Supertele, talk di facce e storie. No intellettualismi…

C’era nientemeno che Francesco Totti ospite in collegamento l’altra sera a Supertele, il talk show post-posticipo del lunedì condotto da Pierluigi Pardo su Dazn. Forse perché la sua Roma aveva appena perso 3 a 1 con l’Atalanta, o forse perché vive personalmente un momento delicato, lo storico capitano giallorosso lasciava trasparire un filo di malinconia. Non sembravano scuoterlo le domande sul momento felice del calcio italiano e la presenza in studio degli ex compagni di Nazionale Luca Toni e Ciro Ferrara, a diverso titolo partecipi della vittoria al Mondiale 2006. In contemporanea su Canale 5 Ilary Blasi, sempre più simil Amanda Lear, stava conducendo la seconda puntata dell’Isola dei Famosi e il capitano dava l’idea di pensare «che ci faccio qui?». A smuoverlo dal torpore ci è voluto il carisma di Josè Mourinho, arrivato ai microfoni per difendere la prestazione della sua squadra, penalizzata da un errore del portiere che ha frustrato la possibile rimonta subito dopo aver segnato il gol dell’1 a 2, ma decisa orgogliosamente a lottare sebbene ridotta praticamente in nove dagli infortuni a Diego Llorente e Paulo Dybala. Mourinho ha elogiato i suoi giocatori, ha detto che l’errore del portiere è un errore di tutti, lui compreso, e che la sconfitta va accettata sebbene determinata dagli episodi. «Si perde e si vince insieme e il nostro gruppo è forte. Non possiamo fare miracoli, ma il vero miracolo è l’empatia che c’è tra i tifosi, di cui Totti è uno dei più rappresentativi, e questa squadra. Sabato (contro il Milan, ndr) se serve andrò in campo, oppure ci darà una mano Francesco», anche se sarebbe più utile Aldair, visti gli infortuni dei difensori. A quel punto Totti è uscito dalla modalità pilota automatico e ha tributato allo Special One il più affettuoso degli incoraggiamenti: «Con te al timone tutti noi tifosi siamo sicuri che la squadra andrà il più lontano possibile». Un dialogo tra uomini di calcio. Sul fronte dell’Atalanta la fan illustre era Sofia Goggia, collegata dopo aver esultato per il successo dei nerazzurri. Totti, Goggia, Alberto Gilardino allenatore del Genoa vicino al ritorno in Serie A: con la conduzione di Pardo che, già di suo riempie lo schermo, Supertele è un programma emotivo, fatto di storie, di facce, di carne e che procede per accumulo. Un programma diverso da certi bar sport con ambizioni intellettuali, nei quali affiorano politiche di fiancheggiamento dei potenti per cui, come si è sentito dire domenica sera da Fabio Tavelli di Sky Sport, «non è scritto da nessuna parte che la Uefa debba sanzionare la Juventus». Tutto chiaro, no?

 

La Verità, 26 aprile 2023

Le visite guidate di Morgan nelle canzoni, opere d’arte

Ormai Marco Castoldi, in arte Morgan, è diventato un piccolo caso dell’altrettanto piccolo circuito dello spettacolo e della comunicazione nostrani. Come Jessica Rabbit, egli lamenta di esser vittima del disegno dei media: non ha certo chiesto di fare il Festival di Sanremo e però, se in futuro glielo proponessero accetterebbe, «perché non ho assolutamente rivali». E potrebbe pure essere vero quanto a cultura musicale e capacità affabulatorie. E molti degli addetti ai lavori ne sono pure convinti. Quello che non gli si perdona è il fatto che lui lo dica, senza troppe precauzioni. La schiettezza non è sempre ben accetta. Nel piccolo circuito dello spettacolo e della comunicazione nostrani non si metabolizza l’assenza di diplomazia. Così, a seguito di un giudizio critico sulla canzone sanremese di Marco Mengoni e di una velata accusa di presunzione («se la tira») a Madame, i due hanno declinato l’invito a StraMorgan, il programma in onda da lunedì per quattro seconde serate su Rai 2. Fin qui i «no» resi pubblici, per dire della farraginosità dei rapporti tra l’ex leader dei Bluvertigo e i suoi colleghi. Se poi ci si mette che non fa mistero di scambiare whatsapp con la premier Giorgia Meloni, ecco che tutto concorre a catalogarlo come figura divisiva. Nulla di grave, ma è giusto conoscerne i motivi. Da sempre Morgan non le manda a dire e così anche la sua qualità artistica paga un prezzo rilevante a come viene raccontata.

StraMorgan è un breve corso di lezioni su quattro grandi autori e interpreti della canzone italiana (Domenico Modugno, Umberto Bindi, Franco Battiato e Lucio Battisti) condotta in coppia con Pino Strabioli (share del 3,4% per 344.000 telespettatori). Un prodotto di nicchia, per palati raffinati. Un gioiellino, un prezioso per collezionisti, confezionato con l’orchestra dei talenti dei conservatori e la sua band. Questo Morgan sbiancato e bistrato come una sorta di menestrello, quasi un Pierrot fra teatro e musica, ci accompagna nelle visite guidate dentro le canzoni, le suggestioni e gli incontri che le animano. Perché la canzone non è appena un assemblaggio di testi e musica, un algoritmo adattabile ai diversi imprinting, un prodotto generazionale da dividere in generi. È molto di più. Una magia, uno svelamento, un sogno, un tizzone di poesia. E anche se Un uomo in frac e Meraviglioso le abbiamo sentite e scandagliate mille volte, Morgan ce le presenta come opere d’arte collegate tra loro, in un rimando tra nichilismo e stupore, tra disperazione e gratitudine. Così che possono essere ancora attuali, scavalcare decenni e continenti. E Modugno può incontrare Elvis Presley.

 

La Verità, 12 aprile 2023

Schiavone vorrebbe essere l’Eastwood dei poliziotti

È iniziata la quinta stagione della serie Rocco Schiavone tratta dai romanzi di Antonio Manzini, diretta da Simone Spada e interpretata da Marco Giallini. Il lancio di questi nuovi episodi si è avvalso del fatto che il personaggio del vicequestore trasferito per punizione ad Aosta sarebbe inviso «alla destra». Spesso attizzare una polemica è utile per incrementare l’attenzione e gli ascolti, ma quanto questa sia pretestuosa e creata ad arte lo dice la sua stessa genericità (Rai 2, mercoledì, ore 21,35, share dell’11,8%, 2,2 milioni di telespettatori). Schiavone non piace alla destra. «Ma che, davero?» direbbe il Neri Marcorè diretto da Uolter Veltroni in Quando. Alla destra, ormai entità metafisica come la Spectre, non piacerebbero le canne che il detective si rolla nell’ufficio con vista alpina e il frequente ricorso alla parolaccia nell’intercalare con i colleghi, molti dei quali di origine meridionale. Ognuno recita la propria parte in commedia, ha smorzato i toni lo stesso Giallini, ammettendo che trattandosi della Rai non è del tutto peregrina la critica alla sua etica borderline. Detto questo, se si guardano le serie delle varie piattaforme, «le canne cominciano a farsele in culla». E l’iperbolica osservazione non funga da attenuante.

Nell’episodio intitolato Il viaggio continua il cadavere di un uomo viene ritrovato sul Monte Bianco in territorio italiano, a pochi metri dal confine francese. Il vicequestore, però, si accorge che è stato spostato e così si vede costretto a collaborare nelle indagini con Isobel (Diane Fleuri) della polizia di Chamonix e sua alter ego al femminile. Come nei casi precedenti, sebbene questo citi spannometricamente l’incipit di The Bridge, serie mito del poliziesco nordico, l’intreccio giallo della storia risulta piuttosto secondario. Le attenzioni si concentrano in gran parte sul caratteraccio del protagonista, cinico e indolente, eppure convinto dal questore ad allenare l’improbabile squadra di poliziotti per l’annuale partita contro i magistrati. Sul lato sentimentale, invece, la storia con la giornalista locale (Valeria Solarino) non decolla perché, come gli dice il fantasma della moglie scomparsa con cui continua a dialogare, lui è gravato da troppi pesi. Purtroppo, non bastano la sigaretta esistenziale al posto del sigaro, lo sguardo sguincio e il loden a mo’ di poncho per fare di Schiavone il Clint Eastwood dei poliziotti. Indossato aperto a 3.000 metri sulle Clarks inzuppate, più che sintomo di «spaesamento», di solito è causa di bronco polmoniti. Sarà mica che il malinconico Schiavone è in realtà un superuomo?

 

La Verità, 7 aprile 2023

Perché «Er gol de Turone» non va mai in archivio

Lui, Maurizio «Ramon» Turone, il suo gol non l’aveva mai rivisto in questi 40 anni e più. Per non acuire la percezione netta dei romanisti di essere stati defraudati di una rete valida e della probabile conquista dello scudetto, stagione 1980-81, invece andato alla Juventus. Lo ha fatto in occasione di Er gol de Turone era bono, documentario di Francesco Miccichè e Lorenzo Rossi Espagnet, presentato alla Festa del cinema di Roma e riproposto domenica su Rai 1 (ora su Raiplay). È domenica 10 maggio 1981, dopo un intero campionato a rivaleggiare, al Comunale di Torino si gioca Juventus-Roma, ultima occasione della squadra di Paulo Roberto Falcao e allenata da Nils Liedhom di scavalcare la Juventus di Zoff, Gentile, Cabrini… con Giovanni Trapattoni in panchina, al momento avanti di un punto. I bianconeri sono ridotti in dieci per l’espulsione di Beppe Furino quando, al 27° del secondo tempo, Turone insacca su imbeccata di Roberto Pruzzo. L’arbitro Paolo Bergamo convalida la rete, ma il guardalinee Giuliano Sancini tiene la bandierina alta per il fuorigioco.

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, gli juventini Cesare Prandelli e Andrea Marocchino, i romanisti Falcao, Pruzzo e Conti, i ricordi di Enrico Vanzina e Paolo Calabresi, tifosi della Roma, dei giornalisti sportivi, compreso Gianni Minà che intervista Giulio Andreotti, il documentario, inclinato da parte romanista, presenta il «cold case» del calcio italiano. In realtà, sebbene ci fossero già stati segnali di direzioni arbitrali discutibili, tipo quelle di Concetto Lo Bello, il gol di Turone è il peccato originale, la matrice di una serie di episodi successivi in partite decisive per l’assegnazione del titolo, tutti dello stesso segno (dal rigore negato all’Inter per il fallo dello juventino Juliano su Ronaldo, al gol non visto di Muntari in un Milan Juventus, fino alla mancata espulsione di Pjanic in un altro Inter Juventus). È questo il motivo per cui quell’annullamento non sarà mai acqua passata. All’epoca non c’era il Var, unica tecnologia che avrebbe potuto redimere quel peccato originale (non ancora come s’è visto di recente i falli di mano). C’erano solo i suoi antenati, la moviola di Carlo Sassi e il Telebeam di Giorgio Martino, significativamente di opinioni opposte. Era un altro calcio, con altre strumentazioni. Tuttavia, una continuità rimane, ben espressa da Luca Beatrice: «La Juventus ha vinto negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta… sempre. Le altre vittorie sono anomalie». Al quale, con sagacia irriducibile, ribatte Gian Paolo Ormezzano: «I gol segnati alla Juve sono sempre buoni».

 

La Verità, 31 marzo 2023

Ma la sfrontatezza che si commuove non ci azzecca

Caciara, cialtroneria, confusione, trenini, baraonda, baldoria. Sono i sinonimi che si addicono a Pio e Amedeo e ai loro varietà scorretti. L’ultimo, Felicissima sera – All Inclusive, il bersaglio programmatico ce l’ha nel titolo (Canale 5, venerdì, ore 21,42, share del 19,5% per 2,8 milioni di telespettatori). La coppia comica più ruspante del bigoncio bisogna prenderla tutta intera, a cominciare dalla sfrontatezza che è la cifra delle loro gag. Difficile operare dei distinguo, ridurre le dosi, setacciare le parti dello show. Siamo dentro un calderone nel quale tutto, compreso il pubblico rumoroso ed entusiasta, è centrifugato, frullato, masticato senza istruzioni per l’uso. In avvio, solo una breve anteprima di saluti alle comunità sempre sul piede dell’indignazione, per l’occasione rivisitate in chiave scorretta, includendo, appunto, le nuove minoranze, «le coppie ancora sposate», «gli elettori del Pd», «i multimilionari costretti a riparare a Montecarlo». Il tutto con l’aiuto di un dizionario aggiornato, non più il vecchio e offensivo Zingarelli, ma «Il Ferragnez», che anestetizza il linguaggio vietando l’uso di parole un tempo innocue ora potenzialmente escludenti. Con la loro faccia tosta, Pio e Amedeo hanno convocato la donna del capo, Silvia Toffanin, sperando di carpirle qualche particolare della loro vita intima e concludendo con l’invito a «Piersì: datti una mossa e sposa Toffanì». Zucchero l’hanno sottoposto a una raffica di selfie benevolmente dissacranti, per smontare la piaggeria verso le star e l’aurea dei social network. Gigi D’Alessio, escluso per eccellenza dai circoli elettivi di Rai 3  e del Concertone del primo maggio, hanno provato a riverniciarlo in chiave radical chic per concludere che conviene tenersi l’originale. Michelle Hunziker si è sottoposta alla parodia di «Che interviste che fa» indossando scialle nero, gambaletti e ciabatte per somigliare all’immagine tradizionale della nonna. Chi accetta l’invito sa che s’infila in un tritacarne giocoso in cui l’unica condizione richiesta è, appunto, la disponibilità a giocare con sé stessi e la propria immagine. Finale tamarro con i neomelodici proposti ai «veri direttori artistici di Sanremo», Giovanna Civitillo e José, moglie e figlio di Amadeus, per la prossima edizione del Festival. Prendere o lasciare, di Pio e Amedeo non si dovrebbe buttare via niente. La loro è la forza dell’ignoranza consapevole, come si vede in quei monologhi sgangherati, non sempre credibili: i cattivoni dal cuore tenero quando si parla di figli è una parte già vista.

 

La Verità, 26 marzo 2023

 

Piero non vuol essere un mattone nel muro della tv

È un altro Piero Chiambretti. Tutto un altro, rispetto a quello cui siamo abituati, colui che conduce La tv dei 100 e uno (Canale 5, mercoledì, ore 21,44, share del 12,6% per 1,7 milioni di telespettatori). Del resto, si cambia nel corso della vita. Si evolve, soprattutto se si attraversano situazioni particolarmente complicate, come gli è capitato. A 66 anni, Chiambretti non è più quello del Portalettere o Il laureato, ma nemmeno quello di CR4 – La Repubblica delle donne, dove ha reinventato Iva Zanicchi, Barbara Alberti e Alda D’Eusanio, sdoganato Drusilla Foer e consolidato pure Cristiano Malgioglio (che poi è iconograficamente degenerato). Allora le accuse di trash tv si sprecavano e lui le cavalcava sempre con la sua verve, scanzonata e abrasiva ad un tempo.

Oggi, con la solita squadra di autori interamente confermata (da Romano Frassa a Tiberio Fusco), ha voglia di nuova televisione e lo show imperniato sui bambini è un desiderio che coltivava da tempo. I precedenti non mancano, da Chi ha incastrato Peter Pan a Bravo, bravissimo! fino al recente The Voice Kids, che però è un talent. E neppure mancano i rischi di scadere nel manierismo del genere. Chiambretti riesce in gran parte a evitarli, forte del suo proverbiale registro pierinesco. Non ci sono paternalismo, buonismo e consolazioni varie nel relazionarsi ai kids, ma proprio l’autoironia permette di entrare con profitto nel mondo dei 100 talentuosi che fanno lo show. Il quale è diviso in vari segmenti («I grandi temi dell’umanità», «Il club delle mamme»…), introdotti da citazioni letterarie sul tema perché, alla fine, dev’essere visto anche dal pubblico adulto. L’altra idea è centrifugare l’impertinenza dei piccoli fans con gli adulti, convocati in qualità di maestri della loro materia (Vittorio Sgarbi ha illustrato la storia della Gioconda). Ma anche chiamati a rispondere e difendersi dalle curiosità del parterre. Così, a Sgarbi viene chiesto perché perde spesso la pazienza e si arrabbia. O a Elettra Lamborghini se ha paura d’invecchiare. Domande autoriali, certamente. Niente aiuti in soccorso, invece, nelle brevi esibizioni al pianoforte (un bambino di 5 anni non riesce a indovinare un paio di opere dalle prime note), nella danza, nell’interpretazione di La vie en rose o della sigla iniziale (Another breaking in the wall) eseguita alla chitarra. Giusto per dire che anche questi ragazzini non vogliono essere un altro mattoncino dell’omologazione. Un po’ come prova a fare in punta di piedi questo show, nel muro piuttosto uniforme dei palinsesti tv.

 

La Verità, 24 marzo 2023

Tutti pazzi per la serie apocalittica in salsa woke

Presentato come l’evento televisivo dell’anno, come la serie dalla quale non avremmo potuto staccarci, alla fine The Last of Us è solo l’adattamento in salsa woke dell’omonimo videogioco creato dallo studio americano Naughty dog. Un videogioco tutto sommato elementare che, tuttavia o, in realtà proprio per questo, è riuscito a catalizzare l’interesse di milioni di adolescenti un po’ in tutto il mondo. Mentre già si lavora alla seconda stagione della serie, lunedì è stato rilasciato l’episodio finale della prima, prodotta dalla Hbo, diramata in Italia da Sky e disponibile su Now tv. A lavorarci l’emittente americana a chiamato Craig Mazin, già creatore di Chernobyl (oltre che di alcuni Scary movie), e Neil Druckman, regista israeliano naturalizzato statunitense e autore del videogioco da cui è tratta la serie stessa.

Siamo in un’America ridotta a macerie dopo che un potente virus ha infettato gran parte dell’umanità. La diffusione avviene per il diffondersi del Cordyceps, un fungo letale che attecchisce nei corpi e trasforma gli umani in esseri feroci, pronti a sbranare chi ancora non ne è stato intaccato. Secondo la scienziata più esperta non ci sono vaccini né farmaci, solo le bombe possono evitare il propagarsi del morbo. Mentre tra quarantene controllate dalle milizie i resti dell’umanità si dividono in bande, il capo delle «Luci« Marlene (Merle Dandridge) affida all’ombroso Joel (Pedro Pascal) il compito di trarre in salvo Ellie (Bella Ramsey), un’adolescente che, pur morsa dagli zombie, non sviluppa l’infezione. Inizia così la perigliosa transumanza della «nuova creatura» verso la terra promessa. Patria della scienza e della palingenesi? Laboratorio dove sarà creato il vaccino? Nel loro percorso, tra i frequenti assalti degli infetti, Joel ed Ellie superano i vari stadi che corrispondono ad altrettante opzioni variamente salvifiche. C’è quella dell’amore disinteressato, casualmente tra due teneri omosessuali che scelgono il suicidio di coppia. C’è quella della piccola comunità egualitaria, multietnica e multireligiosa, che sembra citare il Contratto sociale di rousseauiana memoria. E non può mancare quella della setta religiosa, fanatica e violenta forse ancor più degli zombie. Finalmente, arrivati alla meta, ecco il finale controverso ma aperto, utile ad alimentare l’attesa della prossima stagione.

Apocalittica e intrisa di citazioni, da Walking dead a La strada di Cormac McCarthy, The Last of Us è un prodotto elementare che sarebbe fuorviante paragonare con la pandemia reale e le sue caratteristiche ancora in parte inesplorate.

 

La Verità, 15 marzo 2023

Schlein entra nel cast della serie Che tempo che fa

No, il basso profilo e il senso della misura non sono tra le doti principali di Elly Schlein, nuovo personaggio di Che tempo che fa giunto alla ventesima stagione (Rai 3, domenica, ore 20, share del 13,4%, 2,7 milioni di telespettatori). Ormai del programma di Fabio Fazio si parla come di una serie tv tanto ricorrono, immancabili, i soliti personaggi. La neosegretaria dem si era seduta sulla poltroncina bianca accostata all’acquario non più tardi dell’11 dicembre scorso e ci è tornata a stretto giro di elezione dopo aver furbamente rintuzzato le avance di Bruno Vespa. Si sa, ognuno sceglie la poltroncina che predilige, quella dove il conforto è maggiore e Schlein ha preferito accomodarsi davanti al «fratacchione», dopo Luca Mercalli e prima di Roberto Burioni, due habitué della corte faziosa a differenza di Carlo Rovelli, intervistato nell’anteprima sul suo interessantissimo Buchi bianchi (Adelphi). «Si è risvegliata una speranza, si è riunito un popolo», ha scandito la nuova leader a commento del suo controverso successo. Con queste premesse la conversazione è scivolata via tranquilla, figurarsi se il conduttore poteva interrompere l’emozione. Schlein era raggiante, spesso con mani giunte e dita incrociate, in adorazione del gran cerimoniere del veltronismo catodico. Ha slalomeggiato tra le poche domande non compiacenti, come sull’Ucraina e sull’ipotesi di nominare Stefano Bonaccini presidente per unire tutte le anime del Pd. Per il resto ha suonato le solite note del salario minimo, della sanità pubblica e del contrasto a «queste destre», sottolineando l’«aggressione squadrista» davanti al liceo di Firenze e rispolverando Lettera a una professoressa di don Milani per criticare il recupero governativo del criterio del merito, per altro previsto dall’articolo 34 della Costituzione nonché battaglia storica della sinistra che però ora, stranamente, il nuovo Pd sta rigettando. Non ci si poteva certo aspettare che lo schieratissimo Fazio, buono con i suoi stizzoso con gli altri, glielo facesse notare. Incombevano Roberto Burioni e una sua collega rianimatrice di pronto soccorso, chiamati a spiegare cosa accade nei polmoni di chi sta annegando e ogni riferimento alla tragedia di Cutro era voluto, certamente per metterla nel conto del governo in carica. Subito dopo ecco entrare Claudio Baglioni, sodale del conduttore ai tempi di Anima mia, lo show che riprendeva il brano dei Cugini di campagna, convocati come ospiti «a sorpresa». Capirai. Con loro Fazio è sembrato più a suo agio: la parte militante della serie era stata espletata…

 

La Verità, 7 marzo 2023

Uno vale uno, autofiction, social: tanti germi nell’Mcs

In fondo, i selfie alla camera ardente con la moglie appena rimasta sola sono l’ultima frontiera della società dello spettacolo. Non si erano mai visti. Come si dice, c’è sempre una prima volta. Ma, in realtà, sono l’ultima conseguenza, l’allungarsi dell’acqua sulla battigia. Prima della risacca, si spera. Docile, ma forse nel suo intimo furente, Maria De Filippi si è concessa. E meritano una carezza sia lei sia chi glieli ha chiesti.

Quando accade qualcosa di inedito significa che siamo di fronte a un’innovazione. In una recente intervista, Stefano Zecchi, filosofo e suo frequente ospite, ha detto che Maurizio Costanzo «è stato un grande innovatore del linguaggio». Inconfutabile. Qualche voce autorevole ha invece espresso disappunto per la beatificazione laica e l’eccesso di solennità delle esequie. La celebrazione trasmessa a reti unificate dalla tv commerciale e dalla tv pubblica. La partecipazione dei volti noti, variamente coinvolti e commossi. A ben vedere, inevitabile. Come pure inevitabile la preghiera degli artisti, nella chiesa degli artisti. Meno scontate le note della sigla dell’Mcs all’uscita del feretro. Ma, sempre a ben guardare e con rispetto, degna conclusione dell’esibizione in mortem della solita società dello spettacolo. Come a racchiudervi, con quella sigla, anche la cerimonia religiosa.

Un grande innovatore, dunque. Un gigante del linguaggio. Pur mutuata da David Letterman, la vera, radicale e a suo modo rivoluzionaria novità era tutta contenuta nel titolo del programma più famoso: Maurizio Costanzo Show. Uno spettacolo nel nome e cognome. Cioè, semplicemente: lo spettacolo è la persona. La sua identità. Nel caso specifico, più corretto dire l’individuo. L’individualità. Che poi diventerà individualismo. Quando nacquero gli antenati di quello show, Bontà loro e Acquario, l’Italia era ancora sprofondata nel decennio del «tutto è politica», con le esasperazioni e le degenerazioni tragiche che si portava. E Costanzo lavorava ancora per l’editore pubblico. Gli ospiti erano un paio, forse qualcuno in più. Ascoltati singolarmente e messi a confronto. Qualche anno dopo, nelle reti commerciali mise a punto il programma che l’ha definitivamente consegnato alla storia. Della televisione e del costume, s’intende, e non è poco. Correva già il decennio del riflusso. Della riduzione della dimensione collettiva. Comunitaria. La liquefazione dell’idea di un popolo che si aggregava attorno alle grandi visioni della storia, il marxismo e, nella nostra Italia, il cristianesimo. In fondo, a ben vedere, era cominciata una grande, chissà se inconsapevole, operazione di sradicamento. Di recisione delle radici. Di affermazione del relativismo. Quello stesso relativismo che permise a Costanzo di essere un bastione delle televisioni di Silvio Berlusconi e, contemporaneamente, consulente di Francesco Rutelli, sindaco di Roma, e di Massimo D’Alema, segretario dei Ds.

Alla serata d’esordio su Rete 4 suggerì l’immagine dell’«Orient Express, dove la varia umanità s’incontra e parla». E anche di «un grande minestrone«. L’Mcs era già un grande dispositivo, come direbbero i colti, che conteneva in nuce numerose piccole e meno piccole rivoluzioni. Sul palco del Teatro Parioli da dove andava in onda, prendeva forma la preveggenza di Andy Warhol, datata 1968, sui 15 minuti di fama che in futuro avrebbero potuto toccare chiunque. Costanzo convocava persone già affermate e assoluti sconosciuti che noti e famosi lo sarebbero diventati proprio in virtù di quella convocazione. Li metteva uno a fianco all’altro in una disposizione orizzontale, senza gerarchie, e così apparivano ai telespettatori sintonizzati tutte le sere per decenni in seconda serata su Canale 5. Una disposizione democratica – prima delle sue anticipazioni – si potrebbe dire nell’accezione grillina dell’uno vale uno. Su quel palco, per molti anni erano uguali il magistrato e la casalinga, il comico dilettante e il regista premio Oscar, il viaggiatore esotico e immaginifico e la massaia saggia e ruspante che non si muoveva da Prati. Ruppe saltuariamente questa formula, che rimase dominante, con sporadici Uno contro tutti, protagonisti personaggi creati e consacrati in quell’altra liturgia: tutti schierati orizzontalmente in un gran campionario di eccentricità mentre lui, alle spalle, tirava le fila come un grande burattinaio. Consigli per gli acquisti.

Protagoniste erano le storie degli individui – seconda grande anticipazione – di quello che in anni più recenti si sarebbe chiamato lo storytelling. Non che fosse tutto pura invenzione, no. A sua volta anticipando fenomeni e tendenze che stanno tuttora dispiegando la loro magnifica potenza, nel 1979 Christopher Lasch aveva scritto La cultura del narcisismo. Il Muro di Berlino era in piedi, non c’era internet e si telefonava con i gettoni dalle cabine, metà delle quali per vari motivi inservibili. Ma in letteratura e al cinema il narcisismo si sposò con lo storytelling e partorirono l’autofiction, fenomeno dominante nelle ultime generazioni di scrittori, registi, attori.

Qualche giorno fa, analizzando tecnicamente le innovazioni costanziane, Carlo Freccero ha detto anche che fu anticipatore dei social media. E siamo a tre. I racconti del Parioli erano la rivincita del privato sul tutto è politica. Con le storie, le vicende individuali, il privato diventava dimensione collettiva, mediatica. Che cosa sono i social se non l’esasperazione di questo? Nel loro livello basico una sfilata di foto di piatti al ristorante, di camerette addobbate, di make up in intimo… Nel livello degli influencer, il privato che assurge a mercato, affare, business. Costanzo ha anticipato Chiara Ferragni. Alla fine di una puntata dell’Mcs si sarebbe tranquillamente potuto votare con il pollice per ogni singolo ospite. Come avveniva per i gladiatori nei teatri dell’antica Roma. Anche quella era, a suo modo, società dello spettacolo. Non è da escludere che Costanzo lo facesse, con i suoi collaboratori, per disporre gli inviti successivi.

Sipario. Senza sigla.

In «Cinque minuti» Vespa verga l’editoriale del Tg1

Qualcuno si aspettava che quella inaugurata lunedì da Bruno Vespa su Rai 1 sarebbe stata una striscia d’opposizione? Che i Cinque minuti che vengono dopo il Tg1 diventassero uno spazio di contestazione dell’azione di governo? A leggere i primi commenti delusi sulla nuova rubrica sembra che fossero queste le aspettative. Almeno di chi pensa che quello spicchio dell’arancia vada gustato separatamente, come se non fosse impaginato subito dopo il telegiornalone, il media più ufficiale del bigoncio. Difficile potesse essere un controcanto, un contrappunto, uno spazio di controinformazione, qualsiasi cosa che fosse contro. Con il suo Porta a Porta, Vespa è già titolare della Terza camera dello Stato e questo interstizio tra le news e il game che lo segue («Buon Amadeus») è un poggiolo o, se volete, una cabina armadio della camera.

Sigla con la canzone di Maurizio Arcieri dei New Dada, per dar l’idea di non prendersi troppo sul serio, studio molto illuminato, padrone di casa e ospite seduti su due sgabelli e posizionati frontalmente attorno a un tavolo, su poche immagini visibili in un vidiwall che sta di fronte ai telespettatori, s’innesta la prima domanda all’invitato: nella puntata d’esordio, come da tradizione, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la seconda sera il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla tragedia di Cutro e le sue dichiarazioni (share del 23,6 e del 22,5% con 5,2 e 4,7 milioni di telespettatori). È uno spazio d’informazione istituzionale che affronta il principale fatto della giornata e che, incastonato al termine del tg ne è, in realtà, il vero editoriale. Per questo avrebbe potuto anche intitolarsi «Il Punto», ma sarebbe stato meno originale. Invece con quella sigla Vespa ha voluto esprimere anche una lieve insofferenza per l’esiguità dello spazio che non consente troppa elaborazione dei contenuti. Bisogna andare al sodo, per non sovrapporsi alla striscia di Rai 3 e non togliere pubblico al Tg2 in fase di avvio. I vincoli ci sono e, dunque, è sbagliato fermarsi a gustare solo quello spicchio. Gli approfondimenti giornalistici, brevi o lunghi che siano nei palinsesti Rai guardano principalmente in un’altra direzione e, dunque, questi Cinque minuti hanno un loro perché. Vespa non è Enzo Biagi e il paragone con Il Fatto mostra quanto i tempi siano cambiati. L’inclinazione moderata del conduttore è nota. Il moderatismo è anche un modo di fare il giornalista senza indossare i panni del missionario. L’Italia spaccata dell’èra berlusconiana è andata in archivio.

 

La Verità, 2 marzo 2023