La congiura contro il Duce narrata come un thriller

Con La lunga notte – La caduta del Duce si definisce ulteriormente il focus della Rai sulla storia d’Italia, iniziato con la trasposizione, appunto, de La Storia di Elsa Morante. Come già la serie diretta da Francesca Archibugi, nell’intento di avvicinare il pubblico più giovane anche questa è stata resa interamente disponibile su Raiplay dopo i primi due episodi trasmessi lunedì (Rai 1, ore 21,35, share del 19,8%, 3,6 milioni di telespettatori). Ma, ora che Rai Fiction sperimenta modalità «da piattaforma digitale», anche i fruitori tradizionali non devono attendere a lungo perché gli ultimi quattro capitoli sono stati programmati per ieri sera e stasera.

Coprodotta dalla Eliseo Entertainment di Luca Barbareschi con la regia di Giacomo Campiotti, obiettivo della serie è raccontare le settimane che portarono alla caduta del regime e alla destituzione di Benito Mussolini (Duccio Camerini) nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, al termine della tumultuosa seduta del Gran consiglio del fascismo voluta da Dino Grandi (Alessio Boni). È il presidente della Camera il protagonista della congiura contro il Duce, convinto com’è che, mentre gli anglo-americani sono già sbarcati in Sicilia, Mussolini non abbia più il controllo della situazione e stia portando il Paese alla distruzione. Così, nonostante la moglie (Anna Caterina Morariu) gli consigli prudenza, Grandi segue il suo istinto anglofilo, con l’ambizione di sostituirsi al capo che sta esautorando. Cerca i favori di Vittorio Emanuele III (Luigi Diberti) e trova la convergenza parallela di Maria José del Belgio (Aurora Ruffino), la quale manovra a sua volta per la caduta del Duce e l’ascesa del marito, Umberto II di Savoia (Flavio Parenti). Dal canto suo, Mussolini si trincera negli splendidi saloni di Palazzo Venezia, dove riceve le visite di Clara Petacci (Martina Stella) e impartisce ordini all’Ovra per punire i nemici. Pur sessualmente vivace e politicamente tenace, è un dittatore in declino, già malato di ulcera, assillato dalle richieste dell’amante e della figlia Edda che dilapida fortune a poker, ma chiede ruoli di maggior prestigio per il marito Galeazzo Ciano (Marco Foschi). La guerra è sullo sfondo se si eccettua il bombardamento del quartiere San Lorenzo, appena visto ne La Storia. E tutta l’azione si svolge in una Roma percorsa dagli intrighi interni a un potere ancora esteticamente prorompente, rappresentato con cura di dettagli. Ma, in realtà, decadente perché minato da dissensi e ambizioni personali crescenti. Un fascismo da camera, con donne assai intraprendenti, gerarchi senza adunate, regime senza popolo.

 

La Verità, 31 gennaio 2024

Bianca, Lilli e Marco: 50 sfumature antimeloniane

Alla faccia dell’egemonia culturale delle destre (quante mai saranno?). E anche alla faccia di TeleMeloni.

Da quando, una decina di giorni fa su Rete 4 c’è stato il passaggio di testimone da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, i due principali talk show del cosiddetto access primetime, sono diventati entrambi antigovernativi. A Otto e mezzo su La7, che lo è sempre smaccatamente stato, si è aggiunto Prima di domani, questo il titolo al posto di Stasera Italia, che invece lo è moderatamente. Ci sta, si dice in questi casi, con espressione abusata. La maggioranza comanda ed è giusto ci sia chi le fa il contropelo. È il compito dell’informazione cane da guardia del potere, e avanti con il resto della retorica in argomento. Perfetto. Però, poi, fermiamo i piagnistei sull’occupazione dei media, sull’egemonia meloniana e bavagli vari. Anche perché, facendo zapping sempre in quella fascia oraria, su Rai 3 troviamo Il cavallo e la torre di Marco Damilano che non si lascia scappare un oppositore-che-è-uno al governo in carica, convocandolo da ogni parte del globo, si chiami Carola Rackete o Richard Gere. Tanto per (sgra)dire. A «riequilibrare» lo sbilanciamento sinistro del palinsesto post tg non bastano certo i Cinque minuti di Bruno Vespa. Togli due piatti dal tavolo e il programma è già finito.

Insomma, a quell’ora è difficile trovare un racconto alternativo a quello dei giornaloni. Anzi, adesso anche su Rete 4 si vedono i soliti noti: Stefano Cappellini e la new entry Concita De Gregorio di Repubblica, Peter Gomez e Gad Lerner (altri neo-acquisti) del Fatto quotidiano, Veronica Gentili, iena e blogger del Fatto, Oscar Farinetti, imprenditore dichiaratamente progressista, senza citare gli ospiti politici molto bipartisan, da Giovanni Donzelli e Carlo Fidanza di Fdi, a Carlo Calenda di Azione, Matteo Renzi di Italia viva e Debora Serracchiani del Pd. Insomma, lo spostamento del baricentro è evidente e voluto. Bianca Berlinguer fa bene a non snaturarsi, nonostante il passaggio con autori e Mauro Corona al seguito sul canale Mediaset. Ma gli ascolti non le danno completamente ragione, assestandosi fra il 3 e il 4% di share. Perché il pubblico della rete dove Mario Giordano e Paolo Del Debbio superano abitualmente e agevolmente il 6% comincia a mostrarsi tiepido. Per ascoltare il contropelo alla Meloni, a quel punto, tanto vale spostarsi direttamente su La7. Sarà per questo che, negli ultimi giorni, Bianchina sta cavalcando i casi della crisi dell’impero Ferragni e della morte della ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano, promossi dalle campagne del Fatto e poi deflagrati sui social?

 

La Verità, 19 gennaio 2024

Al circolo polare affiorano i nostri cuori di tenebra

È partita domenica notte su Sky Atlantic, in contemporanea con Hbo, l’emittente americana produttrice, la quarta stagione di True detective. Si intitola Night country, è scritta e diretta da Issa López, ma tra i produttori esecutivi ci sono sempre Matthew McConaughey e Woody Harrelson (interpreti della prima stagione), Nic Pizzolatto e Cary Joji Fukunaga (creatori dello show). Anche stavolta c’è una star cinematografica a reggere la storia, l’invecchiata Jodie Foster nei panni della mascolina investigatrice Liz Danvers («Porca troia» è la sua imprecazione preferita), affiancata dall’altrettanto spiccia agente Evangeline Navarro (Kali Reis), con piercing nelle guance. Donne toste in un mondo tutto maschile. È, infatti, composto di soli uomini provenienti da tutto il mondo, il gruppo di ricercatori della base scientifica Tsalal di Ennis, in Alaska, dove sta scendendo la notte polare che durerà alcune settimane. Ma quando arriva il corriere per consegnare il cibo, degli otto studiosi non c’è traccia. Salvo una lingua mozzata, sul pavimento. Basta per far scattare le indagini, anche perché i panini intonsi hanno l’odore di due giorni. Inoltre, quella lingua mozzata rimanda a un vecchio caso, chiuso in modo controverso. Inizia così il tortuoso viaggio nel «paese della notte», metafora delle tenebre che avvolgono i cuori di molti dei protagonisti. «Perché non sappiamo quali belve sogna la notte, quando il buio dura così a lungo che nemmeno Dio riesce a restare sveglio», recita la frase inventata dall’autrice per l’esergo della storia.

«Che cosa cercano scavando nel ghiaccio?», s’informa Danvers sugli obiettivi di biologi e chimici che «vivono soli, come monaci, tutto l’anno». «Direi, l’origine della vita», abbozza il collaboratore. «Ah, tutto qui?», taglia corto la scafata detective. Meno cinica sembra l’agente che di nome fa Evangeline. «Lei crede in Dio?», le chiede il fratello dell’ecologista che contestava la miniera, uccisa in circostanze non del tutto chiarite. «Sì». «Dev’essere bello non essere soli», commenta l’uomo. «No, siamo soli», replica lei, «anche Dio». Tra scenari cupi e dettagli macabri, temi ambientalisti e velleità metafisiche ma nichiliste, si presagisce l’affiorare di orrori repressi.

P.s. Al contrario della Rai che, dopo i primi due episodi de La Storia, ha reso visibili gli altri sei per la visione sequenziale su Raiplay, i prossimi cinque di Night country verranno rilasciati uno alla volta, settimanalmente. È una piccola rivoluzione. La tv generalista spera di agganciare il pubblico giovane, mentre la piattaforma digitale punta a fidelizzare il pubblico adulto, cui la serie è destinata.

 

La Verità, 17 gennaio 2024

Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Jasmine Trinca ha il volto per reggere La Storia

In fondo, non c’è da stupirsi. Sono andati in onda i primi due episodi de La Storia (Rai 1, lunedì, ore 21,40, share del 23,5%, 4,5 milioni di telespettatori) e c’è già chi le attribuisce grandi funzioni pedagogiche. Una fiction nel segno del bel film di Paola Cortellesi e contro la violenza sulle donne, ammonisce Vanity Fair. Per rieducare quelli delle braccia tese di Acca Larentia, sentenziano i benpensanti dei social. Gli accostamenti sono tutti legittimi, un po’ meno le strumentalizzazioni. Dopo quella di Luigi Comencini del 1986, la trasposizione di Francesca Archibugi del romanzo di Elsa Morante, pubblicato nel 1974 da Einaudi in edizione tascabile per volere dell’autrice, è la prima di una serie di opere di Rai Fiction che vogliono riflettere sulla storia italiana (arriveranno Mameli, sulla giovinezza dell’autore di Fratelli d’Italia, e La lunga notte – La caduta di Duce, per la regia di Giacomo Campiotti). Prodotta da Picomedia di Roberto Sessa e sceneggiata da Giulia Calenda, Ilaria Macchia, Francesco Piccolo e dalla stessa Archibugi, La Storia ha tutti i diritti di non essere strattonata da una parte e dall’altra, ma di restare fedele alle intenzioni dell’autrice e, per quanto possibile, alla qualità del prodotto televisivo.

Allo scoppiare della guerra, nel quartiere San Lorenzo di Roma, dove l’inascoltata Vilma (Giselda Volodi) anticipa sciagure e l’oste Remo (Valerio Mastandrea) offre dosi di buon senso e la cantina-rifugio, Ida Ramundo (Jasmine Trinca) è una maestra elementare vedova e madre di Nino (Francesco Zenga) con due segreti da nascondere: essere ebrea e aver subito la violenza di un soldato tedesco dalla quale è nato Useppe. Mentre Nino si arruola nella gioventù fascista, al primo bombardamento vien giù la casa e non resta che sfollare verso Pietralata insieme ad altre famiglie distrutte e a un giovane comunista idealista (Elio Germano). A sua volta, dopo l’infatuazione adolescenziale per il Duce, Nino abbraccia la Resistenza, senza però mai dimenticare l’amato fratellino…

Scrive Archibugi nelle note di regia: «I personaggi di questo grandioso libro sono creature senza nessun potere, attraversate da forze collettive, piccole figure che tentano di sopravvivere nel decennio di un secolo che ha attraversato l’orrore assoluto». Un’enorme sproporzione, insomma, che doveva essere resa soprattutto dalla qualità del cast. Scommessa vinta: gli attori sono tutti perfettamente nella parte. In modo particolare Trinca, che ha la postura e lo sguardo per incarnare la timidezza di una donna senza protezioni e la preoccupazione per gli eventi che incombono.

 

La Verità, 10 gennaio 2024

Nell’apocalisse di Netflix siamo ostaggi di internet

Con Il mondo dietro di te e un cast di primissimo livello che comprende Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Alì e Kevin Bacon diretti da Sam Esmail, Netflix tenta di replicare il successo di Don’t look up, il film che preconizzava la fine del mondo con l’avvicinarsi di una meteora prodotta dal cambiamento climatico con Leo DiCaprio, Cate Blanchett e Meryl Streep che, uscito a sorpresa nel dicembre 2021, collezionò una miriade di candidature agli Oscar e ad altri premi senza tuttavia conquistarne uno. A firmare quell’operazione c’era Adam McKay, regista, sceneggiatore e autore, nonché membro e finanziatore del Climate emergency fund che, fra l’altro, sostiene le azioni degli ecologisti estremi sul pianeta, compresi quelli di Ultima generazione. Il mondo dietro di te ha un pedigree ancor più prestigioso vantando tra i produttori esecutivi nientemeno che Barack e Michelle Obama, ma sembra di poter escludere che il loro sia stato un sostegno oltre qualche vaga ispirazione.

Siamo nell’upper class di New York e i coniugi Sanford, lui un docente di comunicazione, lei una dirigente aziendale nelle pubbliche relazioni che pure confessa di «odiare le persone», decidono di trascorrere un lungo weekend in una villa sul mare. Non fanno in tempo a prendere possesso della splendida residenza e a stendersi in spiaggia che una serie di fenomeni inizia a susseguirsi attorno a loro. Un’enorme petroliera s’avvicina minacciosa senza timoniere sollevando tonnellate di sabbia. Nel parco della villa cominciano a comparire branchi di cervi sempre più numerosi. Aerei precipitano sul litorale nel più assordante frastuono. E mentre, ovviamente, s’interrompe ogni connessione elettronica e la famigliola resta ostaggio del blackout, suonano alla porta un padre e una figlia di colore che si presentano come i proprietari della casa. E, anche loro vittime del cyber-attack, chiedono curiosamente ospitalità ai loro ospiti. Insomma, la fantasia non manca. E nemmeno la qualità della sceneggiatura, dispiegata su ritmi lenti ma efficaci nel sottolineare i momenti di tensione.

A differenza di Don’t look up e dell’emergenza climatica, stavolta a palesare la fragilità della condizione umana è l’abbandono totale delle tecnologie, senza le quali siamo ostaggi di fronte all’ignoto. Così, sebbene nessuno individui una traccia utile, l’escalation dei fenomeni aumenta tra sette che governano il mondo, attacchi antiamericani e complotti sino-coreani e lotte per la sopravvivenza e solo un’idea semplice risolverà l’enigma. Fino a quel momento però, siamo fragili e precari e abbiamo bisogno di qualcuno che pensi per noi. Chi vuole può crederci.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

Da Augias a Serra, chi sono i nuovi guru d’opposizione

L’altra sera ce n’erano due, comodamente adagiati sulle poltroncine di La torre di Babele, nuovo caminetto antigovernativo di La7. Corrado Augias e Michele Serra, categoria guru d’opposizione. Il primo, con l’aria del vecchio saggio richiamato in servizio, transfuga dal servizio pubblico, causa emergenza democratica. Il secondo, costretto ad alzarsi dall’Amaca per gli improrogabili straordinari, motivati dalla medesima emergenza e, va detto, da una certa evanescenza di coloro che l’opposizione dovrebbero farla di professione.

Il dovere chiama; dunque, ai posti di combattimento. Augias e Serra, entrambi repubblicaner, sono i capifila delle due principali scuole di pensiero della nuova genia. La scuola romana e la scuola emiliana. L’altra sera si confrontavano sui «giovani». Capirete. Non hanno più fiducia nel futuro. Hanno paura del clima impazzito, della crisi economico sociale e degli attacchi terroristici. I giovani, dicevano un ottantottenne e un quasi settantenne, considerano l’Italia un «Paese in declino». La tesi è stata plasticamente rappresentata dalla cover dell’ultimo libro firmato da Serra con Francesco Tullio Altan (toujours Repubblica) intitolato Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli), «in cui si vede un popolo che va all’indietro», ha sintetizzato il capofila emiliano. Mentre invece bisogna cercare di uscire in avanti, «buttandola in politica», per esempio come si è fatto nelle bellissime manifestazioni del 25 novembre contro i femminicidi. Insomma, i «giovani, ai quali dobbiamo rivolgerci senza paternalismi», si è detto senza ridere, dovrebbero impegnarsi a scalzare chi comanda in quest’Italia retrograda.

È la summa ideologica del lavorio che di questi tempi agita le redazioni dei talk show, dei grandi giornali, delle tv militanti. Cercasi guru d’opposizione disperatamente. Meglio ancora, se dotato di muscoli demolitori. Detto degli straordinari di Serra, che dall’abituale sermoncino a Che tempo che fa ora è ovunque, e del richiamo in prima linea di Augias, da un po’ tutto questo gran daffare rimbalza tra La7 e il Corrierone, tra Repubblica e il Nove. Poi ci pensano siti e piattaforme a rilanciare ultimatum e invettive, implementando e viralizzando l’apocalisse imminente. Autori, cantautori, scrittori, opinionisti, comici, grandi firme, satiri e saltimbanchi sono in trincea mai come ora. L’operazione ha accelerato dopo lo scollinamento del primo anno di governo Meloni perché una serie di nefaste previsioni date per ineluttabili sono state puntualmente smentite. La correzione del Pnrr? Sicuramente bocciata e le rate rinviate sine die (come conferma l’arrivo della quarta tranche all’Italia, primo Paese dell’Ue). Le agenzie di rating? Ci avrebbero di sicuro declassato, innescando la procedura di default (come certifica il mantenimento degli standard e in un caso il miglioramento dell’outlook). Le alleanze internazionali? Godendo di zero autorevolezza, l’Italia si sarebbe rapidamente isolata (come mostrano le missioni con Ursula von der Leyen, il patto con l’Albania sui migranti e le classifiche di popolarità del premier di Politico e Forbes). Poi il Pil sarebbe sprofondato, l’occupazione crollata, l’inflazione avrebbe divorato i nostri risparmi e la popolazione assaltato i centri commerciali mettendo a ferro e fuoco città e campagne.

Pur al netto di alcune gaffe soprattutto a livello di comunicazione e immagine, dai corsi di «educazione alle relazioni» del ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara alle imprudenze del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, senza tralasciare la gestione di alcune situazioni in Rai, le cose non sembrano esser andate così. I fatti sono testardi e, purtroppo per i professionisti del campo largo, stretto, giusto o ingiusto, il problema della tenuta governativa sussiste. Perciò, saggiamente preoccupate, le migliori menti left oriented stanno producendo il massimo sforzo per chiamare a raccolta la crème. Il pontefice emerito della scuola emiliana Pierluigi Bersani, sempre in vena di metafore contro «le destre» («tra la Meloni e Salvini è in atto la gara del gambero a chi si allontana di più dalla lettera della Costituzione»), si è praticamente trasformato in un arredo degli studi di Otto e mezzo e DiMartedì. Complice un album di Canzoni da osteria, per compattare la squadra, ultimamente è sceso a valle anche Francesco Guccini. Il quale, prima ha guadagnato il salotto di Fabio Fazio, poi è rimbalzato sul Corrierone per confidare ad Aldo Cazzullo che lui non è convinto che Mussolini fosse un genio e che a rovinare tutto fossero quelli che lo circondavano… No e poi no: «Il Duce un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni». Tiè.

Però, in fondo, gli emiliani sono dei simpatici gigioni. Lambrusco, tigelle, proverbi e una partita a rubamazzo.

Un pizzico di astio in più aleggia invece nella covata romana. La borgatara di Colle Oppio è un’usurpatrice. Mica ha studiato nei licei di Prati. Non ha l’erre francese e neppure l’armocromista. Stia manza, anche se è donna. Più dell’azionista Augias, la demolizione cafonal di Roberto D’Agostino partorisce tre o quattro necrologi governativi al dì, si dice ben visti dal sommo Sergio Mattarella. Per poi tracimare nei talk e nei giornaloni magisteriali. Quelli che, pure, sono già altamente rappresentati dall’attacco a tre punte, di solito composto da Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa e Cazzullo, vicedirettore e firma principe del Corsera. Ubiqui e inflessibili. Spietati ed eleganti. Ma loro, più che veri e propri guru d’opposizione, sono alti funzionari in servizio h 24.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

Augias e il suo cerchio magico anestetizzano La7

Ha ragione Fiorello, come ti sintonizzi su La7 ti danno subito una laurea, senza saper né leggere né scrivere. Figuratevi quanta curiosità e voglia di nuovo sapere si addensavano davanti al debutto di Corrado Augias, l’ottantottenne conduttore, transfuga da Mamma Rai dopo 63 anni di duro lavoro, che in un colpo solo ha convocato nella sua Torre di Babele (6,5% di share, 1,3 milioni di telespettatori) un cerchio magico composto dagli storici Alessandro Barbero (in studio), Luciano Canfora, Marco Mondini, dall’economista Lucrezia Reichlin (con dotti contributi) e da Maurizio Molinari (pure lui in studio), direttore di Repubblica, il quotidiano del quale Augias è prestigiosa firma. Ne è scaturita un’ora e mezza di lezione, perfetta per la seconda serata, sulla pax americana iniziata al termine della Seconda guerra mondiale e tramontata ancora non si sa bene quando. Con l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ha proposto Augias. Per averne conferma da Barbero, il conduttore «non trattenuto» dalla Rai (ma ossequiosamente richiamato, pur da esterno), ha iniziato un vagabondaggio nei millenni, dall’epoca romana al Congresso di Vienna, di cui obiettivamente sfuggiva il nesso. Canfora si è seduto davanti all’Ara Pacis, simbolo della pax romana imposta dall’imperatore Augusto dopo le sue vittorie e così dovrebbe fare anche un imperatore moderno. Senonché, osservava Barbero, non tutti gli imperatori possiedono questa lungimiranza. Quanto alla fine della pax americana, per lui è avvenuta con la caduta del Muro di Berlino, lapide sulla Guerra fredda e la relativa convivenza tra i due blocchi. Ancor più dell’insediamento dell’ayatollah Khomeini nel 1979 e dell’ultimo ammaina bandiera sul Cremlino del Natale 1991, eventi che invece avevano colpito Augias. Al quale pure, smentito anche riguardo all’interpretazione delle guerre in Ucraina e in Israele, sfuggiva il nesso di tutto quel girovagare nei secoli, fino alla resa all’evidenza che l’approdo prestabilito (chissà quale, ma un’idea ce l’abbiamo) era saltato. Succede, quando si convoca uno storico, ha ironizzato Barbero, forse deve chiamare qualcun altro. Detto fatto, è arrivato Molinari a suffragare l’idea della pax americana crollata per opera della jihad, la guerra santa islamica. La stessa che, mappe alla mano, il 7 ottobre ha colpito ferocemente Israele ed è nemica del mondo cristiano e dell’Occidente progredito. E che minaccia il Mediterraneo conteso, «cuore del mondo», come s’intitola il libro del direttore di Repubblica. Così, bocciato in storia, Augias ha guadagnato la promozione in geografia. Buonanotte.

 

La Verità, 6 dicembre 2023

Carofiglio fa centro con il carabiniere melomane

Ecco dov’era finito Gianrico Carofiglio. Non vedendolo da qualche tempo nel salotto giacobino di Lilli Gruber me lo cominciavo a chiedere con un filo di preoccupazione. Possibile che l’ex pubblico ministero di Bari, l’ex deputato Pd, l’ex (speriamo) conduttore di flop televisivi, il docente universitario, il cintura nera VI Dan di karate, lo scrittore di gialli e saggista pluripremiato… possibile che un talento così poliedrico e presenzialista abbia improvvisamente deciso di mollare tutto senza avvisare? Invece lunedì sera Rai 1 ha sciolto i nostri Dilemmi (parlando di flop): stava scrivendo l’adattamento televisivo della trilogia che ha per protagonista il maresciallo Pietro Fenoglio. D’altronde, con quel po’ po’ di curriculum, il nostro è un intero ciclo produttivo. Or dunque, lunedì sono andati in onda i primi due episodi del Metodo Fenoglio intitolati L’estate fredda e ambientati nella Bari dei primi anni Novanta.

Meno indisponente di Rocco Schiavone, meno corale e dinamico dei Bastardi di Pizzofalcone, Il metodo Fenoglio si distingue per la tecnica delle indagini del maresciallo dei carabinieri di origini piemontesi trapiantato in Puglia. Un tipo molto fascinoso. Letterato, amante delle buone maniere e dell’opera che ascolta munito di cuffie anche quando vaga a piedi per la città, è un investigatore che coglie piste da dettagli insignificanti, evita l’uso delle manette, vorrebbe arrestare i criminali servendosi della psiche e non porta volentieri la pistola perché la sua vera arma è l’empatia. Un carabiniere che ha dei trascorsi movimentisti se ora va ripetendo ai suoi impulsivi collaboratori che «la nuova rivoluzione è la pazienza». Insieme a un carabiniere così – magari da magistrato Carofiglio ne ha conosciuto uno con questi tratti – l’altro personaggio forte della serie è Bari, quella del lungomare con i lampioni, quella barocca dei vicoli e delle chiese, quella del porto e delle periferie da far west. Il mix funziona (20,8% di share e 3,8 milioni di telespettatori).

Nell’estate del 1991 l’omicidio di un usuraio rompe la routine della guerra tra bande. Fenoglio (Alessio Boni) e il pm (Giulia Vecchio) sospettano un’escalation del sistema criminale, ipotesi alla quale dovrà arrendersi anche lo scettico colonnello Valente (Francesco Foti) quando, mentre la Sacra corona unita muove i primi passi, il teatro Petruzzelli brucerà in un incendio doloso.

Diretto da Alessandro Casale, la serie è un crime che tiene sullo sfondo la sfera dei sentimenti del maresciallo, della compagna (Giulia Bevilacqua) e della misteriosa pm. Un prodotto seducente e… molto carofigliano.

 

La Verità, 30 novembre 2023

Viva Rai2! si serializza con il controcanto di Fiorello

A una settimana dall’esordio della seconda stagione, quest’anno dal Foro Italico di Roma, si possono individuare alcune linee conduttrici di Viva Rai2!, il «mattin show» di Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari che, oltre a essere la cura ricostituente della rete, con le sue iniezioni di buonumore lo è anche per i telespettatori. Svegliarsi con la leggerezza del nostro miglior intrattenitore è un’ottima colazione, ma grazie a Raiplay, può essere una felice ricreazione fruibile anche nel resto della giornata.

Il programma è concepito come una serie a episodi con trame orizzontali e verticali, aperta dal riassunto delle puntate precedenti e da un’anteprima che precede l’alba e il varietà vero e proprio, in onda alle 7,15. L’affiatamento con le due spalle è un fatto assodato, ma il core business è la perenne ricerca del sorriso. «Parliamo di politica… La politica ci dà il buonumore». Le news tratte da giornali, siti e agenzie sono il pretesto per il controcanto di Fiorello che ribalta la versione ufficiale. «Quelli del Pd dicono: Elly non ci abbandonare… Ma Elly non ci abbandonare è anche lo slogan di Fratelli d’Italia». Del resto, «noi siamo TeleMeloni, altroché. Secondo voi perché siamo in onda? Perché sono amico della Meloni, con un altro governo mi davano Protestantesimo». Grazie all’amministratore delegato Roberto Sergio che «le ha sottratto l’agenda», sfodera «gli appunti di Giorgia». Contattare Max Tortora per organizzare scherzo telefonico a Putin, programmare i balletti di Luca Tommassini in prima serata per incrementare la natalità… È il contrappunto alla narrazione, i «se senza ma»…

Un’altra delle trame orizzontali è tirare la volata al Festival di Amadeus che dosa news e gag nel varietà dell’amico per tenere accesa la luce sull’Ariston. Stavolta annuncia la partecipazione di un nuovo talento alla finale Giovani del 19 dicembre, il pensionato Ruggiero Del Vecchio in versione rapper: Mi faccio il tatuaggio/ ti mostro il mio disagio/ in faccia sono grigio/ la macchina ti sfregio. L’ospite della puntata è Mahmood, altra evocazione sanremese, che intitolando una canzone Cocktail d’amore, come il brano di Cristiano Malgioglio del 1979, ne ha provocato le ire. Fiorello lo chiama in diretta e dopo quella tra Francesco Totti e Luciano Spalletti arriva un’altra riconciliazione. Ma non sono tutte rose e fiori. Papa Francesco ha detto che se ci sono figli capricciosi è perché i genitori sono capricciosi… «Infatti, il figlio di Renzi ha appena litigato con il figlio di Calenda».

 

La Verità, 14 novembre 2023