Tra i misteri nella neve s’affaccia il destino

È una serie ben congegnata e sceneggiata Black out – Vite sospese, quattro serate per otto episodi in onda su Rai 1 con Alessandro Preziosi, la regia di Riccardo Donna e la produzione di Luca Barbareschi per Eliseo entertainment. Un mistery-drama, come dicono quelli che ne sanno, con qualche elemento thriller, ben dosato per tenere viva la suspense che a volte declina per alcuni dialoghi un tantino telefonati: curioso che non sia tratto da qualche fonte letteraria. In realtà, questa è la sua fortuna perché stiamo parlando di una storia diversa proprio perché totalmente originale (lunedì e martedì, ore 21-35, 4 milioni di telespettatori, 21,7% di share). Qui non ci sono deus ex machina, eroi ed eroine, ultimamente soprattutto queste ultime nelle vesti di sostituti procuratori e vicequestori, a catalizzare la trama e a raddrizzare il mondo. Protagonista è, in realtà, la circostanza; nella fattispecie, la particolare situazione nella quale vengono a trovarsi gli ospiti di un lussuoso resort di montagna durante le vacanze di Natale. Succede, a volte, che gli avvenimenti ci sovrastino…

Siamo nel ridente comprensorio sciistico dell’Alta valle del Vanoi (Trentino Alto Adige) quando una gigantesca valanga isola completamente l’albergo dal resto del mondo. Niente cellulari, niente Internet e l’unica galleria che comunica con l’esterno è crollata. Nella zona vive con la figlia adolescente una medico-chirurgo (Rike Schmid), nascosta dal programma di protezione testimoni dopo che ha assistito a un omicidio di camorra. Ma quando arriva nell’hotel l’ex marito (Marco Rossetti) con la nuova compagna la copertura salta. Se ne accorge anche il misterioso broker finanziario (Preziosi) che, sebbene abbia cambiato cognome per rifarsi una vita, è pur sempre imparentato con il camorrista. È l’occasione buona per sistemare una volta per tutte la dottoressa e impedirle di testimoniare al processo. Infine, anche i proprietari e il personale del resort custodiscono qualche scomodo segreto. In questo clima già poco natalizio si abbatte la slavina che, oltre a mettere in pericolo le vite, rischia di far trapelare identità e piani nascosti degli avventori dell’hotel. Ovviamente, non mancano, soprattutto tra i giovani, le storie d’amore, e l’emergere di figure positive, come l’appuntato dei carabinieri superstite (Aurora Ruffino), alle prese con una gravidanza indesiderata. Così, mentre si scopre che tra gli ospiti c’è un assassino, costretti da una situazione forzata tutti cominceranno a rivedere  i propri comportamenti. Quando il destino ci mette alle strette…

 

La Verità, 26 gennaio 2023

Una serie sull’ombelico del cinema italiano

Fazismo e Vanity Fair, che sono la stessa cosa; veltronismo e festival del cinema, idem: Call my agent – Italia, remake della francese Dix pour cent, diramata da Netflix e ambientata in un’agenzia cinematografica di promozione dei migliori attori e artisti del bigoncio, è la nuova serie che piace alla gente che piace. Sono tutti in visibilio, gli addetti ai lavori, perché funzionano la sceneggiatura, la regia, il cast farcito di guest star, da Paola Cortellesi a Pierfrancesco Favino, da Stefano Accorsi a Paolo Sorrentino, ognuno nella parte di sé stesso, ognuno che – senza prevaricare i veri protagonisti del racconto che sono, appunto, i loro agenti – dà il titolo all’episodio. Prodotta da Sky studios e Palomar, con la regia di Luca Ribuoli e la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan, Call my agent – Italia ha entusiasmato i critici al completo. E se qualcuno (Marco Giusti) ha pignoleggiato sulla costruzione della storia, radicata nella Roma cinematografica e nel quartiere Prati delle sedi Rai, è perché alla fine Sky non poteva troppo indugiare sul contesto logistico, geografico, infine culturale di quel demi-monde che ha nella tv pubblica il suo epicentro. Insomma, l’agenzia Cma, dove Maurizio Lastrico (lo sfigato Gabriele), Sara Drago (l’isterica lesbica), Michele Di Mauro (lo squalo) e Marzia Ubaldi (la saggia) si affannano tra casting, set, premi e paranoie delle star sarebbe poco credibile perché poco incentrata nel suo proprio brodo di coltura. L’obiezione è sensata e coglie, forse, il tentativo di sottrarsi agli effetti nefasti dell’autoreferenzialità. Missione impossibile.

Qualche giorno fa, rispondendo a un lettore che non trovava attraente nessun film italiano in programmazione, Daniele Luttazzi scriveva: «Il cinema italiano deve spiegare, a questo punto, perché il pubblico dovrebbe uscire di casa per andare a vedere i film della solita compagnia di giro. Favino, Servillo, Abatantuono, De Sica, per dire, li ha già visti: la loro gamma emotiva quella è, da anni non hanno altro da aggiungere». Dieci attori e dieci attrici, più o meno, sempre gli stessi, fanno tutto o quasi (tra le poche eccezioni, Pupi Avati che gli attori li sceglie a modo suo e guarda caso entra di rado nell’italica premiopoli). Se già è asfissiante al cinema questa compagnia di giro, figurarsi quanto possono esserlo le paturnie dei suoi componenti nel backstage degli agenti. Non basta certo l’autoironia a rompere la gabbia del narcisismo. Ciò detto, la serie è godibile e furba. Ma il momento migliore è la tirata di Sorrentino sull’«entusiasmo immotivato, il sentimento più orrendo dell’essere umano»: sarà perché sembra presa dalla vita vera?

 

La Verità, 24 gennaio 2023

Tra boomers e millennials overdose di giovanilismo

Che bellooooo! Wow! Che ficooo! È un diluvio di esclamativi il contrappunto del nuovo giocone di Rai 2 che sancisce il ritorno nella tv pubblica di Alessia Marcuzzi. La missione nazionale è salvare dall’inabissamento la rete, ma la showgirl transfuga da Mediaset (per mancanza di offerte) ha contrattualizzato prima che l’emergenza deflagrasse. In fondo, visti i flop in serie e la supervisione dell’attuale direttore dell’Intrattenimento prime time che risponde ancora al nome dell’ineffabile Stefano Coletta, poteva pure andare peggio. Qualche volta la legge di Murphy viene smentita, ma non di molto perché Boomerissima non floppa, ma si accontenta di andare malino (Rai 2, martedì, ore 21,30, 1,5 milioni di telespettatori, share dell’8,5%). Dunque, il giocone di cui sopra consiste nel far gareggiare due squadre di vip e semivip, una composta da boomers e l’altra da millennials e sai la novità. I giochi e le cavalcate intergenerazionali, come argomentano sociologi e cantautori, sono il segreto per attrarre i target e se l’obiettivo è perennemente quello di attrarre il pubblico giovane, di sicuro c’è che anche in questo caso il più fedele è quello più stagionato. Perciò, vai con l’amarcord e l’operazione nostalgia, tra quiz sul ritornello della canzone di successo da completare e indovina l’anno… Per dire il grado di difficoltà, si mostra la caduta del Muro di Berlino: che anno sarà? Il tutto, come si diceva, condito dal clima ridanciano di cui la Marcuzzi è primatista mondiale, pronta per altro a sdoppiarsi e triplicarsi nel ruolo di conduttrice, showgirl, ballerina, supportata di volta in volta da qualcuno dei componenti delle due squadre, vogliosi di cimentarsi. Primi fra tutti gli autoironici Katia Follesa e Maurizio Lastrico, protagonisti di una sorprendente arringa finale, Ema Stokholma ed Elena Santarelli, che le canzoncine le sanno proprio tutte. Così, sulla parodia del provino di Flashdance davanti a Luca Tomassini e delle indimenticate Charlie’s Angels, la serata viaggia senza pretese verso il finale del gioco inevitabilmente incentrato sulla cultura pop televisiva e attorno agli anni Ottanta e Novanta, decenni di riferimento della conduttrice, ovviamente non imparziale. Tra le due generazioni contrapposte la mediazione non può essere che il giovanilismo in dosi massicce. Alla fine l’ingresso di Raf (Self control e Cosa resterà di questi anni Ottanta), certamente più boomer che millennial con la sua trentennale storia d’amore con Gabriella Labate, smorza un filo la baldoria. Ma almeno fornisce un perché alla serata.

 

La Verità, 19 gennaio 2023

Angela svela Milano con lo stile della tv generalista

Accompagnato da Giancarlo Giannini nei panni di Alessandro Manzoni, la sera di Natale Alberto Angela ci ha guidato nei segreti di Milano. Non è facile riuscire a catalizzare contemporaneamente il pubblico di coloro che già li conoscono, perché magari ci vivono o ci hanno vissuto, e di quanti, invece, li ignorano. Mescolare conoscenze popolari con il gusto di informazioni nuove o quasi, ma proposte in una luce originale, è la scommessa dei grandi divulgatori. E, a ben vedere, anche della televisione generalista, quella che sta progressivamente sparendo grazie alla cura dell’attuale dirigenza. In controtendenza, Angela è uno dei pochi che incarna ancora lo stile di Rai 1, grazie all’ottima padronanza della materia e delle frequenze linguistiche (se si eccettua qualche ridondanza nell’aggettivazione). Dunque, non era facile, ma la formula adottata dal conduttore cicerone è risultata vincente (Stanotte a Milano, Rai 1, domenica ore 21,40, share del 23,8%, 3,4 milioni di telespettatori). La capitale morale del Paese è conosciuta più per le potenzialità in campo economico, meno per la profondità della sua cultura e della sua arte. Angela ha messo in luce entrambe le risorse cittadine, mixando narrazione alta e bassa, i segreti della cripta della chiesa di San Sepolcro, frequentata da Sant’Agostino e dall’imperatore Teodosio, e le suggestioni della Via Gluck di Adriano Celentano. Così Giannini-Manzoni ci ha portato tra le navate del Duomo, nel cuore della Pinacoteca di Brera, nel magnifico atrio della Basilica di Sant’Ambrogio. E Angela ci ha illustrato L’Ultima cena di Leonardo, le colonne di San Lorenzo, la chiesa a lui intitolata dietro al statua dell’imperatore Costantino, quello del famoso editto che per primo stabilì libertà di confessione religiosa. Una delle novità di Stanotte a Milano – con i Navigli, piazza della Scala o piazza dei Mercanti effettivamente deserti – è stato il ricorso alle testimonianze di alcune eccellenze. A Zlatan Ibrahimovic, intervistato a San Siro, e a Dolce e Gabbana, nel loro studio foderato di stoffe animalier, il conduttore ha chiesto quale consiglio darebbe a un giovane che arriva oggi a Milano. Inseguire il proprio sogno di felicità senza farsi distrarre dal divertimento o frenare dai sacrifici necessari, è stata la risposta quasi identica, mentre in sottofondo si sentivano Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Per concludere che «Milan l’è un gran Milan»: è comprensibile che chi ce l’ha fatta, imponendosi nel mondo, abbia una visione piuttosto idilliaca della città, e la decanti come un posto dove «la raccomandazione è sconosciuta».

 

La Verità, 27 dicembre 2022

Una storia che scorre come l’acqua (di Chioggia)

Odio il Natale è una miniserie di Netflix sull’amore in sei episodi di mezz’ora l’uno che si bevono in un sorso. Perché, anche se è in parte prevedibile che l’odio del titolo si tramuti nel suo contrario, tuttavia il racconto è spumeggiante, come direbbe Jim Carrey. Una serie acqua e sapone, con dialoghi rapidi che non disdegnano qualche riflessione, e senza influenze gender, se si eccettua una misuratissima sbandata lesbo che non devia il corso degli eventi. A differenza della Chioggia intravista in We are who we are di Luca Guadagnino, dove fluidità e transessualità erano il centro della storia, qui siamo proprio tra i canali della cittadina lagunare ritratta in una luce sempre solare sebbene sia pieno dicembre. L’altra imprecisione, com’è stato notato, è la parlata dei protagonisti con lievi inflessioni romane, a eccezione del padre della protagonista e del ricco imprenditore del prosecco, suo spasimante. Un difetto tollerabile tra tanti pregi perché, in realtà, i chioggiotti parlano normalmente un dialetto incomprensibile e l’accento locale avrebbe dato alla storia un carattere provinciale che non vuole avere.

Anche se appare più giovane, Gianna (Pilar Fogliati) è un’infermiera trentenne single molto apprezzata dai colleghi per la disponibilità e il tempismo dei suoi interventi. Il Natale si avvicina e, mentre sorella e fratello sono sposati, lei è il cruccio della madre perché non si spiega come, dopo che il fidanzato storico l’ha lasciata tre anni fa, una ragazza così bella e piena di vita non abbia ancora trovato un nuovo compagno. Che ansia! Vi prometto che alla cena della vigilia verrò con il nuovo fidanzato. Il quale, in realtà, non esiste. Come trovarlo è il tema degli aperitivi con la sorella e le amiche del cuore consumati al bar dove lavora una di loro, anche lei trentenne, carina e ancora illibata. Ma mentre sui canali si allestisce il presepe e il Natale si approssima inesorabile, gli approcci con l’altro sesso sono più che mai insoddisfacenti…

Realizzata da Luca e Matilde Bernabei di Lux Vide, ora società del gruppo Fremantle, Odio il Natale è un adattamento della norvegese Natale con uno sconosciuto. Notevole per la freschezza quasi fiabesca, regala un paio d’intuizioni sottotraccia, ma sostanziali come certi ingredienti nascosti nelle buone ricette. Senza la statuetta del Bambin Gesù, scomparsa nel canale e rinvenuta in extremis dai sommozzatori, non sarebbe un vero Natale. Il quale, a ben vedere, è la festa dell’imperfezione e non è indispensabile essere «a posto» per poterlo celebrare.

 

La Verità, 22 dicembre 2022

Perché Bisteccone andava bene e Lele Adani no?

Due parole, in chiusura, sulla querelle Lele Adani. Raramente un commentatore sportivo ha diviso quanto Daniele Adani, etto Lele. C’è chi lo vorrebbe silenziare per sempre e chi vorrebbe beatificarlo, in Sudamerica, Argentina e Uruguay soprattutto. I n fatto di telecronache e commenti, io ho gusti diversi. Per dire: mi piaceva molto Paolo Rosi, il suo tono che sapeva essere epico pur restando compassato. Come quando commentò l’ultimo drammatico giro di pista della maratoneta Gabriella Andersen Schiess alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Barcollante, al limite dello svenimento, eppure determinata a tagliare il traguardo sebbene 15 minuti dopo l’arrivo della vincitrice. Paolo Rosi era stato un ottimo rugbista, vincitore di due scudetti e anche capitano della Nazionale e quando commentava l’atletica, il rugby e il pugilato trasferiva il pathos di quegli sport senza increspare la voce. Un altro che ho amato molto è stato Sandro Ciotti. Per la ricchezza del vocabolario e la capacità di tratteggiare gli avvenimenti con veloci pennellate. I non più giovani come me ricorderanno «ventilazione inapprezzabile», un capolavoro della sottrazione. Ecco la parola. Raccontare sottraendosi: per lasciare la ribalta ai fatti, agli avvenimenti. Altri due che ho molto amato sono stati Rino Tommasi e Gianni Clerici, una combinazione irripetibile di tecnica e poesia, di conoscenza e letteratura, sui quali sono stati scritti diluvi di elogi ai quali non serve aggiungersi. Alla loro scuola non sono iscritti molti dei cronisti e commentatori di oggi: dai tempi di Rosi e Ciotti (e di tanti altri) i tempi sono di molto cambiati. C’è stata la rivoluzione digitale, sono arrivati i social e sembra che, per farsi sentire, per imporsi, si debba gridare, esagerare. Per fare dei nomi, Fabio Caressa, Franco Bragagna e altri che tendono a sovrapporsi. Spesso, nel tentativo di esibire la loro competenza, inondano i telespettatori di nozioni inutili o per lo meno marginali rispetto a ciò che si sta vedendo.

C’è però un’altra scuola, più vicina a quella di Lele Adani, che in questi giorni nessuno ha citato. La scuola di Giampiero Galeazzi, in particolare quando commentava il canottaggio, le imprese dei fratelli Abbagnale, lui che era stato a sua volta canottiere di un certo successo. Esaltazione allo stato puro. Bisteccone Galeazzi saliva con la sua voce e il suo crescendo da infarto sull’armo dei «fratelloni» facendolo diventare un tre con. Galeazzi ci andava bene, Adani no. Perché, si dice, i suoi commenti sono costruiti. Non lo so, non credo, ma anche se lo fossero?

Io penso che Adani sia soprattutto un innamorato del calcio, del bel calcio. E, dunque, dei calciatori che dispensano bellezza giocando. Intervistato da Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, nella sua classifica delle preferenze ha messo in cima Diego Armando Maradona e non era difficile. Ma ha anche detto che ogni generazione ha il suo idolo, il suo prediletto. Ecco, personalmente sto con Pep Guardiola che esalta Johan Cruijff, padre di Van Basten, senza togliere nulla a tutti gli altri… Adani, dunque, si esalta con i calciatori sudamericani di cui conosce caratteri, retroterra, formazioni, abitudini, quartieri di provenienza. Ciò che divide maggiormente dei suoi commenti sono questa enfasi, questo sguardo esagerato sul futebol, sul calcio sudamericano. In particolare, durante questi Mondiali, le sue metafore bibliche, Messi che «trasforma l’acqua in vino»; Maradona che aveva profetizzato: «dopo di me verrà un altro numero 10…».

Eccessi, esagerazioni. Meglio lasciar stare i riferimenti evangelici. Ma chissà, Adani vuol giocarci un po’, magari rendendoli più famigliari. È proprio così scandaloso? Forse conviene non prendere tutto troppo sul serio. Stiamo sempre parlando di una palla rotonda…

Letta-Crozza smaschera il telecongresso Pd

Signore e signori, buonasera: va ora in onda il congresso del Pd a reti unificate. Domenica i Mondiali di calcio si erano presi un giorno di pausa, nelle gazzette imperversava la notizia dei contanti trovati in casa di alcuni europrogressisti protagonisti di una sapiente riverniciatura del Paese che li ospita, ma le nostre televisioni si sono tuffate nel dibattito «sul percorso costituente del nuovo Pd», quello che la rivista Il Mulino chiama senza giri di parole «un ginepraio» e che fino al 19 febbraio ci farà divertire. Dunque, su La7, ospite di In Onda c’era il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, mentre a Che tempo che fa (Rai 3), dispiegava il suo slang da centro sociale Elly Schlein, curiosamente convinta – come ha evidenziato su queste pagine Mario Giordano – di abolire le correnti del partito con la sponsorizzazione di Dario Franceschini. Ingenuità o ipocrisia, sull’astro nascente della sinistra tendenza sardine, triplo passaporto e famiglia alto borghese, pesa come un macigno la definizione di «personaggio da film di Guadagnino» coniata da Dagospia. Com’è noto, Elly è la vicepresidente di Bonaccini e ora i due rivaleggiano per conquistare il vertice del Nazareno. La cosa è così pittoresca che Concita De Gregorio e Fabio Fazio hanno posto a entrambi la stessa domanda: «In che cosa siete diversi uno dall’altra?». Risposta stereofonica: ci vogliamo molto bene. Non è meraviglioso? I due candidati alle primarie Pd intervistati in contemporanea con le stesse domande da conduttori tv della loro stessa area. A onor del vero stavolta Fazio è parso più tonico del solito quando ha chiesto a Schlein come mai dopo solo un mese di governo si contesta alla Meloni la mancanza di quelle riforme che il Pd avrebbe potuto fare negli oltre dieci anni in cui ha comandato. Per rispondere, Elly si è arrampicata sul suo assemblearese eccedendo in «percorso», «precarietà», «salvare il pianeta», «esperienza collettiva». Un Fazio così intraprendente deve avere stupito anche lei. Il motivo sarà per caso da cercare nel fatto che Marco Agnoletti, spin doctor di Bonaccini, è anche capo di quella Jump communication che cura l’immagine di Che tempo che fa? Si sa, quando si gioca in casa fra noi – reti tv, conduttori, astri nascenti dem -, il corto circuito è dietro l’angolo. «Noi della direzione abbiamo tanto sentito parlare di questo esterno», rifletteva lo stralunatissimo Enrico Letta inscenato da Maurizio Crozza nell’ultima puntata di Fratelli di Crozza (Nove): «Cioè, come se davvero esistesse qualcosa fuori da noi…».

 

La Verità, 13 dicembre 2022

Lo stridore tra la Rai di Coletta e l’Italia di Meloni

A un certo punto, nel suo italiano approssimativo ma diretto, Heather Parisi ha detto: «Il mondo è diventato troppo sbracato. Si pensa che tutto è possibile, ma questo è sbagliato». Di fronte aveva Cristiano Malgioglio, agghindato con una palandrana catarifrangente lunga fino ai piedi e la solita acconciatura bicolore. Si era a Mi casa es tu casa nella prima serata di Rai 2 (appena il 5,3% di share con 900.000 telespettatori sebbene su Rai 1 non ci fosse praticamente nulla). Ma forse lei non se ne rendeva conto perché quando si è troppo dentro una situazione si fatica a realizzare dove ci si trova realmente. Invece a un telespettatore qualsiasi, minimamente vigile, forse balzerebbe agli occhi il contrasto fra testo e contesto, lo stridore tra ciò che vien detto e il posto in cui lo si dice. O forse no, perché poco alla volta, Fiorello a parte (che mercoledì ha raggiunto il 15% di share), Rai 2 e, in modo più strisciante anche Rai 1, sta diventando vetrina mediatica e bacino di raccolta del mondo Lgbtq, della cultura gay, della fluidità. Nelle sue varie gradazioni. È la linea editoriale perseguita dal direttore dell’Intrattenimento prime time Stefano Coletta, vero burattinaio dell’operazione.

Tutti i pomeriggi a Bella Ma’ Pierluigi Diaco non perde occasione per divulgare la sua unione con Alessio Orsingher, spalla di Tiziana Panella a Tagadà, contemporaneamente in onda su La7, e promuovere i temi della comunità arcobaleno. Nell’attesa che venga sbloccato Non sono una signora, nuovo show condotto da Alba Parietti, protagonisti attori ed ex calciatori che si travestiranno da drag queen, giudicati da una giuria di vere drag, la sera della Prima della Scala ha debuttato anche il programma di Malgioglio. Mi casa es tu casa cita espressamente A raccontare comincia tu di Raffaella Carrà, ricordata anche nella sigla dei Varry Brava che per l’occasione la rivisitano in salsa almodovariana con la partecipazione dello stesso Malgioglio. Il nuovo confidential show fa avanzare lo storytelling gay inaugurato e sdoganato anni fa con un certo stile da Kalispera di Alfonso Signorini su Canale 5 e proseguita su Rai 2 da Stasera casa Mika. Qui siamo in piena estetica camp con Pedro Almodóvar che spunta ovunque.

Venuta appositamente da Hong Kong, Heather Parisi si fa intervistare in un diluvio di «amore», «adoro», «sono una star» dal padrone di casa dall’ego traboccante fino a sovrapporre ricordi e filmati personali a quelli dell’ospite. Sulla spinosa questione dei vaccini, Malgioglio evita domande alla no vax proveniente da uno Stato dove le ferree restrizioni sono da poco state allentate. Mentre ritrova intesa perfetta con l’ospite sulla difesa «dei miei amici gay» contro «questa situazione di omofobia… Dimmi, dimmi. Io sono stato così contento quando è stata approvata la legge Cirinnà…». È la mission editoriale del programma, mentre il filo narrativo sono i partner con cui ha lavorato la showgirl di origini calabresi nata a San Francisco e sbarcata diciannovenne in Italia. La lista è lunga e conviene risparmiare elogi e definizioni spesi per Giancarlo Magalli, Beppe Grillo, Pippo Baudo, Raimondo Vianello, Corrado, Mike Bongiorno, Adriano Celentano, Gigi Proietti, Alberto Sordi, Lino Banfi. Più breve l’elenco delle partner femminili: Milva, l’immancabile Carrà, Lorella Cuccarini («andiamo d’accordissimo, ci scriviamo spesso su Instagram e Twitter») e soprattutto Stefania Rotolo di cui, nel finale, compare la figlia Jasmine. Le prestigiose collaborazioni di Heather vengono riproposte attraverso i filmati delle inesauribili Teche Rai che evidenziano l’impietosa differenza qualitativa fra la televisione di qualche decennio fa, un esempio su tutti lo sketch con Sordi doppiatore di Ollio, e quella di oggi. Che, nonostante la maggioranza degli elettori si sia di recente pronunciata in favore di una visione culturale diversa da quella rappresentata da questo servizio pubblico, resta tuttora in mano a dirigenti come Stefano Coletta.

A proposito di stridore.

 

La Verità, 9 dicembre 2022

Mondiali di calcio? Per la Rai un’occasione sprecata

Martedì mi ero fatto un bel programmino mondiale. Su Rai 1 erano previste Portogallo-Svizzera alle 20, interessante per vedere i lusitani senza Cristiano Ronaldo, e Spagna-Marocco alle 16, dal risultato non scontato, con i nordafricani pieni di calciatori di qualità, da Hakimi (Paris Saint-Germain) a Mazraoui (Bayern Monaco), da Amrabat (Fiorentina) a Zyech che apprezzo dai tempi dell’Aiax. Il programmino era semplice: siccome nel pomeriggio ero impegnato, avevo pensato di registrare entrambe le partite rinviando a fine giornata la scelta, evitando d’imbattermi in notiziari sia televisivi che online (cosa tutt’altro che semplice, basta pensare alla funzione di Google Discover). Arrivato a sera inizio a guardare in diretta il Portogallo ma, dopo un paio di smorfie del Cr7 panchinaro e di gol nella porta elvetica, mi oriento sul match tra le nazioni divise dallo stretto di Gibilterra che, considerati i contenziosi storici pregressi, forse non sarebbe stata solo una sfida di calcio. Sul campo, però, non sembra esserci acrimonia, la partita è godibile e il telecronista Dario Di Gennaro trova pure modo di avvertire d’emblée i telespettatori che il «16 dicembre Walter Veltroni racconterà Pio La Torre su Rai 3». Tornando al matc, la Spagna di Luis Enrique «fa la partita» ruminando il suo tiki taka con gli enfant prodige Gavi e Pedri, il Marocco se ne sta rintanato, replicando con blitz affidati a Zyech e Boufal. Alla fine dei tempi regolamentari siamo ancora «a reti inviolate» e si va ai supplementari.

Il vantaggio di guardare una partita registrata è che si possono annullare le pause come l’intervallo, le sostituzioni e gli infortuni, applicando una sorta di tempo effettivo. Pigiando il tasto di avanzamento, però, mi accorgo che la registrazione si avvicina pericolosamente alla fine e nella mia testa si affollano i calcoli tra il tempo mancante al completamento dei supplementari e quello registrato ancora residuo. Tra recuperi e interruzioni realizzo che se «si ricorrerà alla lotteria dei rigori» il segmento rimasto è disperatamente insufficiente. Mentre il nervosismo sale, l’immagine si blocca su Sarabia che «stampa sul palo» la più ghiotta delle occasioni. Dopo 2 ore e 55 di registrazione, su Rai 1 parte L’Eredità: il risultato è che, non so bene perché, i rigori posso solo sognarmeli. Non resta che tornare alla programmazione in diretta per provare a recuperare il finale di partita. Ma al Circolo dei mondiali una giornalista esperta di ciclismo con braccialetto arcobaleno – i diritti, i diritti -, un’ex olimpionica di salto in alto che recita da zia stralunata e una madamina torinese sdilinquita per le sorti della povera Juventus sono ai saluti. Pubblicità, promo di Bruno Vespa e  si va sul cazzeggio della Bobotv. Maltratto il telecomando digitando il 5058 di Raisport (sulla piattaforma Sky) dove volteggia una coppia di pattinatori, ma non c’è tempo di ammirare le gambe di lei che, al primo salto atterra male. Anzi, vista la superficie, «agghiaccia», senza bisogno di aggettivi. Su Sky Sport il rullo informa della vittoria del Marocco ai calci di rigore. Ma pure Alessandro Bonan non dispone di filmati, esclusiva Rai. La quale li usa con parsimonia e, chissà se per motivi ideologici, ha scelto di non dedicare ai mondiali qatarioti né una rete né spazio adeguato. Non resta che riparare nervosamente su Youtube…

 

La Verità, 8 dicembre 2022

Nel doc Rai Lotta continua rimane la meglio gioventù

Nostalgia della rivolta. Epica e sentimenti rivoluzionari. Orgoglio dell’appartenenza. Elogio della solidarietà ribellistica. Ci sono tutti questi elementi in Lotta continua – I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, la docu-serie già visibile su Raiplay –  e il 13 gennaio su Rai 3 – tratta da un libro dell’instancabile Aldo Cazzullo. «In quegli anni ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione», scandisce Erri De Luca nell’incipit della storia. Ma dal suo volto rugoso non traspaiono accenni autocritici. Al contrario, lo scrittore napoletano rivendica «piena lealtà nei confronti delle ragioni che ci misero insieme e che ci hanno fatto partecipare di quel movimento rivoluzionario». Posta all’inizio dei quattro episodi, la riflessione dell’ex dirigente del servizio d’ordine di Lotta continua fornisce la chiave di lettura del documentario diretto da Tony Saccucci. Gli otto anni del movimento di cui fu leader Adriano Sofri sono raccontati da ex militanti, con la sola eccezione di Giampiero Mughini che, prima di allontanarsi da quel mondo, prestò la firma di giornalista professionista per rendere possibile la pubblicazione del quotidiano. È lui l’unico testimone critico della stagione che va dalle manifestazioni alla Fiat di Mirafiori del 1968 allo scioglimento del movimento al congresso di Rimini del 1976.

Il regista afferma di aver voluto fare un film «per i nostri figli». Tuttavia, se si prefiggeva non solo di celebrare, ma anche di tramandare la conoscenza di quegli accadimenti a chi non li ha vissuti, ricorrendo quasi esclusivamente a voci di dentro, esistenzialmente coinvolte e inevitabilmente indulgenti, bisogna dire che ha mancato il bersaglio.

«Per me fu l’incontro con la felicità. C’era l’idea che il mondo non sarebbe stato più lo stesso», dice la sociologa Donatella Barazzetti. «Volevamo mettere al centro del mondo l’uomo. Non il profitto, le macchine, il commercio», testimonia Vincenzo De Girolamo, ristoratore. Nella maggior parte dei ricordi non c’è, né può esserci, la giusta distanza emotiva per dare ai fatti una prospettiva storica. Così, nonostante l’impegno di Mughini, manca chi dica che le parole di De Luca, il più consultato insieme a Marco Boato, sono inesatte e presuntuose. È lontano dal vero che i giovani che militarono in Lotta continua e nei gruppi extraparlamentari fossero «la maggioranza» di quella generazione. Anche durante i formidabili anni c’erano ragazzi che non ambivano a «fare la rivoluzione». Che semplicemente studiavano e facevano sport. Che frequentavano gli oratori e i movimenti cattolici. O militavano in formazioni diversamente orientate. La presunzione per cui chi partecipò alle formazioni di estrema sinistra stava facendo «la cosa giusta» è invece un vizio tuttora in auge se, solo il primo agosto scorso, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Sofri, Gad Lerner ne ha pubblicamente rimarcato la vita vissuta «dalla parte giusta». Nei ricordi, del leader di Lc qualcuno rimarca «la prosopopea» e la sfrontatezza con la quale, nell’affollata aula magna della Normale di Pisa, chiese a Palmiro Togliatti «perché non avete fatto la rivoluzione?».

Testimonianza dopo testimonianza si coagula la storia della parte buona del movimento. «Loro erano i più vivi e vitali, altro che le litanie del Libretto rosso di Mao», ammette Mughini. Davanti ai cancelli di Mirafiori le proteste degli operai si saldano con quelle degli studenti. Ma poco alla volta l’utopia cede il passo alla necessità di «alzare il livello dello scontro». Nel dicembre del 1969, dopo la strage di Piazza Fontana e la morte Luigi Pinelli, la situazione precipita. Nasce il servizio d’ordine, una  struttura parallela illegale. Si fa strada l’idea di ricorrere alla violenza. Nonostante De Luca parli di «anni di rame» prima dell’avvento degli anni di piombo, il 17 maggio 1972, a seguito di una lunga campagna denigratoria, viene ucciso il commissario Luigi Calabresi, assassinio che inaugura la stagione del terrorismo.

«Noi rifiutiamo l’idea che Lotta continua sia equiparabile a un’organizzazione terroristica», si difende Lerner. «Da Lotta continua nacque Prima linea. La violenza politica era il pane quotidiano di quegli anni e di quella gente», ribatte Mughini. Non sarà però il contrasto tra utopisti e fautori della lotta armata a portare alla fine di Lc. «È stato il femminismo a sciogliere Lotta continua. È il titolo voluto da Sofri», riconosce Paolo Liguori. «Sempre meglio dell’altro: Lotta continua si divide tra chi vuole la lotta armata e chi no». Dopo, gli ex militanti sono diventati una lobby? «L’ideologo è finito in galera, il leader carismatico, Mauro Rostagno, è stato ucciso dalla mafia, il capo dell’ala ecologista, Alex Langer, si è impiccato a un albicocco in Toscana», replica Boato. Prima di ammettere che, tra qualche decina di migliaia di militanti, alcuni di loro hanno conquistato ruoli di primo piano nel giornalismo, nella politica, nella cultura.

I ragazzi che volevano fare la rivoluzione è stato proiettato al Torino film festival suscitando, come ha rivelato Dagospia, non poche polemiche. Steve Della Casa, direttore artistico della manifestazione, fu l’organizzatore del corteo di Lc che portò al rogo del bar Angelo azzurro nel quale morì Roberto Crescenzio, uno studente-lavoratore di 22 anni. Per quei fatti Della Casa fu condannato a due anni con la condizionale. Ma se Torino, oltre a essere la città dove nacque e si sviluppò Lotta continua, è anche sede del Film festival, maggior cura si poteva chiedere alla Rai prima di proporre, dopo Esterno notte di Marco Bellocchio, un’altra opera contenente una visione parziale degli anni di piombo.

 

La Verità, 7 dicembre 2022