«Non sarò il terzo uomo tra Salvini e Di Maio»

Buongiorno presidente, come sta?

«Bene, grazie».

Come stanno andando le sue molteplici attività?

«Anche loro attraversano un ottimo stato di salute».

Dopo un lungo inseguimento, Urbano Cairo abbassa la guardia e accetta di fare il punto della situazione. Nei giorni scorsi qualcuno ha visto nel proprietario di La7, Rcs e Cairo editore, nonché del Torino calcio, la figura terza che poteva rappresentare una sintesi tra le posizioni di Matteo Salvini e quelle di Luigi Di Maio.

Che cosa c’è di vero, presidente?

«Sono indiscrezioni giornalistiche di cui nessuno mi ha parlato. Non c’è stato alcun contatto».

La politica però la tenta. Qualcuno ha scritto di un suo possibile impegno, magari tra una legislatura, quando potrebbe servire un leader dell’area moderata.

«Terrò conto di questa osservazione. Ma presiedo un gruppo imprenditoriale con 4.500 dipendenti, un impegno che mi assorbe 24 ore al giorno».

Eppure anche lei in passato non l’ha escluso.

«Nella vita non bisogna mai escludere nulla. Ma non è minimamente di attualità».

Diceva del buono stato di salute delle sue aziende.

«Partirei da Rcs che è l’ultima arrivata, un anno e mezzo fa. Già nel 2016, dopo soli cinque mesi, abbiamo riportato un utile netto. Quest’anno l’utile è di 71 milioni, conseguito non solo col taglio dei costi, ma mantenendo l’occupazione e sviluppando ricavi attraverso il lancio di nuove iniziative (il dorso di Buone notizie e di Corriere Innovazione) e il rilancio e consolidamento di altre, da Io donna a Gazza mondo fino al potenziamento di Oggi, l’unico settimanale familiare con una crescita a due cifre».

La7 è in un momento positivo grazie al fermento della politica. Lei auspica che si torni presto a votare?

«No, io auspico che le cose si sistemino per il Paese. La7 sta vivendo un momento favorevole già da novembre quando, con l’arrivo di Massimo Giletti, Andrea Purgatori e il gruppo di Diego Bianchi il palinsesto si è arricchito. Con la squadra già in forza alla rete mettiamo in campo una proposta solida e credibile. Poi, certo, nell’ultimo mese e mezzo, registriamo un decollo che ci ha portato in primetime al 5%, permettendoci di superare Rete 4 anche in daytime. Tutto questo, grazie al lavoro del direttore Andrea Salerno. Un paio d’anni fa c’era preoccupazione per il debutto di Tv8 e Nove. In realtà, sono altri a doversi preoccupare, noi ci siamo difesi attaccando e siamo soddisfatti».

A volte si ha la sensazione che La7 abbia pochi margini di crescita, essendo una rete semi tematica che si muove in un mercato generalista: è corretto?

«Rispetto allo scorso anno, nel 2018 stiamo crescendo del 20% nella giornata e ancora di più nel primetime. Abbiamo un posizionamento consolidato, che ha nell’informazione e negli approfondimenti il suo core business».

Perché è così seguita in questi momenti?

«Perché il profilo di prim’ordine dei nostri conduttori e opinionisti garantisce autorevolezza e affidabilità. Perché siamo ben focalizzati e abbiamo un posizionamento riconosciuto per cui, quando il pubblico si vuole informare, automaticamente viene su La7. Infine, perché un editore puro ha tutto l’interesse a lasciare totale libertà ai suoi conduttori e giornalisti».

Un editore che ha saputo convertire a proprio vantaggio il malcontento di molti volti Rai, da Giovanni Floris a Massimo Giletti, da Diego Bianchi a Andrea Purgatori, solo per citarne alcuni.

«Questo fa parte delle normali dinamiche di mercato. Qualcuno ha lasciato anche La7. Nel 2016 Maurizio Crozza è andato altrove, eppure, rispetto ad allora, i nostri ascolti aumentano».

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«Il cavallo rosso, ultimo romanzo italiano»

Quando, in fondo a un dedalo di corridoi e salottini stipati di libri, entro nel suo ufficio milanese di direttore della Ares, Cesare Cavalleri, elegantissimo, m’invita a dargli del tu «come si fa tra colleghi». Ma il tentativo naufragherà. Il fatto è che lei è molto più che un giornalista, mi giustifico. Questione di autorità, non di anagrafe, tanto più che Cavalleri si definisce «un cinquantenne indocile, pieno di progetti». Indocile, dunque; e fiero di un’irriducibilità senza vittimismi. Incarnazione «di una marginalità orgogliosa», l’ha ritratto Jacopo Guerriero alla presentazione al Centro culturale di Milano di Per vivere meglio – Cattolicità, cultura, editoria (Els La Scuola), l’intervista biografica che hanno pubblicato insieme ed elogiata anche dal Manifesto. Ragioniere, laureato in statistica ma con tesi molto umanistica (con una ricerca sulla frequenza del fonema doppio «zz» nei pensieri di Giacomo Leopardi, ricorrenti secondo la curva di Poisson che studia gli eventi rari), collaboratore storico di Avvenire come critico televisivo e come critico letterario, dirige il mensile Studi cattolici e con la Ares (Associazione ricerche e studi) ha pubblicato Il Cavallo rosso di Eugenio Corti, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, opere di Vittorio Messori e di Aldo Maria Valli. Non ha la patente, porta la cravatta anche d’estate, guarda poca televisione e possiede l’intera collezione dei cd di Maria Callas. Nativo di Treviglio, non ama L’albero degli zoccoli del bergamasco Ermanno Olmi.

Cosa non le piacque?

«Un grande e sontuoso film, che meritò la Palma d’oro a Cannes. Ma che già conteneva quel filo marxismo che è scoppiato nell’Olmi degli ultimi tempi. Per il quale Cristo è un uomo e niente più: questo allontanamento mi spiace molto. C’erano anche le tracce dell’odio verso la borghesia e i padroni. Come se i contadini fossero buoni e santi… E poi, per fare un paio di zoccoli bisogna abbattere un albero? Il padrone ha fatto bene a licenziarlo».ia

La sua biografia s’intitola Per vivere meglio, dalla risposta del poeta Saint-John Perse alla domanda sul perché scrive. In che cosa la scrittura migliora la vita?

«Si scrive per un’istanza morale. La scrittura deve servire per esprimere la bellezza che è sempre legata alla verità».

Da Tommaso d’Aquino.

«E Aristotele».

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

Fa propria anche la massima di Rainer Maria Rilke: «Bisogna attenersi al difficile». È questa propensione a far di lei un sommo stroncatore?

«La vita è complessa. Conviene affrontarla con quel senso di mistero, che è ciò che dà senso alla quotidianità».

Da qui le stroncature, una certa incontentabilità?

«Le stroncature, intese come genere letterario e non come critica alle persone, derivano dall’amore per la verità. Nei giornali ormai si pubblicano le veline degli uffici stampa».

Davvero dopo Il mulino del Po e Il cavallo rosso in Italia non ci sono stati veri romanzi?

«Solo ottimi racconti. Forse un’eccezione è La storia di Elsa Morante. Un grande libro, sebbene antiumano e anticristiano perché non crede nella libertà».

 

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«Con Lula in galera il Brasile è più maturo»

Il grande accusatore di Lula vive in una splendida casa sul Canal Grande. È un giornalista e scrittore italo-brasiliano. Si chiama Diogo Mainardi e da 15 anni tallona Luiz Inácio Lula da Silva, convinto che sia «un caudillo corrotto». Le due sentenze di condanna per corruzione e riciclaggio gli hanno dato ragione. Quella in appello del 25 gennaio scorso a 12 anni e un mese di reclusione ha aggravato quella di primo grado. Il corpo del reato è un attico sul litorale di San Paolo del valore di circa un milione di euro, una tangente in cambio di appalti pubblici concessi alla società di costruzioni Oas. Dopo l’ordine di arresto diramato in applicazione del verdetto del Tribunale supremo federale che ha bocciato l’ultimo ricorso della difesa, il tramonto di Lula sembra definitivo. Tuttavia, un margine d’incertezza va conservato perché i colpi di scena abbondano. L’ex presidente che si proclama innocente vorrebbe ricandidarsi alle elezioni di ottobre.

Nato nel 1962 a San Paolo, Mainardi è sposato con Anna e padre di Tito e Nico. Tito soffre di una paralisi cerebrale, causata da un grave errore medico al momento del parto. Assistito dall’avvocato e amico Romolo Bugaro (anche scrittore di successo, vedi La Verità del 10 dicembre 2017), ha ottenuto un risarcimento milionario, utilizzato in parte per le cure e in parte per l’acquisto della casa in cui vive, dalla quale si gode una vista che ricorda i dipinti del Canaletto. A pagina 53 di La caduta (Einaudi, traduzione di Tiziano Scarpa), il libro in cui ha raccontato la storia di Tito, Mainardi ha riprodotto una veduta di Giovanni Antonio Canal del 1738 su Ca’ Dario e Palazzo Corner, corredata di una freccia con didascalia: «Io sono sempre alla stessa finestra, sto cullando Tito mentre guardo il Canal Grande».

Come ha accolto il verdetto della Corte suprema contrario al ricorso di Lula?

«Sono felicissimo, la democrazia brasiliana è diventata più matura. I potenti non possono più rubare impunemente».

L’esecuzione dell’arresto è slittata: possono esserci ancora sorprese?

«Bisogna vigilare, in passato non sono mancate. Ma non credo. Il giudizio della Corte rappresenta il punto d’arrivo di Lava Jato, la Mani pulite brasiliana. Per noi è il compimento di molti anni di lavoro».

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

Diogo Mainardi e Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula

All’inizio Lula sembrava protagonista della primavera brasiliana.

«Così lo dipingevano, ma io l’ho attaccato dal primo giorno».

Ha cercato di farlo cadere «per sport. C’è chi pesca. C’è chi caccia. Io no. Io cerco di far cadere Lula», parole sue: che cosa non la convinceva?

«Quella sullo sport è una battuta. Fin dall’inizio i pochi oppositori temevano che Lula portasse il Paese nel peggior bolivarismo. Io lo vedevo come un furfante che cerca di mantenersi al potere».

Non ha fatto nulla di buono?

«Ha goduto di un momento favorevole dell’economia mondiale e il Brasile è cresciuto per quattro cinque anni. Poi si è scoperto un buco finanziario enorme. La distribuzione di denaro, le elemosine ai poveri, i finanziamenti pubblici alle aziende in cambio di tangenti hanno presentato il conto. Raffinerie costate miliardi non sono state costruite».

Com’è proseguita la sua campagna?

«Il fatto che le prime denunce abbiano subito trovato conferma mi ha dato forza. Oltre cento imprenditori hanno patteggiato. Gli interventi sul magazine Veja hanno sempre avuto una certa risonanza. Poi c’era Manhattan connection, il programma che va in onda su Globo news. Infine è arrivato il sito: con Mario Sabino, amico del liceo e numero due di Veja, abbiamo fondato O’ Antagonista. Il primo post dell’1 gennaio 2015, giorno d’inizio del secondo mandato di Dilma Rousseff, ne chiedeva l’impeachment. Sembrava un’ipotesi lontana, ma c’erano le indagini di giudici molto seri. Alcuni procedimenti contro Lula attingono alle inchieste dei nostri reporter».

Il Paese però è diviso, come la Corte suprema che si è pronunciata con 6 voti favorevoli a 5. Lula ha sostenitori anche tra i magistrati.

«Perché sono stati beneficiati da lui e da Dilma Rousseff. Dal 2009 in Brasile la sentenza viene eseguita dopo il secondo grado di giudizio. Il terzo e quarto grado verificano eventuali vizi di forma e, considerati i tempi, sono spesso un tentativo per arrivare alla prescrizione».

È possibile che prima delle presidenziali Lula trovi altri modi per rimettere in discussione la condanna?

«Sarebbe preoccupante stravolgere la legge per salvare un criminale politico. Potrebbe persino finire con un golpe militare: alcuni ambienti dell’esercito fanno sapere che non accettano di essere governati da un condannato».

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L’uomo che ascoltava papà Sgarbi

Non era uno scrittore della sua generazione, ma della nostra. I suoi racconti del passato riguardano il presente. Si sa com’è, i vecchi hanno una memoria asimmetrica, ricordano con nitidezza i fatti lontani e scordano quelli recenti. Era come se guardasse la realtà con il binocolo rovesciato, rimpicciolendo le storie. Gli sembrava tutto normale e non lo era per niente. Io lo invitavo a rimettere il binocolo dalla parte giusta, per ingrandire le immagini. La guerra, la campagna di Grecia, il viaggio a Tirana, 600 chilometri a piedi e in treno per recuperare un po’ di sigarette per i commilitoni, il compleanno da solo sul lungomare, il ritorno a casa. Poi l’alluvione del 1951, l’apocalisse che distrusse quel poco che la guerra aveva lasciato in piedi o che aveva appena ricostruito gente come la Nena, l’unica donna che riusciva ad attraversare la piena col suo barchino, portando in salvo chi era in pericolo. Ascoltavo quei racconti e assistevo a un’epopea, come in certi film di Bernardo Bertolucci. La sua memoria mi affacciava su un emisfero ignoto: quella civiltà contadina che noi, figli della società industriale e tecnologica, non abbiamo vissuto». Giuseppe Cesaro, giornalista, editor che presto pubblicherà Indifesa, il suo primo romanzo per La nave di Teseo, è stato per cinque anni il confidente, lo scrivano, il collaboratore silente di Giuseppe Sgarbi, detto Nino. Lo scrittore di quella estrosa famiglia di farmacisti, critici d’arte, editori. Il capostipite riservato. Il custode di tutto, rimasto nell’ombra fino a 93 anni, quando ha ceduto alle insistenze della figlia Elisabetta, convinta, a ragione, che le sue memorie avessero dignità letteraria. Ora che Nino è scomparso, novantasettenne, poco prima che fosse pubblicato il suo quarto libro, Il canale dei cuori (Skira), vien da chiedersi come si aiuta uno scrittore esordiente ultranovantenne che, siccome ci vede poco, ha bisogno di dettare? Che tipo di affinità s’instaura tra il protagonista di quei racconti e chi li trasferisce sulla pagina?

 

Giuseppe Sgarbi, morto nel gennaio scorso

Giuseppe Sgarbi, morto nel gennaio scorso

«Quella mattina nella casa di Ro Ferrarese c’era solo la Rina, sua moglie», riprende Cesaro. «Vittorio si è sempre visto ai suoi orari. Elisabetta era al lavoro a Milano. La conoscevo da una decina d’anni. “Mio papà è una miniera di storie”, mi aveva confidato. “Ho bisogno di una persona che sappia ascoltare, a cui possa affidare i ricordi senza timore di effrazioni nel suo mondo”. Così, eccomi lì, davanti a questo signore tranquillo, riservato, gran lettore, che citava a memoria poeti su poeti. E che mi scrutava, mentre io facevo finta di nulla e gli davo rispettosamente del lei, per non violare le regole della sua sensibilità. Sedevamo in giardino: “Qui tutti mi chiamano Nino, ma in realtà il mio nome è Giuseppe, come lei”, disse. Allora gli raccontai che mio padre aveva la sua età ed era nato a Badia Polesine, pochi chilometri distante dalla sua Stienta. E lui mi chiese, titubante: “Ma lei è proprio sicuro? Elisabetta insiste tanto…”. “Proviamo, vediamo che cosa viene fuori”, incoraggiai».

Finora, son venuti fuori quattro libri di memorie. Ai primi tre, Lungo l’argine del tempo, Non chiedere cosa sarà il futuro e Lei mi parla ancora, struggente lettera alla moglie scomparsa, si è aggiunto Il canale dei cuori, uscito postumo, e dedicato al cognato Bruno Cavallini, fratello di Rina, intellettuale raffinato, il vero maestro di Vittorio. Nei cassetti di Cesaro, però, c’è materiale per altri due mémoires. «Uno dovrebbe intitolarsi Dietro il banco e raccogliere i ricordi di farmacista di Nino. Si sa com’era una volta: insieme al prete, al sindaco e al medico, nei piccoli paesi il farmacista era un’autorità. A quei tempi spesso i medicamenti venivano preparati su misura, come fa il sarto con gli abiti. L’ultimo libro dovrebbe intitolarsi Il viaggio non è finito e raccontare il rapporto con il tempo, con la vita e la morte, attraverso il fiume, il suo fiume, che è stato la culla dei ricordi. Io ho sempre fatto attenzione a rispettare la sua riservatezza, le sue reticenze, la volontà di non violare l’intimità che aveva costruito con la Rina. Era una donna pirotecnica. Lo prendeva in giro, gli diceva che era veneto, falso come tutti i veneti, e lo chiamava ancora “il mio bambino”. Ma quando non c’era, si sentiva persa. Era anche gelosa e un pochino snobbava il suo nuovo impegno letterario». Nel Canale dei cuori lui la racconta così: «O scrivi o vivi. Credo sia impossibile fare le due cose insieme. Farle bene, voglio dire. Per una questione di attenzione, più che di tempo. Bisogna scegliere a cosa dedicare le energie migliori. La vita è come la pagina: le devi stare dietro con la testa, altrimenti è un disastro. E finché c’era la Rina…».

«Quando penso a Nino», continua Cesaro, «mi viene in mente George Harrison che faticava a convincere John Lennon e Paul McCartney a inserire nei dischi qualche suo brano. Appena i Beatles si sciolsero, con tutte le canzoni rimaste nel cassetto incise All Things Must Pass, un album triplo che ebbe enorme successo. Nino ha aspettato che il tempo rallentasse, che la piena scendesse e finalmente, dopo aver ascoltato e letto una vita, ha cominciato a ricordare e a scrivere».

Non dev’essere stato facile rispettare il suo linguaggio, così originale. «Si esprimeva in una lingua molto personale. Un lessico che in parte mi era familiare, perché somigliava al dialetto di mio padre. Ma il suo era un italiano più complesso e sfaccettato. Era stato mandato a scuola a Camerino, ospite di un fratello del papà. Poi le superiori ad Ancona, dove aveva cominciato a leggere e dov’era rimasto affascinato dagli idrovolanti. La guerra lo aveva portato in Grecia e in Liguria. Aveva un vocabolario ricco, come una lingua di foce che raccoglieva tanti affluenti».

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta

Giuseppe Sgarbi con la figlia Elisabetta

Come lavoravate? «Vivo a Roma, appena avevo qualche giorno libero mi trasferivo a Ro. Ci vedevamo al mattino, lo ascoltavo per un paio d’ore. Registravo e prendevo qualche appunto per ricordarmi la sequenza degli argomenti. Dopo pranzo si lavorava un’altra oretta, poi andava a riposare. Io controllavo date e riferimenti geografici e la sera gli facevo una specie di riassunto. Il giorno dopo, a volte, ripeteva ciò che aveva già detto e quando glielo facevo notare annuiva: “Sì, però non ti avevo detto quest’altro”. Così la storia si arricchiva di nuovi dettagli. Era come un lungo filò davanti al camino, che cercavo di riordinare, facendone un montaggio coerente. Una volta sbobinato il materiale glielo rileggevo e lui si stupiva: “Davvero ho scritto questo?”. Magari correggeva qualcosa. Alla fine mandavo tutto a Elisabetta che rileggeva a sua volta e rispediva per l’ultima lettura di Nino, con una grossa lente su caratteri enormi».

Avete avuto discussioni sui contenuti? «Vittorio avrebbe voluto racconti più intimi. Ma lui ripeteva: “L’arte è di tutti, la vita è di quelli che l’hanno vissuta”. Mi sentivo come l’ospite che aspetta l’invito del padrone per oltrepassare la soglia di casa. Una volta entrato, ero come un’ostetrica che aiuta la memoria a spingere fuori i ricordi. Citava i suoi poeti, Petrarca, Pascoli, Leopardi, le letture di gioventù, i francesi, Emilio Salgari… Se qualche volta gli mancava un verso glielo trovavo su internet. Oppure con Google maps lo riportavo nei posti dov’era stato tanto tempo fa. Riconosceva la piazza di Camerino, i viali di Ancona, le strade di Sanremo. Ricordava e tornava bambino. Io guardavo lui che guardava il computer. Anche sulla soglia dei cent’anni gli occhi sono l’unica cosa che non cambia di un uomo. I suoi erano uno spettacolo».

 

Panorama, 15 marzo 2018

 

 

«Da ridere l’arrembaggio di Salvini e Di Maio»

Appuntamento in un bar con vista Colosseo. Zona Claudio Scajola? «Noooo. Il famoso appartamento ristrutturato sta dall’altra parte, di lato al colle Oppio. Io sono palermitano di nascita e romano d’adozione. Anzi, romano del Colosseo, al quale mi sono sempre più avvicinato». Vincenzo Gallo, in arte Vincino, 71 anni, un passato in Lotta continua, sulfureo vignettista del Foglio e Vanity fair, opinionista di Radio radicale, fondatore e direttore di gloriose riviste di satira, è un grande osservatore della politica italiana. Sempre con il suo pennarello tagliente, originale, sguincio.

Contento che le elezioni abbiano cambiato tutto?

«Sì. Chi governava ha fatto errori enormi e la situazione era insopportabile. Quello che arriva è tutto da vedere».

Errori enormi?

«Hanno raccontato un sacco di balle. A cominciare dagli 80 euro, una volgare regalia. Io ho 71 annni… Da ragazzo facevo politica allo Zen di Palermo, ho visto gli assegnini distribuiti con i volantini, mi pare fosse il ministro Giovanni Gioia. Nei quartieri popolari le elezioni erano una festa, un giorno arrivava un partito, il giorno dopo un altro. Promettevano soldi, lavoro, la casa».

Gli elettori del Sud si spostano in blocco.

«Ma no, secondo me manco sapevano del reddito di cittadinanza».

Dici?

«Il Sud ha votato M5s perché Pd e Forza Italia hanno una classe politica decrepita e bugiarda. Un voto di vendetta per le promesse disattese».

Balle.

«Voti comprati. Cos’era il bonus ai giovani?».

Non era utile?

«Macché. Trent’anni fa telefonavamo con i gettoni: io mi aspetto che un movimento progressista attrezzi lo Stato per guidare il cambiamento».

Hanno provato a fare le riforme.

«Quali? Portare al Senato i consiglieri regionali, la peggiore classe politica che abbiamo? Oppure abolire le province e mettere il Corpo forestale sotto i carabinieri?».

La vulgata dice che le promesse irrealizzabili le hanno fatte M5s e Lega, ma tu nel braccio di ferro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio stai dalla parte del tavolo.

«Per vedere come finisce».

Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno trattando l'alleanza

Matteo Salvini e Luigi Di Maio stanno trattando l’alleanza

Mai contento?

«Mai. Torniamo a Palermo negli anni Settanta. Il sindaco era Vito Ciancimino, il capo dell’opposizione Achille Occhetto, esiliato perché estremista. Dopo un intervento in consiglio comunale Ciancimino prende un bicchiere d’acqua per dissetarsi e i ragazzi della Fgci urlano: “Veleno!”. Il bicchiere precipita e va in frantumi. Altro coro: “Baffo, baffo, baffo”, prima che parlasse Occhetto. Il tifo e l’opinione pubblica decidono».

Mai contento e fuori dal coro. Lega e 5 stelle?

«La Lega mi risulta insopportabile. La razza bianca, i cattivi umori prima verso i meridionali – che, una volta al Nord diventano leghisti – e poi verso gli immigrati».

E i 5 stelle?

«Sono da sempre prevenuto verso Beppe Grillo. Quando facevamo Il Male lui faceva gli spot dello yogurt, era il figlioccio di Pippo Baudo. Poi hanno cominciato a scrivergli i testi Stefano Benni e Michele Serra ed è migliorato. Con la macchina da guerra della Casaleggio associati ha conquistato mezza Italia».

Quindi, tutto a posto.

«I grillini sono stati sorteggiati dalle parlamentarie, ma quasi quasi preferisco i sorteggiati ai leghisti».

Come andrà a finire?

«Faranno il governo insieme. Sul giustizialismo sono d’accordo. Tanto più in assenza di una riforma della giustizia che una sinistra vera avrebbe dovuto fare anni fa, ma siccome c’era Berlusconi… Anche sull’antieuropeismo sono d’accordo».

Quanto dureranno?

«Non tanto. Penso che la Lega litigherà con Forza Italia, come sta già facendo. E i 5 stelle litigheranno tra loro, perché la maggioranza solidarista non digerirà l’alleanza con la Lega».

Faranno la legge elettorale per tornare a votare?

«Altra fregnaccia, siamo l’unico Paese che ha questo virus. Ci sono due anni di svolta nella storia d’Italia. Il primo è il 1978 quando ammazzano Aldo Moro, il più lucido dell’epoca. Erano tutti d’accordo».

Bettino Craxi no. E nella Dc…

«Lo mollano anche i grandi capi, tranne quattro suoi amici».

L’altro anno chiave?

«È il 1992, quando fanno fuori tutti i partiti meno il Pci. Poi distruggono la legge elettorale con il proporzionale puro e le preferenze che ci aveva garantito 40 anni di progresso».

Che cosa auspichi?

«Che non levino quel po’ di finanziamento pubblico rimasto alle testate giornalistiche».

Per il Foglio?

«Il Foglio ne ha pochissimo. Per Radio radicale, una delle poche testate che fa servizio pubblico».

Di testate ne hai fondate parecchie.

«Sì… Tu sei veneto come Sergio Saviane?».

Lui viveva ad Asolo, posto splendido.

«Con Sergio e Pino Zac fondammo il Male. Poi nell’87 progettiamo Zut, settimanale incandescente. Incontriamo Luciano Benetton in un albergo di Asolo. “Ecco il conte zio”, me lo presenta Sergio. Lui guarda il brogliaccio che avevo disegnato e ci compra un anno di pubblicità anticipata: 3,5 milioni a settimana. Su una vignetta che lui non vedeva nemmeno compariva il brand Benetton, tutto qui».

Ma?

«Prima che finisca l’anno mi silurano da direttore. Un fotografo ci aveva portato delle foto di Eugenio Scalfari con una donna. “Sergio, chi è questa?”. “Non sai che Scalfari ha due di tutto? Mogli, famiglie…”. All’epoca io facevo il sosia di Bettino Craxi, con la pelata di lattice. Cicciolina si prestò come amante e pubblicammo le foto affiancate di Scalfari e Craxi, ognuno con la rispettiva. Un doppio scoop in cui tutti erano veri, tranne me. L’editore di Zut era Ettore Rosboch, fratellastro di Carlo Caracciolo, socio di Scalfari, che s’incazzò a morte perché la storia era vera. Avevamo anche un cambio pubblicità con Repubblica. Un disastro. Rosboch era una brava persona, ma senza la tempra dell’editore di satira. Rotolò la mia testa».

Sergio Saviane. Con lui Vincino ha fondato il Male e Zut

Sergio Saviane. Con lui Vincino ha fondato il Male e Zut

Per chi vota un anarchico?

«Decide di volta in volta».

L’ultima?

«Non te lo dico nemmeno sotto tortura. Un anno ho votato Democrazia proletaria alla Camera e Partito liberale al Senato».

Emma Bonino, cioè Pd?

«Nel caso avrei votato direttamente Pd. Stimo Paolo Gentiloni, mio direttore a Nuova ecologia».

Però hai sfiducia nei politici.

«Totale».

I cronisti siciliani hanno calcolato che i deputati regionali si riuniscono un’ora e mezza a settimana.

«Meglio, fanno meno danni. Anche la storia dell’abolizione dei vitalizi è un’anatra zoppa buttata in pasto all’opinione pubblica. Anche su questo Lega e M5s si trovano».

Hai sfiducia nei politici ma difendi i vitalizi?

«Ho sfiducia nel lavoro dei politici. Ore di riunioni in cui farsi dire da altri come votare. Ero amico di Lino Jannuzzi, fine intellettuale. Eletto al Senato si è immalinconito. Li vedi nei talk show? Ripetono le solite cose, mai nessuno che si convinca di quello che dice l’altro».

Hai il busto in marmo di Andreotti in terrazza: lo rimpiangi?

«Rimpiango l’epoca. Il busto è un premio di satira. La statura di Andreotti è fuori discussione, l’ho rivisto in Frank Underwood di House of cards».

Rimpiangi l’epoca, cominciando dagli anni Settanta?

«Quando ero giovane e bello. Feci due esperienze, una più divertente dell’altra: il servizio militare e la galera».

La galera?

«A Gela nel 1972 vendevamo Il processo Valpreda. Arrivano i fascisti a menarci, ma arrestano noi. In caserma ci picchiano e un carabiniere si fa male a una mano. Risultato: un mese e mezzo nel carcere di Caltanissetta».

La violenza è sorella dell’ideologia?

«Io sono non violento e se potevo scappavo. Però la violenza la vedevo. È nella storia».

Anche in Lotta continua?

«Nemmeno tanto. C’era il servizio d’ordine, fatto da ragazzotti violenti. Come tutti i servizi d’ordine, del sindacato, del Pci».

E l’omicidio del commissario Calabresi?

«A tutt’oggi non ho capito com’è andata. Sono sicuro che Lc come organizzazione non c’entra».

Adriano Sofri è stato condannato dopo sette processi: per te è innocente?

«Sì. In due o tre è stato assolto in altri due o tre condannato. Tutto dipende dalla parola di Leonardo Marino che parla di un cenno di Sofri con la testa a un corteo a Pisa. Mi sembra poco per condannare qualcuno. Siamo un Paese poco attrezzato per cercare la verità. Non sappiamo se i servizi abbiano infiltrato qualcuno di Lc o di altre organizzazioni. Sappiamo invece che la magistratura non subisce controlli esterni o epurazioni».

Alla satira mancano i bersagli grossi?

«Ma no, con tutti questi giovanotti all’arrembaggio; Salvini, Di Maio, Danilo Toninelli che magari diventa presidente del Senato. Figurati. Poi Renzi c’è ancora. E le buche di Roma, l’Europa, Grillo con il suo doppio ruolo».

Vincino sta a vedere come finisce

Vincino sta a vedere come finisce

Roba vecchia.

«Lui continua a pontificare, noi continuiamo a non sapere in che condizioni guidasse il giorno dell’incidente che provocò tre morti. Allora non si facevano i test, chissà come finirebbe oggi. Non gli abbiamo mai sentito dire un pensiero per quelle tre persone».

Un antirenziano al Foglio: problemi?

«All’inizio non lo ero. Al Foglio va benissimo. Mai ricevuta una telefonata da Giuliano Ferrara o da Claudio Cerasa. Raramente, il giorno dopo».

Staresti meglio al Fatto quotidiano?

«Al Fatto mi chiamerebbero il giorno prima: hai fatto una vignetta contro quello lì mentre noi siamo a favore».

Ti definisci vignettista «di facili costumi», una prostituta.

«Ho lavorato al Sabato, sto al Foglio. Mi chiamavano dalla destra e dalla sinistra e non sapevano come etichettarmi».

Hai disegnato per il Corriere della sera e Vanity Fair: un ex di Lotta continua nell’establishment?

«Al Corriere mi chiamarono nell’87: “Ha nulla in contrario a collaborare con noi?. Ero basito, mi guardavo intorno con la cornetta in mano… Adoravo lavorare per il Corriere. Nel 2014 hanno sospeso. Vanity fair invece va avanti».

E l’establishment?

«Io nasco nell’establishment, mio padre dirigeva i cantieri navali di Palermo».

Hai un motivo per sorridere (non amaro)?

Dopo un lungo silenzio punta il dito verso il Colosseo: «Quello, il posto più dinamico del mondo».

 

La Verità, 18 marzo 2018

«Il governo? Dipende da quanti Pd ci saranno»

«È molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana»: previsione di Luca Ricolfi, datata 3 marzo. Sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, editorialista del Messaggero, osservatore tra i più lucidi delle cose della politica, allergico agli sconti a destra come a sinistra (vedi le sue analisi sul sito della Fondazione David Hume). Ci siamo rivolti a lui per interpretare le più clamorose elezioni anti establishment degli ultimi decenni e tracciare qualche scenario futuro.

Per trovare un altro risultato così dirompente bisogna tornare al 1994. Allora iniziò la Seconda repubblica, sta nascendo la Terza?

«No, stiamo tornando alla Repubblica “di mezzo” (fra la prima e la seconda), quella che è esistita fra le elezioni politiche del 1992 e le elezioni del 1994, al tempo in cui tutto cominciò a cambiare, grazie al referendum sulla preferenza unica, a Mani pulite, all’esplosione della Lega, alla nuova legge elettorale (il compianto Mattarellum). Non tutti lo ricordano ma, allora, gli studiosi di comportamenti elettorali congetturarono che l’Italia fosse ormai divisa in tre: la Padania, egemonizzata dalla Lega (Forza Italia non era ancora nata), l’Etruria, egemonizzata dal Pds, il Mezzogiorno, ancora saldamente in mano alla Dc. Oggi la carta geopolitica è tornata a essere quella di allora, con i 5 stelle al posto della Dc».

Quali sono i fattori di maggior novità del voto del 4 marzo?

«C’è molta più chiarezza di prima: il Centronord vuole proseguire sulla via della modernizzazione del Paese, timidamente intrapresa in questi anni, ma lo fa con sensibilità diverse, rappresentate dal centrodestra e dal Pd. Il Sud vuole continuare a sussistere nell’unico registro che un ceto dirigente irresponsabile è stato in grado di prospettargli: assistenza, assistenza, assistenza».

Concorda con chi sostiene che le urne ci consegnano un’Italia geograficamente e socialmente bipolare: nel Sud della disoccupazione e della povertà ha vinto il M5s, nel Nord dove si teme per la sicurezza ha vinto la Lega.

«Concordo, ma solo in parte. Oggi il voto del nord sembra ad alcuni soprattutto anti-immigrati, ma a mio parere esprime invece, molto di più, l’ennesima rivolta antifisco e anti burocrazia».

Sarà difficile mantenere le promesse di flat tax e reddito di cittadinanza. È per questo che, sotto sotto, né Lega né M5s smaniano di governare?

«Non so se davvero esitano, a me sembrano piuttosto smaniosi entrambi. Il mancato mantenimento delle promesse penso sia messo in conto da tutti, tanto basterà dire: noi volevamo ma gli alleati, ma l’Europa, ma la situazione, eccetera eccetera».

Code all'indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Code all’indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Si è votato in marzo, quando non ci sono sbarchi d’immigrati. Se si fosse votato in maggio, la Lega avrebbe superato anche il Pd di Matteo Renzi?

«L’ho sostenuto in un’intervista a Sky pochi giorni fa. Votare a marzo ha attutito i danni subiti dal Pd, checché ne dica Renzi, che si è lamentato di non aver potuto votare prima: se si fosse votato la primavera scorsa non avrebbe potuto giocare la carta Marco Minniti».

Che però, a sorpresa, è stato sconfitto.

«Il fatto ha stupito anche me, ma forse io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Minniti, che mi pare uno dei pochissimi ministri che sanno di che cosa parlano».

Con Lega e M5s è nato anche un nuovo bipolarismo politico che sostituisce quello composto da Forza Italia e Pd, ora residuali?

«No, il sistema per ora è quadripolare e instabile. Lega e M5s rappresentano solo la dialettica interna alle forze antieuropee. Un vero bipolarismo richiederebbe il compattarsi di due aggregazioni più ampie e robuste: ad esempio centrodestra contro mutanti».

Chi sono i mutanti?

«Pd e 5 stelle, Organismi politicamente modificati (Opm) costruiti a partire dal ceppo antico del socialismo e del comunismo».

Un ceppo che germoglia sempre meno. La sinistra è in declino dovunque in Occidente. La crisi di quella italiana ha fattori specifici più gravi?

«La sinistra non è affatto in declino, semplicemente sta assumendo forme che i media (e pure gli studiosi, devo ammettere) si rifiutano di riconoscere per quello che sono. Quella che continuiamo a chiamare sinistra è semplicemente la sinistra ufficiale, ovunque amata e votata dai ceti medi riflessivi, istruiti e urbanizzati, e dal mondo della cultura. Ma esiste anche un’altra sinistra, trasgressiva e populista, prediletta dai giovani e da una parte dei ceti popolari, che si esprime in forme nuove: Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, 5 stelle in Italia, France insoumise oltralpe, per citare i casi più importanti. Quel che sta succedendo è che, in molti paesi, tranne il Regno Unito, la sinistra populista sta diventando più forte di quella ufficiale, riformista, benpensante, assennata e politicamente corretta».

Com’è possibile che non ci si interroghi sul fatto che il Pd tiene nei centri storici e scompare nelle periferie e tra i lavoratori?

«Me lo sono chiesto anch’io, e ne è venuto fuori un libro (Sinistra e popolo, Longanesi 2017). Però la vera domanda forse è anche quest’altra: perché del problema ci accorgiamo solo ora visto che il distacco fra sinistra e popolo è in atto da almeno 40 anni?».

Augusto Del Noce diceva che il partito comunista sarebbe diventato un grande partito radicale di massa. L’apparentamento con Emma Bonino ne è stata l’ultima piccola conferma?

«Sì, quello di partito radicale di massa è un concetto che descrive a pennello l’evoluzione del comunismo dal Pci al Pd renziano. Ne parla anche Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (Imperdonabili, Marsilio 2017). Il Pd è diventato una sorta di macchina per proclamare diritti, e anche un rifugio identitario per i ceti alti e medi, bisognosi di impegno per espiare la colpa di non essere poveri. Una mutazione che l’alleanza con la Bonino ha reso evidente, per non dire plateale. Ma a questo tipo di evoluzione (o involuzione?) ha contribuito anche una certa dose di stupidità autolesionista, una quasi inspiegabile incapacità di capire il punto di vista della gente comune: come si può pensare, nell’Italia di oggi, di attirare consensi con l’antifascismo e lo ius soli? Se ci fossero pulsioni fasciste e nostalgiche Casa Pound e Forza Nuova avrebbero avuto un risultato decente, non i pochi decimali (0.9 e 0.37%) che qualsiasi simbolo buttato sulla scheda finisce per raccogliere».

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Che responsabilità hanno gli intellettuali nel distacco tra la classe dirigente del Pd e la sua area tradizionale di riferimento?

«Negli ultimi 30 anni, intellettuali e mondo della cultura molto si sono preoccupati di veder rappresentati loro stessi e i loro interessi, e pochissimo di convincere il Pd a rappresentare anche i ceti popolari. Questa è una delle differenze fra Prima e Seconda repubblica: gli intellettuali della prima pretendevano di conoscere meglio dei dirigenti del Pci quali fossero i veri interessi della classe operaia; a quelli della seconda è premuto assai di più che gli eredi del Pd rappresentassero il loro mondo incantato. Ci sono riusciti benissimo».

Che giudizio dà di Renzi come amministratore, comunicatore e stratega politico?

«Non voglio infierire, l’ho già criticato a sufficienza in questi anni. Anzi, voglio dire che, se solo avesse fatto meno il bullo e avesse provato ad ascoltare chi lo criticava stando dalla sua parte, oggi ricorderemmo le non poche buone cose che ha fatto, dal jobs act a industria 4.0. Il dramma dell’Italia è che questo modesto Pd è pur sempre la miglior sinistra disponibile sul mercato, visto quel che offrono 5 stelle e Leu».

Cosa pensa dell’esperienza di Liberi e uguali? A chi è maggiormente attribuibile la colpa della scissione?

«Un’operazione politica penosa, nei contenuti e nelle persone. Quello che non capisco è perché abbiano scelto come capo una figura scolorita come quella di Pietro Grasso: chiunque altro, tranne forse il demonizzatissimo Massimo D’Alema, avrebbe portato a casa più voti. Quanto alla scissione, non so se è stata una colpa, forse è stata un atto di chiarezza».

Quanto il successo di M5s e Lega complica il rapporto con l’Europa?

«Meno di quanto si pensi. Noi continuiamo a fare uno sbaglio: pensare che il problema siano le autorità europee. No, il problema sono i mercati, come si è visto nel 2011, quando le autorità europee lodavano Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi, e sono bastati tre mesi di impennata dello spread per capovolgere tutto».

Che scenario intravede? Se la sente di fare delle percentuali dei possibili governi?

«No, non me la sento. Credo che molto dipenderà dal Pd, ovvero da quanti Pd vi saranno fra qualche mese. Se ve ne sarà uno solo, non si potrà che tornare al voto. Se ve ne saranno due, vedremo se la spunterà quello assistenzialista, che vuole dare una mano al sud (e ai 5 stelle), o quello sviluppista, che vuole dare una mano al centronord (e quindi al centrodestra)».

Quanto un governo a guida Di Maio con il sostegno del Pd aggraverebbe il bilancio dello Stato?

«Molto, perché anche il Pd è tentato dalla spesa in deficit».

Dobbiamo rassegnarci all’ennesimo governo del Presidente?

«Speriamo di no, abbiamo già dato. E poi Sergio Mattarella mi pare più arbitro di Giorgio Napolitano, che era chiaramente un giocatore in campo».

Quali sono le prime riforme che suggerirebbe al nuovo governo?

«Sgravi fiscali sui produttori, alimentati da una lotta senza quartiere contro gli evasori totali».

Che cosa consiglierebbe a Silvio Berlusconi che si chiede «adesso dove si va»?

«Di decidersi a scovare un successore».

Se si rivotasse entro un anno le tendenze del 4 marzo uscirebbero radicalizzate o ridimensionate?

«Dipende: se nel frattempo non succede nulla avremo un Parlamento fotocopia. Ma qualcosa succederà. Basta che non sia un nuovo 2011».

 

La Verità, 11 marzo 2018

«Nemo nessuno escluso si butta in politica»

Un cattolico nel rutilante mondo della televisione. Un autore, giornalista e conduttore che lavora a partita Iva senza un influente agente alle spalle (in mezzo a colleghi che ce l’hanno). Uno che si dimette dalle Iene perché un suo servizio che ristabiliva la verità sul suo conto non viene trasmesso. Ma lo fa senza indossare i panni della vittima della censura. Uno che passa da Mediaset a La7, da Tv2000 alla Rai, dove adesso è responsabile di Nemo, nessuno escluso. Alessandro Sortino è romano, ha 48 anni, è sposato con Cecilia da 17, ha due figli e una matassa di capelli rossi.

Venerdì su Rai 2 riparte Nemo, nessuno escluso: nuove asticelle?

«Vogliamo entrare nel racconto della politica con Enrico Lucci e altri inviati. Seguiremo la formazione del nuovo governo. La nuova asticella è farlo con il nostro stile, mettendo da parte ideologie, tesi precostituite, capri espiatori per incontrare la realtà nella sua interezza».

«Nessuno escluso» è un manifesto, un principio bergogliano, l’idea che val sempre la pena di ascoltare le ragioni dell’altro?

«È la carta d’identità della nostra redazione. Dove non la pensiamo tutti allo stesso modo. Io sono cattolico praticante, gli altri in maggioranza no. Ma il cristianesimo non è escluso. Quello che chiedo a tutti è di lasciarsi stupire dalla realtà. Stupore è la parola che usiamo di più».

Soddisfatto del risultato?

«Ogni tanto sto male, perché faccio un programma che non sempre coincide con la mia visione. Però, sono contento quando vedo che le persone si accostano a un’inchiesta in modo autentico, lasciandosi cambiare. Spero che questa filosofia renda anche il pubblico curioso di seguire dei racconti che non si sa già dove vanno a parare».

Enrico Lucci e Valentina Petrini, conduttori e inviati di «Nemo, nessuno escluso»

Enrico Lucci e Valentina Petrini, conduttori e inviati di «Nemo, nessuno escluso»

La differenza dalle Iene è meno denuncia e più storie?

«A volte anche Nemo denuncia, il punto è l’equilibrio. Non rinnego la mia storia di iena né penso che Le Iene siano peggio di noi. Vogliamo occupare uno spazio diverso».

Come trovate e vagliate le storie?

«Attraverso i redattori e gli inviati che vivono là fuori. Non c’è altro metodo. Proviamo a raccontare evitando la contrapposizione ideologica».

Si può raccontare la politica fuori dalla contrapposizione ideologica?

«Portando ascolti, la contrapposizione è diventata un format televisivo. Temo che abbia contagiato anche la politica e che determini la scelta degli argomenti. Quanti talk show abbiamo visto sull’immigrazione? Sul fatto che la pianura padana sia uno dei posti più inquinati del mondo, invece zero. Eppure condiziona parecchio la vita dei cittadini».

Voi avete fatto servizi su un italiano che combatte per i russi e su un altro che fa l’addestratore sul fronte anti Isis.

«La guerra è una condizione del mondo contemporaneo. Abbiamo provato a raccontarla attraverso due storie».

L’inchiesta sul racket di Ostia con la testata a Daniele Piervincenzi, le aggressioni a Vittorio Brumotti di Striscia la notizia, le indagini delle Iene sui preti pedofili. L’informazione scomoda la fanno gli intrattenitori?

«La fa chi si trova davanti alla realtà e la racconta intera. Ci sono molti giornalisti tradizionali che la fanno meglio di noi tutti i giorni».

È una forma di supplenza della magistratura, della Chiesa, della scuola?

«Il nostro è un Paese con delle zone franche. Lo Stato non può controllarle perché non si possono militarizzare intere periferie. Facciamo dei dibattiti come se fossimo in Norvegia, mentre ci sono periferie che somigliano più al Messico. Andarci mette in crisi il sistema della zona franca fondato sull’impenetrabilità. Per questo papa Bergoglio parla delle periferie: la nostra società si basa anche sull’esclusione geografica, non solo di reddito».

Come valuti l’inchiesta di Fanpage.it sullo smaltimento dei rifiuti?

«Nunzio Perrella, l’agente provocatore di Fanpage.it, è un camorrista pentito. Con lui l’anno scorso facemmo un pezzo in cui raccontava come aveva sotterrato i rifiuti nella Terra dei fuochi. Allo stesso tavolo c’era una mamma che ha perso suo figlio per un tumore causato dalle sostanze inquinanti e il prete locale. Questo è Nemo».

Autori e giornalisti televisivi sono seguiti da un agente, tu no.

«Diciamo che non riesco a venir meno alla mia autonomia. Forse è un limite. Talvolta è più facile fare un discorso editoriale con gli agenti che con i dirigenti. È la fragilità degli editori a renderli ingombranti».

Hai lavorato a Vita no profit, a Radio Capital, alle Iene, a Matrix, a Presa diretta, a Piazzapulita, a Tv2000, ora in Rai.

«Quando il linguaggio si consolida mi stanco e cerco nuove sfide».

Mediaset, Rai, La7, Tv2000: dove hai avvertito più pressioni?

«Posso dire dove ne ho avvertite meno: a Tv2000».

Com’è cominciato tutto?

«Tra i 20 e i 30 anni seguivo due strade parallele: quella di sceneggiatore e attore e quella di collaboratore dei giornali romani. A un certo punto il mio amico Marco Lillo andò a Radio Capital e mi coinvolse. Vittorio Zucconi mi affidò un talk superveloce alla Stazione Termini sul tema del giorno. Davide Parenti lo ascoltava portando a scuola suo figlio e mi chiamò. Mario Monicelli, per il quale avevo scritto la sceneggiatura di Topi d’appartamento, avrebbe voluto che scrivessi La rosa del deserto, ma io non ce l’ho fatta e a quel punto la carriera è diventata unica. Poi ho scoperto che mi piace più far fare che fare. Quando dei ragazzi trovano il loro linguaggio, anche se non sono d’accordo con me, mi gaso».

Che vantaggi hai tratto dal fatto che tuo padre è stato direttore generale della Federazione italiana editori giornali?

«Una volta mi hanno consigliato di dire che li ho avuti perché si risulta più simpatici. Ma non ne ho avuti, anche per il tipo di persona che è mio padre. Di fronte a questa domanda sono impotente. In Italia se sei figlio di qualcuno che conta è certo che sei raccomandato. Come faccio a provare qualcosa che non è accaduto? Ho sempre avuto la partita Iva e contratti annuali. Ho rifiutato l’assunzione di Tv2000. Alle Iene ero pagato a servizio».

Elio Mastella, figlio di Clemente, ti rinfacciò la paternità influente. E quando il tuo servizio non andò in onda alle Iene perché considerato poco equilibrato ti sei dimesso: è andata così?

«Fui invitato a casa da Mastella e sua moglie. Lui mi spiegò che i politici meridionali erano sopravvissuti a Tangentopoli perché avevano un rapporto diretto con la gente. Che non è la raccomandazione, precisò, ma un’interlocuzione diretta. Fuori c’era la gente che gli portava la crostata e il caciocavallo. Quel servizio andò in onda. Volevo fare un seguito dicendo che era assurdo che inquisissero la moglie di Mastella per comportamenti apertamente dichiarati. Prima che producessi il mio servizio, Skytg 24 trasmise un pezzo in cui il figlio mi accusava di essere raccomandato: la iena ienata. Le domande le aveva formulate il collega di Sky, eppure lui si rivolgeva me, ma le mie risposte non si sentivano. Preparai un pezzo che smontava l’operazione, ma non fu trasmesso. Stava cadendo il governo Prodi».

Che cos’hai tratto da quella vicenda?

«Ho capito che il cognome conta per gli uomini e il nome conta per Dio. Il problema del mio cognome consiste nell’accusa, falsa, di essere raccomandato. Il problema del mio nome si pone se racconto la realtà attraverso l’accusa. Facendo Le Iene ero ritenuto un accusatore. Sono finito nella shit room di internet. Dimettendomi ho voluto affermare la mia dignità, senza fare la vittima della censura. Più della verità, al pubblico interessa la persona messa in mezzo. Così non usciamo mai dal meccanismo di accusa e ravvedimento. Il cristianesimo è proprio il disvelamento di questo meccanismo. Con Malpelo, Beati voi e ora con Nemo tento di mettere al centro la persona intera, non negando il suo male, ma integrandolo nella realtà che la circonda. Non è facile, però ogni tanto si estrae qualcosa dal silenzio, si rintracciano dei segni».

Ti sei lasciato male con Mediaset e Parenti?

«Con Mediaset non lo so. Me ne sono andato e non sono più tornato. A Parenti voglio bene».

Definisci Davide Parenti.

«Tutti abbiamo nei suoi confronti i problemi e le incomprensioni che hanno i figli con i genitori».

Enrico Mentana?

«È l’applicazione delle Lezioni americane di Italo Calvino. Un campione dell’immediatezza. Il racconto filmato non gli interessa».

Che invece interessa Corrado Formigli.

«È ai miei antipodi, più diretto e con meno dubbi, ma anche meno ironico. È quello che mi manca di più».

Paolo Ruffini?

«Un amico. L’unico che sopporta oltre un quarto d’ora di mie elucubrazioni».

 

Paolo Ruffini, direttore di Tv2000

Paolo Ruffini, direttore di Tv2000

A Tv2000 eri direttore creativo, hai fatto Beati voi e ideato altri programmi. Esperienza finita?

«Sono sempre in contatto. Spero che riprenda se ci si mette in un ambito un po’ più ampio».

Cioè?

«Portare i contenuti su più piattaforme. Lo scoop delle Iene sui 5 stelle non è andato in onda per la par condicio eppure ha avuto enorme risonanza partendo dal sito».

La televisione che hai fatto ti appaga o c’è qualcosa che ti pungola per il futuro?

«Mi piacerebbe tornare a scrivere serie tv. La mia creatività sarebbe più rivolta all’invenzione che alla realtà. Ma si colpisce sempre il bersaglio accanto a quello che si punta».

È difficile essere cattolici in tv?

«Rifiuto la logica delle quote e delle caselle. Noto che la maggior parte delle persone pensa pensieri di altri, luoghi comuni. Tanti giovani non credono per motivi inessenziali, ma molto radicati. Mi piacerebbe parlare del Dio sconosciuto, caro a san Paolo».

Hai deciso per chi votare?

«Sì, dopo vari ripensamenti. E non sono convintissimo. Però non lo dico, per rispetto del pubblico».

Che cosa o chi ti riconcilia con la vita?

«Il sorriso di mia madre, che non c’è più».

 

La Verità, 4 marzo 2018

 

«Racconto il mestiere di vivere con le parole»

Come si diventa uno tra i più apprezzati scrittori italiani essendo figli di genitori con la quinta elementare? «Mia madre era guardarobiera negli alberghi, mio padre controllore delle merci allo scarico del porto. Non avevano studiato, causa povertà. Ma erano entrambi persone curiose, lettori di giornali. I libri, invece, sono arrivati grazie alle nonne, una maestra elementare e una sarta, gran lettrice. A fine giornata girava una sedia al contrario, vi si inginocchiava poggiando i gomiti sul tavolo davanti al libro. E, in quella posizione, rubava un’ora di lettura prima di andare a dormire». Veneziano di nascita, cinquantaquattro anni, vincitore del Premio Strega nel 2009 con Stabat mater, autore teatrale, fondatore del sito Nazione indiana e poi di Il primo amore, Tiziano Scarpa è uno dei più versatili autori della sua generazione. Da poco ha pubblicato il suo sesto romanzo, Il cipiglio del gufo (Einaudi), ambientato a Venezia, che ha per protagonisti un famoso radiocronista a rischio Alzheimer, un ex professore che vuole salvare il figlio hikikomori, un giovane superdotato che vorrebbe farsi mantenere da anziane facoltose.

Da una nonna gran lettrice e dei genitori curiosi a diventare scrittori ne deve passare di acqua…

«A tredici anni ho cominciato a leggere Herman Hesse, Henry Miller, Thomas Mann perché vi trovavo quelle cose che gli adulti tacevano a noi adolescenti. Mi sono appassionato e ho fatto i primi tentativi. Poi mi sono iscritto a Lettere… Un recente libro di Federico Fubini intitolato La maestra e la camorrista, sottotitolo Perché in Italia resti quel che nasci, documenta che la condizione sociale rimane quella di partenza per generazioni. Se la mia storia è l’eccezione che conferma la regola dipende dalla forza della letteratura».

La copertina dell'ultimo romanzo di Tiziano Scarpa

La copertina dell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa

In che senso?

«Nel senso che non prevede albi di categoria, esami di Stato, selezioni ufficiali e concorsi come quasi tutte le professioni. Nessuno ha mai chiesto ad Agatha Christie se fosse stata investigatrice prima d’iniziare a scrivere gialli. Uno scrittore non rappresenta una testata o una rete televisiva, non scrive perché è autorizzato da qualcuno. Semplicemente esprime il suo pensiero e il suo talento. Questo può incrinare le gabbie nelle quali la società moderna ha ingessato le differenze di classe».

Le leggo due sue definizioni di Venezia: «È un armadio tarlato che puzza di naftalina pieno di bambole di stoffa putrefatta»; «È un temporary shop per temporary citizens». Qual è quella giusta?

«La prima è il pensiero di Carletto Zen, il giovanotto del romanzo. Non è detto che io concordi con i miei personaggi. Milan Kundera la chiama ironia romanzesca».

E la seconda definizione?

«In quella mi riconosco. In tutti i centri storici assistiamo a un continuo avvicendarsi di commercializzazioni temporanee. Inoltre, si sta affermando una nuova cittadinanza, composta di turisti, che sono cittadini temporanei. Che, secondo Marco D’Eramo, sono un quarto dell’umanità».

Perciò non c’è bisogno di vendere Venezia?

«Già adesso non è in mano nostre. Mi ha molto colpito il dato pubblicato dal Gruppo 25 aprile secondo cui il 99% dei bar e ristoranti di San Marco è di proprietà di cinesi, albanesi e mediorientali. Le tante fondazioni russe, francesi, americane, sono un arricchimento. Il marchio della città è un fattore moltiplicatorio. Damien Hirst avrebbe potuto fare la sua esposizione a Shangai, a Dubai a Miami, invece ha scelto Venezia. I grandi marchi internazionali hanno le loro sedi di rappresentanza a New York, Londra, Parigi e Venezia. Gli stranieri sembrano aver capito prima di noi la forza di questa città».

Non ne siamo abbastanza consapevoli?

«Non la conosciamo abbastanza. Me ne sono reso conto tornandoci a vivere dodici anni fa. Scrivendo Stabat mater mi sono accorto che nessuno conosceva la storia dell’Orfanotrofio della Pietà, dove insegnò Antonio Vivaldi e nacquero Le quattro stagioni. Una storia straordinaria, che ci svelava il welfare del XVIII° secolo. Nell’orfanotrofio vivevano ragazzi e ragazze abbandonati alla nascita. I ragazzi lavoravano alla costruzione delle navi, le ragazze cucinavano e cucivano, mentre le più dotate suonavano e cantavano, nascoste dietro le grate. Gli ospiti che assistevano a quei concerti dimostravano il loro apprezzamento con la beneficenza che serviva a mantenere l’orfanotrofio».

La Chiesa della Pietà a Venezia, vicino all'ex orfanotrofio poi divenuto ospedale

La Chiesa della Pietà dell’ex orfanotrofio frequentato da Vivaldi, poi divenuto ospedale

Com’è cambiata la sua vita di scrittore dopo il Premio Strega?

«Stabat mater aveva già avuto cinque edizioni. Il Premio Strega ne decuplicò le vendite e lo fece entrare nelle case. Con i guadagni dei diritti d’autore per alcuni anni ho potuto concentrarmi sulla scrittura, riducendo le collaborazioni e le letture sceniche. In Italia quella dello scrittore non è considerata una professione a tutti gli effetti».

Ho letto che Il cipiglio del gufo l’ha scritto durante una residenza in Alta Baviera.

«Ospite dell’Internationales Künstlerhaus di Villa Concordia a Bamberg. Ogni anno, insieme a sei tedeschi, vengono invitati altrettanti scrittori e artisti di un’altra nazionalità. Nel 2016 toccò all’Italia. È una convivenza, uno scambio culturale. Si percepisce un contenuto ma gradito mensile. Si partecipa a qualche conferenza. Io ne ho approfittato per far uscire il mio romanzo dal bozzolo nel quale lo incubavo da tempo. Nei Paesi anglosassoni c’è considerazione e rispetto per il tempo creativo. Da noi c’è molto volontariato».

In un articolo su Il del Sole 24 Ore Marco Rossari ha scritto di aver accettato di dirigere il Circolo dei lettori di un paese dell’hinterland milanese per la consistenza del compenso assegnatogli.

«Per fortuna non ci sono solo prestazioni gratuite. Ma senza il volontariato tante attività non esisterebbero. Mi riferisco alle presentazioni di libri, alle partecipazioni a giurie, alle letture dei classici nelle scuole. È un’attività che alimenta la vita culturale del Paese. I festival di letteratura funzionano perché costano poco».

Lei è tra i fondatori dei siti Nazione indiana e Il Primo amore. Che bilancio fa dell’attività letteraria online?

«Nazione indiana nacque nel 2003. All’inizio serviva per seguire gli interventi di molti di noi sulle testate locali. Poi è cresciuto ulteriormente. Il Primo amore è un sito collettivo molto vitale, che comprende la rivista cartacea e organizza convegni e cammini estivi. Quest’estate partiremo dal Salento, sbarcheremo in Grecia e arriveremo ad Atene. Quando vogliamo dire qualcosa, pubblicare una recensione o un intervento, abbiamo un posto dove esprimerci senza bisogno di chiedere spazi a quotidiani o altre testate».

Vi stimola questa dimensione collettiva: avete anche un vostro salotto veneziano…

«Più che un salotto è una pizzeria. Con me ci sono Romolo Bugaro, Roberto Ferrucci, Diogo Mainardi, Mauro Covacich. È il bisogno di stare con chi condivide gli astratti furori dell’arte alfabetica».

Lo scrittore è un animale solitario o sociale?

«Di fronte al foglio bianco sei solo. La lingua che usiamo oggi è nata 2.500 o 3.000 anni fa. Quando cerchi le parole intavoli un dialogo con i morti. Non faccio leggere nemmeno a mia moglie le mie pagine. Poi quando l’opera prende forma ci può essere un confronto con chi mi fido e stimo».

Come le sono venuti questi tre personaggi? In ognuno di loro c’è qualcosa di lei, forse soprattutto nel radiocronista che in un diario si rivolge alle parole.

«È un personaggio che mi sono appuntato parecchi anni fa. Immaginavo qualcuno che vive con le parole e comincia a perderne l’uso. Mi sono chiesto: chi sono i funzionari della nostra epoca, coloro che tengono in piedi il mondo com’è oggi? I presentatori, i dj, gli editorialisti, i telecronisti. La parlantina, la performance verbale, determina il successo di politici e ospiti dei talk show. Pensiamo a Paolo Bonolis, Vittorio Sgarbi, Fabio Caressa. I calciatori durano 15 anni al massimo. I radiocronisti resistono trenta quarant’anni. Maurizio Costanzo, Pippo Baudo, Fabio Fazio hanno cominciato a vent’anni e vanno avanti fino a 90».

Maurizio Costanzo. Per Scarpa «presentatori, dj, telecronisti sono i funzionari di oggi»

Maurizio Costanzo. Per Tiziano Scarpa «presentatori, dj e telecronisti sono i funzionari di oggi»

Il suo radiocronista «si esprimeva a piccoli cenni, grugniti sommessi, ma di fatto restava sovranamente taciturno». Lei si diverte scrivendo?

«Certo. Scrivo anche per scoprire i miei personaggi. La scrittura non è riprodurre un evento mentale già accaduto. È un processo che avviene e si propaga».

Che rapporto ha con la politica?

«Non mi è mai capitato d’impegnarmi in un partito. A volte penso che i sondaggi siano rappresentazioni dell’anima: il 30% di me si riconosce con quelli, il 25% con quegli altri. Come frazioni della singola persona».

Che cos’è per lei la speranza?

«L’ho ritrovata in una persona come Marco Cappato, uno che ha rischiato di suo. È quello che una volta si diceva un esempio».

Per il merito della battaglia o per la disponibilità al rischio personale?

«Per entrambe le cose. Mi spiego: ci sono persone e opere che fanno avanzare la convivenza civile. Un film come Divorzio all’italiana mostrò che la legge sul delitto d’onore era anacronistica e che invece serviva quella sul divorzio».

Oggi viviamo in una società dove se un figlio è indesiderato si può abortire e, al contrario, se lo vogliamo ce lo possiamo fabbricare. Voglio, posso, faccio: l’arbitrio è l’alfa e l’omega della legislazione moderna?

«Lo si può chiamare arbitrio, ma lo si può chiamare anche responsabilità. Un tempo queste scelte erano governate dalle cosiddette agenzie morali, la Chiesa e i partiti. Rovesciando la medaglia ci accorgiamo che la libertà individuale può generare angoscia. Avere una Chiesa che guida forse toglie un po’ di libertà, ma non lascia soli. L’autonomia non è solo un fatto di frivolezza, di prender le cose alla leggera».

Ma può essere un fatto di egoismo: scelgo a mio piacimento tra bianco e nero, come fossi dio.

«Come se ognuno fosse il legislatore di sé stesso. Ma dare in appalto la coscienza non può essere la soluzione».

 

La Verità, 25 febbraio 2018

 

«Vorrei tornare all’Ariston da direttore artistico»

Lui il primo Festival di Sanremo l’ha presentato a 28 anni. Era il 1980, preistoria. L’alba di un decennio di svolta. Irripetibile. Visto da qui, dall’Ufficio rotondo, Milano zona San Siro, tutt’altro che archeologia. È presente, attualità, nella storia di Claudio Cecchetto: dj, talent scout, fondatore di radio, produttore musicale, manager dello spettacolo, autore e conduttore televisivo. 65 anni, nativo di Ceggia, paesino della provincia di Venezia, figlio di un camionista. Una discreta parabola. Condurre la più importante manifestazione italiana a quell’età è da vertigini. Un sogno che si avvera ancor prima di essere sognato. Come si fa a non montarsi la testa? A iniziare a guardare tutti dall’alto? E soprattutto: dopo, che si fa? Si presenta il secondo e il terzo, in rapida successione. Senza fermarsi a pensare che sei andato più veloce del tempo. Che hai preso il destino in contropiede. E che a trent’anni hai già vinto tutto, come Beppe Bergomi campione del mondo a 19 anni, nel 1982. Cose che succedevano a quei tempi.

Nella sua biografia, parlando della proposta di condurre Sanremo, scrive: «Nella mia carriera ho sempre avuto l’impressione che quando c’era qualcosa da cambiare chiamassero me».  

«È così. Poi bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Gianni Ravera mi aveva visto a Discoring e voleva rinnovare il Festival reduce da un’edizione un po’ così. Era il momento delle radio libere. Sono stato fortunato a essere il rappresentante del cambiamento. Non ero io il cambiamento, ci ero dentro. Peraltro, c’era anche un problema. Che mi guardai bene dal sollevare».

Cioè?

«Era il Festival della canzone italiana, ma io conoscevo quasi solo musica straniera. Nelle radio si mettevano dischi d’importazione, dance, new wave, rock. Ma non volevo certo porre dubbi. E siccome la fortuna aiuta gli audaci, un mese dopo seppi che, oltre all’attrice Olimpia Carlisi, nella serata finale ci sarebbe stato anche Roberto Benigni».

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Claudio Cecchetto con Roberto Benigni e Olimpia Carlisi al Festival di Sanremo del 1980

Come ricorda quei momenti? Oggi sarebbero possibili?

«Negli anni Ottanta si osava molto più di adesso. Sì, stava nascendo la tv commerciale, ma si poteva ancora sperimentare. Per me era tutto un regalo, non volevo diventare un personaggio televisivo. Il mio sogno era la radio. Avevo l’incoscienza dell’età: più che per l’opportunità professionale, ero contento che mi vedessero mio padre e mia madre».

Le è piaciuto il Festival di Claudio Baglioni?

«Mi è piaciuto, sì. Sono abituato ad aspettare prima di dare giudizi: se una proposta è diversa dalle tue aspettative non significa che sia brutta, diamole una chance. Dopo la seconda serata ho mandato questo sms a Baglioni: “Volevo farti i complimenti per Sanremo. La tua presenza in video rende piacevole tutti i contenuti del festival e grazie a te emerge anche il talento delle persone che hai scelto. Grande, un abbraccio. Ps. Mai visto il pubblico in sala a Sanremo così contento”. Questo è quello che penso».

Non c’è stato solo Fiorello.

«Perciò ho aspettato la seconda serata. Fiorello è una forza della natura, il divario è così evidente. Invece, guardando meglio, mi sono accorto che aspettavo riapparisse Baglioni. La sua presenza metteva a posto le cose, dava le misure. Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino sono entrambi bravi e professionali, ma è stato Baglioni la ricchezza del Festival».

Il «dittatore artistico» che ha inserito tanti artisti della Friends & Partners, la società che lo produce.

«Queste sono cattiverie per i titoli dei giornali. Se devi fare un bel Festival chiami chi fa squadra. E magari così riesci a spendere meno. Poi ci sono anche gli altri, i Negramaro non erano di Friends & Partners. Anche quando conducevo il Festivalbar dicevano: Cecchetto fa cantare i suoi, Sandy Marton, Tracy Spencer… Ma era gente affermata a livello internazionale. Conta che il pubblico sia contento e mi pare lo sia stato».

Cosa fa quando c’è Fiorello in tv? Vi sentite prima e dopo?

«Ci siamo sentiti, era contento. Fiorello non è un Robocop. Ha bisogno di avvertire affetto attorno a sé. Quando è salito all’improvviso sul palco quell’uomo, lui ci avrebbe fatto mezza serata. È un’anima sorridente, un cuore allegro, diverso da un comico».

Però fa divertire.

«Che non è solo far ridere. Ha la comicità della nostra gang, che ricorda i vecchi caffè degli artisti, dove si discuteva e si cresceva. Il posto favorisce le contaminazioni: Jovanotti che incontra Fiorello che incontra Gerry Scotti che incontra Fabio Volo che incontra Max Pezzali. Una catena del talento».

Fiorello è stato presentato come lo scaldapubblico.

«È riduttivo. Fiorello garantisce una partenza positiva. È uno generoso, preferisce essere all’inizio delle cose. Non dice: prima voglio vedere se funziona. Piuttosto, la sua partecipazione alza l’asticella per quelli che arrivano dopo».

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Baglioni e Michelle Hunziker

Fiorello ospite della prima serata del Festival con Claudio Baglioni e Michelle Hunziker

Come fa un ragazzo nato a Ceggia, seimila anime, a diventare Claudio Cecchetto?

«Culo. Volevo intitolare Che culo il mio libro. Sottotitolo: quello che ho avuto e quello che mi sono fatto».

Ha un’immagine di questa storia?

«Ci dev’essere qualcuno lassù che ha pensato a me. Io ho cercato sempre di farmi trovare pronto e nello stesso tempo di non montarmi la testa. Ho cercato di trasmettere questa semplicità anche ai ragazzi. Quando vedevo il rischio, partiva il discorso preventivo: ricordiamoci sempre da dove veniamo, che la nostra è una condizione fortunata e non dovuta. Ringraziamo il cielo che ci sia, ma quello che abbiamo ottenuto è gratis. Ho sempre pensato che se fai bene le cose prima o poi i risultati arrivano».

Da ragazzino voleva fare il batterista. Un giorno di riposo della band andò nello studio per cambiare le pelli dei tamburi e vi trovò i suoi compagni che suonavano con un altro batterista.

«Da ragazzi si pensa che la batteria permetta di non studiare la musica. A me piaceva il ritmo. Mi piace sentire suonare bene la batteria; ma se io non la suono bene non piace neanche a me. Volevo stare in quella band, ma dopo il primo momento di stupore, mi accorsi che quel ragazzo suonava meglio. Lì è scoccata la scintilla del talent scout. Se trovo uno che sa fare bene una cosa e collaboriamo affinché si affermi, in qualche modo mi affermo con lui».

Dice Jovanotti che «il mondo di Claudio Cecchetto è un posto dove un ragazzo che mixa i dischi diventa un cantante che scrive le sue canzoni, il commesso di un panettiere diventa lo scrittore che vende di più e un animatore di villaggi diventa il più grande showman in circolazione». Scoprire e valorizzare i talenti degli altri è il talento dei talenti?

«Certamente è un talento. Bisogna vedere le persone, intravederle. Fabio Volo venne a Radio Capital per convincermi a trasmettere un suo disco. Rimanemmo mezz’ora a parlare: “Cosa ti piace fare?”. “Leggo molti libri”. Gli proposi un baratto: “Ti metto il disco a patto che tu venga a trasmettere da me”. Ero pieno di dj che sapevano solo di musica, finalmente uno che legge. Fiorello arrivò a Radio Deejay con Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo, che gli aveva detto che lì era pieno di ragazze. Andammo a cena e vidi subito quell’energia, un po’ grezza, ma esplosiva e incontenibile. Peraltro, lui imitava cantanti italiani e Deejay trasmetteva solo musica inglese. Poco alla volta ci siamo integrati, modernizzati, ognuno rimanendo sé stesso».

Jovanotti, Fiorello, Max Pezzali, Amadeus, Gerry Scotti, Leonardo Pieraccioni, Fabio Volo, Dj Francesco, Sandy Marton. Si parla poco di Sabrina Salerno…

«Ho prodotto il suo primo album che conteneva Boys boys boys, ma non faceva parte della mia organizzazione. Ha camminato con le sue gambe. È una figura legata agli anni Ottanta e Novanta, anche se mi risulta abbia ancora seguito in Spagna».

Sanremo e Fantastico, poi il lancio di Radio Deejay: erano gli anni delle ideologie, gli anni di piombo. Non è mai stato sfiorato dalla politica?

«Avevo così tanto da fare… Finivo un progetto ed entravo direttamente in un altro».

C’era la guerra in Italia.

«Pensavo a creare un mondo migliore con i miei mezzi. Mia sorella è psicologa e si occupa di far star bene chi soffre. Anch’io mi sono sempre occupato del benessere delle persone. Sono figlio degli anni Settanta, ero partito dagli ideali: ci sono i problemi, i conflitti, ma possiamo anche divertirci. Non mi spiegavo come mai se i giovani partono sempre di sinistra, alla fine la sinistra perdeva lo stesso. Vorrei vedere più giovani in politica. Ma non come i giovani di Sanremo, che sono istruiti dai vecchi e fanno le stesse cose dei vecchi».

È uno dei pochi ad aver lavorato in Rai, in Mediaset e con il Gruppo Espresso: come se lo spiega?

«Avevo un prodotto di successo, che per loro era un business. La radio volevo venderla a Berlusconi, ma Adriano Galliani disse che non erano interessati. Glielo dissi quando Berlusconi mi chiese: “Perché non l’hai venduta a me?”. Se volevo che Deejay crescesse dovevo associarmi a un grande marchio. Nonostante tutto, il Gruppo Espresso ha usato Deejay per la musica non come veicolo politico».

Adesso che cosa sta facendo?

«Faccio il Cecchetto, come al solito, mille cose insieme».

Ok, il progetto principale?

«Sto seguendo il tour di Max Pezzali, Nek e Francesco Renga. Era un’idea buona, ma vogliamo creare un evento musicale che vada oltre la somma dei fan dei tre artisti».

Che rapporto ha con il web?

«È la nuova frontiera del talent scout. Radio e tv sono sature e hanno tempi sempre più stretti. Internet è il pianeta dove trovare gli artisti del futuro. Con Stefano Longoni cerchiamo ragazzi da lanciare attraverso un format che abbiamo chiamato Starcube e che è il contrario di The Voice. Dentro un cubo vedo l’artista muoversi e ballare con l’audio abbassato: dev’essere la sua presenza a farmi venir voglia di alzare il volume. È il mio metodo di lavoro: non ho mai fatto provini sulla voce, è il contatto con la persona a svelarne il talento. Se mi fossi basato sull’estensione vocale forse non avrei lanciato Jovanotti».

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due degli artisti da lui lanciati

Claudio Cecchetto con Fiorello e Max Pezzali, due dei tanti artisti da lui lanciati

Accoglienza finora?

«Tiepida, ma non demordo. Oggi i dirigenti tv producono solo format garantiti. Io non voglio sostituire prodotti già in voga, ma aggiungere un’alternativa. Prima o poi produrrò una puntata pilota».

Cosa pensa dei talent show?

«Sono il matrimonio giusto tra tv e discografia. La tv ha suggerito alla discografia di fare spettacolo e non solo musica. Il primo talent show fu Castrocaro. Gli artisti di successo possono emergere anche altrove, non è colpa dei talent se non esce l’artista».

Qualcuno che le piace di più di questi anni?

«Marco Mengoni ha buone possibilità di diventare un artista storico. Del livello di Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Negramaro, Max Pezzali, Biagio Antonacci. L’X Factor che produce più artisti è quello inglese perché c’è Simon Cowell, un talent scout. Per un cantante è difficile giudicare un altro cantante».

Mara Maionchi?

«È una discografica, un’animale televisivo. Un piacere sentirla su qualsiasi argomento».

Il momento che ricorda con più piacere della sua carriera?

«Il Festival del 1981. Uscendo alla fine della finale, il mondo mi era cambiato davanti. La gente mi voleva abbracciare, le ragazze m’infilavano il numero di telefono in tasca, scene di fanatismo. Quella volta ho pensato ai Beatles».

E quello che le provoca dispiacere?

«Ognuno ha qualche rimpianto. Ma con la fortuna che ho avuto non è proprio il caso di lamentarsi».

Un progetto ancora da realizzare?

«Ho avuto due nascite, quella naturale a Ceggia, e quella artistica, a Sanremo. Per questo, mi piacerebbe tornare a Sanremo da direttore artistico».

In un libro sul lavoro Primo Levi scrive che si avvicina alla felicità l’uomo che riesce a far coincidere la sua passione con il mestiere.

«Le prime volte che andavo in radio non c’era lo stipendio, si mangiava gratis al ristorante in cambio della pubblicità. Non mi mancava nulla, non pensavo a guadagnare. La felicità di svegliarsi ogni giorno sapendo di fare la cosa che mi piaceva di più era appagante. Se poi ti pagano anche, è il massimo».

Non c’è il rischio che la vita coincida con il lavoro?

«Solo così si hanno grandi risultati. Una passione non prevede il part time. Per esempio, in discoteca mi annoiavo. O mettevo i dischi o niente».

Va in vacanza?

«All’Elba. Sono amico del padrone dell’hotel. Organizzo la serata di Ferragosto. Metto i dischi, li scelgo, preparo la scaletta. Una settimana di preparativi. Spotify, I-tunes, un’ora in spiaggia al giorno. Dal 16 mi annoio. Quando mi chiedono che musica metto in sottofondo, rispondo: in sottofondo non esiste, quello che faccio è in sottofondo. Per questo non posso fare l’amore con la musica».

Il genere musicale del futuro?

«La musica trap. Quella di Ghali e Sfera Ebbasta».

Come talent scout su chi scommetterebbe?

«Su Oel, quello delle Focaccine dell’Esselunga».

Diciamo che non deve fare molta strada.

«Diciamo che lo conosco bene».

Che cos’è la gratitudine?

«È un sentimento ambivalente, che serve al gratificato e al gratificante. Si deve anche stare attenti a non pretendere una gratitudine maggiore di quella che ci si merita. Quando lanci un artista è come un figlio: dev’essere libero di andare e sbagliare, senza pensare di doverti ringraziare tutta la vita. L’artista ha la sua strada, lo sa che sei suo padre. Bisogna avere le palle per essere grati. I miei artisti le hanno».

La Verità, 11 febbraio 2018

«Paolo VI e Donato Bilancia mi dissero…»

Si accomodi lì, è il posto dei pazienti», sorride Vittorino Andreoli. «Pronto per essere analizzato», annuisco. Lo studio del professore veronese, psichiatra di fama internazionale e autore di perizie sui casi di cronaca nera che hanno segnato gli ultimi trent’anni di storia, è nel bellissimo salone di una dimora del Cinquecento. Ci sono una grande scrivania, un inginocchiatoio, stucchi e affreschi. «Non è casa mia, io amo la campagna», precisa. «Questo è uno dei due palazzi veneziani rimasti di quella che fu una dominazione tremenda. Qui hanno comandato austriaci, francesi e la Serenissima, la peggiore. I veronesi non amano i veneziani. Della ventina di leoni di San Marco che arredavano piazze e monumenti, poco alla volta ne è rimasto uno solo perché si faceva a gara per toglierli. Sa come sono i veronesi…».

No, mi fa l’identikit?

«Gran lavoratori, molto centrati su di sé, poco amanti della cultura. Parlo anche di me, s’intende. I veneziani invece non lavorano. Veneziani gran signori, vicentini magna gati, veronesi tuti mati».

Da psichiatra ha giocato in casa.

«Noi veronesi siamo così. Amavamo re Teodorico che se ne stava nella sua rocca e, racconta la leggenda, morì rincorrendo un cervo d’oro. Delirava, ma i veronesi lo adoravano malgrado fosse barbaro, invasore e pazzoide. La pearà, una salsa particolare che accompagna il bollito, è diventata il piatto veronese per definizione perché era il suo preferito».

Insisto: l’indole dei locali c’entra con la sua professione?

«Mettiamola così: conosco la lingua madre e questo aiuta. Faccio il mio lavoro con il dialetto. Nel raptus non si dice: “Guarda, c’è il demonio che ti mangia”, ma: “Varda, gh’è el demonio che te magna”. Ho lavorato anche negli Stati Uniti, ma i matti veronesi sono i miei preferiti. Come uno che predilige le donne modenesi».

Settantasette anni, statura, chioma e sopracciglia da scienziato istrione, frequente ospite di salotti tv sul disastro antropologico contemporaneo, prolifico saggista e autore di narrativa, nell’ultimo libro intitolato Il silenzio delle pietre (Rizzoli), Andreoli racconta di un uomo che nel 2028 fugge dalla sua città e si ritira nel Sutherland, alta Scozia, territorio con «un abitante per chilometro quadrato, la più bassa concentrazione umana di tutto il pianeta, deserto compreso».

Il nuovo romanzo con parti autobiografiche di Vittorino Andreoli

Il nuovo romanzo con parti autobiografiche di Vittorino Andreoli

Siamo in via XX settembre 35, lo stesso indirizzo del protagonista del romanzo. È mai stato a Inverkirkaig?

«15 anni fa ho fatto sistemare da un architetto una casa di pescatori davanti a una baia sull’Oceano. Adesso ci vado meno perché è troppo isolata, ma ho sempre amato la Scozia. Per un anno ho studiato a Cambridge e quando potevo scappavo lassù. Ci ho trascorso molte estati. Anche se lì, come si dice, le stagioni le puoi vivere tutte in un giorno».

Ci andava per immergersi nella natura?

«Per ridurre la paura dell’uomo. Penso che chiunque voglia fuggire dalla città immagini un posto così».

Quindi è un libro con parti autobiografiche?

«Ci sono esperienze, sentimenti, pensieri personali».

Anche sul rapporto con la sua città?

«Ho un ottimo rapporto con Verona. Mi muovo, vado all’estero, ma ho sempre voglia di tornarci. La città non va abbandonata, ma ripensata allo scopo di renderla vivibile per tutti».

A fine anni Novanta poteva farlo candidandosi come sindaco.

«Alcuni cittadini avevano fatto il mio nome. La gente mi vuole bene. Non me ne vogliono giornalisti e professionisti».

Perché uno psichiatra scrive romanzi, in parte autobiografici?

«Lo psichiatra non è un fisico che studia le particelle in modo distaccato, con i suoi pazienti si mette in gioco. Scrivere romanzi è l’unico modo per esprimere i miei sentimenti, per immedesimarmi».

La storia del suo personaggio senza nome contiene un dilemma antropologico: meglio la vita nella metropoli o nella natura?

«Il mio personaggio è stanco del mondo metropolitano, pensa a un mondo che si è fermato al quinto giorno del libro della Genesi».

Dicevamo del dilemma antropologico.

«Se è per questo ci sono tutti i dualismi: silenzio e rumore, isolamento e ressa, solitudine e compagnia, animali e uomo».

Scrive che forse sarebbe stato meglio si fosse occupato di zoologia anziché di psichiatria. Le prime 80 pagine sono descrizioni di uccelli marini.

«Li osservo senza pretese scientifiche. All’inizio, sembra che la natura sia l’eden, invece poco alla volta il protagonista scopre che anche gli uccelli sono pericolosi, come nel film di Alfred Hitchcock. Anche in riva all’oceano c’è bisogno dell’uomo. Questo è l’approdo dello psichiatra: senza l’altro, l’io non esiste».

Lei ha seguito i casi più tragici della storia criminale recente, da Pietro Maso a Donato Bilancia a Luigi Chiatti. Che cosa ne ha tratto?

«Quando iniziai a fare lo psichiatra si pensava che il matto fosse una summa di devianze: irrazionalità, immoralità, impulsività, rapporto alterato col reale. Io mi son sempre chiesto: che cos’ha di umano questa persona? Cosa c’è di positivo nella follia? Lo schizofrenico veronese Carlo Zinelli, mio paziente, è diventato un grande pittore: al Guggenheim di Venezia per vedere le sue opere ho pagato un biglietto d’ingresso. Donato Bilancia è stato il più grande criminale del Novecento italiano. Ha commesso 17 omicidi in sei mesi. Un giorno mi disse: “Ci sono due persone che godono della mia massima stima. La prima è chi mi ha insegnato a rubare, la seconda è lei”. Ho sempre rispettato l’uomo nel paziente. Lo vedevo ogni giorno, mi aveva raccontato tutto. “Che cosa posso raccontarle che non le abbia già detto? Non le ho mai parlato di quelli a cui è andata bene”. Capisce il grado di fiducia?».

Crede nell’esistenza del demonio?

«Nel 1972 scrissi un libro intitolato Demonologia e schizofrenia. Il cardinale di Milano Giovanni Colombo mi telefonò per chiedermi se ero disposto a incontrare Palo VI. Lo vidi due volte. La prima mi chiese se avessi mai avuto un paziente il cui comportamento fosse collegabile alla possessione. Risposi che mi ero imbattuto nei limiti della conoscenza, ma mai avevo pensato alla necessità di un’entità esterna all’uomo. Per noi il male è nell’uomo e nella società. Mi chiese ancora se la psichiatria avesse mai rilevato casi di possessione. Mi presi del tempo. Quando ci rivedemmo dopo un mese gli dissi che i dubbi della psichiatria non riguardano il trascendente, bensì la funzionalità dell’uomo da solo e in mezzo agli altri uomini. Mentre, prendendomi sotto braccio mi accompagnò alla porta, continuava a ripetere: “Il male c’è, professore; il male c’è”. Qualche tempo dopo scrisse la famosa lettera sull’esistenza del maligno e “il fumo di Satana entrato nella Chiesa”».

Papa Paolo VI, che Andreoli incontrò due volte per parlare dell'esistenza del demonio

Papa Paolo VI, che Andreoli incontrò due volte per parlare dell’esistenza del demonio

La società del 2028 che descrive nel romanzo è un mondo in cui la trasgressione è il principale strumento di successo e chi è stanco di vivere si può ammazzare. Pensa che tutto precipiterà così rapidamente o è fantascienza?

«Tutto fuorché fantascienza. Estremizzo fatti che già accadono. Se avessi traslato il racconto di un secolo sarebbe stata fantascienza. In dieci anni il declino può diventare precipizio. Se non cambierà qualcosa, in un decennio l’uomo pulsionale che agisce in base ai sensi – voglio, mi piace, lo prendo – avrà vinto».

Qual è la causa di questa deriva?

«Con Tangentopoli scoprimmo che un gruppo di persone usava il denaro per appropriarsi di tutto, potere, vantaggi, donne. Nel mio studio vennero a chiedere aiuto politici e ministri. Non dormivano, vivevano nel terrore. Sembrava che si dovessero correggere le abitudini di una fetta di popolazione. Invece, la corruzione è diventata di massa. Una volta gli avvisi di garanzia spaventavano. Oggi sono relativizzati. Si dice che bisogna essere flessibili, adeguarsi. È la banalità della corruzione. Il verbo rubare è stato cancellato».

Da psichiatra cosa pensa delle baby gang e di ciò che avviene nelle nostre scuole?

«Non ci sono più educazione e principio di autorità. Non c’è più differenza tra bene e male. I genitori ricorrono al Tar perché il figlio ha preso nove anziché dieci. Un alunno di 17 anni sfregia l’insegnante con un coltello perché vuole interrogarlo. Educare è insegnare a vivere. Purtroppo non vedo i maestri. La risposta alle baby gang è mandare 100 militari in più a Napoli?».

La soluzione?

«Leggi che rispondano ai principi, i quali appartengono alla natura dell’uomo. La consapevolezza della propria fragilità, che è una conquista perché ci fa capire di aver bisogno dell’altro, il rispetto della donna che può diventare madre, l’amore e il dono di sé».

Da dove cominciare?

«Mi sono attribuito l’ambizione di completare la massima socratica: “Conosci te stesso”. Aggiungerei: per vivere meglio con l’altro».

Che consiglio darebbe ai politici in vista delle elezioni?

«Di farsi aiutare – da soli non ce la fanno – a scoprire se il loro impegno è motivato dalla ricerca di una gratificazione dell’ego, o da un reale servizio alla comunità. Politico deriva da polis, città: siamo sempre lì. Purtroppo, non vedo nessuno con questo spirito».

Perciò non andrà a votare?

«Non glielo dico. Amo la democrazia, non quella mascherata delle sette».

Ha mai pensato di entrare in politica?

«Mi è stato proposto in due occasioni molto importanti, ma ho declinato. Il mio sogno sarebbe andare 15 giorni a Palazzo Chigi o a Montecitorio. Ma non mi vogliono».

Per analizzare i politici?

«Per curarli. Sono maghi nel fregare la fiducia delle persone. Con l’occhio clinico vedo subito quando qualcuno recita. Il potere è una malattia sociale gravissima, si crede di curarla aumentandolo».

Crede in Dio?

«Se non credo in Dio devo credere al caso. Nel nostro cervello ci sono 85 miliardi di cellule organizzate in una rete a cui si legano idee, parole, gesti, fantasia, desideri. Come si fa a non credere che esista un Creatore? Più difficile è credere in un Dio che regola la morale. Molti miei amici lo hanno incontrato, io spero visiti anche me».

La Verità, 4 febbraio 2017