Festival scapezzolato, Paoli definitivo, Fiorello critico

Pagelle della serata finale del 73° Festival di Sanremo

Festival di capezzoli. Voto: 1

È il trionfo del kitsch. Come considerare gli abiti di Chiara Ferragni? Quello del monologo. E quelli della serata finale. «Una scultura» dorata che ripete le sue anemiche tettine, ornata(?) da una sottoveste turchese (colori dell’Ucraina). E anche l’altro che riproduce i capezzoli e i fianchi. Tutta roba che pialla ogni attrattiva. E che il sangue, anziché farlo, lo gela. Raggelanti anche le versioni scapezzolate di Rosa Chemical e Madame.

 Depeche mode, mah. Voto: 6

I più popolari e longevi interpreti di musica elettronica del mondo. Quarant’anni di carriera da quando la band è nata. Lacuna mia, non la conoscevo. Trovo significativo che, in un momento così, abbia intitolato Memento mori l’ultimo album. Per il resto, non posso dire che l’esibizione mi abbia entusiasmato, forse proprio perché presentata con troppa enfasi. Mi ha trasmesso una certa freddezza, com’è di una musica un filo robotica. E mi sembra che anche il pubblico dell’Ariston sia rimasto tiepidino. Forse anche a causa di qualche stonatura.

Gino Paoli, mostro sacro. Voto: 10

Con i suoi 88 anni può dire e fare ciò che vuole. Giacca bianca e Ray-ban azzurri, accompagnato dal grandissimo Danilo Rea (se si ha carisma bastano un microfono e un pianoforte), canta Una lunga storia d’amore, Sapore di sale e Il cielo in una stanza. Serve altro? Sì, prima di raccontare un paio di aneddoti su Morandi e Little Tony, dice la sua sul Festival. «È una gabbia di matti». Stefania Sandrelli nella sua casa al mare ha una gazza che dice solo questo: «Gabbia di matti, gabbia di matti. Volevo portarla qui e metterla su un microfono». Lapide.

La limonata di Rosa Chemical. Voto: 1

Baciando in bocca Fedez al termine della sua esibizione fa felici tutti. I Ferragnez innanzitutto, che hanno modo di dimostrare ai loro figli sintonizzati da casa che sono una coppia aperta, moderna e impegnata nella promozione dei diritti della comunità Lgbtq. E soddisfa anche Ama, che aveva suo figlio due poltroncine più in là rispetto a dove il cantante twerkava sul pacco di Fedez. Il conduttore teorizza che non ci sono etichette: «Ai bambini va spiegato che esiste una persona diversa da un’altra, un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna». Dunque, tutti contenti. O no?

Fiorello, coscienza critica. Voto: 9

Il migliore, come sempre. Le sue incursioni all’Ariston da Via Asiago scoperchiamo le ipocrisie. «Domani i dirigenti andranno tutti a casa, però è stupendo. Devo dire che è una puntata tranquilla, serena. Vi siete guadagnati la prima pagina dell’Avvenire. Pensate se Rosa Chemical avesse fatto la scena che ha fatto con Fedez con gli artigiani della qualità seduti sul divano». Poi chiede notizie del direttore dell’Intrattenimento prime time, Stefano Coletta: «Inquadratemelo. Fatemelo vedere per l’ultima volta. Hai controllato i testi di Gino Paoli?», lo provoca. «Dopo Rosa Chemical, Achille Lauro sembrava Cristina D’Avena». Altra lapide su Sanremo 2023: «Neanche il bar di Guerre stellari».

 

 

 

Chiara Francini stravince, Fedez si conferma penoso

Le pagelle della terza serata del 73° Festival di Sanremo

I duetti, più bassi che alti. Voto: 5

Tra 28 cover se ne salva meno di una decina. Sostanzialmente quelle in cui spuntano i leoni della canzone. Questione di spessore, non anagrafica. Vogliamo mettere Edoardo Bennato con Ditonellapiaga? O Elisa con Carla Bruni? Ottima Let it be in versione gospel di Mengoni a sua volta in versione queer. Colpiscono la supersexy Elodie e le movenze ancora feline di Lorella Cuccarini. Ma qui la musica c’entra meno.

Il ricordo delle foibe, un rattoppo. Voto: 5

Inserito all’ultima ora su invito del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Amadeus ha balbettato prima dicendo che non si può commemorare tutto, poi assicurando che era già previsto, infine anche leggendo maluccio una pagina dal libro La bambina con la valigia. Una cosa evidentemente aggiunta per dovere.

Chiara Francini, avercene. Voto: 8,5

La migliore delle co-conduttrici, sovverte la liturgia salendo la scala anziché scenderla, dando del lei ai colleghi («c’è una gerarchia»), incarnando la diva d’altri tempi. Il meglio non è sempre il futuro. E sovverte pure le aspettative sulle donne dell’Ariston: con quel personalissimo monologo sulla maternità mancata la meno attesa si dimostra la più efficace.

Ultimo ed Eros borgatari. Voto: 8

Sarà la provenienza comune, l’umiltà di chi non si sente guru, la sintonia tra loro si è toccata con le orecchie e il cuore, anche quando a Ramazzotti sono mancate le parole. La periferia passa nei testi e nelle voci di carta vetrata. E vince. Con Un’emozione per sempre, Adesso tu e Più bella cosa tutto l’Ariston si alza per cantare e applaudire.

Articolo 31 e Fedez sempre uguali . Voto: 3

Quando arrivano sul palco si pensa: toh, il marito di Chiara Ferragni sa anche suonare la chitarra. Oddio, suonare… Gli altri due con cappellino e pigiama luccicante saltellano qui e là in omaggio all’eterno giovanilismo con esiti patetici. Le orecchie vorrebbero ribellarsi, per fortuna finiscono presto. Ma congedandosi non riescono a non lanciare il messaggio: «Giorgia, legalizzala». Penosi.

 

 

 

 

Il manifestival e l’obbligo di vedere i Måneskin

Le pagelle della terza serata del 73° Festival di Sanremo

Morandi Sangiovanni, il vintage che vince. Voto: 8

Sono il manifestival, manifesto + festival. Vedi alla voce intergenerazionalità. Sessant’anni (quasi) di differenza e non sentirli perché parlano la stessa lingua, quella della semplicità e della freschezza, e cantano la stessa musica, quella di Fatti (ri)mandare dalla mamma. Non ci sono blasoni e orgogli da difendere. Da uomo risolto, Morandi ha l’arte di mettersi sempre in gioco, Sangiovanni l’umiltà di riconoscere il maestro. E il momento revival scatena l’Ariston.

Måneskin, il trionfalismo fa autogol. Voto: 5

Salutandoli e promuovendo la loro tournée Amadeus ha scandito, testuale: «È impossibile non vedere i Måneskin». Ecco. L’enfasi. L’isteria collettiva. L’imperativo. L’obbligo sociale. Su Damiano e soci è in atto una guerra di religione. Vietato criticarli. Vietato dire che non sono i Led Zeppelin e che il glam rock l’hanno inventato David Bowie e i Roxy music. E che, al confronto, il loro rock e i loro look risultano plasticosi.

Paola Egonu, il vittimismo ingrato. Voto: 5

«L’Italia è razzista». Una ragazza che da un Paese ha avuto il successo, la Nazionale di volley, il cavalierato dal presidente della Repubblica e il palco di Sanremo (pagato dai soldi del canone) accusa quel Paese di essere razzista. E afferma di non volerci far crescere un figlio… Un sonoro moto di rabbia è il minimo. Misuriamo le parole. Controlliamo i pensieri. Nel monologo della serata modera un po’ i toni: siamo tutti uguali oltre le apparenze. Forse converrebbe contare fino a 10 prima di lanciarsi in battaglie più grandi di sé. Ed evitare di salire sulla giostra dei finti scoop azionata da giornalisti e media interessati a cavalcarli.

Gianluca Grignani, l’autocritica fa strada. Voto: 7

A un certo punto, mentre era ben oltre la metà della sua Quando ti manca il fiato ha alzato la mano, non è ancora chiaro se smadonnando, e fermato orchestra e coriste. Aveva dato indicazione di seguire una tonalità rivelatasi troppo alta. E gli è mancato il fiato, letteralmente. Colpa mia, ha detto. Si ricomincia da capo. Ammettere di aver sbagliato è segno di maturità. Appunti per Blanco.

Lazza, anche i rapper hanno un cuore. Voto: 7

Canta Cenere con voce potente. È primatista di durata al primo posto in classifica, ma non se la tira. Ha tatuaggi ovunque e veste in modo improbabile. Ma alla fine chiede il permesso di fare una cosa. E corre in platea a porgere i fiori a sua madre, «una persona speciale».

Striscia la notizia, disturbatori situazionisti. Voto: 8

Al comune di Sanremo, proprietario del marchio del Festival è arrivata l’offerta di una cordata per organizzare la gara canora il prossimo anno. Non è scritto da nessuna parte che sia un monopolio Rai. Lo rivela Pinuccio, l’inviato di Rai Scoglio 24. Il sindaco conferma che l’offerta sarà valutata. Non male come scossa. Un’altra più piccola la dà Enrico Lucci in conferenza stampa. «Invitate Giorgia Meloni alla serata finale? Ha già il vestito pronto. Verrebbe con Salvini e La Russa. Del resto, avete invitato Mattarella, Zelensky e tutti quanti…».

 

 

Strepitosi gli highlander, Fedez sempre infantile

Le pagelle della seconda serata del 73° Festival di Sanremo

Al Bano, Ranieri, Morandi highlander. Voto: 9

Un pezzo di storia della musica italiana. Finora il loro medley è il momento top del Festival. Più popolari dei tre tenori, più intonati dei Pooh della sera prima, molto più trascinanti dei Black Eyed Peas. Uno su mille ce la fa, Perdere l’amore, Nel sole, tanto per limitarsi nelle citazioni, sono must assoluti che hanno galvanizzato il pubblico dell’Ariston, tutto in piedi a cantare e ballare.

Francesca Fagnani, carta vincente. Voto: 8

Una che sa stare al mondo. Ha indossato l’Ariston come un guanto. Giusta nei tempi e nei toni. Dove la metti fa il suo, quando deve presentare i cantanti, quando deve cazzeggiare con Ama e Gianni, quando arriva il monologo che gestisce con sagacia, misura e pieno controllo dei contenuti. Il dialogo con i ragazzi del carcere minorile di Nisida e l’esortazione ad accendere i riflettori sul rapporto tra la scuola e gli adolescenti marginali lasciano il segno.

Fedez, il moccioso che non cresce. Voto: 2

Passa il tempo, cambia il mondo, lui resta tristemente immobile nel suo infantilismo. Canta «Se va a Sanremo Rosa Chemical scoppia la lite, forse è meglio il viceministro vestito da Hitler», prima di stracciare la foto del sottosegretario Galeazzo Bignami a una manifestazione giovanile di cui si è già più volte scusato. Poi provoca per l’ennesima volta il Codacons. Ha il merito di essersi assunto la responsabilità delle sue azioni. Non dovrebbero mancargli i fondi per pagare le querele.

Pegah Moshir Pour e Drusilla Foer. Voto: 8

Più che giusto ricordare i diritti negati in Iran. Parlare di persone in carcere, donne violate e impossibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero dopo l’elogio dell’articolo 21 della Costituzione era doveroso. Lo hanno fatto le persone giuste e con i toni giusti. Abbiamo ancora nella memoria gli eccessi e i livori di Rula Jebreal; Pegah e Drusilla lo hanno fatto con garbo, eleganza e senza retorica. Doti che giovano alla causa.

Rosa Chemical, Achille Lauro de noantri. Voto: 4

Il voto è la media tra testo, musica e look. Il rapper si presenta con occhiali da sole, bustino in pelle e piercing a volontà. La sua Made in Italy cita Vasco, Celentano e Leonardo. Canta il poliamore: «Ti piace/ Che sono perverso e non mi giudichi/ Se metterò il rossetto in ufficio lunedì/ Da due passiamo a tre/ Più siamo e meglio è». Il ritornello orecchiabile e ben ritmato diventerà un tormentone. Copia sbiadita di Achille Lauro.

Angelo (troppo) Duro per l’Ariston. Voto: 5

Lo stand up più caustico e il teatro più mainstream sono mondi troppo lontani per incontrarsi. Si sapeva che era spietato e divisivo. Il contesto fa il testo. Lui fa sold out in teatri dove il pubblico sa chi va a vedere. Amadeus lo fa uscire all’una meno dieci dopo aver invitato i telespettatori a cambiare canale. Ha rivendicato il primato della trasgressione: non ha tatuaggi, è astemio e sta con una donna da 14 anni. I matrimoni «salvati» dalle puttane sono uno di quei paradossi da sbandata sul ciglio del precipizio.

 

Il Festival di Alcatraz e la Ferragni allo specchio

Le pagelle della serata d’esordio del 73° Festival di Sanremo.

Il Festival di Alcatraz. Voto: 3

È il dogma stesso del Festival da rimettere in discussione. Obbligo sociale, politico, civile. Una sorta di prigione in cui la Rai sta chiudendo il pubblico. Non solo come entità televisiva, ma proprio come spazio. Il martellamento a tutte le ore e in tutti i programmi, dal Tg1 agli spot fino alle rubriche periferiche, sono il luogo della costrizione. Asfissiante. Anche nell’ora d’aria si resta in galera. La macchina fagocita tutto come un mostro onnivoro. E nell’opinione pubblica che si avvertono i conati pre-rigetto.

La prima serata. Voto: 5

Manca soprattutto il ritmo, l’idea, il profilo della serata, prigioniero della sua eccessiva istituzionalizzazione. Il Festival è quasi coetaneo della Costituzione e l’Ariston sembra La Scala. Quando entrano Anna Oxa e non si capiscono le parole, e quando compaiono Mamhood e Blanco e si capiscono i lamenti, tutto precipita. E non risale neanche con le stecche dei Pooh…

L’asse Fuortes-Presta. Voto: 7

La coppia amministratore delegato superagente ha messo a segno il colpo dell’anno: Sergio Mattarella all’Ariston ad ascoltare Roberto Benigni che esalta la Costituzione. Senza il 75º anniversario della Carta vivevamo lo stesso, ma il pretesto è servito per allestire il momento patriottico introdotto dall’Inno di Mameli (da non chiamare Fratelli d’Italia). Messaggio primario: per cambiare la Carta in tavola, Giorgia Meloni dovrà passare sul nostro corpo. Effetto secondario: Fuortes e Presta si sono autoblindati.

Roberto Benigni costituzionalista. Voto: 5

A un certo punto, vista l’enfasi, pareva che parlasse del Vangelo. Un libro che salva e redime da tutto. Ci si aspettava un collegamento tra la Carta e l’arte, è arrivato il poco originale elogio dell’articolo 21 («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero»), in perfetto stile Repubblica. Unico guizzo quando, rivolto a Mattarella, ha detto che la Costituzione è praticamente «sua sorella», riferendosi alla presenza del padre di lui tra i costituenti.

Gianni Morandi finto tonto. Voto: 7

Con tutto quello che ha fatto e visto in carriera non conosce l’ansia da prestazione. Finge di non capire, gioca a fare la spalla, si prende in giro cantando le sue ciofeche. Sta sul palco come a casa sua. Infatti, dopo la sbroccata di Blanco, impugna la scopa e spazza. Risolutivo.

I favoritissimi della gara. Voto: 6

La tuta nera di pelle di Marco Mengoni, a metà tra i Village people e Alberto Sordi, rischia di distogliere dal testo della canzone. Idem l’esplosiva Elodie in versione come ti svesti. Piace il crescendo di Ultimo, ma anche lui non è aiutato dall’audio. Ricorrere ai sottotitoli?

Chiara Ferragni, la vita è un selfie. Voto: 4

La maggiore delusione della serata. Non s’infierisce solo perché è un esordio. Per tutto il tempo parla e dice di sé. Della sua emozione, del suo nervosismo, di come si è preparata, di cosa dicono i suoi abiti (il terzo era la tutina glitterata smessa da Achille Lauro?). Vive davanti allo specchio. Il primo post è rivolto a sé stessa: «Pensati libera». La letterina da terza media del monologo pure. Una galleria di banalità nel mood del piagnisteo vittimista. Si rimpiangono Drusilla Foer, Sabrina Ferilli, Diletta Leotta e Gegia.

Blanco, una bestemmia in chiesa. Voto: 4

Prendere a calci i fiori nella città dei fiori è lo sfregio peggiore. Gli scenografi avevano addobbato il palco con migliaia di rose rosse, come da titolo della sua canzone (L’isola delle rose) e da video della stessa nel quale le strapazza. Il ricevitore sbagliato consegnato dai tecnici non gli faceva sentire la voce in cuffia. E lui ha perso il controllo, magari perché troppo carico…

Achille Lauro è il volto identitario del Festival

Achille Lauro non poteva mancare nemmeno stavolta, e fanno cinque edizioni consecutive. Tre da concorrente e due come superospite. È lui il volto identitario del Festival di Sanremo anni Venti. Una vetrina modaiola di fluidità e gender in varie gradazioni che ha sostituito la kermesse patronale, il luna park tuttifrutti di un tempo. Adesso il frutto principale è questa salsa queer. Sanremo segue il costume, ma qualche volta lo anticipa e lo influenza a suon di musica e polemiche, ugole e predicozzi, canzonette e politica. È così fin dal Ragazzo della via Gluck e Chi non lavora non fa l’amore (Adriano Celentano, 1966 e 1970), e da Una vita spericolata (Vasco Rossi, 1983), per citare le prime. Da La terra dei cachi (Elio e le storie tese, 1996) e Non è l’inferno (Emma Marrone, 2012), per avvicinarci al presente. Sanremo era Sanremo. Condito di superospiti internazionali, da Josè Feliciano, anche in gara, a Madonna, da Michail Gorbaciov a Mike Tyson e John Travolta, che per brevi comparsate procuravano salassi alle casse della Rai e overdosi di polemiche sull’uso del denaro pubblico. Il concorso era trasmesso in Eurovisione e c’era chi diceva che tutto il mondo ce lo invidiava. Domenico Modugno, Claudio Villa, Gianni Morandi, Celentano, Laura Pausini vendevano alla grande anche all’estero, e senza il complesso di essere italiani. Anzi, magari proprio per quello. Oggi no. Oggi, nell’èra della globalizzazione, sebbene declinante, i generi musicali perlopiù li importiamo. Comunque, Sanremo era quella roba lì. Epperò negli ultimi anni abbiamo assistito a una curiosa metamorfosi. Con innesti crescenti di progressismo, il nazionalpopolare è mutato in mainstream. Ben più di una correzione linguistica, un passaggio culturale. Dalla prospettiva nazionale a quella globale, dalla tradizione del Belpaese al pensiero unico sul vassoio dell’intrattenimento di tendenza. Il nuovo linguaggio deriva dalla frammentazione dei generi? L’Ariston si adegua e offre la vetrina.

Dicevamo di Achille Lauro, nome d’arte(?) di Lauro De Marinis. Quando si è presentato in gara, le sue dimenticabilissime canzoni navigavano nelle retrovie della classifica, puro pretesto per le messinscene, le mise transex, gli scandaletti di polistirolo pour épater le bourgeois. La sua ultima esibizione aveva simulato un battesimo. Roba farlocca. Tanto che, stuzzicato da Fiorello che l’anno prima, con una corona di spine sul capo, aveva duettato con lui, l’Osservatore Romano aveva dispensato delusione: «Volendo essere a tutti i costi trasgressivo, il cantante si è rifatto all’immaginario cattolico. Niente di nuovo. Non c’è stato nella storia un messaggio più trasgressivo di quello del Vangelo. Da questo punto di vista difficilmente dimenticheremo la recita del Padre Nostro, in ginocchio, di un grande artista rock come David Bowie. Non ci sono più i trasgressori di una volta».

Insomma, in quel lembo di Liguria si fatica a pensare in grande. A osare veramente. Ci hanno provato Rula Jebreal con un monologo in difesa delle donne violentate e Roberto Saviano ha voluto ricordare il trentennale dell’uccisione di Giovanni Falcone con tre mesi di anticipo. Nel 2020, con una libera interpretazione del Cantico dei cantici, definito il libro «più bello, più santo, più importante della Bibbia», Roberto Benigni ha sdoganato tutte le forme di amore, quella «dell’uomo con la sua donna, la donna con la sua donna, l’uomo con il suo uomo». Perché, alla fine, si casca sempre lì, nella moltiplicazione dei sessi e nell’amore non binario, come si dice.

Sotto la supervisione di Stefano Coletta, prima come direttore di Rai 1, poi come responsabile della sezione Intrattenimento della tv pubblica, Sanremo si è travestito da festival queer, disseminato di baci gay, unghie smaltate e trucco pesante per entrambe i sessi (e speriamo che la comunità Lgbtq non insorga). Se prendiamo i vincitori delle edizioni frequentate da Lauro, due volte ha vinto Mamhood (nel 2022 con Blanco) e una i Måneskin, poi tornati come ospiti l’anno scorso. E il vecchio luna park è sembrato un Gay pride per famiglie. Arcobaleno, naturalmente.

Erano gli anni dei governi guidati da Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi, con il Pd a dare sempre la linea (tranne la breve parentesi gialloverde). Erano gli anni del dibattito sul ddl Zan, di genitore 1 e genitore 2, dell’asterisco e dello schwa proposti, e spesso adottati, nei documenti pubblici… Non che siano stati definitivamente archiviati. Tuttavia, dalle parti di Palazzo Chigi l’aria è cambiata. Invece in Rai ancora no. Basta guardare i programmi d’intrattenimento, certe rubriche pomeridiane di Rai 1 e Rai 2, le giurie degli show della rete ammiraglia… Finora l’avvento di Giorgia Meloni e del governo «delle destre» non ha fatto girare il vento nemmeno tra i fiori e le pailettes della kermesse canzonettara. Al suo fianco, il conduttore e direttore artistico ha voluto, sì, il rassicurante Gianni Morandi, amato sia dalle nonne che dai giovanissimi («Da grande voglio essere come lui», confidò Blanco sul palco di un anno fa). Ma fedele al mainstream modaiolo, ha chiamato l’«imprenditrice digitale» Chiara Ferragni e la pallavolista non binaria Paola Egonu (e chissà perché nessuno invita mai Miriam Sylla, anche lei di colore e pure capitana dell’Italvolley femminile).

Intanto Madame ha dovuto cambiare il titolo della canzone in Il bene nel male (al posto di Puttana), prima di essere indagata per una storia di vaccini falsi e piegarsi al volere comune: senza polemiche la colonnina dell’Auditel non s’impenna. Dopo aver detto che non ci sarebbero stati ospiti perché già tanti erano i cantanti in gara, man mano che ci si avvicinava al giorno d’inizio, Amadeus ha annunciato Black Eyed Peas, Piero Pelù, Francesco Renga, Nek… E, sempre in modalità allineamento, si è parlato di Volodymyr Zelensky in videocollegamento nella serata finale.

Di sicuro c’è che i cantanti in gara saranno 28, ventidue big più sei giovani, così le serate termineranno quando albeggia, tutta salute per lo share. A naso, il cast del 73° Sanremo, dal 7 all’11 febbraio, è tranquillo. C’è la quota star da stadio con Marco Mengoni e Giorgia, il trash dei Cugini di campagna, la nutrita fetta anni Novanta con Anna Oxa e i Modà, senza dimenticare le reunion di Articolo 31 e Paola e Chiara. Ci sono «i figli di» Leo Gassmann e Lda (di Gigi D’Alessio), i big da classifica Lazza, Elodie e la già citata Madame, la quota di musica indie con Colapesce Dimartino e Coma Cose, che bissano la partecipazione dell’anno scorso, come Tananai che, giunto ultimo, può migliorare ma non è detto. Non s’intravedono troppe trasgressioni fasulle. Però occhio a Rosa Chemical che somiglia non poco ad Achille Lauro, speriamo solo nell’aspetto. Nell’incertezza, si è pensato bene di convocare anche l’originale. Hai visto mai che se ne sentisse la mancanza.

 

Il Timone, febbraio 2023

Tra i misteri nella neve s’affaccia il destino

È una serie ben congegnata e sceneggiata Black out – Vite sospese, quattro serate per otto episodi in onda su Rai 1 con Alessandro Preziosi, la regia di Riccardo Donna e la produzione di Luca Barbareschi per Eliseo entertainment. Un mistery-drama, come dicono quelli che ne sanno, con qualche elemento thriller, ben dosato per tenere viva la suspense che a volte declina per alcuni dialoghi un tantino telefonati: curioso che non sia tratto da qualche fonte letteraria. In realtà, questa è la sua fortuna perché stiamo parlando di una storia diversa proprio perché totalmente originale (lunedì e martedì, ore 21-35, 4 milioni di telespettatori, 21,7% di share). Qui non ci sono deus ex machina, eroi ed eroine, ultimamente soprattutto queste ultime nelle vesti di sostituti procuratori e vicequestori, a catalizzare la trama e a raddrizzare il mondo. Protagonista è, in realtà, la circostanza; nella fattispecie, la particolare situazione nella quale vengono a trovarsi gli ospiti di un lussuoso resort di montagna durante le vacanze di Natale. Succede, a volte, che gli avvenimenti ci sovrastino…

Siamo nel ridente comprensorio sciistico dell’Alta valle del Vanoi (Trentino Alto Adige) quando una gigantesca valanga isola completamente l’albergo dal resto del mondo. Niente cellulari, niente Internet e l’unica galleria che comunica con l’esterno è crollata. Nella zona vive con la figlia adolescente una medico-chirurgo (Rike Schmid), nascosta dal programma di protezione testimoni dopo che ha assistito a un omicidio di camorra. Ma quando arriva nell’hotel l’ex marito (Marco Rossetti) con la nuova compagna la copertura salta. Se ne accorge anche il misterioso broker finanziario (Preziosi) che, sebbene abbia cambiato cognome per rifarsi una vita, è pur sempre imparentato con il camorrista. È l’occasione buona per sistemare una volta per tutte la dottoressa e impedirle di testimoniare al processo. Infine, anche i proprietari e il personale del resort custodiscono qualche scomodo segreto. In questo clima già poco natalizio si abbatte la slavina che, oltre a mettere in pericolo le vite, rischia di far trapelare identità e piani nascosti degli avventori dell’hotel. Ovviamente, non mancano, soprattutto tra i giovani, le storie d’amore, e l’emergere di figure positive, come l’appuntato dei carabinieri superstite (Aurora Ruffino), alle prese con una gravidanza indesiderata. Così, mentre si scopre che tra gli ospiti c’è un assassino, costretti da una situazione forzata tutti cominceranno a rivedere  i propri comportamenti. Quando il destino ci mette alle strette…

 

La Verità, 26 gennaio 2023

Una serie sull’ombelico del cinema italiano

Fazismo e Vanity Fair, che sono la stessa cosa; veltronismo e festival del cinema, idem: Call my agent – Italia, remake della francese Dix pour cent, diramata da Netflix e ambientata in un’agenzia cinematografica di promozione dei migliori attori e artisti del bigoncio, è la nuova serie che piace alla gente che piace. Sono tutti in visibilio, gli addetti ai lavori, perché funzionano la sceneggiatura, la regia, il cast farcito di guest star, da Paola Cortellesi a Pierfrancesco Favino, da Stefano Accorsi a Paolo Sorrentino, ognuno nella parte di sé stesso, ognuno che – senza prevaricare i veri protagonisti del racconto che sono, appunto, i loro agenti – dà il titolo all’episodio. Prodotta da Sky studios e Palomar, con la regia di Luca Ribuoli e la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan, Call my agent – Italia ha entusiasmato i critici al completo. E se qualcuno (Marco Giusti) ha pignoleggiato sulla costruzione della storia, radicata nella Roma cinematografica e nel quartiere Prati delle sedi Rai, è perché alla fine Sky non poteva troppo indugiare sul contesto logistico, geografico, infine culturale di quel demi-monde che ha nella tv pubblica il suo epicentro. Insomma, l’agenzia Cma, dove Maurizio Lastrico (lo sfigato Gabriele), Sara Drago (l’isterica lesbica), Michele Di Mauro (lo squalo) e Marzia Ubaldi (la saggia) si affannano tra casting, set, premi e paranoie delle star sarebbe poco credibile perché poco incentrata nel suo proprio brodo di coltura. L’obiezione è sensata e coglie, forse, il tentativo di sottrarsi agli effetti nefasti dell’autoreferenzialità. Missione impossibile.

Qualche giorno fa, rispondendo a un lettore che non trovava attraente nessun film italiano in programmazione, Daniele Luttazzi scriveva: «Il cinema italiano deve spiegare, a questo punto, perché il pubblico dovrebbe uscire di casa per andare a vedere i film della solita compagnia di giro. Favino, Servillo, Abatantuono, De Sica, per dire, li ha già visti: la loro gamma emotiva quella è, da anni non hanno altro da aggiungere». Dieci attori e dieci attrici, più o meno, sempre gli stessi, fanno tutto o quasi (tra le poche eccezioni, Pupi Avati che gli attori li sceglie a modo suo e guarda caso entra di rado nell’italica premiopoli). Se già è asfissiante al cinema questa compagnia di giro, figurarsi quanto possono esserlo le paturnie dei suoi componenti nel backstage degli agenti. Non basta certo l’autoironia a rompere la gabbia del narcisismo. Ciò detto, la serie è godibile e furba. Ma il momento migliore è la tirata di Sorrentino sull’«entusiasmo immotivato, il sentimento più orrendo dell’essere umano»: sarà perché sembra presa dalla vita vera?

 

La Verità, 24 gennaio 2023

Tra boomers e millennials overdose di giovanilismo

Che bellooooo! Wow! Che ficooo! È un diluvio di esclamativi il contrappunto del nuovo giocone di Rai 2 che sancisce il ritorno nella tv pubblica di Alessia Marcuzzi. La missione nazionale è salvare dall’inabissamento la rete, ma la showgirl transfuga da Mediaset (per mancanza di offerte) ha contrattualizzato prima che l’emergenza deflagrasse. In fondo, visti i flop in serie e la supervisione dell’attuale direttore dell’Intrattenimento prime time che risponde ancora al nome dell’ineffabile Stefano Coletta, poteva pure andare peggio. Qualche volta la legge di Murphy viene smentita, ma non di molto perché Boomerissima non floppa, ma si accontenta di andare malino (Rai 2, martedì, ore 21,30, 1,5 milioni di telespettatori, share dell’8,5%). Dunque, il giocone di cui sopra consiste nel far gareggiare due squadre di vip e semivip, una composta da boomers e l’altra da millennials e sai la novità. I giochi e le cavalcate intergenerazionali, come argomentano sociologi e cantautori, sono il segreto per attrarre i target e se l’obiettivo è perennemente quello di attrarre il pubblico giovane, di sicuro c’è che anche in questo caso il più fedele è quello più stagionato. Perciò, vai con l’amarcord e l’operazione nostalgia, tra quiz sul ritornello della canzone di successo da completare e indovina l’anno… Per dire il grado di difficoltà, si mostra la caduta del Muro di Berlino: che anno sarà? Il tutto, come si diceva, condito dal clima ridanciano di cui la Marcuzzi è primatista mondiale, pronta per altro a sdoppiarsi e triplicarsi nel ruolo di conduttrice, showgirl, ballerina, supportata di volta in volta da qualcuno dei componenti delle due squadre, vogliosi di cimentarsi. Primi fra tutti gli autoironici Katia Follesa e Maurizio Lastrico, protagonisti di una sorprendente arringa finale, Ema Stokholma ed Elena Santarelli, che le canzoncine le sanno proprio tutte. Così, sulla parodia del provino di Flashdance davanti a Luca Tomassini e delle indimenticate Charlie’s Angels, la serata viaggia senza pretese verso il finale del gioco inevitabilmente incentrato sulla cultura pop televisiva e attorno agli anni Ottanta e Novanta, decenni di riferimento della conduttrice, ovviamente non imparziale. Tra le due generazioni contrapposte la mediazione non può essere che il giovanilismo in dosi massicce. Alla fine l’ingresso di Raf (Self control e Cosa resterà di questi anni Ottanta), certamente più boomer che millennial con la sua trentennale storia d’amore con Gabriella Labate, smorza un filo la baldoria. Ma almeno fornisce un perché alla serata.

 

La Verità, 19 gennaio 2023

Angela svela Milano con lo stile della tv generalista

Accompagnato da Giancarlo Giannini nei panni di Alessandro Manzoni, la sera di Natale Alberto Angela ci ha guidato nei segreti di Milano. Non è facile riuscire a catalizzare contemporaneamente il pubblico di coloro che già li conoscono, perché magari ci vivono o ci hanno vissuto, e di quanti, invece, li ignorano. Mescolare conoscenze popolari con il gusto di informazioni nuove o quasi, ma proposte in una luce originale, è la scommessa dei grandi divulgatori. E, a ben vedere, anche della televisione generalista, quella che sta progressivamente sparendo grazie alla cura dell’attuale dirigenza. In controtendenza, Angela è uno dei pochi che incarna ancora lo stile di Rai 1, grazie all’ottima padronanza della materia e delle frequenze linguistiche (se si eccettua qualche ridondanza nell’aggettivazione). Dunque, non era facile, ma la formula adottata dal conduttore cicerone è risultata vincente (Stanotte a Milano, Rai 1, domenica ore 21,40, share del 23,8%, 3,4 milioni di telespettatori). La capitale morale del Paese è conosciuta più per le potenzialità in campo economico, meno per la profondità della sua cultura e della sua arte. Angela ha messo in luce entrambe le risorse cittadine, mixando narrazione alta e bassa, i segreti della cripta della chiesa di San Sepolcro, frequentata da Sant’Agostino e dall’imperatore Teodosio, e le suggestioni della Via Gluck di Adriano Celentano. Così Giannini-Manzoni ci ha portato tra le navate del Duomo, nel cuore della Pinacoteca di Brera, nel magnifico atrio della Basilica di Sant’Ambrogio. E Angela ci ha illustrato L’Ultima cena di Leonardo, le colonne di San Lorenzo, la chiesa a lui intitolata dietro al statua dell’imperatore Costantino, quello del famoso editto che per primo stabilì libertà di confessione religiosa. Una delle novità di Stanotte a Milano – con i Navigli, piazza della Scala o piazza dei Mercanti effettivamente deserti – è stato il ricorso alle testimonianze di alcune eccellenze. A Zlatan Ibrahimovic, intervistato a San Siro, e a Dolce e Gabbana, nel loro studio foderato di stoffe animalier, il conduttore ha chiesto quale consiglio darebbe a un giovane che arriva oggi a Milano. Inseguire il proprio sogno di felicità senza farsi distrarre dal divertimento o frenare dai sacrifici necessari, è stata la risposta quasi identica, mentre in sottofondo si sentivano Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci. Per concludere che «Milan l’è un gran Milan»: è comprensibile che chi ce l’ha fatta, imponendosi nel mondo, abbia una visione piuttosto idilliaca della città, e la decanti come un posto dove «la raccomandazione è sconosciuta».

 

La Verità, 27 dicembre 2022