Il malincomico Verdone sulla terrazza della vita

Carlo Verdone è un buono non buonista, un autore brillante e poetico, un interprete malincomico. Che la seconda stagione di Vita da Carlo, passata da Prime Video a Paramount+, sia ancora più bella della prima l’hanno già scritto tutti e lo scrivo anch’io. Stavolta, anziché alle prese con un’impossibile candidatura a sindaco di Roma, Carlo è intenzionato a trarre un film d’autore da «Maria F.», la vicenda personale raccontata in La carezza della memoria (Bompiani), diario traboccante di ricordi segreti e aneddoti da coatto dello spettacolo. «Maria F.», il più struggente di quei ricordi, è la storia dell’amore breve e impossibile tra il giovane Carlo e una prostituta. Ora Verdone vuole raccontarlo in un film da lui diretto, ma nonostante giuri di voler fare «solo quello che mi va di fare», la sua bontà d’animo lo mette nelle situazioni più improbabili delle quali finisce immancabile vittima. Salvo poi, lungi da ogni buonismo, uscirne alla sua maniera. Così il tracotante produttore (Stefano Ambrogi simil Aurelio De Laurentiis) gli impone il riluttante Sangiovanni nel ruolo di lui stesso ragazzo, protagonista del film. L’eccentrica scrittrice di libri per bambini (Stefania Rocca) lo costringe a un’anacronistica trasferta in campeggio con i suoi lettori. Il petulante amico attore Max Tortora lo tormenta con le sue fisime e la costante ricerca del ruolo che lo consacri. La nevrotica ex moglie (Monica Guerritore) ancora gelosa lo incastra con consigli sballati. Fabio Traversa, attore frustrato a causa del ruolo recitato in Compagni di scuola, lo ricatta in tutti i modi per ottenere una parte nel nuovo film.

Circondato da simile compagnia, Verdone non può che finire nel frullatore mentre il famoso film d’autore, discreta ironia sulle ambizioni cinefile sue e di tutto l’ambiente, non decolla. Anche perché nel frattempo la figlia Maddalena (Caterina De Angelis) ha un bimbo in pancia, non si sa bene se figlio di Chicco (Antonio Bannò), lo spiantato quasi fidanzato, o di qualcun altro. Ma mentre gli adulti sono tutti più o meno svalvolati e sopra le righe, sui più giovani Verdone allarga uno sguardo tollerante e benevolo. In fondo, ancora un po’ di tempo per capire meglio chi sono ce l’hanno a disposizione. Come ce l’aveva lui, un tantino acerbo all’epoca dell’infatuazione per Maria F. (Mita Medici). Malgrado Carlo riesca quasi mai a fare quello che vuole fare, a soccorrerlo c’è lo sguardo della poesia, pure quando sconfina nella malinconia. Il punto di vista da dove gustare la bellezza come da una terrazza affacciata su Roma.

 

La Verità, 22 ottobre 2023

Con Mughini al Gieffe va in onda la post-tv

Finalmente Giampiero Mughini ha varcato la porta rossa della casa di Cinecittà: durerà come un gatto in tangenziale? Sembra di no e lo sperano produttori e autori, al netto di qualche scapigliatura e di qualche fuori onda malandrino. È entrato a notte fonda, terzo di tre nuovi innesti, Bruno Montecchi e Jill Cooper gli altri due, e tutti si augurano che il suo ingresso riesca a rivitalizzare un’edizione del Grande fratello che vivacchia sul carisma di Beatrice Luzzi, l’avvenenza di Samira Lui e la storia di Alex Schwazer (Canale 5, lunedì, ore 21,25, share del 17,9%, 2,5 milioni di spettatori). Mughini si è portato un pugno di libri ed è una novità per un concorrente del Gieffe. Concorrente Mughini? Più corretto guest star, il partecipante che nobilita il contesto.

«È stato molto difficile averlo, ma non difficilissimo perché lui è uomo di mondo ed è curiosissimo di conoscere una realtà come il Grande fratello», lo ha annunciato con una certa enfasi Alfonso Signorini, subito gratificato di «orrido», per via del gusto horror che arreda parti della casa. «Ho la bellezza di 82 anni che credo di non aver sprecato. Sono uno che chiacchiera del più e del meno per iscritto e per orale», si è presentato lui, scarpe rosse e occhialino giallo futurista. Il più rock della compagnia. «Esser lontano dalla mia casa, dalla mia compagna, con la quale l’intesa è tale che non cambia nulla, soprattutto dalla lettura dei giornali al mattino… non so se ve lo perdonerò mai».

Mughini ha salutato carinamente uno a uno gli inquilini, subito fraternizzando con Alex Schwazer vedendolo commosso davanti al filmato del compleanno del figlioletto. La serata era già stata costellata dai pianti di Heidi Baci per i contrasti con Massimiliano Varrese, accusato dal padre di lei di essere troppo invadente e oppressivo. Un caso che ha fatto parlare di stalking e di patriarcato, e costretto Signorini nel delicato ruolo di confessore.

Riducendo le dosi di kitsch in favore dello storytelling era prevedibile che montasse l’onda psicologica e sentimentale. Ora con Mughini si prova a introdurre l’attualità, con qualche piccola provocazione politica. Come quella catturata dalla telecamera su Paola Egonu e Matteo Salvini. Vedremo se il nuovo spartito attecchirà. Mughini al Gieffe è un esperimento di post-televisione. Un intellettuale precipitato in un contesto ultra-pop. «Vedo che Mughini si è subito integrato, sembri un pascià», lo ha chiamato in causa l’orrido Signorini. E lui: «Io temevo il peggio, ma sono in compagnia di ragazze mirabili di simpatia e intelligenza».

 

La Verità, 18 ottobre 2023

Il Gattopardo della tv muta solo tasto sul telecomando

Il Gattopardo della televisione italiana ha provato a far passare l’idea che «tutto cambia perché nulla cambi». E forse ci è riuscito. I pesci ci sono, la squadra è la stessa, anche lo studio è uguale e, dunque, un pezzo di Rai adesso va in onda sul Nove (e in simulcast su altri otto canali del gruppo Discovery). «È tutto uguale, ma è tutto diverso», ha chiosato Filippa Lagerbäck dopo il benvenuto del cerimoniere Fabio Fazio. È stato solo un cambio di tasto sul telecomando e a perderne è la Rai, non tanto e non solo in termini di ascolti – i calcoli si faranno più avanti – quanto in termini di asset. La Rai, questa Rai, finora non ha saputo trovare le risorse per replicare all’esodo registrato in questa stagione. Molti anni fa, era il 1987, Pippo Baudo e Raffaella Carrà migrarono a Canale 5 e l’allora direttore generale Biagio Agnes contrattaccò consegnando ad Adriano Celentano le chiavi del sabato sera. I meno giovani ricordano come andò.

Che tempo che fa rimane in gran parte uguale a sé stesso, al suo falso buonismo, alla sua missione di dare la linea perbenista al pubblico di riferimento. La pagina più lunga della puntata d’esordio è dedicata alla guerra in Israele. In studio Massimo Giannini, Giovanni Floris e Fiorenza Sarzanini, gli ultimi due del gruppo Cairo al quale collaborano sia Fazio sia Liliana Segre, ospite principale, entrambi prestigiosi rubrichisti di Oggi. Le affettuosità giornalistiche convergono nell’incolpare Benjamin Netanyahu di ciò che è successo dal 7 ottobre in poi e si allargano anche allo scrittore israeliano David Grossman che accusa lo Stato ebraico di aver «occupato da 56 anni una terra non nostra, con azioni terribili». La senatrice a vita parla di «odio da ambo le parti» e confessa rassegnazione, mentre Fazio sfodera un murale in cui un bambino con la kefiah e uno con la kippah si abbracciano come nel mondo delle favole.

Il Gattopardo della tv italiana conferma il copione compresa la solidarietà a Roberto Saviano «che non difende nessuno». E, in assenza di partite della Serie A, fa boom di ascolti (10,5% e 2,1 milioni di spettatori sul Nove, 13% sommando le reti). In realtà, un paio di novità ci sono. Ora il programma si giova di un’anteprima con Nino Frassica che funge da autotraino (lo share sale dal 2,8 al 5,7%) e del «Diario della sfiga» di Ornella Vanoni che interrompe la liturgia conformista, anticipando la comicità marziana del Tavolo. Con il Mago Forest che, estraendo dei pennarelli per Mara Maionchi, mette in guardia: «Me li ha regalati l’architetto che disegna le piste ciclabili a Milano».

 

La Verità, 17 ottobre 2023

Il people show di De Girolamo manca d’identità

Non sarà facile far quadrare Avanti popolo. Che cos’è il programma condotto da Nunzia De Girolamo che ha debuttato martedì sera su Rai 3 con uno share del 3,6% e 574.000 telespettatori? Un talk show, un people show, un rotocalco emotional, un magazine con digressioni private? Un po’ tutto questo e, allo stesso tempo, niente di tutto questo. Per assurdo, si capisce meglio ciò che abbiamo visto dicendo ciò che non è. A riprova, i concorrenti hanno un’identità e un target ben definiti.

Per la puntata d’esordio, arrivando buon ultimo nella serata più presidiata della settimana, tutti d’accordo – la produzione Fremantle, gli undici autori e la conduttrice – avevano puntato sull’intervista al marito, capo dei senatori Pd, Francesco Boccia. Un modo per entrare sgomitando nella lotta. I rischi di sentimentalismo erano in agguato e si sono puntualmente riprodotti. Tolto l’avvio pungente sul maschilismo («io sono sempre la moglie di… tu non sei mai il marito di…»), un passaggio sul salario minimo e qualche rimprovero per la lunghezza delle risposte, con l’aiuto di alcune foto (alla maniera delle interviste di Paolo Bonolis) la conversazione è planata sul privato in un clima da confidenze di seconda serata. Il problema è che molto ravvicinato in studio c’è il pubblico che fa molto magazine pomeridiano.

In contemporanea, sulle altre reti ci sono Emma Bonino (Belve), Mauro Corona (È sempre cartabianca) e il solito Corrado Augias (DiMartedì). I brand sono scolpiti, mentre De Girolamo non è una giornalista e lo si vede quando apre la finestra sulla guerra in Israele collegandosi con l’inviata Lucia Goracci. A seguire, lo conferma anche la qualità del confronto tra Peter Gomez e Antonello Piroso sul reddito di cittadinanza. La scaletta ha forse troppa carne al fuoco: la testimonianza di una donna stuprata, la relazione tra violenza di genere e accesso facile al porno, la storia del rapper Maldestro. Gli ospiti vanno e vengono mentre si gira rapidamente pagina, con poche connessioni. Un po’ lo stesso difetto che aveva Che c’è di nuovo, sempre produzione Fremantle, e che fece floppare Ilaria D’Amico.

Non sarà facile la quadratura di Avanti popolo anche perché quella di De Girolamo è una corsa a handicap. Per superare lo sbarramento della concorrenza già da tempo su piazza servono numeri uno come ospiti e una conduzione forte. Senza, è facile che il pubblico abituale di Rai 3 si trasferisca su La7 (non a caso Giovanni Floris ha valicato l’8%). E martedì prossimo Rai 1 trasmetterà la partita della Nazionale contro l’Inghilterra.

 

La Verità, 12 ottobre 2023

Berlinguer nel mirino? Sì, rompe il solito schema

Ma guarda. Sul marciapiede di fronte alza la saracinesca il fruttivendolo che era ancora in ferie e qualcuno dei clienti che andavano dall’unico verduraio aperto adesso va a comprare da lui. Sembrerebbe un’elementare legge della concorrenza: raddoppia l’offerta, la domanda si divide. In sintesi, è quello che è accaduto martedì scorso con l’esordio stagionale di DiMartedì, il talk show condotto da Giovanni Floris (1,1 milioni di telespettatori, 7,2% di share il primo, contro 0,84 milioni di persone e il 6,5%, il secondo) vincente di poco su È sempre Cartabianca in onda su Rete 4. Niente di più abituale. Anche l’anno scorso e in quelli precedenti il programma di La7 superava quello di Bianca Berlinguer, allora affacciata su Rai 3. Solo all’esordio, nel lontano settembre 2017, era accaduto il contrario per una manciata di telespettatori e pochi decimali di punto. Dunque, quale dovrebbe essere la meraviglia?

Nelle prime tre puntate di quest’anno su Rete 4 È sempre Cartabianca ha totalizzato il 9,6 poi il 7 e, con il ritorno del competitor, il 6,5% di share (rispettivamente 1,2, 0,93 e 0,84 milioni di teste). Quella della concorrenza è una regola semplice, che si impara in tutte le scuole ben prima dell’università. Invece no, c’è chi si porta la mano sulla bocca aperta per fingere stupore, sorpresa, trasalimento. Avete visto cos’è successo? Le massaie adesso hanno un’alternativa e si dividono tra due erbivendoli. Nessuno tra gli analisti più competenti aveva enfatizzato i buoni ascolti di Berlinguer al debutto sulla rete Mediaset. C’era il deserto sugli altri canali. E si parlava pur sempre della scommessa di un talk virato a sinistra in una rete di destra, per usare uno schema interpretativo un tantino superato. Assestamenti e contraccolpi erano prevedibili. Chi ha enfatizzato l’audience della prima puntata lo ha fatto per eccesso di ingenuità, dimenticando la famosa legge della fetta di mercato divisa per due. O, più verosimilmente, per eccesso di malizia: sottolineare il primo risultato positivo per poter usare la mano pesante al primo, inevitabile, arretramento. Poi ci sono le posizioni aprioristiche di chi scrive le recensioni al buio, prima ancora che il programma vada in onda. Ma questa è un’altra storia ancora. O forse non tanto. Berlinguer è un bersaglio perfetto e va attaccata a prescindere, magari paragonandola, lei e non Fabio Fazio, all’ex Ct Roberto Mancini, assurto a emblema del tradimento. La sua colpa? Forse proprio mettere in discussione lo schema manicheo dei migliori seduti sempre dalla solita parte.

 

La Verità, 22 settembre 2023

Ce la farà lo storytelling a rimpiazzare il trash?

Erano anni che non vedevo un’intera puntata del Grande fratello. Troppo vuoto riempito dal carnevale degli eccessi. La svolta impressa da Pier Silvio Berlusconi e un cast che, in base alle anticipazioni, mi era parso più equilibrato, hanno finito per incuriosirmi. «Le critiche dell’anno scorso erano fondate, purtroppo abbiamo sbagliato il cast, non siamo perfetti. Anche io mi ero innamorato di persone che nel corso del programma mi hanno deluso», ha ammesso Alfonso Signorini introducendo la nuova edizione. E dunque, ecco entrare nella casa sia nip che vip, «non personaggi, ma persone normali che incarnano delle storie». Così sfilano Giselda Torresan, operaia veneta amante della montagna che sfonda il tetto dei decibel, Paolo Masella, macellaio belloccio che si alza alle 5 e non guarda la tv (mai vista una puntata del Gieffe), il bidello calabrese Giuseppe Garibaldi che si proclama anche nipote dell’eroe dei due mondi (sarà vero?), una Anita (Olivieri) bionda e occhi azzurri che per non farsi ricattare dalla bellezza si è presa un paio di lauree… Con il gioco dei nomi anche i nip rischiano di essere figurine. Tra i vip e mezzi vip ci sono Rosy Chin, cuoca italo-cinese molto attiva su TikTok, le attrici di soap Grecia Colmenares e Beatrice Luzzi, Massimiliano Varresi, altro attore di fiction con trascorsi da ballerino, e Alex Schwazer, già oro alle Olimpiadi di Pechino e lui sì protagonista di una storia complicatissima di doping, complotti e riabilitazioni finora incompiute. L’altra grande novità è l’arruolamento di Cesara Buonamici, anchorwoman del Tg5 in veste di opinionista al momento con esiti sedativi. Oltre al ritorno del «tugurio», un’ulteriore novità è la camerata comune nella quale dovrebbero dormire insieme tutti i concorrenti (venerdì ci sarà la seconda puntata con nuovi ingressi). E chissà come farà Giampiero Mughini, se e quando entrerà (avrà un trattamento speciale?).

Lo scopo del Gieffe più «edificante» è farsi guardare da un pubblico più mainstream e meno amante degli eccessi rispetto a quello degli ultimi anni. Non tutto però è sotto controllo e un gestaccio a luci rosse di un collega della Torresan sfugge alla produzione. Gli ascolti della prima puntata (23% di share e quasi 3 milioni di telespettatori) sembrano dar ragione a chi scommette sulla sostituzione del trash con lo storytelling. Basteranno Schwazer e Mughini a riempire il vuoto lasciato dall’eliminazione delle performance più hard? E mentre sui social gli orfani degli eccessi già protestano, ci si chiede se la spazzatura sia sostanza o contorno del format. Sarà l’audience a decretarlo.

 

La Verità, 13 settembre 2023

La morte di Willy Monteiro Una storia di corpi

Il territorio è un corpo. Una realtà fisica. Tangibile. Un’entità dinamica, che evolve, si modifica. È l’idea di fondo di Preghiera per Willy Monteiro, il viaggio-documentario scritto, diretto e raccontato da Aurelio Picca, proposto qualche sera fa da Rai 3, e tuttora fruibile su Raiplay.

Tre anni fa, la notte tra il 6 e il 7 settembre 2020, Willy Monteiro Duarte, ventunenne di origini capoverdiane, fu brutalmente pestato e ucciso a Colleferro, paese al confine tra le province di Roma, Frosinone e Latina, da un gruppo di ragazzi intervenuti in seguito a una rissa scoppiata per dei banali complimenti a una ragazza. Sebbene le risse post-movida comincino a essere tragicamente frequenti, la morte tanto violenta e gratuita di un ragazzo ben voluto dall’intera comunità non solo giovanile, è qualcosa a cui, per fortuna, a tre anni di distanza si continua a non abituarsi. Nei giorni successivi si svolse una commovente fiaccolata e al funerale al campo sportivo la presenza di 1.300 persone sorprese anche i sacerdoti celebranti. Willy era un ragazzo sorridente, comunicativo, pronto a coinvolgersi, puntuale nel lavoro, sarebbe diventato un uomo serio, affidabile, consapevole come già in parte era, assicura la dirigente dell’hotel presso cui lavorava come aiuto cuoco. Il suo ritratto è arricchito dai racconti delle amiche, dei colleghi, di altri conoscenti. Gli eventi della notte che portarono al brutale pestaggio sono invece ricostruiti attraverso le riprese di Un giorno in pretura, dove sfilano i testimoni e i colpevoli, Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Raffaelle Belleggia.

Paliano, Lariano, Artena, Colleferro sono i paesi del quadrilatero dove si consuma la tragedia. «Io, che fin da ragazzino conosco questa zona, l’ho vista nei mutamenti degli anni. È come se fosse un corpo tutta questa zona», racconta Picca, scrittore irregolarissimo che vive a Velletri. E che in questo lavoro butta dentro il suo, di corpo. Eccolo percorrere le strade della collina, portarci davanti alla vecchia fabbrica della Snia, nei locali di quella notte maledetta, a Colleferro in Piazza Italia, «a 30 metri da dove è morto Willy», un ragazzo «alto, dal fisico atletico, ma esile», ucciso dai fratelli Bianchi che «hanno i muscoli delle palestre di Mma, non quelli dei lavori dei loro padri e nonni contadini, boscaioli». È una storia di corpi, Preghiera per Willy Monteiro, agli antipodi delle storie virtuali dei social. Una storia di posti diversi dai licei e quartieri romani, perennemente al centro della narrazione mainstream. È la storia di un vuoto cui non ci si abitua.

 

La Verità, 12 settembre 2023

Il talk di Bianca si porta bene anche su Mediaset

In un mondo in cui tutto cambia qualcosa resta immutato. È Bianca Berlinguer in onda con il suo programma di approfondimento giornalistico al martedì sera. Uguali a loro stessi, lei e il talk show. Cambia il media che lo diffonde, Rete 4 della tv commerciale al posto di Rai 3 del servizio pubblico. Insomma, secondo il vecchio schema la scommessa è un talk di sinistra in una rete di destra. Evidentemente, BB ha pensato che per il suo pubblico si tratta solo di cliccare un altro tasto del telecomando e quindi struttura, ospiti e contenuti potevano restare invariati. Non a caso è traslocata anche l’intera squadra, a cominciare da Sancho Panza Mauro Corona. Anche lo studio è identico…

In realtà, qualche novità c’è. Il programma ora s’intitola È sempre Cartabianca, ma in quella sottolineatura temporale si coglie la volontà di mantenimento del format. Il secondo cambiamento è nella durata che si allunga di tre quarti d’ora, il che permette di affrontare gli argomenti con meno frenesia. Una parte di questo tempo supplementare va appannaggio del lungo duetto con l’uomo del monte. Il quale si toglie i macigni dalle pedule per replicare al «ragionier» Vincenzo De Luca e ad «Alessandro Cecchi Pa(v)one» prima di opinare sulla qualunque. Dopo l’intervista a Giuseppe Conte, la parte migliore della serata si è concentrata nei talk veri e propri. Azzeccata l’idea di mettere a confronto Flavio Briatore con Debora Serracchiani e Stefano Cappellini sulla forbice sociale sempre più divaricata tra super ricchi e super poveri e documentata in un paio di servizi sulle vacanze extra-lusso o extra-povere e sulla necessità del salario minimo. Alla fine, il più assennato e competente è risultato Mario Giordano, presente anche in veste di ambasciatore aziendale: schierarsi con i lavoratori o gli imprenditori è uno schema vecchio, ci sono piccoli imprenditori e artigiani che patiscono tanto quanto i lavoratori dipendenti… Altrettanto ricco il dibattito sugli stupri del branco, innescato da un focus sulla movida palermitana. Il parterre di ospiti era molto composito, ma proprio la gestione della complessità è il banco di prova dei conduttori dei talk. A dimostrarlo c’è l’accentuato interventismo di Berlinguer, portata a indirizzare il confronto in una direzione precisa.

I riscontri di audience della puntata d’esordio (1,2 milioni di telespettatori e il 9,6% di share) sembrano dar ragione al trasloco del format su Rete 4, ma per parlare di scommessa vinta bisogna attendere quando sulle reti concorrenti saranno in onda Giovanni Floris e Nunzia De Girolamo.

 

La Verità, 7 settembre 2023

Merlino testimonial della svolta smaltata di Canale 5

Con Myrta Merlino al timone di Pomeriggio cinque s’inaugura la stagione tv più innovativa degli ultimi anni. Per lei è una notevole rivoluzione copernicana. Cambiano la casa, l’orario di programmazione, il pubblico, i contenuti. Specificando: da La7 prima del pranzo, a Canale 5 all’ora del tè. La platea di riferimento sono sempre casalinghe e pensionati ma, verosimilmente, meno da terrazza romana e più da bancarelle. Infatti, ecco il collegamento di «benvenuta» con il «filosofo che va per mercati» Paolo Del Debbio.

Pier Silvio Berlusconi vuole una televisione meno trash e per marcare subito il territorio e magari rosicchiare anche qualche punto di share, parte con una settimana in anticipo sulla concorrenza, ieri sera ha debuttato su Rete 4 anche Bianca Berlinguer. Ma dopo una sola puntata, pur confortata dai buoni ascolti, come rivelato da DavideMaggio.it, il regista di Pomeriggio cinque Ermanno Corbella, fedelissimo della conduttrice arrivato da L’Aria che tira, è già stato avvicendato. Non sono piaciuti il gobbo di carta, aggiornato manualmente da un’assistente, i tempi del racconto e il ritmo dei collegamenti, l’uso del nuovo studio con il pubblico sempre inquadrato dietro gli ospiti.

Merlino si tuffa nei gorghi della cronaca nera, grigia e bianca senza titubanze, lei che finora aveva prediletto i casi della politica e i dibattiti del palazzo. Dagli stupri del branco agli scontrini folli, dai cinque operai morti a Brandizzo all’infermiera uccisa a Roma, fino alla scomparsa della piccola Kata, il palinsesto lo fanno gli argomenti della gente comune, affrontati con ospiti poco inclini agli intellettualismi e, dopo la correzione di rotta, portati al centro dello studio per alimentare il talk show. L’eredità di Barbara D’Urso, salutata e ringraziata in apertura, è pesante: ora la confezione è più patinata, ma alcuni marchi di fabbrica rimangono inalterati. Merlino dà del tu ai testimoni convocati dagli inviati. Congiunge le mani per fare breccia nei cuori dei telespettatori. Sconfina comprensibilmente nell’emotainment, soprattutto quando si parla di violenza contro le donne, chiosandolo con un brano di Ivano Fossati, poco famigliare a queste latitudini. Ricorre alle confessioni a telecamera coperta e ai messaggi audio con voce contraffatta. Promette impegno a fianco delle vittime. Il mainstream è prêt-à-porter, la nuova conduttrice di Pomeriggio cinque officia la svolta smaltata di Canale 5. Vedremo se saprà essere credibile una conduttrice da terrazza romana che parla al pubblico dei mercati o se, strada facendo, qualcos’altro cambierà.

 

La Verità, 6 settembre 2023

Painkiller serie esemplare sul potere di Big pharma

A metà tra racconto reale e finzione, Painkiller è la serie del momento. Da settimane ai primi posti della classifica Netflix, si basa su eventi tragici accaduti tra la fine del secolo scorso e il 2019, causati dalle massicce e scriteriate prescrizioni di Oxycontin, poderoso antidolorifico che, con la complicità dei medici e del sistema sanitario americano, la potente Purdue pharma faceva somministrare massicciamente. Basato sul principio attivo dell’ossicodone, oppiaceo a rilascio prolungato destinato ai pazienti oncologici, si tratta di un farmaco che dà dipendenza e, secondo alcune stime, negli Stati Uniti avrebbe causato in un ventennio la morte per overdose di 500.000 persone.

La scena iniziale della miniserie, sei episodi introdotti da brevissime testimonianze di parenti di persone morte a causa dell’Oxycontin, è un piccolo capolavoro. Si vede Richard Sackler svegliarsi disturbato dal suono intermittente ma costante di un sensore dell’impianto antincendio della sua sontuosa residenza. Mentre, a contrasto, parte The sound of silence di Simon & Garfunkel, Sackler si alza, scende le scale e si avvicina al sensore colpevole nell’intento di farlo tacere.

Quell’alert sonoro accompagnerà in sottofondo l’intero svolgimento della storia. È l’avvertimento che qualcuno – magistrati, investigatori, giornalisti – si sta accorgendo di qualcosa di strano nella campagna di vendita del miracoloso antidolorifico? È il pungolo implacabile della coscienza che non accetta le manovre architettate dall’azienda e dai suoi collaboratori per evitare la bancarotta e, anzi, alimentare il potente flusso del profitto?

Magistralmente interpretato da Matthew Broderick, Richard Sackler è il fratello minore di Arthur, psichiatra mancato e geniale ideatore del boom del marchio di famiglia, a sua volta nota nell’alta società per le attività filantropiche e nel campo museale. Il segreto del successo è tutto nella promozione e commercializzazione del medicinale, argomenta il vecchio Arthur, continuando a forgiare le azioni del fratello anche dopo morto. Ma, in fondo, Richard è già malvagio di suo.

Che la potenza del marketing sia fondamentale nell’affermarsi dell’azione di Big pharma lo abbiamo visto durante la pandemia, apprendendo i vari modi attraverso i quali riesce a godere dell’influenza decisiva della politica. Qui vediamo dall’interno il dispiegarsi della macchina da guerra degli informatori medici, venditori cresciuti a colpi di training motivazionali ben oliati. Anche i medici più riluttanti cadono davanti alle promesse di ricchezza e alle moine delle venditrici. La vecchia lettera di un medico che accennava a effetti dannosi solo nell’1% dei casi viene spacciata per uno studio scientifico inconfutabile. Così le farmacie sono prese d’assalto, i dosaggi lievitano, le pasticche vengono frantumate. E le vite finiscono letteralmente in polvere. Mai ammettere alcuna violazione, mai incolparsi di alcun illecito, è l’imperativo del capo. Lo scoglio principale è ottenere l’approvazione della Fda (Food and drugs administration), soprattutto se ci si trova davanti un funzionario particolarmente scrupoloso. Ma anche in questo caso rigore e intransigenza capitolano davanti a favori e promesse. In fondo, dietro sigle ufficiali e altisonanti ci sono sempre persone in carne e ossa, più o meno integerrime, più o meno fragili. Un po’ come quando, a proposito del Covid, abbiamo saputo che la potente e asettica Organizzazione mondiale della sanità è finanziata, tra gli altri, da alcune multinazionali farmaceutiche o dai marchi digitali che fanno capo a Bill Gates.

Mentre la Purdue pharma scarica le colpe delle morti che si susseguono sull’abuso dei tossici e le famiglie ne sono dilaniate, le indagini incalzano e le commissioni d’inchiesta avanzano. Alla fine la famiglia Sackler sarà costretta a cedere l’azienda e a pagare un pesante risarcimento per qualcosa che, in realtà, è irrisarcibile.

Intanto il sensore dell’allarme continua a violare il suono del silenzio.

 

La Verità, 27 agosto 2023