«Il politicamente corretto? Farisaismo moderno»

Non l’aveva fatto ancora nessuno. Nessuno si era messo lì, a studiare il politicamente corretto. Origini, caratteristiche, scenari. Solo un costume e un linguaggio edulcorati o qualcosa di più solido e pregnante? Ad approfondire scientificamente la questione ha pensato Eugenio Capozzi, docente di storia contemporanea presso la facoltà di lettere dell’università «Suor Orsola Benincasa» di Napoli. Politicamente corretto – Storia di un’ideologia (Marsilio) è lo studio più serio sull’argomento, uno studio nel quale fioccano le definizioni: «erede estremo del progressismo», «catechismo civile», «religione secolare».

Perché ha scritto un saggio sul politicamente corretto ora che sembra aver iniziato a declinare?

«Benché sfidato da forze di altro orientamento, il politicamente corretto continua a dominare il sistema dei media, della formazione universitaria, il linguaggio della politica e delle istituzioni. Sembra in declino, ma è in buona salute e condiziona il dibattito del mondo occidentale. Comprenderne la natura è utile perché oggi si tendono a considerare certe censure come semplici tic, eccessi di zelo della mentalità liberale. Siamo tutti d’accordo a rispettare le diversità e le minoranze, si dice, solo che i depositari del politically correct esagerano…».

Invece?

«Se si guardano con attenzione queste censure ci si accorge che siamo di fronte a un’ideologia diversa dal liberalismo e dalla democrazia: un sistema pervasivo e pericoloso».

Addirittura?

«Imbattendomi quotidianamente in qualche tempesta mediatica scatenata per un vocabolo o un pronome che offendeva questa o quella minoranza, sostituito da espressioni considerate più corrette, mi è venuto in mente il Ministero della verità di 1984 di George Orwell che modifica il linguaggio e la storia creando la neolingua e il bispensiero. È esattamente ciò che fa oggi la propaganda del politicamente corretto».

Non vedente, diversamente abile, operatore ecologico: quanto è importante la creazione di un vocabolario più dolce e liofilizzato?

«Si è cominciato a parlare attraverso eufemismi».

Sinonimo d’ipocrisia.

«Ora però siamo ben oltre questo. Prendiamo l’ideologia gender che considera l’identità sessuale come frutto di una scelta soggettiva e gli individui come esseri fluttuanti. Se fosse davvero così, dovremmo esprimerci in base alla rappresentazione che ognuno dà di sé stesso in quel momento: uomo, donna, nessuna delle due… Ogni volta dovremmo cercare i termini adatti. Ma se il linguaggio si soggettivizza, scompare il minimo comun denominatore indispensabile per dialogare».

Alcune correzioni sono rivelatrici: perché il termine migrante ha preso il posto di emigrato o immigrato?

«Le persone che si muovono da un Paese a un altro sono emigranti o immigrati. Ma il relativismo culturale rifiuta l’idea stessa degli Stati con confini e sovranità stabiliti dal diritto internazionale, afferma che il genere umano è per sua natura nomade e che spostarsi da una parte all’altra del mondo è una condizione esistenziale. Anche in questo caso si assume la liquidità come carattere fondamentale delle comunità. Perciò non è lecito porre un freno agli spostamenti degli individui».

Tranne quando scappano dalla guerra, dalla povertà e dalla fame.

«Oltre all’argomentazione umanitaria, dietro l’immigrazionismo illimitato c’è un’altra filosofia radicata. L’occidente deve mescolarsi con le altre civiltà fino a creare un sincretismo nel quale l’umanità è un crogiuolo, una mescolanza indistinta di culture. Questo perché la way of life occidentale è un’eredità negativa per la protezione e la sicurezza delle persone. Ma è un altro dogma lacunoso».

Perché?

«La pretesa universalistica dei diritti umani si ferma di fronte ai paesi islamici che praticano le più brutali aggressioni sulle donne e gli omosessuali. Le stesse femministe che in Europa vedono bigotti e reazionari ovunque, non dicono una parola su donne e gay lapidati e segregati nello stato del Brunei, in Iran o in Arabia saudita».

Perché in alcune prove elettorali in Europa e in America il politically correct arretra?

«Le élite occidentali hanno visto calare i loro consensi dopo la crisi del 2008 perché è caduta la fiducia nella globalizzazione».

Il fatto che all’apice della globalizzazione sia esplosa questa crisi avrebbe dovuto far riflettere.

«Questo è il problema. La modernità liquida come opportunità illimitata ha cominciato a perdere prestigio. Nuovi movimenti di opinione e partiti si sono contrapposti alle élite transnazionali. Ma il politicamente corretto incarna un potere stratificato. Negli Stati uniti ha vinto Donald Trump, ma il 95% del sistema mediatico, culturale e accademico gli è ferocemente avverso».

Quanto l’espansione del politicamente corretto deve al ruolo crescente dei cosiddetti radical chic?

«La nozione di radical chic è spesso usata in maniera impropria. Tom Wolf la coniò nel 1970 dopo un party nell’attico a Manhattan del compositore e direttore d’orchestra Leonard Bernstein, organizzato per raccogliere fondi in favore del movimento marxista leninista delle Pantere nere. Nella sua essenza, radical chic indica un appartenente alla borghesia della conoscenza che flirta con espressioni estremiste della politica, perché la concepisce in una veste estetica ed eticista, non basata su conflitti sociali ed economici. Il radical chic è l’embrione del buonista, il quale pensa che l’emergenza immigrazione si risolva con la bontà e che chi non accoglie tutti i migranti è cattivo e, di conseguenza, razzista».

Descrive il politicamente corretto come una forma di «catechismo civile» che opera attraverso dogmi, liturgie, precetti e anatemi quando si sfiorano temi come aborto, diritti delle donne, degli omosessuali, persone di colore.

«Le vecchie ideologie si fondavano sulla concezione dialettica della storia e della politica. Invece il politicamente corretto rifiuta la dialettica perché attribuisce al relativismo la capacità di assicurare una convivenza senza conflitti. Perciò, chi continua a non accettare i dogmi e i precetti della nuova religione non può avere cittadinanza nella discussione e va scomunicato perché è pazzo o finge».

Tra l’ugualitarismo postmarxista, il relativismo, l’ecologismo, la difesa delle minoranze e il multiculturalismo qual è l’ingrediente principale di questa nuova religione?

«Direi il relativismo culturale, dal quale deriva tutto il resto».

L’aveva capito papa Ratzinger?

«Esattamente, nasce tutto da lì. Anche la variante, più sofisticata e intransigente, dell’antiumanesimo ambientalista».

Che sarebbe?

«Quel pensiero che considera la difesa dell’ambiente non come condizione per una vita migliore dell’uomo, ma vede l’uomo stesso come un potenziale danno per l’ambiente. Il punto d’arrivo finale è la sparizione dell’uomo o la riduzione della sua presenza, per non collaborare all’inquinamento attraverso l’atto di consumare e produrre. Uno stadio di passaggio in questa direzione è l’antispecismo: essere esseri umani non è più un valore aggiunto rispetto alle altre specie animali».

Come vanno letti il movimento Me too e quello in difesa del clima trainato da Greta Thunberg?

«Sono due fenomeni d’immediata valenza precettistica, traducibili in prescrizioni di comportamenti ipocritamente redentivi. Il Me too è la trasformazione definitiva del femminismo in ideologia. Un élite di donne al potere nelle professioni e nella politica combatte, dietro una maschera buonista, la propria battaglia per sconfiggere i maschi oppressori. Il gretismo è la sublimazione delle borghesie Ztl purificate che additano come ignoranti e volgari coloro che continuano a occupare il mondo con pretese di qualità della vita migliore per sé e i propri figli. È un nuovo farisaismo ambientalista».

L’occidente non è esente da colpe avendo prodotto il colonialismo e l’esportazione della democrazia…

«Quello che chiamiamo occidente è frutto di una storia tormentata e conflittuale. Attraverso questa storia, pur sanguinosa e violenta, si è arrivati a un modello sociale e politico in cui la dignità dell’uomo e i diritti delle minoranze sono maggiormente garantiti. L’occidente ha colpe orripilanti, ma solo in questa civiltà, risultato dei contributi dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’età greca e romana, la difesa della dignità della persona ha trovato compimento. In Cina, in India, in Africa, non c’è nulla che si avvicini a questo grado di rispetto dell’uomo».

Che ruolo hanno l’industria culturale, il cinema e la televisione nella creazione dell’immaginario politicamente corretto?

«Essendo un sistema di pensiero liquido e pervasivo, il politicamente corretto ha sostituito i testi sacri come il Libretto rosso, Il Capitale e il Mein Kampf con l’industria dell’intrattenimento, la cultura pop e la comunicazione digitale dei social media che, non a caso, sono concentrati in pochi grandi gruppi. E che, ancora non a caso, su piattaforme come Netflix, Amazon prime e Google, si concentrano le richieste di censura e controllo con l’insistente evocazione di fake news e hate speech (discorsi d’odio ndr)».

Che cosa pensa del giro delle televisioni dei due ragazzini, l’italo egiziano Ramy e l’italo marocchino Adam, seguito al dirottamento del pulmino dei bambini?

«L’episodio di San Donato milanese è il classico esempio di come il sistema dei media diventi cassa di propaganda ideologica. Il fatto che un italiano di origine senegalese abbia minacciato di uccidere decine di bambini è stato trasformato in un’apologia dello ius soli utilizzando il fatto che alcuni di quei bambini non erano di origine europea. Non a caso l’intervento di altri bambini nati in Italia è stato sottaciuto».

Perché un’editorialista frequente ospite dei talk show può permettersi di bollare come «fossili viventi» i partecipanti al Congresso mondiale della famiglia di Verona?

«È un esempio lampante di quello che abbiamo detto: il politicamente corretto non ammette dialettica e dissenso. Chi esprime una posizione alternativa, in questo caso la difesa della famiglia, viene bollato come retrogrado perché il fatto stesso di esserci viene vissuto come un attacco, un’offesa e una violenza verso il dogma, in questo caso le famiglie plurali e arcobaleno».

Oggi il propellente più efficace del politicamente corretto è l’ideologia gender o l’antiumanesimo ambientalista?

«Non so cosa sia peggio. Sono entrambi componenti della stessa idea liquida della vita che ha una delle sue fonti ispirative in Imagine di John Lennon, non a caso cantata per decenni in tutti i raduni pacifisti, ambientalisti, in favore dell’amore libero. Sogna un mondo senza patrie, proprietà e fedi, solo votato alla soddisfazione dell’emozione istantanea dell’individuo».

È l’uomo che si sostituisce a Dio?

«E che, paradossalmente, si nullifica riducendosi a un fascio di pulsioni. Senza uno statuto proprio, è un’entità totalmente manipolabile. O, forse, sostituibile».

 

La Verità, 7 aprile 2019

(Versione integrale)

 

 

«Io, cavaliere errante dei libri, cerco uno scudiero»

Per Ferruccio Mazzariol le definizioni si rincorrono. Il cavaliere errante dei libri. L’editore sognatore. Il romantico della letteratura. Il libraio gentiluomo. Ognuna fotografa un tratto di questo fresco ottantenne, solito al baciamano alle signore, umile, elegante e sommesso affabulatore, in possesso di una scrittura densa di consapevolezza ma giocosa di forma, dotata di funambolica aggettivazione. Una prosa riposante e terapeutica come le acque dei fiumi di quassù, il Sile soprattutto, e la prediletta Piave: sì, al femminile, materna e feconda, come da coniugazione locale.

Anche la sua creatura, la Santi Quaranta di Treviso, l’Adelphi del Nordest – altra definizione coniata per l’editrice frutto di un miscuglio di autori triveneti e mitteleuropei, di una cura artigianale, dell’opera dello stampatore scovato a Vago di Lavagno (Verona) – sta per scollinare un anniversario importante, il trentesimo, forte di 200 titoli e circa 700.000 copie vendute quasi porta a porta. È la piccola epopea che ha tenuto a galla una scialuppa tra le onde dei grandi marchi editoriali, ma che ora è giunta a un punto di svolta decisivo.

Ho letto da qualche parte che sta cercando un erede cui cedere le redini: sono venuto per dissuaderla.

«Ma sono così bravo io?».

E me lo chiede?

«Sì, perché non sono stato capace di creare un’équipe che poteva sostituirmi. Ho dei limiti, più che un intellettuale sono solo un gran lettore che voleva unire la tradizione orale veneta alla letteratura ispirata dall’umanesimo cristiano. Non mi sono aggiornato dal punto di vista tecnologico. La tenuta di Santi Quaranta è legata al cavaliere errante dei libri: sono andato di paese in paese a portare i frutti del mio lavoro. Non c’è nessun editore, né grande né piccolo, che abbia tanti punti vendita nel Triveneto come noi. Ma così ho finito per privilegiare i libri del territorio, non i più importanti. Le faccio un esempio…».

Prego.

«Sabato scorso mi ha telefonato il direttore del Centro culturale San Carlo di Milano per informarsi su Lettere a Olga di Vaclav Havel, un testo fondamentale dell’ex presidente ceco. Quest’estate vorrebbe farne leggere dei brani in piazza Duomo e mi ha chiesto se ho in mente di ripubblicare il libro. Capisce? Credeva fosse esaurito. Invece ne abbiamo ancora diverse copie. Il nostro catalogo è ricco di perle, ma non riusciamo a promuoverle».

Urge entrare nell’era digitale e nel marketing moderno.

«La vendita online è tutta da sviluppare, il mio sistema ha fatto il suo tempo. Anche perché sono tra i pochi che pagano i diritti d’autore e non pubblicano a pagamento. Le entrate vengono solo dalle vendite e i distributori vogliono anche il 60% dell’incasso».

Ci vuole il collaboratore giusto?

«Il sito c’è, ma serve chi sappia manovrarlo».

Come nacque Santi Quaranta?

«Avevo tentato di evitare la chiusura di Città armoniosa, la casa editrice di Reggio Emilia per la quale traducevo i grandi francesi. Aveva un catalogo pregiato, ma i soci litigavano. Una volta venduto il magazzino, ci dividemmo gli incassi. Città armoniosa si rimise in sesto per un po’, ma poi chiuse, mentre io cominciai a chiedermi perché dovevo vendere i libri degli altri».

Da qui all’idea della sua etichetta il passo fu breve?

«Mica tanto. Non volevo creare un’editrice clericale e musona, ma una casa che avesse la genuinità delle focacce e dei vini veneti. Perciò era importante la narrativa: credo sia lo strumento più rivelatore della condizione umana, più ancora della teologia. A quel punto c’era il problema del nome».

Risolto come?

«Con il sociologo Ulderico Bernardi e l’editore e amico Giampaolo Picari scegliemmo Santi Quaranta, dal nome di una delle porte delle mura trevigiane. Mi convinse la storia dei martiri di Sebaste che nel 320 morirono perché non si piegarono all’imperatore romano: c’era l’indipendenza dal potere. Nel XVI° secolo la porta fu aggiornata dai dogi veneziani e vi comparve il leone di san Marco: c’era l’identità; che io interpreto come veicolo di cultura e di lingua».

Un’editrice periferica?

«Una casa testimone delle piccole patrie dell’Alpe Adria, animate dal brio e dall’operosità dell’umanesimo cristiano».

Nel Paese dei gelsi si autodefinisce «ambulante libraio».

«Siamo nati in aprile, ma il primo libro, Il prete selvatico di Pasquale Maffeo, esce nel novembre 1989, mentre cade il muro di Berlino. Quando pubblico Il paese dei gelsi, il mio amico panettiere Floreno Paro, mi compra 100 copie, due milioni di vecchie lire. Poi comincio a battere le librerie e le edicole della Marca, cavaliere errante locale. Il primo successo arriva con La poltrona di midollina di Giuliana Gramigna, nipote di Mario Borsa già direttore del Corriere della Sera. Gaetano Afeltra ne scrive sul quotidiano di via Solferino e nel 1993 il libro della Gramigna è il più venduto a Milano».

L’ambulante libraio?

«Nell’estate del 1994 batto i posti citati dalla Gramigna, mete di vacanza dei milanesi. Partivo alle tre del mattino del lunedì: passo del Tonale, passo dell’Aprica, Valsassina, Barzio, Tirano, Bormio; tornavo passando da Bergamo, Brescia, Edolo. Lasciavo i libri in deposito. Conoscevo tutti, ma la sera mangiavo due gelati. Sono andato a Viareggio, nelle valli dell’Alto Adige, al Lido di Venezia».

Quando arriva la svolta?

«Nel 1994 a una presentazione di Il pane negato di Minnie Alzona si fa avanti Elio Gioanola, un professore di lingua e letteratura italiana all’università di Genova: “Avrei un libro con due racconti”. Lo intitolo La grande e la piccola guerra. L’anno dopo Sebastiano Vassalli lo seleziona nel terzetto dei finalisti del premio Chiara. Gli altri due sono Ritratti di signora di Elisabetta Rasy, pubblicato da Rizzoli, e La paura del cielo di Fleur Jaeggy, moglie di Roberto Calasso, edito da Adelphi. In confronto siamo una caravella. Il vincitore viene decretato da una giuria popolare di 200 lettori, 100 della Prealpina di Varese e 100 del Corriere del Ticino di Lugano. Quando arriviamo a Varese, Alessandra Casella pronostica: “Vincerà Gioanola”. E così va, con gran sorpresa generale. Ne parlano tutti i giornali: chi è questo editore sconosciuto che ha battuto Rizzoli e Adelphi?».

È l’Adelphi del Nordest, giusto?

«Un po’ sì, un po’ no. In certe nostre opere si affaccia la densità di Adelphi, e anche la raffinatezza estetica compete con la casa milanese. Però Santi Quaranta non ha influenze esoteriche, ma una linea popolare, guareschiana, radiosa, come attestano i libri di Amedeo Giacomini, di Bernardi, il mio Paese dei gelsi, la collana dei Ciclamini nella quale si mischiano poesia e antropologia. Poi ci sono le opere di Elio Bartolini, già sceneggiatore di Michelangelo Antonioni e autore Mondadori e Rusconi».

Come pesca gli autori?

«Mi arrivano molti dattiloscritti, ma alla seconda riga tanti saltano. Insieme alla fabula dev’esserci la profondità, ma senza intellettualismi. Ultimamente pubblico più stranieri che scrittori del Nordest».

Come arriva a Theodor Fontane, Antoine de Saint-Exupéry, René Girard, Havel?

«Conosco Alessandro Spina, un imprenditore cattolico amico di Cristina Campo e autore Rusconi. Recensisco Il giovane maronita per L’Osservatore romano, lui mi invita a cena a Venezia e diventa mio suggeritore. Per l’uscita di Infanzia sul Baltico di Fontane, Franco Cordelli fa un paginone sul Corriere».

Havel?

«Su Russia cristiana (poi L’altra Europa ndr) leggo un saggio sulla sua autobiografia, L’uomo al castello. Angelo Bonaguro, il suo traduttore, mi dice che quel volume è tradotto ovunque, ma non in Italia. La mia redattrice, Alessandra Poletto, riesce a contattare la segreteria di Havel e pubblico L’uomo al castello. Antonio Troiano, capo della cultura del Corriere, vuole conoscermi. Vado a Milano e lui mi accoglie festante; pensavo per Havel, invece mi fa: “Grande Antonio Russello…”».

Una delle vostre scoperte?

«Più una riscoperta, a scoprirlo era stato Elio Vittorini, ma poi avevano litigato. Russello era un anarco-cristiano siciliano trasferitosi in provincia di Treviso. Abbiamo ripubblicato tutta la sua opera che in certe cose anticipava quella di Leonardo Sciascia».

Perché molti suoi autori sono sconosciuti?

«Nei giornali e nelle tv domina la cultura radicale. Di rado qualche nostro scrittore riesce a bucare la nebbia, ma in generale comandano certi sacerdoti laici».

Per esempio?

«Nel Novecento il gran cerimoniere è stato Elio Vittorini, divenuto antifascista dopo esser stato fascista e filonazista. Nell’ottobre del 1942, quando Hitler convocò a Weimar gli scrittori europei, fu lui a guidare la delegazione italiana. Dopo l’ingresso nel Pci scrisse Uomini e no: gli uomini erano gli antifascisti di sinistra tutti gli altri no. Respinse Il gattopardo perché considerato reazionario, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, Guido Morselli, Russello e lo stesso Bartolini. Quella discriminante vale ancora».

Come giudica il sistema dei premi?

«Coinvolgono grandi interessi… Allo Strega non sempre esce la pallina migliore dell’urna. Nell’ultimo decennio ha vinto sempre Mondadori con le sue affiliate. Spesso sono libri che illudono. Salverei il Campiello, nato in opposizione al Viareggio, oggi declinante».

Tre grandi romanzi italiani del Novecento.

«La casa d’altri di Silvio D’Arzo, Il partigiano Johnny di Fenoglio e L’isola di Arturo di Elsa Morante».

I grandi romanzi veneti?

«La gloria di Giuseppe Berto, Il viaggio in Italia di Guido Piovene, anche se non è un romanzo, Pontificale in San Marco di Bartolini».

E Un altare per la madre di Ferdinando Camon?

«Giusto, grandissimo: lo metterei tra i migliori italiani».

Libri ora in lettura?

«La rivoluzione culturale nazista di Johann Chapoutot e Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf».

Concludiamo con un appello?

«Salviamo Santi Quaranta e portiamola nel Terzo millennio».

 

La Verità, 31 marzo 2019

«Pulire i cessi mi ha salvato dall’alcolismo»

Una lettura indimenticabile. Una storia commovente. Una scheggia di redenzione. È tutto questo La casa degli sguardi (Mondadori), il romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, poeta alcolista che rinasce a vita nuova pulendo cessi, lavando vetri, spazzando linoleum con la cooperativa in servizio all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma (appena celebrati i 150 anni), il posto del dolore più ingiusto al mondo nel quale, al culmine della disperazione, lo introduce l’amico poeta Davide Rondoni, e dove s’imbatte nella capacità di «fronteggiare l’orrore per sfondarlo». È l’immagine, per lui insostenibile, di un bambino di tre anni dal volto sfigurato e di un’anziana suora che avvicina il suo viso alle ferite tremende e le bacia incurante di tutto: «Tu sei il bello di mamma e papà, vero? Ma non sentite che risata che c’ha? Questo dentro non ha l’argento, ha l’oro, l’oro vivo». Gli resterà impressa quell’immagine di gratuità assoluta senza riuscire a rimuoverla: «Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima…». La casa degli sguardi è un libro su un gruppo di spazzini e facchini che condividono le fatiche e «gli agguati della vita». Un libro che si legge d’un fiato, aggrappati alle montagne russe di Daniele, tra notti di «dimenticanza» dietro «il bicchiere bianco» e notti spese a scrostare piastrelle coperte di escrementi. Un libro che, senza passaggi nei talk show più scintillanti, tranne una bellissima intervista di Monica Mondo per Soul di Tv2000, con poche ed entusiastiche recensioni perché chi lo ha letto ne è rimasto folgorato, ha vinto il premio Paolo Volponi, il Severino Cesari opera prima e si è classificato secondo al premio Wondy per la letteratura resiliente.

Oggi Daniele Mencarelli vive ad Ariccia per stare vicino ai genitori, ha 44 anni, due figli e un ufficio da editor della fiction di Rai 1.

Chi sono i lottatori cui è dedicato il libro?

«Le persone che non si risparmiano e non si fanno sconti. Negli ospedali psichiatrici o al Bambino Gesù ne ho conosciute tante. La vera lotta non è quella preordinata, ma quella in cui ti trovi, per strada, e che ti coglie sempre impreparato».

Come quella iniziata con la sua deriva?

«Fino ai 14-15 anni ero riuscito a fingere di essere come gli altri. Dai 17 la parte più ribelle e incontrollabile di me ha preso il sopravvento. Avevo fatto la prima vacanza con i miei amici sulla riviera romagnola. Dopo una nottata di bagordi, infastidito dai loro scherzi, ho deciso di tornare ad Ariccia a piedi e in autostop».

A piedi o in autostop?

«Entrambi. Sono partito il 16 agosto, dimenticando documenti e denaro nel marsupio dell’unico maggiorenne del gruppo. Trascinavo sulla Via Emilia una valigia verde. La seconda macchina che si fermò era una Peugeot 205 cabrio: “Tu sei l’uomo più fortunato del mondo, vado a Ciampino”, pochi chilometri da casa. Rifiutai il passaggio perché volevo stare da solo in giro per l’Italia, scrivevo poesie dalla terza media. Arrivai due settimane dopo».

Il motivo della sua dissoluzione?

«Ero una persona fragile. Che viveva tutto senza filtri e faticava ad accettare il dolore degli altri, la distanza di Dio, l’idea della morte. Ancora adesso non mi rassegno al fatto che una persona come mia madre debba morire».

Nei periodi peggiori dormiva sui gradini davanti alla sua camera.

«La mia stanza era su un piano rialzato, pochi scalini per arrivare al bagno. Nell’ultima fase avevo il delirio alcolico, non controllavo i bisogni corporali, faticavo a reggermi in piedi. Mia madre era come una sentinella… A proposito di lottatori… Sempre stata comunista, ma qualcuno mi ha detto che quell’immagine ricorda Maria ai piedi della croce».

Davanti a genitori così provava vergogna?

«Loro mi hanno insegnato due cose fondamentali: il lavoro e il rispetto degli altri. Con questa educazione mio fratello e mia sorella hanno fatto la loro strada. Io restituivo preoccupazioni, tormenti. Il senso di colpa era altra sofferenza. Oggi si cercano sempre le responsabilità fuori di noi: il contesto sociale, le cattive compagnie, i professori ostili…».

Chi crea questa tendenza?

«Una mentalità buonista fondata sulle attenuanti. Gli psicologi, gli assistenti sociali, i media, anche le persone comuni che incontro alle presentazioni, c’è il ritornello tipo “ma forse i professori… gli amici sbagliati…”. L’aguzzino è sempre qualcun altro. Nel mio libro è chiaro che il cattivo che fa soffrire gli altri sono io. L’ipertrofia del giudizio, giudicare gli altri e assolvere noi stessi, è una cosa un po’ grillina: onestà, onestà… Mentre il mondo lo cambi cominciando da te stesso».

È la cosa più difficile?

«Perché richiede d’invertire il metodo del giudizio. Nella rivoluzione cristiana si mette sé stessi davanti alla pietra da scagliare. Questo cambia anche i rapporti con gli altri. Lo vedo quando incontro i ragazzi nelle scuole: ti ascoltano in un altro modo se sei disposto a mettere sul piatto i tuoi errori».

Torniamo alle sostanze e all’alcol.

«Erano il mio modo di curarmi, per non soccombere a quello che vedevo e non riuscivo a sostenere: il dolore, il bisogno d’amore, la sproporzione del desiderio…».

Lei è una persona sensibile come tutti i poeti, perché rifiuta questa espressione?

«La sensibilità è una pseudo virtù che mettiamo ovunque, ma non si sa bene in cosa consista davvero. Ci sono due tipi di poeti: l’avanguardista solipsista e il sentimentale intimista. Non mi ritrovo in nessuno dei due. Nella poesia c’è tutto: la sete d’infinito, la morte, Dio, l’amore… Ma non servono aggettivi».

E il mito del poeta maledetto l’affascinava?

«È una mitologia seduttiva e posticcia che, paradossalmente, neutralizza il dramma autentico dell’artista. L’idea che le sostanze e l’alcol favoriscano l’ispirazione è un’invenzione di marketing per vendere dischi e libri. Lo dico per esperienza, la dimenticanza porta all’esaurimento creativo. La fonte ispirativa dell’artista è il rapporto con la realtà».

Come ha fatto a resistere al Bambin Gesù? Anche sua madre dubitava.

«Sapeva quali effetti aveva il dolore degli altri su di me e mi vedeva debole e imbarbarito. Non immaginava quale forza poteva darmi la scrittura».

Anche un certo orgoglio non l’ha fatta soccombere, giusto?

«Per punire il raccomandato, il primo giorno mi mandarono a pulire dei cessi terrificanti. Avevo l’alibi per dare ragione a mia madre. Decisi di misurarmi con i miei limiti. È stato l’inizio della rinascita. La realtà è provocazione, il primo passo è cimentarsi, duellare con lei, anche se è un cesso immondo. Quando eviti il confronto e ti rintani nella tua stanza sei sempre soccombente».

I compagni le dicevano che ci avrebbe fatto l’abitudine: il cinismo è una difesa?

«Non so fare il callo alla vita, nel bene e nel male. Gli anticorpi come l’alcol diventano un muro di gomma, qualcosa che ti distanzia».

La sofferenza dei bambini è la prova che Dio non esiste?

«Davanti al dolore dei bambini hai due strade: o sperare ancora di più o augurarti che muoiano presto. Ma è un atteggiamento che stride con la natura stessa dei bambini. Per loro speri sempre il meglio. È come in guerra: ci sono la preghiera o la bestemmia, non la negazione di Dio che è un’altra cosa. Il Bambino Gesù mi ha avvicinato alla fede in modo quasi animalesco».

Nel libro si legge che «il bianco della pagina è un ultrasuono» che chiede e chiama.

«La scrittura è qualcosa di spietato, esigente, senza mediazioni. Avere in dote la possibilità di raccontare il dolore degli altri per me è quasi una missione, un onore. Non riesco a immaginare niente di più edificante».

Che cosa pensò quando il presidente del Bambin Gesù le propose di scrivere un libro sull’ospedale?

«Ho capito la grandezza della libertà. Solo un uomo libero accoglie un ragazzetto sconosciuto in divisa da operaio e gli offre la possibilità di scrivere un libro da regalare ai dipendenti. Come quella suora che ha visto la bellezza in quel bambino martoriato dalla malattia, così Francesco Silvano ha visto qualcosa che stava oltre, contraddetto dagli occhi. È una capacità che hanno solo gli uomini di fede».

Com’è passato dalle pulizie al Bambin Gesù alla fiction di Rai 1?

«Alla presentazione di una raccolta per ClanDestino venne Eleonora Andreatta (oggi capo di Rai fiction ndr) e mi propose di collaborare come lettore dei copioni. “Guardi che sono un operaio”, dissi. Aveva letto le poesie di Bambino Gesù: “Non si preoccupi, m’interessa il suo sguardo. Poi la Rai ha i corsi…”. Nei primi tempi facevo le notti in ospedale e poi venivo in Viale Mazzini».

Ora il Bambin Gesù lo frequenta da genitore?

«Al primo figlio era stata diagnosticata una patologia semi autistica. Stiamo seguendo un protocollo, sono spesso lì».

Storia circolare?

«Tempo circolare (poesie 2019-1997) sarà il titolo del libro che uscirà in aprile da Pequod edizioni».

Torna alla poesia e abbandona la prosa?

«In gennaio, sempre da Mondadori, dovrebbe uscire Tutto chiede salvezza, basato sull’esperienza di quando, a vent’anni, mi svegliai in un reparto psichiatrico per un trattamento sanitario obbligatorio. L’argomento è la malattia mentale. Mi sembra che cresca una certa medicalizzazione dell’esistenza. Preciso: non c’entro nulla con i no vax».

Mi fa un esempio di medicalizzazione dell’esistenza?

«Si fa un gran parlare di nevrosi, disturbi, psicosi. Un ragazzo che inizia a interrogarsi sulla vita e non è più produttivo a scuola viene subito spedito dallo psicologo. È accaduto a mio figlio. Quando disse a una neuropsichiatra: “Non capisco perché mio padre deve morire, sono arrabbiato con Dio”, lei ci convocò: “Chi parla di Dio in casa? Dio è un dato ambientale”. Sottolineo: mai parlato di Dio con mio figlio. Una volta uno così lo si mandava a lavorare e a farsi le ossa, com’è accaduto a me».

La Verità, 24 marzo 2019

«Aspetto il film dopo La corazzata Potemkin»

Abbronzato, capello arioso e pantalone informale, Enzo Carra porta con ironia i suoi 75 anni. Non ci vediamo dal tramonto della Prima repubblica, quand’era capo della comunicazione della Democrazia cristiana e influenzava elegantemente giornali, giornalisti e nomine Rai. Per recuperare il tempo perduto c’incontriamo in un ristorante vicino a Montecitorio, prima di spostarci nel suo pensatoio: travi a vista, scrivania in cristallo, riviste di filosofia e politica.

Che cosa fa oggi Enzo Carra?

«Sto finendo di scrivere un libro».

Argomento?

«Dalla fine della Prima repubblica, attraverso la Seconda e la Terza, a quello che verrà. Sono convinto che gli italiani siano migliori di come li immaginiamo. Più resistenti».

In che senso?

«Resistono ad avversità di fronte alle quali altri popoli soccombono. Nel Novecento alla fame, alle ideologie, al terrorismo; di recente ai governi sbagliati e al senso del ridicolo. In soli 15 anni l’Italia è passata dalla fine della guerra al boom economico, costruendo l’Autostrada del Sole in cinque anni. O estinguono la razza o è difficile liberarsi di noi».

Titolo ed editore?

«Si chiamerà Domani e conterrà memorie, documenti e vissuto raccontati con la passione del notista politico, la mia vera professione. L’editore ancora non c’è».

Com’è la sua giornata?

«Comincia con la meditazione e la preghiera, prosegue con la lettura dei giornali italiani e stranieri fino alle 10. Poi scrivo fino all’una. Dopo un riposo pomeridiano, mi dedico a tre libri: uno di storia, un saggio e, dopo cena, la narrativa».

C’è molta disciplina.

«Cerco di non farmi prendere dall’emozione di un libro che mi piace più di altri. Sono disordinato su altre cose. A un certo punto della vita ho recuperato insegnamenti e pratiche giovanili, scandendo la giornata, secondo la migliore lezione del monachesimo».

I libri in lettura ora?

«I Saggi di Michel de Montaigne, M di Antonio Scurati e Il castello interiore di Teresa d’Avila».

Quanto le manca la politica in Parlamento?

«Mi manca la politica vera, non il chiacchiericcio del Transatlantico, anche perché quelli che chiacchierano oggi… Mi mancano la riflessione e il confronto senza infingimenti e diplomazie. La politica è soprattutto dialogo e contrapposizione. È una risorsa squisitamente italiana fin dai tempi dell’Impero romano».

Nel 2000 fu tra i fondatori della Margherita che poi confluì nel Pd.

«Fui l’unico a votare contro. Temevo che la semplice somma degli eserciti non avrebbe garantito la qualità della proposta. Come avvenne».

Dieci anni dopo entrò nell’Udc di Pier Ferdinando Casini.

«Uscii dal Pd per un richiamo identitario che andò deluso perché non c’erano le condizioni per ricostruire un partito di centro. Così come ora si è visto che non ci sono neanche per un partito a sinistra del Pd».

Nel 2013 fu Mario Monti a non ricandidarla?

«Non chiesi e non l’ho mai capito. Seppi da Casini che c’erano difficoltà e lo mandai a quel paese».

Non lottò abbastanza?

«D’accordo con lui avevo lavorato per un’altra lista centrista. Quando mi fece sapere che sarebbe entrato in Scelta civica i rapporti si raffreddarono. Non volevo rincorrere posti e posizioni che non condividevo. Si è visto com’è finita Scelta civica».

Lei è ricordato per le immagini dell’ingresso nell’aula del Tribunale di Milano con gli schiavettoni. Come si è spiegato che quel fatto avvenne tre mesi dopo l’approvazione della legge che vietava di mostrare gli imputati con le manette?

«Quando vieni arrestato da Antonio Di Pietro non hai la lucidità per appellarti alla legge appena approvata. Mi portarono in aula dopo tre ore di attesa nelle segrete del Tribunale. Il maresciallo aveva detto ai carabinieri di prendermi sotto braccio e quando ricevette una telefonata che impose di applicarmi gli schiavettoni eseguì l’ordine con visibile disappunto».

Da chi era partita la telefonata?

«So solo che la decisione fu difesa dalla Procura di Milano. Ho un’idea, ma non la dirò».

Di Pietro disse che non c’entrava.

«Ci fu la sollevazione dei giornalisti. Di Pietro entrò nella gabbia, mi fece togliere gli schiavettoni e sedere davanti al banco della corte vicino agli avvocati. Piercamillo Davigo disse che tutti i giorni i marocchini venivano tradotti con le manette e nessuno obiettava. Solo dopo appresi di una legge che tutelava la dignità dell’imputato».

Che riflessione ha fatto quando è divampata la polemica per la per mancanza di rispetto nei confronti di Cesare Battisti per il video del suo accompagnamento fatto girare dal ministro Alfonso Bonafede?

«Riparlare 25 anni dopo dei miei schiavettoni nel contesto del trattamento riservato a Battisti è quasi una pena accessoria. Può darsi che le manette facciano bene a un criminale che ha ammazzato la moglie o a un mafioso pluriomicida. Dopo il mio caso, l’arresto per falsa testimonianza o reticenza può avvenire solo dopo il giuramento in aula e non più durante l’interrogatorio».

Le procedure dell’azione giudiziaria sono così flessibili perché imputati e condannati vengono esibiti all’interno di logiche politiche?

«Diceva Montaigne: “Sopra ogni altra cosa bisogna guardarsi, se si può, dal cader nelle mani d’un giudice nemico, vittorioso e armato”. Questa situazione definisce il pericolo della politicizzazione della giustizia».

Con il M5s al governo c’è un ritorno giustizialista?

«Non ho questa impressione. Il gesto delle manette del senatore Mario Giarrusso è stato sconfessato dai suoi stessi compagni di partito».

Che idea si è fatto di Roberto Formigoni in galera?

«Sono addolorato, ma per l’amicizia che gli porto non ho la lucidità necessaria per esprimermi. La dilatazione dei tempi della giustizia non è mai giusta. Tempi più rapidi gli avrebbero permesso di difendersi meglio».

La legge «Spazzacorrotti» che equipara i reati contro la pubblica amministrazione a quelli per mafia e cancella le pene alternative è costituzionale?

«Sono convinto che da alcuni decenni viviamo in un sistema di leggi emergenziali che sono l’anticamera di quelle eccezionali che non si sa dove possono portarci. La legge “Spazzacorrotti” è certamente materia per la Corte costituzionale».

Si aspettava lo tsunami delle elezioni di un anno fa?

«Sì. Il segnale era stato l’affondamento della riforma costituzionale di Renzi. Non averlo capito ha creato le premesse per il ribaltone. Se non ti accorgi che il clima del Paese è un sentimento diffuso di protesta, di aspirazioni e di rabbia, sei destinato a perdere perché non hai le armi per difenderti».

Quindi la responsabilità è del Pd di Matteo Renzi?

«È di chi governava allora. Un partito che vive i suoi congressi solo per eleggere con le primarie il suo capo non è un partito, ma una tribù primitiva. Portavamo i pantaloni corti e già si parlava di riforma della Costituzione. Il M5s ha scelto la strada della democrazia del click: è giusto chiedersi che ne facciamo delle persone che per strada vediamo piegate sui propri smartphone».

Per un anno si è parlato del Senato mentre larghi strati della popolazione stentavano ad arrivare a fine mese.

«Ci si è illusi che la riforma dei rami alti bastasse a dare risposte, invece i rami alti cascano come i pini di Roma. È strano che chi ha avuto quella intuizione non abbia saputo cogliere il disagio reale e la paura del momento».

Forse perché la paura è immotivata e artificiale?

«Un conto è dire che c’è l’industria della paura e un altro che la paura è un’invenzione. Si passa dal modo aggressivo di affrontare certi temi all’ipocrisia di rimuoverli. Questo è il nostro problema attuale».

Ingigantito dal politicamente corretto: è l’ideologia emergente?

«Lo è. Come il buonismo, il dover apparire non cinici, non scettici, non duri di cuore. Ma questa ideologia ne trascina un’altra, anzi lo spero: il cattivismo. Se togli la scorza vedi che c’è un cuore anche lì sotto. Alla fine, non credo né ai buoni né ai cattivi. Ma che, salvo i criminali e i santi, sia soprattutto un gioco delle parti, una recita…».

Tuttavia non crede che la narrazione dei media maggioritari, delle case editrici, del cinema e della tv modaioli sia innervata da questa nuova ideologia?

«Nella cultura, nello spettacolo e nel cinema di provenienza americana è così. Un ruolo, non eccessivo, ce l’ha anche la voce indipendente della Chiesa attraverso papa Francesco. Però vedo che sta emergendo anche una narrazione diversa. Manifesti degli intellettuali e marce per i diritti civili ce ne sono meno rispetto a un tempo. Anche le case editrici contano meno».

Ne è convinto?

«Mi pare di sì. Rispetto ai blocchi di destra e sinistra avanzano voci più libere e isolate che ridiscutono la mappa tradizionale. Una faccia di sinistra come quella di Marco Minniti è quasi sovrapponibile a quella di Matteo Salvini che fa, più o meno, lo stesso lavoro. Purtroppo il dibattito pubblico anche in tv si limita agli stessi ospiti tutte le sere. Si va da Vittorio Sgarbi a Massimo Cacciari: credo che nella realtà ci sia più varietà. La tv e la rete dovrebbero scoprire e valorizzare questa ricchezza».

Il populismo supplisce la mancanza di concretezza dei partiti tradizionali?

«Non ricordo negli ultimi trent’anni una discussione nella politica tradizionale che partendo da uno stimolo sia arrivata a una sintesi utile e operativa. Al massimo, chi ha avuto il potere ha imposto una soluzione: se andava bene, ok, altrimenti il perdente veniva accantonato per qualche giorno».

Ogni riferimento è casuale. Come si trovava nel Pd quando il dibattito interno concerneva le unioni civili e il ruolo della grande finanza?

«Non mi ci trovavo. Chi non è contrario al femminicidio? Questi temi, sacrosanti, hanno allontanato dalla massa, dagli strati disagiati. Ci si è chiusi in una élite benpensante. Così è arrivato chi, in modo semplice e diretto, ha urlato cos’è veramente La corazzata Potemkin. Ora si comincia a capire che interrompere un film è più facile di scrivere la sceneggiatura di uno diverso, mandarlo in sala e trattenere gli spettatori che hanno già dimenticato la proiezione precedente».

Lo chiamano governo del cambiamento…

«Stiamo ancora aspettando che inizi il primo tempo. Ogni giorno ci dicono che il film è pronto, però ancora non partono le immagini. La Tav è l’emblema di questo continuo rinvio».

Il M5s sconta la difficoltà del passaggio da forza d’opposizione a forza di governo.

«Ma io sono un cittadino che paga le tasse, sto seduto in sala e dopo aver visto il film deciderò se mi è piaciuto o no. Finora vedo una signorina che chiede di pazientare perché il proiezionista sta sistemando la pizza. Qualcuno se ne va, qualcuno strepita, altri aspettano. È passato meno di un anno, ma almeno datemi il trailer».

Il reddito cittadinanza e quota cento.

«Sono i trailer. Se ci sono i soldi il reddito di cittadinanza va bene. La corsa al pensionamento la capisco meno».

Dovrebbe servire a far entrare i giovani.

«Per i giovani serve il film intero».

Quali sono i programmi o i volti televisivi ai quali è più fedele?

«Seguo Otto e mezzo di Lilli Gruber, qualche volta Nicola Porro, mentre Maurizio Belpietro, che rappresenta un pensiero altro, ora interviene meno. La crisi del talk show non so se sia la causa o la conseguenza della povertà del dibattito. Quello tra i candidati alla segreteria del Pd che dicevano la stessa cosa ne è stato un esempio».

La Rai è riformabile?

«L’unico modo è lasciare una rete di servizio pubblico e privatizzare le altre. Solo così potremo evitare d’interrogarci sul grado di lottizzazione in atto. A ogni stagione cambiano gli attori, non il copione della commedia».

Nel libro intitolato Roma non perdona, Carlo Verdelli scrive che «la Rai è la torta nuziale» di chi vince le elezioni. Si può non ingolosirsi o restare a lungo a dieta?

«Una volta la Rai era suddivisa in tre aree politiche. Nei giorni scorsi è stato scritto che Salvini si è impossessato di due reti su tre. Non frenando l’ingordigia, a un certo punto la torta potrebbe sparire, gli ascolti calare, il ruolo stesso della Rai diventare opaco, come sta accadendo. La metafora della torta è giusta, ma la torta non è eterna».

Durante la Prima repubblica lei è stato portavoce di Arnaldo Forlani e capo ufficio stampa della Dc. Cosa pensa di chi è venuto dopo? Partiamo da Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio Berlusconi.

«Berlusconi non delegava nulla soprattutto nella comunicazione. Bonaiuti è stato più un amico, un consigliere di Berlusconi».

Michele Anzaldi, portavoce del Pd e di Renzi.

«Non è un comunicatore, ma una persona che sta sempre all’opposizione di chi fa a sua volta comunicazione. Ha grande carica, uno simile a lui era Michele Bonatesta di An».

Filippo Sensi, portavoce di Palazzo Chigi con Renzi e Paolo Gentiloni.

«Lo conosco bene, è di grande intelligenza e cultura, mai volgare».

Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte.

«Credo che essersi fatto beccare con gli sms e i messaggi ai giornalisti debba farlo riflettere. Il portavoce del premier dovrebbe far comprendere che i giornalisti vanno trattati adeguatamente».

Perché nella Seconda repubblica politici come lei, Marco Follini e Paolo Cirino Pomicino non hanno più trovato casa? Forse solo Enzo Scotti e Casini ci sono riusciti in posizioni defilate.

«Ognuno ha pensato che mettersi in proprio alternando le alleanze garantisse la sopravvivenza. Scotti si è rifugiato negli studi e fa l’influencer del M5s. Casini è partito da Occidente per finire a Oriente… Avrebbe potuto traghettare la Dc negli anni Novanta, ma si è staccato da Mino Martinazzoli per fare il Ccd con Follini e Lorenzo Cesa e poi dividersi anche da loro».

Il confine tra i due poli tagliò in due la balena bianca.

«Dalla fine della Prima repubblica a oggi sono passati più anni che dal fascismo al boom economico. Capisco che inizialmente entrarono in scena la sinistra di Achille Occhetto e Berlusconi. Però già nel 1994 arrivò Lamberto Dini. Un intero popolo si smarrì. Oggi quella formazione si vede in Sergio Mattarella al Quirinale, per certi versi in Renzi, in Clemente Mastella. Oltre alle persone però servono le idee e il famigerato amalgama. Ma se a ogni stagione si cambiano le alleanze…».

Come vedeva la supplenza attuata dalla Conferenza episcopale italiana?

«Come un errore, a prescindere dalla qualità dei loro presidenti. Per la Chiesa si può parafrasare ciò che John Fitzgerald Kennedy diceva dell’America: anziché chiederci che cosa può fare per noi cattolici, chiediamoci che cosa possiamo fare noi per la Chiesa».

Frequenta ancora Forlani?

«Certo, ha un’età veneranda, ma è pienamente attivo e lucidissimo. Ci vediamo da buoni amici. Lunga vita a Forlani. Frequento anche Ciriaco De Mita e lo stesso Scotti, persone con le quali si ragiona bene sull’attualità».

Lei che fu l’ultimo a intervistarla che ricordo ha di Madre Teresa di Calcutta?

«È stato un incontro che mi ha cambiato la vita. La vidi l’ultima volta un mese prima che morisse nel 1997. La prima ero andato a Calcutta quand’era già malata. Mi avevano detto che non avrei potuto né vederla né parlarle. Però mi suggerirono di andare nella cappella. Dove mi vidi sfiorare da un velo, un soffio di vento. Si fermò, mi salutò in inglese, mi fece sedere vicino a lei, mi chiese della mia vita, mi concesse di filmare le case dove prestava la sua opera, mi fece sapere che sarebbe andata nella Casa degli orfani. Filmai anche un altro colloquio all’esterno».

Che andò in onda?

«Su Rai 3 per Mixer di Giovanni Minoli».

Diceva che le ha cambiato la vita.

«Fu una grazia. Quando vivi un periodo particolarmente pesante come stava accadendo a me e ti imbatti in una personalità come Madre Teresa e in una realtà come quella della Casa dei morenti non puoi che rivedere tutto con altri occhi».

 

La Verità, 17 marzo 2019

«Gesù è il grande assente del Terzo millennio»

Al secondo piano di una palazzina della Maggiolina, il villaggio dei giornalisti alla periferia nord di Milano, vive Giacomo Celentano con la moglie Katia e il figlio Samuele. 52 anni ben portati, è il secondogenito di Adriano e Claudia Mori, in mezzo tra Rosita e Rosalinda. All’ingresso dà il benvenuto la statua in bronzo ad altezza quasi naturale di un Cristo benedicente. Qualche immagine religiosa punteggia le pareti, fotografie di famiglia scrutano dalle credenze. Giacomo Celentano ha appena pubblicato La conversione (Dottrinari), suo quarto libro, nel quale, attraverso una riflessione sulla ricerca di Dio racconta il rapporto tra Giacomo e Alberto, credente il primo ateo il secondo.

Lei è Giacomo, ma Alberto esiste davvero o è un pretesto narrativo?

«Sono due persone fittizie. Giacomo non sono io e un mio amico che si chiama Alberto, in realtà è credente. Più che proporre un manuale di conversione, la mia idea era raccontare un cammino di conversione».

La differenza?

«Un manuale ha ambizioni teoriche e io non mi sarei sentito di scriverlo perché credo di avere ancora molta strada da fare. Il cammino romanzato di conversione spero coinvolga maggiormente il lettore».

È una sua riflessione a voce alta, Alberto risulta marginale.

«Ma c’è all’inizio, in mezzo e alla fine».

Si sente più cantautore o scrittore?

«Da 5 o 6 anni i miei mestieri sono due. Questo è il quarto libro e anche il prossimo cd sarà il quarto».

Come matura questa voglia di comunicare la bellezza del cristianesimo?

«Da quando ho conosciuto mia moglie Katia, nel 1997, è iniziato questo cammino: spero di aver fatto qualche passo. Lei è sempre stata credente e anch’io lo sono, sebbene mi sia allontanato nel periodo del militare. Negli ultimi anni ho notato che l’Italia e l’Europa, diciamo tutto l’Occidente, stanno subendo una profonda scristianizzazione. È un’apostasia di massa. Negli anni Ottanta riguardava una élite di intellettuali. Ora investe la maggioranza della popolazione».

Che cosa le dà questa percezione?

«Prima di tutto i rapporti: se parli di Dio in generale passa, ma se parli di Gesù figlio di Dio e verbo incarnato vieni emarginato. Poi nei media, nei tg, nelle radio, sul web non c’è traccia di fede, di cristianesimo. Vuole un altro esempio?».

Prego.

«Io sono anche cantautore… Il fatto che il Festival di Sanremo l’abbia vinto un ragazzo che si chiama Mahmood che significa Maometto, la dice lunga. Anche se la canzone è carina, si parla pur sempre di ramadan…».

Altri esempi?

«Nelle scuole sono spariti i crocifissi per non offendere i bambini non cristiani. Nell’Occidente del terzo millennio Gesù è il vero grande assente».

Parlando di media e scristianizzazione, ascolta Radio Maria?

«Sì, mi capita. Ma da cantautore amo ascoltare tutte le radio che diffondono bella musica, il pop, la classica…».

Come mai avverte la secolarizzazione in modo così drammatico?

«Negli ultimi anni mi sono avvicinato al movimento di Medjugorje seguendo i messaggi della Regina della Pace. Ci sono dieci segreti, a Fatima erano tre…».

Non è contraddittorio che una rivelazione avvenga attraverso dei segreti?

«È una comunicazione che si rivolge a chi ha fede. I segreti sono mediati. Le apparizioni di Medjugorje che avvengono dal 1981 sono il fenomeno più longevo nella storia della Chiesa. Nei suoi messaggi la Regina della pace dice che questa è l’ora di Satana, ma allo stesso tempo che è la sua: lei viene per risvegliare la fede. Avvicino questo fenomeno a ciò che è narrato nell’Antico testamento, quando Dio mandò Mosè a salvare il popolo d’Israele facendogli attraversare il Mar Rosso».

È andato spesso a Medjugorje?

«Due volte».

Con sua moglie?

«Con amici. Conto di tornarci presto con Katia, nostro figlio Samuele e mia suocera. Voglio far conoscere anche a loro questa bellissima realtà».

 Diceva degli amici.

«La prima volta nel 2010 ci andai su invito di Gatto Panceri, cantautore come me. La seconda, nel 2015, facemmo tre macchine con i City Angels. Ho fatto il pellegrino per quattro giorni. Ho anche ricevuto delle grazie. La domenica della festa della Trinità alla messa all’aperto, mentre ero assorto nell’ascolto dell’omelia, ho avvertito chiaramente una mano appoggiarsi sulla spalla. Mi sono girato, ma la persona più vicina era ad alcuni metri. Così per tre volte: come se ognuna delle persone della Trinità volesse farmi sapere che mi è vicina».

Frequenta i gruppi che fanno riferimento a Medjugorje?

«In passato il Rinnovamento nello spirito e i City Angels. Ora mi sono un po’ staccato… Vogliamo che la prossima volta sia un fatto di famiglia. Anche papà quando gliene parlai disse che sarebbe venuto. Ci spero, ne sarei contento».

C’è un dialogo su questi temi con suo padre e sua madre?

«Certamente, il terreno è fertile…».

Anche loro avvertono quella che lei definisce apostasia?

«In modo meno drammatico. Lavorando così tanto non hanno tempo di leggere quanto me. Però vedo che nelle sue produzioni artistiche papà tocca spesso il discorso della fede…».

Perché secondo lei Adrian ha avuto così tanti problemi?

«Per me non è stato capito da gran parte del pubblico. Nel cartoon dice delle cose e molti non accettano il predicatore. Lo preferiscono come cantante e showman. Poi il cartoon è una bella scommessa perché è un linguaggio giovanile. Credo che si debba aspettare di vederlo tutto prima di dare un giudizio. A me le quattro puntate sono piaciute molto. C’era della poesia e lo stile inconfondibile di papà sui temi dell’ecologia, del contrasto al modernismo, dei migranti e del femminicidio».

Cosa pensa del fatto che Teo Teocoli e Michelle Hunziker hanno abbandonato lo show?

«Disapprovo la loro decisione. Mi è parsa una scorrettezza perché quando abbracci un progetto devi sposarlo fino alla fine, affidandoti al regista e agli autori».

Non sarà perché suo padre è un po’ anarchico?

«Più che anarchico ha le idee chiare su quello che vuole fare. Si occupa di tutto, regia, luci, scenografie, un lavoro a 360 gradi per il quale chiede e ottiene carta bianca dalle televisioni».

È difficile essere figli di Adriano Celentano?

«È scomodo perché ha una popolarità enorme e se, per esempio, lavora a Mediaset e per qualche motivo litiga con i vertici, è naturale che anche un figlio ne abbia qualche conseguenza».

Ci saranno anche vantaggi…

«Certo. Il cognome fa aprire porte che per uno sconosciuto rimangono chiuse. Ma se questa opportunità non è supportata dal talento, quelle porte si richiudono rapidamente».

Un altro libro s’intitolava La luce oltre il buio. Il buio era quello del periodo del servizio militare?

«Durante e dopo il militare ho vissuto da ateo. Il buio è stato una malattia che provocava insufficienza respiratoria. Avevo già pubblicato un disco prodotto da Mario Lavezzi per la Cgd di Caterina Caselli e temevo di non poter più cantare. Fino all’incontro con mia moglie nel 1997 ho attraversato un periodo difficile».

Come ha conosciuto sua moglie?

«Tutte le mattine sentivo una ragazza che passava sotto casa cantando a tutta voce. Una volta mi affacciai: “Chi ha questa bella voce?”. Lei si girò e già nello scambio di sguardi è successo qualcosa. Poi parlando abbiamo scoperto di avere molti interessi in comune, la musica, l’arte, la lettura».

Come vive il fatto che il Papa è dubbioso su Medjugorje?

«Amo molto Francesco, credo sia il Papa di cui c’è bisogno oggi, semplice e affabile. Su Medjugorje ha detto che “la Madonna non è una postina”. Per tradizione, la Chiesa si pronuncia quando il veggente è morto o le apparizioni cessano. Intanto lascia ai pellegrini la libertà di andarci. Penso che prima o poi la Chiesa esprimerà le sue parole di saggezza. Che credo non deluderanno».

Se lo facessero?

« La penso come Vittorio Messori che ha detto che se la Chiesa sconfesserà le apparizioni “rischia lo scisma”».

Il cristianesimo però non coincide con Medjugorje.

«Certo che no, ma chi ci è andato sa quanto importante sia il fenomeno. I pellegrini arrivano da tutto il mondo, un giudizio negativo sarebbe rischioso».

Che rapporto ha con il mondo della musica, le case discografiche, le radio?

«Sono stato emarginato, soprattutto da quando con mia moglie e un amico pugliese teniamo delle serate-testimonianza intitolate Uno sguardo dal cielo. I media ufficiali non hanno accettato questo mio percorso di fede».

Non sarebbe più stimolante una testimonianza in ambienti laici?

«Non sono io ad aver fatto questa scelta. Io e la mia musica siamo stati esclusi. Se incidessi un brano rap o trap che parla di droga, sesso e mode varie sono sicuro che mi riammetterebbero».

Nel tempo libero…

«Sono un accanito lettore, soprattutto di saggistica. Ultimamente mi sono piaciuti: il Catechismo della Chiesa cattolica, un volumone così. Poi Gesù mi ha detto di Aldo Maria Valli sulla mistica Madre Speranza, e l’enciclica Gaudete et exultate di papa Francesco».

La musica?

«È sia lavoro che hobby. Sono cresciuto con Michael Jackson, Prince, Stevie Wonder, Diana Ross, Lionel Ritchie e tuttora ascolto soprattutto pop americano e black music».

Segue la politica?

«Vedo bene l’accoppiata Di Maio Salvini, se dovessi votare oggi voterei per loro».

Anche se si registrano i primi dissidi?

«Quando si riuniscono in tre con il premier Giuseppe Conte trovano sempre un accordo. Sono fiducioso che accada anche sulla Tav. Apprezzo questa ventata giovanile che può portare a un cambiamento positivo».

Nel libro parla molto del diavolo, ma lei è sempre stato un bravo ragazzo, non una rockstar dalla vita dissoluta. Non crede che sia la felicità a generare la virtù?

«Per me è il contrario: è la virtù a generare contentezza. L’uomo d’oggi crede di essere padrone del mondo e di salvarsi da solo, dimenticando che Gesù Cristo è e rimarrà sempre il salvatore. Mi soffermo sul potere del diavolo e del peccato perché non ne parlano più neanche i sacerdoti. La furbata di Satana è proprio far credere di non esistere».

La Verità, 10 marzo 2019

«A cena con Saviano, D’Urso e Dibba insieme»

Buongiorno Mago Forest, lei ci fa o ci è?

«Spero di farci, ma tutti quelli che lo dicono, spesso lo sono. Mi conosco troppo poco per potermi giudicare».

A quando risale l’ultima volta che ha fatto un gioco di prestigio?

«A stamattina: ho trovato parcheggio sotto casa».

Diciamo la verità, più che essere un mago, lei magheggia.

«Diciamo che parodieggio. Ma per fare una buona parodia bisogna conoscere bene la materia».

Cazzeggia, imbastisce giochi, giochi di parole…

«Cazzeggiare è un verbo nobile nel quale mi riconosco molto. Suona molto meglio in francese, Charles Baudelaire chiamava il cazzeggiatore flâneur».

Secondo il vocabolario, «passeggiatore svagato e a momenti curioso». Volgarmente, uno che fa flanella. Grande rischio intervistare via mail e sms Michele Foresta (Nicosia, 22 febbraio 1961, in arte Mago Forest) perché è il re dei flâneur. Se provi a stanarlo, affonda il tackle, dribbla e se ne va. Il lungo inseguimento, le decine di messaggi al limite dello stalk, la proposta di diverse location tra cui la modaiola Pescheria di Treviso – la città dove ripara quando non è da Fabio Fazio, con la Gialappa’s Band, al Festival di Sanremo o in tournée – hanno partorito questo compromesso. Ultima nota: niente risposte sulla moglie Angela, causa della residenza a Treviso, una fan che gli chiese l’autografo dopo uno spettacolo: «Si è innamorata della mia calligrafia», gli è sfuggito una volta.

Come le vengono certe idee, tipo il montepremi del gioco fatto a Sanremo che era il Tfr di Pippo Baudo?

«Avrei potuto dire “un montepremi di un milione di euro”, ma il mio mestiere è trovare paradossi. Chi non vorrebbe l’incalcolabile Tfr di Pippo?».

Ha chiesto a Virginia Raffaele se è così perché è già disossata, l’anno scorso l’aveva chiesto a Michelle Hunziker…

«La battuta è “bella, magra, già disossata…”. Ma se l’ho ripetuta due volte è giusto che paghi, restituirò un po’ del cachet o pagherò un sovrappiù di canone alla Rai Radiotelevisione Italiana. Di solito dico anche: “Adoro le donne magre, anche la mia bambola gonfiabile non la gonfio mai tutta… Tutta tutta!”».

A proposito di Baudo, lei, Nino Frassica, Fiorello e Emilio Fede: tutto il cabaret italiano viene dalla Sicilia orientale?

«Ho capito, lei vuole farmi trovare l’intruso…».

Nicosia, Catania, Messina: il triangolo della risata?

«Dimentica Palermo, dove vivono Ficarra e Picone, e Gela, la città del grande Giovanni Cacioppo… parlerei almeno di pentagono».

Come si diventa maghi comici a Nicosia, per disperazione?

«Ho iniziato a Nicosia con le prime radio libere, era il 1976. Avrà sicuramente sentito parlare di Radio Nicosia sui 103,700 megahertz. Poi ho continuato imitando le gag di Mac Ronay, un mago francese molto noto in Italia negli anni Settanta, famoso per le sue partecipazioni a Studio Uno. Trasferitomi a Milano ho frequentato scuole di mimo e teatro, club e congressi magici ed è cosi nato il mio personaggio di mago stralunato».

Il clan dei siciliani, ma poi a consacrarla nello showbiz, nel jet set, nel dorato mondo dello spettacolo ci ha pensato un pugliese come Renzo Arbore.

«Ahi ahi, ha dimenticato di dire rutilante».

Dorato non le basta?

«Nessun clan, perché i siciliani che lei cita li ho conosciuti molto dopo. Indietro tutta di Arbore è stata la mia prima intrusione in tv, la prima pacca sulle spalle per dirmi che forse ero sulla strada giusta. In realtà, a Indietro tutta ho fatto pochissime apparizioni, ma per me che ero un grande fan di Alto gradimento, dell’Altra domenica, di Quelli della notte e di tutto quello che faceva Arbore, è stato un inizio davvero fortunato e inaspettato. Lo scorso anno, per i festeggiamenti del trentennale di Indietro tutta, Arbore mi ha invitato e mi sono esibito nell’esperimento della sparizione del Duomo di Milano, un po’ quello che ha fatto David Copperfield con la Statua della Libertà. Se la mia carriera finisse domani, sarei già a posto così».

Un destino comune con Frassica, anche lui scoperto e lanciato da Arbore a Indietro tutta.

«Nino è un grande, un artista va giudicato anche dalla longevità e lui ci fa ridere da trent’anni. Dopo averlo conosciuto da Arbore abbiamo lavorato insieme per un po’ di anni. Più che lavorato insieme io ero il ragazzo a bottega. Abbiamo anche scritto un libro a quattro mani, Come diventare maghi in 15 minuti».

Ancora in parallelo con Frassica è finito a lavorare con Fazio, si vergogna un po’?

«Non solo non mi vergogno, ma ne vado fiero. Fazio è un grande professionista che da molti anni si interfaccia con ogni tipo di ospite, sa usare la leggerezza della commedia e allo stesso tempo trattare tematiche molto delicate con garbo, rispetto e preparazione».

L’altro giorno ha detto che per i prossimi due anni non si muove da Rai 1.

«Fazio può dire quello che vuole, ma alla fine è Wanda Nara che decide tutto».

Wanda Nara è Salvini?

«Assolutamente no! Volevo fare il finto tonto. Bisogna dire a Salvini di spegnere il motore della ruspa…».

Si trova meglio con lui o con la Gialappa’s band?

«Con la Gialappa lavoro da 18 anni, per me sono dei fratelli. Con Fabio lavoro da un anno, me lo richieda fra 17 anni».

Tra lei e Raul Cremona chi è il più cialtrone?

«Per fare il prestigiatore non si può essere cialtroni. Se aggiunge che oltre alla magia dovremmo anche far ridere, lo spartito diventa ancora più intransigente e non ci può essere spazio per il pressappochismo. Comunque, quando Raul veste i panni del Mago Oronzo, il cialtrone dei cialtroni, è insuperabile».

Sempre gente del Nord?

«Non dimentichiamo che siamo sempre a Sud di qualcuno».

In più vive a Treviso, non è che sta diventando leghista?

«Le prometto che non succederà. Le prometto anche che se andrò a vivere a Venezia non diventerò gondoliere e se mi trasferirò a Roma in zona San Pietro, non diventerò cardinale».

Le puttanate che dice, tipo «Claudio Bisio ha un grande pregio, non ha fratelli gemelli», oppure «Io sono un grande ottimista, la testa di Bisio la vedo sempre mezza piena» se le scrive da solo o uno stuolo di autori sgobba per lei?

«Caverzan non si dicono le parolacce, altrimenti non le daranno mai il premio Pulitzer. Le puttanate, come le chiama lei, ma che noi nell’ambiente chiamiamo col nome bizzarro di battutele scriviamo sia io che i miei autori. Sono gli stessi dai tempi dei primi Zelig, loro si vergognano di lavorare con me ed è per questo che non spiattello i nomi».

Le… battute le vengono in mente mentre si fa la barba o quando si prepara la colazione? Non riesco a immaginarla alla scrivania a pensare…

«La ringrazio per la domanda che ovviamente le sarà venuta alla scrivania. Le fonti d’ispirazione sono innumerevoli, ma come diceva Thomas Edison, l’1% è ispirazione e il 99 traspirazione. Quando devi scrivere un pezzo non puoi aspettare l’ispirazione, ti metti sotto e scrivi».

Alla scrivania le domande le scrivo… Oltre che nei famosi tempi comici, la forza delle gag è nella faccia da finto tonto? L’ha imparata o se l’è trovata?

«Dico sempre che far ridere è un po’ come tirare un calcio di rigore. Il pubblico è il portiere, devi spiazzarlo, devi farlo tuffare da una parte e intanto infili la battuta dall’altra. Io vivo sempre con la paura di sbagliare il rigore. Se sei troppo sicuro sbagli. L’unico modo che conosco per non sbagliare è allenarsi e studiare molto, e a volte si sbaglia lo stesso».

Seriamente, c’è un momento, un fatto grazie al quale ha capito che poteva fare il comico di professione?

«Sono un emigrante, arrivato a Milano con la mia Vuitton di cartone, ho fatto un po’ il barista ma subito dopo ho iniziato a lavorare da professionista. D’estate lavoravo nei villaggi e d’inverno nei cabaret milanesi».

Con che gioco di prestigio ha stregato sua moglie?

(Spazio bianco)

Cosa fa nel tempo libero?

«La cosa che mi riesce meglio è fare lo spettatore, quindi vado spesso a vedere altri spettacoli, concerti, film o mostre. Mi piace molto anche fare il flâneur».

Cosa guarda in televisione?

«Ultimamente sono nel tunnel delle serie: sto vedendo Better Call Saul, uno spin off di Breaking bad, e ho appena iniziato La Casa di carta».

I programmi più comici sono i talk show, i reality o il meteo?

«Molti li chiamano talk show, ma in realtà sono insult show. L’andazzo è questo, speriamo ci sia presto un’inversione di tendenza e si passi dall’odio nei confronti degli avversari ai dialoghi costruttivi. Come diceva il grande Aldo Biscardi, non parlate uno alla volta altrimenti a casa non capiscono niente».

Una sera a cena con Barbara D’Urso, Roberto Saviano o Alessandro Di Battista?

«Io prenoterei per quattro, le diversità aiutano a crescere. Che noia uscire solo con chi la pensa come te».

Chi è il politico più comico in circolazione?

«Sono in tanti e non vorrei fare torto a nessuno dimenticandone qualcuno. Inoltre non posso dirlo, io non ho l’immunità parlamentare, loro sì. Diciamo che se ne devo salvare uno, salvo Cetto Laqualunque».

Ha figli? Come riesce a essere autorevole con loro?

«Non ho figli, ma splendidi nipoti. All’autorevolezza ci pensano i loro genitori, io ci gioco».

 

La Verità, 4 marzo 2019

 

«Ho vissuto 8 vite, meglio rimorsi che rimpianti»

Gli abusi sessuali, la tentazione di farsi del male ogni giorno, il nazismo e l’infanzia in Uruguay, il cinema d’autore, David Mamet, le zie zitelle, la lobby dei pedofili, papa Francesco, la dittatura del politicamente corretto, Andy Warhol e David Bowie, C’eravamo tanto amati, i gesuiti di Milano, l’Eliseo laboratorio culturale, gli alcolisti anonimi, la madre scappata che mandava libri, La Recherche a 15 anni, Ce n’est qu’un début, Lucrezia Lante della Rovere e Marina Ripa di Meana, il teatro come catarsi, Nanni Moretti e i morettiani, la difficoltà di stargli vicino, il mio psicanalista diventerà pazzo, la lectio magistralis a Broadway, il Fondo unico per lo spettacolo, Muhammad Ali, Cercare segnali d’amore nell’universo

Luca Barbareschi apre file in continuazione, parla per metafore, fa connessioni, salti logici e temporali. Siamo nel suo ufficio nel labirintico ventre del Teatro Eliseo di Roma che ha acquistato cinque anni fa e di cui è direttore artistico. Ci sono anche Maria Letizia Maffei, capo ufficio stampa del teatro, e Monica Macchioni, responsabile della comunicazione di Barbareschi. «Mi sento un po’ sorvegliato», abbozzo. «Sorvegliano me», replica lui con ragione.

Primo file: Montevideo, Uruguay.

«La storia comincia con una nave di emigrati sulla quale salirono mio padre e mia madre che, come si dice, non venivano da soldi. Mio padre era il capo partigiano degli ebrei di Milano, mia madre un’ebrea tedesca. Pensavano che il nazismo non sarebbe mai finito – e avevano ragione: solo due giorni fa hanno massacrato di botte il capo rabbino di Buenos Aires. Partirono dopo la guerra… Anni dopo, sulla nave mia madre era incinta…».

Lei è del 1956, è un secondo viaggio?

«Esatto. Arrivati in Uruguay, mi ha scodellato. Ho vissuto fino a cinque anni a Montevideo, in una casa divertente, un seminterrato. Sopra abitavano il macellaio kosher e un antiquario ebreo che ci dava l’arredamento. Ma siccome i mobili li vendeva, vedevo la mia cameretta cambiare ogni tre o quattro mesi, un letto a muro, poi un lettone… La casa era in continua trasformazione, probabilmente l’amore per il teatro è nato lì».

Milano, Italia.

«I nazisti venivano a rifugiarsi in Sudamerica. Tornammo a Milano, dove ho vissuto fino a 18 anni, poi in America fino a 25».

Il liceo dei gesuiti Leone XIII.

«Mamma era scappata dopo un anno e mezzo e mio padre era in Medio Oriente a fabbricare aerei. Due zie, sorelle del nonno paterno, mi misero in collegio. Era frequentato dalla Milano bene, c’era un clima cupo, non si sapeva niente… Ero un bambino solo, volevo attenzioni come chiunque a quell’età. Un’età in cui non si ha consapevolezza, non si sa come comportarsi se un prete vuole toccarti. Tendi a fidarti. Per te sono esplorazioni, invece l’adulto sa di abusare. Ancora adesso, oltre i sessanta, vivo con il dubbio di essere colpevole, ogni giorno ho la tentazione di farmi del male».

Ha più rivisto il suo molestatore?

«È morto. Qualche anno fa sono andato a trovare il preside del Leone XIII. È tutto cambiato. Gli ho regalato Michael Kohlhaas, un racconto di Heinrich von Kleist ispirato a un episodio reale del sedicesimo secolo in cui un commerciante di cavalli, vittima di un sopruso di un potente, cerca giustizia per tutta la vita. Non volevo soldi, ma pubbliche scuse. Invece, mi ha minacciato. Per fortuna c’è il Papa».

Il Papa.

«Gesuita anche lui. Ha appena concluso il summit sulla pedofilia. Da qualche parte si deve cominciare, visto che in Italia non si fa niente. Siamo l’unico Paese dove i pedofili non vengono arrestati. La pedofilia è inguaribile, un adulto che violenta un bambino di quattro anni è malato. L’altro giorno in America uno ha chiesto di essere ucciso, perché ha detto che, prima o poi, l’avrebbe rifatto. Le racconto un fatto».

Prego.

«Sono stato a trovare una donna a Tor Bella Monaca. Una che fa le pulizie, semi analfabeta, con sette figli tutti ripetutamente violentati dal padre, che lei ha denunciato, facendolo condannare a 45 anni di galera. Bene: tutti i sette figli sono laureati. “Come ha fatto, signora?”. “Li ho portati tutti i sabati a trovare il padre in carcere. Ha sbagliato, ma un papà ce l’avete: voi potete diventare uomini migliori”. Dalle sventure si deve imparare. Sa che cosa mi ha insegnato Muhammad Ali?».

No.

«Quella mattina Gianni Minà non si era svegliato, così ci sono andato io e gli ho chiesto: “Chi è il campione?”. Per risposta mi ha dato un jeb, piano, al plesso solare. Mi sono afflosciato come un sacco vuoto. “Stand up, stand up”, urlava. Quando mi sono alzato, ha detto: “Now, you are a champion” (Ora tu sei un campione ndr)».

Secondo file: gioventù e militanze varie.

«La politica non mi appassionava. Fino a 15, 16 anni mia madre continuava a mandarmi libri. Era il suo modo di dimostrarmi che mi voleva bene. A 15 anni avevo letto Franz Kafka e Alla ricerca del tempo perduto. Sono cresciuto a pane e Leonardo Sciascia, pane e Claudio Magris, la terza del Corriere…».

Niente politica.

«Nel Movimento studentesco c’erano le ragazze più belle, ma le scarpe inglesi mi hanno tradito. Andai a una manifestazione, San Babila e la Statale sono vicine, indossando l’eskimo. “Ciao, tu sei un compagno? Non ti ho mai visto…”. “Certo”, alzai il pugno, ma lui abbassò gli occhi e vide le Church. Mi menarono. Alla prima vetrina rotta mio padre mi chiuse in casa. Io scandivo “Ce n’est qu’un debut”, “Marx, Lenin, Ho Chi-Minh”, lui urlava: “Chi è Lenin?”. Io zitto, lui giù un ceffone. “Chi è Ho Chi-Min?”. Ancora muto, altro ceffone. Ripetevo slogan da idiota. La contestazione con Mario Capanna era così. Qualche anno fa l’ho incontrato a giocare a golf al Miramonti di Cortina».

Dopo i ceffoni prese altre strade?

«Mi piaceva il motocross. E leggere, come le dicevo. Poi la musica, vede le chitarre, il sax… Sono polistrumentista, mio padre suonava con Franco Cerri e Lelio Luttazzi».

Altro file: l’America. Perché non è rimasto a vivere lì?

«Facevo il cameriere e lavoravo un po’ per la televisione. Interviste, come quella a Cassius Clay… Studiavo all’Actors studio. I docenti erano Dustin Hoffman, Elia Kazan, Shelley Winters, Paul Newman. Per restare in America devi diventare americano nella testa. Io ero troppo europeo. Non riuscivo a integrarmi fino in fondo, fu una decisione sofferta».

Tornato in Italia…

«Sono precipitato in una palude di veti e odi politici, dove l’arte non è contemplata. Le nostre piazze sono piene di monumenti a statisti che nessuno ricorda, mentre ci ricordiamo di Michelangelo e Caravaggio. Eppure continuiamo ad accapigliarci solo per la politica».

È per questo che continua ad andare a Los Angeles?

«La mia società produce spettacoli lì, ma siamo artisti non impiegati. Il 12 febbraio 2006 ho tenuto una Lectio magistralis a Broadway, fu una grande emozione. Ero a New York vent’anni prima da pischello, se me l’avessero detto non ci avrei creduto. C’era Anna Strasberg, Al Pacino stava facendo China doll. Fu commovente».

Lucrezia Lante della Rovere.

«Era una donna talmente bella. Inevitabile l’invidia. Eravamo belli anche insieme, a teatro c’erano le code. La gente vive di fiabe. Certe passioni nascono nei momenti d’infelicità, s’instaurano delle alchimie. Ero il suo pigmalione. Mi era simpatica anche sua madre, Marina Ripa di Meana».

Bel match di caratteri.

«Per lei il teatro era il mondo, prendeva in giro tutti, metteva in piazza il privato. Una volta dovevamo festeggiare il compleanno di Lucrezia. Mi aveva giurato che saremmo stati solo noi quattro, con Carlo (Ripa di Meana ndr). Entrati in salotto eravamo su La vita in diretta di Rai 1. Allora dissi a Marina: “La prossima volta che fai piangere Lucrezia ti meno”. Da quel giorno mi ha ribattezzato “Il ceffo”. Però mi adorava».

Perché finì con Lucrezia? Chissà quante ne avrà combinate.

«No, è che è difficile stare con me. Sono esigente, nessuno ci obbliga a recitare o a suonare, ma se scegli di farlo non ci sono mediazioni. Era vulcanica e umorale, ma non riusciva a reggere le mie pretese. È diventata un’ottima attrice».

Non s’è fatto mancare niente.

«Mai rimpianti, piuttosto rimorsi».

Che si pagano.

«Ho vissuto sette, otto vite meravigliose. Vede quella foto? È il ricordo del concerto dei Velvet Underground al Max’s di Kansas City autografato da Andy Warhol. Ero un ragazzo, ero seduto vicino a David Bowie».

E gli alcolisti anonimi?

«Ti aiutano a condividere il dolore. Ho fatto un periodo di rehab a trent’anni. Andavo avanti indietro da Los Angeles. Gli psichiatri dicono che l’inizio della cura è quando realizzi di avere un problema. Alcol e cocaina pensi di gestirli, sbagliando. Andai da uno psichiatra a Londra, mi diede un libro e iniziò a parlarmi di me. “Qualcuno le ha telefonato, come fa a sapere queste cose?”. “Crede di essere unico? Lei rientra in una casistica molto comune”. Siamo cresciuti con il mito di Jimi Hendrix e James Dean, ma l’eroismo del nostro male non esiste».

Cioè?

«Autocompiacimento: pensiamo che la nostra dannazione sia epica e romantica. I media costruiscono il mito del bello e dannato. Ma morto. Sembra che cantino bene perché sono tormentati. Sono convinto che canterebbero meglio se fossero sani. Soprattutto, canterebbero ancora. Sa qual è il vero problema?».

Sentiamo.

«La mancanza del padre. Non ho ancora trovato uno schema narrativo che spieghi tutto questo meglio della storia di Edipo. Tanto più in Italia, dove ci sono madri possessive e invadenti».

Non il suo caso.

«Io sono uno strano esperimento genetico. Mia moglie dice che impazzirà anche il mio psichiatra. In realtà, mi curo con il teatro, che è una palestra dell’anima che funziona a contrasto. La gente va in palestra per caricarsi di pesi, io a teatro mi alleggerisco l’anima».

Il suo momento di massima popolarità fu con le liti finte di C’eravamo tanto amati?

«Ma no… In televisione ho fatto anche altro… Ricordo un Io contro tutti da Maurizio Costanzo sulla pubblicità nei film. Lo slogan era “non s’interrompe un’emozione”. Citai le campagne pubblicitarie firmate da Woody Allen, Wim Wenders, Federico Fellini. Walter Veltroni replicò che quella era un’emozione commerciale. Ecco: la doppia morale, il conformismo di sinistra, quello per cui oggi uno come Ennio Flaiano, per dire, viene celebrato solo in Svizzera. Al cinema ho fatto Summertime di Massimo Mazzucco che vinse a Venezia come opera prima, Bye Bye Baby di Enrico Oldoini, In nome del popolo sovrano di Luigi Magni…».

Si spalanca la porta ed entrano Vittorio Sgarbi, Sabrina Colle e Stefano Lucchini, potente direttore delle relazioni esterne di Banca Intesa. Loro sono reduci da un dibattito con il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli, io vedo in pericolo la prosecuzione dell’intervista. Invece no, dopo qualche minuto di saluti e di scambio d’informazioni, si congedano.

Nuovo file: Banca Intesa.

«È uno dei principali sponsor dell’Eliseo. Con l’approvazione del ministro Bonisoli stiamo preparando un progetto per Roma. Se fossimo in un Paese normale parlerei di lobby virtuosa, ma qui si ha paura solo a pronunciare la parola. Comunque, è il miglior media desk d’Europa. Abbiamo fatto insieme quattro film e tre fiction. L’Eliseo è un luogo di condivisione, un luogo per la comunità, un pezzo di storia di Roma e della cultura italiana. Negli archivi ho trovato i carteggi tra Harold Pinter e Luchino Visconti, le foto di Igor Stravinski. I politici intelligenti se ne accorgono. In questo studio si sono seduti tre presidenti del consiglio, sono venuti il ministro Giovanni Tria e Matteo Salvini».

Gode di un trattamento di favore? Cosa mi dice dell’avviso di garanzia per traffico di influenze?

«Confido nell’opera della magistratura. Anche perché quale sarebbe il reato? Il fatto che passo il tempo a tentare di convincere i politici che la cultura ha bisogno di finanziamenti? È una cosa quasi comica. L’Eliseo è un Tric, un Teatro di rilevante interesse culturale, ce ne sono 18 in tutta Italia, costa 5,6 milioni all’anno, un terzo del Piccolo di Milano e la metà del Teatro Argentina di Roma. Improvvisamente, dal 2015 il contributo del Fus (Fondo unico dello spettacolo ndr) si è ridotto a un terzo dell’entità precedente, proprio mentre si avvicinava il centenario. Abbiamo parametri di qualità uguali o superiori a quelli di teatri che ricevono ben più di noi. Sono stanco di prendere lezioni di morale da chi paga gli attori in nero. Se la finanza controllasse i borderò di tutti rideremmo parecchio. Sfido i miei colleghi dei teatri lirici e non a un confronto dal vivo in televisione su questi argomenti. Scommetto che nessuno si presenterà».

Quando faceva politica in An si occupava di questi temi. Poi?

«Ci ho creduto, ma poi tutto si è impantanato. Siamo stati commissariati dall’Europa con Mario Monti. Quelli che mi davano lezioni di bon ton democratico, Italo Bocchino e Gianfranco Fini, mi pare abbiano qualche problema. Tornerei domani in politica se esistesse la possibilità di farla sul serio».

Adesso c’è il governo gialloblù.

«Salvini è uno che non vende fumo. Siccome è un campo che non conosce, non parla di cultura e di cinema. L’Eliseo è un laboratorio culturale del Paese. Luoghi come questi sono carne viva, determinano la qualità della convivenza civile. Credo che questo discorso Salvini e il premier Giuseppe Conte lo capiscano molto bene».

Cosa pensa del cambiamento scaturito dal voto del 4 marzo scorso?

«Penso tristemente che non ci sia nessun cambiamento. Ovvio che la politica precedente, da destra a sinistra, ha fallito. Stentiamo ancora a diventare un Paese coeso. Mettiamola in positivo: mi auguro che nei vari settori scelgano per competenza e non per appartenenza».

Paolo Savona, Giovanni Tria non sono competenti?

«Certo che sì. La politica sceglie i politici. Ma poi sono le nomine in Rai, in Finmeccanica, all’Eni a fare la differenza. L’impasse della Tav di questi giorni è ridicola. I grandi progetti devono avere una visione ampia. Che non può essere la decrescita felice, ma la crescita responsabile».

Auspica il ritorno di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi?

«Credo che ci siano delle stagioni. Berlusconi al massimo può fare il padre nobile. Renzi mi piaceva. Se dovessi dare un consiglio non richiesto gli direi di sparire davvero per due anni, senza incancrenirsi in risse e litigi. Se hai fatto degli errori, devi fermarti. Tra due anni sarà ancora giovane».

Fausto Brizzi, da poco scagionato dalle accuse di molestie sessuali, è davvero un genio come ha detto?

«Certo, per questo dirige la divisione cinema dell’Eliseo. È un grande showrunner, uno che corre più di me, un uomo generoso. È la prima volta che lavoro con un regista che mi presenta altri registi, a suo dire migliori di lui».

Il Me too.

«Chiacchiere e distintivo. Peggio: ha fatto del male alle donne qualsiasi molestate nei supermercati o nelle imprese di pulizia. 26 anni fa ho fatto uno spettacolo intitolato Oleanna, scritto da David Mamet. Era la storia di una carezza verbale trasformata in stupro psicologico. Prima c’era stato il caso di Popi Saracino, il professore che secondo l’accusa aveva violentato una sua allieva. Ora, ci sono le rivelazioni a scoppio ritardato: trent’anni fa mi hai palpato una tetta… È una forma d’involuzione del pensiero politicamente corretto. In Gran Bretagna una docente nera, lesbica e di sinistra improvvisamente non può più insegnare in università perché si è espressa contro le associazioni Lgbt. Capisce? Si avvera la profezia di George Orwell secondo la quale avremmo inventato una lingua che ci avrebbe permesso di parlare senza esercitare lo spirito critico».

Ho visto delle foto sue a una serata con Alessandro Baricco, Francesco Piccolo, Ritanna Armeni: era completamente a suo agio?

«Sì, perché ero a casa mia. Il giorno dell’apertura dell’Eliseo, cinque anni fa, c’erano Nanni Moretti, Paolo Sorrentino, Silvio Orlando e tutto il cinema d’autore. Avrei potuto fare lo spavaldo oppure dire: “Da oggi c’è un posto non dogmatico, questa è casa vostra”, come ho fatto. È venuto giù il teatro… Io guardo al prodotto non per chi votano i registi. Quelli che danno lezioni sul cinema d’autore spesso fanno il procedimento inverso».

La solita doppia morale?

«Se Moretti fa un bel film lo applaudo. Il guaio, semmai, sono i morettiani e gli imitatori. Se lo fa Barbareschi, è sempre un film di Barbareschi. Per capirci, senza far paragoni, non giudico il Faust in base al fatto che Wolfgang Amadeus Mozart era coprofilo. Tra 50 anni potrebbero distruggere quello che ho fatto come artista in base alle mie debolezze e farla pagare ai miei figli».

Si fa o no la serie tv su Calciopoli?

«Sì, per Sky, sarà pronta tra un anno. Ma non sarà su Luciano Moggi, scudetti e partite comprate, come la volevo. Sarà sui procuratori. Le società incombono, la Fiat e non solo. Mi accontento. Siamo un Paese che non vuole diventare adulto».

Il suo romanzo autobiografico s’intitola Cercando segnali d’amore nell’universo: vasto programma. Cercarlo nei posti giusti a portata di mano?

«Infatti, l’ho trovato in mia moglie che è la donna della mia vita. Solo una calabrese può stare vicino a un ebreo come me. Donna straordinaria e tostissima».

Attore, regista e produttore teatrale, televisivo e cinematografico, in Italia e negli Stati Uniti, direttore artistico… chi è Luca Barbareschi?

«Come dice Walt Whitman: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Oppure, altra definizione, ognuno ha la testa bacata a modo suo».

 

La Verità, 3 marzo 2019

«La globalizzazione è l’era della solitudine»

Ho preso casa qui, nel quartiere di mia madre e dei miei nonni. È quasi un paese, un villaggio. Vede quel negozio? Può esistere solo a Fiera». A Treviso, Fiera è il posto dei bambini perché tutti gli anni, in ottobre, arrivano le giostre, si chiamano ancora così. Il «negozio» che indica Francesco Targhetta è una stanza spoglia davanti a una parete con qualche pacchetto di sigarette, nient’altro. Accendini, sigari, tabacco, caramelle, fazzoletti di carta, giornali, bibite, quaderni, penne neanche l’ombra. Un angolo di dopoguerra sopravvissuto finora. Trentanove anni, insegnante di liceo, esordio come poeta, Targhetta ha una predilezione per i contrasti, le sacche di desolazione del turbocapitalismo, la solitudine in piena globalizzazione. Nel romanzo Le vite potenziali (Mondadori), premio Giuseppe Berto e secondo classificato al Campiello, narra di tre amici, protagonisti di una piccola epopea nel mondo dell’informatica. Ma ciò che spicca sono gli stati d’animo, certe atmosfere umbratili rese con intuizioni fulminanti. Come quella usata per descrivere un senso di smarrimento dopo una domanda rimasta in sospeso: provocò «la stessa sensazione che si prova dopo aver lanciato un boomerang e averlo perso di vista».

A fine marzo Mondadori ripubblicherà Perciò veniamo bene nelle fotografie, insolito romanzo in versi di qualche anno fa.

Come si diventa poeti nella periferia di Treviso?

«Credo sia più facile scrivere versi da posti magari non belli, ma vivi. È più difficile scrivere in contesti da cartolina o di armonia sociale. La poesia nasce da una forma di ribellione e indignazione, un po’ come tutta l’arte».

Perché è passato al romanzo?

«Avevo scritto un romanzo in versi, forma abbastanza insolita, su un gruppo di studenti fuori sede a Padova. Il romanzo è più adatto a raccontare una storia complessa e articolata».

Come mai un insegnante ambienta un romanzo nel mondo dell’informatica?

«Ritengo interessante che gli scrittori raccontino mondi altri, che non scrivano sempre di sé».

Gli scrittori non scrivono sempre di sé anche sotto mentite spoglie?

«Un po’ è inevitabile. Anzi, quando ci si maschera è più facile lasciarsi intravedere».

È la cosiddetta autofiction?

«Un tempo non era così, ma oggi le vite degli scrittori sono particolarmente noiose, la mia di sicuro. Perciò devo andare per forza alla ricerca di qualcos’altro. Ho voluto conoscere un mondo diversissimo dal mio».

Esiste la Silicon Valley del Nordest?

«È una sintesi giornalistica. Non mi sembra che il polo scientifico e tecnologico di Marghera, possa definirsi tale. Ci sono alcune aziende disseminate che però non formano un distretto compatto».

È un Nordest compiuto, ma sempre dipendente da altri centri?

«I clienti dell’azienda, i grandi marchi sono altrove. I personaggi sono costretti a spostarsi, com’è naturale per qualsiasi consulente».

La periferia consente di godere di una migliore qualità della vita attingendo al centro quando è necessario, senza subirne i condizionamenti?

«Io non riuscirei a vivere altrove. La provincia dà il tempo e lo spazio che mancano nelle grandi città. Ne ho bisogno per vivere e anche per scrivere. Poi, certo, ha i suoi abissi, l’inquietudine di un luogo dove succedono meno cose. Però questo stimola la creatività; se succedono meno cose forse puoi farle succedere tu».

Cita le vie, le piazze: perché tanta attenzione alla toponomastica?

«Ho la passione per i nomi dei luoghi. Ce ne sono di poetici, a Marghera Via dell’Elettrotecnica o Via dell’Azoto, che costeggia il canale industriale ovest, sono già poesia, non serve metterla in versi. Oppure la tautologia del paese che si chiama Paese fuori Treviso, o del lago che si chiama Lago».

Quella che racconta è una storia di tradimento di un’amicizia?

«È il motore narrativo del libro».

Il tradimento dell’amicizia è più grave di quello dell’amore? L’amore ha a che fare con un sentimento primordiale che si confronta con la tentazione, nell’amicizia la tentazione non c’è.

«Non ci avevo pensato. Nel contesto di competizione esasperata attuale le tentazioni sono altre. La fedeltà dell’amicizia non è più scontata. Viviamo vite schizofreniche, continuamente rivoluzionate: mantenere qualcosa che duri è complicato».

Parlando di Luciano, la persona in cui più si riconosce, scrive: «Ci sono persone a cui neanche una volta capita nella vita di essere amate».

«L’esclusione dall’amore è un tema che mi sta molto a cuore. È una condizione che riguarda un numero crescente di persone. Di cui però non si parla mai, perché sono vite che hanno poco di romanzesco, in cui non succede niente. È un’esclusione subita, non scelta. Una manifestazione del processo di atomizzazione in atto».

Le vite potenziali sono quelle permesse dalla rivoluzione digitale e dalla realtà virtuale?

«Sono le vite che si sovrappongono a quella presente. Internet ci fa essere qui e ora, ma al contempo altrove in un altro momento. Non sono le vite alternative delle sliding doors, ma le vite che si sommano a quella che stai conducendo. Ora sono qui, ma prima ho inviato una mail alla quale intanto mi hanno risposto, quindi sono anche lì».

Sono potenziali anche le vite di una generazione che stenta a rischiare fino in fondo?

«Direi di no. Le vite potenziali sono transgenerazionali. Un mio amico che lavora in Confindustria mi diceva che oggi vengono considerati più positivamente i curriculum con tante esperienze lavorative brevi piuttosto che quelli con poche e di lunga durata. Uno che ha cambiato più lavori ha visto più cose, fatto più esperienze, è più elastico».

Anche se a volte, come scrivi, avendo marce in più le ingranano a caso?

«Esatto».

Anche quella dei figli nella pancia delle due ragazze sono vite potenziali?

«Rappresentano l’unico spiraglio di speranza del libro».

Fuori dalla casa di famiglia di Alberto un cartello recita: «La vita è di Dio, l’aborto è contro Dio». Anche gli aborti sono vite potenziali?

«Da ricercatore universitario ho curato un libro del poeta Corrado Govoni intitolato Gli aborti. È una parola che m’insegue… Da ipotetico padre non saprei quali reazioni avrei. Ho una posizione libertaria, che difende la libertà di scelta».

Se non sono vite potenziali quelle dei feti abortiti…

«Sicuramente lo sono, non c’è dubbio. Abbiamo scelto questo titolo perché in sociologia l’aggettivo potenziali descrive l’evoluzione della contemporaneità, il cambiamento».

Vede solo lati positivi nella globalizzazione?

«No. Gli aspetti negativi sono l’aziendalizzazione delle nostre vite e il consumismo dilagante. Certe formule applicate alla sfera privata. Basta pensare alle app di appuntamenti in cui esaltiamo le nostre caratteristiche e qualità come fossimo merce in vendita».

Scrivendo un romanzo su un’azienda informatica ha dovuto misurarsi con l’anglo-italiano.

«Alla fine è un gergo, come ce l’ha ogni mestiere. L’informatica è zeppa di anglismi, ho cercato di limitarli. Mi sembrava una bella forma di attrito quello fra la lingua della letteratura e questo gergo».

Oggi i trentenni dicono «un giorno spot» anziché «qualsiasi», e «scegliamo random» anziché «a caso». Stiamo perdendo l’italiano?

«Anche “spoilerare” anziché “rovinare il finale”. Le peggiori sono le espressioni adattate in italiano. Negli ultimi anni la nostra struttura lessicale si sta restringendo, mentre la nostra lingua è molto più ricca di vocaboli. Ma per esempio gli studenti ne usano sempre meno. Per una sorta di compensazione ho voluto inserire parole desuete e da cercare nel vocabolario, per mostrare le potenzialità dell’italiano».

Appunto. Un’altra particolarità sono i periodi fluviali, un rischio se non sono ad altissima definizione.

«Questo è un aspetto a cui tengo molto. È un’altra compensazione rispetto alla frammentazione del mondo che racconto. La mia risposta è questo periodare lungo ed esteso: voi avete i codici e i numeri, io ho le subordinate. Nelle scelte linguistiche e sintattiche c’è il mio stile, la mia risposta polemica alla tecnica».

Ha avuto dei maestri locali?

«Maestri è una parola che non mi piace. Modelli invece sì. Per la poesia Guido Gozzano e Elio Pagliarani. Per la prosa Luciano Bianciardi».

L’ultimo libro letto?

«Turbulence, un libro di racconti a partire da voli aerei, di David Szalay, uno degli scrittori più talentuosi delle nuove generazioni. Uscirà in ottobre da Adelphi».

L’ultimo film?

«Suntan, un film greco con un personaggio houellebecqiano».

Houellebecqiano.

«Michel Houellebecq è uno dei miei autori preferiti. Per me il suo libro migliore è il primo, Estensione del dominio della lotta, protagonista un informatico».

Se Houellbecq fosse italiano come lo tratteremmo?

«Continuerebbe a vendere bene, come già accade. Forse s’imbatterebbe in forme di ostracismo e di pregiudizio ideologico nella stampa e tra i colleghi. È un tipo di intellettuale dissidente, anarchico e conservatore, cui la Francia è più abituata. Da noi questi autori hanno sempre faticato a emergere. Basta pensare a Curzio Malaparte».

Il politicamente corretto influenza la nostra letteratura e la nostra editoria?

«Influenza le vendite e le classifiche più che la letteratura. I veri scrittori continuano a scrivere quello che vogliono, anche se hanno poca visibilità e facilità di vendita».

Il prossimo libro?

«Ci vorranno quattro o cinque anni, sono lento. Con la scuola, scrivo solo d’estate. L’idea è chiara in testa, sto iniziando a documentarmi. Come dice Ian McEwan, tra un libro e l’altro si deve diventare persone leggermente diverse. Quindi val la pena aspettare».

Che cosa le preme maggiormente trasmettere ai suoi studenti?

«Credo che dobbiamo imparare a non reagire al dominio della tecnologia solo con le emozioni. Ma dobbiamo cercare di recuperare il pensiero critico e la capacità di riflessione e di analisi».

 

La Verità, 26 febbraio 2019

«La mia preghiera aveva vinto, poi la giuria…»

Indovinello: che cos’hanno in comune Luigi Di Maio, Al Bano e il presidente della Rai Marcello Foa?

«Aver apprezzato la mia canzone a Sanremo?».

Ha visto che anche il cardinal Gianfranco Ravasi, sempre attento al mondo della musica, ha postato un verso di Abbi cura di me su Twitter?

«Mi ha fatto molto piacere che abbia scelto quel verso – “Basta mettersi al fianco invece di stare al centro” – perché è la mia visione dell’amore. Mi lusinga l’attenzione di una personalità così importante del mondo cattolico e della cultura italiana in generale».

Ha detto che la sua canzone è una preghiera.

«Grazie a un amico monaco ho scoperto che il titolo è un verso del salmo 17: “Abbi cura di me come la pupilla dell’occhio”. È una preghiera laica, un Cantico delle creature 2.0».

Canta: «Siamo in equilibrio sulla parola insieme». Che tipo di equilibrio e che tipo di insieme?

«Da quando veniamo al mondo cerchiamo la completezza, la voglia di essere insieme a qualcos’altro. Quando troviamo una persona che ci sta a fianco ritroviamo questa completezza. Nei rapporti di coppia l’equilibrio è instabile, ma grazie alla cura uno dell’altro possono durare».

Che idea si è fatto delle polemiche sul risultato del Festival?

«C’è stata la volontà di ribaltare il giudizio popolare del televoto. L’ha detto anche il presidente della Rai Foa».

Il dibattito che ne è seguito su élite e popolo è giustificato?

«Credo che vada rivisto il meccanismo di voto. Le faccio un esempio: dopo l’esibizione di venerdì sera ero primo, avevo vinto il Festival. Poi sabato la Giuria d’onore mi ha sbattuto al dodicesimo posto. Al di là di questo, accetto il giudizio. Un festival canoro rimane un gioco. Come a tutti, mi sarebbe piaciuto vincere. Un po’ di amaro rimane perché fino a prima dell’intervento dei giurati d’onore ci ero riuscito».

 

Simone Cristicchi ha 42 anni, due figli, una testa piena di idee e di capelli, un Sanremo già vinto nel 2007 con Ti regalerò una rosa. Ha il profilo dell’outsider intelligente però fuori dal mainstream e dai circuiti delle riviste chic: un percorso teatrale che gli ha procurato un certo ostracismo della sinistra.

 

La sua biografia sul sito inizia da quando aveva 21 anni. Prima chi era e chi erano i suoi genitori?

«Sono figlio di impiegati che lavoravano nel mondo della scuola, cresciuto in una famiglia molto semplice nella periferia di Roma».

Com’è nata la passione per la musica?

«Una casualità: ho scoperto in soffitta una chitarra arrugginita. Avendo tutta l’estate davanti ho iniziato a strimpellarla, imparando presto a suonarla».

Ora si spiega l’attrazione per cantine e soffitte che nascondono pezzi di storia…

«Ho una passione innata per le cose vecchie e vissute. Sono attratto dai mercatini, dai robivecchi. Mi alzavo all’alba per andare a Porta portese».

C’è stato un incontro, un episodio, una persona importante per la sua formazione?

«Il fumettista Benito Jacovitti mi ha dato le prime indicazioni per diventare un artista, spronandomi a esprimere il mio stile nel disegno. Successivamente ho applicato i suoi insegnamenti alla musica».

Era un bravissimo disegnatore, poi?

«Ho disegnato troppo, andando in overdose. A 16 anni, quando ho scoperto la musica, ho continuato a raccontare storie non più su un foglio, ma con le mie canzoni».

Ci parla di Happy Next, il documentario sulla bellezza che sta girando?

«Ho iniziato prima di Sanremo e sto continuando a fare interviste. Uno degli intervistati sarà papa Francesco, che ho incontrato in Vaticano e ha accettato la mia proposta indecente».

Persone comuni e altre note?

«Bambini delle scuole elementari, filosofi, personalità dello spettacolo come Renzo Arbore, Nino Frassica, Mogol, una religiosa, un monaco zen…».

Dove lo vedremo?

«C’è l’interesse di alcune televisioni, ma per ora non voglio dire niente».

Non è un po’ abusato il tema della bellezza?

«Non credo. Abbiano bisogno di parlarne in un momento in cui prevale l’aggressività. Proviamo a ribaltare una visione negativa del mondo».

È vero che per farlo è stato fondamentale l’incontro con una suora di clausura?

«Sì, in un monastero in Umbria ho incontrato una suora, una di quelle rare persone felici, appartate dal mondo, contente con poche cose. Ho vissuto una settimana nel silenzio. È stata un’esperienza che ha influito nella mia visione delle cose».

In che modo?

«Ho realizzato quante cose riteniamo indispensabili mentre sono superflue. Viviamo sempre connessi, immersi in una realtà virtuale, reale ma fittizia; senza mai trovare un momento di silenzio nel quale connetterci con il lato più fragile e più vero di noi stessi».

In Lo chiederemo agli alberi, l’altro inedito del nuovo album, aleggia un cristianesimo francescano.

«È una canzone nata nell’eremo di Campello sul Clitunno. Dove le quattro suore, francescane minori, si definiscono allodole. Ho iniziato a scriverla lì: “Lo chiederò alle allodole/ come restare umili…”».

Altre sue canzoni storiche come La vita all’incontrario e La prima volta (che sono morto) sembrano invece contenere lo stupore per la vita.

«In particolare La prima volta (che sono morto), sebbene si parli di una morte per infarto. Queste morti improvvise ci risvegliano, facendoci capire che la vita è un’occasione da non sprecare. Immagino l’aldilà come una specie di scuola serale nella quale imparare a sfruttare meglio questo dono».

Cantautore, attore teatrale, documentarista, conduttore radiofonico: come tiene insieme tutte queste forme espressive?

«Ho scritto anche quattro libri, l’ultimo è un romanzo per Mondadori, e girato due documentari. Al centro c’è sempre la parola. A volte, la canzone può essere una gabbia. Quando è azzeccata ha qualcosa di miracoloso, come accadeva con quelle di Mogol-Battisti. Ho avuto la possibilità di raccontare storie in altri modi. In particolare con il teatro, che è il mio habitat preferito».

Su YouTube si trova Magazzino 18 trasmesso da Rai 1, quando?

«Il 10 febbraio 2014, lo spettacolo aveva debuttato a Trieste nell’ottobre 2013».

Le foibe sono «una pagina strappata dal libro della storia»: perché c’è silenzio attorno a quei fatti?

«Il silenzio si è cominciato a rompere negli anni Cinquanta in ambiti molto ristretti. C’è stato un silenzio diplomatico tra l’Italia e la Jugoslavia, perché Tito era un interlocutore potente. C’è stato un silenzio politico voluto dalla sinistra, per nascondere la macchia nera dei crimini commessi dai partigiani slavi e italiani. Infine, c’è stato il silenzio degli istriani che hanno vissuto come una vergogna il loro esodo».

Per divulgarlo è servito un romano con la passione di curiosare nelle soffitte della storia?

«L’arte a volte arriva dove altre forme non arrivano. Magazzino 18 ha avuto 200.000 spettatori e 200 repliche sold out. Il pubblico è venuto a vederlo in massa perché non conosceva la storia e perché era uno spettacolo ben fatto».

Come mai un romano?

«Stavo facendo una ricerca sulla Seconda guerra mondiale quando mi sono imbattuto in questo magazzino del porto di Trieste. Era una tragedia che non conoscevo e che mi ha colpito al punto che ho sentito l’urgenza di documentarmi e di trasformarla in uno spettacolo».

Anche l’esistenza di Goli Otok, l’Isola Calva, era sconosciuta?

«Nessuno sa che sono successe queste cose. In quell’isola ci fu l’unico campo di concentramento comunista in Europa. Un gulag dove veniva internato chi non assecondava Tito».

Tra gli esuli noti di origine istriana come Alida Valli, Uto Ughi, Laura Antonelli, Nino Benvenuti, Abdon Pamich, Fulvio Tomizza, Enzo Bettiza c’era anche Sergio Endrigo con il quale ha inciso una canzone. Come lo ricorda?

«Ho avuto l’onore di incidere con lui Questo è amore, una sua canzone. E ho fortemente voluto che fosse in Fabbricante di canzoni, il mio primo album. Ricordo che in studio di registrazione ci aveva divertiti con tanti aneddoti della sua vita avventurosa. Quando uscì il disco lui non c’era già più. L’ho ricordato in tanti concerti, l’ultima volta in Piazza Unità d’Italia a Trieste».

In Magazzino 18 c’è un passaggio in cui, a proposito delle ideologie e dei comunisti che erano dalla parte degli ultimi, dice: «Sa come succede, dotto’, a ragiona’ troppo in grande ci si perde per strada la gente». È quello che è successo alla sinistra attuale?

«Oggi la politica è sempre più distante dai bisogni concreti della gente. C’è una spaccatura tra tanti proclami e la quotidianità reale. Quella espressione è attualissima. Soprattutto la politica è lontana dai bisogni dei giovani, che non la vedono più come un mezzo per trasformare la realtà».

Com’è finita la storia della tessera onoraria che, dopo quello spettacolo, l’Anpi voleva ritirarle?

«È rimasta lì, nessuno alla fine me l’ha ritirata. L’Anpi è una realtà variegata in correnti diverse. Alcune arroccate su ideologie che non permettono di vedere la storia con obiettività, altre più vicine a riconoscerla».

Ci anticipa qualcosa del prossimo programma per Tv2000?

«Con don Luigi Verdi della Fraternità di Romena si è instaurato un bel feeling. Una sera abbiamo improvvisato uno spettacolo, io cantavo canzoni a tema, lui parlava. A maggio registreremo quattro serate di un programma che s’intitolerà Le poche cose che contano».

Parla volentieri di spiritualità e meno della Chiesa, sbaglio?

«Non sbaglia. In fondo, in tante diverse religioni ho ritrovato lo stesso insegnamento. Così spazio dal cristianesimo allo zen allo gnosticismo. Come dice la teosofia, tutte le religioni contengono una parte di verità».

Qui comincerebbe un’altra intervista, ma lei deve prendere un aereo. Può dire di non essere più un «panchinaro condannato allo stand by» come si definiva in Vorrei cantare come Biagio?

«Mi sento un outsider che ha fatto un percorso unico con grande fatica, ma anche con grandi soddisfazioni. Soprattutto quella di aver trasformato la mia passione nel mio lavoro».

La Verità, 17 febbraio 2019

«Tutto questo rap rovina la nostra melodia»

 L’incanto di Venezia, la poesia della musica e la magia del cinema. Siamo in uno studio sul Canal Grande, a un campiello di distanza dal museo Peggy Guggenheim. La prima volta di Pino Donaggio a Sanremo fu nel 1961: «Come sinfonia avrebbe dovuto cantarla Mina. Ma finito il Festival la incise davvero e adesso Pedro Almodóvar l’ha ripescata per il suo Dolor y gloria, che uscirà il 22 marzo. È anche nel trailer, venga che glielo faccio vedere».

Che giudizio dà di questo Festival?

«Positivo. Claudio Baglioni è un grande musicista, che ci capisce quando c’è da scegliere le canzoni. Poi si è rivelato anche uomo di spettacolo, dimenticandosi di essere cantante».

Mica tanto.

«Sì, è vero, canta parecchio. Però partecipa agli sketch, se la cava bene».

Giovedì sera ha cantato Io che non vivo con Alessandra Amoroso.

«Non mi aveva detto nulla. Ho capito quando hanno parlato di una canzone del 1965 che aveva venduto milioni di dischi».

Una sorpresa.

«Molto gradita, poi Alessandra Amoroso mi è sempre piaciuta. Si è anche commossa».

L’anno scorso era presidente della giuria di esperti.

«Quest’anno c’è Mauro Pagani, un altro amico. Al festival di Mike Bongiorno e Piero Chiambretti ho fatto anche il direttore artistico con Giorgio Moroder e Carla Vistarini».

Nel 2015 le consegnarono un premio alla carriera.

«In realtà, era un premio per Io che non vivo. È un evergreen, come Quando quando quando. La cantano a X Factor inglese, australiano, nei film americani. Carlo Conti è stato bravo a ricordarsi dei 50 anni della canzone».

Fu fatta conoscere da Dusty Springfield, una concorrente che partecipava con un altro brano: furba?

«La intitolò You don’t have to say you love me. Ha venduto più di 80 milioni di copie, tra tutti gli interpreti che l’hanno cantata, Elvis compreso».

Dusty Springfield?

«La rividi vent’anni dopo a New York. Non so se si può dire che è stata furba. Al festival di allora c’era la doppia interpretazione con un inglese o uno spagnolo che spalancava i mercati esteri. Lei era stata eliminata, ma la sera dopo in platea si commosse con la mia canzone. La mattina, prima di ripartire, trovò il disco in un negozio. Una fortuna che la Emi l’avesse già distribuito».

Quando scoprì tutta la storia?

«Quando era prima in classifica in Gran Bretagna da 3 settimane e aveva già venduto un milione di copie, come riportava Billboard che mi mostrò il mio editore Curci».

Il festival di quest’anno è uguale a quello dell’anno scorso?

«Non si cambia una cosa che funziona, si ritocca cambiando i partner. Sperimentare è difficile».

Il suo giudizio sulle canzoni?

«Tecnicamente buono. Si sono un po’ allontanate dallo stile italiano, ma è un processo iniziato da tempo. Invece che sulla melodia si punta sui testi perché tante sono quasi parlate. Così, quando arrivano Andrea Bocelli, Marco Mengoni o Giorgia si respira».

Le sue preferite?

«Quelle di Daniele Silvestri e di Simone Cristicchi. E quella di Loredana Bertè, più classica. Cristicchi la sua può cantarla solo lui, non certo gli americani. In generale, c’è troppo rap».

Serve per darsi una patina di modernità?

«È un genere arrivato dall’America. Le parole prevalgono sulla musica, tendenza iniziata con i cantautori. Tiziano Ferro ha cambiato ancora, non propone più strofa ritornello strofa. Adesso invece si alterna la strofa melodica a quella rap».

Tanto rap poca possibilità di esportare?

«Non lo possiamo certo vendere in America dove ce l’hanno già. La nostra forza è la melodia, veniamo dal melodramma, dalla canzone napoletana. Guardi Andrea Bocelli e Il Volo. Ma appena c’è qualcosa di melodico lo attaccano, per spingere il rap che non è roba nostra. Fossi stato nei ragazzi del Volo non sarei andato in gara».

Cosa pensa della polemica sul conflitto d’interessi di Baglioni?

«Non ne so molto. Se la Rai ha accettato questo sistema vuol dire che le va bene. Ma dovrebbe controllarlo».

Può sbagliare anche la Rai?

«Certo. Come in tutti i posti, ci sono persone oneste e disoneste».

Suo padre la voleva violinista classico?

«Diventare solista per suonare nei grandi teatri era anche il mio sogno. Con il violino ero bravo. A 12 anni facevo già concerti di classica col mio gruppo. Ho tradito il mio strumento».

Richiedeva troppo sacrificio o fu sorpreso dal successo?

«Il successo fu imprevisto. Ero cresciuto sentendo mio padre che suonava con la sua orchestra in un locale. Il cantante era Sergio Endrigo che di giorno faceva il lift all’hotel Danieli. Mio padre invece lavorava all’Enel».

Viveva immerso nella musica.

«In vacanza ad Auronzo di Cadore facevamo le gare di rock and roll. Un’estate, avevo 16 anni, cantai Dayana di Paul Anka e capii che piacevo. Una volta tornati a casa, chiesi a mio padre di cantare con lui, visto che Endrigo non c’era più. Anche lì fui applaudito, lui diceva perché ero suo figlio».

Il violino era già dimenticato?

«No. Dai Solisti Veneti ero passato al conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ricordo che sul treno Milano-Venezia abbozzavo delle melodie. Una volta a tempo perso andai alla Curci, in Galleria del Corso. C’era il maestro Giovanni D’Anzi, quello di O mia bela Madunina. Che disse: “Canta come un selvaggio, ma la musica la conosce e scrive bene”. A quel punto mio padre si convinse anche perché firmò lui il contratto non ero ancora maggiorenne».

Quando sbarcò a Sanremo?

«Nell’estate del 1960 scrissi Come sinfonia e alla Curci dissero subito che bisognava mandarla al festival. Mina era già in ballo con altri due brani, ma insistette con Ezio Radaelli perché la cantassi io. Lui mi ascoltò e diede il suo assenso. Qualche giorno dopo la si sentiva già per strada».

Era un cantautore di successo.

«A Sanremo vinse Betty Curtis con Al di là, secondo Adriano Celentano con 24mila baci, poi Milva e Mina con le due canzoni. Io arrivai sesto, ma passata l’onda di Celentano andai primo in classifica».

Difficile tornare al conservatorio.

«Avevo detto al mio insegnante che sarei tornato dopo una settimana. Quando mi presentai dopo un mese non mi volle. Lasciai anche I Solisti veneti perché la mia notorietà era diventata un problema».

Dalla canzone alle colonne sonore fu come saltare da un vaporetto a una nave da crociera?

«Anche quella fu un’occasione imprevista. Non ero pronto a scrivere per il cinema».

Invece?

«Una mattina all’alba che tornavo da una serata mi vide Ugo Mariotti, giovane produttore di A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg. Lui era sulla riva del Canal Grande e io l’unico passeggero del vaporetto che gli sfilava davanti. Era un film di parapsicologia… e Mariotti vide in quell’immagine una premonizione. Qualche ora più tardi mi telefonò spiegandomi l’idea. Pensavo: possibile che chiamino me per un film con Julie Christie?».

Convergenze astrali.

«Incontrai il regista che non sapevo una parola d’inglese. Mi spiegò la musica che voleva e dopo una settimana gli feci ascoltare i temi. Ma al produttore esecutivo inglese non piacquero: “Si sente che non ha mai lavorato per il cinema”. Invece quello americano che metteva i soldi disse: “Se la musica è questa che problemi abbiamo?”. Vinsi il premio come miglior colonna sonora dell’anno in Gran Bretagna. Secondo si classificò George Martin, produttore dei Beatles, per 007 – Vivi e lascia morire con la canzone di Paul McCartney».

Si aprì un’autostrada.

«Composi per alcuni registi giovani, poi mi contattò Brian De Palma. Disse che aveva visto A Venezia… un dicembre rosso shocking a occhi chiusi. Bernard Hermann, il suo musicista di fiducia, era morto da poco».

Ha composto per molti film di De Palma.

«Domino che uscirà tra qualche mese sarà l’ottavo».

Com’è nata questa sintonia?

«Il mio modo di scrivere si adatta alla sua sensibilità. Ci incontriamo, prendiamo nota dei punti dove mettere la musica, torno in Italia, scrivo, torno a New York. Per Carrie, lo sguardo di Satana partirono gli applausi: “Questa scena l’ho vista davvero per la prima volta con la tua musica”, disse».

Strano che i suoi studi classici l’abbiano portata a comporre colonne sonore per thriller e horror.

«Ho cominciato con quei generi e continuano a chiamarmi per quelli. Ma ho fatto anche commedie come Non ci resta che piangere, film di Carlo Vanzina, di Liliana Cavani e i film politici di Giuseppe Ferrara».

Terence Hill e Tinto Brass sono veneziani.

«Terence Hill mi ha cercato per Don Camillo, poi ho scritto anche per le sue serie. Brass è un amico, ma non mi mostra le scene: “Mi fai un reggae che devo girare la scena di un massaggio?”. Quando ho visto il film, altro che massaggio. Ne ho fatti tre con lui, poi mi sono fermato. Vuole musiche firmate, le ha chieste anche a Ennio Morricone e Riz Ortolani».

Quanto c’entra Venezia nel suo lavoro?

«Moltissimo. Ho scritto anche a Milano e in America, ma qui è un’altra cosa. Se non ti viene l’ispirazione esci di notte e sei già dentro un thriller. Oppure vado al Guggenheim, la mia passione è la pittura, a Punta della Dogana, a Ca’ Rezzonico. E quando torno mi metto a scrivere. Su quella parete ho messo un grande specchio perché così posso vedere l’acqua mentre sono al pianoforte».

Com’è nata la collaborazione con Massimo Ranieri?

«Mi ha chiesto una canzone, per un nuovo album di inediti, tra i quali ci saranno un brano di Bruno Lauzi e uno di Domenico Modugno trovati da lui».

Altri progetti?

«Finalmente si è sbloccato il film sulla vita di Enzo Ferrari che sarà interpretato da Robert De Niro e diretto da Barry Levinson, il regista di Rain man. Poi sono molto contento di aver scritto un disco per I Solisti Veneti, l’avevo promesso a Claudio Scimone. È la chiusura di un cerchio».

È pentito di aver tradito il violino?

«No, visto come sono andate le cose. Il mio sogno era il violino, la mia forza è la composizione. Non ho rimpianti, il violino lo faccio suonare agli altri».

 

La Verità, 10 febbraio 2019