Schlein entra nel cast della serie Che tempo che fa

No, il basso profilo e il senso della misura non sono tra le doti principali di Elly Schlein, nuovo personaggio di Che tempo che fa giunto alla ventesima stagione (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,4%, 2,7 milioni di telespettatori). Ormai del programma di Fabio Fazio si parla come di una serie tv tanto ricorrono, immancabili, i soliti personaggi. La neosegretaria dem si era seduta sulla poltroncina bianca accostata all’acquario non più tardi dell’11 dicembre scorso e ci è tornata a stretto giro di elezione dopo aver furbamente rintuzzato le avance di Bruno Vespa. Si sa, ognuno sceglie la poltroncina che predilige, quella dove il conforto è maggiore e Schlein ha preferito accomodarsi davanti al «fratacchione», dopo Luca Mercalli e prima di Roberto Burioni, due habitué della corte faziosa a differenza di Carlo Rovelli, intervistato nell’anteprima sul suo interessantissimo Buchi bianchi (Adelphi). «Si è risvegliata una speranza, si è riunito un popolo», ha scandito la nuova leader a commento del suo controverso successo. Con queste premesse la conversazione è scivolata via tranquilla, figurarsi se il conduttore poteva interrompere l’emozione. Schlein era raggiante, spesso con mani giunte e dita incrociate, in adorazione del gran cerimoniere del veltronismo catodico. Ha slalomeggiato tra le poche domande non compiacenti, come sull’Ucraina e sull’ipotesi di nominare Stefano Bonaccini presidente per unire tutte le anime del Pd. Per il resto ha suonato le solite note del salario minimo, della sanità pubblica e del contrasto a «queste destre», sottolineando l’«aggressione squadrista» davanti al liceo di Firenze e rispolverando Lettera a una professoressa di don Milani per criticare il recupero governativo del criterio del merito, per altro previsto dall’articolo 34 della Costituzione nonché battaglia storica della sinistra che però ora, stranamente, il nuovo Pd sta rigettando. Non ci si poteva certo aspettare che lo schieratissimo Fazio, buono con i suoi stizzoso con gli altri, glielo facesse notare. Incombevano Roberto Burioni e una sua collega rianimatrice di pronto soccorso, chiamati a spiegare cosa accade nei polmoni di chi sta annegando e ogni riferimento alla tragedia di Cutro era voluto, certamente per metterla nel conto del governo in carica. Subito dopo ecco entrare Claudio Baglioni, sodale del conduttore ai tempi di Anima mia, lo show che riprendeva il brano dei Cugini di campagna, convocati come ospiti «a sorpresa». Capirai. Con loro Fazio è sembrato più a suo agio: la parte militante della serie era stata espletata…

 

La Verità, 7 marzo 2023

Uno vale uno, autofiction, social: tanti germi nell’Mcs

In fondo, i selfie alla camera ardente con la moglie appena rimasta sola sono l’ultima frontiera della società dello spettacolo. Non si erano mai visti. Come si dice, c’è sempre una prima volta. Ma, in realtà, sono l’ultima conseguenza, l’allungarsi dell’acqua sulla battigia. Prima della risacca, si spera. Docile, ma forse nel suo intimo furente, Maria De Filippi si è concessa. E meritano una carezza sia lei sia chi glieli ha chiesti.

Quando accade qualcosa di inedito significa che siamo di fronte a un’innovazione. In una recente intervista, Stefano Zecchi, filosofo e suo frequente ospite, ha detto che Maurizio Costanzo «è stato un grande innovatore del linguaggio». Inconfutabile. Qualche voce autorevole ha invece espresso disappunto per la beatificazione laica e l’eccesso di solennità delle esequie. La celebrazione trasmessa a reti unificate dalla tv commerciale e dalla tv pubblica. La partecipazione dei volti noti, variamente coinvolti e commossi. A ben vedere, inevitabile. Come pure inevitabile la preghiera degli artisti, nella chiesa degli artisti. Meno scontate le note della sigla dell’Mcs all’uscita del feretro. Ma, sempre a ben guardare e con rispetto, degna conclusione dell’esibizione in mortem della solita società dello spettacolo. Come a racchiudervi, con quella sigla, anche la cerimonia religiosa.

Un grande innovatore, dunque. Un gigante del linguaggio. Pur mutuata da David Letterman, la vera, radicale e a suo modo rivoluzionaria novità era tutta contenuta nel titolo del programma più famoso: Maurizio Costanzo Show. Uno spettacolo nel nome e cognome. Cioè, semplicemente: lo spettacolo è la persona. La sua identità. Nel caso specifico, più corretto dire l’individuo. L’individualità. Che poi diventerà individualismo. Quando nacquero gli antenati di quello show, Bontà loro e Acquario, l’Italia era ancora sprofondata nel decennio del «tutto è politica», con le esasperazioni e le degenerazioni tragiche che si portava. E Costanzo lavorava ancora per l’editore pubblico. Gli ospiti erano un paio, forse qualcuno in più. Ascoltati singolarmente e messi a confronto. Qualche anno dopo, nelle reti commerciali mise a punto il programma che l’ha definitivamente consegnato alla storia. Della televisione e del costume, s’intende, e non è poco. Correva già il decennio del riflusso. Della riduzione della dimensione collettiva. Comunitaria. La liquefazione dell’idea di un popolo che si aggregava attorno alle grandi visioni della storia, il marxismo e, nella nostra Italia, il cristianesimo. In fondo, a ben vedere, era cominciata una grande, chissà se inconsapevole, operazione di sradicamento. Di recisione delle radici. Di affermazione del relativismo. Quello stesso relativismo che permise a Costanzo di essere un bastione delle televisioni di Silvio Berlusconi e, contemporaneamente, consulente di Francesco Rutelli, sindaco di Roma, e di Massimo D’Alema, segretario dei Ds.

Alla serata d’esordio su Rete 4 suggerì l’immagine dell’«Orient Express, dove la varia umanità s’incontra e parla». E anche di «un grande minestrone«. L’Mcs era già un grande dispositivo, come direbbero i colti, che conteneva in nuce numerose piccole e meno piccole rivoluzioni. Sul palco del Teatro Parioli da dove andava in onda, prendeva forma la preveggenza di Andy Warhol, datata 1968, sui 15 minuti di fama che in futuro avrebbero potuto toccare chiunque. Costanzo convocava persone già affermate e assoluti sconosciuti che noti e famosi lo sarebbero diventati proprio in virtù di quella convocazione. Li metteva uno a fianco all’altro in una disposizione orizzontale, senza gerarchie, e così apparivano ai telespettatori sintonizzati tutte le sere per decenni in seconda serata su Canale 5. Una disposizione democratica – prima delle sue anticipazioni – si potrebbe dire nell’accezione grillina dell’uno vale uno. Su quel palco, per molti anni erano uguali il magistrato e la casalinga, il comico dilettante e il regista premio Oscar, il viaggiatore esotico e immaginifico e la massaia saggia e ruspante che non si muoveva da Prati. Ruppe saltuariamente questa formula, che rimase dominante, con sporadici Uno contro tutti, protagonisti personaggi creati e consacrati in quell’altra liturgia: tutti schierati orizzontalmente in un gran campionario di eccentricità mentre lui, alle spalle, tirava le fila come un grande burattinaio. Consigli per gli acquisti.

Protagoniste erano le storie degli individui – seconda grande anticipazione – di quello che in anni più recenti si sarebbe chiamato lo storytelling. Non che fosse tutto pura invenzione, no. A sua volta anticipando fenomeni e tendenze che stanno tuttora dispiegando la loro magnifica potenza, nel 1979 Christopher Lasch aveva scritto La cultura del narcisismo. Il Muro di Berlino era in piedi, non c’era internet e si telefonava con i gettoni dalle cabine, metà delle quali per vari motivi inservibili. Ma in letteratura e al cinema il narcisismo si sposò con lo storytelling e partorirono l’autofiction, fenomeno dominante nelle ultime generazioni di scrittori, registi, attori.

Qualche giorno fa, analizzando tecnicamente le innovazioni costanziane, Carlo Freccero ha detto anche che fu anticipatore dei social media. E siamo a tre. I racconti del Parioli erano la rivincita del privato sul tutto è politica. Con le storie, le vicende individuali, il privato diventava dimensione collettiva, mediatica. Che cosa sono i social se non l’esasperazione di questo? Nel loro livello basico una sfilata di foto di piatti al ristorante, di camerette addobbate, di make up in intimo… Nel livello degli influencer, il privato che assurge a mercato, affare, business. Costanzo ha anticipato Chiara Ferragni. Alla fine di una puntata dell’Mcs si sarebbe tranquillamente potuto votare con il pollice per ogni singolo ospite. Come avveniva per i gladiatori nei teatri dell’antica Roma. Anche quella era, a suo modo, società dello spettacolo. Non è da escludere che Costanzo lo facesse, con i suoi collaboratori, per disporre gli inviti successivi.

Sipario. Senza sigla.

In «Cinque minuti» Vespa verga l’editoriale del Tg1

Qualcuno si aspettava che quella inaugurata lunedì da Bruno Vespa su Rai 1 sarebbe stata una striscia d’opposizione? Che i Cinque minuti che vengono dopo il Tg1 diventassero uno spazio di contestazione dell’azione di governo? A leggere i primi commenti delusi sulla nuova rubrica sembra che fossero queste le aspettative. Almeno di chi pensa che quello spicchio dell’arancia vada gustato separatamente, come se non fosse impaginato subito dopo il telegiornalone, il media più ufficiale del bigoncio. Difficile potesse essere un controcanto, un contrappunto, uno spazio di controinformazione, qualsiasi cosa che fosse contro. Con il suo Porta a Porta, Vespa è già titolare della Terza camera dello Stato e questo interstizio tra le news e il game che lo segue («Buon Amadeus») è un poggiolo o, se volete, una cabina armadio della camera.

Sigla con la canzone di Maurizio Arcieri dei New Dada, per dar l’idea di non prendersi troppo sul serio, studio molto illuminato, padrone di casa e ospite seduti su due sgabelli e posizionati frontalmente attorno a un tavolo, su poche immagini visibili in un vidiwall che sta di fronte ai telespettatori, s’innesta la prima domanda all’invitato: nella puntata d’esordio, come da tradizione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la seconda sera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla tragedia di Cutro e le sue dichiarazioni (share del 23,6 e del 22,5% con 5,2 e 4,7 milioni di telespettatori). È uno spazio d’informazione istituzionale che affronta il principale fatto della giornata e che, incastonato al termine del tg ne è, in realtà, il vero editoriale. Per questo avrebbe potuto anche intitolarsi «Il Punto», ma sarebbe stato meno originale. Invece con quella sigla Vespa ha voluto esprimere anche una lieve insofferenza per l’esiguità dello spazio che non consente troppa elaborazione dei contenuti. Bisogna andare al sodo, per non sovrapporsi alla striscia di Rai 3 e non togliere pubblico al Tg2 in fase di avvio. I vincoli ci sono e, dunque, è sbagliato fermarsi a gustare solo quello spicchio. Gli approfondimenti giornalistici, brevi o lunghi che siano nei palinsesti Rai guardano principalmente in un’altra direzione e, dunque, questi Cinque minuti hanno un loro perché. Vespa non è Enzo Biagi e il paragone con Il Fatto mostra quanto i tempi siano cambiati. L’inclinazione moderata del conduttore è nota. Il moderatismo è anche un modo di fare il giornalista senza indossare i panni del missionario. L’Italia spaccata dell’èra berlusconiana è andata in archivio.

 

La Verità, 2 marzo 2023

In prima serata le Belve di Fagnani graffiano di meno

L’ambizione, probabilmente. E anche le strategie di palinsesto. Solo che, a volte, le promozioni non si concretizzano e si viene rimandati. E le promozioni, di altro tipo, martellanti e pervasive, non bastano. Le Belve di Francesca Fagnani spostate in prima serata su Rai 2 non graffiano. Hanno le unghie spuntate. Anche perché a quell’ora non si può essere troppo selvatici.

C’era molta attesa per lo sbarco nel palinsesto nobile del programma di interviste condotto dalla giornalista già collaboratrice di Giovanni Minoli e Michele Santoro. Il lancio si era avvalso della massiccia potenza di fuoco delle maggiori testate cartacee e online. Per dire, nel giorno di programmazione Dagospia sfornava tre diverse anticipazioni. Partendo da lontano, il piano ordito da Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time, prevedeva la partecipazione di Fagnani al Festival di Sanremo come trampolino per la nuova collocazione. Invece, tanto rumore ha partorito un esito poco belluino: 4,5% di share e 839.000 telespettatori. Già l’anno scorso la stessa operazione non aveva funzionato per Drusilla Foer, applaudita all’Ariston, ma finita in penombra una volta incasellata nelle rubriche di Rai 2.

Fagnani è solo alla prima puntata e, oltre a innestare Ubaldo Pantani, con le sue esilaranti imitazioni, verosimilmente apporterà delle correzioni. Tuttavia, Belve appare più adatto alla seconda serata, orario di confidenze e confessioni. Anche perché, ormai, le interviste sono un genere inflazionato. Per reggere oltre due ore di programma bisogna farne parecchie. Chi ne guarda quattro di seguito, soprattutto se non particolarmente articolate e per giunta ampiamente anticipate da giornali e siti? Le domande-marchio sono la firma dell’intervistatore, ma all’ennesima richiesta di «una belvata di cui si è pentito» o di «chi vorrebbe riportare in vita per due minuti» lo sbadiglio è in agguato. Strappare rivelazioni per andare sui giornali è bersaglio centrato anche con la compiacenza delle redazioni. La difficile Anna Oxa ha svicolato, Wanda Nara ha ammiccato tra gossip e seduttività, Ignazio La Russa ha deposto i panni istituzionali e indossato l’ironia per evitare – non sempre riuscendoci – le trappole, su Naike Rivelli stendiamo un velo coprente. Per il resto, più per il contrappunto post risposta che per il ritmo dei quesiti, si vede che Fagnani ha studiato Minoli, maestro riconosciuto del Faccia a faccia. Lo spostamento in prima serata, con la necessità di ospiti di maggior impatto e costi più elevati, ha comportato un aumento di budget, ulteriormente incrementato dalla coproduzione esterna di Fremantle.

 

La Verità, 23 febbraio 2023

Django è arrivata anche la tua ora: adesso sei fluido

Non si salva neanche Django. Nemmeno lui. Con la sua impenetrabilità. Il suo alone di mistero. L’artiglieria pronta a fare giustizia. È arrivata la sua ora. E a noi prudono le mani. L’irritazione monta anche se, in fondo, lo stupore è contenuto. Dopo il principe di Cenerentola, al quale si vuol vietare il bacio salvifico perché «non consensuale», e il femminicida Don Josè, che nel finale corretto dell’opera di Bizet viene giustiziato da Carmen, anche il più iconico dei nostri cowboy è caduto nella rete della narrazione woke. Sospiro di rassegnazione. Emoticon con la bocca storta. Ticchettio nervoso delle dita. Mica facile vederlo dibattersi tra le maglie della fluidità e di certe, insistenti, reminiscenze gaie senza fare una piega. «È un personaggio che ci ha permesso di resettare i codici del virile, restituendo un nuovo punto di vista sulla mascolinità», garantisce Francesca Comencini, direttrice artistica e regista dei primi quattro episodi dei dieci della nuova serie originale Sky (con Canal+, Cattleya e Atlantique productions) da stasera in onda sulla pay tv e in streaming su Now. «Un lupo solitario pieno di misteri e ferite, con un cuore caldo, quasi incandescente, in una cornice molto fredda», assicura sempre la regista. Del resto produttori, sceneggiatori e anche Matthias Schoenaerts, l’attore protagonista, sono convinti che pochi generi (cinematografici) si adattino come il western a superare confini e infrangere regole. E quindi, vai con la rivisitazione dei generi, quelli «semplicisticamente» binari.

Si diceva che, in fondo, lo stupore è contenuto. Dalle parti della perfida Albione i prelati della Chiesa anglicana stanno pensando di riscrivere il Padre nostro con l’asterisco in ossequio alla neutralità gender. La cultura woke senza più argini di alcun tipo, siano i confini degli Stati nazionali o le fedi religiose, è diventata canone. E si stende automaticamente su tutto. Usciamo ammaccati dall’ultimo Festival di Sanremo che ha esaltato la fluidità gender davanti a milioni di telespettatori, conclamando quello che ormai si vede in modo sempre meno furtivo nelle campagne pubblicitarie dei prodotti più cool. Non c’è spot di auto e di cellulari senza un bacio lesbo. Per contro, i concorsi di bellezza sono considerati retrogradi – vedi l’oscurantismo che ha colpito Miss Italia – se non si mostrano inclusivi annoverando qualche trans.

«Negli hotel del Sudamerica e del Giappone, scrivevano direttamente Django, non Franco Nero», ci ha rivelato in un’intervista l’interprete originale. E ancora: «L’eroe del west non si sa da dove viene e dove va».

Come lui, anche questo Django compare qualche anno dopo la fine della guerra di secessione trascinando una bara. Ma all’opposto della figura misteriosa e violenta che abbiamo visto nel film di Sergio Corbucci (1966) che ha ispirato la versione Unchained di Quentin Tarantino (2012), questo solitario, più agnello che lupo, incline alla tenerezza e alle sfumature sentimentali, con capelli e cappello che lo fanno somigliare a Raz Degan, è pieno di passato, di conti da aggiustare, turbamenti, traumi, soprusi subiti. Un personaggio da interviste di Vanity Fair. Con coming out annessi. Infatti, chiacchiera molto. Argomenta. Con frasi da talent show («tutti hanno diritto di avere una seconda chance»), giustificati da storie sofferte, maltrattamenti… Il padre era un ubriacone, anche se nel rude west del 1872 adesso si dice «alcolizzato». E lui, a sua volta, ora cerca di farsi perdonare dalla figlia che non ne vuole sapere. E che vive a New Babylon, una città libera, multietnica, costruita sul fondo di un cratere, e vuole sposarne il fondatore (Nicholas Pinnock). Dall’altra parte ci sono i cattivi, fanatici religiosi tenuti in pugno dalla spietata schiavista (Noomi Rapace), una summa di malvagità all’ennesima potenza. Però, oltre il manicheismo da terza elementare, quando entra in scena lui, il western torna esistenziale, come si usa da un po’ per tentare di resuscitare il genere. Purtroppo con dialoghi di anacronistica banalità: «Se vuoi restare qui devi avere una visione. Un uomo che non sa sognare è un uomo perduto», gli dice il fondatore della comunità dopo che Django ha preso a scazzottate il campione locale. A completare la galleria c’è anche Manuel Agnelli con fluente capigliatura corvina e barba candida, chissà se anche lui per qualche trauma subito.

Quello da cui Django stenta a emanciparsi è il sentimento per il cognato Elijah, con il quale si scambia effusioni alla maniera dei due mandriani dei Segreti di Brokeback mountain, opera prima del gay western. Solo che quelli erano frutto di pura invenzione, creati apposta per infrangere il luogo comune e stupire i perbenisti. Invece Django ha una storia, è l’archetipo della mascolinità. Chissà che cosa ne pensa Franco Nero, qui arruolato per un cameo nei panni del Reverendo Jan. E chissà che cosa starà facendo nella tomba il buon Corbucci e cosa ne penserebbero John Wayne e John Ford. O per venire più vicino a noi, Eastwood e Tarantino. Forse è arrivato il momento di innescare una cultura woke al contrario. E di risvegliare il vecchio Clint e lo scorretto Quentin. Aiutooooo. Ci siete?

 

La Verità, 17 febbraio 2023

 

Festival scapezzolato, Paoli definitivo, Fiorello critico

Pagelle della serata finale del 73° Festival di Sanremo

Festival di capezzoli. Voto: 1

È il trionfo del kitsch. Come considerare gli abiti di Chiara Ferragni? Quello del monologo. E quelli della serata finale. «Una scultura» dorata che ripete le sue anemiche tettine, ornata(?) da una sottoveste turchese (colori dell’Ucraina). E anche l’altro che riproduce i capezzoli e i fianchi. Tutta roba che pialla ogni attrattiva. E che il sangue, anziché farlo, lo gela. Raggelanti anche le versioni scapezzolate di Rosa Chemical e Madame.

 Depeche mode, mah. Voto: 6

I più popolari e longevi interpreti di musica elettronica del mondo. Quarant’anni di carriera da quando la band è nata. Lacuna mia, non la conoscevo. Trovo significativo che, in un momento così, abbia intitolato Memento mori l’ultimo album. Per il resto, non posso dire che l’esibizione mi abbia entusiasmato, forse proprio perché presentata con troppa enfasi. Mi ha trasmesso una certa freddezza, com’è di una musica un filo robotica. E mi sembra che anche il pubblico dell’Ariston sia rimasto tiepidino. Forse anche a causa di qualche stonatura.

Gino Paoli, mostro sacro. Voto: 10

Con i suoi 88 anni può dire e fare ciò che vuole. Giacca bianca e Ray-ban azzurri, accompagnato dal grandissimo Danilo Rea (se si ha carisma bastano un microfono e un pianoforte), canta Una lunga storia d’amore, Sapore di sale e Il cielo in una stanza. Serve altro? Sì, prima di raccontare un paio di aneddoti su Morandi e Little Tony, dice la sua sul Festival. «È una gabbia di matti». Stefania Sandrelli nella sua casa al mare ha una gazza che dice solo questo: «Gabbia di matti, gabbia di matti. Volevo portarla qui e metterla su un microfono». Lapide.

La limonata di Rosa Chemical. Voto: 1

Baciando in bocca Fedez al termine della sua esibizione fa felici tutti. I Ferragnez innanzitutto, che hanno modo di dimostrare ai loro figli sintonizzati da casa che sono una coppia aperta, moderna e impegnata nella promozione dei diritti della comunità Lgbtq. E soddisfa anche Ama, che aveva suo figlio due poltroncine più in là rispetto a dove il cantante twerkava sul pacco di Fedez. Il conduttore teorizza che non ci sono etichette: «Ai bambini va spiegato che esiste una persona diversa da un’altra, un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna». Dunque, tutti contenti. O no?

Fiorello, coscienza critica. Voto: 9

Il migliore, come sempre. Le sue incursioni all’Ariston da Via Asiago scoperchiamo le ipocrisie. «Domani i dirigenti andranno tutti a casa, però è stupendo. Devo dire che è una puntata tranquilla, serena. Vi siete guadagnati la prima pagina dell’Avvenire. Pensate se Rosa Chemical avesse fatto la scena che ha fatto con Fedez con gli artigiani della qualità seduti sul divano». Poi chiede notizie del direttore dell’Intrattenimento prime time, Stefano Coletta: «Inquadratemelo. Fatemelo vedere per l’ultima volta. Hai controllato i testi di Gino Paoli?», lo provoca. «Dopo Rosa Chemical, Achille Lauro sembrava Cristina D’Avena». Altra lapide su Sanremo 2023: «Neanche il bar di Guerre stellari».

 

 

 

Chiara Francini stravince, Fedez si conferma penoso

Le pagelle della terza serata del 73° Festival di Sanremo

I duetti, più bassi che alti. Voto: 5

Tra 28 cover se ne salva meno di una decina. Sostanzialmente quelle in cui spuntano i leoni della canzone. Questione di spessore, non anagrafica. Vogliamo mettere Edoardo Bennato con Ditonellapiaga? O Elisa con Carla Bruni? Ottima Let it be in versione gospel di Mengoni a sua volta in versione queer. Colpiscono la supersexy Elodie e le movenze ancora feline di Lorella Cuccarini. Ma qui la musica c’entra meno.

Il ricordo delle foibe, un rattoppo. Voto: 5

Inserito all’ultima ora su invito del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Amadeus ha balbettato prima dicendo che non si può commemorare tutto, poi assicurando che era già previsto, infine anche leggendo maluccio una pagina dal libro La bambina con la valigia. Una cosa evidentemente aggiunta per dovere.

Chiara Francini, avercene. Voto: 8,5

La migliore delle co-conduttrici, sovverte la liturgia salendo la scala anziché scenderla, dando del lei ai colleghi («c’è una gerarchia»), incarnando la diva d’altri tempi. Il meglio non è sempre il futuro. E sovverte pure le aspettative sulle donne dell’Ariston: con quel personalissimo monologo sulla maternità mancata la meno attesa si dimostra la più efficace.

Ultimo ed Eros borgatari. Voto: 8

Sarà la provenienza comune, l’umiltà di chi non si sente guru, la sintonia tra loro si è toccata con le orecchie e il cuore, anche quando a Ramazzotti sono mancate le parole. La periferia passa nei testi e nelle voci di carta vetrata. E vince. Con Un’emozione per sempre, Adesso tu e Più bella cosa tutto l’Ariston si alza per cantare e applaudire.

Articolo 31 e Fedez sempre uguali . Voto: 3

Quando arrivano sul palco si pensa: toh, il marito di Chiara Ferragni sa anche suonare la chitarra. Oddio, suonare… Gli altri due con cappellino e pigiama luccicante saltellano qui e là in omaggio all’eterno giovanilismo con esiti patetici. Le orecchie vorrebbero ribellarsi, per fortuna finiscono presto. Ma congedandosi non riescono a non lanciare il messaggio: «Giorgia, legalizzala». Penosi.

 

 

 

 

Il manifestival e l’obbligo di vedere i Måneskin

Le pagelle della terza serata del 73° Festival di Sanremo

Morandi Sangiovanni, il vintage che vince. Voto: 8

Sono il manifestival, manifesto + festival. Vedi alla voce intergenerazionalità. Sessant’anni (quasi) di differenza e non sentirli perché parlano la stessa lingua, quella della semplicità e della freschezza, e cantano la stessa musica, quella di Fatti (ri)mandare dalla mamma. Non ci sono blasoni e orgogli da difendere. Da uomo risolto, Morandi ha l’arte di mettersi sempre in gioco, Sangiovanni l’umiltà di riconoscere il maestro. E il momento revival scatena l’Ariston.

Måneskin, il trionfalismo fa autogol. Voto: 5

Salutandoli e promuovendo la loro tournée Amadeus ha scandito, testuale: «È impossibile non vedere i Måneskin». Ecco. L’enfasi. L’isteria collettiva. L’imperativo. L’obbligo sociale. Su Damiano e soci è in atto una guerra di religione. Vietato criticarli. Vietato dire che non sono i Led Zeppelin e che il glam rock l’hanno inventato David Bowie e i Roxy music. E che, al confronto, il loro rock e i loro look risultano plasticosi.

Paola Egonu, il vittimismo ingrato. Voto: 5

«L’Italia è razzista». Una ragazza che da un Paese ha avuto il successo, la Nazionale di volley, il cavalierato dal presidente della Repubblica e il palco di Sanremo (pagato dai soldi del canone) accusa quel Paese di essere razzista. E afferma di non volerci far crescere un figlio… Un sonoro moto di rabbia è il minimo. Misuriamo le parole. Controlliamo i pensieri. Nel monologo della serata modera un po’ i toni: siamo tutti uguali oltre le apparenze. Forse converrebbe contare fino a 10 prima di lanciarsi in battaglie più grandi di sé. Ed evitare di salire sulla giostra dei finti scoop azionata da giornalisti e media interessati a cavalcarli.

Gianluca Grignani, l’autocritica fa strada. Voto: 7

A un certo punto, mentre era ben oltre la metà della sua Quando ti manca il fiato ha alzato la mano, non è ancora chiaro se smadonnando, e fermato orchestra e coriste. Aveva dato indicazione di seguire una tonalità rivelatasi troppo alta. E gli è mancato il fiato, letteralmente. Colpa mia, ha detto. Si ricomincia da capo. Ammettere di aver sbagliato è segno di maturità. Appunti per Blanco.

Lazza, anche i rapper hanno un cuore. Voto: 7

Canta Cenere con voce potente. È primatista di durata al primo posto in classifica, ma non se la tira. Ha tatuaggi ovunque e veste in modo improbabile. Ma alla fine chiede il permesso di fare una cosa. E corre in platea a porgere i fiori a sua madre, «una persona speciale».

Striscia la notizia, disturbatori situazionisti. Voto: 8

Al comune di Sanremo, proprietario del marchio del Festival è arrivata l’offerta di una cordata per organizzare la gara canora il prossimo anno. Non è scritto da nessuna parte che sia un monopolio Rai. Lo rivela Pinuccio, l’inviato di Rai Scoglio 24. Il sindaco conferma che l’offerta sarà valutata. Non male come scossa. Un’altra più piccola la dà Enrico Lucci in conferenza stampa. «Invitate Giorgia Meloni alla serata finale? Ha già il vestito pronto. Verrebbe con Salvini e La Russa. Del resto, avete invitato Mattarella, Zelensky e tutti quanti…».

 

 

Strepitosi gli highlander, Fedez sempre infantile

Le pagelle della seconda serata del 73° Festival di Sanremo

Al Bano, Ranieri, Morandi highlander. Voto: 9

Un pezzo di storia della musica italiana. Finora il loro medley è il momento top del Festival. Più popolari dei tre tenori, più intonati dei Pooh della sera prima, molto più trascinanti dei Black Eyed Peas. Uno su mille ce la fa, Perdere l’amore, Nel sole, tanto per limitarsi nelle citazioni, sono must assoluti che hanno galvanizzato il pubblico dell’Ariston, tutto in piedi a cantare e ballare.

Francesca Fagnani, carta vincente. Voto: 8

Una che sa stare al mondo. Ha indossato l’Ariston come un guanto. Giusta nei tempi e nei toni. Dove la metti fa il suo, quando deve presentare i cantanti, quando deve cazzeggiare con Ama e Gianni, quando arriva il monologo che gestisce con sagacia, misura e pieno controllo dei contenuti. Il dialogo con i ragazzi del carcere minorile di Nisida e l’esortazione ad accendere i riflettori sul rapporto tra la scuola e gli adolescenti marginali lasciano il segno.

Fedez, il moccioso che non cresce. Voto: 2

Passa il tempo, cambia il mondo, lui resta tristemente immobile nel suo infantilismo. Canta «Se va a Sanremo Rosa Chemical scoppia la lite, forse è meglio il viceministro vestito da Hitler», prima di stracciare la foto del sottosegretario Galeazzo Bignami a una manifestazione giovanile di cui si è già più volte scusato. Poi provoca per l’ennesima volta il Codacons. Ha il merito di essersi assunto la responsabilità delle sue azioni. Non dovrebbero mancargli i fondi per pagare le querele.

Pegah Moshir Pour e Drusilla Foer. Voto: 8

Più che giusto ricordare i diritti negati in Iran. Parlare di persone in carcere, donne violate e impossibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero dopo l’elogio dell’articolo 21 della Costituzione era doveroso. Lo hanno fatto le persone giuste e con i toni giusti. Abbiamo ancora nella memoria gli eccessi e i livori di Rula Jebreal; Pegah e Drusilla lo hanno fatto con garbo, eleganza e senza retorica. Doti che giovano alla causa.

Rosa Chemical, Achille Lauro de noantri. Voto: 4

Il voto è la media tra testo, musica e look. Il rapper si presenta con occhiali da sole, bustino in pelle e piercing a volontà. La sua Made in Italy cita Vasco, Celentano e Leonardo. Canta il poliamore: «Ti piace/ Che sono perverso e non mi giudichi/ Se metterò il rossetto in ufficio lunedì/ Da due passiamo a tre/ Più siamo e meglio è». Il ritornello orecchiabile e ben ritmato diventerà un tormentone. Copia sbiadita di Achille Lauro.

Angelo (troppo) Duro per l’Ariston. Voto: 5

Lo stand up più caustico e il teatro più mainstream sono mondi troppo lontani per incontrarsi. Si sapeva che era spietato e divisivo. Il contesto fa il testo. Lui fa sold out in teatri dove il pubblico sa chi va a vedere. Amadeus lo fa uscire all’una meno dieci dopo aver invitato i telespettatori a cambiare canale. Ha rivendicato il primato della trasgressione: non ha tatuaggi, è astemio e sta con una donna da 14 anni. I matrimoni «salvati» dalle puttane sono uno di quei paradossi da sbandata sul ciglio del precipizio.

 

Il Festival di Alcatraz e la Ferragni allo specchio

Le pagelle della serata d’esordio del 73° Festival di Sanremo.

Il Festival di Alcatraz. Voto: 3

È il dogma stesso del Festival da rimettere in discussione. Obbligo sociale, politico, civile. Una sorta di prigione in cui la Rai sta chiudendo il pubblico. Non solo come entità televisiva, ma proprio come spazio. Il martellamento a tutte le ore e in tutti i programmi, dal Tg1 agli spot fino alle rubriche periferiche, sono il luogo della costrizione. Asfissiante. Anche nell’ora d’aria si resta in galera. La macchina fagocita tutto come un mostro onnivoro. E nell’opinione pubblica che si avvertono i conati pre-rigetto.

La prima serata. Voto: 5

Manca soprattutto il ritmo, l’idea, il profilo della serata, prigioniero della sua eccessiva istituzionalizzazione. Il Festival è quasi coetaneo della Costituzione e l’Ariston sembra La Scala. Quando entrano Anna Oxa e non si capiscono le parole, e quando compaiono Mamhood e Blanco e si capiscono i lamenti, tutto precipita. E non risale neanche con le stecche dei Pooh…

L’asse Fuortes-Presta. Voto: 7

La coppia amministratore delegato superagente ha messo a segno il colpo dell’anno: Sergio Mattarella all’Ariston ad ascoltare Roberto Benigni che esalta la Costituzione. Senza il 75º anniversario della Carta vivevamo lo stesso, ma il pretesto è servito per allestire il momento patriottico introdotto dall’Inno di Mameli (da non chiamare Fratelli d’Italia). Messaggio primario: per cambiare la Carta in tavola, Giorgia Meloni dovrà passare sul nostro corpo. Effetto secondario: Fuortes e Presta si sono autoblindati.

Roberto Benigni costituzionalista. Voto: 5

A un certo punto, vista l’enfasi, pareva che parlasse del Vangelo. Un libro che salva e redime da tutto. Ci si aspettava un collegamento tra la Carta e l’arte, è arrivato il poco originale elogio dell’articolo 21 («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero»), in perfetto stile Repubblica. Unico guizzo quando, rivolto a Mattarella, ha detto che la Costituzione è praticamente «sua sorella», riferendosi alla presenza del padre di lui tra i costituenti.

Gianni Morandi finto tonto. Voto: 7

Con tutto quello che ha fatto e visto in carriera non conosce l’ansia da prestazione. Finge di non capire, gioca a fare la spalla, si prende in giro cantando le sue ciofeche. Sta sul palco come a casa sua. Infatti, dopo la sbroccata di Blanco, impugna la scopa e spazza. Risolutivo.

I favoritissimi della gara. Voto: 6

La tuta nera di pelle di Marco Mengoni, a metà tra i Village people e Alberto Sordi, rischia di distogliere dal testo della canzone. Idem l’esplosiva Elodie in versione come ti svesti. Piace il crescendo di Ultimo, ma anche lui non è aiutato dall’audio. Ricorrere ai sottotitoli?

Chiara Ferragni, la vita è un selfie. Voto: 4

La maggiore delusione della serata. Non s’infierisce solo perché è un esordio. Per tutto il tempo parla e dice di sé. Della sua emozione, del suo nervosismo, di come si è preparata, di cosa dicono i suoi abiti (il terzo era la tutina glitterata smessa da Achille Lauro?). Vive davanti allo specchio. Il primo post è rivolto a sé stessa: «Pensati libera». La letterina da terza media del monologo pure. Una galleria di banalità nel mood del piagnisteo vittimista. Si rimpiangono Drusilla Foer, Sabrina Ferilli, Diletta Leotta e Gegia.

Blanco, una bestemmia in chiesa. Voto: 4

Prendere a calci i fiori nella città dei fiori è lo sfregio peggiore. Gli scenografi avevano addobbato il palco con migliaia di rose rosse, come da titolo della sua canzone (L’isola delle rose) e da video della stessa nel quale le strapazza. Il ricevitore sbagliato consegnato dai tecnici non gli faceva sentire la voce in cuffia. E lui ha perso il controllo, magari perché troppo carico…