’ambizione di avvicinare Montanelli, Biagi e Bocca che si stimavano molto, ma si frequentavano poco. Oggi la giuria è composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella e Mario Calabresi. Ma il premio è stato fondato dai tre giganti del giornalismo e da un loro amico sincero. Ne parlo al presente perché per me sono ancora vivi».

Un aneddoto su Montanelli.

«Qualche volta andavamo in vacanza insieme. Un anno m’incarica di scegliere un albergo sulla spiaggia di Punta Ala. Individuo l’Alleluia e ragguaglio la padrona su esigenze e orari dell’illustre ospite. Quando arriva il momento, scendo in un altro hotel due giorni dopo di lui e gli chiedo se vada tutto bene. “Insomma, sono tutti vecchi in questo albergo”. Immagino pullman d’inglesi novantenni… La sera m’invita a cena: il più vecchio avrà avuto 65 anni, lui ne aveva 84. Questo era Indro, come si fa a non volergli bene?»

Enzo Biagi?

«Le riunioni si facevano da Bocca, ma una volta lui arrivò in ritardo subendo i rimproveri del padrone di casa. “Sono andato a fare le analisi, oltretutto sono tutte sballate”, confidò Biagi. “Anch’io le avevo sballate”, replicò Giorgio. “E come hai fatto a guarire?”. “Ho smesso di farle”».

Il premio si sta aggiornando ai nuovi media?

«Nel 2013 abbiamo premiato Hal Varian, capo della sezione economica di Google, chiedendogli di aiutare i giornali con la pubblicità».

Intanto vi siete allargati ai volti televisivi.

«Sempre in rapporto all’informazione. Già nel 2003 avevamo premiato Antonio Ricci come capo del vero tg della televisione italiana. Nel 2015 è toccato a Fiorello per Edicola Fiore, un programma che aiuta il giornalismo come piace a me».

Altri premiati: Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Mario Calabresi, vince il mainstream?

«Feltri ha ribattezzato “È giornalismo” come il “Premio Stalin”. Ma guardando l’elenco troviamo anche suo figlio Mattia, Milena Gabanelli, Natalia Aspesi, Sergio Romano. Io non interferisco sulle scelte della giuria perché sono contento di essere il patròn».

Forse bisogna cambiare la giuria?

«Qualche anno fa Natalia Aspesi chiese di farne parte, ma Montanelli suggerì di aspettare un po’ perché aveva appena vinto. Conservo la sua mail: “Caro Aneri, si ricordi che noi donne siamo più brave degli uomini ed è un peccato che in giuria non ce ne siano”. Forse ora i tempi sono maturi. Dopo un paio d’anni di sospensione, mi piacerebbe che il premio tornasse per festeggiare la ripresa di una vita serena come quella foto del bacio in Times Square dopo la Seconda guerra».

Oggi i giornali sono in crisi e le edicole chiudono: lei è l’ultimo romantico?

«Sicuramente sono uno dei pochi ottimisti rimasti. Prendo la lezione che viene dal mio mondo: c’è stato un momento in cui si parlava solo dei ristoranti stellati e si diceva che le trattorie stavano morendo. Oggi in Italia sono i locali in maggior espansione. Perciò, spero che si possa superare il momento difficile e, magari con un aiuto pubblico per le edicole, riportare i giovani a frequentarle».

 

La Verità, 3 dicembre 2022

«Lunga vita ai rompicazzi, da Pannella a… me»

Piantagrane, eretico, irregolare, attaccabrighe, bastian contrario, reazionario… Qualche sinonimo poteva esserci al posto del sostantivo scelto da Giampiero Mughini per titolare il nuovo saggio estratto dalla sua poliedrica esistenza: I rompicazzi del Novecento (Marsilio), sottotitolo: piccola guida eterodossa al pensiero pericoloso. Invece no, la parola era quella perché tutte le altre esprimono una caratteristica, un particolare dell’esemplare ritratto. Da Marco Pannella a Emil Cioran, da Mircea Eliade a Giuseppe Prezzolini, da Giaime Pintor a Marina Ripa di Meana, tanto per citarne alcuni, la galleria è densa e variopinta. Chissà se l’Accademia della Crusca aggiungerà il termine all’«elenco delle parole nuove». E chissà come l’ha spuntata Mughini sul suo editore che «era molto dubbioso, ma io sono stato perentorio».

Se non avesse superato la censura, il libro non si faceva o avevate ipotizzato dei sinonimi?

«Non ne esistono, la parola è quella».

Eretico?

«È un termine usato continuamente, io ne volevo uno nuovo. Peraltro da usare nell’accezione largamente positiva e stimolante che è in questo libro. Ricordo che il primo per cui l’ho adoperato è stato Marco Pannella».

Lei vorrebbe essere ricordato come un rompicazzo, dico bene?

«Assolutamente. Lo sono stato per tutta la vita e ne sono orgoglioso».

Chi è il rompicazzo?

«È un tizio che non sta tutta la vita sulla stessa casella della scacchiera. Anzi, cambia anche scacchiera, si corregge, si ravvede, si revisiona. Naturalmente prendo spunto dal mio essere stato tra i venti e i trent’anni un adepto dell’estrema sinistra. Non che sia passato alla destra, oggi queste categorie non significano più nulla. Ho fatto autocritica, ho esercitato una correzione. Come quella che ha compiuto Emil Cioran, vicino all’estrema destra negli anni Trenta e poi tutt’altro».

Il rompicazzo è uno che non s’acquieta sotto una bandiera?

«Farlo paralizza il cervello. Se scegli una casella e la difendi tutta la vita mentre il mondo cambia di continuo sei un cretino. Nel Novecento il crinale è stato fascismo-antifascismo: ora siamo nel 1922 o nel 2022?».

Se si è figli di un padre fascista e di una madre di osservanza berlingueriana, rompicazzi si nasce?

«Non credo sia la chiave giusta, perché poi ognuno ha il destino che si merita. Certo, in casa mia c’erano le due opzioni e capivo che nella storia italiana erano ben vive e presenti. Non invidio le famiglie dove su dieci persone sono tutte dieci nere o tutte dieci rosse. Una noia mortale. Naturalmente Giuseppe Prezzolini rompicazzo c’era nato».

A parte lui, lo si diventa più per irrequietezza esistenziale o intellettuale?

«Sarebbe strano che l’irrequietezza intellettuale non nascesse da quella esistenziale».

Che differenza c’è tra un grande irregolare e un rompicazzo?

«Poca, la genìa è quella. Quante ubbie per questo vocabolo».

Perché l’affascina la Francia di Vichy, sconfitta dai nazisti ma collaborazionista?

«Perché è una Francia in cui saltano le topografie morali e intellettuali consolidate. Ci sono figure qualsiasi che diventano eroiche e altre notevoli che si corrompono. Da grande scrittore Robert Brasillach prende a collaborare con i nazisti, mentre Pierre Brossolette diventa un eroe pazzesco. Gli anni di Vichy sono stati tra i più drammatici e suggestivi del Novecento».

Certi tornanti sono terreno propizio per l’affermarsi di figure controverse?

«Situazioni dove tutto si capovolge. Dove due più due non fa quattro. Per esempio, in Italia in questo momento due più due non fa quattro».

In che senso?

«Nel senso che, siccome ha vinto la destra, c’è  chi comincia a descriverla come se fosse composta da barbari assetati di sangue».

È la narrazione prevalente?

«Non tutti usano nei confronti della Meloni il termine bastardi».

Ogni riferimento è puramente casuale…

«Certo non lo usa Matteo Renzi, uno che a me piace molto. E che a suo modo è stato un rompicazzi».

Il rompicazzo è un «eretico di tutte le dottrine», come si autodefinisce Giovanni Ansaldo?

«Certamente, è uno che non si assiede su un credo e ci sta comodo. Lo vive con una tensione… Giaime Pintor, icona partigiana e santino dell’antifascismo, in realtà era un grande borghese, un grande talento che sarebbe stato leader della sua generazione. Anzi, lo era già, prima di saltare su una mina nazista a 24 anni».

Oggi dove si collocherebbe?

«Non abbiamo il diritto di iscriverlo di qua o di là. In cuor mio, spero che starebbe nell’area di cui faccio parte anch’io, quella dei non ideologici, dei non adepti».

A proposito di Ansaldo, L’antifascista riluttante è un suo titolo che sottoscriverebbe?

«È un titolo molto bello che sta a significare che era antifascista a modo suo. Le parole vanno riempite dalla realtà delle persone e dalla loro intelligenza. Non era antifascista al 100% perché era anche conservatore… Oggi con quel termine ti ci puoi pulire le scarpe… come anche col termine fascista».

C’è molto antifascismo in assenza di fascismo?

«I fratelli Rosselli ci sono morti. Ora lo spauracchio sarebbe Casa Pound?».

Eppure questa retorica ha innervato la campagna elettorale.

«Infatti, durante i talk show della campagna elettorale mi assopivo alle prime parole. Tranne quando parlavano Renzi e Calenda».

Si ritrova nella definizione che Gianni Celati dà della vita «come stato balzano della mente»?

«Totalmente».

Cosa le piace?

«Mi piace come ha vissuto. Prima in un villaggio francese, poi in Inghilterra separato da tutto, lontano anche dai suoi pochi lettori. Io stesso sapevo dei suoi scritti, ma mi sono scappati. È il primo a cui ho pensato dopo Prezzolini, un mio mito da quando avevo vent’anni e compravo sulle bancarelle i Quaderni della Voce. Celati non è uno che ti entra in casa e pianta grane, ma uno che si sottrae alle religioni e alle geometrie prevalenti».

Rifuggiva la letteratura militante.

«La considerava un’oscenità. La pretesa di certi autori di convincere i lettori che le idee sue sono migliori è ridicola. Celati l’ha rifiutata quando, tra i Cinquanta e i Settanta, era un’idea asfissiante».

Anche oggi con Roberto Saviano o Michela Murgia non si scherza.

«Penso che Celati non crederebbe ai suoi occhi davanti a un letterato che si fa sacerdote del Bene al 100%».

Cosa fa di Marco Pannella un rompicazzo?

«Il fatto che disse ai comunisti che se all’epoca avesse avuto vent’anni sarebbe stato tra i Gap comunisti, ovvero gli attentatori di Via Rasella, pur considerandola un’operazione politicamente suicidaria. Così fu, difatti, tanto da provocare la rappresaglia delle Fosse Ardeatine in cui furono trucidati 335 innocenti. Dirlo ai comunisti in pieni anni di piombo è un perfetto esempio di rompicazzismo, di un giudicare complesso e senza remore. Va notato che la rappresaglia era una legge della guerra ineluttabile e il comandante di quell’azione fu condannato non per l’atto in sé, ma per aver sbagliato i conti, avendo ucciso cinque persone in più, 335 anziché 330, di quelle previste. Aggiungo anche che ero amico di Rosario Bentivegna, il capo dei Gap, ma un conto è riconoscere il coraggio personale dell’atto, un altro approvarne la giustificazione ideologica che è carta straccia».

Chi sono i rompicazzo di quest’inizio secolo?

«Oggi è più difficile individuarli perché non c’è una convinzione centrale alla quale sottrarsi. Ci sono piccole tribù, piccoli condomini. La differenza non la fanno più gli scrittori e gli intellettuali, ma gli influencer che mettono le chiappe in mostra sui social e hanno 200.000 seguaci. C’è anche qualche genio come Chiara Ferragni, per esempio. Ma è il genio di un mondo che non mi appartiene».

Le faccio qualche nome: Vittorio Sgarbi?

«Sicuramente è un ragazzo che ha un’identità originale rispetto a quelle in voga. Personalmente ne apprezzo più l’indubbia intelligenza della retorica. Come Carlo Michelstaedter, prediligo l’arte della persuasione a quella della rettorica, come la chiama lui».

Giordano Bruno Guerri che lei avrebbe visto bene ministro della Cultura?

«Sicuro rompicazzo. Era il ministro adatto a questa situazione. Lo dico al di là del debito di riconoscenza che gli porto, perché se nel 1987 non ci fosse stato lui alla Mondadori, un libro come Compagni, addio non sarebbe stato pubblicato».

Parlando di prezzi da pagare come giudica il fatto che una persona della cultura e della scrittura di Pietrangelo Buttafuoco non riesca a fare il giornalista?

«Non sono convinto che la professione del giornalista sia così nobile. Siccome non lo è, non c’è niente di strano che uno come Buttafuoco non possa farlo. Spesso i giornali servono a convincere i lettori delle idee che essi hanno già. Una voce discordante è un problema. Non ho mai scritto perché il lettore si confermasse nelle sue stesse idee, ho sempre cercato di mettere del veleno nel caffè».

A sinistra chi sono i rompicazzo?

«Renzi lo è stato e lo ha pagato. L’odio che c’è verso di lui in gran parte della sinistra è patologico».

Lo si può definire di sinistra?

«È nato lì, è stato segretario del Pd».

A sinistra ce ne sono meno perché, come scrive Luca Ricolfi, si vive il complesso di superiorità dei migliori?

«Adesso non c’è più. Un tempo c’erano i ceti medi riflessivi e bisognava dire qualcosa di sinistra per essere alla moda. Infatti, oggi il Pd non sa più che cos’è. La qual cosa che non mi fa piacere e non lo fa nemmeno alla democrazia repubblicana».

Che idea si è fatto dei giornalisti tornati cani da guardia con Giorgia Meloni dopo esser stati cuccioli di Mario Draghi?

«Capisco cosa vuol dire, ma sarebbe un discorso troppo lungo».

Ha approvato l’esclusione di Enrico Montesano da Ballando con le stelle per aver indossato una maglietta che citava una frase di Gabriele D’Annunzio poi adottata dalla XMas?

«È fin troppo ovvio che dica di no».

Scrive che noi siamo fatti dai libri che abbiamo letto, ma pure da quelli che non abbiamo letto. Tre titoli che le mancano?

«Ho letto Friedrich Nietzsche meno di quanto avrei dovuto. E non ho letto Le confessioni di Sant’Agostino. In questo momento mi arrivano tre o quattro libri al giorno. Riceverne molti di più di quanti riesca a leggerne è una specie di incubo».

Il più tormentoso?

«Le rispondo così. Qualche giorno fa mi è arrivato Speranza contro speranza di Nadezda Mandel’stam, una poetessa internata nel gulag sovietico, libro pubblicato in una collana di Settecolori curata da Stenio Solinas. Bene, finché non l’avrò letto non sarò in pace. Lo devo alla sua prigionia… Perché sì, si parla molto di fascismo: ma il comunismo staliniano cos’è stato?».

 

La Verità, 26 novembre 2022

«Il suicidio di mio padre mi ha trasformato in filosofo»

Concerti, dischi, whatsapp con il premier Giorgia Meloni, apparizioni tv con vista sul ministero della Cultura… Tra cento cose che fa, Marco Castoldi, in arte Morgan, è riuscito a scrivere anche un libro di poesie: Parole d’aMorgan (Baldini+Castoldi). Per Vittorio Sgarbi è addirittura «il Carmelo bene di oggi». Intervistarlo vuol dire disporsi a qualche acrobazia. Ma ne vale la pena.

Si sente davvero il nuovo Carmelo Bene?

«Il paragone è oltremodo lusinghiero perché Carmelo Bene è l’ultima vera grande rockstar italiana. L’ultimo grande intellettuale dissidente, non allineato, antisistema. Un tesoro incompreso, se non da una ristretta cerchia. Oggi non è neanche pensabile un nuovo Carmelo Bene. Io sono molto meno controverso e trasgressivo, molto meno fuori di testa. Sgarbi fa questo paragone per scuotere il conformismo di questa Italia pavida. Per far capire che ci vogliono coraggio e audacia».

A lei non mancano. Ha appena pubblicato un altro libro di poesia: i cantautori sono poeti?

«No, assolutamente. La canzone e la poesia sono diverse in tutto. Il cantautore ha per la parola lo stesso interesse che ha per la musica. Oggi la canzone è ovunque, in ogni momento. Questo vuol dire che chi fa canzoni è il panettiere dell’anima perché il nutrimento che dà è come quello che il pane dà al corpo. Il poeta è più puro, non è mondano, non si mescola, si isola. Invece il cantautore è il medium tra generazioni ed epoche diverse. Per lui le folle scendono ancora in piazza: non lo fanno per la politica, ma per i concerti».

Quando ha capito di essere un poeta?

«Non l’ho capito. Non dico di me di essere un poeta perché è una parola troppo bella, devono dirlo gli altri. Sono uno che scrive, un compositore di parole, un verbale. Se lei dice che sono un poeta… lo dice lei».

I versi che leggiamo in Parole d’aMorgan riposavano in qualche cassetto o sono stati scritti apposta?

«Sono versi vivi, attuali, alcuni infilati all’ultimo momento. In quella storia, c’è dentro la mia vita, la vita del mio cuore e della mia mente».

Versi composti per l’occasione?

«No, perché non scrivo su commissione. Questo lo fa chi programma l’uscita di un disco, o di un libro, a priori, non quando ci sono le canzoni pronte, non quando si ha qualcosa da dire. Così escono un sacco di dischi senza che se ne avverta una reale urgenza. L’arte va coniugata con la spontaneità».

E con l’ispirazione?

«Per quanto mi riguarda, sono sempre ispirato. Da Franco Battiato in poi, uno dei miei tanti padri, l’ispirazione è la nostra vita. Se sei così riesci a trasformare l’arte in un lavoro. Ti alzi al mattino e vai allo strumento. Nella quotidianità c’è l’ispirazione. Ovviamente, va allenata…».

Cosa vuol dire, come scrive: «Il mio amore è volontario»?

«Ci sono due tipi di sentimenti che chiamiamo amore: il desiderio e l’edificazione longeva di un rapporto. Il desiderio prima o poi cala, ma si è capaci di amare se si vive di amore volontario. Quello che si ha per i figli, o per noi stessi e per le promesse che abbiamo fatto. L’amore volontario è anche compatibile con la possibilità di innamorarsi di nuovo perché l’innamoramento non è l’amore. “Il mio amore è volontario” significa che può esser vissuto anche come scelta dopo che l’innamoramento ha fatto il suo corso».

Insomma, il «per sempre» è morto.

«Per me, nel tradimento ciò che distrugge davvero è la menzogna, non il rapporto sessuale extraconiugale. Che invece è tollerabile se non è accompagnato dalla menzogna».

Mmmh, non sono convintissimo.

«Una volta esaurito il tempo dell’innamoramento e del desiderio, alcune persone si eccitano nella fantasia immaginando il proprio partner con un’altra persona. Questo fa sublimare anche la gelosia, altro elemento distruttivo. Concordo: l’amore come scelta volontaria è indistruttibile. È questo il per sempre che dice lei. Personalmente, mi sono trovato spesso con donne che non sono state in grado di rinunciare ai loro cambiamenti d’umore: “La donna è mobile qual piuma al vento”».

Cosa vuol dire che il senso della vita è «somigliare alla morte»?

«Intendo la compresenza, in vita, della morte nelle sue diverse declinazioni. La morte della passione, di un sogno… La distruzione della mia casa-laboratorio è stata una morte. Anche dall’abbandono si possono trovare energie. In vita si vivono tante morti e si può uscirne rafforzati. Ci sono morti che generano vita. Il letame non piace, però genera vita».

La sua è una poesia nichilista?

«No. È una poesia grafo-linguistica, innanzitutto».

Cosa vuol dire?

«Che è una poesia che si legge e si guarda, anche. E non può essere nichilista perché afferma la vita».

In quello che fa s’intuisce fame di vita.

«Sento di morire di vita».

Vittorio ed Elisabetta Sgarbi sono dei tutor, degli agenti, degli amici?

«Sono un fortunato accadimento della storia. La famiglia Sgarbi è un seme prolifico, una zona fertile della società, una meravigliosa conoscenza che è diventata amicizia. La prima è stata Elisabetta, presentata da Franco Battiato non certo come donna di potere. Era un’editor di Bompiani per la quale avevo pubblicato Dissoluzione, il primo libro di poesie. Vittorio lo conobbi perché venne a presentarlo, non sapeva chi fossero i Bluvertigo».

È una sorta di nuovo padre come lo è stato Franco Battiato?

«Ho avuto molti padri perché ho perso quello biologico da adolescente, quando se ne ha più bisogno e ti insegna a stare nel mondo. Sì, Sgarbi è una figura paterna, come Battiato. E parecchi altri, da Adriano Celentano che nel 2010, dopo che mi avevano escluso dal Festival di Sanremo, m’invitò a vederlo a casa sua. E qualche anno fa si è commosso quando andai ospite di Adrian su Canale 5 e gli dedicai Conto su di te, un brano che mi cantava mio padre. Poi Mauro Pagani, il primo di tutti, Franco Mussida, Massimo Ranieri, Sergio Staino del premio Tenco, Dominique degli Esposti, grandissimo genio figurativo… Tutta gente di 20 o 30 anni più vecchia di me. Tutti miei padri putativi».

Quello vero?

«Aveva difficoltà economiche che non voleva rivelare alla famiglia per non ammettere che non ce l’aveva fatta. Era pieno di debiti e non ha più retto questa maschera. Che però, con me, aveva già tolto. Io suonavo nei piano bar per guadagnarmi qualche lira e così gli davo del denaro che fingeva di aver guadagnato lui. Avevamo questa complicità segreta. Finché una notte mi ha infilato un centomila in un tubo dei negativi delle foto: “Ti restituisco quello che posso. Così non potrai dire che non ti ho reso quello che mi hai dato”. Il giorno dopo si è tolto la vita».

Cosa fa un ragazzo a 15 anni quando il padre si ammazza?

«Diventa un filosofo, perché nella sua testa cresce la domanda che si fanno i filosofi: perché, che senso ha tutto? I filosofi domandano, i teologi ascoltano. La mia filosofia, le mie domande, nascono nello scontro con il padre, che è l’istituzione, la regola, la giustizia, la patria. Se chi ti segna e ti precede implode attraverso un atto come il suicidio, tutto il sistema entra in discussione».

E quindi?

«Ho iniziato a coltivare la conoscenza insieme al bisogno di mantenere la famiglia. Ho fatto di necessità virtù, ho cercato di guadagnarmi il pane con il mio talento. Già a sei anni avevo iniziato ad abbozzare delle canzoni, quasi prima di imparare a scrivere. Al liceo andavo nei locali e tornavo al mattino per andare a dormire sul banco. Poi ho cominciato a coinvolgere i miei amici e a costruire le band, gli mettevo in mano gli strumenti: tu suoni la chitarra, tu la batteria… siamo una band. Al liceo mi hanno bocciato, ma ho venduto per strada i primi finti album, cassette amatoriali. Una è finita in mano a un produttore e a 16 anni ho avuto il primo contratto con una major discografica».

Che fine ha fatto l’idea di collaborare con il ministero della Cultura?

«A giudicare da quello che succede nella chat creata da Sgarbi, la gente vorrebbe il mio coinvolgimento».

Però il ministro Gennaro Sangiuliano ha nominato come suo personale consigliere per la musica il direttore d’orchestra Beatrice Venezi.

«Il ministro Sangiuliano si sta circondando di persone valide. Appena ho saputo della nomina di Beatrice Venezi le ho mandato un messaggio di congratulazioni e di auguri, offrendo la mia massima disponibilità a collaborare. Abbiamo già lavorato insieme e lo faremo ancora, per esempio a Taormina. Sono a disposizione per offrire la mia competenza al Paese, non chiedo niente. Se il ministro e il premier devono dare degli incarichi, a chiunque, me compreso, lo facciano in base a criteri di merito e non di riconoscenza».

Quindi non si sente fuori gioco?

«Ci sono tanti spazi, tanti ruoli. Il ministero si divide in tre grandi settori con altrettanti sottosegretari. Quello che si occupa di musica è un grande manager e un importante uomo di potere. Spero lo usi bene. Io vorrei dedicarmi alla tutela degli artisti, per rendere più produttivo il lavoro dei cantanti, dei cantautori, dei compositori, degli uomini d’arte. Sgarbi si occupa di tutelare le opere del passato e portarle nel presente. Io vorrei valorizzare le persone e le creazioni del presente per portarle nel futuro. Vorrei aiutare gli artisti vivi».

Il nuovo Carmelo Bene è troppo anarchico per stare dietro una scrivania in via del Collegio romano?

«L’uomo di cultura spende la vita a comprendere e perseguire la libertà. Libertà dell’uomo non libertà in senso astratto. Tutta la cultura, persino la canzone, scaturisce dalla cultura anarchica, dall’impegno politico e intellettuale contro i regimi. Basta pensare a Giuseppe Verdi e al suo Va’ pensiero che è una proto-canzone. O a Ulisse Barbieri che fu incarcerato a 16 anni dal regime austroungarico e quando uscì, quattro anni dopo, iniziò a scrivere canzoni».

Quale sarebbe il suo primo atto?

«Metterei la musica nel Codice delle belle arti che è stato aggiornato l’ultima volta nel 2004. Sarebbe utile per tutelare i teatri, incentivare la produzione, proteggere gli strumenti musicali come beni artistici. Poi bisognerebbe restaurare i nastri originali delle canzoni degli anni Cinquanta e Sessanta che si stanno deteriorando».

Avrebbe molto da fare…

«Soprattutto non voglio far politica, ma spettacolo. Con un’attenzione particolare a ciò che va in onda nel servizio pubblico. Ma temo che il mio linguaggio divulgativo non sia amato dai dirigenti di questa televisione, a mio avviso troppo concentrata sugli ascolti».

Un incarico al ministero dovrebbe darle un ruolo più ecumenico?

«Sono abituato a misurarmi con ciò che conosco, non amo debordare. Mi basterebbe un ruolo relativo alla musica in televisione».

Adesso a che cosa sta lavorando?

«A un grande concerto per il 23 dicembre, in occasione del mio cinquantesimo compleanno. Parteciperanno tanti cantautori e amici come Gianna Nannini, Renato Zero, Subsonica, Vibrazioni, Carmen Consoli, Daniele Silvestri, Michele Bravi e molti altri. Spero che un evento così possa interessare anche il direttore dell’Intrattenimento Rai, Stefano Coletta».

Com’è stato tornare a X-Factor, dall’altra parte del palco?

«Mi sono sentito a casa. Sul palco sto meglio che sul banco dei giudici».

Ha fatto pace con Sky?

«Non gli ho mai fatto guerra. Anche perché in questi anni, dopo X-Factor, ho fatto tante cose con Sky Arte».

Che cos’è la contemporaneità?

«Da musicista è creare ordine nel caos, un compito quasi da medico della musica. Riuscire a dare armonia al rumore che è la musica contemporanea».

Dal punto di vista estetico, contemporaneità non sarà cantare bistrati di rossetto?

«Effettivamente a X-Factor ho dato una mano di rosso di troppo. Dico la verità: spesso riguardandomi non mi accetto».

Complimenti per l’autocritica. Pare anche a lei che si esaltino fenomeni musicali più per il look che per i contenuti senza che in giro ci sia David Bowie.

«Non è il mio caso. Cerco di mantenere un certo equilibrio, consapevole che andare in scena è teatro».

Non è il suo caso, ma…

«Vogliamo parlare dei Maneskin? Hanno un sound strepitoso, che giustifica i loro pizzi e merletti».

M’inchino al suo magistero, ma a me sembra sound campionato.

«Se li confronta con la condizione miserrima del sound italiano contemporaneo i Maneskin sembrano i Creedence Clearwater Revival».

Con Giorgia Meloni dialogate ancora su whatsapp?

«Ogni tanto sì, la lascio libera perché immagino la pressione… Abbiamo in comune la passione per la storia politica. Ogni tanto c’è qualche scambio…».

Ce ne rivela uno?

«Siccome Macron usava tre aggettivi come si fa in poesia dicendo che gli italiani sono irresponsabili, cinici e vomitevoli, le ho suggerito di rispondergli in versi. Per dire che Francia e Italia si amarono e ora non si amano più. Ma noi chiediamo rispetto perché da noi i francesi hanno imparato la bellezza. Perciò, offendendo noi, offendono sé stessi e questo non piace a Dio: “Chiare, fresche et dolci acque ove le belle membra pose colei che solo a me par donna”…».

Crede che questo governo abbia sbagliato qualche mossa?

«Mi perdona se evito di parlare di politica».

La perdono, ma sui rave party poteva essere più preciso?

«Il provvedimento è così vago che sembra quasi non riguardare i rave. Serve più precisione. Innanzitutto i rave sono ambiti di diffusione musicale, perciò si dovrebbe partire dalla qualità della musica. Che può essere inquinamento acustico o piacere per le orecchie».

A proposito di rumore.

«Spesso fanno musica d’avanguardia. Però non dovrebbero essere clandestini o marginali. Invece quasi sempre la diffondono in modo disturbante, disfunzionale, disarmonico».

Dovrebbero essere razionalizzati?

«Dovrebbero essere considerati e gestiti come dei concerti. Perché la loro musica elettronica non è meno importante della classica».

Al governo c’è bisogno di qualche consigliere per la comunicazione?

«La destra è un po’ naif perché non è abituata a gestire grandi livelli di potere. Questo ha conseguenze positive e negative. Positive perché predispone a un atteggiamento di apertura, negative perché prelude a qualche ingenuità».

Quindi la risposta è sì?

«Credo di sì, che ci sia bisogno di qualche buon comunicatore. Ma si può imparare dal percorso di Giorgia Meloni che, invece, è una grande comunicatrice».

In Italia è più conformista la politica o la musica?

«La musica. In Italia domina la paura, per questo le canzoni sono costruite sempre sui soliti quattro accordi del giro di do. Come tu li metti, si tratta sempre di accordi tonali che già negli anni Quaranta sarebbero stati banali. Il Trio Lescano faceva canzoni più audaci di Ligabue».

Che fine ha fatto la casa gialla?

«È un meraviglioso libro che so stanno studiando al ministero. Lo avevo proposto sia ad Alberto Bonisoli che a Dario Franceschini: invano. Lì dentro ci sono le mie idee sulla tutela degli artisti vivi…».

Parlavo della casa-laboratorio come luogo fisico.

«È ancora disabitata. È stata sventrata e svuotata del suo contenuto che, ricordo, era incastonato nei muri… Pensi alla fretta di sbattere fuori una famiglia con una madre incinta e, a distanza di tre anni, non ci vive ancora nessuno».

Ora dove vive?

«In una casa in affitto dove non ci stanno i miei strumenti per lo studio che sto tentando di ricostruire».

Le manca solo riconciliarsi con Bugo?

«Prima che lo demoliscano potrei fare a San Siro la reunion con Bugo. A ingresso gratuito e al grido di Le brutte intenzioni, la maleducazione, la disobbedienza (titolo della canzone di Sanremo ndr). Così, finalmente, ci si renderà conto che lo stadio non va abbattuto. Ah ah ah».

 

La Verità, 19 novembre 2022

«In quella fiction quanto fango contro mio padre»

Tale padre tale figlio, anche Stefano Andreotti conserva una discreta ironia capace di sdrammatizzare le situazioni più scabrose. Nella serie Esterno notte trasmessa in questi giorni da Rai 1 suo padre Giulio è dipinto come l’anima nera della Democrazia cristiana, l’uomo che più perseguì la strategia della «fermezza» e addirittura ostacolò i tentativi di salvare Aldo Moro. Eppure, il settantenne terzogenito dell’ex presidente del Consiglio democristiano morto nel 2013, conserva il distacco per sfoderare un particolare illuminante: «Ha presente nella fiction quando, la mattina dell’agguato in Via Fani, si vede Moro leggere La Repubblica?». Sì, certo. «Quella mattina il vero titolo di Repubblica era: “Antelope Cobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro”. Questo per dire la sciatteria o, peggio, la volontà di distorcere i fatti». Mentre il pubblico si è mostrato tiepido, la critica ha curiosamente elogiato l’opera di Marco Bellocchio, a dispetto del fatto che la ricostruzione contenuta nei sei episodi, nonostante la consulenza storica di Miguel Gotor e giudiziaria di Giovanni Bianconi, o forse proprio a causa di queste, sia distante dalla verità.

Alla fine ha ceduto e ha visto Esterno notte, contrariamente a quanto aveva dichiarato dopo la presentazione al Festival di Cannes.

«Qualcuno mi ha convinto in modo educato a farlo».

Qual è stata la sua prima reazione?

«Mi è venuta subito in mente l’intervista che mio padre concesse al Giornale nel 2003, subito dopo l’uscita di Buongiorno, notte, il precedente film di Bellocchio. In quell’intervista si rammaricava che la produzione fosse della Rai. E si lamentava che ci fossero grandi inesattezze nella ricostruzione degli eventi. In particolare, riguardo alla sua forte pressione su papa Paolo VI affinché nell’appello, che poi fece pubblicamente in Piazza San Pietro, aggiungesse la famosa frase per il rilascio dell’ostaggio “senza condizioni”».

Anche in questa serie il regista ripropone il biglietto fatto pervenire al Papa prima dell’appello.

«Nel film era su carta intestata della presidenza del Consiglio, nella serie questo dettaglio non è specificato, ma è chiaro che l’estensore è lo stesso. Quando certe circostanze sono accreditate una volta, poi vengono ripetute. Anche altri hanno ripetuto l’assoluta falsità che mio padre avrebbe imbeccato Palo VI. Nei suoi diari c’è la ricostruzione di quei giorni. C’è il memoriale scritto da monsignor Angelo Macchi, segretario particolare del Papa, che veniva quasi tutte le sere a casa nostra per un reciproco aggiornamento. Quel memoriale credo non sia mai stato visto da nessuno, eppure racconta bene che il discorso di Montini è nato senza condizionamento alcuno. Fu scritto, riscritto e corretto prima di pronunciare la versione definitiva».

Condivide il pensiero di Maria Fida Moro quando dice che «o si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace»?

«Lo condivido appieno. Credo non sia giusto entrare nella sfera del dolore soprattutto della sua famiglia. Se si vuole parlare di Moro se ne parli come personaggio storico e non si approfitti di altre situazioni per entrare in casa loro in quel modo. Sono passati 45 anni: non ritengo giusta questa insistenza».

Come dimostra la lettura della lettera nella quale Moro ringrazia le Br per l’avvenuta liberazione che a un certo punto sembrava probabile, Bellocchio sembra abbracciare la tesi di Leonardo Sciascia per il quale alla Dc, al Pci e ai corpi dello Stato faceva comodo che Moro fosse lasciato morire.

«Bellocchio sposa la tesi che non è stato fatto nulla per liberarlo, anzi, si è remato contro. Perciò, si mostra l’episodio in cui il capo della Digos Domenico Spinella dice di non sfondare quello che era un covo dei terroristi. Sono ricostruzioni decontestualizzate, che seguono dietrologie contenute in tante pubblicazioni o negli atti di commissioni politiche successive. Magari si poteva anche dare un’occhiata ai Diari degli anni di piombo relativi al periodo 1976-1979 pubblicati già allora. E che di recente abbiamo integrato con altre carte che, all’epoca, mio padre aveva preferito non divulgare. I Diari erano scritti giorno per giorno, mentre i fatti accadevano, non sono ricostruzioni a posteriori. Forse confrontarsi con questo materiale non era nelle corde degli autori della serie tv».

Miguel Gotor, storico e consulente del regista, dice che la «libertà artistica è un bene supremo».

«Concordo e per fortuna in Italia non è mai mancata. Ma credo che ci sia un’ambiguità: si fa una fiction con l’ambizione di una ricostruzione storica. Se questo è lo scopo ci si dovrebbe basare su dati sicuri effettivamente riscontrati».

Eppure la critica ufficiale elogia «il rigore di Bellocchio».

«Non so… Non ho ancora visto le ultime due puntate. Se tutto il negativo di quei giorni è ascrivibile alla Democrazia cristiana e ai suoi componenti mentre il Pci di Enrico Berlinguer e gli altri leader allineati sulle stesse posizioni sono sgravati di ogni responsabilità, non mi sembra un gran rigore».

Anche Eugenio Scalfari e Repubblica erano in prima linea nella scelta della fermezza.

«Esatto. Mi sono annotato un particolare divertente: nella scena del tragitto in auto verso Via Fani si vede Moro leggere Repubblica. Sa qual era il titolo del giornale del 16 marzo 1978? “Antelope Cobbler? Semplicissimo, è Aldo Moro”. Questo dice la sciatteria o peggio la mistificazione in atto».

Suo padre esce come la vera anima nera di quei giorni.

«Che si doveva fare meglio è evidente, ma l’apparato dello Stato e dei suoi corpi mostrò tutta la sua arretratezza. Uno dei passaggi più verosimili della fiction è quando Cossiga dialoga con il consulente statunitense che gli dice che mentre per gli americani dietro le Brigate rosse ci sono solo le Brigate rosse, per gli italiani ci sono sempre altre realtà, altri burattinai. Siamo malati di dietrologia. Al di là dei processi subiti negli anni Novanta, il più grande dolore della vita politica di mio padre è stato che qualcuno ha insinuato non solo che non ha fatto nulla, ma addirittura che abbia ostacolato la possibilità di salvare Moro».

La fermezza era compatibile con percorsi di trattativa ufficiosi?

«Certo. Mio padre si era attivato con varie associazioni umanitarie e anche con Gheddafi, Tito, persino Fidel Castro. Soprattutto c’è stato il tentativo di pagare un riscatto di 10 miliardi di lire, non di 20 come si vede nella fiction. È tutto scritto nei Diari. Un’altra differenza è che il Vaticano si tira indietro perché ritiene che sia una truffa. In realtà, l’ipotesi del riscatto resse fino all’ultimo ed era concordata con Berlinguer, tramite il suo segretario Tonino Tatò, e Franco Rodano, che era un cattolico nel Pci».

Eleonora Moro dice a Paolo VI che l’unico a non andarla a trovare è Andreotti.

«Mio padre era presidente del Consiglio, la sentiva spesso telefonicamente. Non si è mai voluto mostrare. Conosceva Moro dalla guerra e anche lei dal tempo della Fuci. Moro aveva scelto mio padre come capo del governo della “non sfiducia” del 1976 e poi l’aveva nuovamente scelto per quello che giurava quella mattina con l’appoggio esterno del Pci. Che da una parte della famiglia ci sia stato risentimento lo capisco. Il rapporto con Maria Fida invece è sempre stato ottimo anche dopo la tragedia finale».

In casa parlavate di come comportarvi se al posto di Moro ci fosse stato suo padre?

«In quel periodo lo vedevamo molto poco. Ricordo benissimo che in più di un’occasione, anche alla presenza di monsignor Macchi, ci disse che se fosse accaduto qualcosa a lui dovevamo accettare la stessa linea scelta in quel momento dallo Stato. Mio padre è stato un obiettivo delle Br. Alberto Franceschini ha raccontato di averlo pedinato e di averlo urtato una mattina quando scendeva dalla macchina per vedere la reazione della scorta».

Da Bellocchio al Divo di Paolo Sorrentino che risposta si dà a proposito del fatto che il cinema tratteggia suo padre sempre in una luce negativa?

«Si continua a coprire di fango una persona e il partito cui apparteneva. Non è solo il cinema a descriverlo così. Per capire perché questo accade dobbiamo ricordarci di ciò che è accaduto in Italia all’inizio dei Novanta con la demonizzazione di tutti i rappresentanti dei partiti di governo, con l’incredibile eccezione dei perdenti della storia. Eppure, come dice Paolo Cirino Pomicino, gli sconfitti della storia sono proprio quelli che vogliono continuare a scriverla. A modo loro».

 

La Verità, 18 novembre 2022

«Fuori da un incubo, per fortuna ho un’altra vita»

Della serie, donne toste. Ancora ben lontana dai cinquanta, Nunzia De Girolamo ha già preso d’infilata un paio di vite. Avvocato, parlamentare di Forza Italia, ministro dell’Agricoltura nel governo Letta, incarico dal quale si dimise per l’accusa di concussione e voto di scambio dalla quale è stata assolta anche in appello, ha saputo reinventarsi come conduttrice e opinionista televisiva (ora a Piazzapulita su La7). Con Francesco Boccia, già ministro Pd nel secondo governo Conte, compone la coppia più bipartisan della politica italiana.

Signora De Girolamo, come ci si sente ora che dopo nove anni è stata scagionata perché «il fatto non sussiste»?

«Mi sento finalmente liberata da un incubo. Una persona abituata a delinquere contempla i rischi del mestiere, ma chi non ha fatto nulla, quando viene indagato, sente crollargli il mondo addosso. Trascorso qualche giorno dall’assoluzione mi è montata dentro una strana rabbia…».

Come si convive con un’accusa così per tanti anni?

«Si impara a fingere con le persone che si amano per non farle soffrire. Si dorme poco la notte e ci si sforza di pensare che non si è la protagonista di quel film horror».

Auspica che una delle prime riforme sia quella del sistema giudiziario?

«Una delle prime, forse non la prima. Questa giustizia ci rende poco attrattivi come Paese perché i cittadini, intimoriti dalla magistratura, non riescono a essere intraprendenti».

Per quell’inchiesta lei si dimise da ministro dell’Agricoltura del governo Letta?

«In realtà, mi dimisi prima di essere indagata, a causa della campagna mediatica, perché avevo capito che Letta non mi avrebbe difesa. Decisi di tutelare la mia persona, così esposta, senza avvisare nessuno, a eccezione del presidente Giorgio Napolitano».

È da quell’inchiesta rivelatasi inconsistente che è iniziato il suo ritiro dalla politica?

«Da quel momento mi sono autolimitata, ma il distacco definitivo è stato favorito da Forza Italia e dalla manina notturna che ha deciso di non candidarmi nel mio collegio tradizionale, bensì in extremis a Bologna, dove avevo poche chance e non sono stata eletta per pochi voti».

A quel punto ha pensato d’iniziare una carriera televisiva?

«Quando, anche per volontà di Silvio Berlusconi, rappresentavo il mio partito in televisione, alcuni addetti ai lavori dicevano che ero molto portata. Quando la vita e Forza Italia hanno deciso per me, ho provato a sperimentare quello che tutti mi suggerivano».

È stato Massimo Giletti il primo a chiamarla?

«Sì, in contemporanea con Mediaset. Ma ho scelto Giletti perché non volevo che la nuova opportunità fosse un contentino per la mancata candidatura. Volevo farmi strada da sola…».

Nel 2019 ha partecipato anche a Ballando con le stelle: che voto darebbe a quell’esperienza?

«Undici. Quando me l’hanno proposta mi è sembrata una follia perché non avevo mai visto Ballando. Una mia amica autrice televisiva mi ha convinto dicendomi che se volevo fare televisione dovevo costruirmi una nuova immagine. Così, ho accettato di indossare abiti corti e trasparenti, cimentandomi in un programma nel quale ho coinvolto anche la mia famiglia e che si è rivelato salutare per me».

Perché battibeccava spesso con Selvaggia Lucarelli?

«Battibeccavo con tutti. Anzi, erano loro a battibeccare con me perché ero il primo politico a partecipare a Ballando… Tolta Carolyn Smith, avevo tutti contro, a cominciare da Selvaggia Lucarelli, una donna intelligente che gioca a fare la cattiva».

Crede nella sorellanza? Prima ancora, le piace la parola?

«Mi piace di più fratellanza, perché mi sembra una parola più neutra».

Le donne sono solidali tra loro o sono le prime nemiche di una donna di successo?

«Preferisco fratellanza perché, per me, il merito viene prima del genere cui si appartiene. Con le donne ho sempre fatto squadra. Con le mie sorelle siamo un gruppo molto coeso, perciò si può parlare di sorellanza. Inoltre, so che il modello femminile che incarno in tv piace alle donne. Detto questo, nella mia vita politica ho subito molte cattiverie dalle donne».

Me ne dica una.

«La mia eliminazione dalle liste di Forza Italia è opera femminile».

Di Mara Carfagna?

«Niente nomi, ho già fatto troppe transazioni. Non era una sola donna».

A metà gennaio partirà su Rai 1 la terza stagione di Ciao maschio. Di chi è stata l’idea?

«Mia, di Annalisa Montaldo e di Stefano Coletta, allora direttore di Rai 1».

Nell’ultima puntata della scorsa stagione ha ospitato Ignazio La Russa che si è definito autoironico e irritabile: queste caratteristiche lo aiuteranno nel ruolo di presidente del Senato?

«Conosco La Russa da tanti anni e so che si muove bene in ruoli istituzionali e di confronto con le altre parti politiche. In certe occasioni l’ironia può aiutare a gestire l’irascibilità».

Il primo anno il verdetto finale lo dava Drusilla Foer, il secondo le Karma B: in un programma di maschi è necessario che l’arbitro siano delle drag queen?

«Non lo è, ma noi abbiamo fatto la scelta, mi passi il termine, del terzo sesso».

Mmmh…

«Il patto era che in quello studio l’unica donna fossi io».

Il centrodestra ha vinto per meriti suoi o per demeriti dell’avversario?

«Innanzitutto, Giorgia Meloni e il suo partito hanno incarnato una grande speranza per gli italiani. Poi c’è stato l’autolesionismo del Pd che, dopo aver investito nell’alleanza con il M5s, non ha capito che la legge elettorale li obbligava a mantenerla. Il centrosinistra, unito nel governo Draghi, si è diviso davanti alle elezioni, il centrodestra ha fatto il percorso inverso».

Fa bene Giorgia Meloni a farsi chiamare il presidente del consiglio?

«Assolutamente sì, nella Costituzione si fa riferimento al ruolo e non al genere».

Potrebbe invitarla a Ciao maschio?

«No perché non lo è. Non sono le declinazioni che stabiliscono il genere. Quando venne Guido Crosetto, lei telefonò. Quindi, in qualche modo, ci è già stata».

Ha conosciuto molti dei nuovi ministri: è un governo di alto profilo?

«È un governo con un importante profilo politico e con dei tecnici in ruoli dove serve una competenza specifica. Poi tutto è migliorabile».

Anche la squadra dei sottosegretari?

«Forse sì. Qualcuno più discusso o discutibile si poteva evitare. Ma contano i ministri di riferimento e il premier».

Rave party, tetto al contante, gestione degli sbarchi: c’è un po’ d’inesperienza?

«Ritengo il provvedimento sui rave party giusto come idea, ma sbagliato nella formulazione. Quando lo si correggerà in Parlamento vedremo cosa farà chi si è stracciato le vesti sui giornali».

L’aumento del tetto al contante?

«Lo condivido. In questi giorni la Bce ha chiesto di evitare che altri Paesi facciano come in Grecia e Spagna dov’è a 500 e 1.000 euro».

Lo scontro con la Francia?

«Non mi è piaciuto il comportamento della Francia, perché a ogni azione deve corrispondere una reazione proporzionata. Abbiamo l’obbligo di trovare un’intesa in Europa, ma i numeri che ha dato il ministro Piantedosi sulla redistribuzione dei migranti sono inquietanti. Che questa strategia sia fallita lo dice anche Marco Minniti. L’Italia non può solo subire».

Matteo Salvini vuole oscurare Giorgia Meloni?

«Contano i voti e la Meloni ha preso tre volte quelli di Salvini».

Se si anticipano i temi in agenda poi bisogna correggerli, precisarli…

«Penso che Giorgia sia una purosangue. Ricordo quando è partita dal 2%… Chi pensa di ledere politicamente Giorgia Meloni non ha fatto i conti con Giorgia Meloni».

Questo governo durerà a lungo?

«Sì e credo che lo aiuteranno queste opposizioni sgarrupate».

Che rapporto ha con Silvio Berlusconi?

«Il ricordo di un affetto».

Un sentimento del passato?

«È una persona a cui sono grata per le opportunità che mi ha dato e alla quale ho voluto molto bene. Ma politicamente oggi non lo riconosco».

Subisce l’influenza del cerchio magico?

«Pur composto da persone diverse, ne ha sempre avuto intorno uno. Se il cerchio magico ti fa compiere un errore politico come lasciare l’aula al momento della votazione di La Russa, dovresti prendere una decisione. Se Berlusconi non l’ha presa vuol dire che è il capo del cerchio magico».

All’indomani delle elezioni ha dovuto consolare suo marito?

«In realtà, l’ho preso in giro».

Cantandogli Bella ciao?

«Esatto. Ci siamo conosciuti in Parlamento quando eravamo già su posizioni diverse. Diciamo che non si aspetta di essere consolato da me».

Suo marito appartiene all’ala filo 5 stelle del Pd, lei cosa pensa del campo largo?

«Fino a qualche tempo fa il Pd era attrattivo anche per il M5s tant’è vero che hanno votato insieme Ursula von der Leyen e fatto nominare David Sassoli e Paolo Gentiloni. Ultimamente, mi sembra destinato al campo isolato, con il risultato che si parla di Giuseppe Conte come potenziale leader della sinistra».

Come si gestisce una coppia con una moglie di centrodestra e un marito di sinistra?

«Il nostro rapporto ci ha insegnato ad avere rispetto delle diversità. Furbamente, Francesco evita di entrare in discussione con me. Ma se capita, per esempio a cena con amici, è molto divertente: siamo Sandra e Raimondo in salsa politica».

Evita di entrare in discussione perché lei è tosta?

«Per quieto vivere. Francesco è un moderato e su molte cose, come il tema dei diritti, non siamo distanti, mentre su altre ci dividiamo. Quando parla con persone del suo partito, si sposta sul terrazzo così io non m’intrometto. Il nostro è una specie di compromesso storico».

Le litigate sono furiose, rispettose o a lieto fine?

«Rispettose e a lieto fine. In una prima fase erano veementi, ora ho imparato a limitare la mia furia».

La più furiosa?

«A causa della mia gelosia, c’è stato un periodo in cui non mi fidavo molto. Oggi non è più così».

Il suo ritiro dalla politica ha giovato al matrimonio?

«Sì, ha giovato alla serenità del nucleo familiare. Ho potuto essere più presente nel periodo dell’inizio della scuola di mia figlia e supplire alle assenze di Francesco quand’era ministro».

Lei è una conferma che la destra vuole tenere le donne un passo dietro gli uomini?

«Il ritiro dalla politica non è ritiro dalla vita professionale. E, soprattutto, non l’ha deciso mio marito. Anzi, lui sarebbe felicissimo se tornassi in politica, perché tra noi c’è grande complicità. Infine, su questo, dalle donne di sinistra non accetto lezioni perché la sfida femminile noi del centrodestra l’abbiamo già vinta con Giorgia Meloni».

I suoi amici sono dentro o fuori dalla politica?

«Quelli che si contano sulle dita di una mano sono fuori».

 

La Verità, 12 novembre 2022

«Le battaglie della sinistra ora le fa la destra»

Ogni suo libro è una piccola «bibbia». Un testo definitivo della materia di cui si occupa. Presidente e responsabile scientifico della Fondazione Hume, Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’università di Torino. Probabilmente proprio il fatto che il suo punto di vista siano i dati – i numeri, i fatti – e non l’ideologia, ne fanno uno degli intellettuali più indipendenti e autorevoli del panorama scientifico italiano. Leggere La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, appena uscito da Rizzoli e già tra i più venduti su Amazon, è come puntare il phon contro uno specchio appannato.

Professore, il vizio della sinistra ufficiale sta nell’ambizione originale del partito democratico di «rappresentare la parte migliore dell’Italia»?

Sì, anche se non è l’unico. C’è anche, fin dai tempi del partito comunista, l’incapacità di analizzare la realtà in modo scientifico, e quindi spregiudicato. Di qui la tendenza a chiedersi, di qualsiasi proposizione empirica, non se sia vera o falsa, ma se sia utile o dannosa alla causa. La conseguenza è stata una sorta di cecità progressiva, nel doppio senso della parola: crescente e progressista. Con un esito finale: la totale incapacità di guardare la realtà con lenti non ideologiche.

Cosa nasconde la convinzione che la destra parli alla pancia del Paese?

Uno strano modo di pensare: se abbiamo ragione, e il popolo non ci capisce, allora vuol dire che il popolo non usa la ragione.

Spesso i politici progressisti denunciano la crescita del populismo: come va interpretato l’uso di questo termine?

Le rispondo con la definizione della parola «populista» proposta da Jean Michel Naulot: «Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle». Una definizione interessante anche perché risale al 1996, quando pochi vedevano il problema del divorzio fra la sinistra ufficiale e i ceti popolari.

La sinistra ufficiale si accorgeva dello scambio delle basi sociali in atto fra i due schieramenti?

Alcuni studiosi avevano segnalato il problema all’inizio degli anni Novanta, quando in fabbrica fece la sua prima comparsa la doppia tessera: operai iscritti alla Cgil & militanti della Lega. Poi ci sono stati diversi studi che hanno mostrato che la base del Pci-Pds-Ds stava diventando sempre più borghese. Infine, le analisi dei flussi elettorali hanno evidenziato il paradosso della Ztl che vota a sinistra e delle periferie che votano a destra.

A quel punto la sinistra ha scelto consapevolmente l’establishment?

Ha preferito non vedere. Sapevano, ma non volevano prendere atto. Sempre per il motivo che dicevo poco fa: l’incapacità di guardare la realtà con un atteggiamento scientifico, ossia il primato dell’utile sul vero.

Il fatto che Giorgia Meloni nel primo discorso in Parlamento si sia presentata come underdog che rappresenta gli sfavoriti è la certificazione di questo scambio?

In un certo senso sì, anche se il termine underdog, di solito, designa gli sfavoriti in una competizione elettorale, cosa che Giorgia Meloni e il suo partito sono stati in passato, non certo nell’ultimo anno. Io piuttosto noterei una cosa: la novità di Giorgia Meloni non è solo che è la prima donna premier, ma che è il primo premier di umili origini. Tutti i premier della seconda Repubblica, oltre a essere maschi, erano di origine sociale elevata, talora elevatissima o nobiliare. Per trovare un premier di origini modeste dobbiamo risalire al 1988, quando venne eletto Ciriaco De Mita, nato a Nusco, un piccolo comune montano dell’avellinese, con un padre sarto e portalettere, e una madre casalinga. Credo che il carisma di Giorgia Meloni – oltre che alla sua bravura, alla sua integrità e alla sua passione – sia dovuto all’ampiezza dei segmenti sociali per i quali può risultare naturale specchiarsi in lei.

Quali segmenti ha in mente?

Le donne, ovviamente, ma anche gli strati popolari, ossia le persone che non possono contare su una famiglia di origine ricca, benestante, protettiva.

Persa la rappresentanza dei deboli, la sinistra si è concentrata sui diritti delle minoranze Lgbt+ che coinvolgono i ceti medio alti. Perché, al contempo, è così intransigente nella difesa degli immigrati?

Proprio perché ha abbandonato i ceti popolari. La difesa degli immigrati è una sorta di polizza di assicurazione contro la perdita della propria identità. Grazie agli immigrati, la sinistra può ancora pensare sé stessa come paladina degli ultimi. E grazie alla difesa delle rivendicazioni Lgbt+ può pensarsi come campionessa di inclusione.

Perché la sinistra liberal appare tendenzialmente individualista, mentre la destra mantiene una tiepida dimensione comunitaria?

Perché la sinistra liberal, ovvero la sinistra ufficiale, crede che l’aumento senza limiti dei diritti individuali sia l’essenza del progresso, mentre la destra – e una parte del mondo femminile – vede il lato oscuro del progresso, a partire dalla distruzione dei legami comunitari e familiari.

Perché oggi la sinistra ufficiale parla più di inclusione che di eguaglianza?

Lo spiegò Alessandro Pizzorno una trentina di anni fa: parlare di inclusione rende più facile conferire un valore morale alla scelta di essere di sinistra, e assegnare un disvalore all’essere di destra: noi buoni vogliamo includere, voi cattivi volete escludere…

Il giudizio di Enrico Letta sul risultato elettorale del Pd è che «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa»: quanto tempo gli servirà per tornare a farlo?

Non è un problema di connessione con chi non ce la fa, è un problema di comprensione della realtà.

Prima che completi il processo di revisione, può perdere ancora consensi? E a vantaggio del Terzo polo o del M5s?

I consensi li sta già perdendo. Secondo i dati che ho potuto analizzare, l’emorragia è bilaterale, ma un po’ più grave verso i 5 stelle che verso il Terzo polo.

Il catechismo politicamente corretto rende la nostra società più illiberale?

Sì, nella nostra società vengono predicate tolleranza e inclusione, ma il dissenso verso il politicamente corretto non è tollerato.

Come mai gli intellettuali, che fino agli anni Settanta erano contro la censura e per la libertà di espressione, oggi sono in gran parte schierati a difesa dell’establishment?

Perché ne fanno parte, specie nelle istituzioni culturali e nel mondo dei media. Difendendo l’establishment difendono sé stessi.

In Italia la battaglia sul politicamente corretto si è applicata al ddl Zan: perché nonostante il parere contrario di giuristi, femministe e intellettuali progressisti il Pd ne ha fatto un simbolo intoccabile?

Per il solito motivo, l’incapacità di accettare la realtà quando va contro l’utile di partito. In questo caso: l’incapacità di ammettere il fatto che il ddl Zan limita la libertà di espressione.

Perché l’introduzione del merito tra le competenze del ministero della Pubblica istruzione ha destato scandalo?

Un po’ per il mero fatto che ne ha parlato la destra, un po’ perché nella mentalità della sinistra c’è l’idea che premiare il merito di qualcuno significa umiliare il non-merito di qualcun altro. È questa mentalità che, negli ultimi 50 anni, ha distrutto la scuola e l’università.

Nel Novecento l’istruzione era considerata uno strumento di elevazione sociale, oggi non è più così?

No, la trasmissione del patrimonio culturale, cara ad Antonio Gramsci e a Palmiro Togliatti, non interessa più.

Sta passando a destra anche l’idea di emancipazione dei deboli attraverso la cultura?

Più che a destra, sta passando nel partito di Giorgia Meloni, secondo cui «eguaglianza e merito sono fratelli».

In questo contesto, che cosa può significare la nascita del primo governo di destra in Italia?

La fine dell’egemonia culturale assoluta della sinistra.

Se dovesse dare un solo consiglio non richiesto alla premier cosa le suggerirebbe?

Dica che vuole, finalmente, che venga applicato l’articolo 34 della Costituzione, e vari un grande piano di borse di studio per «i capaci e meritevoli» privi di mezzi.

 

Panorama, 9 novembre 2022