Una storia che scorre come l’acqua (di Chioggia)

Odio il Natale è una miniserie di Netflix sull’amore in sei episodi di mezz’ora l’uno che si bevono in un sorso. Perché, anche se è in parte prevedibile che l’odio del titolo si tramuti nel suo contrario, tuttavia il racconto è spumeggiante, come direbbe Jim Carrey. Una serie acqua e sapone, con dialoghi rapidi che non disdegnano qualche riflessione, e senza influenze gender, se si eccettua una misuratissima sbandata lesbo che non devia il corso degli eventi. A differenza della Chioggia intravista in We are who we are di Luca Guadagnino, dove fluidità e transessualità erano il centro della storia, qui siamo proprio tra i canali della cittadina lagunare ritratta in una luce sempre solare sebbene sia pieno dicembre. L’altra imprecisione, com’è stato notato, è la parlata dei protagonisti con lievi inflessioni romane, a eccezione del padre della protagonista e del ricco imprenditore del prosecco, suo spasimante. Un difetto tollerabile tra tanti pregi perché, in realtà, i chioggiotti parlano normalmente un dialetto incomprensibile e l’accento locale avrebbe dato alla storia un carattere provinciale che non vuole avere.

Anche se appare più giovane, Gianna (Pilar Fogliati) è un’infermiera trentenne single molto apprezzata dai colleghi per la disponibilità e il tempismo dei suoi interventi. Il Natale si avvicina e, mentre sorella e fratello sono sposati, lei è il cruccio della madre perché non si spiega come, dopo che il fidanzato storico l’ha lasciata tre anni fa, una ragazza così bella e piena di vita non abbia ancora trovato un nuovo compagno. Che ansia! Vi prometto che alla cena della vigilia verrò con il nuovo fidanzato. Il quale, in realtà, non esiste. Come trovarlo è il tema degli aperitivi con la sorella e le amiche del cuore consumati al bar dove lavora una di loro, anche lei trentenne, carina e ancora illibata. Ma mentre sui canali si allestisce il presepe e il Natale si approssima inesorabile, gli approcci con l’altro sesso sono più che mai insoddisfacenti…

Realizzata da Luca e Matilde Bernabei di Lux Vide, ora società del gruppo Fremantle, Odio il Natale è un adattamento della norvegese Natale con uno sconosciuto. Notevole per la freschezza quasi fiabesca, regala un paio d’intuizioni sottotraccia, ma sostanziali come certi ingredienti nascosti nelle buone ricette. Senza la statuetta del Bambin Gesù, scomparsa nel canale e rinvenuta in extremis dai sommozzatori, non sarebbe un vero Natale. Il quale, a ben vedere, è la festa dell’imperfezione e non è indispensabile essere «a posto» per poterlo celebrare.

 

La Verità, 22 dicembre 2022

Perché Bisteccone andava bene e Lele Adani no?

Due parole, in chiusura, sulla querelle Lele Adani. Raramente un commentatore sportivo ha diviso quanto Daniele Adani, etto Lele. C’è chi lo vorrebbe silenziare per sempre e chi vorrebbe beatificarlo, in Sudamerica, Argentina e Uruguay soprattutto. I n fatto di telecronache e commenti, io ho gusti diversi. Per dire: mi piaceva molto Paolo Rosi, il suo tono che sapeva essere epico pur restando compassato. Come quando commentò l’ultimo drammatico giro di pista della maratoneta Gabriella Andersen Schiess alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Barcollante, al limite dello svenimento, eppure determinata a tagliare il traguardo sebbene 15 minuti dopo l’arrivo della vincitrice. Paolo Rosi era stato un ottimo rugbista, vincitore di due scudetti e anche capitano della Nazionale e quando commentava l’atletica, il rugby e il pugilato trasferiva il pathos di quegli sport senza increspare la voce. Un altro che ho amato molto è stato Sandro Ciotti. Per la ricchezza del vocabolario e la capacità di tratteggiare gli avvenimenti con veloci pennellate. I non più giovani come me ricorderanno «ventilazione inapprezzabile», un capolavoro della sottrazione. Ecco la parola. Raccontare sottraendosi: per lasciare la ribalta ai fatti, agli avvenimenti. Altri due che ho molto amato sono stati Rino Tommasi e Gianni Clerici, una combinazione irripetibile di tecnica e poesia, di conoscenza e letteratura, sui quali sono stati scritti diluvi di elogi ai quali non serve aggiungersi. Alla loro scuola non sono iscritti molti dei cronisti e commentatori di oggi: dai tempi di Rosi e Ciotti (e di tanti altri) i tempi sono di molto cambiati. C’è stata la rivoluzione digitale, sono arrivati i social e sembra che, per farsi sentire, per imporsi, si debba gridare, esagerare. Per fare dei nomi, Fabio Caressa, Franco Bragagna e altri che tendono a sovrapporsi. Spesso, nel tentativo di esibire la loro competenza, inondano i telespettatori di nozioni inutili o per lo meno marginali rispetto a ciò che si sta vedendo.

C’è però un’altra scuola, più vicina a quella di Lele Adani, che in questi giorni nessuno ha citato. La scuola di Giampiero Galeazzi, in particolare quando commentava il canottaggio, le imprese dei fratelli Abbagnale, lui che era stato a sua volta canottiere di un certo successo. Esaltazione allo stato puro. Bisteccone Galeazzi saliva con la sua voce e il suo crescendo da infarto sull’armo dei «fratelloni» facendolo diventare un tre con. Galeazzi ci andava bene, Adani no. Perché, si dice, i suoi commenti sono costruiti. Non lo so, non credo, ma anche se lo fossero?

Io penso che Adani sia soprattutto un innamorato del calcio, del bel calcio. E, dunque, dei calciatori che dispensano bellezza giocando. Intervistato da Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, nella sua classifica delle preferenze ha messo in cima Diego Armando Maradona e non era difficile. Ma ha anche detto che ogni generazione ha il suo idolo, il suo prediletto. Ecco, personalmente sto con Pep Guardiola che esalta Johan Cruijff, padre di Van Basten, senza togliere nulla a tutti gli altri… Adani, dunque, si esalta con i calciatori sudamericani di cui conosce caratteri, retroterra, formazioni, abitudini, quartieri di provenienza. Ciò che divide maggiormente dei suoi commenti sono questa enfasi, questo sguardo esagerato sul futebol, sul calcio sudamericano. In particolare, durante questi Mondiali, le sue metafore bibliche, Messi che «trasforma l’acqua in vino»; Maradona che aveva profetizzato: «dopo di me verrà un altro numero 10…».

Eccessi, esagerazioni. Meglio lasciar stare i riferimenti evangelici. Ma chissà, Adani vuol giocarci un po’, magari rendendoli più famigliari. È proprio così scandaloso? Forse conviene non prendere tutto troppo sul serio. Stiamo sempre parlando di una palla rotonda…

Letta-Crozza smaschera il telecongresso Pd

Signore e signori, buonasera: va ora in onda il congresso del Pd a reti unificate. Domenica i Mondiali di calcio si erano presi un giorno di pausa, nelle gazzette imperversava la notizia dei contanti trovati in casa di alcuni europrogressisti protagonisti di una sapiente riverniciatura del Paese che li ospita, ma le nostre televisioni si sono tuffate nel dibattito «sul percorso costituente del nuovo Pd», quello che la rivista Il Mulino chiama senza giri di parole «un ginepraio» e che fino al 19 febbraio ci farà divertire. Dunque, su La7, ospite di In Onda c’era il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, mentre a Che tempo che fa (Rai 3), dispiegava il suo slang da centro sociale Elly Schlein, curiosamente convinta – come ha evidenziato su queste pagine Mario Giordano – di abolire le correnti del partito con la sponsorizzazione di Dario Franceschini. Ingenuità o ipocrisia, sull’astro nascente della sinistra tendenza sardine, triplo passaporto e famiglia alto borghese, pesa come un macigno la definizione di «personaggio da film di Guadagnino» coniata da Dagospia. Com’è noto, Elly è la vicepresidente di Bonaccini e ora i due rivaleggiano per conquistare il vertice del Nazareno. La cosa è così pittoresca che Concita De Gregorio e Fabio Fazio hanno posto a entrambi la stessa domanda: «In che cosa siete diversi uno dall’altra?». Risposta stereofonica: ci vogliamo molto bene. Non è meraviglioso? I due candidati alle primarie Pd intervistati in contemporanea con le stesse domande da conduttori tv della loro stessa area. A onor del vero stavolta Fazio è parso più tonico del solito quando ha chiesto a Schlein come mai dopo solo un mese di governo si contesta alla Meloni la mancanza di quelle riforme che il Pd avrebbe potuto fare negli oltre dieci anni in cui ha comandato. Per rispondere, Elly si è arrampicata sul suo assemblearese eccedendo in «percorso», «precarietà», «salvare il pianeta», «esperienza collettiva». Un Fazio così intraprendente deve avere stupito anche lei. Il motivo sarà per caso da cercare nel fatto che Marco Agnoletti, spin doctor di Bonaccini, è anche capo di quella Jump communication che cura l’immagine di Che tempo che fa? Si sa, quando si gioca in casa fra noi – reti tv, conduttori, astri nascenti dem -, il corto circuito è dietro l’angolo. «Noi della direzione abbiamo tanto sentito parlare di questo esterno», rifletteva lo stralunatissimo Enrico Letta inscenato da Maurizio Crozza nell’ultima puntata di Fratelli di Crozza (Nove): «Cioè, come se davvero esistesse qualcosa fuori da noi…».

 

La Verità, 13 dicembre 2022

Lo stridore tra la Rai di Coletta e l’Italia di Meloni

A un certo punto, nel suo italiano approssimativo ma diretto, Heather Parisi ha detto: «Il mondo è diventato troppo sbracato. Si pensa che tutto è possibile, ma questo è sbagliato». Di fronte aveva Cristiano Malgioglio, agghindato con una palandrana catarifrangente lunga fino ai piedi e la solita acconciatura bicolore. Si era a Mi casa es tu casa nella prima serata di Rai 2 (appena il 5,3% di share con 900.000 telespettatori sebbene su Rai 1 non ci fosse praticamente nulla). Ma forse lei non se ne rendeva conto perché quando si è troppo dentro una situazione si fatica a realizzare dove ci si trova realmente. Invece a un telespettatore qualsiasi, minimamente vigile, forse balzerebbe agli occhi il contrasto fra testo e contesto, lo stridore tra ciò che vien detto e il posto in cui lo si dice. O forse no, perché poco alla volta, Fiorello a parte (che mercoledì ha raggiunto il 15% di share), Rai 2 e, in modo più strisciante anche Rai 1, sta diventando vetrina mediatica e bacino di raccolta del mondo Lgbtq, della cultura gay, della fluidità. Nelle sue varie gradazioni. È la linea editoriale perseguita dal direttore dell’Intrattenimento prime time Stefano Coletta, vero burattinaio dell’operazione.

Tutti i pomeriggi a Bella Ma’ Pierluigi Diaco non perde occasione per divulgare la sua unione con Alessio Orsingher, spalla di Tiziana Panella a Tagadà, contemporaneamente in onda su La7, e promuovere i temi della comunità arcobaleno. Nell’attesa che venga sbloccato Non sono una signora, nuovo show condotto da Alba Parietti, protagonisti attori ed ex calciatori che si travestiranno da drag queen, giudicati da una giuria di vere drag, la sera della Prima della Scala ha debuttato anche il programma di Malgioglio. Mi casa es tu casa cita espressamente A raccontare comincia tu di Raffaella Carrà, ricordata anche nella sigla dei Varry Brava che per l’occasione la rivisitano in salsa almodovariana con la partecipazione dello stesso Malgioglio. Il nuovo confidential show fa avanzare lo storytelling gay inaugurato e sdoganato anni fa con un certo stile da Kalispera di Alfonso Signorini su Canale 5 e proseguita su Rai 2 da Stasera casa Mika. Qui siamo in piena estetica camp con Pedro Almodóvar che spunta ovunque.

Venuta appositamente da Hong Kong, Heather Parisi si fa intervistare in un diluvio di «amore», «adoro», «sono una star» dal padrone di casa dall’ego traboccante fino a sovrapporre ricordi e filmati personali a quelli dell’ospite. Sulla spinosa questione dei vaccini, Malgioglio evita domande alla no vax proveniente da uno Stato dove le ferree restrizioni sono da poco state allentate. Mentre ritrova intesa perfetta con l’ospite sulla difesa «dei miei amici gay» contro «questa situazione di omofobia… Dimmi, dimmi. Io sono stato così contento quando è stata approvata la legge Cirinnà…». È la mission editoriale del programma, mentre il filo narrativo sono i partner con cui ha lavorato la showgirl di origini calabresi nata a San Francisco e sbarcata diciannovenne in Italia. La lista è lunga e conviene risparmiare elogi e definizioni spesi per Giancarlo Magalli, Beppe Grillo, Pippo Baudo, Raimondo Vianello, Corrado, Mike Bongiorno, Adriano Celentano, Gigi Proietti, Alberto Sordi, Lino Banfi. Più breve l’elenco delle partner femminili: Milva, l’immancabile Carrà, Lorella Cuccarini («andiamo d’accordissimo, ci scriviamo spesso su Instagram e Twitter») e soprattutto Stefania Rotolo di cui, nel finale, compare la figlia Jasmine. Le prestigiose collaborazioni di Heather vengono riproposte attraverso i filmati delle inesauribili Teche Rai che evidenziano l’impietosa differenza qualitativa fra la televisione di qualche decennio fa, un esempio su tutti lo sketch con Sordi doppiatore di Ollio, e quella di oggi. Che, nonostante la maggioranza degli elettori si sia di recente pronunciata in favore di una visione culturale diversa da quella rappresentata da questo servizio pubblico, resta tuttora in mano a dirigenti come Stefano Coletta.

A proposito di stridore.

 

La Verità, 9 dicembre 2022

Mondiali di calcio? Per la Rai un’occasione sprecata

Martedì mi ero fatto un bel programmino mondiale. Su Rai 1 erano previste Portogallo-Svizzera alle 20, interessante per vedere i lusitani senza Cristiano Ronaldo, e Spagna-Marocco alle 16, dal risultato non scontato, con i nordafricani pieni di calciatori di qualità, da Hakimi (Paris Saint-Germain) a Mazraoui (Bayern Monaco), da Amrabat (Fiorentina) a Zyech che apprezzo dai tempi dell’Aiax. Il programmino era semplice: siccome nel pomeriggio ero impegnato, avevo pensato di registrare entrambe le partite rinviando a fine giornata la scelta, evitando d’imbattermi in notiziari sia televisivi che online (cosa tutt’altro che semplice, basta pensare alla funzione di Google Discover). Arrivato a sera inizio a guardare in diretta il Portogallo ma, dopo un paio di smorfie del Cr7 panchinaro e di gol nella porta elvetica, mi oriento sul match tra le nazioni divise dallo stretto di Gibilterra che, considerati i contenziosi storici pregressi, forse non sarebbe stata solo una sfida di calcio. Sul campo, però, non sembra esserci acrimonia, la partita è godibile e il telecronista Dario Di Gennaro trova pure modo di avvertire d’emblée i telespettatori che il «16 dicembre Walter Veltroni racconterà Pio La Torre su Rai 3». Tornando al matc, la Spagna di Luis Enrique «fa la partita» ruminando il suo tiki taka con gli enfant prodige Gavi e Pedri, il Marocco se ne sta rintanato, replicando con blitz affidati a Zyech e Boufal. Alla fine dei tempi regolamentari siamo ancora «a reti inviolate» e si va ai supplementari.

Il vantaggio di guardare una partita registrata è che si possono annullare le pause come l’intervallo, le sostituzioni e gli infortuni, applicando una sorta di tempo effettivo. Pigiando il tasto di avanzamento, però, mi accorgo che la registrazione si avvicina pericolosamente alla fine e nella mia testa si affollano i calcoli tra il tempo mancante al completamento dei supplementari e quello registrato ancora residuo. Tra recuperi e interruzioni realizzo che se «si ricorrerà alla lotteria dei rigori» il segmento rimasto è disperatamente insufficiente. Mentre il nervosismo sale, l’immagine si blocca su Sarabia che «stampa sul palo» la più ghiotta delle occasioni. Dopo 2 ore e 55 di registrazione, su Rai 1 parte L’Eredità: il risultato è che, non so bene perché, i rigori posso solo sognarmeli. Non resta che tornare alla programmazione in diretta per provare a recuperare il finale di partita. Ma al Circolo dei mondiali una giornalista esperta di ciclismo con braccialetto arcobaleno – i diritti, i diritti -, un’ex olimpionica di salto in alto che recita da zia stralunata e una madamina torinese sdilinquita per le sorti della povera Juventus sono ai saluti. Pubblicità, promo di Bruno Vespa e  si va sul cazzeggio della Bobotv. Maltratto il telecomando digitando il 5058 di Raisport (sulla piattaforma Sky) dove volteggia una coppia di pattinatori, ma non c’è tempo di ammirare le gambe di lei che, al primo salto atterra male. Anzi, vista la superficie, «agghiaccia», senza bisogno di aggettivi. Su Sky Sport il rullo informa della vittoria del Marocco ai calci di rigore. Ma pure Alessandro Bonan non dispone di filmati, esclusiva Rai. La quale li usa con parsimonia e, chissà se per motivi ideologici, ha scelto di non dedicare ai mondiali qatarioti né una rete né spazio adeguato. Non resta che riparare nervosamente su Youtube…

 

La Verità, 8 dicembre 2022

Nel doc Rai Lotta continua rimane la meglio gioventù

Nostalgia della rivolta. Epica e sentimenti rivoluzionari. Orgoglio dell’appartenenza. Elogio della solidarietà ribellistica. Ci sono tutti questi elementi in Lotta continua – I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, la docu-serie già visibile su Raiplay –  e il 13 gennaio su Rai 3 – tratta da un libro dell’instancabile Aldo Cazzullo. «In quegli anni ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione», scandisce Erri De Luca nell’incipit della storia. Ma dal suo volto rugoso non traspaiono accenni autocritici. Al contrario, lo scrittore napoletano rivendica «piena lealtà nei confronti delle ragioni che ci misero insieme e che ci hanno fatto partecipare di quel movimento rivoluzionario». Posta all’inizio dei quattro episodi, la riflessione dell’ex dirigente del servizio d’ordine di Lotta continua fornisce la chiave di lettura del documentario diretto da Tony Saccucci. Gli otto anni del movimento di cui fu leader Adriano Sofri sono raccontati da ex militanti, con la sola eccezione di Giampiero Mughini che, prima di allontanarsi da quel mondo, prestò la firma di giornalista professionista per rendere possibile la pubblicazione del quotidiano. È lui l’unico testimone critico della stagione che va dalle manifestazioni alla Fiat di Mirafiori del 1968 allo scioglimento del movimento al congresso di Rimini del 1976.

Il regista afferma di aver voluto fare un film «per i nostri figli». Tuttavia, se si prefiggeva non solo di celebrare, ma anche di tramandare la conoscenza di quegli accadimenti a chi non li ha vissuti, ricorrendo quasi esclusivamente a voci di dentro, esistenzialmente coinvolte e inevitabilmente indulgenti, bisogna dire che ha mancato il bersaglio.

«Per me fu l’incontro con la felicità. C’era l’idea che il mondo non sarebbe stato più lo stesso», dice la sociologa Donatella Barazzetti. «Volevamo mettere al centro del mondo l’uomo. Non il profitto, le macchine, il commercio», testimonia Vincenzo De Girolamo, ristoratore. Nella maggior parte dei ricordi non c’è, né può esserci, la giusta distanza emotiva per dare ai fatti una prospettiva storica. Così, nonostante l’impegno di Mughini, manca chi dica che le parole di De Luca, il più consultato insieme a Marco Boato, sono inesatte e presuntuose. È lontano dal vero che i giovani che militarono in Lotta continua e nei gruppi extraparlamentari fossero «la maggioranza» di quella generazione. Anche durante i formidabili anni c’erano ragazzi che non ambivano a «fare la rivoluzione». Che semplicemente studiavano e facevano sport. Che frequentavano gli oratori e i movimenti cattolici. O militavano in formazioni diversamente orientate. La presunzione per cui chi partecipò alle formazioni di estrema sinistra stava facendo «la cosa giusta» è invece un vizio tuttora in auge se, solo il primo agosto scorso, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Sofri, Gad Lerner ne ha pubblicamente rimarcato la vita vissuta «dalla parte giusta». Nei ricordi, del leader di Lc qualcuno rimarca «la prosopopea» e la sfrontatezza con la quale, nell’affollata aula magna della Normale di Pisa, chiese a Palmiro Togliatti «perché non avete fatto la rivoluzione?».

Testimonianza dopo testimonianza si coagula la storia della parte buona del movimento. «Loro erano i più vivi e vitali, altro che le litanie del Libretto rosso di Mao», ammette Mughini. Davanti ai cancelli di Mirafiori le proteste degli operai si saldano con quelle degli studenti. Ma poco alla volta l’utopia cede il passo alla necessità di «alzare il livello dello scontro». Nel dicembre del 1969, dopo la strage di Piazza Fontana e la morte Luigi Pinelli, la situazione precipita. Nasce il servizio d’ordine, una  struttura parallela illegale. Si fa strada l’idea di ricorrere alla violenza. Nonostante De Luca parli di «anni di rame» prima dell’avvento degli anni di piombo, il 17 maggio 1972, a seguito di una lunga campagna denigratoria, viene ucciso il commissario Luigi Calabresi, assassinio che inaugura la stagione del terrorismo.

«Noi rifiutiamo l’idea che Lotta continua sia equiparabile a un’organizzazione terroristica», si difende Lerner. «Da Lotta continua nacque Prima linea. La violenza politica era il pane quotidiano di quegli anni e di quella gente», ribatte Mughini. Non sarà però il contrasto tra utopisti e fautori della lotta armata a portare alla fine di Lc. «È stato il femminismo a sciogliere Lotta continua. È il titolo voluto da Sofri», riconosce Paolo Liguori. «Sempre meglio dell’altro: Lotta continua si divide tra chi vuole la lotta armata e chi no». Dopo, gli ex militanti sono diventati una lobby? «L’ideologo è finito in galera, il leader carismatico, Mauro Rostagno, è stato ucciso dalla mafia, il capo dell’ala ecologista, Alex Langer, si è impiccato a un albicocco in Toscana», replica Boato. Prima di ammettere che, tra qualche decina di migliaia di militanti, alcuni di loro hanno conquistato ruoli di primo piano nel giornalismo, nella politica, nella cultura.

I ragazzi che volevano fare la rivoluzione è stato proiettato al Torino film festival suscitando, come ha rivelato Dagospia, non poche polemiche. Steve Della Casa, direttore artistico della manifestazione, fu l’organizzatore del corteo di Lc che portò al rogo del bar Angelo azzurro nel quale morì Roberto Crescenzio, uno studente-lavoratore di 22 anni. Per quei fatti Della Casa fu condannato a due anni con la condizionale. Ma se Torino, oltre a essere la città dove nacque e si sviluppò Lotta continua, è anche sede del Film festival, maggior cura si poteva chiedere alla Rai prima di proporre, dopo Esterno notte di Marco Bellocchio, un’altra opera contenente una visione parziale degli anni di piombo.

 

La Verità, 7 dicembre 2022

Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

Pistolotti e pipponi del Circolo dei Mondiali

Con l’inizio dei Mondiali del Qatar e la contemporanea sospensione dei campionati nazionali, in tutte le reti è partita la caccia ai telespettatori appassionati del «gioco più bello del mondo». Causa assenza dell’Italia, particolarmente in queste prime giornate in cui l’interesse è modesto, bisogna inventarsi qualcosa per attrarre il pubblico orfano di vere competizioni. Così, su Canale 5 Striscia la notizia ottiene il record stagionale (4,5 milioni di spettatori e il 20,3% di share) schierando dietro il bancone Zlatan Ibrahimovic che, come già visto al Festival di Sanremo di Amadeus e di recente a Che tempo che fa, come testimonial acchiappa ascolti è disinvolto quasi quanto lo è nell’area avversaria. Sky Italia, invece, manda in onda Il grande gioco, una serie di Eliseo Entertainment che narra gli intrighi del calciomercato con Giancarlo Giannini nel ruolo del boss di una società di procuratori. Quanto alla Rai è in affanno a giustificare la spesa di 200 milioni per l’esclusiva di un mondiale contestatissimo sia per i gravi costi umani pagati durante l’organizzazione che per il mancato rispetto dei più basilari diritti civili. Come su molti altri argomenti è stato Fiorello a dare la linea, sottolineando la contraddizione della doppia morale perché tutti iniziassero a prendere le distanze e a obiettare contro l’ipocrisia della Fifa che con una mano sventola la bandiera dei diritti e con l’altra incassa oltre 5 miliardi di dollari dagli sceicchi qatarioti. Il risultato è che la Rai prova a destreggiarsi nella strettoia al punto che Alessandra De Stefano, conduttrice del Circolo dei mondiali (nonché direttrice di Rai Sport), ha introdotto il programma con un pistolotto sgrava coscienze che ne ha giustificato la messa in onda. Purtroppo, per dimostrare che si è eticamente ed energeticamente esemplari, poco dopo è arrivata anche la conduzione a lumi di candela che ha trasformato il desk dello studio in una sorta di altare devozionale. Per il resto, la formula è la stessa del Circolo degli anelli, con qualche nuovo innesto che lo rende un po’ più varietà. Come l’aggiunta di una band e il ruolo di Sara Simeoni, agghindata con abiti coreografici, sempre più adorabile zia stralunata della combriccola. Infine, per allinearsi alla moda dello storytelling, ecco il monologo di Gianfelice Facchetti, regista, attore e figlio dell’indimenticato Giacinto, che, ogni sera racconterà un aneddoto. Fortuna che ci sono anche Bobo Vieri e Lele Adani, due che capiscono di cosa si parla, e che poi ritornano con una pillola della loro Bobotv. Sarà un lungo mondiale.

 

La Verità, 23 novembre 2022

Il Moro di Esterno notte è vittima di Bellocchio

Potente, livida e rituale, alla maniera di tutta la sua cinematografia (L’ora di religione, Vincere, Bella addormentata), in particolare di Buongiorno, notte di cui è l’ideale prosecuzione, è iniziata su Rai 1 con i primi due episodi, dei sei previsti in tre serate-evento ravvicinate, Esterno notte di Marco Bellocchio, la serie già presentata al Festival di Cannes e premiata dagli Efa, gli Oscar europei, per il suo carattere innovativo. Nella scena finale di quel film ambientato tutto all’«interno» del covo, in una prospettiva onirica che echeggiava l’idea del buon esito della trattativa, Aldo Moro veniva dissequestrato dai terroristi e lo si vedeva camminare per le vie di Roma. Qui, interpretato da un somigliantissimo Fabrizio Gifuni, lo ritroviamo sotto choc dopo la liberazione in un ospedale dove, mentre gli fa visita lo stato maggiore del partito, si ascoltano le parole di una lettera da lui indirizzata ai terroristi: «Io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Democrazia cristiana». La lettera, trovata nel memoriale, risale ai giorni che precedono l’uccisione quando, anche dopo l’accorato appello di Paolo VI «agli uomini delle Brigate rosse», sembrava che una speranza di liberazione fosse ancora viva e lo stesso prigioniero se n’era drammaticamente illuso, sentendosi al contempo abbandonato dal partito.

È, in buona sostanza, la tesi dell’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, per il quale il governo dell’epoca, il quarto a guida Giulio Andreotti, non ebbe titubanze nel perseguire la linea della «fermezza», attribuita dal regista proprio al presidente del Consiglio. Del resto, tra i contagi cinematografici di Effetto notte ci sono quel Todo modo di Elio Petri, scritto da  Sciascia, e Il divo di Paolo Sorrentino. Ne scaturisce un’opera formalmente curata,  di penombre e primi piani ritratti in una luce depressa che riflette sia l’aria plumbea dell’epoca che la psicologia dello stesso presidente Dc, a sua volta affetto da ansia depressiva (vedi Il Dio disarmato di Andrea Pomella, Einaudi, ndr). Un’opera che Bellocchio, con i consulenti Miguel Gotor e Giovanni Bianconi, dissemina senza controllo di tutte le sue antipatie e idiosincrasie. Per esempio, verso una Dc losca e proteiforme nelle sue diverse anime assetate di potere, in cui si salva solo il mite statista, vittima designata. Gli altri democristiani, chi più chi meno, sono proiettati in una visione parziale ed egoriferita. Appena appresa la notizia del rapimento, quando ministri e sottosegretari stanno giurando, Andreotti fugge a vomitare nel water, mentre Paolo VI intima ai suoi inservienti di stringergli il cilicio. Non tanto perché il pontefice di un compiaciuto Toni Servillo spicchi in ascetismo – risulta politico e ammiccante – quanto perché nell’estetica bellocchiana, se la Dc è ambigua e limacciosa, sua logica dirimpettaia è una Chiesa cupa e oscurantista.

Un Moro dimesso, nonno affettuoso e docente universitario già contestato a lezione dai militanti più radicali, attraversa sulla Fiat 130 i quartieri di Roma dove campeggiano scritte minacciose e si rapinano le armerie. Credibile nelle movenze e nelle titubanze, lo statista lo è meno nel vocabolario «da operazione culturale» quando, in un discorso alla direzione del partito, usa il verbo «includere» per descrivere la ricerca dell’appoggio esterno del Pci al nuovo governo. Il fatto stupisce solo in parte: «includere» e «inclusione» sono vocaboli forzatamente ed esageratamente infilati in tante pellicole e serie mainstream sul passato. Cosicché, in costume nelle scenografie e nelle ambientazioni, esse diventano ultra contemporanee in alcune parole d’ordine.

Per tornare ai protagonisti dell’esterno democristiano, già nelle prime apparizioni Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) si mostra preoccupato della reazione degli «amici americani». Ricorrerà infatti ai consigli di Steve Pieczenick, esperto statunitense di terrorismo, per gestire le indagini e indirizzare la comunicazione. Ha un ruolo notevole accanto al ministro dell’Interno, «Eccellenza» per i collaboratori, anche lo psichiatra Franco Ferracuti, poi trovato nelle liste P2, che lo assiste nella sua umoralità, causata dall’indifferenza della moglie, «per lei sono un fantasma», dalla vitiligine, dai tic e le passioni per i soldatini e le intercettazioni telefoniche, per ascoltare le quali viene allestita una gigantesca centrale. Ancora peggio escono le forze dell’ordine: comandanti dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di finanza, descritti da Cossiga come «tutti massoni iscritti alla loggia P2 (già lo sapeva nel 1978?), ex fascisti o ancora fascisti, ferri vecchi», propongono di dichiarare lo stato di guerra e ripristinare la pena di morte.

Ha grande ragione Maria Fida Moro, primogenita dello statista quando dice che «o si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace». Prodotta da The Apartment, Kavac film, Rai fiction e Arte France cinéma, Esterno notte è un’opera forte e seducente che, per l’apocalitticità dei temi trattati, travalica i confini abituali della serialità, tanto più quella targata Rai. Ma è un’opera che richiede una visione critica e un buon grado di discernimento in possesso del pubblico più stagionato, testimone degli anni narrati. I telespettatori più giovani, invece, rischieranno di lasciarsi irretire dalla confezione, assumendo con essa anche le tesi parziali e orientate del suo autore.

 

La Verità, 15 novembre 2022

Rai 2 fabbrica flop, basterà Fiorello a rianimarla?

Fiorello se n’è accorto e l’ha fatto capire alla sua maniera su Aspettando VivaRai2, la rassegna stampa su Instagram (da domani anche su Raiplay) che prelude all’esordio del programma vero e proprio, in palinsesto giusto fra un mese. Qualche giorno fa, commentando un articolo del Corrierone che definiva Rai 2, «una rete in crisi», ha detto: «Sono preoccupato. Ma dove stiamo andando?». A commento del commento, viene in mente quella sua foto con gli occhi sbarrati, l’oh di meraviglia e le palme delle mani aperte ai lati del mento. La vicenda è nota: ispirato dalla direttrice Monica Maggioni, il comitato di redazione del telegiornalone ha messo i sacchi di sabbia davanti al Tg1 Mattina sbarrando lo spazio al programma dell’artista siciliano, responsabilmente riparato sulla seconda rete. La quale, più che in crisi, è agonizzante. Dovunque si guardi, i suoi sono proprio dei nano-share. L’unico programma a funzionare (11% e 1,7 milioni di spettatori) è stato finora Stasera tutto è possibile, calderone demenziale con Biagio Izzo e Francesco Paolantoni più un’altra serie di svalvolati, tenuti a bada si fa per dire da Stefano De Martino (scuderia Beppe Caschetto), l’ex ballerino scoperto da Amici di Maria De Filippi, nel quale Carlo Freccero aveva intuito doti da conduttore. Il problema è che lunedì è andata in onda l’ultima puntata.

Un anno fa, proprio l’ex direttore di Rai 2, in un intervento sul Fatto quotidiano aveva apocalitticamente previsto la morte della tv generalista. Un pronostico ora inveratosi sulla seconda rete del servizio pubblico dove hanno esercitato la loro creatività il neo direttore per l’Intrattenimento del primetime Stefano Coletta e quello per il daytime Simona Sala che, sovrapponendosi al direttore Ludovico Di Meo, hanno trasformato Rai 2 in un’accozzaglia di programmi privi di coerenza. «Con il nuovo piano editoriale (l’adozione delle strutture trasversali divise per genere, ndr)», scriveva Freccero, «vengono meno le strutture che differenziano la tv tradizionale dagli altri media e da altri contenitori come le grandi piattaforme. Vengono infatti disarticolate quelle caratteristiche che ne costituivano la specificità mediatica. Con la cancellazione delle direzioni di rete viene meno lo specifico per eccellenza della tv generalista: il palinsesto, primo editoriale della rete».

Restando al primetime, il martedì va in onda Il collegio (produzione Banijay), format di punta quest’anno precipitato al 5% di share. È vero, alla settima edizione, un docureality può mostrare segni di logoramento. Ma probabilmente a un programma basato sulla severità e la disciplina non ha giovato il tono bonario dell’inflazionato Nino Frassica scelto come narratore. Il giovedì, invece, è la serata di Che c’è di nuovo?, vera lapide sul primetime del canale. Un talk-magazine condotto da Ilaria D’Amico (agente Beppe Caschetto), inabissatosi al 2% di share (299.000 spettatori), nonostante schierasse ospiti di un certo appeal. Il problema è la credibilità dell’ex conduttrice di SkySport: non ci s’inventa anchorwoman di attualità, soprattutto se il confronto è con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio su Rete 4 e con Piazzapulita di Corrado Formigli su La7. Alla signora Buffon, voluta dall’ex direttore degli Approfondimenti Mario Orfeo, grande amico di Massimiliano Allegri e dell’ex portierone bianconero, non basta sfoderare il «tu» confidenziale rivolto a Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli per puntellare un’autorevolezza di cartongesso. In seconda serata, dopo il flop di Stasera c’è Cattelan su Rai 2, il tentativo abortito d’imitare David Letterman di Alessandro Cattelan, uno a cui continua a sfuggire la differenza tra pay tv e tv generalista, ecco la sponsorizzatissima Francesca Fagnani occupare tre sere con le sue Belve. Forse proprio a causa del grande battage promozionale anche la signora Mentana mostra di avere più lettori che spettatori.

Non consola l’andamento del palinsesto pomeridiano. Accantonato Detto Fatto con Bianca Guaccero, al suo posto è stato piazzato con grande uso di risorse BellaMa’ di Pierluigi Diaco. L’idea originale era un quiz tra la generazione Z e quella dei boomer, peccato che alle 15 quel tipo di pubblico sia ovunque tranne che su Rai 2. Il buon Diaco ce la mette tutta per trattenerlo e giustificare i quasi 300.000 euro di cachet che gli ha generosamente concesso Mamma Rai ma, nonostante lo spacchettamento del programma, l’esito è sconfortante. Qualche giorno fa Blogsocialtv notava che subito dopo la fine di Ore 14, condotto da Milo Infante, da 752.000 spettatori si è passati a 412.000: «350.000 spettatori hanno abbandonato Rai 2 in 12 minuti». A sua volta Diaco cede il testimone a Mia Ceran (toujours Caschetto), cerimoniera di Nei tuoi panni, rubrica di costume basata sullo scambio di ruoli fra i componenti di una famiglia, ospite per un’intera settimana. Protagoniste sono le storie della gente comune, la quale evidentemente già le conosce se meno di 200.000 telespettatori si sintonizzano per farsele raccontare dal factual-reality prodotto da Endemol Shine. A completare il calvario pomeridiano arriva Ogni giorno una scatola, condotto da Paolo Conticini, amicissimo di Coletta e sorprendentemente vincitore del Cantante mascherato su Rai 1, premiato con la conduzione di questo quiz di Stand by me che non arriva al 2% di share.

Il risultato della pianificazione basata sulle strutture trasversali è l’annullamento delle identità e la trasformazione del palinsesto in un supermercato in cui, come vediamo, i prodotti sono veicolati da conduttrici ben accompagnate e conduttori amici dei dirigenti. Nell’impossibilità di modificare lo scheletro delle altre reti, sostenute da volti storici forti, la prima palestra di questo esperimento è stata Rai 2, divenuta con Diaco, Conticini e Ceran la rete fluida e gay friendly per eccellenza. Lunedì sera, al posto di Stasera tutto è possibile, avrebbe dovuto partire Non sono una signora, il nuovo show condotto da Alba Parietti, con protagonisti attori ed ex calciatori che si travestiranno da drag queen, giudicati da una giuria di vere drag. Invece, bisognerà attendere fino dicembre. A lenire il dispiacere per il rinvio dovrebbe esserci l’acquisizione da Rai 3 di Mi casa es tu casa, il programma d’interviste confidenziali che Cristiano Malgioglio condurrà da inizio 2023 sfoderando i suoi eccentrici look.

Dal 5 dicembre, invece, toccherà a Fiorello calarsi nei panni del rianimatore della rete. Speriamo arrivi prima del necroscopo.

 

La Verità, 6 novembre 2022