«L’utero in affitto, orrore che mortifica le donne»

Femminista e cattolica. Da quando Eugenia Roccella è ministro per le Pari opportunità, la natalità e la famiglia del governo Meloni i media ce la disegnano dogmatica e sempre in trincea. In realtà, è figura complessa e sfaccettata. Giornalista, figlia di Franco, già capo dell’Ugi (Unione goliardica italiana) e fondatore del Partito radicale all’interno del quale animò accesi dibattiti con Marco Pannella, anche lei militò in quel partito prima di avvicinarsi alla fede cristiana. Un saggio della sua eleganza si è avuto qualche domenica fa su Rai 3 in quel «vedo che si coinvolge» lasciato cadere davanti all’incontinente Lucia Annunziata: «E fatele queste leggi, cazzo!». Se si vuole provare il piacere di leggere Una famiglia radicale (Rubbettino), oltre a una biografia particolarissima si scoprirà uno spaccato dell’ultimo cinquantennio italiano.

Questo libro è nato prima che si profilasse l’idea di diventare ministro?

«Sì. Pensavo ormai di aver abbandonato la politica e durante il lockdown avevo iniziato a scrivere. Se avessi saputo che sarei tornata con un impegno così importante non credo che l’avrei pubblicato. È un libro molto privato».

Fonte di problemi?

«No, semplicemente comporta un altro tipo di esposizione. Avevo deciso di scriverlo per due motivi. Il primo è che mi veniva spesso chiesto come, da radicale, si possa diventare cristiana. Il secondo motivo è non disperdere la storia soprattutto di mio padre, ma anche di mia madre, nelle vicende del nostro Paese. Lui non ha lasciato quasi niente di scritto, eppure un gran numero di testimoni e di storici come Gaetano Quagliariello e Giovanni Orsina gli riconosce ampio credito intellettuale nella stagione dell’Ugi e del Pr».

Lei ha avuto un’infanzia e un’adolescenza singolari, con un padrino di battesimo e una madrina di comunione leader radicali.

«Non credo che Sergio Stanzani, futuro segretario del Pr, e Liliana Pannella, sorella di Marco, siano entrati altre volte in chiesa dopo averlo fatto per me. La mia è stata un’adolescenza trasgressiva opposta alle normali trasgressioni. Io lo ero se andavo in chiesa, al punto che lo facevo di nascosto dai miei. Il battesimo fu un’imposizione su mio padre di mia zia che mi aveva educato fino allora. Lui, come contropartita, impose un padrino ferocemente anticlericale».

E la comunione?

«Fu una mia scelta. Avevo già incontrato proprio a scuola la fede, grazie a un sacerdote che mi aveva avvicinato ai vangeli di cui ero digiuna. Mi si era aperto un mondo. Come madrina di cresima mia madre m’invitò a scegliere un’amica cui ero affezionata e io indicai la sorella di Pannella. Vivevo una situazione ambivalente: immersa in un mondo laicista e antireligioso, ero sotterraneamente attratta dal cristianesimo. Quando gli chiesi il permesso di accedere alla comunione, da siciliano più che da laico e radicale, mio padre disse che per una donna non era male essere cattolica».

Quanto ha pesato nella sua vita la vicenda di sua sorella Simonetta, abbandonata nell’incubatrice e mai più ripresa dai suoi genitori?

«È una vicenda tragica, difficile da elaborare. Un fatto che ho ricostruito dolorosamente negli anni. E che comprende una riflessione che, partendo dalla mia famiglia, coinvolge il pensiero oggi dominante».

Qual è questo pensiero?

«L’idea che la vita non sia la costruzione della coscienza, ma la ricerca della realizzazione attraverso l’assolvimento dei propri desideri. Io auspicavo che questa ricerca di libertà venisse accompagnata dalla responsabilità personale. Invece, non fu e non è così. A causa di quella cultura, nessuno si incaricò della sopravvivenza di mia sorella. Ma non do colpe ai miei genitori».

Ci vuole molta misericordia.

«Anche il mio affidamento alla zia e l’anoressia successiva nacquero in quella cultura. Mio padre e mia madre erano persone generose, calde, affettivamente ricche. Ci adoravamo. Non porto rancore ai miei genitori. Sono grata perché lo sono stati, anche se nessuno dei due avrebbe voluto esserlo. Ma quell’individualismo può lasciare  intorno a sé morti e feriti. Nel caso di mia sorella, letteralmente».

Dall’appoggio alla clinica gestita da Adele Faccio e Giorgio Conciani alla sua posizione di oggi sull’aborto cos’è successo?

«Si è capovolto un mondo. Da ciò che erano all’epoca la condizione della donna, il diritto di famiglia e la discriminazione degli omosessuali c’è stato un rovesciamento totale. Ho seguito questo percorso rimettendo al centro i veri bisogni dell’uomo sui quali m’illuminò Pier Paolo Pasolini quando previde il tradimento degli intellettuali progressisti che avrebbero accolto i diritti civili in un contesto di “ideologia edonistica e falsa tolleranza” escludendo “ogni reale alterità”».

Come riemerse la fede che non aveva più coltivato?

«La fede c’era, chiusa in un cassetto dove l’avevo accantonata come elemento incongruo al contesto. Riemerse durante la malattia di mia madre. Standole vicino mi ritrovai a pregare».

Perché lasciò il Partito radicale?

«Quando mia madre si è ammalata mi stavo già allontanando dal Pr e da Pannella. Non mi riconoscevo nella svolta ideologica che avevano intrapreso».

Si può essere femminista e cattolica allo stesso tempo?

«Certamente. Il cristianesimo pone le basi culturali della pari dignità delle donne, nella differenza».

Quest’ultima sottolineatura serve a non identificare femminismo e livellamento dei sessi?

«Il femminismo è composto da molte correnti, io appartengo a quella della differenza, che in Italia è stata maggioritaria. Il corpo sessuato è il punto di partenza per valorizzare la differenza. C’è ingiustizia quando due persone uguali sono trattate in modo diverso, ma anche quando due persone diverse sono trattate in modo uguale».

Perché oggi la regolarizzazione dei figli di coppie omosessuali è al centro dell’agenda politica?

«Perché si cerca di occultare il problema dell’utero in affitto».

Perché è importante?

«Perché la maternità viene spezzettata e svilita. Esiste un mercato transnazionale della maternità e dei bambini per cui ci possono essere fino a tre madri».

Quali sono?

«La madre sociale, che alleverà il bambino, la madre genetica che dà gli ovociti, e infine quella che presta l’utero. Nella maternità surrogata si prende sempre l’ovocita da una donna e l’utero da un’altra».

Perché?

«Innanzitutto per evitare contenziosi. Se la madre gestazionale fosse anche la donatrice dell’ovocita, nel caso ci ripensasse e volesse tenersi il bambino, sebbene abbia firmato un contratto di cessione, per qualunque corte sarebbe difficile sostenere che non ne ha diritto. Separare le due funzioni serve a impedire controversie».

E l’unico motivo?

«Ce n’è un secondo. Per l’ovocita, che trasmette il Dna, la scelta del committente avviene in base alle caratteristiche genetiche che si desidera abbia il bambino, mentre la donna che porta avanti la gravidanza viene selezionata con altri criteri».

Una pratica razzista?

«Si sceglie sul catalogo il colore della pelle, degli occhi, dei capelli, la statura, il quoziente d’intelligenza. Lascio a lei dire se sia un comportamento razzista. In questi cataloghi le persone bianche hanno un costo superiore».

La battaglia condotta dai sindaci riguarda in prevalenza le coppie di donne per le quali non necessariamente si ricorre all’utero in affitto.

«I sindaci sono pubblici ufficiali e la nostra legge stabilisce due modi di filiazione, biologico o adottivo. Non ce n’è un altro».

Come ci si regola nei casi di due donne con un figlio del precedente matrimonio eterosessuale?

«Seguendo la legge italiana tutti i bambini avrebbero una mamma e un papà. Quando le coppie tornano da pratiche di fecondazione non consentite nel nostro Paese, la registrazione del genitore biologico è automatica. Da quel momento il bambino gode di tutti i diritti, come accade per le mamme single. Non vedo in piazza madri single, con un figlio non riconosciuto dal padre o vedove. Eppure, se si vuole il riconoscimento del nuovo compagno o compagna, anche loro devono seguire la procedura adottiva in casi speciali».

Il governo è accusato di fare scelte ideologiche.

«Il governo in carica non ha fatto nulla di nuovo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto che venisse rispettata la legge in vigore. Che è sempre la stessa, e la sinistra ha avuto tutto il tempo per cambiarla, ma non l’ha fatto. La sentenza delle sezioni unite civili della Cassazione del 30 dicembre 2022 recita: “L’automatismo del riconoscimento del rapporto di filiazione con il genitore di intenzione sulla base del contratto di maternità surrogata e degli atti di autorità straniere che riconoscono la filiazione risultante dal contratto, non è funzionale alla realizzazione del miglior interesse del minore, attuando semmai quello degli adulti che aspirano ad avere un figlio a tutti i costi”».

Perché il Parlamento europeo ha approvato un emendamento che invita l’Italia a regolarizzare i figli di coppie omogenitoriali?

«È un pronunciamento solo politico perché il certificato europeo di filiazione dei figli fatti all’estero con la maternità surrogata è stato bocciato dal Parlamento italiano. Ma anche dal Senato francese, con l’esplicita motivazione che favorirebbe l’utero in affitto».

Perché vi ricorrono più di frequente le coppie eterosessuali?

«Le coppie etero possono mascherare il ricorso alla maternità surrogata. Ma è un mercato da estirpare sia che riguardi coppie omo che eterosessuali».

Cosa pensa del caso di Anna Obregon, l’attrice che è ricorsa all’utero in affitto nel quale è stato impiantato un ovocita fecondato dal seme del figlio morto?

«Non mi piace dare giudizi sui comportamenti personali. Vorrei dire però che casi del genere saranno sempre più frequenti e inevitabili, se si continua a considerare ogni desiderio individuale un diritto».

Con Elly Schlein segretaria del Pd si profila un lungo periodo di scontro?

«In passato al Parlamento europeo non ha votato un emendamento contro l’utero in affitto. Vedremo come si comporterà il Pd di fronte alla proposta di Carolina Varchi di Fdi che, pur senza aggravare le pene, chiede di perseguire la maternità surrogata anche se praticata all’estero».

A fronte dell’espandersi della cultura dei diritti il recupero di un’antropologia tradizionale è una battaglia di retroguardia?

«È una battaglia di avanguardia e di salvaguardia. Il rifiuto di queste pratiche e di questa cultura non deriva innanzitutto da un giudizio etico, ma dalla necessità di conservare l’esperienza umana con tutta la sua ricchezza e tutti i suoi limiti».

 

La Verità, 8 aprile 2023

 

 

 

 

 

 

 

«I grandi critici tv non spostano uno spettatore»

Piero Chiambretti, siamo sulla Verità quindi giuri di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Dica: lo giuro.

«Lo giuro, sulla testa di Pier Silvio».

Come fece il padre: i giuramenti finiscono sempre sulla testa dei figli.

«Esatto. Fatico a vedere Pier Silvio come un editore, lo vedo più come figlio, anche perché è più giovane di me. Ci siamo conosciuti molti anni fa al Vecchio porco, un ristorante vicino a Corso Sempione dove ci si incontrava per caso la sera tardi. Scattò una simpatia che poi si è trasformata in lavoro».

È il suo sponsor in Mediaset?

«Si dice che io sia il suo cocco e per questo lavori, ma mi sembrerebbe limitativo per lui. Credo non abbia interesse ad assoldare chi non lo merita. Io mi sforzo di dare il meglio e penso che lui sia sempre rimasto soddisfatto. Più semplicemente mi pare che stimi il mio lavoro e in questi 12 anni me l’ha dimostrato».

È soddisfatto di com’è andata La tv dei 100 e uno? Si ricordi che ha giurato…

«Molto soddisfatto, ho raggiunto i tre obiettivi che mi ero prefissato. Il primo, divertire; il secondo, emozionare; il terzo, sorprendere».

I momenti più memorabili?

«Ne dico due. Quello della sigla iniziale con i 100 bambini che entrano in studio sulle note di Another break in the wall con una sedia sulla testa. E quando abbiamo parlato della pandemia, dedicando la trasmissione a mia madre. Poche battute dei 100 si sono rivelate più profonde dei fiumi di parole ascoltate in due anni di televisione sul Covid 19».

Lei e sua madre siete stati ricoverati insieme.

«A distanza di 24 ore nello stesso ospedale, dove cinque giorni dopo lei morì».

Aveva qualche timore a tornare in prima serata su una rete ammiraglia?

«No, però prima di cominciare alcuni amici mi hanno consigliato di andare dallo psicologo».

Per focalizzare i rischi che stava correndo?

«Esatto. Il primo era che non sono una faccia da Canale 5, il secondo era il prodotto stesso, cioè il varietà con i bambini rivolto agli adulti, il terzo il linguaggio. Invece, dopo la prima puntata molto complicata, in pratica un numero zero, il programma ha trovato stabilità nei suoi appuntamenti e i bambini sono diventati riconoscibili, trasformandosi in un cast».

Gli ultimi suoi programmi sono stati un varietà con gossip in prima serata su Rete 4 e un talk notturno di calcio su Italia 1. Perché si è buttato sui bambini?

«È una metamorfosi. Prima mi sono occupato solo di donne per raccontarle a modo mio e farne un manifesto, poi del mondo maschile della repubblica del pallone. Oggi ho scelto i bambini che non sono i grandi di domani, ma i bambini di oggi. Tre universi lontani tra loro raccontati in orari e reti diverse, ma con il denominatore comune della mia curiosità e della mia identità».

Perché dava loro del lei?

«Perché volevo giocare una partita alla pari. Davo del tu agli ospiti e del lei ai bambini perché sono già grandi».

In questi casi il rischio del paternalismo, della scarsa spontaneità o della vocina infantile è sempre in agguato?

«Anche la retorica e il trombonismo lo sono. A me piace dividere, infatti hanno detto che sono un vecchio rincoglionito e un genio, uno sfruttatore di bambini e un visionario che sfida la tv. Mi vanno bene tutte le etichette: a un’azione corrispondono delle reazioni. Io sono sereno come una Pasqua, che per altro è vicina».

Come li avete trovati così talentosi?

«Con diversi mezzi, dalla chiamata alle armi dei serpentoni tv alla società di scouting di Sonia Bruganelli, fino al passaparola di amici e parenti. Sono stato fortunato perché, insieme ai talenti che cantavano, ballavano e parlavano con proprietà di linguaggio superiore alla loro età, molti dei 100 che non hanno mai aperto bocca hanno fatto gruppo con quelli che scendevano in campo. Li voglio ringraziare perché sono stati importanti come i talenti. Al termine della terza puntata ho visto scene di dispiacere come da fine delle vacanze».

Alcune domande e risposte erano farina degli autori?

«No. La redazione spiegava i temi di discussione e le domande se le preparavano da soli. Alcuni erano predisposti come si è visto dai provini, qualcun altro interpretava il ruolo dell’opinionista. Io non ho parlato con loro se non durante le registrazioni. Volevo essere sorpreso. Non ho imposto niente altrimenti non ne sarebbe valsa la pena. Il suo giornale è La Verità e questo era un programma sulla verità, che in tv esiste in modo approssimativo perché ognuno si fa i fatti propri. Una cosa che non succede con i bambini, i quali dicono sempre la verità: anche quando è una castroneria è sempre vera perché non è mai costruita».

Le hanno rimproverato di averli fatti parlare di Putin e Zelensky?

«E cosa c’è di male? Non vivono in una campana di vetro, sono bombardati dai tg, vedono i giornali e le foto che parlano solo di quello».

Perché ha scelto come sigla Another break in the wall dei Pink Floyd?

«Più che una sigla era un’ouverture ed è la prima cosa a cui ho pensato. Ho cercato la canzone più popolare al mondo contro il nichilismo della scuola, per dare il tono di un programma spettinato nel quale i bambini rivendicavano la libertà di pensare con la loro testa».

Soddisfatto dell’accoglienza del pubblico?

«Ho ricevuto molti messaggi di apprezzamento da colleghi e addetti ai lavori. E avuto un ottimo riscontro dal pubblico a cui il programma era rivolto, mamme, genitori, bambini. Un bagno di folla in un mondo che non mi conosceva. Nella sua biografia Woody Allen dice che un artista deve mettere in scena le proprie idee senza preoccuparsi dei riscontri, altrimenti se si insegue il consenso si finisce per abbassare il livello creativo».

Dell’accoglienza di Mediaset?

«All’inizio eravamo tutti in allarme, poi, man mano che il progetto prendeva corpo, cresceva la convinzione. Le maestranze e i cameraman sono stati i primi tifosi. Alla fine anche i più scettici si sono congratulati. Dopo la prima puntata, Pier Silvio, che è la persona alla quale si fa sempre riferimento, mi ha telefonato dicendosi contento di essere l’editore di questo progetto».

E dell’accoglienza della critica? Ricordi che deve dire la verità…

«La critica dev’essere critica, se fa i complimenti non serve. Il critico è un generale che spara sui suoi soldati. Leggendo più i titoli degli articoli ho visto che molti erano distruttivi, mancava solo il bazooka. Mi è venuta nostalgia della critica del passato, quella di autori come Ugo Buzzolan, Oreste Del Buono e Beniamino Placido».

Perché?

«Perché, sebbene attaccassero anche me, usavano la penna e l’ironia dando consigli per migliorare prodotti a volte balbettanti. I critici di oggi, anche i più rinomati, invece usano la roncola e il livore».

A proposito di verità, le sottopongo una frase di Alexis Carrel, premio Nobel della medicina: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità». Vale anche per la critica televisiva?

«Le verità sono difficili da trovare. Un critico è un essere umano che scrive e pensa secondo le proprie simpatie e perciò rappresenta solo sé stesso. La critica tv italiana non sposta un telespettatore, quella americana ti fa chiudere un cinema».

Quella che l’ha più irritata è che lei è sempre uguale e non cresce?

«Sulla crescita lo sapevo, me l’aveva già detto il mio endocrinologo. Più che una critica è un’inesattezza. Io sono sempre diverso in uno stile che rimane invariato. Armani è sempre Armani pur facendo vestiti sempre diversi, Valentino lo riconosci dal colore rosso e l’amatriciana in tutta Italia è sempre la stessa pur cambiando regioni e ingredienti».

Adesso che cosa farà?

«Mi metto sulla riva del fiume e aspetto».

Chi o che cosa?

«Di capire cosa fare con Mediaset. Il contratto è scaduto, sono in stand by, ma capirò presto cosa fare perché abbiamo già deciso di incontrarci. Nel frattempo guarderò la tv degli altri, quella che piace alla critica e che io non so fare, come i talent e i reality show. Sono propenso a tornare con La tv dei 100 e uno. Se non arriverà l’idea del secolo che mi farà cambiare programma, lavorerò alla vendita all’estero di questo format. Sarebbe una gratificazione d’autore, prima ancora che economica».

Questo programma è una piccola svolta perché ha a che fare con la sua vita privata?

«Diciamo che inaugura una seconda giovinezza, come se fossi entrato nella piscina di Cocoon. Tutto è nato dall’osservazione di mia figlia che mi spiazza tutti i giorni. Dice cose dritte e sintetiche che mi sorprendono sempre».

Ogni quanto la vede?

«La vedo con qualità più che con quantità. Vive con la mamma, ma trascorre due lunghi weekend al mese e un giorno la settimana con me».

È solo la televisione italiana a starle un po’ stretta o anche qualcos’altro?

«La  mia vita è stata la tv. Anche il libro autobiografico molto voluto dalla Mondadori è stato importante. Le altre esperienze sono servite per non farle più. Attraverso la tv ho raccontato il Paese con il mio linguaggio, la mia musica, me stesso».

La nostra politica le sta stretta?

«No. Tutta la società nel suo complesso è diventata una marmellata. Oggi si va a votare una persona e tra due anni la mandiamo in nomination come al Grande Fratello. Non ci sono più punti di riferimento certi».

E il politicamente corretto?

«È un vecchio adagio, tutti ne parlano come di un limite alle idee, ma se uno le ha le può spendere. A volte non si ha il coraggio di farlo perché il politicamente corretto ci spinge tutti nella stessa direzione. Se in Italia ci fosse la rivoluzione ci si andrebbe in macchina».

Che preda farebbe divorare a Ignazio, il dinosauro del programma?

«Gli direi di mangiarsi la maleducazione. Siamo il Paese dei furbi e dei maleducati. Lo si vede da come stiamo a tavola, da come ci vestiamo, dallo sperpero, da come ci meniamo allo stadio. La maleducazione è al potere».

Invece una cosa che salverebbe?

«L’Italia come paese geografico: storia, radici, passioni. Ciò che mi piace di Google maps è lo stivale stesso. Non restringo la mappa, la allargo al mare, alla montagna, alla provincia. Lì mi ritrovo… Specialmente quando trovo parcheggio».

E noi quanto dovremo aspettare per ritrovarla?

«Non lo so. Se non succede nulla, apro un asilo».

 

La Verità, 1 aprile 2023

«Io di nuovo in Rai? Nulla di vero, solite chiacchiere»

La più guardata dagli italiani e la più invidiata dalle italiane. Per la dolcezza, l’energia e la carica di sensualità che sprigiona. Il grande pubblico se n’è accorto all’ultimo Festival di Sanremo, quando è scesa dalla scalinata dell’Ariston cantando e ballando La notte vola. Poi l’abbiamo intravista ai funerali di Maurizio Costanzo e ora la seguiamo come una dei prof di Amici di Maria De Filippi. Lorella Cuccarini ha 57 anni, quattro figli e una serenità non comune.

Questo è il suo terzo anno come insegnate, ora di canto oltre che di ballo, del talent show di Canale 5: che aspettative ha?

«Non ho aspettative personali, la nostra missione è accompagnare i ragazzi a fare le scelte giuste e difenderli quando serve. Anche se lanciamo i guanti di sfida agli altri prof, noi insegnanti restiamo dietro le quinte».

Che cosa la guida nel rapporto con i ragazzi?

«Metto a loro disposizione il bagaglio di esperienza maturato in 37 anni di professione. E anche il buon senso acquisito come madre di giovani che hanno più o meno l’età dei concorrenti».

Che cosa serve per coltivare il talento?

«Impegno, lavoro, sudore. Essere spavaldi sul palco e umili fuori».

Si dice che i talent show siano una scorciatoia che evita la gavetta: cosa ne pensa confrontandoli con la sua formazione?

«Il momento storico in cui sono uscita io era molto diverso, i talent show non esistevano. C’erano i talent scout che andavano a caccia di giovani. Io ho avuto un percorso ancora diverso perché, grazie a Pippo Baudo, ho potuto approdare a Fantastico, facendo un salto nel buio. Da un giorno all’altro sono stata catapultata nel varietà più importante con l’esperienza di una ballerina di fila. Se guardiamo ai talent, i ragazzi possiedono già un loro bagaglio e poi hanno parecchi mesi per crescere ed emergere».

Quindi, non concorda con quella critica?

«No. I talent sono una strada che offre delle opportunità ai giovani che altrimenti farebbero molta fatica. La Rete è un’altra possibilità».

Nel mondo dello spettacolo il merito è rispettato?

«Domanda da un miliardo di dollari».

Rispondiamo con 100 euro.

«Nel nostro caso sì. Il percorso a imbuto di Amici impone i concorrenti che valgono. A volte alcuni ragazzi capiscono che non è ancora arrivato il momento giusto. Perciò, devono aspettare per emergere dopo».

In generale nel mondo dello spettacolo la meritocrazia vale o no?

«Bisogna capire i contesti. A volte vediamo delle meteore che conquistano velocemente la popolarità in tanti modi. Io sono una boomer e mi sfuggono alcuni meccanismi della contemporaneità. Tra popolarità e successo vero c’è una bella differenza».

Ripartiamo dalla sua apparizione sanremese: è la disciplina che la fa essere ancora sensuale?

«La disciplina e anche la serenità. Cioè, essere arrivata a un punto della vita in cui prendo con leggerezza quello che succede».

Ha superato anche momenti in cui questa leggerezza è stata messa in discussione?

«Soprattutto quando ero più giovane e avevo una certa ansia da prestazione. Pensi di non fare mai abbastanza… Poi, finalmente, arriva il momento in cui non devi dimostrare niente e puoi vivere la tua stagione con leggerezza».

Qualche anno fa ha subito anche un intervento alla tiroide.

«Quello è stato un periodo impegnativo. A quel problema fisico si era aggiunta la perdita di mia madre, la persona più importante nella mia vita. È stata anche una fase d’impasse professionale. Quando si mette tutto in discussione, di leggerezza ce n’è poca».

L’altro grande segreto è l’unità della sua famiglia?

«Credo sia l’elemento fondamentale».

È raro nel vostro ambiente un rapporto duraturo come quello che ha con suo marito, il produttore Silvio Testi.

«Il giorno del matrimonio eravamo in tre. Siamo entrambi cattolici e praticanti e quando abbiamo scelto di sposarci non eravamo soli. Credo che questo faccia un po’ la differenza nel momento in cui abbiamo scelto di camminare insieme. Le promesse che reciti davanti al sacerdote hanno un loro peso specifico».

Ora non siete più in tre.

«In sette, con i nostri figli».

Come riesce a gestire il ruolo di madre di quattro figli e una professione tanto impegnativa?

«Come tutte le donne del mondo, non mi pare di essere dotata di superpoteri. Oppure li hanno tutte le madri che lavorano».

Nel vostro ambiente, la durata del rapporto coniugale non è così scontato.

«Non solo nel nostro, purtroppo. Gestire la famiglia e lavorare, anche questo costa disciplina. È faticoso, ma è bellissimo».

Il fatto che non vi siate vaccinati è stata una scelta?

«Ci siamo ammalati tutti con la prima ondata e perciò siamo sufficientemente immunizzati. Mio marito non si è ammalato e si è vaccinato».

L’abbiamo vista molto partecipe ai funerali di Maurizio Costanzo: l’ha colpita qualcosa di quel momento?

«Ho pensato al dolore di Maria. Ero abituata ad apprezzare la sua vitalità nel lavoro e la sua capacità di esserci per tutti. Vederla così è stato un dolore. Mi ha fatto piacere constatare la vicinanza a lei di tantissime persone, non solo dello spettacolo, anche meno note, ma sempre partecipi».

Che cosa pensa dei selfie alla camera ardente ai quali si è sottoposta? Lei come avrebbe reagito?

«Solitamente faccio le foto con chiunque, in qualsiasi situazione personale. Ma in chiesa non mi è mai capitato e mi è sembrato di cattivo gusto. Non so come avrei reagito, spero di non trovarmici mai».

Quell’episodio indica la superficialità cui ci sta portando la società dello spettacolo?

«Secondo me la causa non è il mondo dello spettacolo, ma l’avvento dei social. Con un telefonino si può immortalare qualsiasi momento e questo ci porta a fare cose insensate».

I social sono parte dello società dello spettacolo.

«Si entra in un circuito, si cercano like facili e si fanno anche azioni inaccettabili sul piano umano. Non tutti abbiamo la stessa sensibilità ed educazione».

Ha notato qualche cambiamento in Maria De Filippi in queste settimane?

«L’ho ritrovata con la sua capacità di esserci. Ha detto subito: “Cominciamo a lavorare, perché è così che mi hanno insegnato”. Una frase che esprime il suo modo di elaborare il momento. Ho condiviso la volontà di ricominciare dalla nostra passione, dando il meglio di noi».

Qualche settimana fa si era parlato di un suo possibile ritorno in Rai: c’era o c’è qualcosa di vero?

«Non c’è nulla, tutti gli anni vengo citata con questo tira e molla».

Che differenza c’è tra lavorare a Mediaset e alla Rai?

«Bisogna tener conto dei momenti storici. La Rai di Fantastico è stata la mia prima casa, furono anni esaltanti e bellissimi. L’ultimissima esperienza è stata più pesante».

Perché la partecipazione a La vita in diretta su Rai 1 si è conclusa in modo un po’ brusco?

«Quello che dovevo dire l’ho detto. È stato un anno difficile, anche per la situazione che ci siamo trovati a raccontare (il periodo dei lockdown ndr). Non ho nulla da aggiungere».

Invece a Mediaset tutto liscio?

«Per me è stata una rinascita perché sono tornata a fare ciò che mi piace di più e che avevo scelto all’inizio della carriera».

Anche con Heather Parisi il rapporto è stato burrascoso?

«Ma no… Vorrei evitare di fare quello che fa lei con me, non ho bisogno di parlare di Heather per esserci. La apprezzo artisticamente, ma dopo Nemicamatissima non ci siamo più sentite. Abbiamo visioni diverse della professione».

L’ha detto anche lei intervistata a Belve: «Lorella è un po’ la prima della classe, mentre io preferisco improvvisare».

«Prima della classe non lo sono mai stata, ma m’impegno e lavoro molto. Così mi è stato insegnato e così sono riuscita a crescere».

Perché due anni fa ha lasciato l’agenzia di Lucio Presta?

«Lucio è una persona che stimo da prima che iniziassi a lavorare con lui. È stato mio agente per 12 o 13 anni, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di camminare da sola».

Gli agenti hanno troppo potere in tv?

«Ne hanno molto, non so se sia giusto dire troppo. In certi programmi si nota un accentramento di personaggi della stessa scuderia. E quindi vien da chiedersi se vengano scelti per merito o per appartenenza. È difficile che tutte le idee confluiscano sempre nella stessa direzione. Se c’è una concentrazione dei soliti vuol dire che anche gli autori e i produttori sono d’accordo. Non credo che, pur con il loro strapotere, un agente possa decidere al posto di un’azienda».

Abbiamo citato La vita in diretta e Heather Parisi: non è che lei sia un po’ fumantina?

(Ride) «Penso di essere una persona serena e accomodante, lo dico sinceramente. Però sono anche un leoncino… Se vedo cose che non mi piacciono, parlo; difficilmente taccio e subisco. Di solito succede con le persone più potenti».

Ha perso qualche opportunità perché non si è morsa la lingua davanti a una persona potente?

«Non ricordo di aver perso delle opportunità. Però non mi piace che mi mettano i piedi in testa. Se capita, reagisco e in questo mondo finisce tutto in pasto alla stampa. Per questo passo per essere una fumantina, ma non lo sono».

È contenta dello spazio che hanno conquistato le donne ai vertici della politica?

«Non sono per le quote rosa, ma sono felice che ci siano sempre più figure femminili emergenti, come la premier. Mi piace che le donne guadagnino credibilità e conquistino ruoli apicali per capacità e merito, non per concessione. In politica, nelle aziende e nello spettacolo».

Tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein con chi andrebbe a cena?

«Con Giorgia Meloni, anche perché tifiamo per la stessa squadra».

Per quest’unico motivo?

«A pelle, mi sta molto simpatica. Mi piacerebbe conoscerla di più».

Ci può anticipare qualcosa del suo prossimo musical nei teatri?

«Se tutto va bene, in autunno proseguirò la tournée con lo show di quest’anno. Mentre per i miei 60 anni ho in mente un musical, non solo autobiografico. Ma sarà fra tre anni, il tempo per farlo bene non manca».

 

 

La Verità, 25 marzo 2023

«Come fermare l’ondata di migranti dalla Tunisia»

Un uomo di sinistra figlio di un generale dell’Aeronautica militare. Calabrese, ex Lothar dalemiano, esperto di intelligence apprezzato da Francesco Cossiga. Dopo alcuni ruoli di vertice nei governi precedenti, Marco Minniti ha lasciato il segno come ministro dell’Interno dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni che lo nominò nel dicembre 2016. Cinque anni dopo, nel febbraio 2021, si è dimesso da deputato del Pd. Da due anni presiede Med-Or, fondazione che, voluta dal cda di Leonardo, promuove le relazioni nell’area del Mediterraneo, del Medio ed Estremo Oriente.

La tragedia di Cutro e il naufragio con 30 dispersi sulla costa libica indicano che siamo di fronte a un nuovo aggravamento dell’emergenza migranti?

«Siamo innanzitutto di fronte a due tragedie che ci riportano al fatto che le migrazioni non sono un’emergenza. Questo può sembrare una contraddizione. Ma se vogliamo evitare nuovi eventi drammatici dobbiamo pensare all’emigrazione come a un dato strutturale che ha accompagnato l’umanità nel passato e l’accompagnerà nel futuro. Anzi, è lecito prevedere che nei prossimi anni avremo un incremento dei movimenti delle persone nel mondo».

Per quali motivi?

«Innanzitutto per le ragioni classiche: guerre, carestie e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita. A queste si aggiungeranno i cambiamenti climatici che potrebbero causare spostamenti consistenti. Infine, c’è una parte di popolazione, quella più giovane che, indipendentemente dal Paese di nascita, si ritiene cittadina del mondo. Se le migrazioni sono un dato strutturale significa che le politiche emergenziali non sono adeguate ad affrontarlo».

Qual è il suo pensiero sulla tragedia di Cutro?

«Nel momento in cui ci sono più di 80 morti in mare, oltre ad attendere gli esiti dell’inchiesta giudiziaria, considerato il coinvolgimento di più ministeri, il governo avrebbe dovuto promuovere un’indagine interna guidata dalla presidenza del Consiglio».

A quale scopo?

«Arrivare al consiglio dei ministri di Cutro, 13 giorni dopo i fatti, con la ricostruzione di ciò che era avvenuto. E, in secondo luogo, avendo stabilito nuove regole d’ingaggio per evitare che una tragedia simile possa ripetersi».

Non è ciò che ha tentato di fare con il decreto flussi?

«Mi scuso per il ruolo da Grillo parlante. La tragedia si è consumata sulla rotta del Mediterraneo orientale: la stragrande maggioranza dei morti aveva diritto alla protezione internazionale provenendo dall’Afghanistan, dalla Siria e da altri territori drammaticamente in crisi. Per spostarci sullo scenario più vicino, nel Mediterraneo non è più procrastinabile un piano dell’Europa per i paesi nordafricani più esposti agli effetti della guerra in Ucraina. Alcuni di questi dipendevano per l’80% dal grano russo o ucraino. Egitto e Tunisia stanno pagando il prezzo di una drammatica crisi alimentare».

Perché attualmente la Tunisia è il primo fronte dei flussi migratori nel Mediterraneo?

«Perché viveva di turismo, azzerato dalla pandemia. Si stava appena riprendendo quando la guerra ha provocato la nuova, gravissima, crisi alimentare. Non può farcela da sola».

Dalla Libia si attende una nuova ondata di migranti. Che fine ha fatto l’accordo che da ministro dell’Interno aveva firmato con quel Paese coinvolgendo i sindaci e i capi delle potenti tribù locali?

«La Libia si è ulteriormente e drammaticamente spaccata. C’è stata una guerra civile e oggi abbiamo i Russi in Cirenaica e i Turchi in Tripolitania. Per la prima volta nella storia moderna un solo Paese, la Turchia, controlla entrambe le rotte d’ingresso in Europa, quella del Mediterraneo centrale e quella del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Un capolavoro a rovescio dell’Europa».

Roberto Saviano l’accusa di aver operato per la creazione dell’«inesistente zona Sar libica».

«Temo non sappia di cosa sta parlando. Gli accordi per le zone Sar sono negoziati con l’intera comunità internazionale, non sono attività di un singolo ministro o di un singolo Paese. Fino alla fine del mio mandato, la Guardia costiera italiana ha compiuto numerosi interventi di salvataggio in acque libiche. In quei 16 mesi abbiamo avuto una riduzione di arrivi in Italia di circa 120.000 persone, non abbiamo chiuso nessun porto ed è drasticamente diminuito il numero di morti in mare. Inoltre, le Nazioni unite, tornate in Libia grazie all’Italia, hanno fatto 27.000 rimpatri volontari assistiti da quel Paese».

Quale ruolo deve avere oggi l’Europa nel Mediterraneo?

«Avrebbe già dovuto aver pronto un piano d’investimenti per la stabilizzazione economico-sociale, la crescita e la prosperità del Nordafrica. Auspico che al prossimo Consiglio europeo Bruxelles metta a disposizione un fondo immediatamente spendibile di 3 miliardi di euro. Sarebbe il primo passo per siglare un accordo strategico sui flussi migratori».

Cosa la fa essere così ottimista sui tempi di reazione dell’Unione europea?

«Nel 2015, per frenare i flussi balcanici e stringere un accordo con la Turchia, l’Ue stanziò subito 3 miliardi, la cifra di cui parlo adesso, più altri 3 in una seconda tranche».

Quella volta c’era l’interesse diretto della Germania.

«La Germania era in prima linea e i soldi li mise l’intera Europa. Ricordiamo l’immagine di Angela Merkel che fece piangere la bambina rifugiata palestinese spiegandole che non avrebbe potuto entrare. Questo patto andrebbe siglato subito, sapendo che è in atto una straordinaria campagna di penetrazione in Africa della Russia, che si aggiunge all’influenza già molto forte della Cina».

Ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto a segnalare il ruolo della brigata Wagner?

«Non è che la brigata Wagner gestisca i flussi migratori del Nordafrica. Tuttavia, come si deduce dal discorso di Vladimir Putin del 24 febbraio scorso, la Russia ha fatto una scelta nell’orizzonte di una guerra lunga o lunghissima decidendo di rendere l’Africa il fronte secondario di una guerra asimmetrica».

Cosa vuol dire?

«Che nonostante il drenaggio di uomini che il conflitto in Ucraina comporta per l’esercito russo, la Wagner non ha mai abbandonato i territori africani, dalla Cirenaica al Mali, dal Burkina Faso al Sudan».

Come si sviluppa questa guerra asimmetrica?

«Anche attraverso i grandi movimenti demografici. Con l’inizio del conflitto, sul fianco Nord Est dell’Europa si è verificato un movimento di 10 milioni di profughi, una parte dei quali sono rientrati mentre circa 4,5 milioni sono ancora in Europa. Se a questi movimenti a Nord Est si aggiunge il flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo centrale, si vede che l’Europa è schiacciata in una tenaglia umanitaria. Per questo il patto per il governo legale delle migrazioni deve comprendere anche il Sahel, che è il vero confine meridionale dell’Europa».

Come dovrebbe realizzarsi?

«Prendiamo l’esempio dell’India con la quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha di recente avviato un nuovo e importantissimo dialogo. Nel 2022 l’India, appena diventata prima potenza demografica del mondo, superando la Cina, ha incassato rimesse legali per 100 miliardi di dollari dai propri migranti. Questo ci suggerisce come operare. I Paesi africani possono aiutarci a governare gli ingressi legali traendone immediato beneficio con le rimesse dei loro migranti. La forza demografica dell’Africa sarebbe una risorsa per loro e non sarebbe più una minaccia per noi».

In caso di reale integrazione.

«Infatti, parliamo di canali legali. Se si fugge da guerre, carestie o terremoti, si arriva in Europa attraverso i corridoi umanitari».

Non è quello che si prefigge il decreto flussi?

«È giusto controllare gli ingressi in Italia, ma va cambiata la prospettiva. Facciamo l’esempio della Tunisia. L’Italia potrebbe consentire 20.000 ingressi legali l’anno, gestendoli attraverso i consolati. Si compilano delle liste. In attesa che la pratica venga definita, queste persone frequentano corsi di italiano, di cultura generale e di formazione professionale finalizzati al mercato del lavoro italiano. Un progetto così consentirebbe anche l’impiego di giovani italiani all’estero in qualità d’insegnanti. A percorso completato, chi arriva sarebbe già in possesso di un background di integrazione».

Integrazione e sicurezza servono a sconfiggere la criminalità e il terrorismo prodotti dagli ingressi illegali?

«Gli attentati di matrice islamica nelle città europee degli anni scorsi non provenivano dalla Siria o dall’Iraq, ma da cittadini della nostra Europa, cioè figli di un’integrazione sbagliata o mancata. Il corrispettivo della gestione comune degli ingressi legali è l’impegno a contrastare i traffici illegali e a favorire il rimpatrio immediato degli irregolari».

La minaccia del terrorismo islamico in Europa è debellata?

«In questo momento l’Africa è con l’Afghanistan il principale incubatore di terrorismo internazionale. Nei giorni scorsi uno dei leader di Al Qaeda Maghreb ha pubblicato un video in cui si vedevano due capi Tuareg che giuravano fedeltà ad Al Qaeda, fatto inusuale e allarmante. Il Sahel, il Corno d’Africa e la Libia sono potenziali basi operative di nuovo terrorismo alle porte dell’Europa. Qualche anno fa Sirte, la moderna capitale libica, era controllata dai miliziani dello Stato islamico. La Russia conosce lo scenario: per Mosca tutto ciò che può destabilizzare l’Europa e l’Occidente va nella giusta direzione».

Quadro apocalittico.

«Ma reale. L’Occidente e l’Europa non devono mai smarrire questa consapevolezza: ogni giorno che passa senza un intervento europeo è drammaticamente perduto».

Come dovrebbe connettersi questa iniziativa con il protrarsi della guerra in Ucraina?

«C’è un filo rosso che la lega al Mediterraneo e all’Africa. L’onda d’urto energetica, quella umanitaria e quella della sicurezza globale partono dall’Ucraina e si riverberano in Africa e nel Mediterraneo. Dicendolo in una parola, per costruire una pace stabile e duratura in Ucraina c’è bisogno di un nuovo ordine mondiale, impossibile da costruire senza il Sud del mondo».

Per chiudere le chiedo un pensiero sul Pd che ha una nuova segretaria. Nel dicembre 2018 lei ritirò la candidatura favorendo Nicola Zingaretti «per salvare il partito». Le sembra si stia salvando?

«Nella mia precedente vita mi occupavo di filologia classica. Il mio rapporto con il Pd è lo stesso che ebbe Catullo con Lesbia. Dopo averle dedicato struggenti poesie da innamorato, si rese conto che era un amore impossibile e scrisse il Carme VIII: “Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo”».

 

La Verità, 18 marzo 2023

 

«La donna cattolica? La più potente che c’è»

Una specie di Wonder woman del matrimonio indissolubile. «Una cattolica tradizionale sotto copertura», come si autodefinisce. Una donna sposata con lo stesso uomo da quasi 25 anni, madre di tre figlie e pure una professionista che gira il mondo occupandosi di export. È Anna Porchetti, autrice di Amatevi finché morte non vi separi (Effatà), scritto con leggerezza come una lettera aperta alle mogli, fidanzate, compagne e ragazze in affannosa ricerca dell’anima gemella.

Com’è nato questo libro?

«Per caso. Eravamo chiusi dal lockdown quando ho cominciato a vedere che, proprio durante la pandemia, alcune coppie erano entrate in crisi. Anche coppie che ritenevo solide. Così ho iniziato ad appuntarmi che cosa tiene saldi i matrimoni e quali sono le trappole da evitare. Quegli appunti sono diventati un testo».

Oggi tutto cospira contro il matrimonio tradizionale: è un libro folle?

«Sì, ma credo necessario. Un matrimonio fallito è un lutto per marito e moglie. Se ci sono dei figli, è ancora più doloroso per tutti».

È partita soprattutto dalle situazioni di crisi?

«Ho pensato quali consigli potevano aiutare certi matrimoni a riprendersi anziché a interrompersi. Avevo notato che quando una coppia è in difficoltà, spesso gli amici si limitano a passare il numero di un “avvocato civilista bravissimo”. Invece, magari quella coppia ha bisogno di aiuto per provare a stare insieme non per dividersi».

Contro quante mode va un libro così?

«Soprattutto contro l’idea del matrimonio a tempo, dell’amore eterno finché dura».

Qual è l’ostacolo principale alla tenuta?

«L’incapacità di accettare la fatica di un rapporto che, per tanti motivi, può incrinarsi».

Lei punta a ripararlo?

«Sì. Anche i coniugi che si vogliono bene commettono errori. Ma siccome non siamo preparati ad affrontare queste dinamiche, se non si va d’accordo su qualcosa o l’altro ci ha deluso, buttiamo via tutto perché pensiamo che dividerci sia la cosa giusta».

Lei però non è una matrimonialista, una psicologa o un’esperta.

«Sul piano teorico sono incompetente, perciò non voglio salire in cattedra. Il mio è un manuale umoristico per far sorridere e riflettere allo stesso tempo sulla base dell’esperienza di moglie da un quarto di secolo che, come avviene a tante, ha affrontato momenti di difficoltà».

Perché propone il matrimonio in chiesa?

«È la base, per chi crede. Per chi non crede ci sono tanti posti bellissimi».

Però i matrimoni religiosi, pur triplicati rispetto al periodo della pandemia, continuano a calare.

«Se si è credenti, non si può immaginare di unirsi a qualcuno senza il sacramento. Che poi fa la differenza».

Senza l’aiuto divino il matrimonio indissolubile è impossibile?

«Succede che anche i matrimoni sacramentali vadano in crisi e si sciolgano. Ma senza il sacramento forse è più difficile durare. Un rapporto dell’Istat documenta che i matrimoni religiosi hanno una percentuale più bassa di separazioni e divorzi. Credo che un’unione tra uomini e basta sia più sottoposta alla variabilità delle emozioni e delle passioni».

Mentre il matrimonio cristiano…

«È un’unione più solida perché è un patto a tre, con Dio che opera attraverso lo Spirito Santo. C’è qualcosa più dell’umano».

Oggi va più di moda la convivenza.

«Abbassa il rischio e anche l’investimento emotivo».

L’altro giorno su Real time è partita la decima edizione di Matrimonio a prima vista.

«L’ho visto qualche volta, all’inizio ero molto curiosa».

Sei sconosciuti, tre donne e tre uomini, si incontrano e si sposano guidati da esperti, vanno a convivere e dopo un mese decidono se confermare le nozze o divorziare.

«Quasi sempre emergono l’immaturità e l’egoismo che sono le ragioni per cui quelle persone erano rimaste single fino a quel momento».

Oggi chi si prende un impegno per la vita?

«Abbiamo trasformato i desideri in diritti e ci siamo dimenticati i doveri».

Per esempio?

«Quando ci si sposa si acquisisce il diritto di stare con quella persona, ma anche il dovere di amarla, onorarla e rispettarla. Invece, pretendiamo il diritto, ma non accettiamo il dovere».

Si pensa che basti il sentimento?

«Quando l’emozione è al top va tutto bene, quando cala si comincia a pensare di aver fatto la scelta sbagliata e si vuole scappare».

Cosa ostacola di più la tenuta delle unioni?

«L’idea che se il matrimonio non tiene si può voltare pagina e ricominciare con un altro o un’altra. Va bene, hai fatto un’esperienza. C’è una visione esperienziale e non valoriale del matrimonio. Nella mentalità moderna manca la capacità di resistenza alla frustrazione, la rifiutiamo. Ci sottraiamo alla prima difficoltà. O, appena ci annoiamo, cerchiamo nuove emozioni e nuove situazioni comfort, come direbbero gli inglesi».

Puntare al matrimonio indissolubile è ambizione o presunzione?

«È una piccola follia che va contro gli appetiti umani. È un percorso di santità, per questo l’aiuto divino è importante».

Il segreto di un matrimonio che funziona è dimenticarsi d’inseguire la perfezione?

«La perfezione è un’illusione e un inganno della nostra contemporaneità. È un attributo del divino e quando ce lo attacchiamo noi umani sulla maglietta facciamo disastri. È un grande alibi ai nostri fallimenti: non siamo perfetti, perciò non possiamo amarci e stare insieme tutta la vita».

Un altro segreto è accettare la differenza dell’altro sesso. È un luogo comune disegnare le donne multitasking e gli uomini monotasking?

«Come molte formule non è detto che corrisponda alla verità. Oggi non siamo progettati per accettare la differenza».

In che senso?

«Spesso si sente dire: ci siamo lasciati perché siamo incompatibili. Ovvio, siete un uomo e una donna. La differenza va messa nel conto in partenza, non dev’essere una sorpresa che decreta la fine del rapporto».

Lei suggerisce di stimare il partner superiore a sé in qualcosa: nella mentalità comune gli uomini sono un po’ deprezzati?

«Sono maltrattati, perciò è importante che almeno le loro compagne e mogli imparino ad apprezzarli».

Si parla molto di mascolinità tossica.

«Ma anche di mancanza di virilità. C’è una svalutazione dell’uomo come maschio».

Perché si definisce «una cattolica tradizionalista sotto copertura»?

«Perché oggi c’è un astio spaventoso nei confronti dei cattolici che ammettono di esserlo».

Già l’idea dell’ammissione, quasi fosse una colpa, è sintomatica.

«Essere cattolici tradizionali è l’unica vera scelta scandalosa che c’è oggi. Tutte le altre opzioni sono state sdoganate».

Perché?

«Si pensa che cattolico sia sinonimo di bigotto, persona culturalmente e antropologicamente inferiore, di vedute ristrette. Invece è straordinario che il progresso della cultura occidentale derivi dalla cultura cristiana. La storia dell’arte, cominciando dalla possibilità di raffigurare il volto divino e umano, viene dal Concilio di Nicea. Nelle altre religioni monoteiste questa possibilità è contrastata».

Dopo questo libro la copertura è saltata?

«In realtà, salta subito. Ho un aspetto da persona normale, anche se poi mi comporto da cattolica».

Un cattolico non è una persona normale?

«Nell’immaginario, no. Le donne s’immaginano beghine con il gonnellone lungo e i capelli arruffati. Gli uomini ottusi e sessualmente repressi. Invece, anche le donne cattoliche mettono la minigonna».

Sono sessualmente libere?

«Se libertà è dire di sì o di no a seconda di come ci si sente, le uniche libere di negarsi sono le donne cattoliche. Le altre sono sottoposte a pressioni di fronte alle quali non hanno argomenti per opporsi».

È liberatorio consigliare il sesso dopo il matrimonio?

«Liberatorio e anche utile per la salute delle persone e delle relazioni».

Qual è la convenienza?

«Aver identificato la persona che si vuole amare per tutta la vita, mentre oggi il sesso è un’attività d’intrattenimento. E il partner è usato per il piacere, senza che ci sia interesse per lui o lei».

Da cattolica tradizionale disapprova aborto ed eutanasia?

«Trovo allucinante che ci abbiano convinto che il primo nemico da eliminare sia nostro figlio».

Una cattolica tradizionale è disegnata in modo non corrispondente come Jessica Rabbit?

«È una donna che si autodetermina, molto empowered, molto potente. Non riesco a immaginare una cosa più empowering che dare la vita».

Cos’ha fatto per la festa della donna?

«Non vedo tutti questi motivi per festeggiare».

Perché?

«Le donne restano soggette al giudizio dell’opinione pubblica per cui quasi tutto quello che fanno è sbagliato».

Tipo?

«Se decide di stare a casa e dedicarsi alla famiglia vuol dire che è arretrata, annichilita e priva di ambizioni».

O vittima della società patriarcale?

«Tra i luoghi comuni sulle donne che non lavorano c’è anche questo. La libera scelta è un po’ un’utopia».

Cosa vuol dire?

«Che le attività di cura della famiglia e dei figli sono considerate prive di valore. Una donna che le sceglie dev’essere per forza stata plagiata. Non che le donne che lavorano e hanno famiglia siano giudicate meglio…».

Perché?

«Si ritiene che o sono cattive madri o cattive lavoratrici o entrambe. Anche le donne che decidono di non aver figli sono considerate di minor valore, quindi non c’è scampo».

L’emancipazione della donna resta lontana?

«Il femminismo ha posto la domanda giusta, ma ha dato una risposta sbagliata. Chiedere alle donne che cosa volessero fare di loro stesse era giusto. Ma la risposta è stata deludente e ingannevole perché sembra che l’unica liberazione sia contrapporsi all’uomo e rinunciare alla famiglia. Tutte realtà che invece ci rendono felici perché abbiamo bisogno di amare ed essere amate».

Cosa pensa della parità di genere?

«Penso sia giusto e sacrosanto che uomini e donne abbiano gli stessi diritti e accesso alle medesime opportunità. Però non mi piace la tendenza a uniformare tutto, perché le vite di un uomo e di una donna comportano sfide e necessità diverse».

È contenta di Giorgia Meloni premier?

«Non m’interesso molto di politica, ma sono contenta di avere un presidente del consiglio donna, tanto più madre. Ma non penso che una persona sola possa risolvere le battaglie aperte della condizione femminile».

Non facendo battaglie femministe è un po’ meno utile alla causa delle donne?

«Ritengo un po’ sorpassate le battaglie femministe. Quando vedo che si scende in piazza per difendere l’interruzione della gravidanza mentre non c’è nessun progetto di abrogazione della legge mi sembra che siamo finiti in un corto circuito. Non serve difendere un diritto che non è sotto minaccia. Però lo sbarramento preventivo ci impedisce di fare una riflessione più profonda sull’aborto».

«Con la neolingua viviamo già in un paramondo»

Ciao Tipo Verità». Ciao. «L’ultima volta che ci siamo parlati ho registrato il tuo numero in memoria, ma siccome mi era sfuggito il nome ti ho soprannominato: “Tipo Verità”».

A proposito di pseudonimi, Aldo Nove (foto di Dino Ignani) lo è di Antonio Centanin. Poeta, scrittore, traduttore, ex «cannibale» nato a Viggiù nel 1967, autore prolifico e irregolarissimo, l’ultima sua raccolta in versi pubblicata da Einaudi si intitola Sonetti del giorno di quarzo. Nel giugno scorso il governo Draghi gli ha concesso il vitalizio della legge Bacchelli, in passato accordato a «cittadini illustri» in stato di necessità come Alda Merini, Guido Ceronetti, Giorgio Perlasca. Lo pseudonimo deriva da «Aldo dice 26 x 1», il testo del telegramma diffuso dal Clnai (Comitato nazionale liberazione alta Italia) nell’aprile del 1945 per iniziare il giorno 26 all’una di notte l’insurrezione contro l’occupazione  nazista di Torino. Aldo è il nome contenuto nel messaggio e Nove è la somma di 2 + 6 + 1.

Stai ancora provando a cambiarlo?

«Sì, è un modo simbolico per liberarsi di sé stessi. Aldo Nove mi ha stufato. Ma la casa editrice con cui lavoro, al punto primo del nuovo contratto ha scritto che l’autore si firmerà Aldo Nove. Magari farò come Bhagwan Shree Rajneesh che, dopo morto, è diventato Osho».

Ti interessi di meditazione orientale?

«Anche occidentale, settentrionale e meridionale. Più che di meditazione, parlerei di mistica e spiritualità».

È difficile liberarsi di uno pseudonimo affermato.

«Basta “disaffermarlo”. Potrei chiamarmi Roberto D’Agostino 2».

Perché?

«Mi piace Roberto D’Agostino… La sua barba bianca, il look tra il dandy e il trasandato. Poi mi piace Dagospia perché è pieno di tette. Ah… tette si può dire nel 2023 o è maschilista? Però anche gli uomini le hanno…».

Vuoi dire che c’è una tendenza alla censura?

«Delle parole minimamente sensibili. Magari fra dieci anni “tette” sarà vietata. Ho letto che un grande editore americano ha ritirato le copie di Biancaneve e i sette nani per correggerlo in Biancaneve e i sette piccoli amici. Sembra il titolo di un porno».

Anche sul principe è caduta la riprovazione perché il bacio a Biancaneve non è consensuale.

«Sono forme di delirio che m’interessano come espressione di patologie sociali».

Siamo alla neolingua?

«George Orwell prendeva da Aldous Huxley. Siamo nella Fabian society: più che essere profetici, dicevano il programma in corso di attuazione».

La sinistra senza marxismo è diventata neopuritana?

«Anche il liberalismo lo ha fatto, come cantava Giorgio Gaber qualche decennio fa. Senza marxismo, sembra che la sinistra parlamentare si occupi solo di obbedire».

A chi e a che cosa?

«A chi sta sopra di noi. Corrado Malanga dice che sopra un certo livello non si sa chi c’è davvero. Forse gli alieni».

Chi è Corrado Malanga?

«Un ex docente della Normale di Pisa che s’interessa di ufologia. Un ricercatore che sposa il pensiero etico con la fisica quantistica».

Stento a seguirti.

«Di recente il governo degli Stati Uniti ha abbattuto nei cieli entità che non si conoscevano… Non ha senso chiedere se si crede o no agli Ufo. Non è una religione».

Perché sei andato a vivere a Palmi?

«Venni a presentarci un libro… Da tempo non sopportavo la metropoli e sentivo il bisogno di trovare un posto pacifico, con bella gente. Amo profondamente il sud e penso che il futuro del mondo possa sorgere dalla grande cultura mediterranea e della Magna Grecia».

Che cosa pensi della tragedia di Cutro che si è consumata lì vicino e delle polemiche successive?

«Le polemiche non le sento. Sento la vicinanza con chi ha vissuto quella tragedia. Si vedrà se ci sono delle responsabilità. Ciò che resta purtroppo è il fatto accaduto. Mi tocca molto la terribile sacralità della cosa. La materialità dei fatti sono persone morte».

Cito un verso da Poemetti della sera (Einaudi): giochi «a nascondino con Dio»?

«Da Eraclito in poi e fino al concetto di anima, il mondo è gioco di bambino. Anzi, l’anima è una bambina che gioca. La purezza del femminile, quando è tale, è assolutamente altra rispetto alla pesantezza del potere».

Come impieghi il tempo a Palmi?

«Passeggio, studio, scrivo. Studiare vuol dire amare. Mi consolo con i grandi del passato, me ne alimento».

In questo momento cosa stai scrivendo?

«Un romanzo nuovo. E sto curando per Il Saggiatore le edizioni italiane delle ultime conferenze di Sri Nisargadatta Maharaj. L’ultimo grande mistico indiano che, siccome era analfabeta, non ha mai scritto niente, ma le sue parole sono tradotte in tutto il mondo».

Cito un’altra poesia: «L’accelerazione che tutto oggi domina non concerne il Creato, ne è la parodia in forma grottesca di mercato».

«La poesia s’intitola Rivolta contro il mondo contemporaneo e cita a sua volta un’opera di Julius Evola, un autore oggi innominabile».

Palmi è una presa di distanza dal paramondo?

«È più cose, una critica alla smaterializzazione. Qui è più lenta la perdita di rapporto con la “cosalità”, le cose. Non con i servizi che vengono erogati e che sono ciò su cui si regge quest’idea di nuovo mondo, quello che Klaus Schawb chiama Quarta rivoluzione industriale».

Un tuo post rilanciato da MowMag e Dagospia contestava la comunità Lgbtq.

«Esiste davvero? I miei amici omossessuali non si riconoscono in queste etichette».

Scrivevi che le battaglie per i diritti civili sono fuffa.

«Anche Arcilesbica le contesta. Conosco molti omosessuali infastiditi dall’ideologia fluida. Con chi trombi sono cavoli tuoi senza bisogno di rivendicarlo in piazza. Zygmunt Baumann parlava di società liquida e di amore liquido, ma quell’aggettivo era il perno di una critica. Ora è diventato positivo perché è funzionale alla cancellazione dell’identità effettiva».

Riguarda le sessualità non binarie.

«Invito a tornare alla concretezza della materia, non si può sublimare tutto nel virtuale. Il fatto che si abbia un pene o una vagina è un fatto. Poi ognuno ne fa ciò che vuole. Questo differenzia l’uomo dalla macchina, la quale non ha sesso e non è binaria».

Con Elly Schlein guida del Pd i diritti civili saranno prioritari?

«Spazzatura ne vedo già molta. Se qualcuno vuole aggiungerne faccia pure. Personalmente tengo alla mia ecologia mentale».

Molti esultano perché Schlein dice cose di sinistra.

«La sinistra sono i diritti Lgbtq? Un tempo c’entrava con i diritti dei lavoratori, cose concrete. Si dovrebbe occupare di chi oggi si fa il culo 15 ore al giorno a 3 euro all’ora in condizioni di schiavitù, invece… È esistita fino al crollo del Muro di Berlino e al conseguente scioglimento dell’Urss. C’erano il pensiero liberale e il pensiero socialista. Tutto questo è entrato in un tritacarne di valori… Devo pensare che la questione ambientale sia un’idea di sinistra? Cioè: quelli di destra fanno i buchi nell’ozono e quelli di sinistra li chiudono? Non mi ritrovo in una sinistra che ha sostituito Carlo Marx con Greta Thunberg».

Cosa non ti piace della predicazione ecologista?

«Che sia una religione. L’ecologismo trasformato in culto estremo».

È il primo dogma dell’Unione europea.

«Chi ha i soldi si compra le macchine elettriche e chi non li ha è di destra perché usa la macchina a benzina? Un paradiscorso raccapricciante».

Non è giusto che a sinistra si esulti perché con Schlein la gradazione ideologica è aumentata?

«Per come la vedo io il Pd non è sinistra, ma potere».

Il vero potere è la grande finanza?

«Soprattutto. Quando un’agenzia di rating determina le sorti del mercato siamo in pieno neoliberismo. Un sistema nel quale i mercati sono un’astrazione. Per questo vorrei che si tornasse alle cose, alla materialità. A me sembra di vivere respirando, mangiando. Voglio dire: si parla del Metaverso, ma poi tutti i giorni ho a che fare con un patrimonio organico e biologico concretissimo».

Un paio d’anni fa dicevi che Meloni «ha un’ottima dialettica, ma voglio vederla al potere, sotto le pressioni della Bce». Come sta andando?

«Fa quello che può, non è data altra possibilità. La cosiddetta coalizione di centrodestra aveva molte ambizioni… Poi quando arrivi al potere molli, se no ti tolgono. Berlusconi ci aveva provato, ma è arrivato l’uomo forte Mario Monti».

Berlusconi è irrequieto?

«È il più stravagante. Anche le sue ultime dichiarazioni hanno creato imbarazzo alla Meloni. Ogni tanto gli scappano delle verità politicamente scorrette. Credo sia più un fatto caratteriale che politico».

Per perseguire percorsi alternativi servono molta visione e molto carisma.

«Serve che si alzi il livello di consapevolezza del popolo».

Non facile né rapido.

«Non ho idea delle tempistiche, possono esserci anche elementi di imprevedibilità. Se si stabilisce una narrazione in cui, ad esempio, si decide che una guerra sia nata nel 2022 mentre c’è dal 2014 è difficile contrapporsi. Una guerra tragica e spaventosa non può essere argomento da tifoserie calcistiche. Alzare la consapevolezza del popolo vorrebbe dire prendere atto che non si può arrivare alla pace continuando a mandare armi a una parte, ma sedendosi a parlare».

Partendo dal cessate il fuoco.

«Appunto, lo stop alle armi dev’essere la primissima cosa. Da lì inizia un processo di pace».

Perché sul suo profilo WhatsApp ci sono i dorsi dei libri di San Bernardo?

«È dove mi colloco io spiritualmente in questo momento, nel Medioevo».

L’età dell’oscurantismo?

«La si definisce così a causa del capovolgimento diabolico instaurato dall’illuminismo».

Prediligi i grandi mistici e i padri della Chiesa, non segui nessuno dei contemporanei?

«Joseph Ratzinger è contemporaneo. Ho divorato il suo Escatologia».

C’è del buono anche oggi. Susanna Tamaro cosa ti suscita?

«Le voglio bene, mi piace molto il suo spirito libero».

Giovanni Lindo Ferretti?

«Amore».

Ferdinando Camon?

«Cosa mi ricordi… Ho amato molto alcuni suoi vecchi lavori come Liberare l’animale, poi l’ho perso di vista. Allora era veramente rivoluzionario. Ho trovato in rete una primissima edizione di Fuori storia edito da Neri Pozza. Potrei recitare a memoria alcune sue poesie».

Carlo Freccero?

«Affinità centrata. Mi piace anche Diego Fusaro, dice cose interessanti in un linguaggio desueto, un pregio».

Parlando di Maurizio Costanzo, Freccero ha detto che ha anticipato i social e il privato che diventa mercato.

«In pratica, Chiara Ferragni. Molto lucida e cinica nello sfruttare questa evoluzione. Un grande talento. Orrido sul piano morale, gradevole sul piano fisico. Ho visto sue foto in cui leccava Il capitale di Marx, ammiccava con Vogliamo tutto di Nanni Balestrini e La società dello spettacolo di Guy Debord. Perversamente abile».

 

La Verità, 4 marzo 2023

«Vogliamo vere identità, non finte trasgressioni»

Storico, politologo, giornalista, Giovanni Orsina dirige il dipartimento School of government della Luiss Guido Carli. Sebbene di formazione moderata, la sua autorevolezza è riconosciuta anche a sinistra. Non a caso collabora con La Stampa dove, qualche giorno fa, ha scritto un editoriale molto critico sulla cultura espressa dal Festival di Sanremo.

Professor Giovanni Orsina, è indovinato l’aforisma «Festival pieni urne vuote»?

«Sì, anche se, come tutte le sintesi, un po’ semplifica. Tuttavia, fotografa un certo scollamento tra le avanguardie artistico-culturali e il sentire comune delle persone. Chi fa spettacolo, arte e cultura si sofferma su forme di trasgressione che una parte importante della popolazione rifiuta, ritenendole pericolose o stucchevoli. In più, c’è un’aggravante».

Quale?

«Negli anni Sessanta del secolo scorso esistevano le avanguardie e la società le seguiva. Oggi non si può dire che ci sia un ritardo dell’opinione pubblica. Al contrario, c’è una reazione alle avanguardie, un desiderio di tornare indietro».

È trasgressione vera quella cui assistiamo?

«La trasgressione è vera quando comporta un prezzo ed esprime una contestazione delle regole sociali. A quel punto la società reagisce e ti colpisce. La reazione della società definisce il valore della protesta. Se invece per la tua trasgressione la società ti applaude e ti paga, che trasgressione è?».

Queste presunte trasgressioni sono in realtà mainstream?

«Viviamo nel mondo della trasgressione istituzionalizzata. Il messaggio continuamente replicato è: sii te stesso, fa ciò che vuoi, esprimi la tua personalità. È il conformismo dell’anticonformismo».

Dopo il voto alle regionali arrivato post Festival di Sanremo qualche analista ha scritto che la destra vince le elezioni, ma non esprime lo spirito del Paese reale che è più rappresentato dal mondo dello spettacolo.

«Il fatto è che non c’è un Paese reale, ma ce ne sono cento. A me pare che lo spirito del tempo lo esprima maggiormente la destra, soprattutto nella ribellione ai processi di globalizzazione. Tuttavia, questo spirito del tempo non sempre coincide con il Paese reale, che è molto frammentato».

Al contrario, si può dire che gli artisti hanno in mano la comunicazione ma, anche se vantano audience da record, non rappresentano il Paese reale?

«Il pubblico si è sintonizzato per seguire il Festival senza necessariamente condividerne il messaggio. Chiara Ferragni sposta voti? Se sì, sono numeri marginali. È un errore pensare che un messaggio proposto dalla cultura pop diventi automaticamente politico. Quando si diceva che le tv di Berlusconi condizionavano le campagne elettorali era vero solo in parte. Il meccanismo non è automatico come schiacciare un pulsante. Il rapporto tra orientamento culturale ed espressione politica o elettorale è qualcosa di molto più complesso e sofisticato».

Qual è secondo lei il motivo dell’astensionismo?

«La prima causa è la sensazione di perdita di potere della politica. È inutile andare a votare perché ciò che la politica può cambiare è marginale rispetto alla mia vita quotidiana».

Se la politica estera si fa a Washington e quella economica a Bruxelles che senso ha votare per le regioni?

«Le istituzioni nazionali e locali hanno poco potere. Ciò che possono fare è già predeterminato. Non possono aumentare il debito pubblico né abbassare le tasse, non ce lo possiamo permettere. Infine, è venuto meno il rapporto di fedeltà politica. Non ci sono più il partito e le persone con cui identificarsi».

Qualche osservatore sostiene che l’astensionismo sia frutto della mentalità dei diritti. Se le conquiste non sono esito di impegno e sacrifici ma sono dovute, che senso ha votare?

«Andrei più a fondo: una società costruita sui diritti individuali perde il senso dell’azione collettiva. La quale richiede il sacrificio di sé. Nel gruppo vige la disciplina che consiste nel mettere il proprio ego al servizio di una causa collettiva».

E nell’era del narcisismo…

«Non si è più disposti a subordinare la propria libertà presente per una libertà collettiva futura. È una delle grandi contraddizioni del Sessantotto. Il narcisista non aderisce al gruppo, al massimo condivide delle emozioni. Prendere la tessera del partito, accettarne la disciplina, spendere il proprio tempo in una liturgia: nessuno ci crede ed è disposto a farlo».

Alle liturgie novecentesche, piazze, congressi, dibattito, non ne sono subentrate altre?

«È subentrato Sanremo. Una cosa che dura cinque giorni, fatta di provocazioni che sollevano un immenso polverone di cui poco dopo non si parla più».

Come spiega la distanza tra vita della popolazione e società dello spettacolo?

«La società dello spettacolo si basa sulla proposta del nuovo, bello o brutto che sia non importa. Ha istituzionalizzato la provocazione. Ma l’opinione pubblica comincia a essere stanca della provocazione continua che non va in profondità. Johan Huizinga diceva che la vera cultura dovrebbe basarsi su una metafisica. Siccome non abbiamo più una vera metafisica, non abbiamo più una vera cultura».

Per questo in un suo editoriale ha parlato di cultura progressista lamentosa e conformista?

«Guardiamo le serie tv. L’elemento trasgressivo deve spuntare nei primi minuti del primo episodio. Personalmente non vedo niente di nuovo rispetto alle grandi provocazioni degli anni Sessanta e Settanta. Sono cresciuto con Renato Zero e i suoi dischi me li compravano i miei genitori, che sono dei conservatori. David Bowie era un fior di musicista, non solo una figurina gender fluid. Allora la provocazione serviva a veicolare un contenuto artisticamente notevole».

Guardando al cinema, alle serie tv e alla pubblicità si può dire che la cultura woke è diventata canone, codice riconosciuto?

«Ha scritto tutto Augusto Del Noce nel Suicidio della rivoluzione, anno 1978. La modernità nasce con una spinta rivoluzionaria poderosa: distruggiamo tutto il passato per costruire il mondo nuovo. Poi, a un certo punto, ci siamo accorti che questo mondo nuovo non riuscivamo a costruirlo. Così è rimasta in piedi solo la distruzione del passato che, a quel punto, è fine a sé stessa. Cambiare per cambiare».

La cultura progressista non è in grado di dare idee nuove?

«L’unica idea è la trasgressione per la trasgressione. Come detto siamo alla fine, al suicidio della rivoluzione. La proposta più importante della cultura progressista si chiamava marxismo. Fallito il quale non resta che il liberi tutti: ciascuno faccia quello che vuole. Ma se così è, non si può più dire ciò che è bello e buono e ciò che non lo è. Non può più dirlo chi teorizza il libero arbitrio assoluto. Spariscono i criteri di giudizio e resta solo il “Tana, liberi tutti”».

Eppure questa cultura fatica ad accettare lo spoil system come si vede sulla scelta della direzione del Salone del libro di Torino.

«Certo. Perché i criteri di giudizio sono spariti, ma il potere no. Anzi: il potere vale proprio perché almeno nel breve periodo riesce a imporre criteri che, da soli, non avrebbero la forza per imporsi. La forza della cultura progressista consiste, appunto, nella sua forza, nel suo avere occupato le “casematte» gramsciane. Perdute quelle…».

Sono paradossalmente più avanti quegli esponenti politici che riconoscono l’abilità di Giorgia Meloni?

«La politica è costretta ad avere un sia pur minimo rapporto col mondo reale. La cultura no».

Se la sinistra manca di idee nuove, per assurdo la destra sta ancora peggio?

«Me la sono presa con Sanremo perché non c’è un evento pop di destra, ma se lo immagino mi prende lo sconforto. Che cosa potrebbero fare, celebrare la maternità e la nazione?».

La destra è in grado di andare oltre la critica al pensiero unico?

«La destra si aggrappa ai valori della tradizione Dio, patria e famiglia. Ma li propone in una società secolarizzata, nella quale le famiglie sono sempre più fragili e, a causa dei processi di globalizzazione, anche l’idea di patria è in crisi. Sono valori che hanno perso mordente. Non basta neanche l’orgoglio dell’italianità. Insistere sulla tradizione, che è stata decostruita, è un tentativo che suona strano, un po’ fuori dal tempo».

Non ci sono vie d’uscita?

«La tarda modernità ha sminuzzato tutto come un rullo compressore. Il valore su cui ricostruire è, forse, un dato antropologico di base. Gli esseri umani chiedono identità, chiedono comunità. In fondo, il populismo esprime una ribellione contro questo eccesso di liquidità, di fluidità, di globalizzazione. L’infelicità degli esseri umani si è condensata in una rabbia che si è espressa nel voto populista. Per ripartire, bisogna provare a chiedersi di cosa hanno veramente bisogno le persone in questo mondo destrutturato».

Ripartire dal dato antropologico vuol dire ripartire dalle domande fondamentali dell’esistenza che implicano l’apertura al trascendente, ciò che qualcuno ha chiamato «senso religioso»?

«Volerei più basso, anche se Del Noce diceva che non ci sarebbe stata rinascita senza un risorgimento di tipo religioso. Simone Weil parlava dei bisogni vitali dell’animo umano senza ricorrere al trascendente. Parlava dei bisogni di comunità e di ordine, fondamentali tanto più in una società globalizzata. In una parola, il bisogno di radicamento, di appartenere a un luogo, come ha scritto in uno dei suoi saggi più importanti. In fondo, il populismo è una domanda di protezione, di salvaguardia del contesto nel quale si è cresciuti. È una domanda di contestualità di fronte alla globalizzazione che decontestualizza».

Sfida tosta in un’epoca in cui si parla di diritto all’emigrazione più che di diritto di crescere a casa propria.

«Emigrare è un diritto, ma immigrare no. Ciò detto, l’emigrazione non va bloccata, ma gestita. È una richiesta avvertita in tutto il mondo. La crisi della sinistra deriva dalla posizione radicale assunta sull’immigrazione. Se vivo in una comunità nella quale arrivano migliaia di persone o si trova il modo di governare quell’immissione oppure quella comunità è finita. Nessuna comunità deve vivere a compartimenti stagni, ma se non posso decidere chi entra a casa mia vuol dire che non ne sono più il padrone. Simone Weil dice che l’uomo deve avere radici. La cultura globalista sostiene che per l’uomo del futuro la casa è il mondo. Io sono scettico, non mi piacerebbe neanche. La gestione dei flussi migratori è un tema centrale dei prossimi decenni. Ritengo che dare del razzista a chi vuole mantenere il controllo di casa propria sia una semplificazione intollerabile».

 

 La Verità, 18 febbraio 2023

«La filosofia del suca funziona anche con Fiore»

Lavorando da molti anni con il più talentuoso showman in circolazione che risponde al nome di Rosario Fiorello, per la proprietà transitiva Francesco Bozzi è il più importante autore di spettacolo di casa nostra. Palermitano che ha sposato una donna svizzera, e già questo ne fa intuire il tasso d’irregolarità, 57enne, un passato come dirigente di una fabbrica di vetro, ha appena pubblicato La filosofia del suca (Solferino). In questi giorni bivacca con il gruppo di Fiore in via Asiago per realizzare con ascolti da capogiro il dopofestival, spin off di Viva Raidue! intitolato Viva Sanremo.

Settimana di fuoco…

«Peggio di un’eruzione dell’Etna. Ci manca il sonno, non riposare uccide. Iniziamo al mattino e finiamo alle tre di notte».

Vi aiutate con la noce moscata, gli integratori come Cospito o altri additivi?

«Siamo persone semplici, un bicchiere di vino e un pezzo di formaggio ci bastano per tirare avanti. Questa è la nostra noce moscata. Stiamo tutto il giorno chiusi in via Asiago».

Di Fiorello si sa che non dorme, lei?

«Io sarei uno che dorme, ma per lavorare con lui devo seguire i suoi ritmi di veglia e sonno».

Cosa vuol dire?

«Sveglia alle 4,45».

Questo durante la programmazione di Viva Raidue.

«Esatto».

Facendo l’alba per Viva Sanremo recuperate al pomeriggio?

«No, perché scriviamo per la puntata del giorno dopo. Stacchiamo un momento all’ora di pranzo e io ne approfitto per giocare a tennis o, se piove, per un pasto più tranquillo».

Come lavorate?

«Questa settimana la mattina stiamo a casa per selezionare le notizie e farci venire qualche idea. Al pomeriggio ci troviamo in Rai e andiamo avanti fino alle tre di notte con Pierluigi Montebelli e Federico Taddia che, però in questi giorni è a Sanremo con Gianni Morandi. Poi ci sono quelli che fanno i video, l’ex Iena ora a Rds, Mauro Casciari, e i Cinci, come abbiamo soprannominato Enrico Nocera e Edoardo Scognamiglio, esperti di educazione cinica. Si parla, si cercano le battute per imbastire il programma serale con il deus ex-machina Fiorello. A Sanremo invece hanno l’Amadeus ex-machina».

Stavolta un po’ troppo ex-machina?

«Non conosco le dinamiche, ma i risultati gli danno ragione. Stanno facendo ascolti da finale dei Mondiali».

Per avere Mattarella ha esautorato altri organismi di comando della Rai?

«Per raggiungere un obiettivo può capitare. Secondo noi è stato uno scherzo di Mattarella che ha fatto il burlone per sorprendere tutti. Se poi il Quirinale ti chiede di tenere tutto segreto devi obbedire».

Solidarietà sicula?

«Con Mattarella dice? Ci può stare».

Da quanti anni lavora con Fiorello?

«Ventitré».

Un episodio bello e uno brutto di questa collaborazione.

«Quelli belli sono tantissimi. Il momento migliore, irripetibile, è stato quando abbiamo fatto Viva Radiodue. Momenti brutti non me ne vengono. Ci penso… Anche umanamente, non ricordo nulla. I programmi funzionano. Lavoriamo, ci divertiamo e ci pagano pure».

Non mi dica che non avete mai litigato.

«Qualche scazzo per cose professionali, magari una battuta scartata, ma litigare proprio mai. Con mia moglie capita, con Rosario no».

Come avvenne l’arruolamento?

«Tramite Giampiero Solari che era direttore artistico della Ballandi entertainment. Io ero direttore di produzione di una fabbrica di vetro. Lo facevo ridere in spiaggia a Pesaro. Una volta entrato nella Ballandi, Solari mi ha detto: “Tu sei siciliano e vai con lui”. E Rosario non mi ha mollato più».

È il clan dei siciliani?

«Diciamo di sì, anche il povero Montebelli che è umbro comincia a capire le battute in siciliano».

Un clan siciliano della comicità?

«L’altra sera a Sanremo si è esibito Angelo Duro, secondo me il più bravo di tutti dopo Rosario. Mentre altri stand up comedian imitano quelli americani, lui ha uno stile personale che mi fa ridere».

All’Ariston però non è andato benissimo.

«Lui dice di no, ma secondo me era emozionato. A me è piaciuto, sono di parte. Ha dovuto fare un pezzo un po’ edulcorato, il suo spettacolo è ancora più duro, in tutti i sensi».

L’Ariston non è la sua tazza di te?

«Forse non è la sua confort zone. Come diceva Bibi Ballandi, ad andare a Sanremo ci s’infarina come al mulino».

Altri siciliani del gruppo?

«Ficarra e Picone, bravissimi. Li adoro anche come persone. Nell’ultimo film di Roberto Andò La stranezza sono andati alla grande».

Siete un enclave della risata?

«Non direi. Enclave è un’entità chiusa in un posto. Credo che Fiorello, Ficarra e Picone e Angelo Duro abbiano preso tutta l’Italia».

Nel suo libro La filosofia del suca scrive che i siciliani diffidano del cambiamento: tutti figli di Giuseppe Tomasi di Lampedusa?

«Un po’ sì. Ha raccontato in maniera sublime la Sicilia. Noi siamo nati per lamentarci. Se le cose cambiano di cosa ci lamentiamo? Il cambiamento ci toglie il terreno sotto i piedi».

Meglio la tradizione mediocre più rassicurante della novità ambiziosa?

«Assolutamente».

Lei però, se non sbaglio, si è trasferito in Svizzera.

«Proprio trasferito no. Ho una moglie svizzera con due figli, faccio la spola tra Roma e Zurigo. Già avere una moglie è un problema, averla svizzera immagini cosa può essere. Sono un emigrante al contrario: vivo in Svizzera e pago le tasse in Italia. Uno scemo fatto e finito».

Come si trova un palermitano a Zurigo?

«Spiazzato. Siamo due universi paralleli che mai s’incontreranno. La prima volta che ho buttato l’immondizia ho avuto uno choc».

Racconti.

«Buttare il vetro è un lavoro. Non c’è la rassicurante campana. Bisogna separare il vetro bianco, il vetro verde, il vetro marrone e le bottiglie che i viticoltori locali riutilizzano. Poi il metallo, il ferro da una parte l’alluminio da un’altra. Ci vuole la laurea. È più facile montare un mobile dell’Ikea che buttare l’immondizia in Svizzera».

Però si vive bene?

«Sì, certo. Ma io vivrei tutta la vita a Terrasini dove ho preso residenza».

In pochissime parole: che cos’è il suca?

«È una filosofia di vita, un modo di affrontare i problemi. Siamo stati dominati da tutti, romani, greci, bizantini, arabi, svedesi, spagnoli… Ma noi siamo sempre rimasti fermi grazie a questa filosofia. Arrivano arabi o greci, ti aggrappi al suca e superi tutte le avversità».

Che scuole ha frequentato?

«Il liceo classico. Uso la maieutica socratica e i dialoghi di Platone per spiegare questa filosofia. Avevo già consegnato all’editore una versione ridanciana, quasi fiorellesca del testo. Poi si è giocata a Palermo la partita Italia Macedonia per le qualificazioni ai Mondiali. Nei nostri stadi c’è l’usanza di accompagnare il rinvio del portiere con l’esclamazione “ooohh suca!”. Ma i cronisti della Rai stigmatizzavano il nostro tifo. Allora ho pensato che quel modo di dire andava spiegato. Anche se il suca è come il tempo per Sant’Agostino».

Addirittura.

«Dice che quando non ne parla sa cos’è il tempo, ma quando deve spiegarlo non lo sa più. Così è per me il suca. Così ho chiamato l’editore chiedendo di fermare la stampa e ho cambiato tutto. Nel libro lo spiego a me stesso e spero di farlo capire agli altri».

La gente comune sbaglia ad averne un’idea molto volgare?

«Solo l’uso inappropriato del suca può risultare volgare, altrimenti non lo è perché porta buon umore. Alle presentazioni del libro, mostro prima una foto di Mario Draghi normale e non ride nessuno, poi con il suca e la gente ride. Idem con la foto di Albert Einstein e la formula dell’equivalenza massa-energia. Invece con Luigi Di Maio la gente ride subito senza bisogno del suca. È la dimostrazione che il pubblico capisce e il suca funziona…».

Insomma è un antidoto, una forma di disincanto.

«Anche, ma non solo».

Un modo per mettere a tacere i problemi.

«È molto liberatorio».

Dopo un suca non ci sono repliche?

«È definitivo, inappellabile, la cassazione».

Ha dovuto dirne tanti a Zurigo?

«Qualcuno. Perché, diciamo così, da quelle parti non sono molto elastici».

Però è una cosa un po’ sessista, come si dice oggi, perché le donne non possono dirla…

«Ha un potere quasi magico, ma detto da una donna lo perde. Lo spiegherò nel prossimo spettacolo che sto scrivendo, nel quale la donna sarà ampiamente riscattata».

Però nel suca la donna non ci sta?

«Ci sta, ma non può dirlo».

Chiudiamo sul Festival, che cosa le è piaciuto di meno e cosa di più?

«Ho 57 anni e i tre big Al Bano, Ranieri e Morandi mi hanno commosso. Con loro ho provato le emozioni più forti».

Canzoni preferite?

«Quella di Marco Mengoni e quella di Lazza».

Chiara Ferragni?

«Non mi ha entusiasmato. Diciamo che la tv non è il suo posto. Anche la voce non l’aiuta. La tv ha un altro linguaggio, lei è bravissima a fare altre cose».

Francesca Fagnani?

«Lei la tv la sa fare e si vede. Mi è piaciuta».

Paola Egonu?

«Mi è sembrata brava, non è facile stare su quel palco. L’ho trovata più disinvolta della Ferragni».

Le polemiche?

«Un Sanremo senza polemiche è come un matrimonio senza confetti. Ogni giorno ce n’è una. Zelensky, Blanco, Angelo Duro, Fedez, Salvini, Rosa Chemical con la deputata di Fratelli d’Italia, le foibe.

Le polemiche sono parte integrante della natura del Festival. Amadeus è bravissimo a gestirle».

Lei ritiene opportuno che siano ricordate le foibe?

«Sì, soprattutto in questo momento. Sarebbe un messaggio contro tutte le guerre e tutte le atrocità che questa follia si porta dietro».

I suoi progetti futuri?

«Sto preparando uno spettacolo con Pietrangelo Buttafuoco che ha due o tre personaggi che devo studiare. E poi un altro con mio fratello e Cesare Inzerillo, già scenografo di Ciprì e Maresco, uno scultore pazzesco. In mezzo a tutto questo c’è Fiorello che mi occupa tutta la giornata…».

Mi anticipa qualcosa di questi spettacoli?

«Il mio è sul tema dell’ultimo libro. L’altro riguarda sempre la nostra amata Sicilia».

È favorevole al Ponte sullo stretto?

«A bruciapelo direi sì, favorevole. Però non si può fare solo il ponte. Tutte le infrastrutture intorno devono essere aggiornate e ammodernate perché sarebbe criminale fare il ponte e lasciare che per da Ragusa a Trapani un treno impieghi 13 ore».

Il ponte potrebbe essere il volano del rilancio?

«Sarebbe il big bang delle infrastrutture siciliane e calabresi».

Quindi, in questo caso, da siciliano, è favorevole al cambiamento?

«Sì, mi ha fregato».

 

La Verità, 11 febbraio 2023

 

 

«Farò pentire chi mi ha invitato al Festival»

Gelido. Caustico. Tagliente. Rassicurante come una katana. Consolatorio come un’incudine. Affettuoso come una lastra di ghiaccio. Per la sua comicità si usano aggettivi come irriverente, dissacrante, scorretta. Ma alla prova degli spettacoli risultano cliché stantii. Lui rifiuta persino l’etichetta di comico. Chi non lo conosce lo cerchi su YouTube. Frasi brevi, secche come fucilate, in un crescendo di paradossi. Zero concessioni al mainstream. Angelo Duro, palermitano quarantenne, ex Iena, scoperto a un’esibizione da Davide Parenti, reduce da due stagioni sold out a teatro, è più eversivo di Checco Zalone, più insolente di Pio e Amedeo, meno gigione di Saverio Raimondo. Lo stand up comedian che non c’era e di cui, in questi tempi gne gne, c’è grande bisogno. Domani sera sarà ospite del Festival di Sanremo di Amadeus.

Insomma, sapeva che sarebbe successo, che era inevitabile che la invitassero?
«Certo. Prima o poi i linguaggi cambiano. Io sono la cosa più moderna che esista. I numeri che faccio in teatro ne sono la prova. Sto facendo sold out dappertutto. Mi sono costruito un pubblico che, come me, non vuole sentire cose moraliste. Io parlo di tutto. Non mi pongo limiti. Mi piace turbare la gente. Così poi do un po’ di lavoro agli psicologi. E devo dire che loro mi ringraziano sempre».
La prende come una consacrazione o non gliene frega un cazzo?
«Me ne frega del punto di vista rivoluzionario. Sanremo è sempre stato un luogo politico e del linguaggio che deve andare bene per tutti. Io non parlo di politica. Troppo facile come argomento. E non ho un linguaggio adatto a tutti. Attenzione, io lo ritengo adatto a tutti, sono loro che non sono pronti. Ma sono certo, che col tempo, si apriranno e tireranno fuori quei blocchi culturali che hanno dentro. Io sono come Dio nel Giudizio universale di Michelangelo che tende la mano ad Adamo aspettando che sia lui ad alzare l’indice ed aprirsi al creato».
Questa opportunità è tutto merito dei teatri pieni o anche un po’ del buon rapporto con Fiorello che qualcosa può segnalare ad Amadeus?
«Merito dei teatri pieni che hanno avvicinato sempre più gente a scoprirmi e conoscermi. Tipo Fiorello. Lui è un entusiasta ed è un vero talento anche a capire le cose prima di tutti. Ed è una persona sincera. Se gli piace una cosa, e ne riconosce l’autenticità, la promuove e la difende. È stato lui che ha spinto Amadeus ad invitarmi al Festival. Sono proprio contento di sapere che da mercoledì rovinerò la loro trentennale amicizia».
Nel post su Facebook dice che questo invito è la conferma che è «riuscito a cambiare il sistema». L’autostima non le manca…
«Ho cambiato il sistema del punto di vista del linguaggio. Ripeto, uno come me a Sanremo rappresenta un vero cambiamento. In peggio, ovviamente. Questa cosa fa crescere ancora di più la mia autostima. Il cambiamento è linguistico. Questo Paese fa fatica a parlare di argomenti senza dover per forza mettere dentro la morale. Io sono immorale. E ci tengo».
Ha scritto anche che dopo «anni di soldi estorti» con la sua presenza su Rai 1 «c’è un motivo valido per aver pagato il canone».
«E già… Guardatevi in giro. Non vedete che la gente è sempre più stupida? A chi volete dare la colpa? Al clima? Allo smog? No. La colpa è della tv che con i suoi programmi d’intrattenimento e d’informazione ha ridotto le persone cretine. Non è giusto. Poverine».
In questi casi per incoraggiamento si dice «in bocca al lupo». Lei risponde «viva il lupo»? O preferisce che le si dica «merda»?
«Non me ne frega di questi riti. Non sono superstizioso. Io non credo a nulla».
Ricominciamo dall’inizio. Angelo Duro è il suo vero nome o un nome d’arte? Sembra un ossimoro, tipo Angelo Nero o Angelo Incazzato.
«Mi chiamo così. Credo che i miei non abbiamo neppure pensato alla contraddizione di questo nome. Ma mi è sempre piaciuto. E mi rappresenta a pieno. È un nome unico. Sempre meglio chi chiamarsi Mario Rossi».
Perché nei suoi spettacoli è sempre incazzato duro?
«Non sono incazzato. Io racconto delle storie. Non sono incazzato senza un senso. Racconto cosa mi è successo, cosa ho pensato e come ho reagito quando mi è successo. È una causa e un effetto».
Come e quando è nata la sua comicità?
«Io non sono un comico. L’ho detto tante volte. E comunque la comicità non nasce. La comicità ce l’abbiamo tutti. È quell’esatto momento in cui di fronte a una grande paura dici a te stesso, o a chi ti sta vicino, una cosa per sdrammatizzare. Questa è la comicità. Per cui, per quanto mi riguarda, tutti siamo comici. Poi ci sono quelli che di fronte a paure e tragedie non osano sdrammatizzare perché ne hanno fatto un fattore morale. Poverini. E rimangono schiacciati dalle paure e dai loro traumi. Io non faccio altro che questo. Esorcizzo ogni paura o pericolo che esista nella vita. Certo, mettici che poi a farlo sono il più bravo di tutti. Ma questo è un dettaglio».
C’è stato un momento in cui le si è accesa l’idea o anche lei faceva ridere già a scuola?
«No. Perché, lo ripeto, non sono un comico. Io mi sono sempre limitato a dire quello che vedo di una cosa. È la gente che ride. Mica io. Cazzi loro».
Cosa le ha fatto decidere di fare dell’arroganza e del cinismo un genere comico?
«I soldi. Io, ripeto, non sono un comico. Sono un imprenditore».
C’è qualche modello a cui si è vagamente ispirato?
«No. Non sono un comico. Non ricordo se l’avevo già detto».
Anche la sua agenzia «Dasoloproduzioni» è drastica: niente film finanziati coi soldi pubblici, niente piattaforme che fanno serie per cerebrolesi, solo i suoi spettacoli: i testi li scrive tutti da solo?
«Io racconto di me. Le mie esperienze. Le cose che vedo. Le cose che sento. Non ci sono testi».
Può anticiparci cosa farà all’Ariston? Sarà un pezzo inedito?
«Chi dice che ci andrò? E se ci andrò chi dice che parlerò?».
Come fa a far ridere stando anche alcuni minuti in silenzio.
«Loro ridono perché hanno empatizzato con me. Sanno chi sono. Cosa penso. Per loro sono un amico. Una persona di famiglia della quale conosci tutti i connotati, pregi e difetti. Nel mio caso soprattutto i difetti. Quindi non mi serve fare altro. Perché io sono entrato nella loro testa. Conoscono il mio carattere. E sanno che da un momento all’altro potrei dire una cosa che fa crollare tutto. Questo disagio viene scaricato con una risata. Che, come le dicevo, serve ad alleggerire la tensione che creo».
Teme che mercoledì all’Ariston qualcuno in platea possa irritarsi per le sue provocazioni?
«No. Non lo temo. Lo spero».
Negli anni scorsi guardava il Festival?
«È successo. Tutti nella vita facciamo degli sbagli».
Cosa pensa di Chiara Ferragni e del mondo degli influencer?
«Non sono argomenti che tratto».
Dopo Perché mi stai guardando? e Da vivo, i suoi precedenti show, il prossimo spettacolo s’intitolerà Sono cambiato. Sbaglio se temo che sarà ancora più caustico?
«Chi può saperlo. L’unico modo per scoprirlo è stare lì. Adesso vi saluto che c’ho da fare».

 

La Verità, 7 febbraio 2023