«Berlusconi punti su Toti, Forza Italia non c’è più»

Alla fine dell’intervista Paolo Del Debbio mi regala i suoi libri di etica economica e fiscale. «Scrive parecchio», commento. «È il mio hobby, i figli sono grandi…». Toscano, 61 anni, studi filosofici e teologici, tra i fondatori di Forza Italia, Del Debbio è un intellettuale prestato alla televisione. A Rete4, in particolare, dove conduce Dritto e rovescio, talk show di politica e attualità con l’interazione del pubblico. «Le mie scuole sono state il bar di un quartiere popolare di Lucca e l’università Cattolica di Roma». Gad Lerner lo ha citato insieme a Giuseppe Cruciani, Mario Giordano, Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri tra quelli da eliminare.

Lei è il primo della lista, una medaglia?

«Questa faccenda mi ha fatto una certa tristezza. Dopo la tristezza, però, mi ha fatto anche incazzare, perché oltre a giudicare bisognerebbe conoscere. Ha ragione Belpietro: ci sono persone che scherzano con le liste di proscrizione anche se hanno superato i 60 e negli anni Settanta finì male. Ma li capisco: per loro dev’essere un cruccio digerire il capitalismo e la borghesia essendone divenuti esponenti di spicco. Hanno dentro un vulcano che esplode contro gli altri più che contro loro stessi. Gli ci vorrebbe Sigmund Freud più che Carlo Marx: qualche seduta da un bravo psicanalista li aiuterebbe».

È in atto una guerra come in piena era berlusconiana?

«Forse questa è ancora più spietata, perché quella di allora riguardava sostanzialmente la giustizia. Oggi è rinato addirittura l’antifascismo che ricompatta tutti, a cominciare da Repubblica. Essendo in difficoltà nella ricerca di alleanze certi ambienti si dedicano alla costruzione del nemico. “Ombre nere” dopo il voto europeo è un titolo che avrebbe potuto fare un ragazzo delle scuole medie».

Il fascismo è il collante di una sinistra a corto di argomenti?

«È il collante dei nipoti dei partigiani, un fiume carsico che rispunta ogni volta che la sinistra è all’angolo. Solo per pudore non diedero del fascista a Matteo Renzi, ma sono sicuro che nei loro cenacoli lo dicevano perché faceva leggi più liberali che di sinistra».

Replicando a un sacerdote ospite di Dritto e rovescio ha detto che ha studiato teologia. Quando?

«Da ragazzo. Per la verità non ho mai smesso perché è una materia che mi piace. Sto anche lavorando a un libro che uscirà più avanti».

Argomento?

«Cosa può dire Dio a proposito del senso della vita».

La teologia?

«Tra i 16 e i 18 anni sono stato in seminario e ho avuto la fortuna di conoscere persone di grande statura intellettuale. Tutto partì da Dante Alighieri. Quando m’imbattei in una citazione cercai l’indirizzo di casa di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi del Novecento. Gli scrissi un biglietto e lui m’invitò ad andare a trovarlo. Pochi giorni dopo presi il treno per Basilea. Parlammo della teologia del sabato santo. Avevo 19 anni, può immaginare l’emozione. Dopo Von Balthasar ho conosciuto Yves Congar, Jean Marie Roger Tillard, Marie-Dominique Chenu (teologi francesi del Novecento ndr), studiosi che credo oggi si conoscono poco, perché mi pare che nei seminari si studia tanta sociologia e psicologia».

E il suo seminario?

«Finì perché la sera mi prendeva la malinconia. E quindi capii che forse non faceva per me e tornai in famiglia».

Viveva a Lucca?

«Sì, ma m’iscrissi in Cattolica a Roma. Siccome la mia famiglia non poteva mantenermi partecipai al concorso del collegio dell’università, arrivando primo. Tenendo una media elevata pagavo pochissimo, in più facevo il cameriere».

Dopo l’università?

«Continuai a studiare all’Istituto internazionale Jacques Maritain, sempre a Roma. Fin quando, tramite Gina Nieri, che sarebbe diventata mia moglie (direttore degli Affari istituzionali, legali e analisi strategiche di Mediaset ndr), conobbi Fedele Confalonieri: “Ha studiato tanto lei… Non so cosa farle fare, però la prendo perché abbiamo bisogno di persone che abbiano letto i libri”. Facevo la rassegna stampa con dei riassuntini che piacquero a Confalonieri, che mi fece suo assistente».

Adesso insegna allo Iulm, che ci fa su Rete4?

«Insegno dal ’99 Etica ed economia, un corso seguito da 400 ragazzi, mi hanno dato anche l’aula magna».

E Rete4?

«Per me è naturale starci. Le mie fonti sono la famiglia, il bar del quartiere, e l’università».

Il bar e l’università, il dritto e il rovescio?

«Esatto. Il modo migliore per fare televisione è saperne di più di quelli che intervisti. Poi ho un pubblico popolare ed è importante essere semplici, ma non banali».

È tra i fondatori di Forza Italia.

«Ho scritto il primo programma. Ora vedo che anche Antonio Martino, Giuliano Urbani, Pio Marconi, dicono di averlo scritto. Certo, hanno collaborato».

Scriveva anche i discorsi a Berlusconi?

«A quelli ho collaborato. Li scrivevano Gianni Baget Bozzo e Giuliano Ferrara».

Che cosa pensa del regolamento dell’Agcom a tutela di donne, migranti, gay e trans?

«Hanno trovato il modo migliore per emarginarli, creando dei ghetti. Si proteggono coloro che si ritengono fuori dalla normalità. Io continuerò a esprimere come sempre le mie opinioni. Anche perché, sopra il regolamento dell’Agcom, c’è l’articolo 21 della Costituzione e quindi penso sia incostituzionale».

Matteo Salvini è un pericolo per la democrazia?

«No e mi annoia anche l’argomento. Però non possiamo esimerci perché le anime belle di questo Paese che hanno una certa influenza lo sostengono».

Ha sbagliato a baciare il rosario?

«Io non l’avrei fatto. Dietrich Bonhoeffer (teologo luterano tedesco ndr) diceva che non bisogna crearsi un Dio tappabuchi da usare quando ci serve. Però riconosco il diritto di Salvini di estrarre il rosario. Anche perché in Italia abbiamo avuto per 40 anni un partito che si chiamava Democrazia cristiana e il cui simbolo era la croce. Quel partito ci ha lasciato un debito pubblico che è il terzo al mondo e una legislazione sulla famiglia ridicola a confronto, per esempio, di quella della laicissima Francia dove, se si hanno quattro figli, non si pagano le tasse».

Stavolta Salvini ha vinto senza bisogno delle piazze di Rete4?

«Salvini ha sempre fatto un mix di tre elementi. È presente sui social e in tv, anche perché in tv rende più di ogni altro, vedi il mio risultato di giovedì scorso (oltre il 6% di share ndr). Ma rende fisici sia i social che la tv con la presenza sul territorio».

Berlusconi che cosa ha sbagliato?

«Il problema è che non c’è più il partito. E quel poco che c’è non conta. Forza Italia ha tanti amministratori locali in gamba, ma dominano i parlamentari. È presente nei social e in tv, ma gli manca il territorio che ha sempre snobbato. E poi Berlusconi, da grande innovatore del linguaggio politico ne è diventato il maggior conservatore».

In che senso?

«Mi riferisco al programma. È vero che l’Italia ha ancora bisogno della rivoluzione liberale, ma va presentata con linguaggio contemporaneo. Anche la Chiesa ha i dogmi, che sono più di un programma politico, però si sforza di annunciarli in modo aggiornato. La fontana resta la stessa, l’acqua è sempre nuova».

Concorda con le critiche di Giovanni Toti?

«Le critiche di Toti sono condivise da molti in Forza Italia che non le esternano per questioni di convenienza personale. Fossi in Berlusconi su Toti ci punterei invece di fargli la guerra. Fino a poco tempo mi sembrava ci fosse un veto di Salvini e Giorgia Meloni su Berlusconi e Antonio Tajani. Dopo l’intervista a Dritto e rovescio di giovedì non ne sono più sicuro. Un centrodestra è possibile».

Un partito della nazione di centrodestra?

«Per quello ci vorrà un po’ di tempo».

Come valuta il fatto che, parlando di Europa, Salvini cita agricoltori, pescatori, artigiani?

«È la teoria del punto di vista. Una volta cita l’agricoltore, spesso l’uomo di periferia, altre volte l’artigiano o il cittadino che ha il campo rom sotto casa. Salvini fa sentire al potenziale elettore che legge le cose con i suoi occhi».

Come si affronterà lo scoglio del rapporto con l’Europa?

«Credo che la Commissione europea non potrà ignorare la consistenza del gruppo di parlamentari conservatori e sovranisti. È vero che non si è rovesciato il blocco di potere, ma è vero anche che popolari e socialisti sono stati ridimensionati. Conterà anche la maestria politica con cui i populisti faranno valere il consenso conquistato».

La Commissione vuole il rispetto dei parametri.

«Mi spiace essere d’accordo con Mario Monti, ma credo che togliere gli investimenti dal deficit ci aiuterebbe molto».

Se dovesse migliorare i palinsesti di Mediaset che cosa farebbe?

«Per carità, ho ricominciato da poco il mio programma… Non vedo in cosa Mediaset potrebbe migliorare… Quando decido di cambiare lavoro glielo dico».

Perché il suo programma era stato sospeso?

«Berlusconi mi ha detto personalmente che la politica non c’entrava nulla. Tutta Italia pensava il contrario».

L’aggressività di alcuni suoi colleghi nei confronti di Salvini ha ottenuto l’effetto contrario?

«Come insegna Maurizio Costanzo con Uno contro tutti se l’uno è forte allarga il consenso».

Chi sono i conduttori che predilige?

«Per scelta guardo poco la tv e non giudico i miei colleghi, salvo per legittima difesa. Come nel caso di Lerner, il primo ebreo al mondo che scrive una lista di proscrizione».

Letture preferite oltre ai saggi di filosofia?

«Diabolik, un’abitudine che ho da quand’ero ragazzo».

 

La Verità, 3 giugno 2019

 

«Dopo il tumore prego, ma non so il Padre nostro»

«Questa è la mia officina e non la vendo a nessuno», esordisce Toto Cutugno, seduto tra i suoi collaboratori. Siamo nello studio di registrazione in un seminterrato di Milano est. «Qui veniva anche Adriano Celentano, il più grande di tutti, per il quale ho scritto alcuni successi come Soli. Poi Loredana Bertè, Pino Daniele, sono venuti in tanti… Adesso fanno tutto con i cellulari. Questo studio era di Gino Paoli, poi del maestro Pinuccio Pirazzoli, quello che lavora con Carlo Conti. Poi l’ho preso io». Intorno a Cutugno, 75 anni, toscano di Fosdinovo (Massa Carrara), ci sono il manager Danilo Mancuso, la responsabile dei rapporti con i media Gessica Giglio, i tecnici e i musicisti, anche loro reduci da un tour all’estero.

Dove siete stati?

«A Budapest, Praga, Varsavia e Bratislava. E a Kiev».

Bilancio?

«Molto positivo. Palazzetti e arene sempre esaurite. Grandi soddisfazioni anche a Kiev».

In Ucraina era indesiderato.

«Ci sono andato proprio nella settimana in cui un senatore mi aveva citato come spia sovietica. Prima ha accusato Al Bano, poi me. Mi sono messo a ridere. All’aeroporto c’erano tutte le tv ad aspettarmi. Ho fatto un grande concerto con l’orchestra sinfonica».

Come si è spiegato un attacco come quello?

«E chi lo sa? Magari alla moglie del senatore piacciono troppo le mie canzoni (sorride). L’ho anche invitato al concerto, ma non è venuto. Invece, i presidenti ucraini sono sempre venuti».

In quei giorni c’erano anche le elezioni presidenziali.

«Ed è stato eletto Volodymyr Zelensky, un comico che ricorda il nostro Beppe Grillo. Ho partecipato anche a un programma tv con lui. Un simpaticone. Aveva fatto una serie in cui interpretava il ruolo di un professore che diventa capo dello Stato. E lo è diventato veramente».

Il senatore che l’accusa appartiene a un partito avversario?

«Sì, ma è stata un’uscita isolata. Al Bano si era espresso in favore di Vladimir Putin durante la guerra di Crimea, io non ho detto nulla. Anni fa, dopo un concerto, Putin venne in camerino, mi ha dato la mano e se n’è andato. Un uomo con uno sguardo glaciale».

Però Al Bano è suo amico.

«Un fratello. Se sono qui lo devo a lui. Un giorno, era il 2007, viene a trovarmi. Gli dico: “Sai che cosa mi succede Al? Di notte devo alzarmi tre o quattro volte…”. Fa una telefonata e mi prende un appuntamento per l’indomani al San Raffaele. Il medico mi visita e decide di operarmi d’urgenza. Se non ci fosse stato Al Bano… Ora sono un miracolato che ama la vita più di prima. Solo, non riesco a camminare tanto e dovrei smettere di fumare».

In quali altri paesi la chiamano?

«Dovunque. In Turchia, in Afghanistan. Sono stato in tutte le repubbliche dell’ex Unione sovietica, dalla Kamchatka alla Lituania. Poi in Armenia, a Dubai, a Cartagine in Tunisia, in Algeria, in Germania, in Spagna. In Francia, all’Olimpia di Parigi».

Nel dicembre scorso.

«Grande serata. In Francia sono amato perché mi ha spalancato la carriera di compositore quando Joe Dassin volle cantare un mio brano. Poi sono arrivati Johnny Halliday, Mireille Mathieu e tutti gli altri».

Com’è l’Italia vista dai suoi concerti all’estero?

«Guai a chi me la tocca… Certo, ci sono tante cose che non funzionano. Ma quando sei fuori ti rendi conto della bellezza dell’Italia. Io la conosco anche nei suoi angoli remoti perché per tre anni, facendo Piacere Rai1 con Piero Badaloni e Simona Marchini, l’ho girata in lungo e in largo».

È più facile organizzare un tour in Italia o all’estero?

«Qui siamo cantanti nazionalpopolari, mentre all’estero ci vedono come artisti internazionali. Per questo è un po’ che non faccio tournée italiane. Ho un po’ di paura, mi è sembrato di esser finito nel dimenticatoio… Con tutto questo rap ho cominciato a pensare che la melodia mediterranea sia meno amata. Ma forse, se fai una bella canzone, l’apprezzano anche i giovani. Sto lavorando a un nuovo disco che sarà pronto in ottobre. Il mio manager vuole farmi provare sette otto tappe, poi vediamo. Anche dopo la vicenda dell’Ucraina, in tanti mi chiedono perché non faccio più concerti in Italia. Presto succederà».

Perché lei, Al Bano, Gigliola Cinquetti, i Ricchi e poveri, Riccardo Fogli, Marcella avete tanto successo soprattutto all’Est?

«La prima volta che sono andato a cantare in Unione sovietica era il 1986. C’erano ancora il Muro di Berlino e la dittatura. Feci 15 serate a Mosca e 15 a San Pietroburgo: 20.000 persone a concerto. La domenica se ne facevano due, uno al pomeriggio e uno la sera. I biglietti venivano venduti nelle fabbriche. Erano anni cupi, ma i russi vedevano il Festival di Sanremo. Cercavano quella spensieratezza che c’è nelle nostre canzoni. Le mie piacevano e piacciono molto alle donne, perché vedono l’italiano romantico e sentono l’armonia mediterranea. Poi in alcune mie canzoni ci sono delle assonanze con la musica popolare russa».

Perché ha il record di partecipazioni a Sanremo?

«Ci sono andato quindici volte. La prima, nel 1980, l’ho vinto con Solo noi e ho cominciato a pensare che fosse facile vincerlo. Così sono tornato, ma sono sempre arrivato secondo e la cosa mi fa un po’ incazzare. Però l’anno che sono arrivato dietro ai Pooh sono andato all’Eurofestival al posto loro, e l’ho vinto. Mi piaceva gareggiare. Arrivavo in albergo a Sanremo e dicevo a mia moglie: “Questa volta non mi voglio incazzare”. Ma dopo un quarto d’ora stavo già litigando con i giornalisti».

Motivo?

«Dicevano che ero ruffiano perché avevo scritto le canzoni sulle mamme e sui figli. Ma Le mamme parlava di mia madre che non c’era più e Figli l’avevo scritta dopo che era nato Niko. Ho scritto anche serenate, ballate malinconiche, Voglio andare a vivere in campagna…».

Mai stato idilliaco il suo rapporto con i giornalisti.

«Ce n’era uno molto importante che appena mi vedeva mi abbracciava. Ma appena c’era una telecamera teneva le distanze. Un altro mi elogiava in pubblico come musicista, ma stroncava le canzoni sul giornale. Io non sopporto l’ipocrisia, la doppiezza, amo la gente…».

Vede il pericolo che anche Sanremo diventi una manifestazione per intellettuali?

«Dipende sempre dal direttore artistico, anche lì si va per amicizie. Vorrei sapere quale canzone ha lasciato il segno negli ultimi vent’anni. Soldi mi piaceva, era una bella furbata e all’Eurofestival Mahmood è arrivato secondo. A me sembra che ci siano troppi talent, X Factor, The Voice, Amici, quello di Michelle Hunziker e J-Ax. Tutti bravi, ma dov’è lo spazio? E i ragazzi che non sfondano lo accettano o magari cadono in depressione?».

Ha seguito le polemiche del festival di quest’anno?

«Una volta c’era il voto popolare abbinato al Totip e vinceva la canzone che piaceva alla gente. Nel 1983 con L’Italiano sono arrivato quinto. Mentre con il voto del Totip, che quell’anno era sperimentale, avrei vinto. La sera mi telefonò Domenico Modugno: “Ho sentito la canzone, tu sarai il mio proseguimento”. Fu quella la mia vittoria».

Un verso di Insieme con cui ha vinto l’Eurofestival dice: «L’Europa non è lontana, c’è una canzone italiana». È la sintesi delle ultime elezioni?

«Quando l’ho scritta l’Unione europea non c’era ancora, ma qualche giorno fa a Bratislava la cantavano tutti. Sì, sembra la sintesi delle elezioni, anche se dicono che in Europa la canzone italiana conta poco. Speriamo che cambi, che riescano a ridurre le tasse, non ha idea di quante ne pago io».

Lei come le ha vissute queste elezioni?

«Premetto: io sono apolitico. Ho seguito i leader e a volte penso che parlano bene e razzolano male. Matteo Salvini mi piace, l’ho anche votato, vediamo che cosa riesce a fare. Io sono sempre stato berlusconiano, però adesso Berlusconi mi fa tenerezza. Quando l’ho conosciuto, prima che entrasse in politica, aveva grande carisma».

Come l’ha conosciuto?

«M’invitò ad Arcore nel ’93, voleva che passassi a Mediaset. Mi fece parlare e io gli raccontai di mio padre che suonava la tromba e di quella volta che gli telefonai dopo il successo di Soli cantata da Celentano: “Sì, bella canzone, ma è un po’ copiata, somiglia a questa…”, disse intonando un’aria che non c’entrava niente. Allora Berlusconi mi propose di andare a vedere il Milan in elicottero: “Perché non compone l’inno del Milan al posto di quello di Toni Renis? Intanto che vado a cambiarmi, provi qualcosa al pianoforte”. Dopo un po’ che strimpello, scende in giacca e cravatta per andare allo stadio, si avvicina, appoggia una mano sulla spalla e mi fa: “Mi piace, ma è un po’ copiata…”. Un grande. Siamo andati a vedere la partita, ma poi sono rimasto in Rai».

Che richiesta farebbe oggi al mondo politico?

«Di realizzare quello che promette. Chiunque sia, almeno la gente potrebbe fidarsi. Per esempio, le telecamere di sorveglianza negli asili e negli ospedali sono un’ottima idea. Ma che lo facciano davvero. Anche controllare gli sbarchi è giusto. Quando vedo queste mamme con i bambini che vagano per strada mi si spacca il cuore. Però non possiamo accogliere tutti noi… L’Europa c’è solo per presentare il conto? Che si divida i compiti anche sull’immigrazione».

Chi è oggi «un italiano vero»?

«Bella domanda. Allora era Pertini, il presidente partigiano. Anche mio padre è stato partigiano… L’italiano vero è chi realizza quello che ha promesso. Non dico tutto, ma in gran parte».

Mi dice il titolo del nuovo disco?

«Io pensavo Tic tac, ma il mio manager non è convinto. C’è una canzone sul tempo che s’intitola così. Chiedo di avere tempo perché ho ancora tante cose da dire e da fare».

Il tempo che passa… lei è credente?

«Quando ho scoperto di avere il tumore sono cambiato. Da bambini si dice “mamma aiutami”, da adulti si invoca Dio. Io ho cominciato a rivolgermi a Dio, anche se non vado in chiesa. Prego con le mie parole, il Padre nostro non me lo ricordo tutto: Padre nostro che sei nei cieli… sia santificato il tuo nome… E poi?».

 

La Verità, 2 giugno 2019

 

 

«Salvini diavolo col rosario Zingaretti carrozziere»

È la mente politica dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. La testa d’uovo che studia i flussi elettorali, le strategie di marketing, le campagne di comunicazione e i programmi dei partiti. Autore di articoli e saggi scientifici, nato a Cesena nel 1982, residente a Roma, Marco Valbruzzi, giocatore di basket mancato e cultore della letteratura di Franz Kafka e del pensiero libero e critico, insegna Scienza politica all’università di Bologna. Il suo ultimo libro, Il vicolo cieco (Il Mulino), analizza gli esiti del voto del 4 marzo 2018.

Professor Valbruzzi, premesso il «silenzio demoscopico», i rilevamenti di cui siete in possesso sono stabili o ballerini?

«Sono ballerini. Negli ultimi giorni, più ci si avvicinava a oggi e più riscontravamo movimenti. Le tendenze consolidate prima del black-out si sono modificate sulla base degli ultimi avvenimenti e di nuove valutazioni».

Quindi siamo in presenza di un cambiamento?

«Non radicale. Ma un movimento c’è».

La percentuale di indecisi e di elettori last minute è maggiore o minore rispetto alle politiche del 2018?

«È più o meno stabile. C’è uno zoccolo duro d’indecisi, all’incirca il 25% dell’elettorato, che fino a un paio di giorni prima del voto resta incerto se votare e su chi votare. L’ultimo giorno, oggi, circa il 15% scioglie le riserve».

Le sottopongo delle immagini dei principali leader nell’ultima fase di campagna elettorale. Le corregga o cancelli se le ritiene errate. Luigi Di Maio: dopo il doping.

«A un certo punto ha cambiato marcia, smettendo d’inseguire il partner di governo e inaugurando una comunicazione autonoma su temi diversi. In quel momento il doping ha iniziato a fare effetto».

Matteo Salvini: il diavolo, probabilmente.

«Il diavolo con il rosario. Negli ultimi giorni ha virato la comunicazione su temi culturali e identitari».

Silvio Berlusconi: lo sprint dell’ultraottantenne.

«Alla fine è tornato a fare quello che sa fare meglio: la campagna elettorale per convincere gli indecisi nascosti nel pubblico televisivo».

Giorgia Meloni: l’outsider scalpitante.

«Condivido. Ha cercato di cambiare l’attuale maggioranza di governo, scalpitando per spostarlo verso il polo autenticamente sovranista».

Nicola Zingaretti: troppe eredità per un uomo medio.

«Zingaretti è il carrozziere dopo il rottamatore. Cerca di mettere insieme i cocci delle eredità sparse della sinistra».

Carlo Calenda: il volto patinato del centrosinistra.

«Il volto che piace alla sinistra piaciona».

È vero che la campagna di Salvini nella fase finale ha subito un appannamento perché, inasprendo i toni, ha compattato l’elettorato abituale invece di rivolgersi a tutti gli italiani?

«Credo che Salvini abbia saturato il suo elettorato attraverso un’overdose di presenza in tv e sui social. Ha saturato il bacino del centrodestra attivando un freno alla crescita».

È quello che in gergo si chiama «effetto winner», un riflusso dovuto alla sovrastima dei sondaggi?

«Possiamo chiamarlo anche così. Ha spinto talmente in alto il limite della comunicazione che in alcuni settori potrebbe aver innescato una reazione di rigetto».

È stato un autogol ostentare il rosario e appellarsi ai santi patroni d’Europa alla manifestazione di Milano?

«Non credo. Credo sia stato un messaggio coerente all’impostazione del nuovo partito: non più Lega nord, ma Lega nazionale con un’impronta fortemente identitaria e sovranista».

Però è stato un gesto che non ne allargava i confini, anzi.

«È stato un gesto rivolto a tutti coloro che sentono minacciata la propria identità e il riferimento ai simboli religiosi. Con quel messaggio si è proposto come garante di questo bacino di elettori».

È stato un errore dire che queste elezioni sono un referendum su di lui?

«Sì, e infatti lo stesso Salvini ha fatto subito marcia indietro, forse ricordandosi dell’errore renziano».

All’inizio si è proposto come il marito della coppia di fatto, poi ha smesso di replicare agli attacchi di Di Maio. Ha funzionato la modalità zen?

«Salvini in modalità zen è poco credibile. Quando replica aggiunge sempre elementi polemici».

In questi giorni in tutti i canali tv si parlava del leader leghista: c’è un’ossessione anti Salvini?

«C’è, ma è lui a determinarla. Salvini non è un dittatore, ma un dettatore. Uno che sa dettare i temi dell’agenda politica, perché assume posizioni nette. Porta all’estremo ogni argomento sia che si tratti dell’identità religiosa, dell’Europa, dei migranti. Questa radicalizzazione crea opposizione per rigetto e contrasto».

È un’ossessione simile a quella contro Berlusconi?

«Berlusconi risultava divisivo grazie alla televisione, Salvini lo è grazie agli strumenti tradizionali come i comizi e postmoderni come i social media. I quali tendono a radicalizzare e banalizzare il linguaggio».

L’aggressività di alcuni conduttori televisivi nei confronti del leader leghista è stata efficace o controproducente?

«Sono regole del gioco imposte dal suo stile di comunicazione. Quando il protagonista tende a radicalizzarsi anche chi interloquisce è indotto a farlo».

Lui è la causa?

«È il motore dell’escalation di radicalità del dibattito pubblico».

Come può influire sull’esito del voto la nuova immagine aggressiva di Di Maio?

«In realtà, non ho visto toni così aggressivi, ma falli di reazione. Tutto sfumerà dopo il 26 maggio, quando gli eccessi fra i due partner rientreranno. Parlando dei 5 stelle, la battaglia è più congeniale al movimentista Alessandro Di Battista che all’istituzionale Di Maio».

A chi ha giovato di più il ring quotidiano tra i due alleati rivali?

«Credo abbia danneggiato entrambi».

Gli elettori si sono stancati del litigio permanente anche se era un gioco delle parti?

«Si sono stancati sia i loro non elettori, sia gli elettori di Lega e M5s che si stavano convincendo di essere se non una cosa unica, almeno degli alleati destinati a governare insieme cinque anni».

Come giudica la scelta del M5s di proporre capilista donne in tutte le circoscrizioni?

«È un’operazione di marketing venduta in modo poco convincente e rapidamente lasciata cadere».

Ha sbagliato Salvini a mettersi capolista in tutte le circoscrizioni, dando l’impressione di un partito ultrapersonale?

«È stato un errore dal punto di vista istituzionale perché sappiamo bene che non siederà nel Parlamento europeo. A livello elettorale è una scelta in linea con la trasformazione impressa al partito, molto più verticale rispetto alla Lega di qualche anno fa. Oggi la Lega è Salvini, scindere l’elemento partitico da quello leaderistico è complicato».

Pd e Forza Italia sono rimasti ai margini per debolezza o per far risaltare la litigiosità degli alleati rivali di governo?

«Credo per debolezza di leadership. Berlusconi è tornato a impegnarsi nelle ultime due settimane. Quanto al Pd è rimasto ai margini per necessità. Zingaretti non è un candidato che domina sul partito, ma lascia spazio al partito; da qui deriva la relativa assenza nella campagna elettorale».

Come va interpretata la mossa di Giorgia Meloni che ha preso le distanze da Forza Italia proponendo la nascita di una maggioranza con la Lega?

«La leader di Fdi cerca di pescare i delusi di Forza Italia, scommettendo su quello che appare un partito a tempo determinato. Vuole attrarre l’elettorato di centrodestra che non si riconosce nell’offerta di Salvini soprattutto nelle zone centro meridionali».

Essendo un voto europeo sono favoriti i partiti d’opinione che caldeggiano un rapporto più stretto con Bruxelles?

«In passato era così, stavolta non credo. I consensi si coaguleranno sui partiti principali e non sui partiti “nanetti”. I contenuti europei restano sullo sfondo. Tutto il dibattito è finalizzato a cambiare il governo nazionale o i suoi equilibri interni, perciò le preferenze si concentreranno sui partiti maggiori».

Giancarlo Giorgetti dice che così non si può andare avanti, Salvini ribadisce che il voto europeo non modificherà gli assetti del governo. C’è una soglia oltre la quale il leader leghista andrà all’incasso?

«Credo che Salvini andrà sicuramente all’incasso se supererà il 30% dei consensi. Questo non significa elezioni anticipate, ma una modifica dei rapporti di forza dentro il governo».

Dunque i ripetuti inviti di Berlusconi a riproporre una maggioranza di centrodestra resteranno delusi?

«Credo di sì. È sicuramente interessante seguire l’evoluzione dei rapporti all’interno del centrodestra, soprattutto se supererà il 45%. In questo caso la proposta di Berlusconi potrebbe risultare allettante. Ma al momento sono più forti le sirene che tengono Salvini attaccato al governo in carica. Non c’è alcuna certezza che andando a elezioni anticipate il centrodestra risulterebbe vincente. Meglio tenersi la certezza presente rispetto all’incertezza futura».

Quanto hanno influito le ultime inchieste giudiziarie sulla campagna elettorale?

«Credo siano state il semaforo rosso alla crescita costante della Lega degli ultimi mesi».

Dunque, un ruolo decisivo.

«Sicuramente importante, insieme al caso Siri e al modo strategico in cui il M5s ha cavalcato le indagini, rispolverando l’anima giustizialista e danneggiando Salvini».

I 5 stelle saranno avvantaggiati dal fatto di essere immuni all’attivismo delle procure?

«A livello locale anche loro sono stati toccati dalle inchieste. Ma il M5s ha sempre la carta del giustizialismo e i candidati coinvolti vengono rapidamente messi alla porta».

Dopo il 4 marzo 2018 si parlò di «voto vendicativo»: si può azzardare un aggettivo anche per quello di oggi?

«Se riteniamo corretta la lettura del voto di un anno fa, quello di oggi potrebbe essere un voto confermativo. Vorrebbe dire che la vendetta è risultata convincente. Se i due partiti vendicatori supereranno la soglia psicologica del 50% a prescindere dai rapporti di forza interni, significa che la coalizione di governo avrà vita almeno fino alla prossima legge di bilancio».

 

La Verità, 26 maggio 2019

«La mia vita scandita dalle telefonate non arrivate»

Quanta vita, Rita dalla Chiesa. L’infanzia e la gioventù in caserma. Il padre ucciso dalla mafia. Il primo matrimonio, troppo precoce. Il secondo, con Fabrizio Frizzi di dieci anni più giovane. Il giornalismo, la televisione, il successo. Una rivelazione, questo Mi salvo da sola (Mondadori), autobiografia dolceamara ma molto vera, rapidamente entrata nella top ten delle vendite. Occhi verdi e capello biondo, la incontro in una pasticceria di Ponte Milvio a Roma.

Che cosa l’ha fatta decidere di mettersi così a nudo rivelando sentimenti tanto personali?

«La testardaggine di una dirigente della Mondadori e una giornata di sole a Torre Canne, un paesino tutto bianco della Puglia dov’ero in vacanza con mia figlia e mio nipote. Ho guardato il mare e le loro teste vicine, ho aperto il computer e ho cominciato a scrivere».

Senza riserve?

«Quasi. Mi sono autocensurata su Fabrizio. È stata una forma di discrezione che non ha tolto nulla al racconto. Sono cose belle, che appartengono a me e lui».

È un libro di telefonate non arrivate. Quella dei carabinieri per la morte di suo padre, quella dei vertici di Mediaset dopo la chiusura di Forum

«C’è anche quella del mio compleanno del 31 agosto. Era sempre mio padre a farmi per primo gli auguri, ma quel giorno no. Era offeso perché avevo mandato mia figlia in vacanza dai nonni materni e non da lui. Le antenne di mamma mi dicevano che Capri era più sicura di Palermo. Poi c’è la non telefonata dei Carabinieri per avvisarmi che era stato ammazzato. L’Arma è la mia seconda famiglia, ma in quel momento comandava un generale che non amava mio padre. La terza telefonata non arrivata è quella dei dirigenti Mediaset quando hanno saputo che stavo andando a La7».

Il giorno dell’uccisione di suo padre nessuno l’avvertì?

«No. Telefonarono il mio ex marito, papà di Giulia, e il mio compagno di allora. Entrambi mi chiesero se ero sola a casa, e lo ero. Più tardi ebbi la conferma dei miei sospetti».

La sua reazione fu una doccia lunga una notte, accucciata a terra, e «l’urlo silenzioso» che porta ancora dentro.

«Non sono mai riuscita a piangere per la morte di mio padre, di mia madre prima, e di Fabrizio poi. Mentre ho pianto per la perdita del marito di mia figlia, guardando mio nipote Lorenzo che adorava suo padre».

Spesso le figlie femmine idealizzano il padre: il suo aveva qualche difetto?

«Tantissimi. Avevo idealizzato il suo rapporto con mia madre. Si erano incontrati quando lui aveva 18 anni e lei 15, avevano superato insieme anche la guerra. Ho fatto un gran casino nella mia vita sentimentale perché cercavo un uomo come mio padre. Ma forse ero io a non essere come mia madre. Troppo ribelle. Probabilmente ero la pedina mancante nel rapporto di coppia. Tranne che con Fabrizio».

Un padre che aveva sconfitto il terrorismo era facile idealizzarlo?

«Io soprattutto lo stimavo. Avevo profonda ammirazione di un uomo con il quale si poteva parlare di tutto e che ti spiegava tutto. Non l’ho idealizzato perché ne riconoscevo certi spigoli del carattere, simile al mio».

Perché di sua madre non riesce a parlare?

«La sua morte è stata uno choc ancora più forte. A 52 anni se n’è andata in mezz’ora. In quell’infarto c’era tutta la preoccupazione per la vita che conduceva mio padre. Era una donna di grande intelligenza e cultura, laureata in lettere e filosofia, ma ha rinunciato a tutto per papà e per noi. Anche la perdita di mio padre è stata un trauma enorme. Ma in qualche modo lui aveva scelto una vita che lo esponeva. Non mi perdono di aver vissuto più a lungo di loro. E di non aver fatto in tempo a regalar loro un grande viaggio».

Mi racconta qualcosa di inedito di Frizzi?

«Non ha mai frequentato i piani alti di Viale Mazzini. Non ha mai avuto santi protettori».

Aveva l’affetto della gente, come si è visto dalle lunghe code alla camera ardente dopo la sua scomparsa.

«La gente lo amava, io lo sapevo perché giravo con lui. Era pieno di generosità verso chiunque. Per condurre serate di beneficenza partiva anche di notte senza prendere mai un euro, a differenza di tanti suoi colleghi. Era buono e in tv si vedeva. Si vedeva che lottava come un leone per dedicare la vittoria sulla malattia alla figlia Stella, tanto desiderata. Ha accettato qualsiasi cura, è tornato a lavorare quasi subito. In tante famiglie c’è qualcuno che lotta…».

Come si è spiegata il divorzio da Mediaset?

«Non me lo sono spiegata, ancora oggi mi fa stare male. Non tanto per Forum, avrei potuto fare altro, quanto per i rapporti con le persone. Quando hanno saputo che mi stavo accordando con Urbano Cairo avrebbero potuto chiamare. Ho lavorato con loro 32 anni. C’eravamo io, Corrado, Mike Bongiorno, Sandra e Raimondo, Maurizio Costanzo. Eravamo una famiglia, si lavorava con, non per. Mi ero esposta anche quando si paventava la chiusura di Rete 4 e quando c’era stata la discesa in campo di Berlusconi».

Com’era il rapporto con lui?

«È sempre stato affettuoso, mi ha anche proposto di entrare in politica. L’anno scorso mi ha chiesto se volevo “tornare a casa?”. Gli sono riconoscente perché ha saputo creare una realtà che ha dato lavoro a tanta gente. Sono sicura che lui non ha condiviso questo distacco. Ma qualcuno lo ha deciso, non so chi. Non credo sia un problema di età. Vedo che tra le conduttrici è la stagione delle signore più che delle signorine».

Ora è meno presente in tv.

«Su Rai 1 partecipo a Italia sì di Marco Liorni con Elena Santarelli e Mauro Coruzzi, Marco ci chiama i tre saggi. E, una volta la settimana, a Storie italiane di Eleonora Daniele. Poi ho un programma a RadioNorba».

Lo si scopre solo quando si scende di essere vissuti dentro un Truman Show?

«Sì, finché ci sei immerso non te ne accorgi. Certo, sapevo di fare aria fritta, di non operare al cuore o di alzarmi alle tre del mattino per fare il pane. Se hai un minimo di lucidità hai presente che è un gioco, e che ti può fare male quando scendi. Oltre ai Carabinieri, le persone per cui ho stima fanno mestieri diversi. Mi sono vergognata di quello che guadagnavo quando ho visto quello che mio padre aveva in tasca quando è stato ucciso».

Vedendo la situazione di Roma si è pentita di aver rifiutato la proposta di Giorgia Meloni di candidarsi a sindaco?

«Anzi, sono contenta di aver declinato. Mio padre una volta mi disse di non fargli fare brutta figura: un conto è un errore in una trasmissione televisiva, un altro nella gestione del bene comune. La politica mi appassiona però, non appartenendo a nessuno schieramento, sarebbe stato difficile essere credibile».

Cosa non le è piaciuto del comportamento di Lilli Gruber con Matteo Salvini?

«L’ho trovata particolarmente aggressiva. A volte vedo aggressività nei confronti di alcune persone e condiscendenza verso altri. A casa mia tratto tutti allo stesso modo. Se ho un ospite non lo devo attaccare perché la pensa in modo diverso. Cerco di essere intellettualmente onesta e provo a capire quello che dice».

C’è un’ossessione generale anti Salvini nei media?

«È la stessa che c’era nei confronti di Berlusconi. C’è la paura che possa vincere, che possa essere più forte di loro. Io vorrei che certi programmi mi lasciassero qualche dubbio. Invece, quando vedo che attaccano qualcuno in modo gratuito, mi scatta immediatamente la difesa della persona aggredita anche se non la penso come lei».

Litiga mai con suo fratello Nando che ha sempre militato a sinistra ed è stato parlamentare del Pd?

«Nando mi riconosce il fatto di essere pura perché non faccio parte di nessun coro. Sui social scrivono che sono di destra, altri che sono di sinistra. Qualcuno dice che mio padre si rivolta nella tomba perché mi batto per le minoranze sessuali. Pazienza, è il prezzo del fatto di non essere allineata».

Domenica andrà a votare?

«Certamente, ma proprio a mio fratello l’altro giorno dicevo che non so per chi. Potrei votare Salvini, ma non mi convincono alcune posizioni. Sono d’accordo con lui sulle Ong e su tante altre cose. E il suo pensiero viene spesso riportato in modo estremo. Ma credo che ognuno abbia il diritto di sperare di vivere meglio. Certo, non a scapito nostro, ma non me la sento di tirare indietro la mano».

Quali sono le altre cose su cui concorda con Salvini?

«L’impegno per la sicurezza delle persone e contro le abitazioni violate. L’abbassamento delle tasse e il tentativo di favorire i piccoli imprenditori strozzati dal fisco».

Che pensiero le suscita l’Italia di oggi?

«Mi suscita un grande punto interrogativo. Vedo tanta stanchezza e preoccupazione nella gente che avrebbe voglia di tirare su la testa. Serve un confronto rispettoso».

Che cosa pensa quando guarda le facce delle persone la sera sull’autobus?

«Guardo spesso le facce dentro gli autobus, immagino le storie, le preoccupazioni. Anche negli aeroporti internazionali, guardo le persone che si abbracciano, magari dopo tanto tempo di lontananza. Abbiamo tutti bisogno di un punto di riferimento, di un posto dove rifugiarci».

Mi salvo da sola è un titolo che contiene il riconoscimento del bisogno di salvezza. Farlo da sola è l’esito di troppe delusioni, una forma di presunzione o cos’altro?

«Né troppe delusioni, né presunzione. Noi donne abbiamo realmente una forza che ci porta a non soccombere, siamo più lottatrici. Sono tra quelle donne che non vogliono pesare sugli altri, che non hanno mai cercato l’uomo giusto per svoltare. Ho sempre fatto da sola, anche a costo di farmi del male».

Dopo tante perdite e tradimenti, cosa impedisce che l’amarezza sia l’ultima parola?

«Probabilmente la speranza: una nuova possibilità è sempre dietro l’angolo. Mio nipote mi vuole fidanzata, mi parla dei nonni dei suoi compagni di scuola… Pure a 90 anni crederò nell’amore. In tutte le sue forme».

 

La Verità, 19 maggio 2019

 

«Un codice etico al Salone del libro? Mi auguro di no»

Libri ovunque, naturalmente. Alle pareti, sui tavoli e sulle madie. Nell’attico di Casa Rustici in corso Sempione a Milano, vive Gian Arturo Ferrari, gran signore dell’editoria italiana. «Anche se ritengo che il libro sia la più importante invenzione dell’uomo», premette, «io non sono un bibliofilo. Certo, ne possiedo di antichi, questa è una cinquecentina di Manuzio e mi piace… Ma soprattutto m’interessa quello che c’è scritto dentro. La lettura è come una droga, quando ne scopri il segreto non smetti più». Nato a Pavia, storico direttore generale di Mondadori, autore della voce Libro nella prestigiosa collana dei Sampietrini di Bollati Boringhieri, Ferrari ha calcato anche le stanze di Rizzoli, Einaudi, Electa, Sperling & Kupfer, Piemme. Ora, a settantacinque anni portati senza il sussiego proverbiale di molti intellettuali, si gode la splendida abitazione progettata da Giuseppe Terragni, massimo esponente italiano dell’architettura razionalista. E soprattutto si diverte. Come quando impreziosisce Dago in the Sky di Roberto D’Agostino o scruta con disincanto il polverone che avvolge il Salone del libro di Torino.

Che idea se n’è fatto? Con Francesco Polacchi, editore di Altaforte vicino a Casapound, indagato per apologia di fascismo e lo stand espulso è tutto a posto e niente in ordine?

«In questi giorni mi è tornato alla mente un episodio di gioventù. Era il 1975 e alla Fiera di Francoforte l’editore Giuseppe Ciarrapico aveva proposto una ristampa anastatica di Signal, la rivista delle Ss italiane. Noi smaniavamo nell’onda lunga del Sessantotto e la Germania era un paese conservatore. Con alcuni amici organizzammo una chiassosa protesta, salvo scoprire una quindicina di anni dopo con stupore che Ciarrapico era diventato grande amico di Carlo Caracciolo, editore dell’Espresso e di Repubblica, e mediatore nella spartizione di Mondadori. Perciò, chissà, non escludo che tra qualche anno anche questo Polacchi possa avere un futuro nell’establishment. La nostra Italia è un paese di sorprese e trasformismi».

La levata di scudi contro Altaforte è giustificata o è un eccesso d’intransigenza ideologica?

«Forse è anche il desiderio dei protagonisti di mettersi in evidenza. Personalmente, ritengo che la libertà di espressione non sia negoziabile, esattamente come il non uccidere. Mi sembra evidente che questa querelle sia nata dalla pubblicazione del libro intervista a Matteo Salvini. Tutti i politici hanno fatto libri di interviste. Anche gli ex brigatisti rossi li hanno fatti. Il Salone del libro di Torino è una manifestazione importante e prestigiosa e l’editore si è proclamato fascista. Ma partecipare a una fiera non è una decorazione al merito della Repubblica italiana: si paga per avere uno stand».

La vera causa di tutto è il libro di Salvini?

«Quest’ondata d’indignazione ha illuminato un editore sconosciuto. Finora chi conosceva questa piccola editrice? Di solito i libri dei politici vendono poco, magari stavolta no. Se non produrrà vendite clamorose sarà solo perché in maggioranza i lettori italiani dissentono dalle opinioni di Salvini. Alle europee si prevede che la Lega conquisti la maggioranza relativa, è comprensibile che catalizzi tanta ostilità».

Altaforte c’è da un anno circa, il nome nasce da una sestina di Ezra Pound.

«In Italia ci sono parecchie case editrici orientate a destra, altrettante a sinistra e, in passato, anche, pericolosamente, all’estrema sinistra. Fortunatamente ognuno può pubblicare ciò che vuole. Vogliamo discutere Ezra Pound, uno dei maggiori poeti del Novecento, mentore di Thomas Stearns Eliot? Sì, era un fascista… un po’ come Fernand Céline, addirittura nazista. Saremmo tutti contenti se la qualità artistica coincidesse con quella morale. Spesso non è così».

Chi esce peggio da questa vicenda?

«Mi ha stupito in negativo l’intervento del Comune di Torino e della Regione Piemonte. Non capisco perché le autorità pubbliche debbano stabilire i criteri di ammissibilità degli editori che pagano per esporre i propri libri».

Regione e Comune sono tra i fondatori del Salone.

«Sono favorevole alla distinzione dei ruoli. La sfera morale appartiene solo alla coscienza dei singoli».

L’aut aut posto da Halina Birenbaum, la scrittrice ebrea superstite del lager, ripropone il tema dell’intangibilità della vittima le cui condizioni sono sempre incontestabili e vincenti?

«Io sono un cultore dell’Olocausto. In Rizzoli ho pubblicato il testo di Shoah, il documentario capolavoro di 9 ore di Claude Landzmann sui campi di sterminio in Polonia. Poi l’ho ripubblicato con il dvd da Einaudi. Ho letto quasi tutto sull’argomento, pochi giorni fa ero ad Auschwitz e non per la prima volta. Era comprensibilissimo che la scrittrice deportata non volesse vedere persone che si dichiarano fasciste ed era un suo sacrosanto diritto non partecipare».

L’Olocausto giustifica la censura?

«L’Olocausto è qualcosa da meditare due o tre volte al giorno per capire che cosa gli uomini possono arrivare a fare. Tuttavia, deploro che il potere politico si erga ad arbitro, non credo sia suo compito».

Hanno sostenuto la tesi della censura giusta.

«È un’idea che c’è sempre stata. La civiltà moderna è nata proprio contro questo. Giuste o sbagliate: tutte le censure sono censure tout court. Poi ci possono essere delle questioni di coscienza. Per esempio, un libro che elogia la pedofilia… Ma se si censura, allora dovremmo bruciare anche Lolita di Vladimir Nabokov».

Cosa pensa dell’idea di un codice etico che vagli i partecipanti al Salone?

«Spero proprio di no. Chi decide? Chi è il tribunale titolato a giudicare in caso di controversie?».

Gli editori «salonabili» dovrebbero essere graditi agli intellettuali giusti.

«Allora la stessa cosa dovrebbe valere anche per i festival cinematografici e per ogni altra manifestazione di cultura. Non scherziamo. Questa povera sinistra culturale si trova a vivere in un paese in cui la maggioranza dell’opinione pubblica non la segue più e prova a difendere la propria roccaforte. La vaccinazione morale è un’assurdità. Siamo prontissimi a difendere la libertà d’espressione quando si tratta della nostra, mentre invece va difesa quando riguarda le opinioni a noi avverse».

Stavolta il soggetto censurato ha fatto apologia di fascismo.

«Non è che nel 1945 i fascisti siano spariti. Quello che la Costituzione soprattutto impedisce è la ricostituzione del partito fascista. Per molto tempo qualcuno ha ritenuto che il Msi fosse fuorilegge, dopo di che la Dc decise di non accanirsi. In Germania si è scelta una linea più rigida, con risultati da verificare. Io non sono un giurista e preferisco l’ironia al muro contro muro. La scena dei Blues Brothers in cui John Belushi e il suo socio si lanciano in macchina contro un gruppo di fanatici inneggianti al Führer, procurando loro un bagno fuori programma, mi diverte sempre».

Nel nostro milieu intellettuale pochi possiedono l’arte dello sberleffo dei Blues Brothers. In passato non senza una certa dose di cinismo sono stati pubblicati I Diari di Mussolini «veri o presunti».

«Erano falsi, usiamo le parole nel loro significato. Li rifiutai nonostante le molte pressioni. Gli storici a cui li feci analizzare ne dimostrarono la falsità. La prova regina era il divario cadenzato tra il giorno delle udienze a Palazzo Venezia e quello in cui ne dava notizia Il Popolo d’Italia. Nel diario erano sempre annotate le date della pubblicazione sul giornale».

Il complesso di superiorità di un certo mondo intellettuale è una forma di razzismo culturale?

«Questo era vero 30 o 40 anni fa. La sinistra ha egemonizzato la cultura italiana fino agli anni Ottanta. Oggi sono rimasti solo i brandelli di quel glorioso manto. Certo, provano a stenderlo di nuovo, ma con scarso successo».

Ha mai pubblicato o fatto pubblicare un libro maledetto?

«Quand’ero in Mondadori, unici editori al mondo, pubblicammo i Versetti satanici di Salman Rushdie dopo la fatwa dell’ayatollah Khomeini. Io e altri dirigenti girammo con la scorta per sei mesi. Una parte degli intellettuali criticò la nostra decisione sottolineando che ogni civiltà ha i propri valori, di fatto difendendo le posizioni del regime iraniano. Anche le polemiche per il Libro nero del comunismo furono accese. Molti asserirono che era stato Silvio Berlusconi a volerlo. In realtà, insieme con il capo della saggistica Marco Vigevani, lo acquistammo da un editore francese in un corridoio della Fiera di Francoforte. Berlusconi non c’entrava niente. Pensavamo solo che avrebbe venduto molto. Se nel caso di Rushdie, tra i dubbi di molti dirigenti, fu Carlo De Benedetti a darci una mano a stamparlo, nel caso del Libro nero del comunismo quando fummo attaccati, ci difese Berlusconi, ben contento di farlo».

Secondo Augusto Del Noce, diventando una religione, l’antifascismo ha trasformato il fascismo nel demonio moderno, da qui la sua inafferrabilità e onnipresenza, anche fasulla. Fascismo eterno di Umberto Eco ne ha confermato il carattere soprannaturale. È il nemico necessario per ricompattare la sinistra?

«Il fascismo è la maggiore invenzione politica italiana dell’età moderna. Non a caso Adolf Hitler nutriva grande ammirazione per Mussolini. Prese il potere nel 1922 come risposta alla rivoluzione bolscevica del 1917. Il nazismo, arrivato nel 1933, ha aggiunto l’elemento darwinista della superiorità ariana alla guerra tra comunismo e capitalismo. Gli italiani hanno il copyright mondiale del fascismo, da qui l’ipersensibilità della sinistra sull’argomento. In Germania il nazismo è sepolto, in Italia il fascismo potrebbe tornare. Additarlo, anche dove non c’è, è un’efficace scorciatoia per ricoagulare le stanche truppe dei suoi antagonisti storici».

 

La Verità, 12 maggio 2019

«Vivo in un Truman show, giusto avere un piano B»

Ha visto? Le cose più desiderate e attese sono quelle che riescono meglio», attacca Simona Ventura. «Se si concretizzano, sì», replico.

Lo sa che l’attendono 300 domande?

«Perciò devo rispondere in modo sintetico?».

Vedo che ha colto.

«Bene. Tanto, io sono una palla pazza che strumpallazza».

Prego?

«Era la pubblicità di una palla per giocare. In questo periodo mi sento un po’ così».

Allora cerchiamo di fermare lo strumpallazzamento… Come sta suo figlio Niccolò?

«Molto bene e non solo di salute. Gli sono più chiari i suoi obiettivi. Ma tutti tre i miei figli li vedo focalizzati sui loro sogni, e già il fatto di averli significa che sia io che Stefano (Bettarini ndr) abbiamo lavorato bene».

Che riflessione ha causato la nottata all’Old Fashion?

«È stata una prova che l’ha fatto crescere come, credo, succede a tutti quelli che vanno così vicini alla morte. Per me è un miracolo: quando vedo altre mamme che i figli non li hanno più, provo imbarazzo e affetto per loro anche se non le conosco, come nel caso della madre di Marco Vannini».

Rispetto a qualche decennio fa, ai ragazzi di oggi mancano punti di riferimento?

«Mi faccio spesso un bell’esame di coscienza. I figli sono la mia priorità e come madre ho cercato di dare il meglio, trasferendo loro quello che mi hanno insegnato i miei genitori. Però, forse, per compensare il senso di colpa di essere assorbiti dal lavoro, abbiamo dato ancor prima che loro desiderassero. Se si spiana la strada dai dossi, poi, il primo che si incontra, sembra una montagna».

Argomento frequentato: mi dice qualcosa di nuovo sul suo ritorno in Rai?

«Domenica scorsa sono stata alla Domenica sportiva e mi ha colpito l’affetto delle maestranze. Ritrovare dopo tanto tempo l’affetto delle sarte, dei cameraman, delle persone della vigilanza mi rende felice».

The Voice of Italy è partito bene, ce la farà a imporre un nuovo talento musicale?

«Ce la faremo. Penso che insieme alla rete e alla società di produzione abbiamo scelto le persone giuste. Gli inediti stanno già entrando in tendenza… Credo che The Voice sia un piccolo gioiello che fa musica in modo ironico e giocoso».

Ha scelto una giuria politicamente scorretta.

«Il fighettismo non fa per me. A volte ho avuto incomprensioni con i radical chic, io sono pop. La mia televisione vuole essere includente, per tutti e senza orpelli».

Differenze da X Factor?

«Molteplici. Quando X Factor cominciò in Rai il mercato era fermo. Io e Morgan dicevamo: ok, cantano le cover e poi? Così, abbiamo inventato l’inedito che poi tutti i talent hanno adottato. Giusi Ferreri diventò la regina dell’estate. Poi anche ad Amici sono arrivati i cantanti. A The Voice devi dire un sì o un no alla voce, il look non conta. In tutto il mondo ha grande successo, in Italia no perché non si è riusciti a dare un seguito. La qualità di un talent si vede da quello che accade dopo».

Quando lei starà già facendo Pechino Express e Quelli che il calcio?

«Glielo giuro, non lo so. Non riesco a pensare più cose contemporaneamente. Voglio portare bene a casa questo lavoro che è appena cominciato. Per me è stata una scommessa all in. Quando mi ha chiamato Carlo Freccero ho pensato che volevo venire in Rai. Raramente, seguendo il mio istinto sbaglio… Ovviamente a volte, è successo».

E quando Freccero non ci sarà più?

«Piangerò come Marco Materazzi quando Mourinho lasciò l’Inter dopo la Champions League. Da aziendalista ho un ottimo rapporto anche con l’ad Fabrizio Salini, mio direttore a Fox quando facevo Il contadino cerca moglie».

Ha lavorato in Rai, Sky e Mediaset: differenze?

«Anche su La7 per Miss Italia, da dove sono uscite Giulia Salemi, Clarissa Marchese, Sara Affi Fella, Soleil Sorge».

Chi sono?

«Come, chi sono? Non vede Uomini e donne?».

Torniamo agli editori.

«La Rai è culturalmente elevata e includente. In Mediaset, dal 1994 al 2001, c’era una forza creativa straordinaria. Mi sono trovata bene negli ultimi 3 anni. Mi sono sentita in famiglia nel gruppo di lavoro di Maria De Filippi (Fascino ndr). In Sky sono entrata pensando che fosse molto innovativa, e tecnicamente lo è Ma forse una multinazionale non può avere il sentimento che hanno Rai e Mediaset. È rimasta un’esperienza di cui ho fatto tesoro».

Quanto incide il politicamente corretto in televisione?

«Io sono un po’ bastian contraria: quelli di sinistra pensano che sia di destra e quelli di destra mi etichettano di sinistra. Mi sta bene così. Mi piace arrivare a tutti. A volte chi non è politicamente corretto è considerato pericoloso».

C’è un’overdose di reality show?

«Io non ne faccio in diretta da una vita. Temptation Island vip è stato registrato in 21 giorni ed è ancora il più visto della stagione di Mediaset. La Rai non ha reality e secondo me se n’è liberata un po’ presto. Se li declini verso il basso non li recuperi più, se verso l’alto possono dire ancora qualcosa. Se li fai in diretta, per l’audience o fai cose eclatanti e allunghi».

All’Isola dei famosi del 2004 Aida Yespica e Antonella Elia che si tiravano i capelli nel fango erano il record del trash: poi?

«Quel record è stato ampiamente battuto e… fortuna che il pubblico può scegliere. Comunque, L’Isola era anche altre cose, partiva dalla sopravvivenza, una situazione in cui ognuno tira fuori la sua vera natura. Il gossip era secondario».

Lory Del Santo va al Grande fratello vip per elaborare il lutto della morte del figlio, Fabrizio Corona annuncia a Riccardo Fogli il tradimento della moglie, la figlia di Cristiano De André: tutto ok?

«Non so come funzioni a Mediaset, in Rai impongono delle regole. Poi può sfuggire qualcosa. Ci sono tante variabili in queste cose…».

Anche la tenuta delle coronarie di Fogli…

«Esatto. Se gli viene un colpo? So che c’è un medico bravo però».

Ah be’, allora… Manderebbe i suoi figli in un reality condotto da Barbara D’Urso?

«Non credo vogliano andare, né di Barbara D’Urso né di altri. Non vogliono fare tv come figli di. Trovo che Barbara sia una stakanovista, io non ho la sua energia. Da quello che capisco i miei figli cercano una strada fuori dalla tv. Avranno tempo, Caterina ha 13 anni e, a parte The Voice, guarda solo Youtube».

Che cosa pensa dell’industria del gossip, il gioco di specchi di tv e rotocalchi che si alimentano a vicenda?

«Ho accettato di fare The Voice perché è fuori da questo meccanismo. No gossip e casi umani. Si parla di musica e i giovani si riavvicinano alla televisione. Il pubblico è molto più preparato di qualche anno fa».

Che cosa guarda la telespettatrice Simona Ventura?

«Sono onnivora, anche grazie a Raiplay e Mediaset on demand. Al mattino salto da Agorà a Storie italiane a Mattino 5 a Skytg24. La sera Quarto grado, Franca Leosini, Gomorra su Sky, le serie di Netflix».

Il suo programma di culto?

«Forum al pomeriggio e Uomini e donne di cui sono addicted, Maria lo sa».

Che idea si è fatta del momento difficile di persone come Sandra Milo, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo?

«Sandra è una persona fantastica e mi spiace moltissimo. Un tempo si guadagnava tanto e si pensava che quell’eldorado durasse per sempre. Si era generosi con i figli, sono sbagli da genitori. Oppure si facevano investimenti avventati. Oggi sta cambiando la mentalità e questo comporta morti e feriti. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro e a ricominciare, in questo Internet può aiutare».

Quanto è difficile preservare la vita da una professione che è molto più che una professione?

«Io potrei smettere anche domani. Mi piace molto questo momento, ma sono temprata a ogni situazione. So cosa succede se si spegne la luce, ho sempre avuto un piano B. Altre colleghe non lo so».

Vivete dentro un grande Truman show, come una volta disse Maria De Filippi?

«Un po’ mi sento così, ma me lo sono scelto. La famiglia è fondamentale. Certo, quando lavoro m’impegno a testuggine, i miei figli lo sanno. Quando non lavoro sono tutta per loro. Un po’ corre il cane, un po’ corre la lepre».

Segue la politica?

«La seguo, ma faccio finta di no».

C’è qualcuno che le piace di più?

«Mi piacciono le persone più dei partiti. Alle Europee voterò per una persona».

Ma non mi dice chi è.

«No. Vorrei che in questo Paese ognuno potesse esprimere la propria opinione essendo rispettato».

Anche se non è mainstream?

«Soprattutto. Vorrei che potesse dirla anche se non la condivido».

Alla Voltaire.

«Esattamente».

Se dovesse condurre un talent di politici chi chiamerebbe in giuria?

«Chiunque può fare la giuria, ma in realtà, penso che i politici ci siano già, dovrebbero solo essere aiutati a decidere. Con Internet dovrebbe essere tutto più rapido ed elastico, invece per fare una legge ci vogliono anni. Siamo il Paese del non cambiamento, ingessato dalla burocrazia e dagli apparati. Vorrei che ripartissero i cantieri e che le tasse fossero al 20%».

Giovanni Terzi è l’uomo giusto?

«Lo spero con tutta me stessa. Posso dire che è una persona eccezionale».

Qualche anno fa la vedevo a messa la domenica sera dopo che aveva condotto Quelli che il calcio: ha cambiato abitudini?

«Quella della messa domenicale sì, è un po’ cambiata: più facile che entri in chiesa in momenti meno tradizionali. Ho imparato a pregare il Signore anche quando non sono in difficoltà. Negli anni mi sono appassionata a quello che fanno le case famiglia per il bene delle persone».

Se il Torino andasse in Champions League?

«Spererei che ci rimanesse, così come se andasse in Europa League. Grazie a un presidente che ha una strategia, il Toro è una bella favola. Tra le poche del calcio italiano».

 

Versione originale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019

«Insegno a scrivere con l’aiuto di Brian Eno»

Giulio Mozzi è nato a Camisano Vicentino nel 1960 e vive a Padova. Dopo il liceo, grazie a un corso per dattilografi, è entrato in Confartigianato. Nel 1989 si è fatto assumere come magazziniere alla Libreria internazionale Cortina. Dal 1993 ha iniziato a tenere corsi di scrittura creativa. In quello stesso anno ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti. Nel 1996 La felicità terrena è finalista al premio Strega. Dal 1997 la scrittura e «attività collegate» diventano la sua professione. È stato consulente di importanti case editrici, da Theoria a Einaudi, attualmente lo è di Marsilio. Ha fondato Vibrisselibri, bollettino di letture e scritture online, creato la Bottega di narrazione e scoperto o consacrato alcuni tra i maggiori talenti narrativi degli ultimi anni (tra loro Tullio Avoledo, Leonardo Colombati, Vitaliano Trevisan). Su YouTube si trovano sue lezioni e bizzarri video come Tutta la verità su Giulio Mozzi, 90 secondi in cui scorrono avvertenze e titoli di coda senza che si veda un’immagine o si legga una nota biografica.

Siccome a volte risponde con un’altra domanda, intervistarlo è un gioco enigmistico, una caccia al tesoro con tante retromarce. Come lo è la lettura di Oracolo manuale per scrittrici e scrittori, sagace saggio, appena pubblicato da Sonzogno, sull’arte della narrazione, e composto da 200 massime stampate in grassetto sulla pagina di destra e brevemente spiegate su quella di sinistra.

Perché il suo libro non ha le pagine numerate?

«Perché sarebbe stato brutto da vedere. Il suo modello non sono altri libri, ma un mazzo di carte».

Com’è nata l’idea?

«Un giorno, sul treno diretto a Venezia per andare in Marsilio, riflettevo sul fatto che per le mie lezioni uso le Strategie oblique di Brian Eno e Il piccolo libro delle risposte di Carol Bolt. Sono curiosi manuali i cui suggerimenti, anche se non immediatamente utili, fanno pensare. Perché non fare qualcosa del genere per la letteratura di narrazione? mi son detto. In casa editrice Patricia Chendi mi ha subito incoraggiato. La sera a casa, in un’unica sessione di lavoro, ho buttato giù 170 pagine di massime».

Senza sbirciare le Strategie oblique?

«Tutt’altro. Per coerenza, ho pescato dal mazzo e mi è uscita questa carta: “Preparazione lenta… esecuzione veloce”. La mia preparazione sono 25 anni di scuola di scrittura e le massime sono uscite in poche ore. Quanto più sono “vuote”, tanto più sono versatili. Il segreto è nel fatto che il lettore si accosta con atteggiamento confidente a un gioco che mette in moto l’immaginazione».

L’Oracolo manuale serve per incoraggiare o per dissuadere alla scrittura?

«Serve per mettere alla prova. Poi è il lettore, potenziale scrittore, a decidere».

Non sono troppi gli scrittori o aspiranti tali in circolazione?

«Qual è il criterio per determinarlo? L’incremento nel numero dei lettori e degli scriventi è una conseguenza dell’alfabetizzazione universale. Se qualcuno pensa che sia un male sono problemi suoi».

Ci sono quasi più scrittori che lettori in Italia.

«Li ha contati? Se no, è una supposizione priva di sostanza».

Ha sostanza il fatto che pile di libri restino intonsi negli scaffali e che l’Italia abbia un indice di lettura tra i più bassi d’Europa?

«Sono problemi dell’industria editoriale non degli scrittori».

Quanti vivono davvero di scrittura?

«Non conosco le dichiarazioni dei redditi dei miei colleghi. Tanti vivono di attività connesse, io per primo. Non è scritto da nessuna parte che la scrittura debba essere una professione di cui campare. Ha senso che lo sia per i giallisti, gli autori di noir o di fantascienza, per altri generi ce l’ha di meno».

Le scuole creano scrittori d’allevamento?

«Bisognerebbe prendere un po’ di libri scritti da persone passate per le scuole e vedere se è davvero così».

Secondo lei?

«Non lo so perché è un lavoro che non ho fatto. Si dovrebbero considerare i libri scritti, non solo quelli pubblicati, perché su questi interviene il lavoro degli editori».

Ho condiviso un tweet che diceva: «Sono l’unica persona che conosco che non ha scritto un libro e non si è fatta un tatuaggio»: meglio un brutto libro scritto in meno e un bel libro letto in più?

«Il fatto che ci siano i divorziati non significa che sia insensato innamorarsi. Quanta gente ogni giorno cucina per sé, per la famiglia, per gli ospiti senza essere uno chef? Togliamo alla scrittura l’aurea che l’avvolge, è una cosa normale come cucinare o fare due chiacchiere al bar. Dopo di che ogni scritto avrà la circolazione che si merita. L’industria deve selezionare e pubblicare opere belle o di successo per pagare gli stipendi. Meglio ancora se sono sia belle che di successo».

Come le venne l’idea di creare una scuola di scrittura nel 1993?

«Me lo chiesero quelli del circolo Arci Lanterna magica, non ci avevo pensato io. Sono il rampollo di una famiglia colta, ho sempre parlato italiano e scritto bene. A scuola la principale differenza tra chi scriveva bene e chi male era il reddito, ma gli insegnanti dicevano che la scrittura è un dono, c’è chi ce l’ha e chi no».

Invece, non è un dono?

«Sì, della cultura di famiglia e del reddito. Sono figlio di biologi, non di letterati. Siccome la scuola ha abdicato a questo compito, bisognava che qualcuno se lo assumesse. Da quando ho iniziato a insegnare le cose sono cambiate e anche la scuola è tornata a preoccuparsi della scrittura».

Quanto sono determinanti le radici e il posto in cui si nasce?

«Mi ricordo bambino, seduto sul tappeto del salotto di casa a Sottomarina di Chioggia. I miei genitori leggevano il Corriere della Sera, Epoca e Grazia, mio fratello maggiore il Corriere dei piccoli, mia sorella Michelino e io Miao. La televisione arrivò tardi, ascoltavamo molta musica e la mia aspirazione era crescere per cominciare a leggere Michelino, poi il Corriere dei piccoli…».

Come scopre talenti letterari?

«Le racconto un aneddoto. Il 30 aprile 1988 lavoravo ancora in Confartigianato ed ero a Roma per un convegno. Un pomeriggio libero entro in una libreria e m’incuriosisce un libriccino di poesia: l’autrice è romana ed è nata nel 1970, perciò ha pubblicato quei versi a 17 anni. Vado alla Sip per consultare la guida telefonica trovando che in città solo otto persone hanno il suo cognome. Dopo un’ora sto bevendo il caffè offerto dalla madre. Lei rincasa poco dopo, è stata dalla parrucchiera per prepararsi al diciottesimo compleanno per il quale la zia le ha regalato quella pubblicazione da un editore a pagamento. All’inizio è diffidente davanti a un estraneo piombato in casa… Ma da lì comincia un rapporto epistolare che dura tuttora, migliaia di lettere. Lei è Laura Pugno, poetessa e scrittrice entrata nella cinquina del Campiello e direttrice dell’Istituto di cultura italiana di Madrid. Queste vicende mi appagano».

Perché?

«Perché quando leggo qualcosa di bello mi appassiono e cerco di stabilire un rapporto. Non mi sono mai particolarmente emozionato per la pubblicazione dei miei libri, ma la prima volta che ne ho preso in mano uno che avevo patrocinato mi sono fatto un pianto».

Cosa intendeva dire quando, intervistato da Pangea, ha confessato che la sua migliore qualità «è aver smesso di scrivere»?

«I giocatori d’azzardo più abili sono quelli che sanno fermarsi al momento giusto. Negli anni precedenti avevo pubblicato molti racconti e mi sembrava di aver finito. Così mi sono cimentato con altri generi».

Come in 10 buoni motivi per essere cattolici?

«Sì. Dopo una conversazione con una persona che, pur professandosi cattolica praticante, sosteneva che la Chiesa non annunciava la resurrezione della carne, con Valter Binaghi – già autore di Re nudo, convertito e grande amico – abbiamo deciso di scrivere questo libello. Avevamo realizzato che il cristianesimo è la religione più sconosciuta d’Italia».

Coraggiosi, chissà che reazioni.

«Un po’ di rumore e qualche discussione con Michela Murgia».

I romanzi che restano nascono da una tecnica o da esperienze forti, conflitti, solitudini, ossessioni?

«Rispondo a una domanda che non mi ha fatto: la tecnica è insegnabile e può essere oggetto di un’attività didattica, tutto il resto è educabile e può essere oggetto di una pedagogia».

La pedagogia c’entra con l’essere, la didattica con l’esercizio.

«Il lettore di romanzi dà credito a una storia che sa essere inventata. L’autore di romanzi dà credito a una storia che inventa o almeno trasfigura».

Qual è la sua diagnosi sullo stato di salute dell’italiano?

«Ogni lingua evolve. La natura sintetica della lingua italiana è stata stabilita attraverso atti di governo. Mentre constatiamo che c’è un’osmosi interessante tra italiano e dialetto, la capacità di assorbire le lingue di chi viene in Italia – romeni, albanesi, asiatici – è piuttosto ridotta».

In compenso, grazie alla tecnologia e alla pubblicità, ormai parliamo tutti l’italenglish.

«Che nell’italiano entrino parole di altre lingue non è né un bene né un male, ma un dato di fatto. Poi c’è il gusto personale, per il quale io stesso tendo a sfrondare – francesismo – certi neologismi di uso comune e di scarsa efficacia. Ma non si possono fare leggi per impedire l’uso di parole straniere. Alessandro Manzoni parlava in milanese e in francese, ma la lingua in cui scriveva era un’altra. Possiamo accusarlo di aver contribuito alla distruzione del lombardo perché scriveva in una lingua inventata da lui con influssi di fiorentino?».

Quali sono gli ultimi grandi romanzi italiani?

«Direi Il quinto evangelio di Mario Pomilio, da poco ripubblicato, Tanto gentile e tanto onesta di Gaia Servadio, primo romanzo postmoderno scritto in Italia, e La messa dell’uomo disarmato di Luisito Bianchi, romanzo resistenziale teologico di 800 pagine. Li prediligo per l’innovazione formale e per la potenza della storia. Sono estranei al canone novecentesco, ma questo non è un problema mio».

 

La Verità, 28 aprile 2019

«Vi racconto la Madonnina più diffusa al mondo»

L’immagine mariana più diffusa al mondo viene da un dipinto scomparso di un soggetto che non è Maria di Nazareth. Miracoli della devozione e della fotografia. E paradossi della storia: quella di Madonnina, com’è stato ribattezzato il quadro, realizzato non da Caravaggio, da Leonardo, da Tiziano o Raffaello, ma da un italiano sì, sebbene meno noto dei grandi maestri rinascimentali. L’autore si chiama, infatti, Roberto Ferruzzi e nacque a Sebenico, in Dalmazia, nel 1853, da madre italiana. È il protagonista di una vicenda misteriosa e ricca di colpi di scena di cui, non a caso, si è occupato Chi l’ha visto? di Rai 3 (e Antonio Socci) nel tentativo di ritrovare finalmente il quadro che l’ha originata.

La Madonnina dipinta da Roberto Ferruzzi Nel 1896, Il soggetto era Angelina Cian, una ragazza di Venezia e in origine il dipinto si intitolava Maternità

La Madonnina dipinta da Roberto Ferruzzi nel 1896, Il soggetto era Angelina Cian, una ragazza di Venezia e in origine il dipinto si intitolava Maternità. L’anno dopo vinse la seconda Biennale d’arte

Come il pittore che l’ha dipinto, anche il pronipote, discendente di quella famiglia, si chiama Roberto Ferruzzi. E anche lui, oltre alla passione per la pittura che l’ha portato a scegliere Venezia come patria d’elezione e ad aprire una galleria nel sestiere Dorsoduro, a un passo dal Museo Peggy Guggenheim, ha una vita movimentata da raccontare. Nato a Santiago del Cile – dove il padre, altro Roberto pittore, si era trasferito, diventando amico di Pablo Neruda – ha studiato in Danimarca e in Svezia e insegnato in Francia. Chioma fluente e occhi azzurri, Roberto Ferruzzi jr. è una guida d’arte, ma soprattutto un perito, studioso di pittura e ceramica antica e redige expertise che certificano l’autenticità delle opere.

È la persona giusta per ritrovare il quadro del bisnonno?

«Non sa quante mail e lettere mi arrivano. Dal Canada, dagli Stati Uniti, dalle Filippine, dai posti più lontani. Tanti sono convinti di possedere la tela originale. Ma mi basta uno sguardo per accorgermi che sono riproduzioni».

Ricominciamo dall’inizio. Madonnina è un quadro che non ritrae la Madonna, giusto?

«Giusto. È un dipinto nato come Maternità. La persona ritratta è Angelina Cian, una ragazza di 15 o 16 anni, veneziana, che tiene in braccio il fratellino Romeo».

Non erano di Luvigliano, sui Colli Euganei? È partita da lì la richiesta a Chi l’ha visto? di riattivare la ricerca del quadro e c’è una casa con la lapide intitolata al «pittore di Madonnina».

«Sì, è partita da lì. Ma a me risulta che i Cian fossero di Venezia, ho conosciuto dei parenti del fratellino. Tra qualche giorno dovrei avere nuove informazioni. Attorno a quel dipinto ci sono tante leggende, tanti racconti, ma è difficile avere certezze. Lui faceva la spola tra Luvigliano e qui, dove aveva altre abitazioni, anche un palazzo alle Zattere, davanti alla Giudecca, e diverse altre attività».

Come arrivò sui Colli Euganei da Sebenico?

«I Ferruzzi erano tra i maggiorenti della città, amici di Niccolò Tommaseo, il linguista e patriota. Erano avvocati. Anche il bisnonno Roberto aveva fatto studi di diritto, ma sentiva la passione per l’arte e la pittura. Come poi il nonno Ferruccio, laureato in legge, ma antiquario e restauratore d’arte, e mio papà. Bene, sua madre era di Conegliano, nel trevigiano. Tutta la famiglia era di casa in Veneto, che allora era una terra unica con la Dalmazia, anche se era sotto l’impero asburgico. Il bisnonno si era iscritto a giurisprudenza a Padova, ma gli piaceva sempre di più dipingere. Già nel 1884 aveva partecipato all’Esposizione di Torino con un Ritratto di vecchio, che per me è il suo dipinto migliore. Poi nel 1896 chiese ad Angelina di posare in studio con il fratellino Romeo».

Era la seconda di quindici figli.

«Si dice così. Nelle famiglie numerose, i figli più adulti si occupavano dei piccoli».

Intanto il bisnonno si era stabilito a Luvigliano.

«Aveva sposato Ester Sorgato, famiglia padovana tra le prime ad aver creato i dagherrotipi. Dopo qualche tempo vissuto a villa Tolomei di Torreglia, si era fatto costruire una casa a Luvigliano, ai piedi del monte Sengiari, dove risiedeva soprattutto d’estate. Aveva creato una sorta di cenacolo di artisti veneti e non solo. Conosceva tanta gente perché viaggiava molto, Firenze, Roma. Alle serate si univano notabili padovani e veneziani. Tra loro c’era anche Cesare Pollini, il musicista che diede il nome al conservatorio di Padova, suo grande amico, che lui ritrasse nel 1905».

Il quadro della Madonnina gli aveva dato una certa notorietà perché aveva vinto la seconda edizione della Biennale d’arte del 1897.

«Così si dice, ma non so se vinse la Biennale o la sezione riguardante i soggetti sacri o i soggetti femminili».

A cosa si deve il passaggio da Maternità al titolo sacro di Madonnina? Un giornale di Sebenico analizzando le espressioni della giovanetta scrisse che «la fanno più che umana, un’apparizione celeste».

«In origine il dipinto aveva toni sfumati, il volto aureolato da un fazzoletto giallo, lo scialle azzurro. L’ho trovata dappertutto, in tantissime versioni, mosaici, acquerelli, in chiese e santuari… È un’immagine universale. In America la chiamano The Madonna of the Streets (La Madonna delle strade ndr). Sei o sette Paesi hanno stampato i francobolli con la Madonnina. Anche a Dubai, dove sono musulmani».

Com’è possibile che il ritratto di una ragazza sconosciuta di un pittore che, senza offesa, si può definire minore, diventi l’immagine sacra più riprodotta al mondo?

«Roberto Ferruzzi non era famoso come altri artisti dell’epoca, Giacomo Favretto, Luigi Nono o Alessandro Milesi. Però era noto, aveva già partecipato a diverse esposizioni. Dipingeva per passione, non per necessità, non sapeva cosa fosse l’invidia. Credo che la diffusione dell’immagine sia dovuta ad Alinari, la casa di fotografi fiorentini. Appena la videro l’acquistarono per tremila lire, una cifra astronomica per l’epoca, e se la portarono a Firenze. Una volta lì, la fotografarono e, con il loro senso degli affari, iniziarono a vendere le riproduzioni in giro per il mondo. Come poi si sia scatenata questa diffusione di massa è difficile dire».

Il resto della famiglia Ferruzzi era rimasto a Sebenico?

«No. Mio nonno Ferruccio, figlio di Roberto, non stava bene in Dalmazia, dove non tirava aria buona per gli italiani. L’Austria faceva sponda sui croati per isolare i veneti. Così, il nonno antiquario decise di vendere le proprietà, di trasferirsi a Venezia e si arruolò come volontario per combattere contro l’Austria nella Prima guerra mondiale».

Intanto il padre stava a Luvigliano e il quadro dove si trovava?

«Era nella collezione Alinari. Ma dopo qualche anno decisero di venderlo, riservandosi i diritti di riproduzione».

Lo acquistò l’ambasciatore americano in Svizzera?

«È una delle cose che si dicono, ma non ho documenti che lo attestino».

C’è anche la storia della nave sulla quale l’ambasciatore lo imbarcò, ma che sarebbe affondata durante la Seconda guerra mondiale. Altri sostengono che la tela sarebbe finita in una collezione privata in Pennsylvania.

«È una possibilità, ma all’archivio Alinari non ne sanno nulla. È un secolo che il quadro non c’è più. Come le ho detto, mi arrivano tante fotografie, brutte riproduzioni di olii su tela. Fino adesso un quadro bello e credibile non si è visto. Anche un importante antiquario francese mi ha portato il dipinto, ma l’ho confrontato con altre opere del bisnonno e non mi ha convinto. L’altro giorno mi è arrivata l’ennesima fotografia dall’America di persone che giurano si tratti dell’originale. La esaminerò nei prossimi giorni, con calma».

Siamo curiosi. Le copie e le riproduzioni sono infinite, l’originale è uno.

«La storia serve a valutare le opere, ma io non mi appassiono ai misteri e ai gialli. Ho un approccio empirico, esistono delle regole per riconoscere l’autenticità di un dipinto. Innanzitutto il carattere della tela, il tono, poi l’impasto del colore, gli accostamenti, la sensibilità materica, la freschezza, l’immediatezza… Sono cose tecniche. Ci possono essere tele apparentemente identiche, tutto uguale… ma non hanno la vibrazione, la luce dell’originale, restano sorde allo sguardo».

Che fine fece Angelina, la ragazza del dipinto?

«Sposò Antonio Bovo e emigrarono in California all’inizio del secolo scorso. Si dice che ebbero molti figli, ma il marito morì prematuramente. Lei si ammalò e morì in manicomio. I figli crebbero in orfanotrofio».

È vero che una di loro si fece suora e scoprì solo tornando a Venezia in vacanza che sua madre era la modella dell’immagine sacra più riprodotta al mondo?

«Sembra siano andati a vivere a San Francisco, dove il terremoto del 1906 devastò la città e i contatti tra la famiglia veneziana e Angelina s’interruppero. Ripresero dopo molti anni».

Che cosa c’entra Pablo Neruda in questa storia?

«Niente. Però quando si seppe che mio padre era il nipote dell’autore della Madonnina gli fu data un’importante commessa in Cile. Perciò io sono nato a Santiago. Con Neruda s’instaurò un rapporto di amicizia e una volta a Venezia fu ospite a casa nostra. Quando era ambasciatore a Parigi i contatti si fecero frequenti».

È vero che lei possiede altre opere del bisnonno?

«Certo, ma me le tengo».

Perché?

«Mi piace nel segno e nel colore. Ci sono delle caricature bellissime e qualche paesaggio di Venezia com’era a quei tempi».

Mi tolga una curiosità: lei è poco coinvolto perché la storia riguarda un soggetto religioso?

«No, non è così importante il soggetto, ma come viene interpretato. Mi piacciono opere di maggior carattere. Per esempio il Ritratto di vecchio venduto a Torino».

In tutta sincerità, che idea si è fatto delle sorti del dipinto? Pensa che si ritroverà o dobbiamo rassegnarci?

«Come faccio a leggere il futuro?».

 

La Verità, 21 aprile 2019

 

 

«I poteri forti del calcio controllano la critica»

Buongiorno Maurizio Pistocchi: anche lei si è rinnamorato dell’Ajax?

«Io sono da sempre innamorato di un’idea di calcio che prevede il possesso e il controllo del campo e del pallone. Ho avuto la fortuna di lavorare con Arrigo Sacchi…».

Quando?

«Dal 1979 al 1981 come dirigente accompagnatore della primavera del Cesena».

Il calcio di Sacchi nasceva dal primo Ajax di Rinus Michels e Johan Cruijff?

«Sacchi era un allenatore di straordinaria cultura. Mutuò il pressing da Michels, la linea della difesa mobile dall’Argentina di Luis Menotti e la zona totale dai brasiliani. Assemblò tanti concetti. E soprattutto fu capace di trasferirli ai campioni, cosa tutt’altro che facile».

L’Ajax di oggi è un gioiello tecnico e tattico che viene da lontano.

«L’Ajax è l’inizio, tutto nasce dall’Olanda. Anche il Barcellona dov’è cresciuto Pep Guardiola, uno dei maggiori innovatori del calcio mondiale, era allenato prima da Cruijff e poi da Frank Rijkaard. È qualcosa che poi abbiamo visto nel Napoli di Maurizio Sarri e, appunto, nelle squadre di Guardiola».

Maurizio Pistocchi, giornalista scomodo di Mediaset, non ha più uno spazio da opinionista: scomparso. In un ambiente nel quale imperversano Mario Sconcerti e Ilaria D’Amico e la minima critica ai poteri forti suona lesa maestà, se ne sente la mancanza. Qualche giorno fa, per esempio, dopo Juventus-Milan e le successive polemiche per l’arbitraggio virato in bianco e nero, Sconcerti ha vergato un commento intitolato: «Juventus, quegli immensi distacchi che annullano gli errori arbitrali». Pistocchi ha replicato a stretto giro su Twitter (oltre 100.000 follower): «Ben Johnson, quegli immensi distacchi che annullano gli effetti del doping (Seul, 1988). Sconcertante».

Senta Pistocchi, noi ci siamo rinnamorati dell’Ajax, ma in semifinale andrà la Juventus.

«La Juventus è una squadra esperta, che ha abitudine ai grandi match ed è capace di sfruttare al 100% le occasioni. È favorita, ma lo era anche prima della prima partita».

Solito dilemma: estetica o praticità?

«Dissento. Come si può definire poco pratica una squadra che ha vinto 4-1 al Santiago Bernabeu? Non è bellezza fine a sé stessa. L’Ajax cerca il risultato attraverso il gioco, la Juventus attraverso le qualità individuali».

È difficile coniugare ricerca della bellezza e risultato?

«Una grande squadra dovrebbe perseguire questo obiettivo. Prima della finale di Coppa dei campioni con la Steaua Bucarest Silvio Berlusconi disse che la filosofia del Milan era <vincere e divertire>. Il giorno dopo L’Équipe scrisse che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Quel Milan è stato la squadra più importante del calcio italiano perché ha vinto e convinto. Non è mai stato insultato a fine partita. Vinse lo scudetto a Napoli uscendo tra gli applausi. Oggi, gran parte delle squadre italiane anziché puntare a divertire il pubblico giocando un calcio offensivo e di qualità, prediligono un gioco <risultatista>, basato sugli errori dell’avversario e lo sfruttamento delle situazioni. Il nostro è sempre stato un calcio avaro e speculativo».

Che cosa pensa delle dichiarazioni di Massimiliano Allegri quando, a proposito di un fallo non enfatizzato da Douglas Costa, ha detto che «bisogna crescere anche in questo, non si gioca puliti a calcio»?

«Penso che siano cose da dire al massimo dentro uno spogliatoio, non certo in televisione. Altrimenti, poi, non lamentiamoci se le partite delle giovanili sfociano in risse tra ragazzi, genitori, arbitri».

Il calcio, come tutto lo sport, dovrebbe essere il territorio della lealtà, invece è una cosa sporca?

«Quando ero bambino c’erano Omar Sivori, Valentino Angelillo e Humberto Maschio, tre argentini soprannominati gli angeli dalla faccia sporca, parafrasando il titolo di un famoso film. Erano campioni che praticavano un calcio di strada in cui era ammesso tutto. Per molti il calcio non è solo uno sport, ma una forma di rivalsa sociale, l’espressione di una mentalità. Noi siamo il Paese di Machiavelli, del fine che giustifica i mezzi».

La Juventus è antipatica perché vince troppo?

«Credo che possa risultare antipatica per come vince. Il problema non è la vittoria in sé, ma come arriva».

Cosa pensa dell’introduzione del Var e della sua applicazione?

«È una novità importantissima. Quando nel 1991 conducevo L’Appello del martedì in un’intervista a Tv Sorrisi e canzoni fui il primo a sostenere la necessità della moviola in campo. Oggi il protocollo di utilizzo va perfezionato, applicandolo anche nelle situazioni dubbie. Gli arbitri faticano ad accettare il Var perché pensano di perdere autorità. In realtà, io credo che tolga autoritarismo, ma aumenti l’autorevolezza dell’arbitro, anche e soprattutto quando ha il coraggio di correggersi».

Parlando di Ajax e Juventus lei ha segnalato il monte stipendi diverso delle due squadre, citando una frase di Cruijff: «Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol». Alla lunga però la forza finanziaria aiuta.

«La Juventus è stata brava perché ha avuto visione, ha costruito lo Stadium, ha creato un progetto finanziario, ha realizzato un’operazione di marketing acquistando Cristiano Ronaldo che, con 206 milioni l’anno rappresenta, da solo, il quinto fatturato della Serie A. Poi ha avuto la fortuna di un allenatore come Antonio Conte che l’ha presa al settimo posto e l’ha portata al primo nell’unico anno in cui, con Allegri sulla panchina del Milan, Zlatan Ibrahimovic non ha vinto lo scudetto. Ha costruito i suoi successi sul lavoro e la qualità, avendo come unico competitor il Napoli di Sarri che l’anno scorso le ha conteso il primato fino a prima di Inter-Juventus, arbitrata da Orsato».

Quanto è significativo il fatto che Juventus e Napoli siano di proprietà italiana, mentre Inter, Milan e Roma no?

«Il calcio è spesso lo specchio di un Paese ed è indubbio che l’Italia sia in crisi. Se imprenditori come Massimo Moratti e Berlusconi hanno lasciato qualcosa vorrà dire. Il nostro sistema è dispendioso e indebitato perché impostato su assetti vecchi. I nuovi proprietari di Roma, Inter e Milan hanno trovato bilanci in crisi. Per acquistare Ronaldo la Juventus si è finanziata con l’emissione di un bond pur avendo alle spalle un’azienda come Fca con sede in Olanda. L’unico contraltare è il Napoli di proprietà di Aurelio de Laurentiis che, con possibilità molto inferiori, rimane sulla breccia».

L’uniformità dell’informazione e la mancanza di critica ai poteri forti è determinata dagli investimenti pubblicitari? Per esempio i 104 milioni investiti nel 2016 da Fiat, terzo big spender dietro Volkswagen e Procter & Gamble?

«Ogni mese i giornali, compresi quelli sportivi, registrano un calo medio del 10% sull’anno precedente. È evidente che la squadra con il maggior numero di tifosi, perciò di potenziali acquirenti o abbonati, possa di fatto condizionare il lavoro dei media. È naturale che, investendo molto denaro, le società che fanno capo a Fca siano difficilmente scontentabili. Tanto più se l’ufficio stampa della Juventus riesce a controllare tutto quello che viene detto e scritto».

È questo anche il motivo per cui è difficile realizzare una serie tv su Calciopoli?

«Mi pare l’abbia detto piuttosto chiaramente Luca Barbareschi, il quale realizzerà una serie sul calcio e le scommesse che non riguarderà Luciano Moggi».

Che cosa pensa dell’idea di trasformare la Champions League in un campionato europeo per club da disputare nei weekend spostando i campionati nazionali durante la settimana?

«Penso sia un’idea che distruggerà i campionati. Per fortuna, essendosi espresse in senso contrario sia Bundesliga che Premier league, sarà difficilmente attuabile. Quest’anno la Premier ha portato quattro squadre ai quarti di Champions, è la competizione più venduta nel mondo e incassa 3 miliardi di euro di diritti, contro i 900 della Serie A. Infine, occhio al rischio saturazione. In Gran Bretagna, dove gli stadi sono pieni, le partite trasmesse sono 180 all’anno, da noi 400. Prima di pensare al campionato europeo per club dovremmo decidere se consideriamo il calcio un fatto popolare o un hobby per oligarchi e grandi famiglie».

Perché non sappiamo creare vivai come l’Ajax e il Barcellona con una propria impronta sportiva?

«Perché abbiamo fretta. La Juventus, che lo potrebbe fare, si accontenta di vincere senza puntare a creare uno stile. Nello spogliatoio del Manchester united di Ferguson c’era un cartello che diceva che più delle vittorie conta lo stile. Al Real Madrid, se vinci giocando male ti mandano via, ne sa qualcosa Fabio Capello. Da noi, a chi osservava che la squadra più vincente non fa spettacolo, l’allenatore ha risposto che conta vincere e che per lo spettacolo si deve andare al circo».

Che idea si è fatto del caso Icardi?

«È qualcosa che può succedere in un gruppo di 25 milionari dove il più ricco sta sul piedistallo e diventa antipatico a tutti. È un fatto causato dalla scarsa integrazione nel gruppo. Il contrario di quello che ha fatto Cristiano Ronaldo, un campione umile che si è messo a disposizione della squadra».

Che cosa serve al Milan per tornare grande?

«Tutto deriva dal tipo di calcio che si vuole praticare. Penserei al Barcellona o al Manchester City e costruirei un vivaio con quella filosofia. In Italia abbiamo lasciato andare via Sarri, che al primo anno in Premier è terzo e ha un piede in semifinale di Europa League. Guarda caso l’allenatore consigliato da Sacchi ad Adriano Galliani quand’era all’Empoli».

E all’Inter cosa manca?

«Qualche grande giocatore e la scelta della direzione da prendere tra Marotta che vorrebbe Conte, chi vuole tenere Luciano Spalletti e l’ala morattiana favorevole al ritorno di José Mourinho. Se sai quale calcio vuoi giocare impari a valutare la tua rosa e magari non cedi Zaniolo».

Cosa pensa quando vede Berlusconi e Galliani proprietari del Monza calcio?

«Che tutti invecchiamo e anch’io domenica (oggi per chi legge ndr) compio 63 anni».

Tanti auguri, allora. Pensi che ti rivedremo in televisione?

«Grazie, sarà difficile. Le cose e le persone cambiano. E non sempre in meglio».

La Verità, 14 aprile 2019