La morte di Willy Monteiro Una storia di corpi

Il territorio è un corpo. Una realtà fisica. Tangibile. Un’entità dinamica, che evolve, si modifica. È l’idea di fondo di Preghiera per Willy Monteiro, il viaggio-documentario scritto, diretto e raccontato da Aurelio Picca, proposto qualche sera fa da Rai 3, e tuttora fruibile su Raiplay.

Tre anni fa, la notte tra il 6 e il 7 settembre 2020, Willy Monteiro Duarte, ventunenne di origini capoverdiane, fu brutalmente pestato e ucciso a Colleferro, paese al confine tra le province di Roma, Frosinone e Latina, da un gruppo di ragazzi intervenuti in seguito a una rissa scoppiata per dei banali complimenti a una ragazza. Sebbene le risse post-movida comincino a essere tragicamente frequenti, la morte tanto violenta e gratuita di un ragazzo ben voluto dall’intera comunità non solo giovanile, è qualcosa a cui, per fortuna, a tre anni di distanza si continua a non abituarsi. Nei giorni successivi si svolse una commovente fiaccolata e al funerale al campo sportivo la presenza di 1.300 persone sorprese anche i sacerdoti celebranti. Willy era un ragazzo sorridente, comunicativo, pronto a coinvolgersi, puntuale nel lavoro, sarebbe diventato un uomo serio, affidabile, consapevole come già in parte era, assicura la dirigente dell’hotel presso cui lavorava come aiuto cuoco. Il suo ritratto è arricchito dai racconti delle amiche, dei colleghi, di altri conoscenti. Gli eventi della notte che portarono al brutale pestaggio sono invece ricostruiti attraverso le riprese di Un giorno in pretura, dove sfilano i testimoni e i colpevoli, Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Raffaelle Belleggia.

Paliano, Lariano, Artena, Colleferro sono i paesi del quadrilatero dove si consuma la tragedia. «Io, che fin da ragazzino conosco questa zona, l’ho vista nei mutamenti degli anni. È come se fosse un corpo tutta questa zona», racconta Picca, scrittore irregolarissimo che vive a Velletri. E che in questo lavoro butta dentro il suo, di corpo. Eccolo percorrere le strade della collina, portarci davanti alla vecchia fabbrica della Snia, nei locali di quella notte maledetta, a Colleferro in Piazza Italia, «a 30 metri da dove è morto Willy», un ragazzo «alto, dal fisico atletico, ma esile», ucciso dai fratelli Bianchi che «hanno i muscoli delle palestre di Mma, non quelli dei lavori dei loro padri e nonni contadini, boscaioli». È una storia di corpi, Preghiera per Willy Monteiro, agli antipodi delle storie virtuali dei social. Una storia di posti diversi dai licei e quartieri romani, perennemente al centro della narrazione mainstream. È la storia di un vuoto cui non ci si abitua.

 

La Verità, 12 settembre 2023

Il talk di Bianca si porta bene anche su Mediaset

In un mondo in cui tutto cambia qualcosa resta immutato. È Bianca Berlinguer in onda con il suo programma di approfondimento giornalistico al martedì sera. Uguali a loro stessi, lei e il talk show. Cambia il media che lo diffonde, Rete 4 della tv commerciale al posto di Rai 3 del servizio pubblico. Insomma, secondo il vecchio schema la scommessa è un talk di sinistra in una rete di destra. Evidentemente, BB ha pensato che per il suo pubblico si tratta solo di cliccare un altro tasto del telecomando e quindi struttura, ospiti e contenuti potevano restare invariati. Non a caso è traslocata anche l’intera squadra, a cominciare da Sancho Panza Mauro Corona. Anche lo studio è identico…

In realtà, qualche novità c’è. Il programma ora s’intitola È sempre Cartabianca, ma in quella sottolineatura temporale si coglie la volontà di mantenimento del format. Il secondo cambiamento è nella durata che si allunga di tre quarti d’ora, il che permette di affrontare gli argomenti con meno frenesia. Una parte di questo tempo supplementare va appannaggio del lungo duetto con l’uomo del monte. Il quale si toglie i macigni dalle pedule per replicare al «ragionier» Vincenzo De Luca e ad «Alessandro Cecchi Pa(v)one» prima di opinare sulla qualunque. Dopo l’intervista a Giuseppe Conte, la parte migliore della serata si è concentrata nei talk veri e propri. Azzeccata l’idea di mettere a confronto Flavio Briatore con Debora Serracchiani e Stefano Cappellini sulla forbice sociale sempre più divaricata tra super ricchi e super poveri e documentata in un paio di servizi sulle vacanze extra-lusso o extra-povere e sulla necessità del salario minimo. Alla fine, il più assennato e competente è risultato Mario Giordano, presente anche in veste di ambasciatore aziendale: schierarsi con i lavoratori o gli imprenditori è uno schema vecchio, ci sono piccoli imprenditori e artigiani che patiscono tanto quanto i lavoratori dipendenti… Altrettanto ricco il dibattito sugli stupri del branco, innescato da un focus sulla movida palermitana. Il parterre di ospiti era molto composito, ma proprio la gestione della complessità è il banco di prova dei conduttori dei talk. A dimostrarlo c’è l’accentuato interventismo di Berlinguer, portata a indirizzare il confronto in una direzione precisa.

I riscontri di audience della puntata d’esordio (1,2 milioni di telespettatori e il 9,6% di share) sembrano dar ragione al trasloco del format su Rete 4, ma per parlare di scommessa vinta bisogna attendere quando sulle reti concorrenti saranno in onda Giovanni Floris e Nunzia De Girolamo.

 

La Verità, 7 settembre 2023

Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023

Painkiller serie esemplare sul potere di Big pharma

A metà tra racconto reale e finzione, Painkiller è la serie del momento. Da settimane ai primi posti della classifica Netflix, si basa su eventi tragici accaduti tra la fine del secolo scorso e il 2019, causati dalle massicce e scriteriate prescrizioni di Oxycontin, poderoso antidolorifico che, con la complicità dei medici e del sistema sanitario americano, la potente Purdue pharma faceva somministrare massicciamente. Basato sul principio attivo dell’ossicodone, oppiaceo a rilascio prolungato destinato ai pazienti oncologici, si tratta di un farmaco che dà dipendenza e, secondo alcune stime, negli Stati Uniti avrebbe causato in un ventennio la morte per overdose di 500.000 persone.

La scena iniziale della miniserie, sei episodi introdotti da brevissime testimonianze di parenti di persone morte a causa dell’Oxycontin, è un piccolo capolavoro. Si vede Richard Sackler svegliarsi disturbato dal suono intermittente ma costante di un sensore dell’impianto antincendio della sua sontuosa residenza. Mentre, a contrasto, parte The sound of silence di Simon & Garfunkel, Sackler si alza, scende le scale e si avvicina al sensore colpevole nell’intento di farlo tacere.

Quell’alert sonoro accompagnerà in sottofondo l’intero svolgimento della storia. È l’avvertimento che qualcuno – magistrati, investigatori, giornalisti – si sta accorgendo di qualcosa di strano nella campagna di vendita del miracoloso antidolorifico? È il pungolo implacabile della coscienza che non accetta le manovre architettate dall’azienda e dai suoi collaboratori per evitare la bancarotta e, anzi, alimentare il potente flusso del profitto?

Magistralmente interpretato da Matthew Broderick, Richard Sackler è il fratello minore di Arthur, psichiatra mancato e geniale ideatore del boom del marchio di famiglia, a sua volta nota nell’alta società per le attività filantropiche e nel campo museale. Il segreto del successo è tutto nella promozione e commercializzazione del medicinale, argomenta il vecchio Arthur, continuando a forgiare le azioni del fratello anche dopo morto. Ma, in fondo, Richard è già malvagio di suo.

Che la potenza del marketing sia fondamentale nell’affermarsi dell’azione di Big pharma lo abbiamo visto durante la pandemia, apprendendo i vari modi attraverso i quali riesce a godere dell’influenza decisiva della politica. Qui vediamo dall’interno il dispiegarsi della macchina da guerra degli informatori medici, venditori cresciuti a colpi di training motivazionali ben oliati. Anche i medici più riluttanti cadono davanti alle promesse di ricchezza e alle moine delle venditrici. La vecchia lettera di un medico che accennava a effetti dannosi solo nell’1% dei casi viene spacciata per uno studio scientifico inconfutabile. Così le farmacie sono prese d’assalto, i dosaggi lievitano, le pasticche vengono frantumate. E le vite finiscono letteralmente in polvere. Mai ammettere alcuna violazione, mai incolparsi di alcun illecito, è l’imperativo del capo. Lo scoglio principale è ottenere l’approvazione della Fda (Food and drugs administration), soprattutto se ci si trova davanti un funzionario particolarmente scrupoloso. Ma anche in questo caso rigore e intransigenza capitolano davanti a favori e promesse. In fondo, dietro sigle ufficiali e altisonanti ci sono sempre persone in carne e ossa, più o meno integerrime, più o meno fragili. Un po’ come quando, a proposito del Covid, abbiamo saputo che la potente e asettica Organizzazione mondiale della sanità è finanziata, tra gli altri, da alcune multinazionali farmaceutiche o dai marchi digitali che fanno capo a Bill Gates.

Mentre la Purdue pharma scarica le colpe delle morti che si susseguono sull’abuso dei tossici e le famiglie ne sono dilaniate, le indagini incalzano e le commissioni d’inchiesta avanzano. Alla fine la famiglia Sackler sarà costretta a cedere l’azienda e a pagare un pesante risarcimento per qualcosa che, in realtà, è irrisarcibile.

Intanto il sensore dell’allarme continua a violare il suono del silenzio.

 

La Verità, 27 agosto 2023

Raul Gardini, docufiction che non spiega i lati oscuri

Non era facile raccontare uno degli imprenditori italiani più controversi e visionari della fine del secolo scorso. In Raul Gardini ci hanno provato Rai Fiction e Aurora tv con la regia di Francesco Micciché e l’interpretazione di Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del protagonista. Il problema delle docufiction è quasi sempre l’equilibrio, la complementarietà dei linguaggi, il montaggio delle parti recitate e di quelle tratte dagli archivi. Quando poi si tratta di personalità complesse che hanno vissuto momenti storici pregnanti ne può derivare un racconto sbilanciato dalla parte dei documenti e delle testimonianze (Rai 1, lunedì, ore 21,25, share dell’11,6%, 1,5 milioni di telespettatori). Come contrappeso, si è puntato sulla somiglianza di Bentivoglio al capo del gruppo Ferruzzi-Montedison, rimarcata dall’inflessione e dalla mimica tipiche dell’imprenditore morto suicida il 23 luglio di trent’anni fa nella residenza Belgioioso di Milano, tre giorni dopo che Gabriele Cagliari, amministratore delegato Enimont, si era tolto la vita nel carcere di San Vittore. È il tragico epilogo di un’epopea che in tre anni aveva portato Gardini «da illustre sconosciuto a numero due del sistema capitalistico italiano», sintetizza Giovanni Minoli.

Sulla traccia di un’intervista autobiografica concessa a una giornalista (Pilar Fogliati) si innestano scene di vita famigliare, dal corteggiamento di Idina, figlia del potente Serafino Ferruzzi, ai dialoghi un tantino scolastici con i figli, alle testimonianze, cominciando da quella di Riccardo Muti, altro illustre ravennate. «Preferisce trovare l’accordo con l’Eni o vincere l’Americas cup?», lo interroga Raffaella Carrà il giorno del varo del Moro di Venezia: «Io voglio vincere, non voglio trovare accordi», è la risposta. In un’ora e mezza di racconto si concentrano molte frasi celebri e si ritrae l’uomo e l’imprenditore trascinatore di giornalisti, skipper, persone comuni come l’amico fidato Angelo Vianello e Paul Cayard, timoniere dell’imbarcazione. Mentre le competizioni del Moro tengono svegli gli italiani di notte, Gardini sogna di vincere l’America’s cup e di realizzare la chimica pulita, creando un gruppo industriale privato che trasformi l’energia con criteri ecologici e integri raffinerie, editoria e imprese sportive. Una visione probabilmente troppo precoce.

Di sicuro un’epopea breve e tutta ancora da illuminare nei suoi lati oscuri. Sulla quale si annuncia una nuova serie targata Fandango e Picomedia e si rimanda al volume Di vento e di terra di Andrea Pasqualetto e Lucio Trevisan, edizioni Solferino.

 

La Verità, 25 luglio 2023

La normalizzazione gender e la noia di quelle drag

Alla fine il chiacchieratissimo Non sono una signora ha trovato la vetrina della prima serata di Rai 2 (giovedì, ore 21,25, share del 6,6%, 990.000 telespettatori). Registrato nell’autunno scorso per volere di Stefano Coletta, già direttore dell’Intrattenimento primetime e autore seriale di flop oltre che di farciture gender del palinsesto, ecco che lo show prodotto con Fremantle e ispirato al format Make up your mind, è stato tolto dal freezer dove l’aveva congelato Carlo Fuortes. Siamo in estate, i palinsesti sono zeppi di repliche e di isole della tentazione, se non ora quando? Mai, verrebbe da dire. Purtroppo, programmarlo in questa stagione sebbene prodotto con costi da palinsesto di garanzia, significa mettere a bilancio una perdita economica secca. Il fatto che lo sdogani la nuova dirigenza può servire a contenere il danno prodotto dalla precedente e, forse, una fetta di polemiche.

Non sono una signora è un game show con cinque personaggi noti che si travestono da drag queen e si cimentano con tacchi vertiginosi, corsetti femminili, glitter e parrucche vistosissime. I concorrenti si espongono all’esame di ben due giurie. La prima composta da tre drag professioniste, Vanessa Van Cartier, Maruska Starr ed Elektra Bionic, chiamate a giudicare le prove di catwalk (camminata sui tacchi) e lip synk (canto sincronico di brani famosi). La seconda formata da Filippo Magnini, Mara Maionchi, Sabrina Salerno e Cristina D’Avena, «gli investigatori del glitter» – le pensate degli autori – impegnati a scoprire, grazie ad alcuni indizi, le identità nascoste sotto il pesantissimo trucco e parrucco. A condurre le sgraziate danze delle «regine» c’è Alba Parietti, anche lei impegnata a emanciparsi dall’abituale ruolo di ospite multiuso per assurgere a quello di padrona di casa.

Una volta scelta la drag vincente, i giurati devono indovinare chi è la sconfitta che, nel laboriosissimo backstage, svela finalmente la sua identità. Così, si assiste alla trasformazione di Rocco Siffredi, che si lancia in un pistolotto anti omofobia, Patrizio Rispo, Sergio Muniz e Lorenzo Amoruso, ex calciatore di Fiorentina e Rangers Glasgow (curiosamente ospite in contemporanea di Calciomercato L’originale su Sky Sport).

Il problema è che, vincolato dall’orario di messa in onda, lo show deve rinunciare alle punte di malizia e insolenza tipiche dell’ambiente. Con il risultato che, fatta salva l’ironia di Magnini e Salerno, tutto lo sforzo di costruzione dell’apparato e delle simbologie, dal trash alla galleria degli eccessi, si traduce nel noioso tentativo di normalizzare il gender in tutte le sue variopinte varianti.

 

La Verità, 1 luglio 2023

Gigi Riva… che mostrò che non si può comprare tutto

Fuma sempre molto, Gigi Riva, e dorme sempre poco. Così racconta Riccardo Milani in Nel nostro cielo un rombo di tuono, un lungo, forse troppo, docufilm, da ieri visibile su Sky Cinema 2, Sky Sport Summer e Sky Documentaries prodotto da Wildside e Vision Distribution. Il regista lo riprende avvolto nelle volute delle sigarette che si accende a ripetizione, seduto nella poltrona davanti al camino della sua casa di Cagliari. È il posto dei ricordi e dei racconti, snodati dalla voce un po’ metallica che esce dal volto squadrato, pensoso. Una storia lunga da mettere insieme, dall’infanzia a Leggiuno, presto orfano di padre, il collegio dai preti, la perdita della madre, l’amore per il calcio, il temperamento schivo come quello dei sardi che subito lo adottano quando, nel 1963, approda al Cagliari in Serie B. Sette anni dopo, insieme a Ricky Albertosi, Angelo Domenghini, Pierluigi Cera, Comunardo Niccolai e Bobo Gori, guidato dall’allenatore filosofo Manlio Scopigno mentre lui fa gol «a grappoli», il Cagliari conquisterà il primo e unico scudetto della sua storia. Fu la realizzazione di un sogno, la scoperta di una terra fino allora nell’ombra, il riscatto di un popolo di «pecorai» e «banditi», come «ci chiamavano quando giocavamo in trasferta, a Milano o Torino». Sempre in quel 1970, ai Mondiali del Messico, dopo la memorabile semifinale con la Germania, arrivò il titolo di vicecampione del mondo con la maglia azzurra. Si ritirò dopo l’ennesimo infortunio e Gianni Brera gli dedicò una sorta di epitaffio sportivo: «Il giocatore chiamato Rombo di tuono è stato rapito in cielo, come tocca agli eroi. Ne può discendere solo per prodigio: purtroppo la giovinezza, che ai prodigi dispone e prepara, ahi, giovinezza è spenta».

Quella di Milani è una sorta di elegia un po’ nostalgica a più voci, con gli amici dell’epoca, gli anziani che assistettero all’avventura, i compagni di squadra che la condivisero, Roberto Baggio, campione altrettanto antidivo, Nicolò Barella che ha frequentato la scuola calcio a lui intitolata, Gigi Buffon e Gianfranco Zola, talento di calcio e umiltà sarda. E poi Massimo Moratti e Sandro Mazzola a contrappuntare i momenti del gran rifiuto di Riva alla Juventus, quasi un Bartleby del calcio. Tra tutti, si nota l’assenza di Gianni Rivera, che con lui in Nazionale si trovava a occhi chiusi.

Ciò che fa pensare è l’insegnamento tratto dal regista, più che mai attuale nel calcio mercenario di oggi: «Grazie a Gigi Riva ho capito che per noi che cercavamo e cerchiamo ancora adesso un mondo più giusto sarebbe bastato e basta ancora… avere il coraggio, pagandone il prezzo, di saper dire di no a chi pensa di poter sempre comprare tutto».

 

La Verità, 28 giugno 2023

Non siamo soggetti della vita, ma dello storytelling

Del resto, la serie s’intitola Black Mirror e il gioco di specchi tra realtà e realtà virtuale è talmente moltiplicato nelle sue rifrazioni che, alla fine, l’emicrania rischia di essere il fatto più reale di tutti. Rilasciata da Netflix il 15 giugno, la sesta stagione dello show più distopico del pianeta si compone di cinque episodi, ognuno a sé stante. Come già nelle precedenti, anche questa sequenza di storie rappresenta i peggiori incubi causati dall’invadenza della tecnologia e dall’inquietante potere della sorveglianza, spesso confermati e qualche volta persino superati dagli eventi, come abbiamo visto durante la pandemia. Stavolta l’acuto è in Joan è terribile, primo capitolo dell’antologia firmato da Charlie Brooker, che narra di una giovane dirigente d’azienda che divide la sua giornata tra il ménage con il compagno, le responsabilità professionali poco gratificanti e i colloqui con la psicanalista alla quale confida di essere alla ricerca di «una storia di vita» di cui sentirsi protagonista. Forse accettare l’invito dell’ex che si è improvvisamente rifatto vivo è il modo giusto per diventarlo…

Purtroppo, appena rientrata a casa, sintonizzata su Streamberry, cioè Netflix, la giovane dirigente rivede le azioni e i turbamenti di tutta la sua giornata nella serie Joan è terribile interpretata da Salma Hayek. È la famosa intelligenza artificiale che risparmia alla piattaforma il costo degli sceneggiatori trasformando la vita delle persone comuni in altrettanti prodotti televisivi. Non siamo più protagonisti della vita reale, ma soggetti per lo storytelling. Il voyeurismo e la propensione a spiare nel privato degli altri non più dal buco della serratura ma con l’occhio delle telecamere fa il resto. Tutti guardano Joan è terribile e ne disprezzano la protagonista, pedinata dovunque dall’algoritmo finché si scopre che le rifrazioni del reale sono infinite. E allora non resta che andare alla sorgente del flusso e agire con mezzi, in realtà, tutt’altro che virtuali…

Il bersaglio della satira di Brooker è la piattaforma dello streaming (appunto Streamberry) abituata a lavorare in base agli input degli algoritmi, messi sotto accusa anche nel secondo episodio (Loch Henry). Non inganni il tono leggero della denuncia, forse indispensabile affinché Netflix producesse. Curiosamente, è proprio il registro della commedia ad aver deluso parte della critica. Ma anche se l’apocalisse dell’arretramento dell’umano è rappresentato con le chiavi dell’ironia, lo specchio rimane ugualmente nero.

 

La Verità, 22 giugno 2023

L’addio a Berlusconi di un alieno Mediaset

È stata una scelta indovinata affidare a Toni Capuozzo il ricordo di Silvio Berlusconi, quello che nel gergo giornalistico si chiama coccodrillo. Una lunga lettera trasmessa dalle reti unificate Mediaset (come tutta la programmazione di giornata) rivolta al fondatore dell’impero dal più periferico, meno milanese e globalizzato tra i giornalisti del gruppo. Richiamato dalla pensione (nel suo Friuli), come certi poliziotti indispensabili a risolvere l’imbarazzo dei momenti complicati. Una lunga lettera scritta a penna stilografica, in perfetto stile analogico novecentesco che il destinatario avrebbe gradito tanto quanto la scelta dell’autore di dargli del tu. Una lunga lettera di gratitudine e senza inutili infingimenti. Scritta su una panchina inondata dal sole di una giornata primaverile e recitata muovendosi nei luoghi della costruzione e dell’affermazione dell’impero. Il posto dove nacque, Via Volturno 34 a Milano, Cologno monzese, lo stadio San Siro (con il nome originale), su un ponte di Milano 2, la cittadina satellite costruita in una delle sue tante vite da imprenditore, allora immobiliarista… E basterebbe la semplicissima invenzione di abolire i semafori, la vita di suo è già così fitta di stop and go, che eliminare quelli della circolazione stradale basta a consegnarci il genio visionario dell’ideatore. Ci volevano la barba ispida e soprattutto le occhiaia segnate di uno che ha visto i posti più angoscianti e i conflitti più cruenti degli ultimi decenni in giro per il mondo, per raccontare la guerra combattuta in questi stessi decenni da Silvio Berlusconi contro i poteri forti, la magistratura, i giornali e gli editorialisti più acuminati. Ci voleva il giornalista meno allineato ai cliché estetici del berlusconismo perché la gratitudine risultasse più spessa. Capuozzo avrebbe potuto calcare i toni sull’accanimento delle toghe, sulle cadute delle cene eleganti o, al contrario, sui trionfi nella guerra dell’audience e della cavalcata rossonera. Invece, ha raccontato soprattutto l’avventura di un uomo, di un sognatore che ha lasciato a tutti, come ultimo regalo, la vista di un immenso prato punteggiato di tulipani multicolori.

P. s. Nel diluvio di servizi, speciali, approfondimenti, opinioni e dossier si è distinta la qualità del parterre convocato da Bruno Vespa nello Speciale Porta a Porta per riflettere sull’eredità dello scomparso. Al fianco del conduttore si sono rivisti il canuto Pierferdinando Casini, l’incenerito Massimo D’Alema e l’ormai brizzolato Matteo Renzi. Sfumature di grigio e di autorevolezza.

 

La Verità, 14 giugno 2023

Forest e la Gialappa creano un sovramondo di gag

Basta un sopracciglio alzato, un calembour del Mago Forest e un rimbalzo fuori campo della Gialappa e ci si trova catapultati nel più esilarante sovramondo televisivo del momento. Un circo demenziale, credibilissimo. Un vortice di cialtroni e balordi, molto più che verosimili. Un caravanserraglio di sciroccati, un calderone di squinternati, sui quali si scatena l’irrisione di Marco Santin e Giorgio Gherarducci (senza Carlo Taranto) che, spalleggiati da Michele Foresta, animano Gialappashow, migrato in questa stagione su Tv8 e SkyUno (lunedì, ore 21,30, share complessivo del 5,8% , un milione di telespettatori).

C’è Galeazzo Italo Mussolini (Stefano Rapone) nei panni del Vice portavoce aggiunto del governo, «il creativo, il Lapo della famiglia», che promuove il rinnovamento della scultura distribuendo il busto di Pino Insegno. C’è Ester Ascione (Brenda Lodigiani), il primo androide prodotto interamente in Italia che, ancora in fase di perfezionamento, ripete a tormentone le proprie generalità e abilità, confondendosi immancabilmente. C’è il fachiro Tandoori (Alessandro Betti) che propone stralunati esperimenti di meditazione. C’è la sit-com di Sensualità a corte con Jean-Claude (Marcello Cesena) e sua madre pronti a partire per Pechino Express. Poi ancora un’Orietta Berti (sempre la Lodigiani) disposta a promuovere qualsiasi cosa, le imitazioni di Ubaldo Pantani di Bruno Barbieri e Costantino della Gherardesca, la rubrica Cucinare guidando. Finiscono nel mirino gli eccessi dei format e di certi improbabili reality di dating della stessa Tv8, ma pure le interviste di Berve, nella parodia ancora da definire di Francesca Fagnani proposta da Valentina Barbieri. Altra partecipazione fissa di rilievo è quella dei Neri per caso, mentre le partner di Forest, domenica sera Melissa Satta («c’è chi prende la melissa per rilassarsi, a me la sua vicinanza fa l’effetto contrario»), cambieranno ogni puntata.

A ben vedere, al di là della galleria di dementi che affollano lo studio, l’originalità dello show è nell’alchimia tra i Gialappi superstiti e Forest, tutt’altro che spalla, vero perno di questo hellzapoppin travolgente, fatto apposta per spopolare in pillole sul Web. Pur senza nascondere l’orientamento di fondo, però dispensato in modica quantità, l’universale presa per i fondelli è così naturale e disinvolta da innescare un circolo contagioso, che risulta immune al politicamente corretto e privo di quelle pesantezze ideologiche che soffocano altri, più ambiziosi, tentativi di satira.

 

La Verità, 30 maggio 2023