«E io che non volevo cantare Non ho l’età…»

«Per le fotografie chiami il mio agente… Le do il numero… Guarda… mi ha mandato un ritaglio di giornale… Il New Musical Express: “Gigliola Cinquetti meets the Stones”… C’è una foto mia con Brian Jones, Charlie Watts e Bill Wyman… Che storia… I Rolling Stones erano la band emergente… È del 15 maggio 1964». La voce di Gigliola Cinquetti è sempre vellutata e sensuale come ai tempi di quel copernicano ritaglio di giornale: primo febbraio di quello stesso anno, vittoria rivelazione al 14° Festival di Sanremo. Una voce che nasconde una personalità ben diversa da quella che la leggendaria Non ho l’età faceva pensare.

Signora Cinquetti, guarderà il Festival di Sanremo?

«Lo guardo sempre, è una festa italiana alla quale non si può mancare».

Che cosa le interessa di più, le canzoni, lo show, gli ospiti?

«Il Festival è un’espressione del modo di fare televisione oggi. Mi interessa il linguaggio televisivo perché la tv ha formato e condizionato la mia generazione. Poi, sebbene sia stata data per morta tante volte, tuttora dà contenuti agli altri media».

La tv ha condizionato la sua generazione, e oggi?

«Si vedono proposte di qualità e altre abominevoli. Ma non è tutto da disprezzare».

Esemplifichiamo?

«Non voglio fare la maestrina che dà i voti».

Quali edizioni di Sanremo apprezza di più? Carlo Conti o Fabio Fazio?

«La formula mi è indifferente. Mi piace la festa dell’Italia che si ritrova su Rai 1 con i cantanti. In queste sere divento abbastanza acritica e credo lo siano tutti gli italiani. Abbandoniamo l’atteggiamento razionale e lasciamo prevalere le emozioni».

Come se lo spiega?

«Forse perché è una di quelle manifestazioni che ci sono solo da noi. Un paio d’anni fa ero in Francia e si parlava del Festival: “Noi non abbiamo niente come Sanremo, com’è possibile?”, dicevano increduli i francesi. Poi c’è un’altra cosa che si ripete ogni anno…».

Sentiamo.

«Dopo la prima mezz’ora diciamo tutti: “Oddio, quest’anno è veramente uno schifo”. Invece, poi comincia a piacere. Naturalmente non è vero né che sia pessimo né che sia splendido. È come siamo noi».

Ne apprezza la rappresentatività nazionalpopolare?

«Più che nazional, internazionalpopolare. È una manifestazione conosciuta e amata in Paesi lontanissimi. Noi tendiamo a sottovalutare la forza della canzonetta. Invece, se l’italiano è la quarta o quinta lingua studiata nel mondo pur senza avere un valore commerciale, lo dobbiamo all’opera lirica e alle canzoni».

Che idea si è fatta della polemica sui migranti tra Claudio Baglioni e il vicepremier Matteo Salvini?

«Non mi ha sorpreso. È il solito copione del Festival. Ma va bene così, non voglio aggiungere nulla».

Prima quella polemica, poi Francesco Guccini che ha rivelato che l’anno scorso Baglioni ha bocciato una sua canzone intitolata Migranti: sarà questo l’argomento principe di questa edizione?

«Non lo posso prevedere, ma temo di sì. Personalmente ho troppo rispetto per la drammaticità di questo tema per pronunciarmi mentre tutte le posizioni sono già in campo. Credo ci sia bisogno di un po’ di silenzio. A volte mi auguro che, mentre tutti parliamo, ci siano quelli che lavorano per risolvere davvero i problemi».

Che rapporto ha con la politica?

«È il futuro dei nostri figli, la continuazione dei valori in cui crediamo. Io sono di cultura greco classica. L’Odissea e l’Iliade sono i miei giacimenti. Per me la politica è la continuazione della pietas».

Dopo che si è vinto due volte, il Festival lo si guarda con la voglia di tornarci?

«Se m’invitassero ci andrei con piacere. Vado nei teatri di mezzo mondo, andrei molto volentieri anche all’Ariston».

E dopo che si è avuto successo in tutto il mondo come lo si guarda?

«Con gratitudine perché gli devo moltissimo. In un certo senso, sebbene il Festival non sia una persona fisica, potrebbe essere un sentimento reciproco. In tre minuti mi ha regalato un successo incredibile e simultaneo in tanti Paesi. Un collezionista mi dice di possedere dischi miei pubblicati in 120 nazioni».

Che ricordo ha di quei giorni?

«Fu una deflagrazione. Un exploit difficile da gestire. In controtendenza rispetto alla narrazione sui cantanti di successo, ho sempre pensato che ciò che conta sia il prima e non il dopo. Quello che precede è decisivo per restare sé stessi e non bruciarsi. È l’anonimato che costruisce le premesse del successo».

Nel 1963 aveva già vinto Castrocaro, pochi mesi dopo Sanremo avrebbe vinto l’Eurofestival e il cinema arrivò che aveva ancora 16 anni: come si fa a non montarsi la testa?

«Ma io la testa ce l’avevo già montata».

Era questo il suo anonimato?

«Sì, non avevo bisogno del successo per sapere chi ero. Fin dall’infanzia sapevo di essere una ragazzina speciale».

Che cosa le dava questa consapevolezza?

«La solitudine, la difficoltà a condividere alcune cose».

Esempio?

«Certe fantasie infantili, come quella di crearmi una mia abitazione o di essere una vagabonda con il fagotto attaccato al bastone. La curiosità che m’ispiravano le finestre accese dei palazzi di periferia. Immaginarsi la propria vita dentro quelle luci fioche. Ancora oggi rimpiango le lampadine al tungsteno. Questa sensibilità mi estraniava e cantando potevo esprimerla».

È vero che non voleva interpretare Non ho l’età perché non si riconosceva nel testo?

«È vero. Ero orientata ad altre cose. Per quella sensibilità di cui parlavo prima, al Festival di Castrocaro avevo scelto Le strade di notte di Giorgio Gaber. Non ho l’età era legata ai miei 16 anni, ma allora non mi faceva né caldo né freddo. Le emozioni me le dà adesso, quando in un teatro di Tokio 2.000 persone me la cantano in coro. Il nostro mestiere è così: a volte trasmetti un’emozione che poi ti ritorna centuplicata. Il pubblico ha molto potere quando dice la sua opinione, anche se va contro la tua».

«Non ho l’età per amarti» conteneva una scelta troppo giudiziosa per lei?

«Certo. Ero una sedicenne megalomane e poco giudiziosa».

Quella volta superò concorrenti come Giorgio Gaber, Milva, Domenico Modugno, Gino Paoli, Pino Donaggio, Bobby Solo: era un altro livello rispetto ai festival di oggi?

«Veda lei… È una domanda insidiosa».

Quando venne comunicato il risultato, Modugno disse che era «una buffonata», ma due anni dopo volle lei per interpretare Dio come ti amo con la quale vinceste. Come andò?

«Aveva 38 anni e io lo ammiravo da tempo. Amavo L’uomo in frac, Notte di luna calante, i pezzi di Rinaldo in campo che ascoltavo in tv. Quando mi fece sentire alla chitarra quel brano lo assorbii subito e riprovandolo lo cantai d’un fiato. La mia casa discografica, la Sugar, voleva dissuadermi perché temeva che la sua personalità mi schiacciasse, ma io tenni duro».

Tornando alla gestione del successo e al prima, i suoi genitori che ruolo hanno avuto?

«Mia madre, una donna bellissima stile Ava Gardner, era una sognatrice un po’ autosufficiente come me. Mio padre era più concreto e voleva che i sogni diventassero realtà. Desiderava far ascoltare a tutti sua figlia, il suo sogno realizzato. Fu lui ad accompagnarmi in auto a Castrocaro, a Sanremo e nelle prime tournée europee. Quando invece si trattava di salire sull’aereo per andare in altri continenti diceva a mia madre: “Vaghe tì”».

E lei?

«Mi accompagnava. Nel ’65 affrontammo una tournée di 30 spettacoli in altrettante città del Giappone. Eravamo isolate linguisticamente, culturalmente e anche gastronomicamente. Quando tornammo eravamo come Charles Lindbergh all’arrivo da una trasvolata. Mia sorella venne all’aeroporto con un thermos di tortellini perché bramavano mangiare qualcosa di commestibile. Per me quel viaggio è ancora un giacimento di energia».

In che senso?

«La sera, quando tutti sono a letto, studio un po’ di giapponese. Non tanto per cantarlo, questo lo faccio già, ma per parlarlo con la gente e sapermi arrangiare».

Dopo qualche anno di pausa durante i quali si è dedicata anche alla televisione ha ripreso a cantare e girare il mondo.

«È ricominciato tutto da un tour teatrale in Francia, poi sono arrivate altre proposte dall’America latina. In Brasile, dopo una serata al Teatro Municipal di Rio de Janeiro, mi hanno proposto un film da protagonista. Una storia legata all’immigrazione italiana che gireremo in aprile. Intanto sto preparando una tournée in Asia e in Giappone, con un’orchestra di 40 elementi diretta dal maestro Valter Silviotti».

Perché molti artisti come lei hanno più seguito all’estero che in Italia?

«Credo di essere la pioniera di questo successo lontano dall’Italia. Comunicare con persone di razze diverse mi è sempre piaciuto. Ricordo tanti anni fa a Rio un teatro pieno di neri che venivano dalle favela. Ora è tutto globalizzato. Ma l’Italia è il Paese dove ho scelto di vivere. Già nel ’75 rifiutai un contratto della Warner Bros per tre film. Dovunque l’Italia è sinonimo di armonia. Essere all’altezza della responsabilità di essere italiani è sempre stato il mio impegno».

Oggi che rapporto ha con l’età e con il tempo?

«Proprio a me lo chiede?».

A chi se non a lei?

«Ma con me è come parlare di corda in casa dell’impiccato». (ride)

 

La Verità, 4 febbraio 2019

 

«Dio, Romina e l’Italia: vi racconto la mia vita»

Com’è l’Italia vista da Cellino San Marco?

«Sono due. La prima è quella dell’infanzia e dell’adolescenza fino a 17 anni, quando frequentavo le magistrali prima di andarmene a Milano, dove ho scoperto che l’Italia era una di nome e tante di fatto».

E la seconda?

«È l’Italia di oggi, un Paese in formazione. Sostanzialmente ci sono un Sud e un Nord e, nonostante l’emigrazione, siamo ancora alla ricerca di un equilibrio. Se ne vanno cervelli e manodopera. Quante volte, da ragazzo, sono andato a salutare amici che partivano su treni così pieni che mi fecero venir voglia di partire anch’io».

Nella grande cucina della casa di Al Bano Carrisi, davanti a un tavolone in legno circondato da una panca, il fuoco del camino in pietra riscalda la sera. «Con il fuoco acceso l’inverno è meno inverno», riflette. Dopo un lungo inseguimento, l’artista che ha appena festeggiato i suoi 55 anni di carriera musicale ha accettato di farsi intervistare, ritagliando una serata tra i tanti impegni e andirivieni da Cellino.

Come nasce il nome Albano?

«Durante la guerra, quando combatteva in Albania, mio padre ebbe una licenza per malattia. Arrivato a casa i miei fecero la famosa fuitina, si sposarono e mia madre rimase incinta. Una volta tornato in Albania le scrisse: “Se sarà maschio chiamalo Albano, sarà la nostra fortuna”».

Preveggente.

«Mio padre era un tipo particolare. Il nonno si chiamava Angelo e tutti i figli diedero il suo nome al loro primogenito. Lui no».

Che mestiere facevano i suoi genitori?

«Erano contadini come la maggior parte dei cellinesi. Eravamo in quattro con mio fratello, più il mulo. Molta miseria, un mondo dal quale volevo scappare».

Come le venne l’idea di cantare?

«La ereditai da mia madre che cantava nei campi, benissimo. Anche mio padre cantava. Poi a due passi da qui, a San Pietro Vernotico, viveva Domenico Modugno. Seguivo alla radio le sue orme canore, il suo folk, che rendeva musicali le espressioni degli ambulanti. Come Lu pisci spada. Sentivo la passione per il canto prima ancora di avere coscienza della mia voce. Erano gli altri a incoraggiarmi».

Finché partì per Milano.

«Ero convinto che fosse la meta giusta per me. E non sbagliavo. Mio padre aveva detto che mi avrebbe fatto partire se avessi trovato qualcuno di cui fidarsi che mi avrebbe fatto da guida. C’era un ragazzo delle nostre parti che viveva a Varese. Iniziai lì, ma presto mi spostarono a Milano a dipingere le porte di un palazzo in costruzione. Finii a mangiare pane e ananas per una settimana».

Pane e ananas.

«Esattamente. Il padrone non pagava e con le ultime mille lire in tasca entrai alla Standa. Vicino alle scatolette di carne Simmenthal c’erano delle cose marroni tondeggianti che non avevo mai visto. Pensavo fosse un tipo di carne meno costosa. Ne comprai una piccola scorta e quella settimana andò così. Ma capii la lezione».

Che era?

«Se il problema è la fame, troverò lavoro in un ristorante, lì ci sarà da mangiare… In uno davanti al Duomo cercavano un aiuto cuoco. Non ancora diciottenne, non ero mai entrato in un ristorante. Pensavo: basterà mettere la legna nel fuoco in cucina. “Non è così terùn”, rispose il padrone, “però hai una faccia simpatica e ti prendo lo stesso”. Davo i volantini ai passanti, pulivo la cucina e le sale. La sera mi facevano aiutare a preparare la pizza. Imparai presto».

Poi?

«Ho lavorato anche sei mesi di fila senza riposi, ma stavo bene. Milano era vitale. Mandavo a casa 15.000 lire al mese, lo stipendio era di 25.000, le altre dieci mi servivano per la pensione. Vivevo con le mance».

Quando iniziò a cantare?

«Conobbi il maestro Pino Massara che mi fece fare un provino da Adriano Celentano. Iniziarono i primi concerti. Poi Settevoci con Pippo Baudo e il primo Festival di Sanremo, cose che abbiamo ripercorso nello show di Canale 5».

E i suoi genitori?

«Erano contenti. Nel 1967, l’anno di Nel sole, mandai a mio padre l’assegno del primo contratto con la Emi: 8 milioni».

Suo padre non era debole di cuore.

«Capì che le cose stavano cambiando».

Gli anni Settanta furono un trionfo?

«Mi sposai con Romina. Poi iniziarono le tournée all’estero. Quando ne accettai una in Spagna mi criticarono. Ricordo una telefonata di Gianni Minà: lì c’è la dittatura. Ma io ci lavoravo bene mentre in Italia c’era il terrorismo, si aveva paura a camminare per strada».

Perché la Puglia è terra di artisti? Lei, Celentano che però è nato a Milano, Modugno, Renzo Arbore, Lino Banfi, Diego Abatantuono, Checco Zalone, Michele Placido…

«Il grande Tito Schipa… i Negramaro, Emma. Secondo me ci siamo influenzati l’un l’altro. Il canto e la musica ci pervadono. Poi siamo gente che ama viaggiare e i cantanti di successo partono, girano il mondo, tornano. Ancora oggi faccio 260.000 miglia di aereo l’anno. Lassù è il posto dove mi vengono le idee migliori. Durante le lunghe trasvolate per l’Australia o il Giappone trovo ispirazione. Sarà perché si è più vicini a Dio…».

È superattivo: show in tv, tournée…

«È il mio mestiere. Per fortuna continuano a chiamarmi. Il 2019 è già quasi tutto pieno. Andrò in Romania, Corea del Sud, Russia e ancora in Cina».

Perché ha fatto centro il family show su Canale 5?

«Siamo un gruppo di persone che ha il fuoco dell’arte dentro. Nessuno sbava per il successo a tutti i costi, ma quando abbiamo l’occasione buona la sappiamo cogliere. Cristèl è disinvolta, lavora da tanto con me. Come titolo avevo proposto Tre passi nel sole. Poi sono diventati 55 come gli anni della carriera che volevo festeggiare appoggiandomi sugli amici e gli eventi della mia famiglia».

Aveva voglia di archiviare un periodo di preoccupazioni per la salute?

«Vedo tante persone che fanno le vittime e desiderano solo farsi compatire. Io detesto il piangersi addosso».

Al successo del suo show ha giovato anche il fatto di arrivare dopo il cartoon di Celentano?

«Ho rispetto e gratitudine per Adriano. Nei primi anni a Milano mi ha quasi adottato. Qui, nella masseria, ci sono le vie e le piazze, ne intitolerò una a lui. E un’altra a Modugno».

Nello show si è vista una parte della famiglia. E l’altra?

«La famiglia è sacra dal primo all’ultimo nato. Però Romina non vuole intromissioni nella sua vita artistica e anche Loredana la pensa allo stesso modo. Quindi mi divido nel rispetto delle esigenze dell’una e dell’altra».

Ha parlato di una sorpresa in arrivo, di cosa si tratta?

«Il 20 maggio prossimo (giorno del compleanno di Al Bano ndr) dovrebbe andare in onda un docufilm. Una troupe di Endemol mi segue da mesi, prima nelle tournée all’estero poi anche qui, nella vita di tutti i giorni. Ci saranno i figli di Loredana e lei, se vorrà».

Com’è andato il tour mondiale con Romina?

«Abbiamo avuto successi ovunque. Io divido la mia attività artistica da solista, quando vogliono il solista, e in coppia, quando vogliono la coppia».

Lei vive?

«A Los Angeles, con Romina Jr».

E Loredana Lecciso?

«A Lecce. Tra due caratteri forti è meglio mettere qualche chilometro».

Preferisce i concerti dal vivo o la televisione?

«I concerti, per il contatto con il pubblico. La tv serve per promuoversi, considerato che ti vedono milioni di persone».

Quest’anno niente Sanremo.

«L’ultima volta mi hanno escluso, mentre Di rose di spine era una bellissima canzone. Vorrei tornare nel 2020. Sanremo è importante, è conosciuto all’estero, passa tutto da lì».

Con la sua voce avrebbe potuto cantare di più il blues?

«Ma lo canto. Come canto l’opera. Nel 1968 ebbi grande successo con Il Mattino di Leoncavallo. E grande successo ha avuto un album intitolato Concerto classico con opere di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Fryderyk Chopin. Mi piace anche il folk. Nei concerti propongo una varietà di generi».

Ammette che sia difficile immaginare un rapporto solo professionale tra lei e Romina Power?

«Io sono trasparente. Mio padre e mia madre mi hanno innestato l’onestà dentro e la manterrò sempre. La riunione artistica con Romina non l’abbiamo voluta né io né lei, ma un impresario russo. Per la festa dei 70 anni eravamo al Cremlino. C’erano Toto Cutugno, i Ricchi e Poveri, Gianni Morandi, Pupo, i Matia Bazar… L’impresario disse che gli sembrava giusto ci fosse anche Romina. “Se vuoi provarci, provaci”, dissi. Ma ero sicuro che non sarebbe venuta. Invece, accettò, non so grazie a quale argomento».

Anche economico?

«Non me ne sono interessato, lo giuro sui miei figli. I tre concerti erano già sold out. Abbiamo abbassato di un tono le canzoni. Lei avrebbe voluto di due, ma io ho tenuto il punto».

La causa della vostra separazione è la scomparsa di Ylenia?

«Già prima c’era qualche difficoltà. Era inquieta, anche lei non capiva bene perché. La scomparsa di Ylenia ci aveva un po’ riavvicinato. Alla fine ha deciso così».

Le stava stretto il posto?

«Ma no… Mi aveva convinto lei a tornare qui, si era innamorata di queste terre. Qui non c’era niente, né l’elettricità né il telefono. Ho costruito tutto io, con i gruppi elettrogeni. Ho speso tanti soldi, ma quando c’è l’amore tutto diventa favola».

Qualcosa si era rotto?

«Sì, non è stato facile. Mi spiace che non abbia accettato la vita che mi sono fatto dopo. Come fa a non rendersi conto che tutto è derivato dalla sua scelta di cambiar vita!».

Le donne vogliono l’esclusiva.

«Io vorrei ci fosse armonia. Ma rispetto e vado avanti senza paure, sempre con il mio motto».

Che è?

«Voglio essere il problema per i problemi. Ce ne sono sempre di problemi, ma con me trovano filo da torcere…».

Il fuoco continua a emanare calore. Come le parole di Al Bano, che esprimono un’intelligenza profonda e solida, nata dalla terra, provata dalla vita vissuta e dall’attaccamento alle radici. «Vuole che su quelle braci mettiamo a cuocere della carne?». Si alza, apre il frigorifero, estrae la carne, inizia a tagliare, mi vieta di aiutare…

Come si ricomincia a vivere dopo la scomparsa di una figlia? A cosa ci si aggrappa?

«È una tragedia che non risolvi mai del tutto. Io la vivo cristianamente».

Cosa vuol dire?

«Se uno è cristiano sa che anche a Dio hanno ammazzato un figlio. Gliel’hanno messo in croce. Allora ho capito che anche a me poteva succedere di perdere una figlia. In realtà, è stata la prima volta che sono andato contro Dio».

Come?

«Quando hai sempre fatto il tuo dovere di cristiano non riesci a capire… I miei anni Novanta sono stati tragici. Mio padre perse la vista, dissero per un infarto del nervo ottico. Voleva farsi fuori: da uomo iperattivo ora doveva essere aiutato ad andare al bagno. Gli parlavo di Ray Charles e Stevie Wonder, artisti che facevano divertire la gente. Quando iniziò ad ascoltare Radio Maria pian piano si rappacificò. Nel 1994 ci fu la tragedia di Ylenia. Poi Romina se ne andò. Non riuscivo a dormire, avevo le bambine piccole…».

E contestò Dio.

«Ero pieno di rabbia. Protestavo contro il cielo. Ma dentro di me sentivo che stavo sbagliando».

Viene in mente Giobbe.

«La pazienza non mi è mai mancata. Anche adesso, prima di uscire di casa, ogni giorno me ne faccio un bel carico. Le cose nuove che succedono mi sembrano un déjà vu».

Nell’autobiografia del 2006 ha lasciato bianche le due pagine dedicate a Romina e Loredana: lo rifarebbe?

«Lottai con gli editori per mantenerle bianche».

Motivo?

«Era una difesa dal gossip diventato insopportabile. Ho visto tanto squallore. Un telegiornale arrivò ad accusarmi di aver nascosto mia figlia in casa per farmi pubblicità».

Ha cantato davanti a Vladimir Putin.

«Tre volte. Lo farò ancora in agosto a Tokio».

Com’è nato il rapporto con il presidente russo?

«Nel 1986, durante una tournée in Russia, feci 18 concerti a Leningrado e altri 18 a Mosca. In uno di questi era presente anche lui, allora capo del Kgb. Il giorno dopo venne in albergo per complimentarsi. Poi nel 2004 ho cantato al Cremlino per festeggiare il Capodanno. Allo stesso tavolo c’erano Putin e la sua famiglia e Boris Eltsin e famiglia. È stata una grande festa, con i rappresentanti di tutte le religioni, cattolici, ortodossi, copti, musulmani, segno che, quando si vuole, la convivenza pacifica è possibile. Nel novembre scorso, invece, alla festa del centenario del Kgb, tanti cantanti, e anch’io, abbiamo intonato ognuno due canzoni».

Che cosa apprezza di questa persona?

«Dopo Michail Gorbaciov la Russia stava declinando, non c’erano più soldi. Eltsin ha iniziato questo rinascimento e Putin l’ha consolidato».

Le libertà sono tutelate?

«Vedo che si respira. Poi, certo, l’unica perfezione del mondo è l’imperfezione. Qualche nemico ce l’ha anche Putin. Però ha saputo mantenere intatto il corpo sociale della Russia, non permettendo ad altri di invadere i suoi campi».

Mai parlato di politica?

«Mai, è sempre blindato».

Di recente è stato ricevuto al Viminale da Matteo Salvini: una visita solo per affari con la Cina?

«Gli imprenditori cinesi che vendono i miei vini volevano incontrarlo perché avevano notato che il 50% del mercato vinicolo è in mano ai francesi, mentre gli italiani hanno solo il 5%. Volevano sensibilizzare il governo italiano per cambiare questa sproporzione. Ho accettato di fare da mediatore per questo incontro. Pochi giorni dopo il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio è andato in Cina… Penso di aver fatto un buon lavoro in favore dei vini italiani, non necessariamente i miei».

Nella polemica tra Salvini e Claudio Baglioni, poi rientrata, ha preso le parti del ministro dicendo di conoscere la situazione dei migranti per esserlo stato. Che differenza c’è con quelli di oggi?

«Noi scappavamo da un destino che sembrava ineluttabile: la vita dei nostri genitori. Io quella vita non la volevo fare. Una volta sentii mia madre dire che in tutto l’anno si erano spaccati la schiena per 800.000 lire lorde. Si faceva la fame».

E oggi?

«Ci vuole un po’ d’ordine con questa ondata di migranti. Non solo per noi, ma anche per loro. Scappano da una morte sicura per affrontarne un’altra quasi sicura. Chissà che cosa promettono a questi poveri emigranti che attraversano i Balcani, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo. Vogliono una nuova vita e spesso trovano la morte. L’Europa deve intervenire unita: l’Italia non può farsi carico da sola di questa emergenza. Pensiamo a quello che è successo in Siria. L’Isis tagliava le teste ai civili e nessuno interveniva. Abbiamo lasciato uno spago troppo lungo a quella situazione».

Che cosa le piace di Salvini?

«Mi sembra che stia mantenendo il programma annunciato in campagna elettorale. Ha trasformato la Lega in un partito nazionale. Non ho mai fatto parte di un partito sebbene abbia ricevuto tante proposte. La politica non è il mio forte. Ma dal momento che gli italiani hanno scelto – come in passato con Berlusconi e Renzi – se c’è da fare qualcosa di positivo la faccio. Pur senza appartenere. Quando viaggio e vedo gli exploit di Paesi come la Polonia o la Spagna a confronto con la mia Italia sto male. Tutto questo litigare dalla mattina alla sera non rende merito a una delle più belle terre del mondo. Sapere che Roma era comandata dalla mafia di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati è avvilente».

Nuoce o giova a Salvini il fatto che lo vogliano processare per la vicenda della nave Diciotti?

«Sono curioso di vedere quale sarà la reazione degli italiani».

Per chi ha votato alle ultime elezioni?

«Non glielo dirò mai. Voto per i politici che mi sembrano positivi per l’Italia. Abbiamo visto che fine hanno fatto sia la destra che la sinistra».

In passato chi apprezzava?

«Per tanti anni qui a Cellino c’è stato un bravo sindaco comunista, come facevo a non votarlo?».

Se le dico Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi?

«Sono stati grandi politici. Però Andreotti fu accusato di connivenze mafiose e trattato come un delinquente. Craxi è morto in esilio. Di Berlusconi avevo grande fiducia, ma è evidente che governare in Italia non è facile. Tutto sommato non glielo hanno lasciato fare».

È stata una delusione?

«La delusione c’è stata… Perché l’Italia è diventata ingovernabile».

Che cos’è la fede per lei?

«È la mia coperta d’inverno, la mia acqua nel deserto. È una certezza cresciuta negli anni. Tanti poteri passati in Italia appartengono solo alla storia. Quello della Chiesa è tuttora vivo e vegeto perché afferma il bene, l’amore, la pace e l’umanità partendo dalla persona di Gesù Cristo e dei santi che lo imitano».

Ha detto di avere ancora molti progetti da realizzare, me ne sveli uno.

«Con la Publispei, insieme a Lino Banfi stiamo preparando una fiction in sei episodi per Rai 1. Poi reciterò il ruolo di uno strano mafioso in Le nostre vacanze romane, una produzione italo-turca».

Che cosa le dà speranza oggi?

«La voglia di vivere con la fede che mi porto addosso. La voglia di affrontare tutto ciò che c’è da affrontare. Con il mio motto… Le piace la carne?».

 

La Verità, 3 febbraio 2019

«Imparare la lingua, via obbligata per integrarsi»

Antonia Arslan è una donna minuta con tanta storia sulle spalle. A ottant’anni è piena di energia. Viaggia molto. Incontra i giovani nelle scuole. Presiede un centro culturale. Nel suo libro più noto, La Masseria delle allodole (Rizzoli, 2004) – 38 edizioni, traduzioni in tutto il mondo e la trasposizione cinematografica di Paolo e Vittorio Taviani – ha raccontato le violenze subite dagli armeni durante lo sterminio del maggio 1915. Nell’ultimo, La bellezza sia con te, insiste sul «coraggio di vedere il bicchiere mezzo pieno». Il palazzo dove vive nel centro storico di Padova fu acquistato dal nonno nel 1930 ed è tuttora di proprietà della famiglia. Adiacente c’è la sede del centro culturale La casa di cristallo, dove ci incontriamo.

Il genocidio degli armeni ha un giorno della memoria?

«Il 24 aprile, il giorno prima della festa della Liberazione italiana. Si ricorda la notte in cui vennero prelevati i capi della comunità armena di Costantinopoli dai Giovani turchi».

È vero che la parola genocidio è bandita?

«In Turchia la parola soykirim (genocidio ndr) è bandita. Parlare di genocidio è un oltraggio allo Stato. Fino a qualche tempo fa era una sottigliezza mediorientale. Da quando è arrivato Recep Tayyp Erdogan, se ne parli offendi la Turchia. Ribattono: i tedeschi sì hanno attuato un genocidio, noi siamo un popolo corretto, come potremmo averlo commesso?».

Chi ne parla subisce sanzioni?

«In Turchia i giornalisti sono in prigione, le libertà sono soppresse. La politica dello Stato turco è improntata al negazionismo sebbene il genocidio sia provato al 95%».

Il popolo armeno è un popolo troppo docile?

«Se hai perso l’indipendenza da un millennio sopravvivi in base all’appartenenza religiosa che ti dà un’identità più mite, ma anche più veritiera. Ti devi piegare come cristiano all’interno dell’impero ottomano dove si professa la religione musulmana. All’inizio convivevano greci, bulgari, serbi e armeni. Poi i Giovani turchi decisero di sopprimere le minoranze, sfruttando la Guerra mondiale per mimetizzare le loro azioni».

Prima della Masseria delle allodole si era mai parlato del genocidio armeno?

«Franz Werfel, letterato austriaco ebreo, aveva scritto I quaranta giorni del Mussa Dagh».

Perché ha atteso tanto prima di scriverlo?

«Perché non mi sentivo matura per farlo. Non ci pensavo proprio. Avevo questa storia che mi aveva raccontato mio nonno Yerwant e ogni tanto ne parlavo con amici… Quando mi sono appassionata alle poesie di Daniel Varujan sono entrata nella realtà di questo popolo perduto».

È una cronistoria piena di particolari.

«È un romanzo, non la testimonianza di un sopravvissuto. La storia e i protagonisti sono veri. Sempad era il fratello minore di Yerwant, ma non aveva la sua energia. Mio nonno è arrivato qui a 15 anni, poi è andato in Francia ed è diventato chirurgo. È stato uno dei fondatori della scuola di otorinolaringoiatria italiana».

Come si colloca nella letteratura italiana d’inizio secolo?

«Tecnicamente è un romanzo storico, soprattutto se lo si vede insieme a La strada di Smirne che è la seconda parte di un’unica storia. Mi piacerebbe pubblicarli insieme».

Compongono un’epopea familiare.

«Di una famiglia armena quasi distrutta, ma nella quale qualcuno si salva. Nel personaggio di Nazim volevo rappresentare il fatto che non sempre siamo o buoni o cattivi. Più spesso adottiamo comportamenti ambigui».

Siamo più grigi che o bianchi o neri?

«C’è un modo manicheo di ragionare; anche nelle scuole. Per esempio, si celebra la Giornata della memoria, ma poi tutto finisce lì. Per due settimane parliamo della Shoah, i ragazzi vanno in gita ad Auschwitz, ma i comportamenti antisemiti continuano. Dachau era a venti chilometri da Monaco e i tedeschi sapevano che cosa accedeva. Nelle università italiane quanti professori hanno accettato senza batter ciglio le cattedre lasciate libere dagli ebrei perseguitati».

Essendo di origine armena ha insegnato a lungo Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Padova. Che cos’è per lei l’integrazione?

«Sono italiana e non posso esprimermi che in italiano. L’integrazione la vedo di più in mio padre e in mio nonno. Per me la parte armena è stata una riconquista iniziata a una certa età».

Perché suo nonno fece modificare il cognome?

«Lo chiese al Regno d’Italia, nel 1923. Ho trovato il documento in cui viene concesso al professor Yerwant Arslanian di tagliare le ultime tre lettere. Era così angosciato da quello che era successo alla sua famiglia da chiedere di cambiarlo. Prima aveva dato ben quattro nomi armeni a ognuno dei suoi figli. In Veneto Arslan può risultare un cognome locale».

Oggi l’integrazione è possibile come allora?

«Ripeto spesso la frase di Charles Aznavour: “Io sono al 100% francese e al 100% armeno”. Una volta arrivati in un Paese gli armeni imparavano subito la lingua. Oggi non mi pare questo accada. Anzi, vedo gente per bene che non ritiene importante parlare la lingua del posto dove vive. Imparare bene la lingua è necessario per conoscere le leggi del Paese che ti ospita. Credo che questa dovrebbe essere una condizione necessaria».

Quanto conta l’identità nella formazione di uno scrittore?

«Conta la curiosità verso la propria storia. Si può cominciare da qualcosa di concreto, da un parente. Io avevo uno zio che veniva dalla Siria e ci raccontava le storie del suk di Aleppo. Così ho voluto approfondire la mentalità e la cultura di quel mondo. È necessario esercitare la curiosità dentro la cornice dalla quale si proviene».

La globalizzazione tende a stemperare queste appartenenze?

«Su certe cose sì. In California, a New York, a Chicago gli armeni costruiscono chiese e centri culturali e hanno i loro parroci. A volte tendono a chiudersi per difendere la loro identità, ma per fortuna mantengono anche relazioni esterne. Nelle piccole comunità i matrimoni misti stemperano tradizioni e costumi. La globalizzazione è una strana bestia. Tutti beviamo la Coca cola, ma poi cerchiamo il cibo di un posto preciso. A New York si beve il Pinot grigio e si mangia il formaggio Piave. Tante comunità perdono la lingua, ma conservano il cibo. Non so se è qualcosa di cui essere contenti».

Bisognerebbe conservare anche la lingua.

«Guardi l’inflazione in Italia di parole inglesi mal capite. Adesso ci sono i navigator: non c’era una parola italiana? Come jobs act, non si poteva dire azione lavoro? Oppure shopper, che si usa al posto di sacchetti della spesa, mentre significa cliente, acquirente».

Se si tiene all’identità si è gelosi anche della lingua e della letteratura?

«Mi chiedo come facciamo noi che siamo un popolo di 60 milioni di abitanti ad accettare tutti questi termini inglesi. Parole come sport e tennis sono indispensabili, ma tante altre no. Il fatto di non essere in tutto e per tutto italiana mi fa vedere bene l’esterofilia degli italiani».

Concorda con Cesare Cavalleri per cui l’ultimo grande romanzo italiano è Il Cavallo rosso di Eugenio Corti?

«Lo so che dice questo. Cavalleri è autorevole e Il cavallo rosso è un grande libro. Ma io aggiungerei anche Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il dialogo tra il cacciatore e il padrone sul voto fa capire un intero mondo. Oppure Una questione privata di Beppe Fenoglio. Poi ci sono certi romanzi rimossi, come Maria Zef della padovana Paola Drigo. Un testo al femminile, anticipatore di tante questioni».

Esiste una specificità della letteratura veneta e del Nordest?

«Ne ho scritto qualche anno fa. Molti veneti sono stati grandi viaggiatori perché erano giornalisti. Giovanni Comisso, Guido Piovene, Goffredo Parise, Antonio Barolini di Vicenza. Pensi a Il viaggio in Italia di Piovene, ai viaggi in Cina e in Asia di Comisso. Poi c’è sempre il ritorno al nido, il posto delle radici. Comisso si compra la casa a Zero Branco… Sono scrittori concreti, attenti al dettaglio, dotati di un’ironia cinica. Un altro tema è il rapporto con la montagna. Come in Dino Buzzati, anche lui giornalista».

Hanno anche una lingua comune?

«Hanno una scrittura molto chiara, forse derivata dalla Repubblica di Venezia. Una scrittura chiara non significa piatta, ma vivace. Pensi all’opera di Giuseppe Berto; a Pier Quarantotti Gambini, altro giornalista. Tra i più giovani c’è Matteo Righetto. Hanno curiosità verso ciò che è diverso da sé, la voglia di trovare gente, d’intraprendere un viaggio che comporta sempre il ritorno. Perché hanno un apparato di valori di riferimento».

Dallo sterminio della sua gente a oggi è stata testimone di tanti cambiamenti. Che cosa le dà la speranza di cui parla nell’ultimo libro?

«Intanto il fatto che l’Italia è in pace da settant’anni. Non ha mai avuto un periodo così lungo di pace, ma questo non lo sento dire mai. Il piagnisteo nazionale lo trovo eccessivo e inutile. Ha mai sentito un greco, con tutto quello che ha subito la Grecia, che non difende il suo Paese? La vita è piena di risorse, ma noi crediamo di sapere già tutto…».

Nell’ultimo anno però c’è stata una svolta abbastanza radicale, non crede?

«Molto è stato preparato prima, con la continua demolizione delle istituzioni. Ora mi sembra che i politici parlino troppo. Ma un elettore conquistato con una parola lo si può perdere con un’altra parola. Sento chiacchiere e contraddizioni anche nel corso della stessa giornata. Come per esempio abbiamo visto sulla vicenda del ponte di Genova. Autostrade aveva tante leggi e leggine che la difendevano. Era meglio studiare, capire e poi pronunciarsi per avviare i lavori con tutti i documenti in mano. Ci dimentichiamo che l’Italia è una grande potenza mondiale. Sì, lasciamo lavorare chi è arrivato. Però con un po’ di discrezione da parte di tutti».

La Verità, 27 gennaio 2019

Freccero: «Massì, sono un direttore controcorrente»

Carlo Freccero – Il ritorno». Potrebbe intitolarsi così il film ora in prima visione sugli schermi di Mazzini. Un sequel 16 anni e mezzo dopo l’editto bulgaro, 18 aprile 2002. Per qualcuno, infatti, il sottotitolo è «Il controeditto». Per altri «La rivincita». Un fantasy; un giallo. O, visti i colpi di scena, un thriller. Mentre la rivoluzione di Rai 2 avanza, Freccero colleziona nemici. Ogni giorno un casino. Quotidiani e riviste lo dipingono censore, venditore di fumo, cialtrone. Lui si diverte come un bambino. «Eccole dieci euro», dice alla segretaria.

Come sta andando la rivincita?

All’inizio il risentimento è stato la motivazione per accettare di lavorare gratis. Inconsciamente ho adottato il pensiero di Enzo Tortora quando tornò a Portobello: «Dov’eravamo rimasti?». E l’idea di richiamare Daniele Luttazzi può avere un sapore di rivincita. Ma poi, un po’ alla volta, la televisione ha preso il sopravvento sui miei sentimenti. Perché, lei lo sa: noi siamo parlati dalla televisione…

La stanza da direttore è la stessa di 16 anni fa?

La stessa, ma rifatta.

Altra èra.

Totalmente. Oggi la sfida è dare identità a una rete generalista complementare a Rai 1 nell’epoca dell’over the top, le piattaforme multinazionali digitali.

In parole povere?

La tv generalista deve imparare a rispettare i tempi sociali dello spettatore. Fino a qualche anno fa c’era solo lei; oggi, nell’epoca dei tempi liquidi, il pubblico sceglie la tv generalista solo in prima serata. Questo va tenuto presente quando si fa il palinsesto. Io mi concentrerò sulla fascia dalle 19 a mezzanotte.

Rivincita senza vendette?

Certo. Fu Celentano a farmi lavorare a Rockpolitik, quando ero in punizione. Ma non covo risentimento. Non c’è il conte di Montecristo. Questo ritorno è un dottorato post universitario.

È un ritorno contro? Controeditto, controprogrammazione, controinformazione.

Controeditto un po’ sì. Disturbavo troppo e sia Berlusconi che Renzi non mi hanno mai preso in considerazione. Nel Cda Rai mi hanno eletto i 5 stelle e Sinistra ecologia.

Mentre il Pd l’ha mandato sul satellite.

I Ds per l’esattezza, segretario Piero Fassino, responsabile della comunicazione Carlo Rognoni.

La segretaria ricompare con una Coca zero. È dovuta uscire dal palazzone di Viale Mazzini per comprarla al bar.

«Ne vuole un po’?», chiede Freccero.

No, grazie.

(Agitandosi) Forza, forza con le domande!

È un’altra èra anche politicamente. Che rapporti ha con i 5 stelle?

Un rapporto di amicizia con Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone, che ho difeso quando conduceva La Gabbia.

Che cosa vi siete detti in trattoria con Di Battista?

Ho fatto apposta a farmi vedere con lui per festeggiare il suo ritorno in Italia.

Molti sono scandalizzati perché anche questo governo aveva giurato: fuori i partiti dalla Rai.

Naturalmente sono io che parlo di televisione, mentre lui mi parla del Paese.

Ha mai incontrato Matteo Salvini?

No. Mi piacerebbe incontrare lui e anche Steve Bannon. Comprenderli è necessario.

Perché?

Sono sull’onda del successo. Questo è il grande insegnamento che ho tratto dalla tv commerciale. Tutto ciò che ha successo va preso in considerazione. È l’umiltà l’insegnamento. Non possiamo pensare che il nostro io valga più di quello degli altri. Se una cosa è popolare bisogna rispettarla.

Ha più sentito Berlusconi?

Mai dal 2 maggio 1992 quando mi licenziò. Mi piacerebbe molto rivederlo e litigare con lui.

Perché la licenziò?

La mia Italia 1 disturbava il Caf, Craxi Andreotti Forlani.

Segnali dal suo mondo?

Conservo ottimi rapporti professionali. Scrivo sulla rivista Link che ritengo la migliore rivista in assoluto di televisione.

Quanto durerà questo governo?

Mi auguro tanto perché è senz’altro migliore di quello precedente.

Nonostante le frequenti gaffe mediatiche?

Le gaffe mediatiche sono meno rilevanti della crisi economica creata da chi c’era prima.

Come sono i suoi rapporti con i vertici aziendali?

Ottimi. Con l’ad Fabrizio Salini c’è una vecchia sintonia. Ancora oggi lo ringrazio per l’aiuto che mi diede al Festival della Fiction di Roma quand’era capo della Fox. Organizzammo un master class con Alicia Witt, la sceneggiatrice di Walking dead. Con il presidente Marcello Foa mi unisce l’attenzione critica verso l’informazione.

L’accusano di fare controprogrammazione e Salini sarebbe preoccupato.

La controprogrammazione è una regola che fa parte del lavoro televisivo quando si tiene presente lo scenario competitivo. Non è un dispetto contro qualcuno.

Rai 1 ha cancellato la conferenza stampa di Superbrain, lo show di Paola Perego, contro il quale ha programmato la serie The Good Doctor.

Con Lucio Presta ho sempre avuto un rapporto tempestoso. Però lo ammiro perché l’amore per sua moglie è così struggente che vorrebbe che tutte le reti si spegnessero in concomitanza dello show di lei. È come il protagonista di Adele H di Francois Truffaut, travolto dall’amour fou. Mi commuove e lo apprezzo.

Fa anche controinformazione.

È necessaria, detesto il pensiero unico politicamente corretto che nasconde le notizie sgradite. In questi anni la Rai ha perso il primato dell’informazione. Basta vedere che La7 ha Otto e mezzo e Rete 4 ha Stasera Italia. La Rai nulla. Deve coprire questa lacuna. Per me la conduttrice ideale dell’approfondimento dopo il Tg2 serale è una come Federica Sciarelli.

Ma ha già Chi l’ha visto?

Infatti, è un pio desiderio.

Ha dato dell’imbecille a una giornalista della Stampa.

Chiedo scusa per l’imbecille, ma bisogna ammettere che certi articoli sono molto fantasiosi. Ho trasceso usando il mio impatto mediatico per ridare centralità a Rai 2. Mai come adesso si avverte il conformismo dei media. Non a caso le vendite dei giornali precipitano.

Come si spiega che quasi tutta la stampa la attacca?

(Sorride) Chi mi attacca mi fa un favore. Vuol dire che sono davvero disturbante. Squadrato, come diceva Celentano.

Alla prima uscita si è fatto una valanga di nemici.

Ci sono stati tre tipi di reazione alla mia presentazione del palinsesto.

Addirittura.

La prima, sotto forma di depistaggio. Allontanare l’attenzione dai programmi più problematici e concentrarla su quelli più popolari come I fatti vostri e Quelli che dopo il tg. Per Repubblica il mio unico problema era mettere a tacere queste voci dissenzienti. Un po’ come censurare Stanlio e Ollio.

La seconda?

Rovesciare la focaccia. Cosa si oppone a un direttore di rete che si propone l’obiettivo di abolire la censura? Di essere un noto censore, incaricato dalla maggioranza di tacitare l’opposizione e la libertà di espressione.

E la terza reazione?

L’abbiamo vista all’opera a proposito dell’Ottavo blog: demonizzazione delle fonti. Ho letto sulla Stampa che i blog da me citati avrebbero molti scheletri nell’armadio. Non sono in grado di dibattere sullo specifico. Non m’interessa l’attendibilità di chi presenta l’informazione, ma l’attendibilità dell’informazione stessa. Saddam Hussein era il più cattivo di tutti, ma ahimè sulle armi di distruzione di massa era l’unico a dire il vero. Assad è stato prima buono poi cattivo. Ricevuto in pompa magna dal presidente Napolitano come baluardo dei valori occidentali contro l’integralismo islamico, si è trasformato in breve tempo in un mostro che non esita a gasare il suo popolo per impedirne la libertà di espressione. Potrei continuare.

Meglio di no.

Il giornalismo dovrebbe sempre tener presente la corrispondenza tra la notizia e la realtà dei fatti. La verità non guarda in faccia buoni e cattivi, ma ha a che fare con l’oggettività, non con presunte considerazioni morali.

Ha fatto incazzare anche gli juventini con quella battuta sull’occupazione dei Var.

(Ride) Quella battuta mi è piaciuta da pazzi. Io ho fatto L’Appello del martedì e considero il calcio materia di scherzo. Invece ho capito che è roba serissima. Infatti: il rigore contro la Sampdoria non c’era, mentre c’erano quelli non dati al Torino nel derby. Gli juventini sono belli, ricchi e famosi; sopportino qualche malignità. Sopportatela! Il potere esige il buffone di corte. Noi che non siamo juventini siamo una moltitudine di buffoni.

Magalli non la adora.

Invece mi è simpatico. È il più grande battutista rimasto della vecchia tv. Era amico di Gianni Boncompagni, di Luciano Salce e di tutti i grandi autori comici, per cui lui può dire quello che vuole e io lo esalto.

Chiudendo I fatti vostri?

No, dev’essere solo ridotto nei costi. Michele Guardì è uno degli uomini più ricchi d’Italia. Non può pretendere la Siae, faccia un sacrificio…

Quante cose può fare in un anno?

Pensi quante ne ho fatte in un mese… Il piano editoriale, lo speciale su Celentano, ho inventato un programma di approfondimento. Il 18 febbraio Enrico Lucci incontrerà Gianfranco Funari in Paradiso. Poi Bernardo Bertolucci sarà vendicato dei magistrati oscurantisti. Il 4 febbraio, per i 30 anni di Crêuza de mä, darò il concerto di Fabrizio De André con la presentazione di Dori Ghezzi. Il 25 febbraio ripartirà Made in sud con Stefano De Martino. Ho ridotto Ncis per riproporre le serie italiane. Arbore farà una serata dedicata a Gianni Boncompagni. Night tabloid diventerà Povera patria con la sigla di Battiato preceduta da una comica imitatrice. Poi c’è la trasformazione di Nemo con il ritorno alla conduzione di Alessandro Sortino. Ho messo a punto The Voice con Simona Ventura che partirà il 16 aprile e dove spero di avere in giuria Asia Argento e Morgan.

Non verranno mai.

Lo spero, è un sogno. Non si può sognare? (alzando il tono)

È vero che ha bocciato la seconda stagione del Supplente prodotto da Carlo Degli Esposti?

Vero, non mi piace. Mi aspetto proposte più interessanti e geniali, come Degli Esposti sa essere.

Resterà solo un anno o spera in una proroga?

Niente proroghe. Già arrivare a fine novembre 2019 sarà una fatica enorme. Chissà se questo entusiasmo creativo durerà fino allora.

È una specie di servizio civile gratuito?

Esatto. Come quello che faccio in carcere.

Cosa fa in carcere?

Tengo un corso di televisione nel carcere di Marassi sulle serie americane per la facoltà di Scienze dell’informazione. Ho cominciato lunedì scorso con The Wire. Naturalmente, con tutti questi impegni gratuiti, spero che il 2 giugno il presidente Sergio Mattarella mi conferisca il cavalierato.

Per avvicinarsi a Berlusconi?

Purtroppo non sono diventato come Urbano Cairo. Lui sì che è riuscito a imitarlo quasi in tutto.

Gli manca la discesa in campo.

Sì, ma avverrà in tempi relativamente brevi. Alle prossime elezioni politiche, quando saranno.

Lo suppone o lo sa?

Lo suppongo. Per la carenza di leader, per la tv che fa e per la voglia di rifare il percorso berlusconiano. Manca solo la politica.

Quanti detenuti seguono il suo corso?

Una trentina. Ma non parliamone troppo perché non vorrei che Presta, i giornalisti mainstream e i concorrenti delle altre reti convincessero la direttrice Maria Milano a tenermi dentro.

Tornare qui è chiudere un cerchio?

Certo, si chiude una stagione. Ma magari poi se ne apre un’altra… Devo dire che la vecchiaia dà una grande libertà. E anche la capacità di non avere paura di rischiare.

Per esempio richiamando Luttazzi? Qualche dettaglio?

L’ho sentito tre o quattro volte al telefono e lo incontrerò in Spagna in febbraio.

Probabilità di rivederlo davvero?

Dipende da lui, da quello che vuol fare.

Attaccare Salvini e Di Maio?

Molto probabile.

Glielo lasceranno fare?

Io vado via a novembre, lui dovrebbe iniziare a ottobre. Per due mesi…

Copiava le battute dai comici americani.

Vuol dire che sapeva copiare bene, altri copiano i format e molte volte male. Copiare una battuta è diffondere intelligenza.

Altri ritorni a Rai 2, magari Santoro?

Vorrei tanto incontrare lui, Piero Chiambretti e anche altri. Ma in un mese non sono riuscito a far tutto.

Ha detto che farà tornare la satira perché è finita l’èra di Berlusconi e Renzi. Perché li accomuna?

Perché appartengono allo stesso discorso politico. Siamo nell’epoca dei gilet jaunes non in quella degli azzimati e dei millennials, di Publitalia e della Leopolda. Siamo una moltitudine di gilet jaunes alla ricerca di un nuovo discorso economico e politico.

Condivide il pensiero di Alain de Benoist secondo il quale all’asse orizzontale destra-sinistra si è sostituita una prospettiva verticale élite-popolo?

Bene. Allora… I gilet jaunes sono nati per opporsi al potere. Già nel dopoguerra in Francia ci fu una strana mescolanza tra pensiero di destra e frange di sinistra contro il parassitismo delle classi rentiers (che vivono di rendita ndr). Ha ragione de Benoist, oggi il conflitto è verticale. Perché questo cambiamento? Molto semplice: perché il mondo del lavoro combatte il mondo della finanza, produzione contro speculazione. Il fronte della resistenza oggi va dal padrùn delle brache bianche al proletariato e sottoproletariato. È un fronte unico contro il vampirismo della finanza.

Dice che Trump si poteva prevedere, ma è un bene o un male con quei muri?

Si poteva prevedere perché la Clinton era ancora peggio di Trump.

 

Panorama, 16 gennaio 2019

 

«A Sanremo Mina e Tim stupiranno ancora»

Mina torna a Sanremo. Con la Tim, come l’anno scorso. In voce e in digitale. La più grande cantante italiana, l’artista che non compare pubblicamente da quarant’anni, dovrebbe cantare un brano americano. Non è sicuro al 100% perché sui contratti manca ancora la firma, questione di ore. «Sarà qualcosa di sorprendente», concede Massimiliano Pani, che di Mina è anche il produttore. Nella serata finale del Festival 2018 un ologramma comparve sulla scalinata dell’Ariston. L’avatar di Mina cantò Another Day of Sun tratto dalla colonna sonora di La La Land. Quest’anno che cosa inventeranno lo sponsor unico della kermesse e l’artista che vive a Lugano? Di sicuro si rinnoverà il racconto in cinque episodi, uno per sera, ideato da Luca Josi, direttore della struttura Branded Strategy e Media del marchio e creatore della formidabile campagna, che dura da più di due anni, con il ballerino Sven Otten, in arte JSM. Sarà una piccola soap opera, con sorpresa finale. «Non posso anticipare nulla», si ritrae Pani, «finché i contratti non sono firmati. Se dovesse essere confermata la canzone su cui si sta lavorando, sarà una cosa veloce e positiva. Di un genere musicale inaspettato».

Siamo a Lugano, studi della Pdu Productions, casa discografica di Mina, con Massimiliano, 55 anni, figlio della cantante e di Corrado Pani.

Com’è nato il vostro coinvolgimento con il brand della telefonia?

«Mia madre si fida di Luca Josi. Ne apprezza la genialità e il coraggio. Sono due visionari, due pazzi sani che si divertono. La riuscita di questa collaborazione deriva da questa intesa, dalla stima reciproca».

Si conoscevano già?

«C’era una conoscenza pregressa, che risaliva a quando Josi era in Einstein Multimedia. Una volta in Tim, sapendo che Mina ama l’originalità, le ha proposto qualcosa di innovativo. E lei, che negli ultimi anni aveva rifiutato diversi abbinamenti, ha accettato».

In passato ha collaborato a diverse campagne. Si ricordano le réclame di Barilla…

«In sessant’anni ha fatto una decina di abbinamenti; ci sono artisti che ne fanno uno all’anno. Se si riguardano i caroselli della Barilla si vede ancora adesso quanto fossero in anticipo. Lei cantava una canzone e il prodotto compariva solo nel codino».

Perché si è convinta a collaborare con Tim?

«Perché non era uno spot tradizionale, ma una specie di helzappoppin. Credo che le campagne Tim siano la comunicazione pubblicitaria più all’avanguardia dell’ultimo decennio. Prima il testimonial era Pif. Per trovare una claim altrettanto efficace bisogna tornare a Massimo Lopez e alla telefonata che allunga la vita».

Cosa c’era di originale in questa campagna?

«Josi non ha preso un pezzo già noto e digerito dal pubblico. Ha scelto All Night di Parov Stelar e l’ha fatto cantare a un’artista trasversale a tutti i pubblici, anche lei colta e pop. Ha preso una cantante fuori dal tempo per rivolgersi ai ragazzini, i veri clienti di Tim. È stato un di giro della morte. Un esempio di comunicazione leggera, divertente, creativa».

Che ha portato avanti un discorso, pur cambiando ambientazione.

«All’inizio sono andati in onda anche i filmati del pubblico, gruppi di ragazzi a scuola, marinai sulle navi… Poi sono spuntati Stanlio e Ollio. Ora c’è Piazza Navona che collega le Dolomiti, la Torre di Pisa in un’unica grande piazza che è l’Italia. Cambia il visual, ma il phil rouge è la voce di Mina. Fino alla soap opera intergalattica di Sanremo, con l’astronave in avvicinamento alla terra comandata da un’aliena».

Com’è stato realizzato l’ologramma della serata finale?

«Il fotografo e pittore Mauro Balletti, che dal 1978 è l’unico a poterla riprendere e fotografare, ha creato un rendering del volto e del corpo di Mina, un avatar digitale che ha i suoi lineamenti e i suoi movimenti».

L’avete rappresentata come un’aliena perché Mina è un’assenza presente nella vita italiana? Una protagonista lontana che può sempre comparire?

«È un’aliena per le scelte che ha fatto, perché ha capito alcune cose prima di altri. Ha capito che la televisione stava cambiando e allora ha deciso di tirarsene fuori. Nella ricerca estetica, vent’anni prima di Madonna e trenta prima di Lady Gaga ha cominciato a giocare con la sua stessa immagine. Rappresentandosi in tanti modi, persino con la barba… Ha creato una casa discografica per tutelare il suo lavoro. È stata la prima a pubblicare dischi dedicati come MinacantaLucio e Mina quasi Jannacci. Oppure monotematici come Mina canta o Brasil e Napoli».

La modernità, la contemporaneità, l’anticipo sui tempi da cosa derivano?

«Pensa sempre al domani. Mentre generalmente ci si concentra sul presente, lei si concentra sul bello, su ciò che si può fare di innovativo. Su questo Josi è un ottimo partner, forse l’ultima grande testa della comunicazione pubblicitaria, lo dico per come lavora. Vedremo presto che cosa ci riservano per il 2019».

Come si cura l’immagine di Mina?

«Vogue Italia ha dedicato un intero numero a Mina come immagine. La sua carriera va divisa in due epoche. Quella della ragazza che già negli anni Sessanta e Settanta influenzava la moda con la sua intelligenza e la sua personalità. E quella successiva, quando scelse di ritirarsi. E decise di giocare con la sua immagine, affidandosi a un maestro dell’iconografia come Balletti, che ha realizzato le sue idee in un’epoca in cui non esisteva il photoshop».

Mina ha collaborato con alcuni giornali. Che rapporto ha con la comunicazione?

«Scrivendo per La Stampa e Vanity Fair su qualsiasi argomento e non solo di musica, ha dimostrato che ha successo non perché canta bene, ma perché è intelligente. Quando mi chiedevano chi le scriveva i pezzi rispondevo: “Ma con tutto quello che ha fatto nella musica non credi sia in grado di scrivere da sola?”. È una donna attenta a tutto, che ascolta tantissima musica, informata, sempre avanti…».

Come vive le vicende italiane?

«Gioisce e soffre come tutti noi. Non prende parte benché sia stata più volte sollecitata da tutti».

In che modo?

«Ci sono persone popolari che non sono autorevoli o, al contrario, persone autorevoli che non sono popolari. Lei è entrambe le cose. Quel mondo, tutto, man mano che cambiavano i governi, ha cercato più volte di coinvolgerla, ma lei non ha mai considerato l’idea perché non ama il potere e i potenti. È un mondo troppo distante da ciò che ama e sa fare».

È nei social, ha un canale YouTube…

«Ci sono il canale Mina official e Mina Instagram. Questi luoghi digitali raccolgono parte di quello che ha fatto e lo rendono disponibile anche a chi è nato nell’era digitale e non possiede i vinili o non ha visto la tv dell’epoca. Mina ha un pubblico trasversale, composto anche da ragazzi che le riconoscono modernità e atemporalità».

Danilo Rea suona il pianoforte di Arturo Benedetti Michelangeli?

«Sì. Questo pianoforte viene dalla Basilica, la chiesa sconsacrata dove c’era lo studio di registrazione della Pdu a Milano. Benedetti Michelangeli incideva lì per la qualità dell’acustica. Aveva chiesto alla Steinway di preparargli un pianoforte a coda particolare, più lungo e con un legno preciso. Quando glielo portarono suonò due note ma, esigente ed eccentrico, lo rifiutò perché secondo lui il tasto tornava male. I tecnici della Steinway rimasero basiti nel loro camice bianco. Noi lo abbiamo comprato ed è tuttora il nostro pianoforte».

Che cosa significa comporre e arrangiare per Mina?

«Lei ha la capacità d’interpretare ogni genere musicale non a modo suo, ma come va interpretato. Riesce a entrare in un mondo musicale, dalle canzoni napoletane alla bossa nova, dal tango agli standard, nella maniera in cui va fatto e ai massimi livelli. Perciò bisogna essere in grado di passare da un genere all’altro e avere musicisti all’altezza. Questo, tendenzialmente, lo sanno fare meglio i jazzisti. Toots Thielemans suonò per Mina in Non gioco più. Danilo Rea iniziò a collaborare con noi a 21 anni. Nei dischi c’è sempre un brano con arrangiamento jazz. Gianni Ferrio è stato l’arrangiatore per eccellenza di Mina. Abbiamo lavorato con lui fino agli ultimi anni».

Duettò anche con Astor Piazzolla.

«Nel 1972 lo fece invitare a Studio Uno, insieme eseguirono Balada para mi muerte. Per dire che cosa faceva la Rai in quegli anni».

Un altro rapporto duraturo è quello con Adriano Celentano.

«Hanno iniziato insieme da ragazzi. Lei, Celentano, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci. Cantavano nei locali il rock’n’roll e le canzoni di Elvis prima di diventare cantanti loro stessi. Con Adriano è rimasta grande complicità».

Celentano ogni tanto fa degli show in carne e ossa. Sua madre non è tentata?

«Sono artisti diversi. Adriano è anche attore e performer. Mina si esibiva dal vivo, nei concerti in teatro e in tv. Sono cambiati sia la tv che i luoghi dei concerti. Gli stadi, per esempio, non sono deputati per fare musica, non hanno l’acustica giusta. Con 70.000 persone cambia anche la drammaturgia. Lei privilegiava l’emozione in una dimensione più intima, con l’orchestra. Ha preferito fare dischi in studio».

Canta con Celentano, duetta con Paolo Conte, pubblica un songbook dei successi di Lucio Battisti, scrive un articolo per ricordare Fabrizio De André. Vuole ricostruire la memoria musicale italiana?

«Non so se è questo lo scopo. Lei è un’interprete e cerca di cogliere le canzoni più belle già scritte o che saranno scritte. Perciò a volte fa delle riletture musicali, altre volte pubblica un album di inediti come Maeba».

Come si vive vicino a un’artista così?

«Ho avuto due genitori di grandissima personalità. Mio padre è stato un attore importante e aveva un carattere difficile. Quando gli dicevano che aveva lavorato con grandi artisti del teatro e del cinema rispondeva: “Io di artisti veri ne conosco solo due, Mina e Carmelo Bene”. Mina è una fuoriclasse per il suo modo di pensare».

 

La Verità, 13 gennaio 2019

«Sto lontana dai reality: la vita privata è privata»

Buongiorno Luisa Corna. Da qualche tempo la rivediamo in televisione con più assiduità: le manca un po’ di visibilità o le piacerebbe tornare a condurre un programma?

«Ma no. Ho fatto giusto un paio di interviste in Rai. E sono stata ospite quest’estate di Barbara D’Urso a Domenica live».

In che occasione?

«Avevo inciso un singolo in omaggio a Mia Martini in collaborazione con l’Associazione Minuetto onlus Mimì sarà. Sua sorella Leda mi aveva fatto conoscere Col tempo imparerò, un brano struggente registrato da Mia, proponendomi di cantarlo. Ho accettato con molta umiltà, per affetto verso di lei e tutte le donne che non si arrendono davanti alle difficoltà della vita».

Tornando alla televisione?

«Non mi manca. Mi mancherebbe se non avessi la possibilità dei concerti e del contatto con il pubblico che che per me è la cosa più importante. Ai live vedo che l’affetto dei fan c’è sempre. Poi oggi ci sono anche i social…».

Perché a un certo punto l’abbiamo persa di vista?

«Nel 2011 ho scelto di dedicarmi alla musica. In questi anni la televisione ha cominciato a privilegiare un tipo di programmi nei quali non mi ritrovo. Varietà se ne fanno sempre meno, tutto gira intorno ai reality show. Me ne hanno proposti alcuni, ma ho preferito rimanerne fuori. Non per snobismo, ma perché non mi sentirei a mio agio».

Però li guarda?

«Capita».

Che cosa in particolare non la convince?

«Vorrei andare in televisione per esprimere ciò che so fare. Non voglio sembrare presuntuosa, ma mi sembra che nei reality devi metterti in gioco con tutta te stessa. Penso che la vita privata debba restare tale, mentre nei reality è la parte principale. Non do giudizi, semplicemente non fa per me».

Com’è sbocciato il suo amore per la musica a Palazzolo sull’Oglio?

«Da bambina. All’oratorio, padre Lino suonava il pianoforte e io stavo sempre ad ascoltarlo. Dopo un po’ m’inserirono nel Coro della Rocchetta di Palazzolo. Quando mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande rispondevo sempre allo stesso modo. Da piccoli si è determinati e a volte i sogni si avverano. A 16-17 anni ho iniziato a frequentare a Milano il Centro professione musica di Franco Mussida della Premiata Forneria Marconi. Poi anche il Centro teatro attivo, per togliermi l’accento bresciano e imparare a intrattenere. Vedevo Mina che sapeva cantare e condurre, vedevo i musical nei quali bisognava saper fare tutto…».

Chi erano i suoi insegnanti?

«Daniela Ghiglione, Lella Costa…».

Poi cosa accadde?

«Iniziai a esibirmi nei locali con un gruppo che si chiamava Te chì la band, in dialetto milanese, con chiara allusione al liquore messicano».

Con che musica è cresciuta?

«Con il blues e il soul, con Stevie Wonder e gli standard jazz. Poi Mina, Lucio Battisti, Fabrizio De André».

Il primo concerto?

«Paolo Conte e poi Giorgio Gaber».

Il primo disco?

«Uno di Mina, poi Celentano che ascoltavano anche i miei».

Come presero la sua volontà di fare la cantante?

«Mio padre aveva un’azienda e io stessa avevo studiato ragioneria nella prospettiva di lavorare in famiglia. Quando si accorse che mi piaceva cantare, pur con un filo di perplessità – perché insomma, il lavoro è un’altra cosa – mi disse: “Se vuoi, provaci. Però qui il posto ce l’hai sempre”».

Ma le cose andarono bene…

«Entrai nel coro di Miguel Bosè. Poi m’iscrissi al Festival di Castrocaro, presentandomi da sola… Conducevano Gigi Sabani e Rosita Celentano. Ogni settimana ti richiamavano se superavi le selezioni in base al gradimento del pubblico».

E?

«Arrivai seconda. Anzi, prima mi avevano detto che avevo vinto, poi si corressero, in diretta».

Poi però tradì la musica per la moda…

«Mi avvicinarono nei locali dove cantavo: “Perché non provi qualche servizio fotografico?”. Ci pensai un po’, non avevo vent’anni, ma poteva essere un modo per mantenermi. Entrai nella Fashion, una delle agenzie più importanti. A una delle prime sedute c’era anche Fabrizio Ferri… Ho girato il mondo, sono stata più volte a New York, in Australia, l’Europa l’ho vista tutta. È stato un periodo intenso, ho imparato tanto».

Quando tornava a Palazzolo pativa lo sbalzo dal mondo glam alla vita del paese?

«Ho una famiglia unita, torno volentieri a casa. Dicono che quelli del Sagittario siano persone curiose, che amano viaggiare, ma che allo stesso tempo tengono i piedi per terra. Quella della modella è una professione faticosa, ci si alza presto. A me non interessava la vita notturna. Finito di sfilare me ne stavo in albergo, spesso sola o con qualche collega. Perciò quando tornavo a casa ero felice di riabbracciare i miei e le amiche che sono tuttora quelle della scuola».

La seconda deviazione dalla musica è stata la televisione.

«Seppi che Michele Guardì e Fabrizio Frizzi cercavano cantanti per Domenica in. Non avevo nemmeno l’agente, ma ci provai. Cantai accompagnandomi al pianoforte e andò bene. Alla fine di quell’anno mi contattò Corrado Mantoni per propormi di affiancare Giampiero Ingrassia nell’edizione estiva di Tira e molla su Canale 5. Dopo l’estate mi proposero di partecipare a Controcampo di Sandro Piccinini. Stavo fra il pubblico e facevo qualche domanda. Poi a un certo punto decisero che potevo affiancare il conduttore».

Arrivò anche il cinema.

«Mi chiamò Panariello per interpretare una fotoreporter della quale si innamorava lui stesso che faceva il giornalista. Quando, per promuoverlo, andai ospite di Taratatà di Vincenzo Mollica, Fausto Leali mi propose di partecipare in coppia alla selezione per Sanremo».

Arrivaste quarti.

«Il brano s’intitolava Ho bisogno di te».

Cantate ancora insieme, i timbri vocali si completano.

«Fausto è un amico, ed è bresciano, parliamo in dialetto».

Coltiva altre collaborazioni?

«Nel 2007 con Tony Hadley degli Spandau Ballet abbiamo inciso un brano per la colonna sonora del film Russian Beauty e, di recente, Sananda Maitreya, più conosciuto come Terence Trent D’Arby, mi ha coinvolto nell’album Prometheus e Pandora, inciso per il trentennale della sua attività artistica. Siamo stati in tournée».

Canta il blues, il soul, la musica napoletana. Chi apprezza tra gli artisti attuali?

«Tiziano Ferro, Elisa, anche i Maneskin mi sembrano centrati nel loro stile».

E il rap?

«Ci sono dei rapper che trovo interessanti per i testi oltre che per la loro comunicativa. Tra questi, J-Ax che ha scritto un brano meraviglioso dedicato a suo figlio. Al tempo stesso il genere rap ha prodotto il trap, i cui interpreti oggi stanno avendo grande successo soprattutto grazie a internet dove affrontano temi importanti di disagio sociale con una certa esaltazione e leggerezza. Poiché questo particolare genere musicale è destinato a un pubblico adolescenziale facilmente influenzabile, credo sia importantissima una maggiore vigilanza e diffondere messaggi dai contenuti non negativi».

Segue i talent show musicali?

«Trovo che siano un fatto positivo. Oggi i giovani non sanno più come entrare nel mondo della musica. Certo, lì è già un po’ tutto pronto. Ci sono i coach e il pubblico che ti ascolta in condizioni di favore. Ai ragazzi che mi chiedono consiglio su cosa fare suggerisco di tentare i provini dei talent, perché fuori c’è il deserto. Mettendoli però in guardia sul fatto che un conto è avere una bella voce e saper cantare qualche cover, un altro è diventare un artista che sa stare sul palco».

Che rapporto ha con la politica?

«Quello di un cittadino normale. Seguo i telegiornali, m’informo».

Come vede il cambiamento verificatosi alle ultime elezioni?

«Sono piuttosto confusa. Fatico a farmi un’idea definitiva. Mi sembra che non si faccia abbastanza per far crescere il Paese. Appena si muove qualcosa, la burocrazia e la pressione amministrativa finiscono per soffocare tutto».

Che cosa pensa del movimento Me too?

«Penso che, con tutti i suoi limiti, possa servire a difendere le donne che per tanto tempo sono state viste come oggetto del desiderio. Ai tempi di mia madre e di mia nonna le condizioni erano peggiori. Ma ancora oggi, nel mondo del lavoro, spesso non c’è parità e a volte le donne vengono viste come facile preda».

Ha mai subito molestie?

«Mai».

Nessuna invadenza che l’ha costretta a mollare qualche ceffone?

«Appena mi accorgevo di qualche insistenza eccessiva evitavo persone e circostanze».

Si divide tra Palazzolo e Brindisi dove c’è il suo compagno.

«Per fortuna ci sono due aeroporti comodi e funzionanti».

Come si vive vicino a un ufficiale dell’arma dei Carabinieri?

«Imparando il senso del dovere e la responsabilità di dedicarsi con generosità al benessere degli altri».

Che trasmissione vorrebbe per tornare in televisione?

«Oggi sembra obsoleto parlare di varietà. È un genere che va rinnovato e aggiornato».

Le è piaciuto Stasera a casa Mika?

«Molto. Mika ha un’eleganza e una grazia naturali. Anche la scenografia era innovativa».

Altri?

«Renzo Arbore che se ne sta defilato e ogni tanto spunta con la sua leggerezza sapiente. E poi Fiorello, anche lui quando esce dalle retrovie…».

Come ha trascorso il Natale?

«Avendo viaggiato spesso per motivi di lavoro, il Natale per me e la mia famiglia è sempre stato un momento speciale per ritrovarsi tutti insieme. Credo che oltre al business della festività, questo sia un periodo giusto per rallentare e fare spazio ai valori più autentici e agli affetti più cari, ai famigliari, ai parenti e agli amici che non si ha avuto modo di abbracciare da tempo».

 

La Verità, 31 dicembre 2018

 

 

«La canzone napoletana? Materia per l’Unesco»

Vuole prima vedere la casa o fare l’intervista?». «Assolutamente prima la casa». Renzo Arbore abita in un attico a un quarto d’ora di taxi da Viale Mazzini, ma Guarda… stupisci (modesta e scombiccherata lezione sulla canzone umoristica napoletana), il programma dei record di Rai 2, va in onda dal Centro di produzione di Napoli. Anzi, esattamente da un’aula universitaria idealmente intitolata a Totò. Ma di questo parleremo tra poco. La casa, dunque. Inesauribile museo del kitsch e dell’effimero. Alberi di Natale stracarichi di addobbi, carillon, luminarie, statuette sue con e senza clarinetto, radio d’epoca di tutte le forge, targhe di Copacabana intestate a lui, presepi, un suo ritratto-installazione luminosa di Marco Lodola, orologi con pappagallini che ti fanno il verso, gazebi, bar tropicali, la bambolina della dea Yemanja di Bahia, ninnoli incomprensibili, statuine di jazzisti, di pin up, una finta finestra davanti al golfo di Napoli, il papiro della Laurea honoris causa post mortem a Totò («nella Lectio magistralis lo dipinsi come il Grande consolatore del dopoguerra»).

Mentre al telefono amici, colleghi, dirigenti Rai applaudono al boom di ascolti della sera prima (14.5% di share, la media di Rai 2 è del 6%), la visita prosegue al piano superiore, «che io chiamo pomposamente gli Studios, perché qui abbiamo registrato sketch, programmi e programmini». Ecco il divano rosso, poi adottato da Parla con me, realizzato da Alida Cappellini e Giovanni Licheri, scenografi e designer dei programmi tv e dell’abitazione arboriana. La collezione di vinili e di cd, una libreria, scrivanie, pianoforti, cuscini commemorativi dei film, Stanlio e Ollio in porcellana, strumenti vari, armadi stipati con i gilet di Quelli della notte e la divisa da ammiraglio di Indietro tutta!, la stanza delle madonne dipinte, scolpite o in plastica. «Mancano parecchie cose che ho usato per la mostra di due anni fa al Testaccio», si duole Arbore. «La collezione di juke box, flipper e pianoforti antichi invece è in un’altra casa, dove mio nipote ha allestito uno studio discografico. Lo so, la fantasia può diventare patologica. Ma quando vedo qualcosa che mi attira mi dico che non posso non averlo».

È più kitsch casa sua o quella di Roberto D’Agostino?

«Roberto è un grandissimo rivale. Però lui possiede opere d’arte, io ho tante stronzate».

Cos’è questa smania di accumulo?

«Malgrado sia nato in una famiglia benestante, mio padre ci educava all’austerità e io non possedevo giocattoli. Ora, da adulto, me li posso comprare. Questo è il mio giocattolume, un regno di gioco e affetti. Camuffo questi acquisti inconsulti con il fatto che non ho vizi costosi, gioco, alcol, donne…».

Da qui non si può non avere una visione scanzonata della vita?

«La più grande soddisfazione me la diede Vittorio Gassman quando un giorno venne a trovarmi: “Se dovesse tornarmi la depressione”, disse, “devi promettermi che mi ospiterai perché in questa casa non si può essere depressi”. Sono nato con la positività di mio padre che, da dentista, curava il sorriso dei pazienti raccontando le barzellette: quando si aprivano alla risata gli staccava il dente. I medici che stanno in mezzo ai dolori della gente amano l’allegria».

Perché, con tutti quelli che ci sono stati, ha pensato di dedicare un programma alla canzone napoletana?

«I compositori napoletani da metà Ottocento fino a Pino Daniele hanno scritto pagine sublimi, imparagonabili per melodiosità e per poeticità dei testi a qualsiasi altra produzione musicale, non solo italiana».

Addirittura?

«Certamente. Bisogna adoperarsi perché l’Unesco la elegga patrimonio dell’umanità. Se ne conoscono una trentina… sono centinaia. S’incazzeranno certi sedicenti storici, ma sono canzoni scritte da poeti, avvocati, professori. Tutte persone di estrazione borghese, salvo qualche rara eccezione, come Salvatore Gambardella che era calzolaio. Poi fu interpretata da intellettuali finissimi: Nino Taranto, Roberto Murolo, Renato Carosone. Oggi è apprezzata dai musicofili di tutto il mondo. Riccardo Muti si toglie il cappello davanti a Marechiare. Molti dei nostri intellettuali invece l’hanno snobbata per motivi ideologici».

Perché la consideravano troppo popolare?

«Il fatto è che molti critici di cultura veterocomunista disprezzavano queste canzoni che erano farina della borghesia. Autori come Ernesto Murolo, il padre di Roberto, Libero Bovio, Edoardo Nicolardi, E. A. Mario, pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta, che ha scritto anche La canzone del Piave oltre a Tammurriata nera e tante altre. Per questo motivo, quei critici ritenevano che queste canzoni che gli americani chiamerebbero evergreen, fossero da punire. Calò un silenzio tombale».

Lei ne è diventato ambasciatore anche all’estero.

«Da 27 anni mantengo questa casa con i proventi dei 1500 concerti tenuti con L’Orchestra italiana in tutto il mondo. Per sdoganare ’O sole mio ci è voluta una pazienza straordinaria. Ora è più popolare di Summertime di George Gershwin e di Let it be dei Beatles. Con Ray Charles ne abbiamo fatto una versione meravigliosa».

Ha definito Guarda… stupisci un programma antico perché dall’antico si può trarre qualcosa di buono mentre dal vecchio no?

«È così. Io vengo dal jazz e bisogna sapere che persino il rap di oggi deriva dal blues. Se non conosci l’antico e non mastichi il blues, non puoi fare bene il rock e nemmeno il rap. È una regola».

Con lei, Nino Frassica e Andrea Delogu ci sono i giovani: un programma intergenerazionale?

«Io e Ugo Porcelli ci siamo chiesti: possibile che i ragazzi di oggi che sono sempre connessi con il cellulare non sappiano chi è Alberto Sordi? Non dico Aldo Fabrizi… Non hanno visto i capolavori del nostro cinema, la tv artistica – io la definisco così – degli anni Sessanta e Settanta. Quella di Antonello Falqui e Enzo Trapani, poi Massimo Troisi e il trio Lopez Solenghi e Marchesini. Era una tv piena di sketch indimenticabili, scritti da autori che emulavano la fantasia dei grandi sceneggiatori del cinema, Age e Scarpelli, Rodolfo Sonego, Sergio Donati».

Avrete fatto una selezione mirata dei ragazzi, perché in gran parte oggi si accalcano nelle discoteche di Sfera Ebbasta…

«Come primo e vecchio dj ho sempre distinto due pubblici: quello di Lucio Battisti e quello di Pupo, lo dico con grande simpatia… Alla mia età mi spiace constatare che in maggioranza i giovani sono interessati al gossip, alla volgarità, alla battuta corriva».

Apposta parla di educational show: c’è spazio per educare al bello?

«Naturalmente educational show è una provocazione. Questo programma è nato all’università Federico II, quando ho mostrato agli studenti brani dell’Altra domenica e fatto ascoltare Bandiera gialla e vedevo che questi ragazzi scoprivano mondi ignoti».

Cosa può dare la canzone napoletana al tempo degli haters?

«Agli haters dobbiamo opporre la cultura del sorriso, l’umorismo della nostra musica, la goliardia sapiente. La canzone napoletana dev’essere insegnata nei conservatori perché ha la stessa nobiltà del melodramma. Ma qui serve anche l’impegno della politica. Esportiamo nel mondo la moda, la Ferrari, la gastronomia, il design, l’unica cosa che non esportiamo è la canzone di qualità che può diffondere anche la nostra splendida lingua. Il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli dovrebbe farci un pensiero».

Lei è foggiano, ma canta Napoli, Modugno è barese, ma lo si considera siciliano. È un destino dei pugliesi?

«La tradizione napoletana è più forte. La mia famiglia benestante svernava a Napoli dopo il raccolto del Tavoliere perché il clima è più dolce. Mio padre si è laureato e ha iniziato a fare il dentista a Napoli. Mia madre è una Cafiero di origini napoletane. Così, io mi sono iscritto all’università di Napoli. Studiavo giurisprudenza e suonavo con gli americani, Murolo e Sergio Bruni fino a notte fonda».

Fabio Fazio l’ha chiamato padre della televisione italiana.

«Più che padre, considerata l’età, sono il nonno. La nonnità deriva da quello che ho fatto: tre format radiofonici come Bandiera gialla, Per voi giovani e Alto gradimento e 16 televisivi, da L’altra domenica a Speciale per voi, da Meno siamo meglio stiamo a Cari amici vicini e lontani che ha celebrato la radio in tv».

Quindi il monumento le è piaciuto?

«Il monumento ci può stare perché sulla Verità tale Celli Pier Luigi, il peggior direttore generale che la Rai abbia avuto, ha sparlato di me. L’unico fallimento della mia carriera è stata la direzione artistica di Rai International, un’idea straordinaria guidata dall’ottimo Roberto Morrione, che quel signore è riuscito inopinatamente a far chiudere non rinnovandoci il contratto e dandomi del venale. Un’accusa che ritengo la più lontana e infamante della mia personalità. Per questo abbiamo creato l’associazione Roberto Morrione e oggi tutti rimpiangono quella stagione come la migliore di Rai International».

Un mio ex compagno di scuola mi ha ricordato che alla fine delle lezioni andavamo a casa mia ad ascoltare Alto gradimento

«Nella storia della radio, Alto gradimento è stata la seconda trasmissione più seguita dopo I quattro moschettieri. La terza è stata Viva Radio 2 di Fiorello».

Che lei considera un suo erede, più di Fazio, Piero Chiambretti e Giorgio Faletti?

«Lo considero un po’ un figlioccio. Lui stesso lo dice, ricordando quando parodiava le mie canzoni nei villaggi turistici. Anche Chiambretti ha preso qualcosa. Faletti no, ha una storia autonoma, era un talento eclettico, faceva Vito Catozzo, ha scritto la meravigliosa Minchia, signor tenente, grandi thriller…».

Breve lista dei talenti scoperti con Gianni Boncompagni: Roberto Benigni, Andy Luotto, Michel Pergolani, Luciano De Crescenzo, Riccardo Pazzaglia, Simona Marchini, Massimo Catalano, Marisa Laurito, Francesco Paolantoni, Maria Grazia Cucinotta, Mario Marenco, Giorgio Bracardi, Maurizio Ferrini, Ilaria D’Amico, Roberto D’Agostino…

«Ilaria D’Amico la avvicinai per strada proponendole un provino proprio per Rai International. Pensai subito che potesse sfondare. Facemmo La Giostra del goal, trasmettendo le partite in diretta fuori dall’Italia. Lei conduceva e divenne esperta di calcio».

De Crescenzo?

«Rappresenta la Napoli aristocratica di Raffaele La Capria. Un ingegnere elettronico, il primo a usare il computer in Italia. Lo conobbi perché avevamo la stessa fidanzata a nostra insaputa. Lei mi diceva: “Sono amica di De Crescenzo”, e a lui: “Sono amica di Arbore”. Quando c’incontrammo tutti e tre capimmo che non era amicizia».

Troisi?

«Paladino di una Napoli di grande tradizione. Un erede di Eduardo e un grande amico».

Benigni?

«Un folletto intelligentissimo che dimostra come ci si può fare da sé. Anche Mariangela Melato e Gabriella Ferri si sono fatte da sé. Persone di estrazione proletaria che si sono acculturate lasciando il segno nella cultura italiana».

Dimentico qualcuno?

«Il Mago Forest era il maghetto di Indietro tutta. Poi le sorelle Bandiera, il primo trio di comici en travesti ma di grande eleganza. Il più forte di tutti però era Mario Marenco: una vena umoristica così surreale e moderna io e Gianni non l’abbiamo mai più trovata».

Che fine ha fatto Gegé Telesforo?

«È uno dei migliori cantanti jazz europei. Fa un piccolo programma su Rai 5, la grande televisione non segue il jazz».

D’Agostino come lo trovò?

«Era uno dei ragazzi di Bandiera gialla. Informatissimo, andava nei night a pescare mode e tendenze. Aveva curiosità per le cose che bisognava sapere, come dimostra il successo di Dagospia. Dago in the Sky è il programma più d’avanguardia della televisione italiana».

Il suo partner ufficiale è lo straordinario Nino Frassica: rischia forse d’inflazionarsi?

«Qualche volta glielo dico anch’io».

Pazzaglia?

«Un intellettuale borbonico, autore delle più belle canzoni di Domenico Modugno. Un compagno d’armi con il quale abbiamo fatto Cari amici vicini e lontani sui 60 anni della radio. Pensando a lui mi riprometto di campare fino al 2024 per festeggiare il secolo della radio».

Che l’ha svezzato.

«Eravamo la generazione beat, quella apprezzata da Edmondo Berselli, protagonista della vera rivoluzione prima del Sessantotto. Con Bandiera gialla e Per voi giovani si scoprirono i giovani. Fino al 1964 si parlava solo di ragazzi, le riviste erano L’Intrepido, Il Monello, Il Corriere dei ragazzi. Poi nacquero Big, Giovani e Ciao 2001. C’erano Barbara Palombelli, Dario Salvatori, Renato Zero, Loredana Bertè, Clemente Mimun. Avevamo rubato l’etichetta beat a Jack Kerouac e Lawrence Ferlinghetti. Creammo i cappelloni, i chitarroni, un modo di ballare, c’era Patty Pravo. Pochi giorni fa ho rivisto Shel Shapiro e Maurizio Vandelli…».

Poi arrivò la contestazione e in quell’atmosfera cupa sceglieste come sigla Rock around the clock che aveva l’argento vivo…

«Fu voluto, ovviamente. Il nostro successo venne dal fatto che facevamo divertire in un momento in cui il sorriso era criminalizzato. I contestatori dicevano: “Una risata vi seppellirà”. Sono rimasti sotto loro. Da filoamericano non potevo simpatizzare per i maoisti cinesi o i comunisti filosovietici perché i miei amici jazzisti erano già stati in Russia e mi raccontavano la tristezza di là».

Mai litigato con Boncompagni?

«Mai. Eravamo diversi, ma ben assortiti».

Lui era cinico?

«Ma molto intelligente e intraprendente, mentre io ero timidissimo. Mi ha tirato fuori da quel guscio di timidezza».

Era nichilista?

«Era comunista. Lo erano tutti tranne il sottoscritto e il mio amico Gerardo Gargiulo, gli unici liberali. Indossavamo i jeans che si compravano ai mercati americani. Poi suonavo all’Uso (United States Organizations) un club che assisteva i militari americani. Per Tu vuo’ fa’ l’americano Carosone s’ispirò a noi».

Le registrazioni di Alto gradimento sono state ritrovate?

«Una parte le ha Radio Rai, qualcuna qualche appassionato. Faccio un appello ai collezionisti che ne possedessero delle registrazioni di scrivere al suo giornale, così potremmo recuperare una pagina importante della storia della radio».

Perché il jazz e la canzone napoletana?

«Quand’ero bambino a Foggia di sera gli americani suonavano Glen Miller al Circolo ufficiali di fronte casa. Invece di giorno, mentre ricostruivano le case bombardate, i muratori cantavano le canzoni napoletane».

Cosa guarda in televisione?

«I talk show. Lo faccio per esaudire il pasqualismo di Totò. Un energumeno lo riempiva di ceffoni “Pasquale beccati questo; e quest’altro”, per vedere fino a che punto resisteva. Lui non reagiva: “Mica sono Pasquale”. Guardo i talk show per vedere fin dove vogliono arrivare i politici. I talk show sono televisione per eccellenza. E poi in me c’è una passione politica nascosta».

Possiamo circostanziare?

«Anche in questo sono filo americano. In camera da letto ho il busto di Abramo Lincoln e ho apprezzato John Fitzgerald Kennedy. Ho cercato il più americano dei partiti italiani senza riuscire mai a trovarlo».

Quindi non vota?

«Votavo per quelli che mi sembravano più vicini, poi ho abbandonato. Cerco il partito dell’affidabilità, quello che ti vende l’auto usata giusta. In America l’affidabilità è tutto, i politici che non tradiscono le promesse fatte agli elettori. Altro che Bill Clinton. Da giovane leggevo tutti i giornali di partito da La Discussione a La Voce repubblicana fino a Rinascita».

È rassegnato?

«Ho poca fiducia. Esportiamo il made in Italy, ma la politica e la questione sociale no perché sono il vero tallone d’Achille».

Il cambiamento delle ultime elezioni?

«Sto a guardare, ma fatico a vedere personalità che possano avvicinarsi al mio punto di vista da artista. Poi sono lincolniano… Mi piacerebbe trovare qualcuno che dice qualcosa che va contro i suoi interessi».

In un’isola deserta con soli tre dischi.

«West and blues di Louis Armstrong, Era de maggio di Roberto Murolo, Titanic di Francesco De Gregori».

Chi sono i maestri del venerato maestro Renzo Arbore?

«Armstrong, Totò, Murolo, Ray Charles, Riccardo Pazzaglia, Charlie Parker, Federico Fellini».

Il più grande di tutti?

«Louis Armstrong, che ha inventato la musica del nostro tempo».

Tra gli italiani?

«Enzo Jannacci per la fantasia straordinaria. Ha scritto Vincenzina e la fabbrica Vengo anch’io! No, tu no, Il palo dell’ortica».

Cosa farà a Natale?

«Me lo godo con la famiglia. Anche se non c’è più Mariangela… Con lei sono diventato credente».

Cosa intende dire?

«Che spero e credo che lei ci sia ancora. Quando si pensa alle persone care è importante credere in un’altra vita. Questo grandissimo dolore mi ha avvicinato a un sentimento religioso. La lotta che ha condotto contro quella malattia ingiusta… tutte le malattie lo sono. Ma io voglio sperare. Ecco: sono uno sperante».

 

La Verità, 16 dicembre 2018

«Il politicamente corretto vince solo sui giornali»

«Lo so, non dovrei», ammette Enrico Ruggeri mentre si accende una sigaretta. «Le dà fastidio il fumo?». Il fatto è che a metà agosto ha dovuto sospendere il tour a causa di un edema alle corde vocali e sarebbe meglio astenersi. Ma si sa. «Facevo più fatica… voce rauca», racconta. «Me l’hanno tolto e l’hanno analizzato. Sì, un filo di apprensione, ma non più di tanto». Adesso ha ripreso i concerti sia da solista che con i Decibel e intanto continua a fare le sue solite mille cose, dalla radio tutti i giorni su Radio24 a scrivere testi, a pensare romanzi… Quest’anno però non andrà a Sanremo. «L’ho fatto l’anno scorso. È buona norma saltare…».

Chi è L’Anticristo al quale ha dedicato l’ultimo album dei Decibel?

«Per noi è un protocollo comportamentale».

Cioè?

«Siamo fermamente convinti che ci sia una decina o quindicina di persone che si trova da qualche parte e decide chi sarà il presidente degli Stati Uniti, il cancelliere della Germania, quando scoppierà la prossima bolla finanziaria, quando inizierà il nuovo flusso migratorio. Sono i veri potenti che indirizzano le sorti del mondo. Il loro primo obiettivo è l’abbassamento della consapevolezza della gente».

Addirittura?

«Prendiamo il mio campo. Trent’anni fa c’erano Bob Dylan e John Lennon, adesso chi c’è? È tutto standardizzato. Si è voluta eliminare la forza dirompente dell’arte per renderla innocua».

Il protocollo comportamentale è un divertissement?

«Mica tanto. Secondo lei il fatto che una volta ci fosse Lennon e ora abbiamo gli One Direction è un caso?».

La qualità dei polli dipende da quella del mangime.

«Appunto, hanno cambiato mangime. Chi lo distribuisce? Quegli artisti influenzavano tutto il mondo. Quando Lennon con Yoko Ono fece il bed in per “dare una chance alla pace”, i giovani e la stampa arrivarono da tutto il mondo. Ora cantanti e artisti non hanno più peso sull’opinione pubblica».

Ce l’hanno gli influencer…

«Il paragone tra il tweet di un influencer a una canzone di Dylan avvalora la mia tesi».

Chi sono questi quindici potenti?

«Secondo me non sono famosi, vivono in maniera monacale. Il loro interesse è modificare gli assetti mondiali. Questo per noi è l’Anticristo».

Sono la fonte dell’omologazione?

«Del pensiero che ha poca consapevolezza, poco spirito critico».

I social favoriscono questo livellamento verso il basso?

«I social sono l’esaltazione della mediocrità. Chiunque pensa di aver voce in capitolo, di poter scrivere al Papa o a Donald Trump. Una volta gli influencer erano Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Ennio Flaiano. Adesso sono persone che ti dicono che scarpe mettere o se quest’anno va il rosa o il giallo».

Non è un controsenso fare un disco sull’Anticristo quando non si parla più di Cristo?

«Il primo a elogiare il disco dei Decibel è stato il cardinal Gianfranco Ravasi: una delle poche menti profonde rimaste all’interno della Chiesa e della società».

Che cosa pensa delle polemiche sui presepi nelle scuole che disturberebbero gli alunni di altre religioni o che sarebbero contraddittori rispetto alla scarsa accoglienza verso i poveri e i migranti?

«Un altro degli obiettivi dei poteri forti è annullare le identità. Creare un magma nel quale tutti consumino le stesse cose. Oggi un centro commerciale di Singapore è uguale a uno di Roma. Ogni difesa della tradizione è un ostacolo sulla strada dell’omologazione perché tradizione vuol dire identità. Perciò va abbattuta».

Difendere la tradizione non significa essere rivolti al passato?

«Per me non è un’offesa. Si può costruire un grande futuro solo partendo dal proprio passato».

Chi viene ai suoi concerti coglie questa critica del presente?

«Forse non tutti, ma il mio destino non è scrivere per tutti».

In Lettera dal Duca canta: «Se guardo dentro me vedo l’infinito, supero i miei limiti più di quanto immagini». Oltre alla tradizione anche il senso religioso è un ostacolo all’omologazione?

«L’anima è un fattore scomodo. La ricerca introspettiva è un tentativo di affrontare e risolvere i problemi partendo dalla propria interiorità. Invece si vuole che vengano risolti consumando. Più sei infelice più consumi. Per far lievitare i consumi bisogna aumentare l’insoddisfazione. Più l’anima è povera e più si cerca di arricchirsi acquistando beni dei quali magari non si ha bisogno».

Che ruolo hanno i grandi marchi della tecnologia?

«La tecnologia è il braccio armato di questa operazione. Tutto deve diventare un magma senza identità».

Però iniziano ad alzarsi voci dissidenti nei confronti della globalizzazione. Si comincia a coglierne il lato negativo…

«Passata l’infatuazione, tutte le grandi invenzioni rivelano i loro effetti negativi. Il fuoco fu scoperto per riscaldare durante le stagioni fredde. Dopo un po’ si iniziò a usarlo per bruciare la capanna del vicino. Il problema non è fermare il progresso, ma canalizzarlo nelle giuste direzioni».

Quest’estate è finito al centro di una querelle per un tweet dopo il rifiuto di un euro dato a un ambulante mentre era a cena con sua figlia. Cos’era successo esattamente?

«Un venditore di rose aveva rifiutato degli spiccioli. Avevo percepito una certa arroganza e ho fatto delle considerazioni che qualcuno ha capito e altri no. Se respingi un’elemosina solo perché fatta con gli spiccioli vuol dire che non ne hai davvero bisogno».

Si è scatenato il putiferio?

«Una volta c’erano le lettere anonime, oggi sui social si può conquistare una certa visibilità senza esporsi. Ognuno si sente in diritto di dare lezioni o di insultare. È curioso che in 40 anni che faccio questo mestiere nessuno mi abbia mai detto in faccia che non gli piacciono le mie canzoni o che il mio pensiero gli fa schifo. Queste cose avvengono quando ci si nasconde dietro la tastiera. Ma quello che succede a me è niente rispetto a chi è stato insultato su Facebook, magari dopo la morte di un figlio».

Il problema è l’anonimato o anche il potere del politicamente corretto?

«Come hanno dimostrato le ultime elezioni la parte che si abbarbica al politicamente corretto è minoritaria».

Però continua a influenzare la cosiddetta narrazione della vita pubblica.

«Perché controlla i grandi media, giornali e televisioni».

La trovo ottimista.

«Qualcosa sta cambiando, anche se sei mesi sono pochi per giudicare. Per cambiare un paese come l’Italia ci vogliono dieci anni non dieci minuti».

Che cosa le piace del governo gialloblù?

«Penso che siano stati più bravi a intercettare le istanze della gente, avvicinandosi a chi è in difficoltà. In tutta Europa si sta verificando un cambiamento epocale: i poveri votano a destra e i ricchi votano a sinistra. Questo dieci anni fa era impensabile ed è un fatto positivo. Aggiungerei che chi è al governo ha contro i poteri forti e perciò fa la corsa in salita».

Invece, che cosa non le piace?

«L’eccessiva spettacolarizzazione delle loro azioni. Io non voglio che un ministro faccia bei tweet, ma che faccia buone leggi. L’unica persona che nel dopoguerra può dire di aver salvato l’Italia è Alcide De Gasperi ridando dignità a un Paese povero e sconfitto. Da persona schiva non si metteva mai in vetrina. Ci ha pensato la storia a dargli ragione».

Oggi la politica è comunicazione.

«È così».

Chi sono secondo lei i principali oppositori del governo?

«Mi sembra che questo governo non piaccia alle banche. Questo non vuol dire di per sé che sia buono. Ma che fa cose invise all’alta finanza, ai mercati».

Che cosa pensa della politica di Matteo Salvini sull’immigrazione? È un argomento sovrastimato?

«È il territorio di scontro per eccellenza».

È giusto che lo sia?

«Lo è per interesse di entrambi le parti. A Salvini piace parlare di immigrazione perché è un argomento nel quale si sente forte. All’opposizione piace parlarne perché ritiene sia il punto su cui Salvini è moralmente più attaccabile. Mi sembra un argomento su cui tutte e due le parti dicono quello che i loro elettori vogliono sentirsi dire. A nessuno piace parlare di scuole e ospedali».

Mentre…

«Ce ne sarebbe bisogno. Ci sono problemi altrettanto e forse più urgenti dell’immigrazione».

Dopo il tour cosa farà?

«Sto scrivendo delle canzoni, ma senza scadenze né fretta».

Per i Decibel o per lei?

«Per me. Avendo il mio studio, posso lavorare in tutta tranquillità».

Per altri interpreti non scrive più?

«Ho scritto una canzone per Mimmo Locasciulli, un amico. Più difficile che scriva per i nuovi virgulti».

E per Pico Rama, suo figlio?

«Più facile che scriva lui una canzone che piace a me che il contrario».

La scena musicale è dominata dal rap: troppo?

«Ormai il rap è diventato pop. Lo ascoltano anche i bambini, ha sostituito Peppa Pig. È una fiera di personaggi che cambiamo e spariscono continuamente».

C’è qualcosa o qualcuno da salvare?

«Il mio primo concerto da spettatore fu di Emerson Lake & Palmer. Poi ho visto David Bowie e Paul McCartney, difficile che mi entusiasmi per le nuove leve. Vedo molta piaggeria: pur di essere trasmessi e scaricati si accetta di abbassare il tiro. Credo che le cose migliori siano quelle che se ne fregano del mercato».

Ai giovani che consiglio darebbe?

«Di avere pazienza e costanza. Di non aspettarsi di diventare ricchi e famosi in poco tempo. L’epoca alla quale appartengo, quella di Franco Battiato e Vasco Rossi, è stata un’anomalia. Era più facile, c’era meno concorrenza. Eppure, nessuno di noi ha sfondato al primo disco. Io ebbi un contratto per cinque album. Oggi la selezione è spietata. Se il primo cd non sfonda, dopo sei mesi hai già cambiato mestiere».

 

La Verità, 10 dicembre 2018

«Quando il tennis era per dandy solitari, ma liberi»

Un’ossessione chiamata tennis. Un morbo. Una religione. Possibile? «Possibilissimo, altamente probabile», acconsente Matteo Codignola, autore di Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi). «Certo, c’è anche chi gioca un’ora a settimana. Per hobby, o per fare un po’ di movimento. Ma se lo si ama, il tennis può tramutarsi in una malattia». Che si vive alla morte. Da giocatore, da spettatore, da lettore e da scrittore. Come accade a Codignola, genovese, classe 1959, traduttore e curatore per Adelphi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John McPhee. E come documenta questo che è qualcosa più di un libro: oggetto feticcio, raffinato album fotografico virato seppia, galleria di personaggi eccentrici, divagazione sulla natura di una disciplina patologica, di gran lunga il più completo e complesso sport individuale esistente. Coerentemente con la materia che tratta, anche la genesi di Vite brevi di tennisti eminenti è alquanto singolare, essendo che da un bel po’, ma invano, Codignola cercava l’innesco per un grande racconto sul tennis. Fin quando il suo amico Vincenzo Campo, editore della sofisticata Henry Beyle e habitué di mercatini, non rinvenne in quello di Cormano una valigia di cuoio, scrigno di una collezione d’immagini in buste ordinate per argomento: moda, cinema, ingegneria, tennis. Era il famoso spunto mancante. Tra gli oltre cento scatti di gesti bianchi e normalità a bordo campo, prima e dopo i match, sulla scaletta dell’aereo o in posa di gruppo, Codignola ne ha scelte 22 attorno alle quali stendere le sue torrenziali digressioni fitte di aneddoti, relative a una crème di giocatori dilettanti tra i Cinquanta e i Sessanta. Perché, dietro quelle immagini eleganti e bizzarre che danno l’idea di un ambiente un filo estetizzante, in realtà si celano «strane creature», baroni, dandy, zingari teatranti, coach inflessibili, invasati del funny game. «Di prezioso quelle foto avevano la casualità della vita quotidiana che mai avrebbe avuto una ricerca d’archivio».

Un ritrovamento che mise in moto la sua ricerca?

«Avevo una bella traccia. Non sono un feticista delle racchette di legno, quelle partite oggi ci annoierebbero. Ma sapevo che il tennis precedente all’era open, iniziata nel 1968, generava storie. Che il circo bianco dei dilettanti, equivalente grossomodo all’attuale circuito Atp, era un mondo cosmopolita e senza tabù, fatto di ragazzi molto amici o molto nemici fra loro, che si divertivano anche fuori dal campo. Finivano la carriera a 35 o 40 anni avendo girato il mondo. Aerei, navi, alberghi. Ma spesso dovevano inventarsi una vita perché venivano pagati a rimborso spese. A quel punto, aiutati da ghostwriter, pubblicavano autobiografie».

Fonti inesauribili.

«Tra una partita e l’altra, i tennisti di allora parlavano. Molto. Oggi tutto è deciso dagli sponsor, dai team, dai manager. Una gabbia impenetrabile. Ci sono il match e la conferenza stampa. Stop. Di Alexander Zverev o Stefanos Tsitsipas sai appena il paese d’origine e chi li allena. Io non penso si possa raccontare uno sport descrivendo solo l’evento agonistico. Allora tutto era più esotico e spontaneo. Se frequentavi i tornei potevi fare due chiacchiere con Rod Laver, stava seduto lì. I match fra John Newcombe e Ken Rosewall erano prima di tutto scontri tra due personaggi».

C’era più gossip?

«C’erano più storie. Anche nel calcio, della vita di Angelillo facevano parte la vita notturna, la nostalgia per l’Argentina… Della crisi di Novak Djokovic durata oltre un anno non sappiamo nulla. Si fanno delle supposizioni, ma non esce una parola».

Perché i tennisti sono una setta di perfezionisti paranoici pieni di tic?

«È un gioco solitario, che costringe a una vita anche più solitaria. Mentre pensi come anticipare meglio un rovescio, ti rendi conto che lo stai facendo in un tre stelle a Trebisonda o a Tashkent. Non è semplice né divertente, uno in qualche modo deve sfogarsi».

Björn Borg voleva la temperatura della camera a 12 gradi. Rafa Nadal ha la paranoia delle bottigliette. Tutti, anche se il tubo delle palle nuove è appena stato aperto, vogliono scegliere le due necessarie fra 3 o 4.

«La serie di cause alle quali un tennista può attribuire una sconfitta tende all’infinito. All’esterno è difficile da credere. Roger Federer, che è il più serafico, dopo un solo torneo con un nuovo modello di racchetta ha smesso di utilizzarla perché le striscioline di colore bianco introdotte nell’ovale nero lo distraevano».

Il rapporto del tennista con la pallina somiglia a quello dello scrittore con la parola?

«Non saprei fare un accostamento. Per alcuni scrivere è divertimento, per altri una sofferenza. Nel tennis la palla non è tutto. È importante, certo, tutto si decide lì, da come la colpisci… Ma poi ci sono tante altre componenti, i movimenti, la coordinazione, i segnali del corpo… Quando giochi, pensi forse più al resto che alla palla. Spesso sbagliando».

Perché il tennis può diventare un’ossessione?

«Un giocatore scopre sempre che ci sono più cose tra la linea di fondo campo e la rete di quante ne possa contenere la sua filosofia».

Parafrasando William Shakespeare…

«O era lui che parafrasava i tennisti del suo tempo?».

Potrebbe essere.

«C’è qualcosa, nel gioco, che non è mai cambiato, e non cambierà mai – a meno che non lo stravolgano, come stanno tentando di fare. La geometria delle linee, rassicurante in un certo senso, minacciosa in un altro, come le righe sulla tovaglia di Io ti salverò. E il tempo, tutto quel tempo vuoto tra uno scambio e l’altro. O anche durante gli scambi, a pensarci bene».

 Un tempo nel quale accadono un sacco di cose.

«Nel quale sei solo ed elabori un’infinità di pensieri, parole, dubbi. Una partita ti logora, alla lettera. Il campo è un luogo del delitto sul quale continueresti a tornare per correggere gli errori».

Cosa c’è dentro il tennis?

«Soprattutto il monologo continuo con sé stessi. Le coazioni e le psicosi che uno ha nella vita quotidiana, nella competizione si amplificano. Vince chi le controlla meglio».

Preferiamo l’artista della racchetta, ma spesso vince lo scacchista?

«Una volta ho chiesto a Ivan Lendl come aveva potuto perdere da Michael Chang al Roland Garros quella famosa partita in cui, a un certo punto, il tennista americano aveva battuto dal basso. Lendl rispose che ai massimi livelli le differenze tecniche sono irrilevanti, basta un minimo calo di attenzione e il giocatore più debole può vincere. Una partita dura 4 ore e si risolve in sette, otto secondi».

Stiamo stabilendo che il talento è perdente?

«Oggi non basta più. Uno come Ilie Nastase si allenava quando e se voleva. Ma oggi se Djokovic non si presenta al meglio può perdere dal numero 195. Il concetto stesso di talento va aggiornato. Per esempio, Nadal è sicuramente un giocatore costruito, ma in tutto ciò che non riguarda la naturalezza dei colpi – tattica, intelligenza, agonismo –  è un talento smisurato. Di Federer si ammirano l’eleganza, la creatività, le angolazioni, senza pensare che la sua facilità di esecuzione deriva da una preparazione atletica fenomenale. E massacrante».

È la ricerca della perfezione la patologia del tennis?

«C’entra moltissimo. Nessuno lo ammetterebbe razionalmente, ma molti tennisti hanno l’idea della partita perfetta. Come del game perfetto: quattro ace senza che l’avversario tocchi la pallina. Non si vorrebbe sbagliare mai. Il primo errore rovina il match. Si vorrebbe appallottolare il foglio e ricominciare da capo».

Ogni partita è un romanzo perché si giocano tanti punti, ognuno dei quali può derivare da lunghi scambi e capovolgere l’andamento della sfida?

«Non ci sono mai due partite uguali. Devi cercare un punto di rottura tecnico o psicologico in quell’altro che sta oltre la rete. Oltre alla qualità dei colpi, conta anche la psicologia. È una guerra di nervi. Stai sempre a scrutare l’altro, ti chiedi se sta bene o se comincia a cedere».

Stando a Torben Ulrich, padre del batterista dei Metallica, secondo il quale il tennis è anche un fatto sonoro, ha ragione Adriano Panatta con il suo «pof», simbolo di stile?

«Torben era un eccentrico, e le sue battute possono sembrare mattane, ma non è così. Anche a livello amatoriale ci sono colpi che riconosci vincenti dall’impatto, dal suono della palla sulla racchetta. Certe volée, certe stop volley, certi dritti da fondo… Il “pof” di Panatta dice questo».

Perché il cinema sul tennis è meno credibile della letteratura?

«Perché deve competere con la cosa vera, già vista in tv e ripresa meglio. Il tennis è quello che succede in campo, se non puoi farlo vedere, o devi ricostruirlo copiandolo dagli originali su YouTube, sei fritto. In questo senso, la letteratura ha più armi a disposizione».

Mettendo insieme titoli come Tennis di John McPhee, Divina di Gianni Clerici, Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace e Open scritto da J. R. Moehringer per André Agassi si può parlare di genere tennistico?

«Open è un buonissimo romanzo sotto mentite spoglie, nel quale il tennis c’entra fino a un certo punto. A questa lista aggiungerei anche Tennis, tv, trigonometria, tornado in cui Foster Wallace, che è stato un ottimo giocatore, racconta la sua adolescenza nel ventoso Illinois, e il suo amore quasi fisico per il nemico numero uno di qualsiasi avversario: lo spaventoso vento del Midwest. Ci sono singoli titoli eccellenti come The Courts of Babylon, il classico di Peter Bodo sull’esplosione pop del tennis negli anni Settanta. E poi, certo, c’è Gianni Clerici. Che non è uno scrittore, ma un genere letterario, uno di quei fenomeni sempre in fuga, dietro i quali gli altri arrancano sui tornanti. Ma siamo solo agli inizi. Credo che i grandi libri di tennis, in realtà, siano ancora da scrivere».

 

La Verità, 9 dicembre 2018