«Con il colore curo l’ostilità tra arte e pop»

Un artigiano che naviga le acque della globalizzazione. Un intellettuale che ama la cultura pop. Un designer che usa la tecnologia con la cura della bottega rinascimentale. Riccardo Falcinelli ha 44 anni, una laurea in letteratura italiana alla Sapienza di Roma, conseguita dopo aver frequentato il Central Saint Martins of Art and Design di Londra, e una lunga esperienza come art director di case editrici (Minimum fax, Einaudi, Laterza, Zanichelli, Carocci) per le quali ha curato la grafica di oltre 5000 libri. Insegna Psicologia della percezione all’Isia (Istituto superiore per le industrie artistiche) di Roma. A fine settembre ha pubblicato per Stile libero di Einaudi Cromorama, 470 pagine su «come il colore ha cambiato il nostro sguardo». Temperamatite, compasso, fiammifero, scotch e altri attrezzi d’antan disposti sull’homepage del sito della Falcinelli & Co esprimono la filosofia della sua attività, «un piccolo studio di quattro persone».

Cromorama ha richiesto dieci anni di ricerche, tre di scrittura e un altro per la ricerca iconografica. Si prefiggeva di compilare un’enciclopedia del colore?

«Non sono partito per scrivere 500 pagine, mi ci sono trovato. Cromorama è il tentativo di raccontare ai non addetti ai lavori come funziona la comunicazione visiva, nell’arte e nel design. Dalla scarpa da ginnastica ai fumetti alla pubblicità, tutto è fatto di segni e colori. Se si cerca di capire il rapporto tra forme e colore si trovano solo manuali di storia dell’arte, mentre gli oggetti con cui abbiamo a che fare tutti i giorni non li racconta nessuno. Insegnando a ragazzi di 19 anni, ho provato a usare Piet Mondrian o Leonardo Da Vinci per spiegare la colla della cartoleria o il giallo dei Simpson».

Il risultato è una storia dell’umanità attraverso il colore. Un po’ come una storia dell’umanità attraverso il suono: vasto programma.

«Ammetto, ma preciso: una storia dell’umanità da quando si è industrializzata. La molla è stata la schizofrenia diffusa tra ciò che si considera arte, perciò di qualità ed elettiva, e tutto ciò che è commerciale e di massa».

La copertina di Cromorama, una sorta di storia dell'umanità recente attraverso il colore

Cromorama, una storia dell’umanità recente attraverso il colore

Ciò che è commerciale è pop.

«E ciò che ha troppo successo è dozzinale per definizione, il che non sempre è vero. Ho tentato di mostrare che dietro a un barattolino di colla o alla striscia di un fumetto ci sono più studio e lavoro di quanto si creda».

Si può guarire da questa schizofrenia?

«Si può guarire diversificando linguaggi e livelli di comunicazione. Un regista come Alfred Hitchcock ha prodotto un cinema sofisticato che influenzò François Truffaut, ma ebbe enorme successo anche in sala. Creare opere che sappiano parlare a un bambino come a una persona colta dovrebbe essere l’obiettivo di chi fa arte».

Perché oggi prediligiamo le tinte unite? È la velocità delle nostre giornate che ce le fa preferire?

«Questo è certamente uno dei motivi. Ma tinta unita vuol dire anche superficie liscia, non usata, propria di un oggetto nuovo, qualcosa che siamo portati a desiderare. Il nuovo è il motore del nostro tempo. L’industrializzazione e la società di massa ci inducono a comprare cose più economiche più spesso. I nostri nonni compravano cose di maggior valore, ma più raramente».

Se le idee vincenti sono la velocità e il nuovo perché va di moda il vintage?

«Negli ultimi trent’anni abbiamo subito un’intossicazione di elettronica e di futuro digitale. Ora sentiamo il bisogno di fermarci a vedere ciò che ci ha preceduto. Prima dell’industrializzazione diffusa il passato era prestigioso. Adesso rincorriamo parossisticamente il cellulare di ultima generazione, come se solo il nuovo garantisse la felicità. Il vintage è rassicurante perché ci tira fuori da questa frenesia. Anche la scorpacciata di progresso e progressismo ci ha indotto in errore. La storia non è fatta solo di progressi, ma di tanti movimenti. Non possiamo applicare quello che avviene nella medicina e nell’elettronica all’arte o alla cucina. Tra vent’anni non mangeremo dei rigatoni al sugo più buoni di quelli che mangiamo adesso».

Chi è un visual designer?

«Chiunque si occupi dell’aspetto visuale di prodotti che verranno visti su larga scala».

Perché oggi il design è così importante?

«Lo era anche prima, ma veniva chiamato in un altro modo. Chi disegnava scarpe era un esperto calzolaio, oggi è un designer. È un cambio di nomenclatura più che di professione. Il designer lavora per l’industria. Artisti e artigiani lavorano su pochi pezzi o pezzi unici».

Che cosa insegna la psicologia della percezione?

«Che le cose possono essere colte da diversi punti di vista. Ciò che m’interessa trasmettere è un punto di vista critico, per arrivare al quale è necessario studiare».

Che tipo di professore è?

«Piuttosto impegnativo, perché tento di far passare la necessità dell’attenzione al particolare. Viviamo in un’epoca in cui i ragazzi vengono portati a credere che i risultati si raggiungono facilmente. Ecco, questa è un’altra cosa che cerco di insegnare: che bisogna faticare. Ma in fondo per passare dalla sciatteria alla qualità lo sforzo è ridotto».

Nel libro racconta che un suo professore vi fece riempire dei quadrati con tanti neri diversi per una settimana.

«Esatto. Riempire delle campiture di un nero brillante o granuloso o setoso serviva a educare l’occhio. Si impara a guardare le cose. Anche lo sguardo, come il gusto e il talento artistico o sportivo, va educato e allenato».

I suoi studenti come prendono queste lezioni?

«Quando uno mi ha accusato di fissarmi sui particolari ho raccontato che una volta ho fatto 54 telefonate in tutta Italia perché cercavo delle borchiette copritermosifone, ma a Roma le avevano solo in pvc, mentre mi servivano in polivinile. Alla fine ho trovato il rappresentante di una marca gemella, il quale se le è fatte mandare dalla Francia e me le ha lasciate dal suo portiere a Frosinone dove sono passato a prenderle».

Cinquantaquattro telefonate: e i suoi studenti?

«Hanno ascoltato la morale. Primo: le cose belle chiedono di saper trasformare le nevrosi in qualità. Secondo: se il mondo ti sta bene così com’è perché dovresti ambire all’eccellenza o fare le cose con cura? Terzo: se non t’interessano i dettagli forse il design non fa per te».

Lei lavora principalmente nel campo dell’editoria: un perfezionista come tollera la mediazione con il committente?

«Mi piace essere al servizio del committente se mi fa lavorare con accuratezza».

Qual è il settore dove il design è più all’avanguardia?

«Non saprei dare una risposta univoca. Se parliamo di avanguardia in senso stretto, probabilmente quello medico. Oggi esistono delle protesi ortopediche molto curate dal punto di vista estetico che vent’anni fa non erano ipotizzabili. Nell’editoria, invece, l’avvento dell’e-book ha accelerato il rinnovamento del libro di carta, innescando una cura dell’oggetto, dalla copertina alla grafica, prima inesistente».

Qual è l’oggetto più moderno e seducente degli ultimi anni?

«Nell’ambito dell’elettronica la Apple ha cambiato il mondo, trasformando oggetti burocratici come i calcolatori in oggetti d’arredamento. Il primo smartphone ha modificato il modo di relazionarci agli altri. Va reso merito a Steve Jobs».

Lei è art director di Pagina 99: che cosa pensa della grafica dei giornali?

«I giornali sono sempre stati al passo. Il progetto del Corriere della Sera, soprattutto l’inserto della Lettura, ha una grafica elegante grazie al carattere solferino. La nuova Repubblica mi ha divertito molto. La scena grafica dei quotidiani è molto vitale».

Come giudica i disegni dei volti dei rubrichisti e delle grandi firme?

«Sono un portato della tradizione anglosassone che avvicina il quotidiano a ciò che erano il magazine e la rivista. Nei quotidiani cerchiamo commenti e opinioni autorevoli perché i fatti ci arrivano sul cellulare, e la firma riconoscibile rafforza l’identificazione».

I Simpson. Falcinelli ha provato a spiegare quanto studio ci sia dietro la scelta di un colore

I Simpson. Falcinelli ha provato a spiegare quanto studio ci sia dietro la scelta dei colori

Che rapporto ha con il cinema e la televisione?

«Ringrazio il computer che mi permette di guardare la televisione quando decido io. Penso che parte del successo delle serie tv sia dovuto alla visione in streaming sui computer».

Quali sono i prodotti tv che hanno determinato una svolta significativa dal punto di vista del design?

«A livello internazionale con Lost e Desperate housewives il telefilm è diventato cinema a tutti gli effetti. In Italia il cambio di paradigma è avvenuto qualche anno dopo con Romanzo criminale, che ha mostrato una cura del colore, della fotografia e del design inediti».

Ho letto sul suo profilo Facebook un dialogo in cui confidava a un collega di accingersi a modificare a mano 350 immagini per portarle da una definizione del 99.97% al 100%. Un lavoro immane per una differenza impercettibile. Che cos’è per lei la perfezione?

«È un’ideale rassicurante, è l’amore per le cose fatte bene. Nel lavoro si cerca di fare bene le cose come compensazione o risarcimento del fatto che la vita ha troppi problemi per essere perfetta».

C’è qualcosa o qualcuno, un autore, un artista anche del passato a cui si ispira o a cui attinge per la sua professione?

«Niente di particolare. Le fonti d’ispirazione sono quotidiane e molteplici. Ciò che conta è la mia, la nostra, predisposizione: la curiosità con cui entriamo al supermercato o in un museo, ascoltiamo un’opera lirica o guardiamo uno spot, studiamo la grafica di una bottiglia di un succo di frutta o visitiamo una mostra ecologica. Il segreto è in noi, nella nostra passione».

 

La Verità, 26 novembre 2017

«I romanzi di Veltroni e Franceschini? Libroidi»

Da giovane, Francesco Permunian fumava le Muratti: sugli ampi spazi bianchi del pacchetto poteva annotare appunti, ritrattini, spigolature. Scrittore rapsodico e ribollente di ossessioni, per quasi quarant’anni bibliotecario a Desenzano, nativo di Cavarzere (Polesine) nel 1951 della grande alluvione, Permunian vive appartato e fiero del suo sguardo periferico che gli permette una certa ironia sulle contraddizioni dell’industria culturale e non solo. Dai pacchetti di Muratti, quelle note finirono in un grosso faldone, «un vero e proprio incubatoio letterario», si legge nei «Pensieri e parole ai bordi della notte» che accompagnano Costellazioni del crepuscolo, il volume nel quale Il Saggiatore ha raccolto in una nuova veste Cronache di un servo felice e Camminando nell’aria della sera. «Quando lo aprivo e ne squadernavo per terra o sul tavolo il contenuto, la mia stanza si trasformava in una sorta di falegnameria artigianale, col pavimento cosparso di trucioli di prose e diversi altri materiali alquanto improbabili e inclassificabili… tutta roba che poi piano piano si agglutinava e modellava fino a dar vita» a quei romanzi visionari, allucinati, crudi.

Il primo dei quali, Cronache di un servo felice, s’imbatté in 32 rifiuti prima di approdare in libreria. Complimenti per la tenacia.

«Sarà stata la forza della disperazione. In quel decennio di fine secolo dominava il minimalismo alla Raymond Carver e le mie sinfonie lugubri non interessavano nessuno. Giuseppe Pontiggia, capo della Mondadori, lo lesse, gli piacque e venne a Desenzano per dirmi, però, che era un unico blocco di tenebre e ghiaccio e non poteva pubblicarlo. Subivo rifiuti e intanto lo limavo e aggiustavo. Finché scoprii che a Padova Meridiano Zero, piccola casa neonata, aveva una collana di noir. Marco Vicentini lo prese al volo e in venti giorni eravamo in libreria, spacciandolo per un romanzo gotico, cosa che non era. Poi mandò sessanta copie in giro per le redazioni e tutto cominciò».

Anno 1999, crepuscolo del millennio.

«Io di anni ne avevo già 49. Era passato un sacco di tempo da quando mi ero iscritto a Lettere a Padova, arrivando dal paesello. Per Silvio Ramat e Giorgio Pullini, miei professori, la poesia e non la prosa era la regina della letteratura. Le stelle polari erano Andrea Zanzotto, che viveva a Pieve di Soligo, e Diego Valeri, originario di Piove di Sacco. M’illudevo di essere un poeta anch’io. Ma dopo la morte prima di una figlia e poi di mia moglie, per sposare la quale ero venuto a vivere a Desenzano, la poesia non bastava più».

Erano crollati anche gli ideali della politica.

«C’era il deserto. Le istanze del Sessantotto si erano dissolte. Anche la fede cigolava: come fa a esserci un Dio se colpisce persone inermi e innocenti? Ne parlavo con Sergio Quinzio e Davide Turoldo, gente eretica. Avevo anche una seconda figlia da crescere. Senza la scrittura ci sarebbe stato il vuoto totale».

Che cosa accadde?

«Continuavo a mandare i miei scritti a Zanzotto che una volta mi convocò a casa sua: “Non devi scrivere con le lacrime”, mi disse, “perché bagnano il foglio e vien fora un spotacio. Ma con il ricordo delle lacrime”. Mi mise in mano Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust e mi consigliò di trasformare “questi componimenti in frammenti di prosa, poi mandali a Maria Corti, una mia amica”. Così feci. Lì c’erano le prime figure di Cronache di un servo felice».

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Fu Andrea Zanzotto a consigliare Permunian di passare dalla poesia alla prosa

Un campionario di folli, poveri cristi, erotomani… Non era prevedibile che faticasse a trovare la strada della libreria?

«Lo era, ma non potevo cambiarlo e cambiarmi. Cronache di un servo felice è un catalogo dell’infamia e della malinconia scritto con la penna intinta in un calamaio di crudeltà e amarezza. Ma è un catalogo pervaso di compassione. Che genera situazioni al limite della decenza. E alla fine, come un’ombra che aleggia su tutto e tutti, ecco salire l’orchestra dei morti che tutto avvolge e acquieta nel nulla infinito».

Una letteratura nichilista e grottesca.

«Secondo Milan Kundera, il romanzo è “un’arte nata come eco della risata di Dio” dopo che si accorge del lato grottesco del mondo che ha creato».

Da dove viene una letteratura così?

«Dall’inferno del Veneto poverissimo, il Polesine degli anni Cinquanta. Sono nato in un posto che si chiamava Lezze, quattro case al confine tra le province di Venezia e Rovigo vicino al ramo morto dell’Adige. Senza tv e radio ci si radunava nella stalla per ascoltare i racconti dei vecchi come si è visto nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. O come ha raccontato Nikolaj Gogol’ nelle Veglie della fattoria presso Dinkan’ka nelle quali mescolava streghe, demoni e contadini, storie di campi e storie magiche».

Per fortuna c’è anche la parte meno infernale di Camminando nell’aria della sera.

«Il volume del Saggiatore, che ha deciso di ripubblicare i miei romanzi introvabili, è un dittico. Che, oltre all’inferno del Polesine, comprende il purgatorio della vita qui sul Garda, protagonista un vecchio medico condotto che segue la sua comunità dalla finestra di casa e passeggia in riva al lago nella malinconia della sera. I due romanzi sono come ante della stessa porta, unite dalla cerniera dei famosi appunti sui pacchetti di sigarette».

I suoi riferimenti letterari sono i grandi autori del Veneto e della Mitteleuropa?

«Tutta la mia opera nasce “sotto stelle autunnali”, come dice il poeta austriaco Georg Trakl. Ma sulla scrivania tengo anche una frase un vademecum della buona scrittura di Giorgio Manganelli: “Oscillare fino sull’orlo del tragico e distrarsene in tempo per conseguire il rapido lembo del ridicolo – o del risibile”».

C’è anche qualcosa che ricorda Ferdinando Camon, un altro grande veneto che si definisce un cantore della fine della civiltà contadina.

«Io sono l’estremo lembo di quello stesso mondo contadino. Non sarò mai uno scrittore metropolitano. Non me ne importa niente di ciò che viene prodotto nelle città. Un altro scrittore che stimo è Vitaliano Trevisan, narratore delle solitudini del nord est, una bolla che però io non conosco».

Altre letture predilette?

«In questi giorni sto leggendo due libri di giornalisti culturali: Vampiri conosciuti di persona di Roberto Barbolini (La nave di Teseo) e Insperati incontri di Silvio Perella (Gaffi editore). Siccome detesto viaggiare, mi consolo con questi giornalisti che fanno letteratura senza avere la prosopopea del letterato di professione».

Diceva che non sarà mai uno scrittore metropolitano. La provincia è una scelta o un obbligo?

«Prima è stato un obbligo, causa la scomparsa di mia moglie. Poi una scelta. Ora è quasi uno stemma nobiliare, un’appartenenza. Che ti dà la giusta distanza per non farti assorbire dalle mode di plastica. Nel mondo di internet non esiste più la provincia nel senso di realtà minoritaria. È più provinciale Milano che sembra un quartiere di Tokio, di Desenzano. Zanzotto è rimasto a Pieve di Soligo, Mario Rigoni Stern sull’Altopiano di Asiago. È questione di apertura mentale».

Ho letto che per lei questa terra è una specie di Catalogna.

«Nel senso culturale del termine. L’unità è nella lingua veneta. A volte, la sera, quando vado sulle colline di Salò e vedo le luci accendersi sui paesini del lago, penso alle parole usate dalle persone che sono dentro quelle luci. È come un grande campiello goldoniano, dove c’è il dialetto trentino, quello bresciano, mantovano, veronese. Per di qua sono passati Catullo, Goethe, D’Annunzio, Mussolini, è un grande poema umano. Capisce perché non posso scrivere in italiano standard?».

Quindi il Garda e il Veneto come la Catalogna italiana. Ha votato al referendum per l’autonomia?

«Non ho votato, anche se credo molto nell’autonomia e nella necessità di un’amministrazione diversa delle tasse. Ma in questo referendum sono entrate troppo la politica».

L'ultima fatica «letteraria» di Veltroni

L’ultima fatica «letteraria» di Walter Veltroni

Il libro di Dario Franceschini

Gli strumenti sono sempre perfettibili. Senza politica, le resta solo la scrittura?

«La scrittura è la mia terapia. Un vero scrittore nasce da un’impavida solitudine, unica compagna in grado di garantire quello sguardo lancinante sul mondo non ancora inquinato dal potere e dal successo mediatico».

Che rapporto ha con il mondo editoriale, i premi letterari e i festival?

«Non ho un agente letterario, non tengo un blog, vivo isolato. Ogni tanto qualche editore mi invita e mi chiede un libro. In trent’anni che scrivo, un giro di alcune migliaia di lettori si è creato. Preferisco avere un editore medio o piccolo ma di qualità, che mi segue personalmente, come il Saggiatore che ha un progetto chiaro».

Cosa pensa delle fusioni editoriali?

«Non m’interessano molto. Credo di più nei progetti di Adelphi, Saggiatore, Minimum Fax, Nutrimenti, una decina di editori in tutto. Oggi l’80% di ciò che viene pubblicato, libri di cantanti, comici, politici, cabarettisti è fuffa di cui non resterà niente. Sulle copertine dei libri di Dario Franceschini, Piero Fassino, Walter Veltroni c’è scritto romanzo. Ma cosa c’entrano con la letteratura? Non è questa la strada per combattere la crisi dell’editoria. Siamo in piena decadenza, tutto si sta sfarinando, corrompendo. E arrivano i barbari che scrivono libroidi, non libri».

La Verità, 19 novembre 2017

 

Marco D’Amore: «La fatica di essere Ciro»

Che roba, gli attori. Sollevi la maschera dei ruoli in cui li hai catalogati e trovi tutt’altra materia. Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio di Gomorra, il 14 e 15 novembre i primi episodi in 300 cinema e dal 17 su Sky Atlantic, è un ragazzo saggio, mite e innamorato di due cose: il teatro e la sua terra, Napoli e Caserta. È anche uno che dice che la gioventù serve a preparare la vecchiaia. Lo incontro a Verona, in una pausa delle riprese del film che sta girando. Mi guarda dritto, con occhi verdi che trapassano i baffi da hipster e la cuffia di lana che nasconde una chioma bionda «alla Nino D’Angelo». La maschera del nuovo film.

La copertina del numero di novembre di GQ Italia

La copertina del numero di novembre di GQ Italia

Tra pochi giorni parte la terza stagione, siete rimasti in due: tu e Genny.

«No dai, ci sono anche Scianel e Patrizia. E qualcuno di nuovo arriverà».

Tu sei l’Immortale.

«Il soprannome è quello».

Anche i fatti sono quelli.

«Questo soprannome è una condanna per il mio personaggio. L’immortalità è il desiderio di tutti. Per lui, con il senso di colpa che si porta dentro, sopravvivere è drammatico».

Con Genny, boss per genealogia, il dualismo c’è tutto.

«Per Ciro non c’è consanguineità diretta, altra condanna. Eppure nessuno meglio di lui potrebbe essere il boss. Sa di essere il migliore, ma c’è sempre qualcuno davanti a lui. Nella terza stagione questa ambizione si ridimensiona ’nu poco. Ha pagato uno scotto troppo alto, ha ucciso la moglie… Sarà interessante capire che ruolo si ritaglierà nei nuovi equilibri».

Qual è il pregio maggiore di Gomorra?

«Il profilo internazionale. Non ci sono altri progetti, film o serie, che abbiano un respiro così alto, in grado di scavalcare le reticenze anglofone. Lo dico a cinque anni dall’inizio».

Dimmi tre motivi di questo successo planetario.

«Il primo è che in ogni settore, non solo nel reparto artistico, si cercano i migliori. Il secondo è la scelta di lavorare con più registi e sceneggiatori, coinvolgendoli nel processo creativo. Il terzo è narrativo: Gomorra è una storia unica, che accade a Napoli, ma si fa universale. Situazioni così esistono in ogni angolo del mondo».

Chi è Ciro Di Marzio?

«È un essere umano, non un extraterrestre. Noi l’abbiamo conosciuto ragazzo, probabilmente è stato un bambino cui non è stata data possibilità di scelta. Oggi è un uomo che ha visto sfiorire tutta la bellezza della gioventù che aveva sul viso, perché ha dovuto fare i conti con il dolore causato negli altri. Un dolore che ora gli punge nel cuore».

Che cos’è il male per lui?

«Fino a poco tempo fa non ne aveva nessuna percezione perché lo infliggeva agli altri. Ora ne sta prendendo coscienza. Quello che per noi è chiaro, per certe persone non lo è. Per chi vive dentro microcosmi come questi c’è un diverso confine tra bene e male. Quello di Ciro non è un calcolo, ma una disperazione shakespeariana. Tutto ciò che regola questo racconto è il potere. Oltre il rapporto tra moglie e marito, o tra padre e figlio come nel caso di Genny. Ciro, come gli altri, mette il potere davanti ai sentimenti. In questo senso ci vedo la rappresentazione di ciò che avviene nel nostro Paese».

La terza stagione è la migliore delle tre?

«Ne ho il sentore, ma preferisco dirlo dopo averla vista tutta. La prima stagione ha raccontato il macromondo camorrista, la seconda è stata una discesa nella psicologia dei personaggi, la terza è una somma di questi due processi. I protagonisti sono sempre più in rilievo e scavati. E ce n’è uno nuovo e importante che è Napoli».

È meno gangster movie e più…

«Per me è sempre un war movie. Ci sono le macerie della distruzione, la famiglia Savastano non esiste più, ce n’è una nuova che nasce. È un racconto di cani sciolti che ha molto a che fare con il presente».

Suburra, Sotto copertura, Operazione Mafia capitale: Gomorra è molto, troppo, imitata?

«Ci sono due cose da dire. La prima è che il fascino nero che offre Napoli nessun altro luogo in Italia riesce a riproporlo. Anche dal punto di vista artistico: Paolo Sorrentino, Mario Martone, Toni Servillo, i Teatri Uniti, film come Indivisibili è tutta roba che viene da lì. Sarà il disagio che si vive, sarà il modo di riscattarlo… Il secondo discorso riguarda Gomorra, un progetto unico con il quale non è giusto fare paragoni e che si situa dentro il filone narrativo del crime a livello mondiale. Un filone di moda, pensa a Narcos, film, serie, sequel…».

Claudio Cupellini che ti ha diretto al cinema e in Gomorra dice che sei uno da «buona la prima», che non sbagli le battute nemmeno in bulgaro, terzo episodio.

«Non è virtuosismo, arrivo preparato per sopperire alle mie lacune».

Studi molto?

«Parecchio. Mi piace farlo perché se hai l’ansia della battuta non riesci a far respirare la scena, a darle libertà. Poi una certa strafottenza mi aiuta».

La strafottenza non si sposa con l’umiltà di studiare.

«Ma io sono dei gemelli, tengo insieme due anime».

Sempre Cupellini dice che dal cinema hai avuto meno di quanto meriti.

«Sono in pace con me stesso. Sinceramente, non ho grandi velleità come interprete, mi interessano di più le storie. In Brutti e cattivi, sebbene fossi stato il primo attore scelto, ho interpretato un piccolo ruolo».

Adesso che film stai girando?

«Con Vinicio Marchioni stiamo finendo le riprese di Drive me home. È una storia di fratellanza tra due amici che si ritrovano trentenni dopo molti anni, basata sull’idea di casa, tema molto attuale in un momento di giovani che lasciano l’Italia e di altri che vi arrivano. È un’opera prima di Simone Catania, con un budget risicatissimo per un road movie in cui si recita in cinque lingue. Speriamo che qualche festival lo prenda».

Temi che Ciro Di Marzio condizionerà la tua carriera?

«È un problema che non avverto, mi sento così distante da lui… Non volevo neanche fare il provino. Senza Stefano Sollima non sarei qui».

Non ti muovi da Caserta, come Servillo.

«È la mia scuola, ho cominciato con lui a 18 anni. Ogni tanto ci troviamo alla Reggia a camminare».

Marco D'Amore e Toni Servillo in Una vita tranquilla di Claudio Cupellini

Marco D’Amore e Toni Servillo in Una vita tranquilla di Claudio Cupellini

E cosa vi dite?

«Parliamo di musica, di cibo. Raramente di lavoro, che ci piace tenere lontano dalla vita quotidiana».

Cos’altro ti ha dato Servillo?

«È quello che vorrei diventare. Un uomo interessato a tanti ambiti apparentemente distanti dal nostro mondo che invece sono linfa vitale. È un maestro involontario. Ripete di aver imparato facendo lo spettatore, guardando centinaia di film. Il contrario di quello che domina oggi, la paranoia dei selfie, lo schermo è girato verso di noi. Ci fotografiamo davanti a un grande museo, ma in primo piano ci siamo noi».

Chi è Marco D’Amore?

«Che domanda… Una persona tranquilla, mediamente equilibrata, con grandi sogni che si moltiplicano e che non riguardano solo il lavoro».

Sentiamo.

«Il primo è l’ambizione di lasciare un segno in questo pezzo di cammino che mi è dato come uomo. Lasciare una buona eredità umana alla mia famiglia e ai miei affetti. Poi sogno d’invecchiare».

Spiega.

«Da giovane Eduardo De Filippo si scriveva i ruoli da vecchio perché, diceva, la gioventù passerà in fretta, così a cinquanta o sessant’anni avrebbe potuto interpretare le sue commedie. La maturazione di un attore arriva dopo tante ore di volo. Come se questa gioventù scapestrata e veloce fosse una preparazione a quello che verrà dopo».

Non ti facevo così saggio. Cosa c’era nella tua casa di ragazzo?

«Due genitori appassionati di cinema, teatro, musica. Mio padre amava il cinema americano, il western, mia madre preferiva gli autori italiani. Mi hanno fatto conoscere Sergio Leone, Francesco Rosi, Elio Petri. Tuttora sono i miei primi censori».

Per esempio, cosa ti dicono?

«Mia madre spera sempre che interpreti una commedia che la faccia divertire e la tiri su di morale. Mio padre scandaglia ogni scena per pizzicare appena eccedo e vado in over acting. Insomma, ’na rottura».

E tuo nonno?

«Era un personaggio un po’ strano. Era impiegato alla Sip. Ma è riuscito a recitare nella compagnia di Nino Taranto e in tanti sceneggiati, a fare lo speaker in Rai, a vincere La Corrida alla radio, a lavorare con Nanni Loy e Rosi. Ogni tanto spariva».

Sei mai stato sfiorato dai clan?

«No. Negli anni Novanta i Casalesi avevano in mano Caserta. Ma i miei non mi hanno vietato la strada. Dietro la porta di casa sono stati un grande filtro, un contraltare che mi ha preservato».

Per te il teatro è stato l’alternativa al crimine. Ma se un ragazzo non ha talento? Un meccanico o un imbianchino possono sfuggire alla camorra?

«Se il meccanico e l’imbianchino amano il loro mestiere e riescono a vivere di quello non c’è possibilità che vengano abbagliati. Il problema si pone se non riescono a portare avanti la loro vita. Per me non c’è differenza tra un imbianchino e un attore. Conosco quasi più attori depressi che imbianchini insoddisfatti».

Il  cast della terza stagione di Gomorra all'anteprima all'Ex Dogana di Roma

Il cast della terza stagione di Gomorra all’anteprima all’Ex Dogana di Roma

Che rapporto hai con Roberto Saviano?

«Prima ero un suo lettore, ora siamo amici. Io sono l’amico scemo che manda messaggini divertenti provando ad alleggerire il carico di quello che vive».

Altri maestri?

«La frequentazione dell’Accademia Paolo Grassi a Milano. La lunga tournée con La Trilogia della villeggiatura di Toni. Da quando ho 18 anni vivo da nomade».

Condizione impegnativa per chi ti è vicino.

«Ho una compagna molto intelligente, che conosce i sacrifici che ci sono dietro certe scelte. E sa che senza il mio lavoro sarei un uomo spento. Cerchiamo un equilibrio e lo troviamo per merito suo. Anche perché fa un lavoro normale e aiuta anche me a stare lontano dalla mondanità».

Chi sono i tuoi amici?

«Quelli con cui ho condiviso l’infanzia. Poi ci sono mio fratello, mio alter ego, e Francesco Ghiaccio, compagno della Paolo Grassi, mio partner in crime, come dicono gli americani».

Cosa fai con loro? Avete un rito comune?

«Il cambiamento della mia vita ha pregiudicato anche la loro. Ora il covo è casa mia, una casa molto bella, dove me li ritrovo ogni volta che torno. Diciamo che c’è il rito dell’attesa».

Finito di girare Drive me home?

«Nei giorni di uscita di Gomorra riprenderò la tournée con American Buffalo, uno spettacolo di David Mamet di cui firmo anche la regia. È una storia che si svolge nel negozio di un rigattiere dove un vecchio compra una monetina che poi si scopre essere di gran valore. Mentre prende corpo il piano per rubargliela, si dipanano le storie di tre balordi. Una storia da sogno americano ambientata a Napoli».

Il film che sogni di fare?

«Un film di racconto e denuncia che riesca a far riflettere sullo stato del Paese. Attraverso una storia piccola vorrei provare a rendere in modo paradigmatico il baratro in cui siamo caduti. Un po’ come abbiamo provato a fare con Un posto sicuro sulla tragedia della Eternit di Casale Monferrato».

Che cos’è il bene per Marco D’Amore?

«Spostarsi un po’ da sé. Per aiutare chi ti sta vicino a desiderare qualcosa di diverso».

 

GQ, novembre 2017

«Con The Place svelo la nostra anima nera»

Un regista romano, cinquantaduenne, fuori da giri e girotondi chic. Paolo Genovese ha nel curriculum una laurea in economia e commercio e una militanza di sinistra. Abbandonate entrambi. Nel 2016, dopo aver vinto tutti i premi italiani e qualcuno anche all’estero, il suo Perfetti sconosciuti chissà perché non è stato candidato all’Oscar. Questo per dire come gira il fumo nelle stanze del cinema che conta. Ora è appena uscito The Place (prodotto da Marco Belardi e Medusa), una commedia dal retrogusto amaro, con un cast notevole, una sceneggiatura solida e un protagonista enigmatico fino alla fine, interpretato da un grande Valerio Mastandrea. Forse uno psicologo. O la coscienza, il destino, un guru. O il diavolo, probabilmente, a cui si rivolgono i vari Alessandro Borghi, Rocco Papaleo, Giulia Lazzarini (e numerosi altri) per soddisfare il desiderio sinonimo di felicità: ritrovare la vista, trascorrere una notte con la pin up del calendario, veder guarire il marito dall’Alzheimer…

Qualcuno ha scritto di capolavoro, altri prevedono un nuovo successo.

«Non sono affatto sicuro che The Place sarà un successo. Dopo Perfetti sconosciuti ho scelto una storia diversa. A volte ci si adagia, si va sul sicuro, si fa il sequel. Io ho preferito rischiare per ripagare la fiducia del pubblico, reinvestendo il credito accumulato. I fratelli Taviani dicono che si può dare al pubblico non ciò che di sicuro gli piacerà, ma ciò che ancora non sa che potrebbe piacergli».

Facciamo un passo indietro. Lei è laureato in economia e commercio: poi cos’è successo?

«Non vengo da una famiglia cinematografica e il regista non è un lavoro in cui è scontato farcela. Come tanti ragazzi ho avuto bisogno di lavorare. Ho studiato per avere un piano B, ma mentre ero all’università scrivevo cortometraggi, avevo una piccola compagnia teatrale. Dopo il primo impiego in una multinazionale americana ho avuto la fortuna di entrare in McCann Erickson, una grande agenzia pubblicitaria dove ho fatto i primi spot. Girai un corto che ebbe successo e fu notato da Amedeo Pagani, Andrea Occhipinti e Gianluca Arcopinto che ci diedero l’opportunità di fare il primo film».

Ha lavorato a lungo con Luca Miniero: poi cos’è successo?

«Abbiamo cominciato per gioco e fatto tre film insieme. Quando il cinema è diventato una cosa seria abbiamo sentito l’esigenza di raccontare ognuno le proprie storie».

Era militante di estrema sinistra: poi cos’è successo?

«Essendo nato nel 1966 appartengo alla generazione che non ha fatto né il ’68 né il ’77. In università credevamo nella sinistra, seppure con un pizzico d’ironia. Piano piano l’ideologia di riferimento si è disgregata, non sapevamo più dove trovare la sinistra. Ci sentivamo come quando perdi le chiavi di casa. Poco alla volta ho smesso di interessarmi di politica e ho cominciato a impegnarmi nel volontariato, dove non c’era bisogno di colori e bandiere».

Anche nel suo cinema non c’è traccia di ideologie: «Le persone al centro della scena», ha detto in una intervista.

«Sentir dire “il mio cinema” mi fa sorridere. Faccio questo lavoro perché mi è sempre piaciuto raccontare storie. Anche da bambino tenevo diari, scrivevo… Allora non sapevo che quello del regista era un lavoro che poteva incarnare questa passione. Sì, le persone con i loro sentimenti sono al centro. Spero che i miei film facciano emozionare. Sono commedie in cui si ride e sorride, ma più importante è l’elemento drammatico».

Tre motivi per cui The Place dovrebbe funzionare.

«Ha un cast strepitoso. Tratta un tema devastante, una grande metafora: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi? È un’occasione per una riflessione che forse non vorremmo fare durante la pizza post cinema».

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

Il cast di The Place: «La nazionale degli attori», dice Genovese

La sceneggiatura innanzitutto: come nascono le idee?

«Cerco sempre una chiave inedita. Dal tempo dei fratelli Lumière tutto è già stato raccontato. Perciò bisogna cambiare la lente d’ingrandimento per rendere la storia interessante agli occhi del pubblico. In Perfetti sconosciuti dai cellulari che hanno stravolto le nostre vite affiorano segreti, tradimenti, cose indicibili. Per The Place ho tratto ispirazione da una piccola serie americana a sfondo etico in cui un demiurgo può tutto».

Che cosa legge e che cosa guarda?

«Guardo tutto il cinema italiano perché mi piace e m’interessa. Per cercare nuovi attori, studiare nuove tecniche. Ai festival internazionali seguo le cinematografie minori, non solo i blockbuster americani. Poi seguo la serialità. Trovo che il livello di scrittura e la profondità dei dialoghi raggiunto dalle serie sia da scuola. La lettura, purtroppo, è finalizzata alla ricerca di storie per il cinema».

Come ha scoperto The Booth at the End che ha ispirato The Place?

«Una notte vagando nei meandri di Netflix ho trovato questa serie nata per il web fatta di episodi di 15 minuti».

E da lì?

«L’ho segnalata a Mastandrea, siamo amici. Dopo qualche giorno mi ha detto: io faccio lui».

E lei?

«Era perfetto. Il suo personaggio non ha storia e rimane avvolto nel mistero, serviva un attore che avesse capacità di recitare per sottrazione».

Anche qui come in Perfetti sconosciuti i protagonisti hanno un lato oscuro. L’uomo è diviso, ha due vite?

«In Perfetti sconosciuti mi chiedevo quanto poco conosciamo gli altri, in The Place quanto poco conosciamo noi stessi. Lì non volevano svelarsi, qui andare in profondità ci fa paura. Molti di noi non sono costretti a scoprire la propria anima nera e, come dice il personaggio di Giulia Lazzarini, chi non deve farlo è fortunato. Se mi trovassi in una di quelle situazioni l’asticella della mia moralità si abbasserebbe o si alzerebbe?».

Situazioni al bivio tra bene e male.

«Negli ultimi tempi, pensando all’evoluzione dei social, mi sono accorto che siamo diventati tutti molto giudicanti, pronti a puntare il dito per gli scandali politici, economici e di costume. Allora un film che ci costringesse a giudicare noi stessi mi sembrava interessante. Non esistono il male e il bene assoluti, ma percorsi che non sempre ci pongono degli aut aut. Dostoevskij diceva: ≤Non c’è niente di più facile che criticare il male, molto più difficile è comprenderlo≥. Nella nostra coscienza siamo soli e agiamo senza condizionamenti e senza considerare le conseguenze che le nostre scelte hanno sugli altri».

Perché il nostro cinema fatica a raccontare questo tempo?

«Penso che la difficoltà di questi ultimi anni sia la profonda trasformazione delle classi. Fino all’epoca dei miei genitori le classi erano differenziate da comportamenti definiti. Trent’anni fa, per dire, non c’era il divorzio. Il mutamento delle classi, l’avvento delle famiglie allargate, il ruolo assunto dalle donne, l’accettazione del diverso: tutti questi cambiamenti non sono ancora rifluiti nel cinema. In tanti film si coglie la forma e non la sostanza di questi mutamenti. Se il pubblico non si riconosce e non si immedesima significa che usiamo strumenti sbagliati per conoscere e raccontare l’animo umano».

È rimasto male quando Perfetti sconosciuti non è stato candidato come film italiano all’Oscar?

«Sì. È brutto che lo dica io, ma mi è spiaciuto molto. Pensavo che un film che aveva vinto tutti i premi italiani e il Tribeca festival avesse qualche possibilità sulla strada per l’Oscar. In fondo, prima della Grande bellezza di Paolo Sorrentino l’avevano vinto due commedie come Mediterraneo e La vita e bella. Invece è stato curiosamente ricandidato un documentario che già lo era nella sua categoria (Fuocoammare, ndr)».

Una scena di Perfetti sconosciuti. Genovese: «Ancora non mi spiego perché non fu candidato all'Oscar»

Genovese: «Ancora non mi spiego perché Perfetti sconosciuti non fu candidato all’Oscar»

Che spiegazione si è dato? Forse non appartiene alle consorterie giuste?

«Non lo so. Non ho trovato spiegazioni. Dopo che Paolo Virzì aveva spontaneamente ritirato dalla corsa La pazza gioia sembrava quasi scontata la candidatura del mio film. Per questo ci sono rimasto male. Il fatto che avrebbe avuto qualche chance è stato confermato dal successivo apprezzamento internazionale».

Il suo scopo è ridare alla commedia profondità d’autore?

«Il cinema che riconosciamo come migliore, quello di Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, era fatto di commedie che si rivolgevano a tutti eppure avevano grande profondità. Quando sei in una sala di Mosca o di Detroit capisci se il tuo lavoro è autoreferenziale o interessa anche lì. Allora puoi girare un film tutto dentro una stanza. Immaturi, per esempio, non aveva questo respiro».

Lei sembra avere uno sguardo diverso da quello che domina il cinema intellettuale.

«Mi ritengo un intellettuale nel senso che lavoro con l’intelletto. Le mie storie appaiono diverse perché le scelgo, anche in modo viscerale, in base a ciò che mi diverte raccontare. Altri partono dall’impegno, dalla denuncia».

Sta già lavorando al prossimo film?

«Dovrebbe intitolarsi Il primo giorno della mia vita: parla dell’opportunità di ricominciare dopo che si è toccato il fondo. È una sceneggiatura originale, probabilmente sarà girato in America, in inglese».

A proposito di anima nera, ha scoperto la sua?

«Alla domanda su cosa sono disposto a fare per diventare regista ho risposto a 24 anni buttando nel cesso una laurea e un posto fisso in una multinazionale americana. Ma in questo non c’è nulla di moralmente dubbio. Quanto alla mia anima nera, l’ho scoperta, ma non è argomento di interviste. Posso dire che come limite mi sono sempre messo il rispetto degli altri. Cioè, vorrei che l’eventuale compromesso con me stesso non danneggiasse altre persone».

Se volesse vincere l’Oscar e io, come Mastandrea, le dicessi: si può fare, ma dopo dovrebbe cambiare mestiere, come risponderebbe?

«Risponderei di no. Non potrei pensare di vivere senza la possibilità di raccontare storie».

La Verità, 12 novembre 2017

 

«I social network creano tanti egomostri»

È il più controverso opinionista del momento. Irriducibile agli schemi consolidati. Ha innescato la verve di Giampiero Mughini, il disappunto di Flavio Briatore, le critiche del Foglio e quelle di Antonio Di Pietro dicendo che «Mani pulite fu un colpo di Stato», gli attacchi di Wired, Linkiesta, Minimaetmoralia e siti vari. Pur essendo filosofo di professione, Diego Fusaro, 34 anni, nativo di Torino, autore Einaudi e Bompiani, molto presente sui social oltre che in tv, non trascende mai. Marxista e anticapitalista convinto ma al contempo sostenitore della famiglia tradizionale, è accusato di essere un intellettuale della supercazzola, depositario di tesi abborracciate. Alcuni suoi post sono fulminanti: «Hallowen, festa mondialista»; «E tutto divenne merce, anche l’utero in affitto»; «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

Un altro felice aforisma è «I selfie della gleba e i nuovi egomostri». Anche lei quanto a ego non scherza.

«Spero di non essere anch’io un egomostro come coloro che critico. Credo in quello che dico e ci metto sempre la faccia, in un’epoca di pavidi che si nascondono dietro pseudonimi o frasi fatte».

 

Fusaro: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Fusaro e la cultura del narcisismo: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Si definirebbe marxista conservatore o reazionario marxiano?

«Se proprio devo farlo, mi definisco allievo indipendente di Hegel e di Marx. Secondo Hegel, il rivoluzionario è colui che supera conservando o conserva superando».

Come nasce Diego Fusaro?

«Nasco a Torino da una famiglia di umili origini. I nonni paterni erano emigrati dal Veneto per lavorare alla Fiat, i nonni materni contadini. I miei genitori fanno tutt’altro rispetto a me. Decisiva è stata la scoperta della filosofia al liceo. L’incontro con Costanzo Preve mi ha permesso di avviare una rilettura che tenesse insieme Hegel, Marx e i Greci. Vivo a Milano, dove insegno allo Iassp (Istituto alti studi strategici e politici). Ho fondato Interesse nazionale, un’associazione il cui motto è “Né mondialisti né nazionalisti”, che pubblica una rivista e gestisce una scuola filosofica».

Da Marx e Hegel ha preso l’anticapitalismo.

«La mia coscienza infelice di anticapitalista ha idee di sinistra e valori di destra».

Può dettagliare?

«Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, comunità solidale, attenzione per gli oppressi, uguaglianza. Valori di destra: identità, nazione, patria, famiglia, lealtà, religione. Tutte quelle cose che fanno sì che a destra dicano che sei comunista e a sinistra che sei fascista».

Il superamento delle categorie novecentesche la rende difficilmente incasellabile. Potrebbe essere una strategia: si diverte?

«Non ho mai voluto farmi incasellare in uno schema o in un partito. Non è per divertimento, ma perché amo pensare con la mia testa».

 Certe sue argomentazioni sembrano pagare un tributo al complottismo.

«Complottismo è il modo di classificare qualsiasi lettura divergente da quella dominante. In quest’ottica Socrate, Marx e tutta la filosofia che cerca l’essenza dietro l’apparenza sono complottisti».

L’origine del disastro dove va cercata?

«Nel capitalismo che dal 1989 non ha più alcun limite morale né geopolitico. L’89 è l’anno orribile della storia recente».

È l’anno in cui la democrazia si è estesa e il benessere è diventato una possibilità per tutti.

«Questa è la narrazione dell’1% di ricchi che anche il 99% ha accettato come vera. Non mi pare che il benessere sia stato messo a disposizione di tutti. Negli ex Paesi comunisti la povertà è aumentata a dismisura».

Auspica un ritorno al mondo diviso tra Est e Ovest e alla cortina di ferro?

«Ragiono dialetticamente. Non penso di ripristinare quello che è andato perduto, la polis e il comunismo. La storia procede e conviene adoperarsi per migliorare il presente, affinché l’uomo non sia vittima del mercato e ritrovi il suo posto nel mondo».

Nell’89 è finito l’inganno comunista ed è nata l’Europa, che per lei è una sciagura.

«Finito il comunismo, al capitalismo sfrenato mancava disintegrare gli stati, ultimi baluardi della difesa del bene comune. L’Europa è servita a questo».

Vorrebbe l’espansione dei sovranisti?

«Io non parteggio. Penso che la sovranità sia ineludibile per una politica democratica a sostegno anche delle classi più deboli. Senza sovranità vince il libero mercato, la competitività e quindi il più forte».

Come si sconfigge l’idolatria del mercato?

«Intanto riconoscendo che è una vera religione che minaccia tutte le altre, pretendendo d’imporre universalmente i suoi simboli. Siamo nell’epoca in cui non si possono esporre crocifissi o veli islamici, ma solo merci di qualsiasi tipo e in modo selvaggio».

Nel suo libro Pensare altrimenti scrive che «il dissenso come rifiuto dell’autorità e del potere costituisce il fondamento della civiltà occidentale». Poi è arrivata la globalizzazione. Cos’è andato storto?

«Siamo entrati nel totalitarismo perfetto che fa apparire come imperfetti tutti quelli passati».

Perché più pervasivo, più scientifico o più seducente?

«Perché riesce a colonizzare le coscienze e devitalizza la possibilità del costituirsi del dissenso, dilatando il pensiero unico».

Che si affermerebbe grazie alla dittatura del mercato alla quale servono gli «atomi seriali». Ce ne fa l’identikit?

«È il profilo antropologico dell’uomo in balia del capitalismo contemporaneo. Un tempo il dominato era il proletario di fabbrica, che aveva una sua coscienza di classe, una stabilità territoriale, dei valori e una capacità rivendicativa come raffigurato nel Quarto stato. Oggi in luogo del proletariato c’è il precariato. Una massa amorfa di atomi erranti, flessibili, senza identità, coscienza di classe e progettualità».

Ai quali vengono contestate le certezze esistenziali e psicologiche, la famiglia e le altre appartenenze.

«Sono individui sradicati, permanentemente mobili e sciolti da ogni solido legame comunitario, dalla famiglia allo stato nazionale. La famiglia è il primo bersaglio. È la comunità delle comunità, come diceva Aristotele: colpire quella per arrivare alle altre. Se hai radici sei meno gestibile dal potere».

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Cito: «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

«Nella mia concezione la sinistra doveva essere agente della trasformazione verso una società emancipata. Invece il progresso cui assistiamo è quello del capitale che trasforma tutto per rinsaldare sé stesso. Ci sarà un motivo se negli ultimi trent’anni tutte le conquiste della sinistra sono state contro le classi più deboli».

Esemplifichi.

«Il pacchetto Treu con la precarizzazione del lavoro, le liberalizzazioni del governo D’Alema, il jobs act del governo Renzi. Se la sinistra smette di interessarsi a Gramsci e Marx, allora conviene smettere d’interessarsi alla sinistra».

Imputa al M5s di non avere un collegamento con il mondo intellettuale.

«Il Pd ha gli intellettuali e non ha il popolo, i 5 stelle hanno il popolo ma non gli intellettuali. Questa è la tragedia della politica italiana».

E il terzo sesso? Perché attacca anche l’ideologia gender?

«Perché non è altro che la distruzione dell’identità e l’imposizione dello sradicamento sul piano della sessualità. Il tutto a beneficio del capitalismo flessibile contemporaneo che non vuole uomini, donne, famiglie e prole, ma solo atomi unisex che nell’ambito erotico danno luogo al godimento deregolamentato. Esattamente come deregolamentato è il mercato, con competitor individualizzati e senza vincoli solidali».

Facesse il consigliere politico chi sceglierebbe tra i leader in circolazione?

«Credo che se tornasse in vita anche Machiavelli faticherebbe a trovare un principe».

Se lo trovasse, per rilanciare l’Italia da dove lo farebbe cominciare?

«Dalla cultura. Che è il fondamento del nostro Paese ed è ciò che abbiamo dimenticato. Rilancerei il liceo e gli studi classici».

Come si diventa personaggio televisivo?

«Non credo di esserlo, sono uno studioso che viene talvolta interpellato in tv».

Il suo apparire antipatico sembra una scelta.

«Non credo di esserlo, lo sono?».

Arriva una certa alterigia…

«Credo nelle cose che dico perché studio. Procedo con la docile forza della ragione, non sarò trovato ad alzare il tono della voce. Mi spiace se risulto antipatico. Tra tanti personaggi buffi, mi piace non corrispondere a questo canone».

In un’epoca in cui si esulta per la fine delle ideologie, otto anni dopo riscriverebbe Bentornato Marx?

«Lo scriverei tale e quale perché le analisi di Marx continuano a essere imprescindibili per capire le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Solo con Marx si è miopi, senza Marx si è ciechi».

Ha letto l’intervento su Studi cattolici di suor Monica Della Volpe, nipote del grande filosofo marxista Galvano, a proposito degli ultimi giorni di suo zio? Le chiese di dettarle le riflessioni finali di un libro perché molto malato: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, c’è solo Gesù Cristo».

«È una questione interessante che aveva già colto Pasolini. Il contrario del comunismo non e la religione perché il comunismo stesso lo è. Il contrario della religione è il capitalismo ateo, materialista, cinico e individualista. Non c’è da stupirsi se dei comunisti guardano con rispetto a Cristo. Il dramma è quando certi comunisti aderiscono al capitalismo rinnegando Marx e Cristo. Si potrebbe fare un lungo elenco, che risparmiamo per carità di patria».

Ritenendo il dissenso la genesi della civiltà occidentale, Gesù Cristo sarebbe fuori perché fece dell’unità con l’autorità la sua forza.

«C’è un unico momento nel vangelo in cui Cristo si adira, dissente e diventa quasi violento: la cacciata dei mercanti dal tempio. Di questo oggi c’è più che mai bisogno».

C’è qualcosa che le trasmette ottimismo?

«Nulla. Nelle tendenze obiettive non vedo nulla di positivo. Sono ottimista con la volontà, come lo era Gramsci».

La Verità, 5 novembre 2017

«Nei talent (e nella vita) vincono gli incassatori»

Mara Maionchi si aggira per il teatro Linear Ciak di Milano con un’Italia d’oro appesa al collo. «Le piace? Siamo italiani, no? Io sì», ridacchia. «Non dobbiamo star sempre lì a incensare inglesi e tedeschi». L’undicesima edizione macina record di X Factor è finalmente entrata nel vivo con la prima serata live e, oltre alla curiosità di vedere chi vincerà, c’è quella di seguire il ritorno in giuria della più politicamente scorretta tra i giudici. Pronti via, dopo le esibizioni dei primi due concorrenti subito scintille tra lei e Manuel Agnelli. Il casus belli è stata la scelta di un brano di Jacques Brel, considerato troppo classico per un concorrente di Mara. «È più facile far casino sui tavoli piuttosto che cantare un amore finito. Io di casino sui tavoli ne ho già visto a strafottere», ha replicato lei, criticando a sua volta la performance di un gruppo di Agnelli.

76 anni, un matrimonio che resiste da 40, parecchie battaglie vinte nel curriculum, compreso un tumore al seno, Maionchi si diverte ancora come ne avesse 25. E anche il pubblico mostra di apprezzare i suoi giudizi senza peli sulla lingua.

Signora, con Agnelli si profila un bel match. Vediamo se è diplomatica o è Mara Maionchi: tra i suoi colleghi giudici con chi ha più feeling?

«Non sono diplomatica, sono sincera: mi sono simpatici tutti. Si possono avere discussioni e opinioni diverse continuando a restarsi simpatici e a stimarsi. Sono tre persone gentili, Fedez è dolce, sa che ho un problema al ginocchio e mi dà una mano, Levante è un amore, Agnelli correttissimo. Le discussioni ci possono stare. Anzi: fortuna che ci sono, altrimenti sarebbe un mortorio. Le idee degli altri le rispetto perché può essere benissimo che io non abbia capito. Non ho certezze e quelle che ho possono cambiare. Poi tutti sanno come sono fatta e i difetti che ho».

Le chiedevo un fatto di pelle, di feeling con loro.

«Ma no guardi, alla mia età ho poca pelle».

Fedez, Levante, Mara Maionchi, Fedez con Alessandro Cattelan

Fedez, Levante, Mara Maionchi e Fedez con Alessandro Cattelan

Più che ribelle si definisce controcorrente.

«Sì, mi piacerebbe esserlo. Gli anticipatori sono sempre un po’ controcorrente. Ma non voglio sembrare presuntuosa».

E qual è la corrente contro la quale va?

«Il già sentito, il già visto. Che non vuol dire la tradizione. Della quale, anzi, dobbiamo tener conto perché è la nostra storia».

E quindi, la corrente da contrastare?

«È l’inutilità. Le canzoni che non danno problemi, che non raccontano storie, che non riescono a provocare discussioni, contestazioni».

Cosa l’ha fatta tornare giudice di un talent?

«La mia storia. La voglia di provare a vedere se sono fuori gioco o no. Sono qui perché sono da quarant’anni nella musica. Quando nacque X Factor in Italia Giorgio Gori, allora capo di Magnolia, scelse me e Morgan. Direi che è andata bene».

È giudice di un talent, ma predica lavoro e lavoro.

«Senza lavoro il talento resta inespresso, non cresce, non si sviluppa. Ci vuole il lavoro affinché il talento si esprima al 100%. Poi ci vuole anche la fortuna, l’occasione giusta… Ma se quando ti si presenta non ti fai trovare pronto perché hai lavorato puoi perdere il treno».

Facciamo un esempio?

«I Beatles il talento ce l’avevano. Ma credo che a loro siano molto serviti gli anni passati in Germania a suonare nei locali, prima di sfondare».

Lo sport è pieno di talenti non completamente realizzati per mancanza di applicazione, Balotelli nel calcio, Fognini nel tennis… Nella musica?

«Il primo che mi viene in mente è Piero Ciampi, un grande autore, un poeta. Che aveva problemi con l’alcol e non lasciato il ricordo che avrebbe potuto lasciare».

Quindi, fra talento e lavoro?

«Ci vogliono entrambi. Credo che, alla fine, i vincenti siano gli incassatori, quelli che rinascono dalle sconfitte. Quelli che resistono alle avversità si rinforzano e hanno più possibilità di vincere».

Qual è la sconfitta più cocente che ha patito?

«Quando fai il discografico e devi far uscire un lavoro nuovo devi superare mille difficoltà. Il primo disco di Tiziano Ferro, nel 2001, io e mio marito l’avevamo offerto a tante etichette, multinazionali importanti. Ci avevano detto tutte di no. Noi eravamo convinti, ma non riuscivamo a imporlo. Alla fine la Emi lo prese, ma eravamo disperati, era l’ultimo tentativo. Le cito questo caso, ma potrei citargliene molti altri».

Anche a X Factor vincono gli incassatori? Alcuni di loro non hanno proprio sfondato.

«Nella vita è più facile fare errori che cose giuste. Si sbaglia, anche con la fissa di cantare in inglese. Però, va bene… sono esseri umani anche i talenti. Non sempre si ha la pazienza giusta».

L’abbiamo vista commuoversi, sotto la scorza…

«Io faccio tutto, piango, m’incazzo, dico le parolacce. Sono una borghese maleducata… Mia madre mi rimproverava, lei tratteneva tutte le emozioni. Io da vecchia non ho ancora imparato».

Qual è la sua musica preferita?

«Il rock, tutto il rock. E il pop, che significa popolare».

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Maionchi: «Con Lucio Battisti ho lavorato cinque anni»

Se dovesse dire qualche nome?

«Lucio Battisti, con il quale ho lavorato cinque anni, un autore che ha dato la svolta alla canzone italiana. Poi Mina, certo: indiscutibile. Anche Tiziano Ferro mi piace».

Questi sono tutti pop. Qualche nome rock, anche fuori dall’Italia?

«Ma fuori dall’Italia è un mare, un oceano. Mi fa fare uno sforzo di memoria perché la lista è lunga. Dai Deep Purple ai Pink Floid, dai Led Zeppelin agli Acdc, potrei andare avanti. In Italia Vasco è il primo, rock e pop. I primi due dischi dei Litfiba erano ottimo rock. Andando indietro gli Area, da cui è nato il progressive, seguito anche da Agnelli. Il rock è anche un modo di vivere…».

Torniamo alle sue scoperte. Tiziano Ferro lo cita sempre, come la Nannini…

«Perché sono due con i quali ho lavorato».

Ferro e la Nannini: un feeling particolare con gli omossessuali?

«Ah ah ah… non ci avevo pensato. Pura combinazione. Ho lavorato alla costruzione di un percorso artistico».

Chi sono i geni della musica italiana?

«Giancarlo Bigazzi, Mogol, Ennio Morricone che faceva l’arrangiatore alla Rca, Sergio Endrigo».

I cantautori non sembrano la sua tazza di tè.

«Non è vero. Francesco de Gregori, Lucio Dalla, Fabrizio de André, altro che!».

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi...»

Tiziano Ferro. Dice Maionchi: «Il suo disco non lo voleva nessuno, poi…»

Lei è severa o solo burbera?

«Vorrei essere severa, ma non sempre ci riesco. Invece, credo che una certa severità all’inglese, stavolta sì, possa servire. Con i ragazzi spingo su questo tasto per capire di che cosa hanno davvero bisogno. Anche se ho 44 anni di discografia sulle spalle, a volte sono spaventata perché quando si lavora per gli altri un tuo errore lo possono pagare loro».

Parliamo della sua vita. Ha sposato un uomo di dieci anni più giovane.

«Il Salerno. Un autore di musica, un paroliere che ha scritto tanti successi».

Una sua nonna invece si separò dal marito all’inizio del Novecento.

«Siamo donne un po’ ribelli. Diciamo che la mia era una famiglia matriarcale».

Ha definito il matrimonio una rottura di coglioni.

«Volevo dire che a volte devi adattarti, essere tollerante».

Il suo regge, nonostante…

«Vale la pena salvarlo sempre. A meno che non ci siano cose gravi. Il matrimonio è fondamentale».

Anche se si è traditi?

«Sa quanti amici e colleghi mi hanno tradito? Non si può lasciare un marito per la sciocchezza di una sera. Ci vuole un po’ di pazienza. Ecco, insieme agli incassatori i vincitori sono anche le persone pazienti. Le persone miti, anche se io non lo sono molto».

Non si deve confondere mitezza con mancanza di schiettezza.

«Esatto. Per dire, san Francesco non si tirò indietro quando c’era da dire al Papa che qualcosa non andava».

Questo Papa le piace?

«Mi piace perché sta facendo un tentativo di cambiare certe cose in Vaticano che era importante cambiare».

Nell’ambiente dello spettacolo se ne vedono di tutti i colori quanto a matrimonio e famiglia.

«E mi dispiace. La famiglia è troppo importante. E non sono bacchettona. Posso presentarle mia figlia?».

È un piacere… Anche sui figli: oggi li si vogliono a tutti i costi o anche non li si vogliono a tutti i costi.

«È vero. Quello che si vede è troppo».

Signora Maionchi, possiamo parlare del tumore?

«È stata una brutta botta. Ho sempre fatto regolarmente gli esami. Tre anni fa il mio medico mi ha detto che c’era qualcosa che non andava. Si pensa sempre di essere immuni, invece stavolta era toccato a me. Fortunatamente i linfonodi erano sani. Ho fatto la radioterapia, non mi sono scoraggiata. Magari a una donna più giovane va peggio perché il male cammina più velocemente. Ho fatto i controlli di recente e va tutto bene».

Ho letto che dice il rosario tutti i giorni: è vero o è una boutade?

«È vero, mi piace. È come un mantra. Per venti minuti mi allontano dal mondo dei viventi e apro un altro canale di comunicazione».

È superstiziosa?

«No, fatalista sì. Quando sarà il mio momento, arriverà».

È credente?

«Sì. Anche se non frequento il fan club perché non sempre mi ha soddisfatto».

Quand’era più giovane o di recente?

«Quand’ero più giovane. Però, adesso quello che conta di più è che sono credente».

Le piace molto stare con i giovani. Si vede che è a suo agio, senza maternalismi…

«Mi piace perché sono freschi, immediati, non costruiti. Anche nelle stupidaggini. Non ho retropensieri. Mi piace anche quando mi mandano a dar via il culo. Spesso hanno ragione».

Chi è la persona da cui ha avuto di più?

«Mio marito, anche se abbiamo passato la vita a litigare. Ma nel litigio abbiamo scoperto delle cose di noi che non conoscevamo».

La Verità, 29 ottobre 2017

«Genitori soli contro prof, Web e psicologi»

Antonio Polito, autore di Riprendiamoci i nostri figli: «L’educazione proposta in casa è contraddetta fuori. Serve un’ alleanza culturale per riportare al centro della società la formazione della persona»

«Sono una cattolica, ma voglio restare lazzarona»

Una cattolica che vuole restare lazzarona», si definisce così Barbara Palombelli. Anche «una cattoradicale», sintesi mia, le va bene. Ci sono due mondi che riteniamo più distanti di quello cattolico e quello di Marco Pannella (salvo avvicinamento degli ultimi giorni a papa Francesco)? Se non è un irregolare perfetta la moglie di Francesco Rutelli che lavora in Mediaset da quattro anni (e ha appena rinnovato il contratto per altri due) dove conduce con successo Forum, chi lo è? Una signora un po’ snob, ma molto concreta e con le risposte pane al pane tipiche della cultura popolare. Ecco un’altra definizione, scegliete voi.

Barbara Palombelli, che cos’è la pancia del Paese?

«La somma delle emozioni e delle paure degli italiani. La seguo dal 1996, più di vent’anni: dalla posta di Repubblica, 15 anni di Radio 2, il mio sito, i social, i quattro di Forum… Sono una panciologa totale».

Quanto dista dal cervello, la classe dirigente che guida il Paese?

«Sempre di più… La distanza si allarga ogni giorno. Gli italiani di oggi hanno paura, una paura blu. E quelli stanno a discutere di leggine elettorali da due decenni».

Per poi approvarla con la fiducia scatenando un putiferio.

«Si può non essere d’accordo con il contenuto, ma la maggioranza ha il diritto di apporre la fiducia».

Insisti sulla paura degli italiani: siamo noi dei media a farla lievitare?

«Certo che i media hanno responsabilità: invece di parlare dei pasticci, bancari in questi anni abbiamo scelto la cronaca nera. Come ci ricordano i dati, nel 1991 i delitti furono 1916, nel 2016 397. Per dire che la paura viene certamente alimentata… per nascondere le vere notizie».

Perché Forum ha tanto successo?

«Perché racconta storie vere, a volte rappresentate dai protagonisti, a volte da cittadini che hanno comunque storie simili. Ma alla fine siamo consulenti legali, di qualità, per chi magari non ha sottomano un avvocato o un esperto bravo».

A volte può sembrare una commedia sui poveracci d’Italia.

«I nostri sono temi universali. Potrei risponderti dicendo che quando abbiamo un problema con la giustizia siamo tutti poveracci. Ma noi abbiamo l’orgoglio di avere contribuito ad un avanzamento civile del court show tradizionale che fu importato da Italo Felici trentatré anni fa e adattato da Maurizio Costanzo per la domenica di Canale 5. La legge 40, le unioni civili, il testamento biologico, le madri surrogate, l’omofobia, le ricerche del dna, le fecondazioni eterologhe fallite sono e saranno i nostri temi. Ho dedicato lo speciale sulla prima unione civile a Marco Pannella e quello del settembre scorso sul testamento biologico a Beppino Englaro».

Sembri più una da terrazze snob che da tv pop.

«Sono curiosa del mondo: ho frequentato le carceri, i tribunali, i salotti, la casa Bianca, l’Eliseo, i paesi sperduti in cui la Dc teneva i suoi convegni, Cogne… No limits».

Che reazioni ha avuto la puntata in cui hai mostrato il kit per l’inseminazione artificiale indipendente della donna?

«Temo di avere involontariamente fatto uno spot alle ditte che li fabbricano… Pazienza: il nostro programma è libero e raccontiamo il mondo com’è, anche quando non mi piace per niente».

Hai adottato tre figli su quattro, scelta impegnativa: oggi, con varie tecniche e uteri in affitto, è in atto una mercificazione della paternità e della maternità?

«Anche ai miei tempi esistevano le provette libere e non c’erano i limiti della legge 40. Ma noi siamo cattolici e crediamo anche nei limiti imposti dalla natura. Ho avuto un figlio senza problemi, poi ne ho dolorosamente perduti diversi. Ma il progetto dell’adozione era un mio sogno di bambina. Lo avrei realizzato, ci credevo con tutte le mie energie. Che sto consumando, perché davvero non è una favoletta. Oggi la scienza ci offre tutte le possibilità: in un futuro molto vicino anche le donne, non solo i gay, faranno partorire altre donne per non giocarsi la carriera e la linea. D’altra parte, la mia nonna paterna ebbe quattro figli e quattro balie per allattarli. Come giornalista osservo e non giudico. Lavoro nella tv più libera del mondo, per fortuna».

E come madre?

«Ho scelto un’altra strada».

«Papa Bergoglio mi piace molto», dice Barbara Palombelli

«Papa Bergoglio mi piace molto», dice Barbara Palombelli

Ti piace papa Francesco? E perché?

«Mi piace da matti. È imprevedibile e ha uno spirito ragazzino che lo anima. Ho anche un bellissimo rapporto con Ratzinger, coltivato negli anni in cui stilava il nuovo catechismo per papa Giovanni Paolo. Leggo e ammiro il cardinale Ravasi, i gesuiti Occhetta e Spadaro: la Chiesa ha delle menti superiori, studiosi e biblisti che sorprendono, interrogano il reale in modo non conformista. Un tempo i politici della Prima repubblica coltivavano la frequentazione delle personalità religiose, peccato che ora inseguano i selfie e la superficialità. Si impara di più leggendo Civiltà cattolica che in una settimana di sondaggi o di social».

Torniamo alla pancia del Paese: chi la capisce meno tra destra e sinistra?

«La pancia dei paesi impauriti nel mondo la intercetta solo la destra, che ogni tanto si traveste da movimento pseudo rivoluzionario. La verità è che Beppe Grillo voleva diventare un guru alla Pannella, prendere qualche seggio in Parlamento, avere i suoi seguaci, rompere un po’ le scatole alle grandi multinazionali, guadagnare con gli spettacoli e svacanzare a Malindi e sullo yacht. Invece, gli è scoppiata una bomba nelle urne del 2013. Seguii la campagna alla radio con il mio programma e ricordo le confidenze dei leader Cinque stelle: inorridivano a vedere chi era arrivato in Parlamento».

La sinistra si allontana più per eccesso d’ideologia o di egocentrismo dei suoi leader?

«La sinistra dimentica tutti i giorni che gli impauriti sono i deboli e che i primi a essere difesi dovrebbero essere loro. I quartieri assediati dalle malavite, a Milano come a Roma, sono abitati da ex elettori di sinistra che non hanno più nemmeno il deputato da cui andare a protestare, né una sezione di partito dove andare a passare qualche ora. Abbiamo fatto inchieste a Forum sugli appartamenti occupati degli anziani in ospedale, sui barboni che di notte occupano i letti liberi accanto ai malati. Secondo te di questa roba si occupa qualcun altro in tv? Non mi pare. Se fossi Renzi, andrei a vedere cosa accade di notte negli ospedali italiani. Altro che treno».

Anche lui ti ha delusa?

«Non sono delusa. Renzi può fare pochissimo. La creazione di uno Stato sovrano europeo e di una valuta unica – come scriveva la mia maestra Ida Magli – avrebbe risuscitato le identità più forti come quelle religiose e locali e avrebbe affidato alla finanza il potere politico. Tutto qui. Lo scrivevano anche Carlo Marx e Toni Negri».

Sta peggio il centrodestra o il centrosinistra?

«Il mio sogno è che un grande governo di coalizione che dica la verità agli italiani: dobbiamo rientrare dal debito almeno per una quota di 4-500 miliardi. Ricompriamoci alcune aziende, destiniamo i risparmi che languono nelle banche e nei bot a una straordinaria ripartenza del Paese, senza tasse e senza patrimoniali. Sono sicura che se si stuzzica l’orgoglio ci sono tante famiglie che comprerebbero le azioni di Italia spa, le spiagge, le caserme, i monumenti, per ridare loro vita ed energia. Pensa: mille cittadini comprano la spiaggia di Anzio, di Sabaudia o di Capalbio dal demanio: pagano, investono, la tengono bene e magari guadagnano più dello 0 per cento che ci danno le banche. Sogno! Temo invece che pezzo a pezzo il Paese che i nostri genitori hanno costruito con la fame e con il coraggio finisca in un mercatino europeo delle occasioni».

Beppe Grillo: «Voleva fare il guru alla Pannella, ma non ci è riuscito»

Beppe Grillo: «Voleva fare il guru alla Pannella, ma non ci è riuscito»

Sei pronta a candidarti.

«Basta un politico in famiglia».

Di recente si è ventilato di un suo ritorno in campo.

«Mio marito farà politica fino alla fine. Ora la fa nel mondo del cinema e con le sue associazioni di volontariato culturale, mica ha smesso mai».

Chi salvi tra i politici in attività?

«Il potere vero non c’è più, non si fanno più le grandi scelte. Chi posso dire? Mario Draghi: finora ci ha aiutato lui, quando non ci sarà più non so come ce la caveremo. I debiti vanno pagati prima o poi sennò ti strangolano. E ti porti dietro la paura del futuro».

Che cosa guardi in tv?

«Sono una drogata di serie. Le guardo tutte, compresa Le rose di Eva con mia figlia, dove sono tutti cattivi. Poi Grace e Frankie su Netflix, Big Little Lies su Fox e tante altre».

I talk show aiutano a capire cosa sta succedendo nel mondo?

«Forse qualche anno fa, ora sono avvilenti, pieni di sfiga e di veleni del cibo. Il carrello del supermercato è diventato la cosa più sporca che esista, guai a toccarlo. Vai a dormire con gli incubi. Bisognerebbe far parlare i ragazzi e dar loro speranza, ma i talk non lo fanno».

Hai detto di sentirti depressa e che tutti i giornalisti lo sono.

«La depressione vive di momenti euforici e di momenti brutti: la conosco e so bene che le cose migliori si pensano quando sei giù e si realizzano quando sei su. Tutti i grandi direttori con cui ho lavorato avevano questa virtù: noi depressi conosciamo anche gli angoli più orrendi dell’animo umano e dunque sappiamo raccontarli senza troppo moralismo (quello che sta uccidendo, con il politicamente corretto, un mestiere che era da lazzaroni e non da anime belle)».

Hai detto anche di non credere in niente e che questo aiuta a essere liberi. Sei cattolica praticante?

«Da cittadina e da mamma-nonna sono cattolica, ho due papi antenati e l’acquasantiera al comodino. Da giornalista non devo credere a niente, devo coltivare il dubbio: sono stata e spero di restare lazzarona».

Insomma, sei una cattoradicale.

«Sì, può essere. Ho sentito dire molte cose intelligenti sia dagli uni che dagli altri. In realtà, se ci pensiamo bene, i diritti delle minoranze e il garantismo nascono nel vangelo, ai piedi della croce».

La Verità, 15 ottobre 2017

«Nella mia Gomorra esiste la speranza»

Un timido che comanda malvagi criminali. Un veneto che dirige film in dialetto napoletano. Un collezionista di rock e jazz, pronto a rompere rapporti per dissidi musicali, che fa il regista. Claudio Cupellini, 44 anni, una dinastia di farmacisti alle spalle, insieme con Francesca Comencini regista di Gomorra – La serie (produzione originale Sky e Cattleya, in onda dal 17 novembre) è un uomo di contraddizioni. Contraddizioni fertili. Ci incontriamo prima di una conversazione all’università di Padova programmata dalla Fiera delle parole.

Come fa un veneto a dirigere una serie tv recitata in napoletano stretto?

«Più che un handicap, non essere del luogo è stato un vantaggio. Fin dall’inizio Cattleya e Sky non volevano registi napoletani. Io sono di Padova, Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Giovannesi, romani. Il mio orecchio è allenato da diversi anni alla parlata napoletana grazie ai miei collaboratori più stretti che sono di Caserta».

Perché i produttori volevano registi «stranieri»?

«Perché volevano uno sguardo meno coinvolto emotivamente. Un regista locale avrebbe potuto essere più indulgente con la propria città».

E lei ha avuto difficoltà a non esserlo?

«Direi di no, anche se ormai sono mezzo napoletano. Lavorando alle tre stagioni della serie ci ho vissuto a lungo. E anche prima, preparando Una vita tranquilla con Toni Servillo e Marco D’Amore, ero di casa. Un regista deve immedesimarsi con il posto dell’opera che dirige. Ma nei miei film si parla tedesco, francese. Qui anche bulgaro».

Gioco di squadra (prima stagione): Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il registi della prima stagione: Stefano Sollima, Francesca Comencini e Claudio Cupellini

Il cinema è globalizzato, ma Gomorra è un prodotto glocal.

«Oggi il glocal è vincente. I broadcaster internazionali chiedono storie e costumi italiani. Pensiamo a Romanzo criminale, Gomorra, 1992 e 1993 prodotte da Wildside, a Suburra di Netflix. Lo stesso avviene con produzioni di altri Paesi, la francese Marseille, la bellissima Peaky Blinders, ambientata a Brighton».

Oltre che la lingua serve conoscere la camorra e le sue gerarchie?

«Devi conoscere le dinamiche criminali perché a Napoli devi viverci. Spesso giravamo nelle strade frequentate dalle bande. Gomorra è fiction, ma pur romanzando, siamo rimasti aderenti ai fatti. Nella seconda stagione abbiamo raccontato gli scissionisti. Nella terza si vedrà la guerra dei clan nel centro di Napoli».

Come nasce Claudio Cupellini regista?

«Fin dal liceo ho avuto la passione per la lettura, il cinema, soprattutto la musica. Queste passioni disordinate si sono consolidate frequentando la facoltà di Lettere, dove ho scoperto che il cinema le comprendeva tutte. Ho provato a fare qualche scarabocchio con la videocamera. Ero ventenne, ma c’erano ragazzi che già a 17 anni avevano prodotto i primi corti. Ho presentato un mio lavoro al Centro sperimentale di cinematografia di Roma e mi hanno preso».

Ha avuto dei maestri?

«Mi sarebbe piaciuto, ma no. Ho fatto alcuni incontri che mi hanno aiutato a capire come fare il mio mestiere. I maestri sono stati i film che ho visto».

Diciamo qualche titolo?

«Tornando a casa un sabato notte su Fuori orario vidi certi bambini che facevano cose meravigliose. Il giorno seguente chiamai un amico critico che mi rivelò il titolo: L’argent de poche (Gli anni in tasca) di Francois Truffaut. Poi ho seguito il cinema americano degli anni Settanta, Scorsese, Coppola e Malick».

Parlando di registi, Padova è una città laboratorio? Cito alcuni nomi oltre a lei: Enzo Monteleone, Carlo Mazzacurati, Antonello Belluco, Andrea Segre, Umberto Contarello sceneggiatore di Paolo Sorrentino, sempre sulla rotta Padova Napoli. Dimentico qualcuno?

«Marco Pettenello, nipote di Mazzacurati, bravissimo sceneggiatore. Più che un laboratorio, a Padova c’erano un fermento e una sensibilità particolari. C’erano docenti come Gian Piero Brunetta e Giorgio Tinazzi, il Centro universitario cinematografico, organizzatori culturali come Piero Tortolina. Per il resto, a parte Contarello, Monteleone e Mazzacurati che si frequentavano, molti di noi sono andati via per affermarsi».

Marco D’Amore è il suo attore feticcio?

«L’ho fatto esordire al cinema, siamo amici. È un talento di formazione teatrale avendo frequentato il Paolo Grassi di Milano e sostenuto lunghe tournée come quella della Trilogia della villeggiatura con Servillo. È uno da “buona la prima”. Con lui facevamo un gioco: vediamo quando sbagli una battuta. Non ha sbagliato nemmeno nell’episodio in bulgaro della nuova stagione di Gomorra. Finora al cinema ha raccolto meno di quello che merita».

Marco D'Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

Marco D’Amore in Gomorra 3, che Cupellini fece esordire al cinema

I protagonisti dei suoi film sono persone senza legami, incapaci di trovare il loro posto nel mondo.

«Certi sentimenti sono come una risacca. Il senso della separazione, dell’incomprensione, di rapporti fragili fa parte della mia storia. In Alaska il personaggio di Valerio Caprino dice a Fausto: “Se dici che sei mio amico, io ci credo e mi affeziono. Ma se mi molli divento cattivo”. In fondo, è sempre una ricerca d’amore, il bisogno di essere accettati, di non essere abbandonati».

È un bisogno che nasce da un’esperienza precisa?

«Il mestiere di regista vive di ossessioni. Ho vissuto la lacerazione della mia famiglia, ho perso amici e parenti stretti in modo improvviso. C’è una frase di una canzone di Neil Young che mi ha molto colpito. Dice: ≤Nonostante la mia casa sia stata distrutta è la miglior casa che abbia mai avuto≥. L’ho scritta dietro una foto che ritrae me e mio fratello, e che ho regalato a mia madre».

Anche il prossimo film parlerà di questo?

«Non posso anticipare troppo. Ho iniziato a scriverlo e per la prima volta sarà un adattamento. Avrà un’ambientazione nuova rispetto ai precedenti, mentre la trama sentimentale non se ne discosterà molto».

Un altro attore che ritorna nei film suoi e di Segre è Paolo Pierobon. Ci sono i clan anche nel cinema?

«Più che clan ci sono attori che provengono dal teatro e che il cinema non ha ancora sfruttato come meriterebbero. Paolo Pierobon, anche lui del Paolo Grassi, è uno di questi. Per Alaska ha accettato una parte minore, dandole un carattere. Altri come lui sono Giuseppe Battiston, Valerio Binasco, Maurizio Donadoni».

Che cosa le ha dato Roberto Saviano sul set di Gomorra?

«Saviano vive lontano, ma la sua presenza aleggia sul nostro lavoro. Per la mia carriera l’incontro con il mondo di Gomorra è stato fondamentale. Una volta entrato, però, devi avere un bagaglio tuo. Non tutti i registi possono fare Gomorra, perché richiede un impegno mentale e fisico straordinario. Per girare i miei sei episodi abbiamo impiegato 100 giorni, il tempo che di solito serve per produrre due film e mezzo».

E Stefano Sollima?

«Con Sollima abbiamo avuto una collaborazione molto fertile, soprattutto il primo anno. Ogni regista è geloso della propria autorialità, ma tra tutti c’è sempre stata complicità e stima. Mi ha coinvolto nel progetto perché gli era piaciuto Una vita tranquilla».

Che cosa pensa della critica secondo la quale Gomorra mitizza le figure dei camorrisiti?

«Siamo stati molto attenti a non essere mai consolatori. La storia del cinema e della letteratura è lastricata dalla fascinazione del male. Ma in Gomorra la fine dei criminali e l’orrore sono chiari a tutti».

Cosa ci può anticipare della terza stagione?

«Azzardo che è la migliore delle tre. Oltre alla già riconosciuta compattezza narrativa, s’impone l’introspezione dei personaggi. Ciro, Genny e gli altri attraversano una linea d’ombra conradiana: sono stati uccisi i padri, hanno vissuto lutti non superabili, ora cominciano a fare i conti non solo con le loro azioni, ma anche con quello che sono diventati da adulti».

E la sua linea d’ombra qual è? Ha un suo rifugio personale?

«Sono le passioni di gioventù, rimaste vive come allora. La musica in particolare: per me è un luogo di consolazione e di limpidezza, nel quale cancello le scorie e trovo nuovi stimoli. Sono un tipo inquieto, coltivare i miei interessi mi rappacifica».

Musica preferita?

«Conosco rock, jazz e blues dagli anni Cinquanta a oggi. Praticamente sono cresciuto dentro un negozio di dischi del centro. Ho una collezione di cd, ma ora apprezzo i vinili anche come oggetto. Per me le morti di Lou Reed e David Bowie non sono stati un pretesto per mettere una foto su Facebook».

Che rapporto ha con i social?

«Quando Facebook è esploso ho vissuto un momento di curiosità e mi sono iscritto anche a Twitter. Ora non li frequento molto. Mi provocano nervosismo, soprattutto Facebook. Mi sembra di essere in un bar chiassoso, dove si esibisce il peggio dell’umano».

Letteratura?

«Mark Twain, Dostoevskij, John Irving, troppo poco apprezzato, Jean Cocteau».

Guarda la televisione?

«In modo discontinuo. Mi sono ubriacato di serie tv, ora guardo più film».

Film della vita.

«I quattrocento colpi di Truffaut».

Gomorra è un microcosmo chiuso, un mondo senza alternative per il quale forse Leonardo Sciascia parlerebbe di realtà irredimibile. C’è speranza in un posto così?

«Personalmente non riesco a vivere senza speranza. Non credo che il microcosmo della camorra sia irredimibile. Non è un posto di cui Dio si è dimenticato. Ma lo Stato sì, e ha lasciato che un altro potere lo sostituisse. In una realtà povera dove le istituzioni non ci sono, il cittadino si affida alla criminalità. Ci sono bambini che a dieci anni hanno già visto tutto. Da padre trovo che sia qualcosa di mostruoso. La speranza è minimale, ma esistono persone che, pur con una voce flebile, combattono quotidianamente contro il male».

 

La Verità, 8 ottobre 2017

 

«Vent’anni di Iene, ma il meglio deve arrivare»

Il segreto di Davide Parenti è che è innamorato del suo lavoro. Lo fa con passione e senza risparmiarsi. Anche per questo, forse, sebbene domenica inizi la ventesima stagione, la pelliccia delle Iene è ancora nera e lucida. Parenti è un tipo complesso, sta dietro le quinte, è di sinistra e lavora da sempre a Mediaset. Ha pure l’erre francese che di solito è partner fisiologico di una certa supponenza. Invece, sarà perché siamo coetanei o perché incombe l’esordio stagionale, lo trovo disponibile e persino umile.

Vent’anni di Iene. La prima parola che le viene?

«Un bel miracolo».

La seconda?

«Abbiamo fatto un buon lavoro».

Che cosa glielo dice?

«Il fatto che ci siamo ancora, non tanti durano così a lungo. La share media dello scorso anno è stata del 10.4% su una rete che fa circa la metà. È come se su Rai 1 ci fosse un programma che fa il 40%».

C’è.

«Sì, il Festival di Sanremo, un evento. Noi andiamo in onda due volte la settimana. Su Canale 5 Barcellona Juventus fa il 25%, su Italia 1 il 18. Fazio faceva l’11 su Rai 3 e fa il 20 su Rai 1. La rete è performante».

Vorrebbe andare su Canale 5?

«Storia antica, ogni azienda ha i centravanti e i terzini. Noi lavoriamo affinché Italia 1 superi Canale 5».

Il servizio più divertente della puntata di domenica?

«Uno scherzo a Elenoire Casalegno, che debuttò come valletta di Pressing, nel quale le sembrerà di parlare con il fantasma di Raimondo Vianello. Abbiamo campionato la sua voce, è venuto bene».

Nel calcio si dice che per continuare a vincere ci vuole fame. E in tv?

«Passione per il proprio lavoro. Come quella di certi artigiani. Siamo dei ristoratori che offrono ai clienti quello che mangiano loro. Non facciamo un menu per gli altri. C’è una bella differenza».

Un'immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Un’immagine non troppo simbolica del gioco della balena blu e dei suoi effetti

Con i servizi sulla blue whale si è appannata l’immagine delle Iene?

«Un po’ sì. Sono piovute critiche, molte ingiuste, alle quali, non essendo in onda non abbiamo potuto replicare. Se si legge Wikipedia sulla blue whale vien fuori che abbiamo intervistato madri di persone suicidate che erano attrici. Ovviamente, non è così».

Le Iene vittime delle fake news?

«In un servizio avevamo inserito immagini prese dalla tv russa di persone che si buttavano dai tetti. Si è scoperto dopo che quei casi non c’entravano con la balena blu. Non è una fake news. Le morti causate da quel gioco esistono, in Russia, in Francia, altrove. Abbiamo sbagliato a non verificare meglio. Ma da questo a essere accusati di aver portato in Italia la blue whale… In Italia non è ancora provato il rapporto di causa effetto di alcune morti. Ma c’è l’autolesionismo, c’è la gente che si taglia e che sprofonda nella depressione. La blu whale è un gorgo che risucchia. Parlarne è doveroso».

Altri infortuni in passato?

«Se si riferisce a Stamina lo ritengo un buco nero della sanità italiana. Quando abbiamo parlato per la prima volta di Davide Vannoni operava gratis nell’ospedale civile di Brescia. Era autorizzato dal servizio sanitario nazionale. Fin dal primo pezzo, è lì da vedere, abbiamo detto che c’era qualcosa di poco chiaro e che Vannoni non era affidabile. Poi siamo andati a trovare i bambini, Giulio Golia è diventato quasi un loro zio. I genitori dicevano che i loro figli ne traevano giovamento. A un certo punto si è deciso che una cura compassionevole era diventata una truffa. Ma nessun incaricato della sanità pubblica è andato a conoscere queste famiglie».

La ricerca esasperata dello scoop può far deragliare?

«Non mi sembra sia successo. Sono pronto a sostenere qualsiasi tavola rotonda su questi argomenti».

Le riporto alcune critiche ricorrenti: moralismo da ditino alzato.

«Può essere che a volte esageriamo. Ma siamo in buona fede e se commettiamo errori lo ammettiamo. Non mi pare capiti spesso».

Morbosità e voyeurismo.

«Ci occupiamo delle cose che interessano a noi. Mi faccia degli esempi».

Decine di servizi su preti pedofili o locali per scambisti.

«Ne facevamo di più qualche anno fa. Comunque, in Italia ci sono 9 milioni di persone che vanno a prostitute: è un fatto. L’unico modo per capirlo è andarci, vedere chi è quella persona, qual è il linguaggio. 9 milioni di uomini che hanno 9 milioni di donne al loro fianco vanno a prostitute. Proviamo a raccontarlo in modo non banale».

E che magari aiuti gli ascolti…

«Da quando c’è la Rete con tutti i siti porno il nudo paga sempre meno».

Perché a un certo punto vi siete fermati nell’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione nei locali dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali?

«Si è esaurita. Avevamo documentato tutto, provando che nei locali di un’associazione che riceve soldi pubblici c’erano azioni di sfruttamento della prostituzione. Andare oltre ere sconfinare nella persecuzione».

È difficile in questo momento criticare i gay?

«Siamo un programma aperto alle diversità. Abbiamo fatto molti servizi contro le discriminazioni sessuali. Ma le discriminazioni non devono esserci nel bene e nel male. E se c’è sentore di reati…».

Avete argomenti prioritari?

«Assolutamente no. In vent’anni è stato fatto tutto. Cambia il trattamento. Ora le storie si allungano perché vogliamo svelare i meccanismi. Se raccontiamo di una donna stalkerizzata da un uomo, poi andiamo da lui e gli diciamo di smetterla. Entriamo nella storia, provando a cambiarla».

Come si chiama questo giornalismo?

«Non siamo una testata giornalistica, ma intrattenitori. Abbiamo un’etica, un punto di vista. Anzi, più d’uno, discutiamo molto. Se ci accorgiamo che un pezzo era sbilanciato da una parte, ci torniamo con una versione diversa».

Quanti siete?

«In questo momento ci sono 38 inviati, 25 autori, più cameramen, grafici, montatori e la redazione… più di 100 persone e un indotto di altre 50».

Come controllate?

«Un gruppo di autori senior mette in crisi la bontà delle notizie e dei trattamenti».

Presenti al mondo Le Iene attraverso due inchieste.

«La prima è Drug wipe, il narcotest ai parlamentari. Con un escamotage abbiamo toccato la fronte con un panno per togliere la sudorazione. Analizzando il sudore si può sapere se nelle 36 ore precedenti si è fatto uso di sostanze stupefacenti. Il 33% del campione di politici ne aveva fatto uso. È un’inchiesta finita sui giornali di tutto il mondo. Però ho preso 15.000 euro di multa e sei mesi di galera con l’accusa di violazione della privacy, poi cambiata in vilipendio delle istituzioni».

La seconda?

«Un pezzo di Nina Palmieri sulla storia di un malato terminale omosessuale che voleva lasciare la casa al compagno che, alla sua morte, l’avrebbe persa. Abbiamo incontrato il padre che non accettava l’omosessualità del figlio dicendogli che conta l’amore non il sesso. Alla fine si è ricreduto. La legge sulle unioni civili era lontana».

Enrico Lucci conduce Nemo - nessuno escluso

Enrico Lucci conduce Nemo – nessuno escluso

Cosa pensa di Nemo, nessuno escluso?

«Che è un buon programma e Rai 2 ha fatto bene a confermarlo sebbene non abbia avuto ascolti eccellenti. Anche Le Iene all’inizio non ebbero successo, ma a forza di essere difese…».

Quanto vi manca Enrico Lucci?

«Tantissimo. Gli artisti sono sempre insostituibili».

Avete preso Antonino Monteleone.

«Non solo lui. È un ottimo giornalista, molto strutturato. Gli chiederemo di avvicinarsi al nostro stile da saltafossi».

Quanto conta la squadra?

«Se i singoli giocano bene tutta la squadra gioca meglio. Il ritorno della Gialappa è fondamentale».

Attaccate preti pedofili e maghi fasulli: pochino i poteri forti?

«Non mi sembra. Tutti i giornalisti sanno che con l’editore si deve fare i conti. Grazie a Mediaset Le Iene sono un programma molto libero. Credo che da nessun’altra parte si potrebbe fare un programma così. In una tv commerciale gli investitori pubblicitari sono determinanti. A volte questa azienda fa una tv volgare, ma sul nostro sito si possono trovare i pezzi nei quali abbiamo criticato gli inserzionisti più importanti».

Ha ragione Antonio Ricci quando dice che uscire dalla piattaforma Sky è stata una scelta alla Tafazzi?

«Sicuramente è stata una decisione che ad alcuni programmi è costata più che ad altri. Le strategie di Mediaset si fanno su tavoli diversi dal mio, ma credo che Le Iene abbiano pagato questa scelta».

E quando sottolinea la scarsa presenza social dei contenuti Mediaset?

«Su questo dissento. Con 5 milioni di amici su Facebook Le Iene sono il programma italiano più social. E detengono il record mondiale di condivisioni: 660.000. È il video su un papà che accompagnava a scuola la figlia affetta da una strana malattia e restava tutta la mattina davanti alla scuola per poter intervenire in caso di emergenza».

Lei è il papà delle Iene e Ricci di Striscia la notizia. Siete padri di figli unici?

«Dall’esperienza di Striscia sono nate Le Iene, dalle quali sono derivati altri programmi».

Nessuno forte come i fratelli maggiori.

«Diamogli tempo».

A che punto è il documentario sull’immigrazione che aveva proposto a Vice?

«Lo stiamo ancora girando. In compenso, è quasi pronto quello realizzato con Claudio Canepari sulla campagna elettorale di Ismaele Lavardera, candidato sindaco a Palermo. Si dice che la politica ha bisogno di trasparenza: Lavardera ha filmato in chiaro e con candid camera i comizi e gli incontri con gli altri politici. Lo vedremo presto su Italia 1».

E la collaborazione con Vice?

«Rientra in un progetto che prevede la rielaborazione con lo stile delle Iene di materiali di grandi reporter internazionali su temi come inquinamento, effetto serra, droghe, grande criminalità e terrorismo. Anche questo presto su Italia 1».

Un segreto per ripartire quando è depresso o scarico?

«Non sono mai depresso».

Chi è Davide Parenti?

«Urca! Vediamo… Sono un formidabile rompicoglioni che sta alle regole ma non obbedisce. Sono imbattibile nel mio lavoro, salvo arrivare spesso secondo».

La Verità, 29 settembre 2017