Il talento di Fiorello riporta alla goliardia del liceo

La cosa difficile sarà tenere il livello della puntata d’esordio. Qui, ogni mattina all’alba tocca ricominciare da zero e appellarsi al talento di Rosario Tindaro Fiorello. Che è enorme. L’idea di fondo è riproporre la goliardia di certe classi affiatate, capaci di cazzeggiare su tutto: non i fatti della scuola, ma le notizie del giorno. E, al di là di qualche puntata più o meno smagliante, Fiorello tornerà a essere il compagno che fa divertire…

Già nei primi minuti di Viva Rai2 ci sono tre o quattro gag che la Rai di solito ci mette 15 giorni. Dopo la finta assenza, troviamo Fiore a letto con Amadeus che, fra il detto e il suggerito, getta un paio di sassolini nell’attualità: «Sì, parlavi delle primarie del Pd e piangevi… E poi volevi pagare una caramella con la carta di credito. Io ti avevo detto che non si poteva fare… E tu piangevi. Ciuri! Non ho chiuso occhio tutta la notte». La sigla è by Lorenzo Jovanotti: «Viva Rai 2, c’è Fiore con il buonumore». Poi, dentro il Glass box, ecco la presentazione della classe, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari, poi Carolyn Smith («Complimenti per Ballando con le stelle! Sai cosa mi piace? L’atmosfera fra voi… un’atmosfera, amichevole. Sembra di stare a casa dei Soumahoro, con la moglie, la suocera…»), il pensionato Ruggiero Del Vecchio, «lo spoiler delle vostre vite». Apre l’agenda vera di Giorgia Meloni – «non posso dire come l’ho avuta» – e legge gli appunti. «Rimuovere Coletta e Fuortes» è un piccolo capolavoro, prestandosi a svariate interpretazioni.

Chiama Matteo Renzi. «No, in questo momento si parla solo della Meloni. Tu stai con Calenda, ok. Qual è la battuta che devo dire? Che siete i Jalisse della politica. Ma non fanno niente da 26 anni. Come voi…».

Fuori dal Glass, Lillo fa la caricatura degli ambientalisti puri e duri, ma non sanno l’inglese e scrivono Save the Heart con l’acca nel posto sbagliato. Rispunta Amadeus per annunciare Francesca Fagnani, co-conduttrice per una sera, in quota mainstream, com’è, del resto tutto il cast del Festival. Ma può non esserlo?

A mo’ di presa in giro dei fanatici dei social e dei critici improvvisati, scorrono in basso sullo schermo i finti messaggi: «Comunque a me Fiorello piaceva di più quando faceva Stasera pago io». E via con la lista dei successi del passato, per concludere con «a me piaceva di più quando non faceva niente». La chiusura è una riflessione ad alta voce dello stesso Fiore: «Avrei voglia di dire arrivederci tra una settimana». Già, sarà dura tenere il livello…

 

La Verità, 6 dicembre 2022

 

Pistolotti e pipponi del Circolo dei Mondiali

Con l’inizio dei Mondiali del Qatar e la contemporanea sospensione dei campionati nazionali, in tutte le reti è partita la caccia ai telespettatori appassionati del «gioco più bello del mondo». Causa assenza dell’Italia, particolarmente in queste prime giornate in cui l’interesse è modesto, bisogna inventarsi qualcosa per attrarre il pubblico orfano di vere competizioni. Così, su Canale 5 Striscia la notizia ottiene il record stagionale (4,5 milioni di spettatori e il 20,3% di share) schierando dietro il bancone Zlatan Ibrahimovic che, come già visto al Festival di Sanremo di Amadeus e di recente a Che tempo che fa, come testimonial acchiappa ascolti è disinvolto quasi quanto lo è nell’area avversaria. Sky Italia, invece, manda in onda Il grande gioco, una serie di Eliseo Entertainment che narra gli intrighi del calciomercato con Giancarlo Giannini nel ruolo del boss di una società di procuratori. Quanto alla Rai è in affanno a giustificare la spesa di 200 milioni per l’esclusiva di un mondiale contestatissimo sia per i gravi costi umani pagati durante l’organizzazione che per il mancato rispetto dei più basilari diritti civili. Come su molti altri argomenti è stato Fiorello a dare la linea, sottolineando la contraddizione della doppia morale perché tutti iniziassero a prendere le distanze e a obiettare contro l’ipocrisia della Fifa che con una mano sventola la bandiera dei diritti e con l’altra incassa oltre 5 miliardi di dollari dagli sceicchi qatarioti. Il risultato è che la Rai prova a destreggiarsi nella strettoia al punto che Alessandra De Stefano, conduttrice del Circolo dei mondiali (nonché direttrice di Rai Sport), ha introdotto il programma con un pistolotto sgrava coscienze che ne ha giustificato la messa in onda. Purtroppo, per dimostrare che si è eticamente ed energeticamente esemplari, poco dopo è arrivata anche la conduzione a lumi di candela che ha trasformato il desk dello studio in una sorta di altare devozionale. Per il resto, la formula è la stessa del Circolo degli anelli, con qualche nuovo innesto che lo rende un po’ più varietà. Come l’aggiunta di una band e il ruolo di Sara Simeoni, agghindata con abiti coreografici, sempre più adorabile zia stralunata della combriccola. Infine, per allinearsi alla moda dello storytelling, ecco il monologo di Gianfelice Facchetti, regista, attore e figlio dell’indimenticato Giacinto, che, ogni sera racconterà un aneddoto. Fortuna che ci sono anche Bobo Vieri e Lele Adani, due che capiscono di cosa si parla, e che poi ritornano con una pillola della loro Bobotv. Sarà un lungo mondiale.

 

La Verità, 23 novembre 2022

Il Moro di Esterno notte è vittima di Bellocchio

Potente, livida e rituale, alla maniera di tutta la sua cinematografia (L’ora di religione, Vincere, Bella addormentata), in particolare di Buongiorno, notte di cui è l’ideale prosecuzione, è iniziata su Rai 1 con i primi due episodi, dei sei previsti in tre serate-evento ravvicinate, Esterno notte di Marco Bellocchio, la serie già presentata al Festival di Cannes e premiata dagli Efa, gli Oscar europei, per il suo carattere innovativo. Nella scena finale di quel film ambientato tutto all’«interno» del covo, in una prospettiva onirica che echeggiava l’idea del buon esito della trattativa, Aldo Moro veniva dissequestrato dai terroristi e lo si vedeva camminare per le vie di Roma. Qui, interpretato da un somigliantissimo Fabrizio Gifuni, lo ritroviamo sotto choc dopo la liberazione in un ospedale dove, mentre gli fa visita lo stato maggiore del partito, si ascoltano le parole di una lettera da lui indirizzata ai terroristi: «Io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà. Per quanto riguarda il resto, dopo quello che è accaduto, non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Democrazia cristiana». La lettera, trovata nel memoriale, risale ai giorni che precedono l’uccisione quando, anche dopo l’accorato appello di Paolo VI «agli uomini delle Brigate rosse», sembrava che una speranza di liberazione fosse ancora viva e lo stesso prigioniero se n’era drammaticamente illuso, sentendosi al contempo abbandonato dal partito.

È, in buona sostanza, la tesi dell’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, per il quale il governo dell’epoca, il quarto a guida Giulio Andreotti, non ebbe titubanze nel perseguire la linea della «fermezza», attribuita dal regista proprio al presidente del Consiglio. Del resto, tra i contagi cinematografici di Effetto notte ci sono quel Todo modo di Elio Petri, scritto da  Sciascia, e Il divo di Paolo Sorrentino. Ne scaturisce un’opera formalmente curata,  di penombre e primi piani ritratti in una luce depressa che riflette sia l’aria plumbea dell’epoca che la psicologia dello stesso presidente Dc, a sua volta affetto da ansia depressiva (vedi Il Dio disarmato di Andrea Pomella, Einaudi, ndr). Un’opera che Bellocchio, con i consulenti Miguel Gotor e Giovanni Bianconi, dissemina senza controllo di tutte le sue antipatie e idiosincrasie. Per esempio, verso una Dc losca e proteiforme nelle sue diverse anime assetate di potere, in cui si salva solo il mite statista, vittima designata. Gli altri democristiani, chi più chi meno, sono proiettati in una visione parziale ed egoriferita. Appena appresa la notizia del rapimento, quando ministri e sottosegretari stanno giurando, Andreotti fugge a vomitare nel water, mentre Paolo VI intima ai suoi inservienti di stringergli il cilicio. Non tanto perché il pontefice di un compiaciuto Toni Servillo spicchi in ascetismo – risulta politico e ammiccante – quanto perché nell’estetica bellocchiana, se la Dc è ambigua e limacciosa, sua logica dirimpettaia è una Chiesa cupa e oscurantista.

Un Moro dimesso, nonno affettuoso e docente universitario già contestato a lezione dai militanti più radicali, attraversa sulla Fiat 130 i quartieri di Roma dove campeggiano scritte minacciose e si rapinano le armerie. Credibile nelle movenze e nelle titubanze, lo statista lo è meno nel vocabolario «da operazione culturale» quando, in un discorso alla direzione del partito, usa il verbo «includere» per descrivere la ricerca dell’appoggio esterno del Pci al nuovo governo. Il fatto stupisce solo in parte: «includere» e «inclusione» sono vocaboli forzatamente ed esageratamente infilati in tante pellicole e serie mainstream sul passato. Cosicché, in costume nelle scenografie e nelle ambientazioni, esse diventano ultra contemporanee in alcune parole d’ordine.

Per tornare ai protagonisti dell’esterno democristiano, già nelle prime apparizioni Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) si mostra preoccupato della reazione degli «amici americani». Ricorrerà infatti ai consigli di Steve Pieczenick, esperto statunitense di terrorismo, per gestire le indagini e indirizzare la comunicazione. Ha un ruolo notevole accanto al ministro dell’Interno, «Eccellenza» per i collaboratori, anche lo psichiatra Franco Ferracuti, poi trovato nelle liste P2, che lo assiste nella sua umoralità, causata dall’indifferenza della moglie, «per lei sono un fantasma», dalla vitiligine, dai tic e le passioni per i soldatini e le intercettazioni telefoniche, per ascoltare le quali viene allestita una gigantesca centrale. Ancora peggio escono le forze dell’ordine: comandanti dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di finanza, descritti da Cossiga come «tutti massoni iscritti alla loggia P2 (già lo sapeva nel 1978?), ex fascisti o ancora fascisti, ferri vecchi», propongono di dichiarare lo stato di guerra e ripristinare la pena di morte.

Ha grande ragione Maria Fida Moro, primogenita dello statista quando dice che «o si decide che siamo personaggi storici, e allora si rispetta la storia, o si decide che siamo personaggi privati e allora ci si lascia in pace». Prodotta da The Apartment, Kavac film, Rai fiction e Arte France cinéma, Esterno notte è un’opera forte e seducente che, per l’apocalitticità dei temi trattati, travalica i confini abituali della serialità, tanto più quella targata Rai. Ma è un’opera che richiede una visione critica e un buon grado di discernimento in possesso del pubblico più stagionato, testimone degli anni narrati. I telespettatori più giovani, invece, rischieranno di lasciarsi irretire dalla confezione, assumendo con essa anche le tesi parziali e orientate del suo autore.

 

La Verità, 15 novembre 2022

Rai 2 fabbrica flop, basterà Fiorello a rianimarla?

Fiorello se n’è accorto e l’ha fatto capire alla sua maniera su Aspettando VivaRai2, la rassegna stampa su Instagram (da domani anche su Raiplay) che prelude all’esordio del programma vero e proprio, in palinsesto giusto fra un mese. Qualche giorno fa, commentando un articolo del Corrierone che definiva Rai 2, «una rete in crisi», ha detto: «Sono preoccupato. Ma dove stiamo andando?». A commento del commento, viene in mente quella sua foto con gli occhi sbarrati, l’oh di meraviglia e le palme delle mani aperte ai lati del mento. La vicenda è nota: ispirato dalla direttrice Monica Maggioni, il comitato di redazione del telegiornalone ha messo i sacchi di sabbia davanti al Tg1 Mattina sbarrando lo spazio al programma dell’artista siciliano, responsabilmente riparato sulla seconda rete. La quale, più che in crisi, è agonizzante. Dovunque si guardi, i suoi sono proprio dei nano-share. L’unico programma a funzionare (11% e 1,7 milioni di spettatori) è stato finora Stasera tutto è possibile, calderone demenziale con Biagio Izzo e Francesco Paolantoni più un’altra serie di svalvolati, tenuti a bada si fa per dire da Stefano De Martino (scuderia Beppe Caschetto), l’ex ballerino scoperto da Amici di Maria De Filippi, nel quale Carlo Freccero aveva intuito doti da conduttore. Il problema è che lunedì è andata in onda l’ultima puntata.

Un anno fa, proprio l’ex direttore di Rai 2, in un intervento sul Fatto quotidiano aveva apocalitticamente previsto la morte della tv generalista. Un pronostico ora inveratosi sulla seconda rete del servizio pubblico dove hanno esercitato la loro creatività il neo direttore per l’Intrattenimento del primetime Stefano Coletta e quello per il daytime Simona Sala che, sovrapponendosi al direttore Ludovico Di Meo, hanno trasformato Rai 2 in un’accozzaglia di programmi privi di coerenza. «Con il nuovo piano editoriale (l’adozione delle strutture trasversali divise per genere, ndr)», scriveva Freccero, «vengono meno le strutture che differenziano la tv tradizionale dagli altri media e da altri contenitori come le grandi piattaforme. Vengono infatti disarticolate quelle caratteristiche che ne costituivano la specificità mediatica. Con la cancellazione delle direzioni di rete viene meno lo specifico per eccellenza della tv generalista: il palinsesto, primo editoriale della rete».

Restando al primetime, il martedì va in onda Il collegio (produzione Banijay), format di punta quest’anno precipitato al 5% di share. È vero, alla settima edizione, un docureality può mostrare segni di logoramento. Ma probabilmente a un programma basato sulla severità e la disciplina non ha giovato il tono bonario dell’inflazionato Nino Frassica scelto come narratore. Il giovedì, invece, è la serata di Che c’è di nuovo?, vera lapide sul primetime del canale. Un talk-magazine condotto da Ilaria D’Amico (agente Beppe Caschetto), inabissatosi al 2% di share (299.000 spettatori), nonostante schierasse ospiti di un certo appeal. Il problema è la credibilità dell’ex conduttrice di SkySport: non ci s’inventa anchorwoman di attualità, soprattutto se il confronto è con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio su Rete 4 e con Piazzapulita di Corrado Formigli su La7. Alla signora Buffon, voluta dall’ex direttore degli Approfondimenti Mario Orfeo, grande amico di Massimiliano Allegri e dell’ex portierone bianconero, non basta sfoderare il «tu» confidenziale rivolto a Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli per puntellare un’autorevolezza di cartongesso. In seconda serata, dopo il flop di Stasera c’è Cattelan su Rai 2, il tentativo abortito d’imitare David Letterman di Alessandro Cattelan, uno a cui continua a sfuggire la differenza tra pay tv e tv generalista, ecco la sponsorizzatissima Francesca Fagnani occupare tre sere con le sue Belve. Forse proprio a causa del grande battage promozionale anche la signora Mentana mostra di avere più lettori che spettatori.

Non consola l’andamento del palinsesto pomeridiano. Accantonato Detto Fatto con Bianca Guaccero, al suo posto è stato piazzato con grande uso di risorse BellaMa’ di Pierluigi Diaco. L’idea originale era un quiz tra la generazione Z e quella dei boomer, peccato che alle 15 quel tipo di pubblico sia ovunque tranne che su Rai 2. Il buon Diaco ce la mette tutta per trattenerlo e giustificare i quasi 300.000 euro di cachet che gli ha generosamente concesso Mamma Rai ma, nonostante lo spacchettamento del programma, l’esito è sconfortante. Qualche giorno fa Blogsocialtv notava che subito dopo la fine di Ore 14, condotto da Milo Infante, da 752.000 spettatori si è passati a 412.000: «350.000 spettatori hanno abbandonato Rai 2 in 12 minuti». A sua volta Diaco cede il testimone a Mia Ceran (toujours Caschetto), cerimoniera di Nei tuoi panni, rubrica di costume basata sullo scambio di ruoli fra i componenti di una famiglia, ospite per un’intera settimana. Protagoniste sono le storie della gente comune, la quale evidentemente già le conosce se meno di 200.000 telespettatori si sintonizzano per farsele raccontare dal factual-reality prodotto da Endemol Shine. A completare il calvario pomeridiano arriva Ogni giorno una scatola, condotto da Paolo Conticini, amicissimo di Coletta e sorprendentemente vincitore del Cantante mascherato su Rai 1, premiato con la conduzione di questo quiz di Stand by me che non arriva al 2% di share.

Il risultato della pianificazione basata sulle strutture trasversali è l’annullamento delle identità e la trasformazione del palinsesto in un supermercato in cui, come vediamo, i prodotti sono veicolati da conduttrici ben accompagnate e conduttori amici dei dirigenti. Nell’impossibilità di modificare lo scheletro delle altre reti, sostenute da volti storici forti, la prima palestra di questo esperimento è stata Rai 2, divenuta con Diaco, Conticini e Ceran la rete fluida e gay friendly per eccellenza. Lunedì sera, al posto di Stasera tutto è possibile, avrebbe dovuto partire Non sono una signora, il nuovo show condotto da Alba Parietti, con protagonisti attori ed ex calciatori che si travestiranno da drag queen, giudicati da una giuria di vere drag. Invece, bisognerà attendere fino dicembre. A lenire il dispiacere per il rinvio dovrebbe esserci l’acquisizione da Rai 3 di Mi casa es tu casa, il programma d’interviste confidenziali che Cristiano Malgioglio condurrà da inizio 2023 sfoderando i suoi eccentrici look.

Dal 5 dicembre, invece, toccherà a Fiorello calarsi nei panni del rianimatore della rete. Speriamo arrivi prima del necroscopo.

 

La Verità, 6 novembre 2022

 

Di nuovo (neanche tanto) c’è il flop della D’Amico

Di nuovo c’è il flop clamoroso di Ilaria D’Amico. Un flop personale, purtroppo. Uno sprofondo di ascolti all’1,7% (299.000 telespettatori) che ha precipitato Rai 2 all’ultimo posto delle nove reti generaliste, quasi doppiata anche da X Factor su SkyUno. A ben guardare, il disastro è nuovo ma non nuovissimo perché già al debutto, settimana scorsa, Che c’è di nuovo aveva raggranellato appena 349.000 persone per uno share del 2,2%. Alla seconda puntata si è riusciti a far peggio e ora il disastro è difficilmente rimediabile anche con i buoni uffici del Corriere della Sera, sensibilizzato dalla doppia ospitata di Ferruccio De Bortoli alla prima puntata e di Paolo Mieli alla seconda. Vien da pensare che ci sia un problema di credibilità della conduttrice.

L’esordio di Che c’è di nuovo era stato preparato con cura, per sbarcare al giovedì, tradizionale giorno santoriano, e dare anche alla seconda rete un programma a metà fra il talk e il magazine, con servizi e reportage, commenti e brevi testimonianze. Insomma, un mix caro ad Alessandro Sortino, ex iena, già conduttore e autore dell’interessante ma sfortunato Nemo (poi Nemo, nessuno escluso con Enrico Lucci al timone). E dunque, c’erano un sacco di aspettative sul ritorno in video della signora Buffon, già volto di SkySport con ambizioni da conduttrice di talk d’attualità – e chissà se di vero upgrade si tratta.

Eppure. «Mi ero presa un anno sabbatico per la famiglia», aveva confidato. Ma quando «la Rai è arrivata  a gennaio con l’idea di riportarmi a essere un punto di riferimento dell’informazione» non ha saputo resistere. Trascurando il fatto che per riportarla a essere «punto di riferimento» bisognava che prima lo fosse stata, va detto che «a gennaio» la sezione Approfondimenti della Rai era diretta da Mario Orfeo, tifosissimo juventino e grande amico di Massimiliano Allegri e Gianluigi Buffon. E così, ora, Antonio Di Bella, che nel frattempo gli è succeduto, ha fatto buon viso…

Nella puntata d’esordio, per commentare i reportage dalla Russia e dall’Ucraina, inusualmente accovacciato sui gradini dello studio accanto alla signora, c’era De Bortoli: «Dimmi Ferruccio», «Cosa ne pensi, Ferruccio… Vedendo l’esercito ucraino contrattaccare non ti è venuta in mente l’offensiva dell’esercito del Vietnam?». «Non sono due eventi paragonabili», aveva risposto paziente l’ex direttore del Corriere. Poi erano sfilati Maurizio Landini, Guido Maria Brera, Kim Rossi Stuart. Attorno al tavolo c’erano Gerardo Greco, Stefano Zurlo, Valentina Petrini (anche lei ex Nemo) e Francesco Giubilei (presidente di Nazione futura). Un gran dispendio di energie e intelligenze, affidate alle sintesi di D’Amico.

Per la seconda uscita, invece, si è scelto un tema ­- la paura e le paure – per unificare la narrazione. Lunghi servizi sulla notte di Hallowen, un reportage di Daniele Piervincenzi sui ragazzi che bloccano il traffico per sensibilizzare sull’emergenza ambientale, un altro sul rave party di Modena. Spariti Zurlo e Greco, sui gradini si è sistemato Mieli – «Dimmi Paolo», «Cosa dici Paolo» -, Paolo Scaroni, deputy chairman di Rothschild, si è fatto intervistare sul tetto al gas e la crisi energetica, il sociologo Domenico De Masi ha risposto su reddito di cittadinanza e problemi connessi. Un altro parterre de roi messo nelle mani di Ilaria D’Amico.

Quel reparto psichiatrico che commuove e diverte

Certe storie nascono sotto una buona stella e così gira tutto bene. È il caso di Tutto chiede salvezza, una serie ambientata in un ospedale psichiatrico in cui si ride e ci si commuove in modo molto naturale. Prodotta da Picomedia per Netflix, sceneggiata e diretta da Francesco Bruni e tratta dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, vincitore del Premio Strega giovani nel 2020 e qui collaboratore alla sceneggiatura, è uno show che si vede d’un fiato grazie alla qualità della scrittura, della recitazione e all’equilibrio tra parti drammatiche e momenti leggeri.

Siamo nel reparto psichiatrico di un ospedale alla periferia di Roma dove il protagonista, Daniele (Federico Cesari) come l’autore del libro autobiografico, si risveglia a sorpresa per un Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) deciso dai suoi genitori dopo che, in preda agli effetti di una delle tante notti di sballo, ha aggredito il padre. Inevitabile è la reazione di rifiuto e la rivendicazione di una differenza dagli altri eccentrici ospiti della camerata: un ex maestro elementare dal passato oscuro (Andrea Pennacchi), un vitalissimo ragazzo gay (Vincenzo Crea), un malato in preda a una crisi mistica (Vincenzo Nemolato), un giovane violento (Lorenzo Renzi), un altro ragazzo in stato vegetativo (Alessandro Pacioni). A tenerne a bada le crisi improvvise ci provano un burbero infermiere (Ricky Memphis), un medico severo (Filippo Nigro) e un altro, più empatico (Raffaella Lebboroni). Nel reparto femminile arriva, invece, un’ex compagna di scuola (Fotinì Peluso) di Daniele, anche lei ricoverata in Tso, che avrà una parte importante nello sviluppo della storia, aggiunta al romanzo originale. Ma la padronanza di tempi e linguaggi di Bruni, tra i più affermati sceneggiatori del cinema italiano nonché autore degli adattamenti televisivi del Commissario Montalbano, consentono di mantenere l’equilibrio della trama e la forza della sua drammaticità. Combattendo con l’insonnia e i flashback della dissoluzione, pian piano il rifiuto di Daniele si trasforma in accettazione e condivisione, fino al riconoscimento del legame misterioso con gli altri ospiti. Da quella stanza di ospedale piena di miserie e di vita che ricorda vagamente la sana follia di Qualcuno volò sul nido del cuculo, sale una domanda di «salvezza» che abbraccia le vite sgangherate di tutti, medici compresi.

La serie che si snoda in sette episodi, uno per ogni giorno di ricovero, è attualmente al terzo posto tra le più viste di Netflix. Un successo che potrebbe preludere alla realizzazione di una seconda stagione.

 

La Verità, 25 ottobre 2022

Trombato, il pd Romano trova un seggio a Mediaset

Qualche sera fa, a sorpresa, nello studio di Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio, tra i vari ospiti invitati a parlare di caro bollette e crisi energetica, è comparso anche Andrea Romano, ex deputato Pd. Il talk show di Rete 4 ha da sempre una linea editoriale sbarazzina, come dimostra il fatto che tutte le puntate si aprono con brevi incursioni del conduttore in qualche mercato di provincia. Del Debbio intervista venditori ambulanti, titolari di bancarelle, anche semplici clienti, magari mostrando come l’altra sera, alcuni cartoncini con su scritto «bollette», «tasse», «pensioni», «reddito di cittadinanza». È il cosiddetto bagno di realtà, quello che farebbe bene a tanti politici e opinionisti che affollano i cosiddetti programmi di approfondimento. Un’operazione fallita alle elezioni anche dal Pd che, come ammesso dallo stesso Enrico Letta, «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa». E nemmeno il buon Andrea Romano ci è riuscito, non rieletto alla Camera nel collegio di Livorno, superato da Chiara Tenerini di Forza Italia. È la seconda sorpresa che riguarda l’ex deputato dem, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Moby Prince (che a Livorno qualcosa vuol dire) e membro di quella di Vigilanza sulla Rai, all’interno della quale si era distinto per l’ostilità alle partecipazioni del professor Alessandro Orsini a Cartabianca. Bisogna sapere che Romano è anche professore di Storia contemporanea a Tor Vergata e conosce bene il russo avendo vissuto a Mosca per motivi di studio: tutte competenze che lo rendono fortemente contrario al regime putiniano. Al punto che, dopo la polemica sulle liste di proscrizione pubblicata dal Corriere della Sera, il 30 giugno scorso ne ha presentata una tutta sua che mescolava nello stesso calderone di presunti filorussi Corrado Augias e Oliver Stone, Franco Cardini e Toni Capuozzo e che ha messo in imbarazzo persino il partito di appartenenza. L’ultimo dettaglio biografico dell’ex parlamentare è che nel dicembre 2020 ha sposato Sara Manfuso, influencer e presidente dell’associazione «Io così» contro la violenza alle donne. Qualche giorno fa Manfuso è uscita dal Grande Fratello Vip dove aveva sostenuto di aver subito una molestia da Giovanni Ciacci, notoriamente omosessuale. L’esclusione ha fatto purtroppo decadere la possibilità di una visita a Cinecittà, ipotizzata dall’affettuoso marito. Niente comparsata al Gieffe, dunque, per Romano. Ma c’è da giurare che su Rete 4 lo vedremo spesso perché, con tutti questi titoli, è riuscito a strappare un buon contratto come ospite-opinionista.

 

La Verità, 23 ottobre 2022

La barca di Sopravvissuti salpa con troppe falle

Per metabolizzare la morte della figlia Arianna, l’armatore Armando Leone decide di regalarsi una traversata oceanica sulla barca a vela più bella, oltre che una nuova compagna più giovane di lui di una trentina d’anni. La barca porta il nome della ragazza scomparsa e il lupo di mare ha la pelata, la barba e il giaccone d’ordinanza. È così che vanno le cose nei cantieri nautici di Genova e a Rai Fiction, anche se, come in questo caso, Sopravvissuti è una coproduzione europea che si avvale, insieme con la regia di Carmine Elia, anche della scrittura di un gruppo di allievi del Master della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia (Rai 1, ore 21,40, share del 19,6%, 3,6 milioni di telespettatori). A bordo dell’Arianna salgono il capocantiere (Lino Guanciale) che ha organizzato la spedizione, un medico con la sua compagna, un operaio anche lui fresco di perdita del giovane figlio, una giornalista e un ex detenuto. Per animare le stories di bordo e far lievitare visualizzazioni e like di beneficenza non possono mancare l’attrice (Barbora Bobulova), il suo compagno e il loro problematicissimo figlio (ma al primo selfie si scoprirà che i problemi risiedono altrove).

Bando ai preamboli, finalmente si parte. Ma qualcosa va subito storto e l’imbarcazione viene sorpresa da una tempesta poco dopo essere salpata. Per un anno non se ne hanno più notizie, fino a quando, altra clamorosa sorpresa, il relitto dell’Arianna ricompare al largo delle acque del Venezuela con soli sei superstiti a  bordo. Inizia così il riavvicinamento tra i sopravvissuti di mare e i sopravvissuti di terra, sia questi che quelli custodi di segreti poco confessabili. Se chi è rimasto a casa sembra aver elaborato il (presunto) lutto piuttosto rapidamente, il vero mistero è che cosa sia davvero accaduto a bordo del relitto una volta placata la furia delle acque. E se i superstiti della barca appaiono concordi nel descrivere l’apocalisse, la mascolina ispettrice Anita, madre del medico non sopravvissuto, vuol vederci chiaro. Partono così le indagini sul campo, cioè la psiche più o meno scossa di chi è tornato dalla spedizione. Ma tra i marosi del Mediterraneo, i violini che ne esaltano l’omerica tragicità e un Lino Guanciale che sembra Tom Hanks di Cast Away, anche a causa di qualche falla nella sceneggiatura il thriller psicologico non decolla. Ora che si consulta il meteo per una biciclettata in campagna, gli esperti lupi di mare di Genova non potevano controllare gli strumenti nautici prima di farsi sorprendere dallo tsunami fuori dal porto di casa?

 

La Verità, 5 ottobre 2022

 

Se Dio, patria e famiglia di Lilli sono orfani di Mazzini

Appuntisce lo sguardo e tende il labbro Lilli Gruber quando rivolge la domanda con la quale chiude la conversazione con alcuni dei suoi ospiti di questi giorni: «Lei si riconosce nello slogan Dio, patria e famiglia?». Chissà, forse ha in mente il manifesto esibito a una manifestazione da Monica Cirinnà in cui commentava la triade con un elegante «che vita di merda». Oppure pensa alla sentenza di Enrico Letta, secondo il quale la formula cela un inevitabile «ritorno al patriarcato». Il più delle volte, però, la conduttrice di Otto e mezzo su La7, non ottiene piena soddisfazione. Purtroppo, verrebbe da aggiungere. Qualche giorno fa, per esempio, Letizia Moratti è stata colta di sorpresa perché fino a quel momento si era discusso di Europa ed economia, ma tant’è. L’ex sindaco di Milano e attuale vicepresidente della Lombardia non è una habitué dei talk show per cui ha improvvisato una risposta insapore. Del tipo: credo nella famiglia e nel nostro Paese (Dio non pervenuto), ma la società evolve e si trasforma (che è un’espressione che si porta sempre, qualsiasi cosa voglia dire). Mercoledì sera, invece, è toccato a Romano Prodi rispondere al quesito. Collegato da Bologna, dopo aver confermato il suo voto a Pierferdinando Casini perché si fa più festa in cielo per una pecorella smarrita che torna all’ovile che per tante fedeli, l’ex premier e commissario europeo ha borbottato che lo slogan non lo infastidisce. Come cattolico crede in Dio, ha una famiglia tradizionale ed è solito difendere l’Italia. Il problema è un altro. Quale, presidente? «Il problema è se lo slogan ci riporta indietro a certe culture del passato». Ah, ecco! Prodi si era appena detto lusingato perché Lina Palmerini l’aveva chiamato professore, che non è una diminuzione… Tanto più ci si aspetterebbe che non si appiattisse sulla vulgata gauchiste. Quali sono le pericolose culture del passato alle quali rimanda la triade più gettonata del momento? Mica si parlerà per caso del Ventennio di cui «gli italiani dovrebbero vergognarsi»? Nel corso del programma il fantasma non è stato scoperto, ma è più di una vaga sensazione che sia sempre ben accovacciato e camuffato sotto il tavolo dove fa gli onori di casa la soave Dietlinde. Perciò corre l’obbligo di dare una notizia a lei e agli adoranti telespettatori. La triade Dio, patria e famiglia è stata coniata da Giuseppe Mazzini in un testo fondante del Risorgimento intitolato Doveri dell’uomo (1860), scritto in polemica con i rivoluzionari francesi che insistevano solo sui diritti. Da allora è passato un secolo e mezzo, ma certe situazioni sembrano immutabili.

 

La Verità, 23 settembre 2022

E l’overdose di Telecorona finì per cancellare il Tg

Improvvisamente, tutti sudditi di Sua Maestà. Era dall’8 settembre, giorno della morte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, che il Tg1 si preparava. Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è stato un piccolo contrappasso: lo speciale Elisabetta II, l’addio, immancabilmente condotto da Monica Maggioni, ha fagocitato il Tg1, ridotto a tre minuti di titoli telegrafici con i quali la povera Laura Chimenti ha sintetizzato i fatti di giornata. È stata la prevedibile conclusione di un martellamento di dieci giorni di tg della sera e di mezzodì farciti di servizi di corrispondenti e inviati, con le altre notizie ridotte in pillole. Per non essere fraintesi va detto che ieri l’evento c’era tutto. Alle solenni esequie della regina del Commonwealth partecipavano oltre 200 presidenti (esclusi i rappresentanti della Federazione russa, non invitati) e 500 dignitari provenienti da tutto il mondo. La tradizione, la solennità, la scenografia trasudavano di un’austerità e di un rispetto dell’autorità di altri tempi. E difatti, oltre allo Speciale Tg1, anche il TgLa7 con Enrico Mentana (Dario Fabbri ed Enrica Roddolo del Corriere della Sera) e Canale 5 con Silvia Toffanin (Cesara Buonamici e Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta il lungo addio. Quelli che stonano sono l’enfasi, la retorica e l’afflato condito da centinaia di aggettivi. Alle 14 Mentana ha ceduto la linea al telegiornale per dare le notizie di giornata, mentre sulla Rai 1 del presunto servizio pubblico si è andati avanti imperterriti con Telecorona. Bisognava seguire la cerimonia minuto per minuto senza perdere un battito di ciglia di Carlo III di Windsor e della consorte Camilla Shand, di Harry e William e delle loro mogli. O privarsi di un’inquadratura del percorso del feretro dopo la liturgia nell’Abbazia di Westminster, prima a piedi per le vie di Londra e poi in auto fino al Castello di Windsor, illustrato persino su Google maps. Così la cronaca in stile Downton Abbey si è dipanata per tutto il giorno. «In un’epoca in cui succedono milioni di cose in un istante», si è accorata Maggioni, «ci sono 4,5 miliardi di persone a guardare il rito lento e solenne di saluto alla regina». A sostenere l’imperversante direttrice c’erano i corrispondenti Marco Varvello e Natalia Augias, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il docente di Letteratura inglese alla Sapienza Andrea Peghinelli. Tutti hanno sottolineato le ali di folla sul percorso del corteo funebre perché «il popolo era affezionato alla regina, la narrazione dei populisti che divide il popolo dall’élite è sbagliata». Siamo tutti sudditi di Sua Maestà.

 

La Verità, 20 settembre 2022