Alfredino, la serie che supera i limiti della fiction

Eravamo tutti con gli occhi fissi in quel buco nella terra dove Alfredino Rampi era scivolato il 10 giugno 1981, quarant’anni fa esatti, nei giorni dello scandalo della P2, della caduta del governo Forlani e del rapimento di Roberto Peci, fratello di Patrizio, primo grande pentito delle Brigate rosse. Erano queste le notizie che monopolizzavano i telegiornali, fin quando il disperato tentativo di salvare quel bambino precipitato nel ventre della campagna romana catalizzò l’intero Paese, prendendo il sopravvento sulle priorità istituzionali e le scalette dei notiziari. Anzi, asfaltò completamente il palinsesto della Rai, che dedicò a quel tentativo un’interminabile diretta, nella segreta speranza che si sarebbe risolta nel lieto fine. «L’Italia ha bisogno di una buona notizia», ripete il giornalista che per primo rivela cosa stia accadendo a Vermicino. Ma è proprio la conoscenza della tragica conclusione a rendere claustrofobica la visione di Alfredino – Una storia italiana, la serie in quattro episodi (21 e 28 giugno su Sky Cinema e in streaming su Now), realizzata da Marco Belardi per Lotus production e diretta da Marco Pontecorvo.

Raramente un evento così limitato nello spazio e nel tempo ha ipnotizzato e segnato in profondità la coscienza dell’opinione pubblica come avvenne in quei tre giorni. Man mano che passano le ore, a Vermicino convergono i pompieri, gli speleologi, i volontari, il personale medico, il presidente della Repubblica e un’enorme folla di curiosi, in un marasma che non favorì la lucidità degli interventi. Curando sceneggiatura, interpretazioni e ambientazione, e scegliendo, in accordo con i genitori di Alfredino, di non mostrarlo mentre era dentro il pozzo, in un certo senso la storia si scrive da sola. La prova di tutto il cast, nel quale spiccano Anna Foglietta (Franca Rampi) e Francesco Acquaroli (il capo dei Vigili del fuoco, Elveno Pastorelli), è certamente notevole. Ma la potenza dei fatti è così elevata che il compito degli autori (Barbara Petronio e Francesco Balletta) risulta paradossalmente facilitato. Mentre il regista, creando momenti di sospensione, riesce a trasmettere la trepidazione e l’altalena di speranza e sconforto collettivi.

Si è scritto che a Vermicino è nata la tv del dolore. E che, per merito dei genitori di Alfredino e volontà del presidente Sandro Pertini (Massimo Dapporto nella serie), nacque la Protezione civile (anche se formalmente venne istituita nel 1992). Di sicuro, Alfredino – Una storia italiana mostra che, di fronte a quei fatti, le distinzioni tra fiction e documentario sono superflue.

 

La Verità, 22 giugno 2021

Qualche domanda alla Rai sull’inclusione di Madam

Quando l’inclusione diventa un boomerang. Anzi, visto che si parla di calcio: quando fa autogol. Sono gli effetti collaterali del correttismo montante. Chi lo dice alla dolce e tenera Danielle Madam, cittadina italiana nata in Camerun, che è stata sovraesposta in un ruolo che alla fine rischia di danneggiarla? La pluricampionessa italiana di getto del peso è stata chiamata alla conduzione di Notti europee, un programma di calcio di massima visibilità (Rai 1, tutte le sere, ore 23,15, 1,7 milioni di spettatori, share del 18,3%) per il colore della sua pelle? È verosimile immaginare che anche Claudio Marchisio, un nome a caso, in un programma di atletica leggera si sentirebbe come una trota nell’oceano?

Gli Europei di calcio sono il primo evento sportivo dopo la pandemia. Le nazionali si confrontano negli stadi alla presenza del pubblico. È un’occasione di festa per sportivi e tifosi di tutto il continente. Per la Rai, da anni priva dei diritti delle competizioni per club, le partite della Nazionale sono un’occasione per recuperare centralità. Con la qualità del gioco espresso dalla squadra guidata da Roberto Mancini che ci riscatta dall’astinenza agli ultimi Mondiali e con l’euforia che l’accompagna nel cammino verso le fasi finali, il boom di ascolti delle partite è garantito (Italia-Svizzera: 13,3 milioni di telespettatori e il 51,95 di share). La sfida era sul programma di approfondimento post partita. In questi casi, per una rete come Rai 1 con un pubblico largo e composito, la difficoltà è trovare l’equilibrio tra commenti tecnici destinati agli intenditori e argomenti leggeri per intrattenere i non calciofili. Dopo una partenza titubante, strada facendo la squadra di Marco Lollobrigida sta lentamente trovando il dosaggio nazional-popolare. L’altra sera, subito dopo la vittoria sulla Svizzera, in collegamento da Casa Azzurri c’era, per esempio, Lino Banfi, già «allenatore nel pallone», e autore dell’esclamazione divenuta virale con il festeggiamento post gol di Ciro Immobile nel primo match contro la Turchia. Lollobrigida gestisce gli interventi degli ospiti fissi in studio, giornalisti, ex calciatori, l’immancabile postazione social, e i collegamenti esterni dallo stadio e per gli aggiornamenti di calciomercato. E la bella Danielle? Purtroppo appare inevitabilmente un filo spaesata, sia perché alla prima esperienza in video sia perché il calcio non è esattamente la sua materia. Da co-conduttrice ha dovuto accettare la retrocessione al ruolo di valletta. È questo il messaggio d’inclusione che la Rai voleva mandare?

 

La Verità, 18 giugno 2021

Con Veleno la docufiction fa un salto di qualità

Raramente una docu-serie italiana ha applicato tanta cura, tanta perizia, tanta completezza nel rispetto dei diversi e contrapposti punti di vista. È il caso di Veleno, cinque episodi disponibili su Prime video, tratti dall’omonimo libro e successivo podcast realizzati da Pablo Trincia dopo anni di inchieste, colloqui, testimonianze e letture di documenti relativi alla storia dei «Diavoli della bassa modenese», un’indagine che alla fine degli anni Novanta ha tolto 16 bambini alle famiglie di origine, condannando i genitori per pedofilia e abusi ritualistici. Una storia molto controversa, con tanti lati tuttora oscuri, che si basa sul meccanismo del falso ricordo o del ricordo indotto dagli psicologi e assistenti sociali nei minori. Una storia che ha segnato in modo tragico la vita della comunità locale e che è stata il precedente del successivo e ancor più diffuso scandalo di Bibbiano. La regia della docu-serie è di Hugo Berkeley e la produzione di Fremantle.

La difficoltà degli autori era aggiungere i volti e le immagini ai testi del libro e del podcast, considerando la comprensibile riluttanza dei bambini e delle nuove famiglie adottive a collaborare con Trincia per non riaprire ferite difficilmente cicatrizzabili. Dalle prime confessioni sono passati oltre vent’anni e su quei fatti, veri o presunti, quei bambini, ora adulti, hanno costruito una nuova identità. Con una violenza fisica subita si può trovare, con grande sofferenza, il modo di convivere, dice a un certo punto Trincia. Ma con una violenza psicologica e presunta, forse è ancora più difficile trovare un equilibrio perché si ha a che fare con dei fantasmi. «È come quando dentro un bicchiere d’acqua si versano delle gocce d’inchiostro. Prima una poi un’altra, poco alla volta tutta l’acqua si colora e a quel punto è impossibile separarla dall’inchiostro».

Il pregio della docu-serie, che rappresenta uno scatto di qualità del genere, è la narrazione a spirale, fatta di testimonianze dei protagonisti e delle vittime, la cui vita è stata profondamente e irrimediabilmente segnata. C’è stato un suicidio e chi è morto di crepacuore. Documenti, filmati dai tg, brevi stralci recitati e interviste agli operatori sociali, autori di terapie molto discutibili, realizzano un racconto che avvince lo spettatore come fosse un legal thriller di finzione. Particolarmente efficaci gli ultimi due episodi, imperniati sul making of dell’inchiesta di Trincia che condivide con Alessia Rafanelli il lavoro, i dubbi sul loro operato e la preoccupazione di rispettare le sensibilità già provate dei protagonisti.

 

La Verità, 10 giugno 2021

Il ritratto intimista di Roby Baggio, campione fragile

Un musone di talento. Solitario, scostante, problematico. È raccontato così Roberto Baggio in Il divin codino, film biografico di Mediaset e Netflix, da qualche giorno visibile sulla piattaforma streaming. Mentre esplodono i fuochi d’artificio per l’arrivo del nuovo anno (il 1988) lui è solo nella casa di Firenze dove, grazie a Dio, arriva la telefonata della fidanzata…
Dopo la miniserie Speravo de morì prima su Francesco Totti, ecco un’altra agiografia di un numero 10 del calcio, croce e delizia del gioco più bello del mondo come confermano le controverse sorti del loro predecessore Gianni Rivera. Nel ritratto del campione di Caldogno, interpretato da Andrea Arcangeli, diretto da Letizia Lamartire e scritto da Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, s’individuano alcune precise scelte. La prima: l’approccio intimista, incentrato sui due infortuni che ne hanno condizionato la carriera, sull’importanza del buddismo che lo ha aiutato a superare prove e delusioni e il rigore sbagliato nella finale mondiale del 1994, fulcro sportivo della storia. La seconda: evitare il ricatto delle tifoserie, oscurando la militanza nei club maggiori, cominciando dalla Juventus e proseguendo con Inter e Milan, per soffermarsi sugli albori (Fiorentina) e il radioso crepuscolo (Brescia), per privilegiare il Baggio della Nazionale e i suoi rapporti conflittuali con i commissari tecnici Arrigo Sacchi e Giovanni Trapattoni. La terza scelta è la centralità del rapporto con il ruvido padre (Andrea Pennacchi) che tenta di forgiarne il carattere, per altro già abbondantemente provato dai ripetuti incidenti che lo costringono a complesse riabilitazioni. Oggi si parlerebbe subito di Baggio modello di resilienza.
Dopo tutte queste altalene, sopravviverà un fondo d’insicurezza nel fantasista fragile e poco amato dagli allenatori, con l’eccezione di Carletto Mazzone (ottimo Martufello), perché il suo talento faceva ombra alle loro strategie. Un’insicurezza acuita dalla ferita dell’errore dal dischetto a Pasadena che stenta a rimarginarsi più delle incisioni sulle ginocchia. Il divin codino è una storia che parte da un paesino di provincia e da una famiglia di otto figli per arrivare a sfiorare la vetta del mondo. Una storia che nell’affresco dell’epoca palesa approssimazioni che retrodatano gli Ottanta e i Novanta di qualche decennio (l’auto con cui il padre lo porta nel ritiro della Fiorentina e i bar in cui si assiste ai Mondiali del 1994 sono di vent’anni prima). E che invece dà il meglio nello scavo psicologico, facendoci comprendere anche la ritrosia del campione una volta dismessi gli scarpini.

 

La Verità, 1 giugno 2021

Domina, un gioco di ruolo della «confuse culture»

La Roma di Cesare Augusto raccontata come un grande gioco di ruolo. È questo il senso di Domina, la serie Sky original italo-britannica visibile su Sky e Now dal 14 maggio. Otto episodi di un’ora ciascuno ideati e scritti da Simon Burke (Fortitude, Strike back) e interpretati da un cast internazionale che vede Kasia Smutniak nel ruolo della protagonista Livia Drusilla, figlia di Druso Claudiano (Liam Cunnigham) e consorte di Cesare Augusto (Matthew McNulty), mentre Ben Batt è Agrippa, suo generale. Già dalla sigla lo spettatore è catturato dall’imponenza visionaria e dall’atmosfera dark che avvolge alleanze e tradimenti orditi dalla machiavellica protagonista per conservare e accrescere il suo potere. Che cosa sei in grado di escogitare per annientare i nemici e issarti al vertice dell’impero? Sfarzosa nei costumi e potente nelle scenografie, l’intenzione molto mainstream dell’opera è illuminare la figura di Livia – «l’uomo più intelligente di Roma», secondo Mecenate – e il suo ruolo di consigliera di Gaio Ottaviano (Augusto), tanto astuta da influenzarne tutta l’azione. Per alcuni studiosi, Livia è la prima first lady della storia. Ma ben oltre la storia vista dalla parte delle donne, come già in Rome e Spartacus, Domina ci mostra la capitale della civiltà come una sentina di corruzione e depravazione, ignorando figure coeve come Vitruvio e Virgilio, solo per citarne alcune.

Dopo il suicidio del padre in seguito alla sconfitta nella battaglia di Filippi e l’esilio in Sicilia, Livia fa ritorno a Roma e sposa Gaio Ottaviano per garantire a Druso e Tiberio, figli di primo letto, un avvenire al vertice della repubblica. Per essere realizzato, il piano richiede la maturazione degli acerbi eredi e soprattutto l’eliminazione, spesso violenta, dei tanti rivali che si frappongono. La dimora di Ottaviano, in conflitto con una parte del Senato e le donne gelose di Livia, diviene così crogiolo di cospirazioni, intrighi e dissoluzioni, consumate con l’aiuto della devota Antigone (Colette Tchantcho), ancella di colore promossa libera cittadina ed esecutrice del lavoro sporco per conto dell’amica e padrona. Una figura di cui non si hanno conferme dagli storici. Ma alla quale gli sceneggiatori fanno replicare a Livia che vuole proteggerla: «Io non voglio essere protetta, voglio essere inclusa». Sarà questa l’agognata contemporaneità della narrazione? Magari rafforzata dal moderno intercalare dei patrizi romani condito di «Cazzo!» e «Sono cazzate!»?

Dopo il Leonardo targato Rai, con Domina di Sky prosegue la marcia nella fiction popolare della «confuse culture».

 

La Verità, 25 maggio 2021

I papà della pubblicità così materni e amorevoli

Come sono materni i nuovi papà della pubblicità. Amorevoli, moderni, inclusivi. Si tratti dello spot di un marchio assicurativo, di un altro della più gettonata azienda di acquisti online o di quello di una carta di credito risolvi problemi, a cullare i neonati insonni o a preparare i dolci da infornare ci sono sempre loro. Pazienti, affettuosi, mai stanchi. E le mamme? O non ci sono per niente perché magari separate, o spuntano solo a grana sbrogliata, o rientrano con impermeabile e valigetta executive, stanche dalla giornata di lavoro proprio mentre i biscotti stanno per andare in cottura.

È la tendenza dell’advertising nell’era del genitore 1 e genitore 2. Si sa, la pubblicità è sempre avanti e padre e madre sono schemi binari antiquati, prigionieri di una cultura sessista. Dopo lo sdoganamento dei baci saffici, ora è via libera all’interscambiabilità dei genitori. Così c’è il papà che, indossato il grembiule da cucina, è tuttavia incapace di preparare il tiramisù per il moccioso che lo osserva compassionevole. Oppure c’è quello che ricorre ad Alexa per trovare le risposte giuste dei compiti per casa. Infine ce n’è uno che, non sapendo a che santo votarsi per calmare il pargolo, diventa lui stesso il santo della situazione. Abbandonato il letto nel cuore della notte, s’infila in auto per scarrozzare l’irrequieto bebè e farlo assopire, riconsegnandolo quando albeggia alla madre sorridente. Chissà se ora il babbo è pronto per la giacca e cravatta da ufficio. Meglio non farsi domande, quello che conta sono i ruoli liquidi, fluidi, perfettamente sovrapponibili. Ben oltre la quotidiana solidarietà domestica, qui siamo al capovolgimento copernicano.

Da tempo, nella comunicazione pubblicitaria, lui è diventato così materno, tenero e rassicurante, non di rado timido e imbranato che, finita l’overdose di mammi da spot, verrebbe da coccolarli come tanti peluche. Al contrario, la figura intraprendente, trasgressiva e pronta a infrangere i limiti è lei, dinamica, in carriera e maliziosamente agressive. Nell’ultima campagna di un ambito Suv coupé si vede Nathalie Emmanuel (Il trono di spade) tuffarsi da qualche chilometro a testa in giù nel mare di Cap de Formentor, davanti a Barcellona, riemergere asciutta e mettersi al volante della sport car, mentre il rapper Loyle Carner recita: «Non abbiamo bisogno di molto per vivere…». Una situazione che, al confronto, il vecchio James Bond pare ’na criatura. Nel prossimo spot vedremo l’intrepida superwoman rincasare mentre il marito le prepara il tè caldo?

 

La Verità, 13 maggio 2021

La lezione di giornalismo di Capuozzo sul Pci

Raccontare il secolo del Partito comunista italiano con rispetto ma senza sconti si può. Lo dimostra Il sogno di una Cosa, reportage in due puntate, trasmesso da Focus, canale tematico di Mediaset, la sera del 30 aprile e del primo maggio. Certo, non è da tutti perché quasi nessuno ha la profondità di sguardo, la densità di linguaggio e la capacità critica di Toni Capuozzo. Certi giornalisti non dovrebbero mai andare in pensione e, nella società liquida fluida smart, dovrebbero continuare a testimoniare un mestiere solido, concreto e, quando serve, faticoso.

Da una citazione di Carlo Marx e dal titolo del primo romanzo di Pier Paolo Pasolini prende le mosse il road movie di Capuozzo, accompagnato dall’amico comunista ortodosso Vanni Della Lucia. L’appuntamento è alla sede della Falck di Sesto San Giovanni, teatro di storiche lotte operaie. Ma l’esordio è già una sorpresa, ovvero il pulmino Uaz di fabbricazione sovietica, design e filosofia spartanissimi, che accompagnerà la coppia nel viaggio attraverso luoghi e testimonianze fuori dall’ufficialità come fossero «briciole di Pollicino».

Sulla tomba di Pasolini a Casarsa della Delizia se ne rievoca l’espulsione dal partito dopo la scoperta che si appartava con i ragazzini. Sulla piazza di Cavriago (Reggio Emilia) resiste un busto di Lenin e lo storico militante Rodolfo Curti ricorda quando, mandato dal partito, frequentò l’Istituto di marxismo leninismo a Mosca. A Genova, davanti al monumento in memoria di Guido Rossa, l’operaio del Pci ucciso da quelle che «l’Unità chiamava sedicenti Brigate rosse» mentre gli assassini «venivano dalle stesse letture e dalle stesse canzoni», Capuozzo sottolinea la ferita che s’incise profonda nella sinistra. Grazie alla collaborazione dello storico e documentarista Roberto Olla, si delinea il contesto internazionale – dall’invasione dell’Ungheria alla repressione cecoslovacca alla caduta del Muro di Berlino – nel quale i fatti italiani avvengono. Davanti a un’edicola nel quartiere Prati di Roma, regalata dal partito a un’ex partigiana, Della Lucia osserva che il giornalismo italiano «ha sempre fatto i conti» con il comunismo. «Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere della Sera, viene dall’Unità», chiosa Capuozzo. Che in chiusura si chiede cosa sia rimasto di 100 anni di Pci: «Il protagonismo degli ultimi e un’idea alta di politica militante», ma anche «lo statalismo e la presunzione di essere la parte migliore d’Italia».

Un reportage così andrebbe mostrato nei corsi di storia del Novecento o di giornalismo di scuole e università. Nell’attesa, intanto sarebbe bello vederlo in una rete generalista.

 

La Verità, 4 maggio 2021

In barba a tutto, scialuppa contro il correttismo

Finalmente, al termine della seconda puntata, Luca Barbareschi ha trovato qualcuno che sappia tenere la stecca in mano. È l’attrice Liliana Mele, ex miss Etiopia. Il conduttore l’ha invitata per chiudere In barba a tutto «con una nota di colore» e dunque le chiede se, nel suo mestiere, in questo momento, essere di colore comporti un privilegio. Il nuovo programma di Barbareschi è così, un contropelo al mainstream che regala qualche spicchio di originalità nella melassa dominante. Rispetto alla puntata d’esordio si registra un certo miglioramento. I tempi sono più precisi, il gioco di dispetti con la band di studio mostra più affiatamento, gli autori si devono essere messi a lavorare per fornire al conduttore domande da giornalista che per le interviste fanno sempre comodo. Il biliardo è lì per creare un’atmosfera e per non prendersi troppo sul serio, come del resto testimonia la faccia del conduttore, incline al sorriso beffardo. La Mele impugna la stecca e spacca il triangolo di palle. Vedi come sono superati certi schemi? Gli ospiti maschietti che l’avevano preceduta non ci avevano nemmeno provato.

Insomma, parlando di privilegi, oggi nelle fiction e al cinema dev’esserci sempre un protagonista di colore e quindi per una come lei, 37 anni che sembrano una decina di meno, è più facile lavorare. La Mele ammette, senza dimenticare la fortuna che le viene dal talento e che l’aiuta a riscattare anni di vita in salita, materia del prossimo libro. Di un altro libro si era accennato in apertura di serata con Luca Palamara, autore (con Alessandro Sallusti) di Il Sistema, che ha scoperchiato vizi e perversioni della magistratura. Si è pentito di essersi pentito?, gli ha chiesto Barbareschi, ottenendone un’arguta smentita. Il meglio della puntata però è stato nel dialogo con Paolo Rossi. «In passato eravamo su emisferi lontani, ma ora ci troviamo curiosamente vicini», l’ha presentato il conduttore. Perché, anche se si continua a «ridere per parrocchie», Destra e sinistra, citazione di un Giorgio Gaber d’annata, è uno schema superato. Durante il lockdown, Rossi ha continuato a recitare nelle periferie e nei cortili, incontrando un pubblico diverso, «paradossalmente c’è gente che fa il nostro mestiere e dice di amare il teatro che però non ama il pubblico».

In barba a tutto è un magazine veloce, nella seconda serata di Rai 3 (ore 23,15, share del 5,1%, quasi 800.000 telespettatori) che si candida a scialuppa di salvataggio per curiosi e irrequieti nella palude politicamente corretta. Ce n’è bisogno.

 

La Verità, 28 aprile 2021

I contrasti elementari nell’integrazione di Zero

Molta cura della confezione, una spruzzata di mistery, qualche luogo comune e tanta promozione: da un paio di giorni sono visibili su Netflix gli otto brevi episodi di Zero, la prima serie italiana con protagonisti giovani neri, italiani di seconda generazione, ispirata dal romanzo Non ho mai avuto la mia età (Mondadori) di Antonio Dikele Distefano. L’obiettivo dichiarato è raccontare «un futuro di inclusione e di valorizzazione della differenza». Zero è il soprannome di Omar (l’esordiente Giuseppe Dave Seke), preso dal numero sulla maglietta di basket che indossa quando inforca la bici da rider o gira con gli amici del «barrio», tra i quali la più tosta è Sara (Daniela Scattolin), casualmente l’unica ragazza del branco. Oltre a una certa timidezza, Omar ha il superpotere di diventare invisibile, soprattutto quando c’è da aiutare la gente che sta lì e non vuole andarsene nonostante i frequenti e misteriosi incidenti. Perché in quel quartiere, in fondo, hanno messo «radici», c’è solidarietà, ci sono le feste con il cous cous e i ragazzi, va detto, sono tutti di bell’aspetto, con occhi grandi, e le felpe, le t-shirt e i rasta giusti. Pure troppo, verrebbe da dire, considerato che, a parte lui, non si capisce bene gli altri come sbarchino il lunario. Le pizze di Sandokan invece devono essere superlative se, dalla periferia, Omar le consegna persino nell’attico con piscina di City Life dove vive Anna (Beatrice Grannò), aspirante architetto che ha appena rotto con il suo ganzo. Tra loro la scintilla scocca immediata e così la favola può cominciare, nonostante qualcuno abbia provveduto ad appiccare un incendio nella pizzeria e a sabotare la centralina elettrica del quartiere. E proprio mentre sui muri compaiono le affissioni dell’azienda immobiliare che promette di trasformare la zona nel nuovo Eden. Sta a vedere che i fatti sono collegati…

Prodotta da Fabula Pictures con Red Joint Film, creata da Menotti e diretta da quattro diversi registi, Zero è una favola sentimentale che vuole essere anche sociale, con una trama elementare e un filo prevedibile. Che mostra una Milano da cartolina, giocata sul contrasto tra il quartiere popolare e genuino e le avveniristiche location di party ed eventi snob, senza dimenticare i Navigli e la Galleria deserta di notte. Una storia con strani innesti animisti, nella quale i buoni sono tutti da una parte, certi poliziotti sono venati di razzismo e l’imprenditore è losco e corrotto. Tutto condito dal rap di tendenza, da Mahmood a Marracash, perfetto per accompagnare un’integrazione un tantino patinata.

 

La Verità, 23 aprile 2021

Rocco e i suoi fratelli, la ritirata degli ultra di Conte

Che fine ha fatto Rocco Casalino? E Gianrico Carofiglio? Non che ci sia da preoccuparsi, parliamo di emuli di Ercolino sempre in piedi, ricordate? Però, così, «le domande sorgono spontanee». Su Andrea Scanzi, invece, dopo il vaccino con salto della fila incorporato, le domande scarseggiano. Ora che è stato elegantemente bannato dalle signore di Rai 3 e La7, Bianca Berlinguer e Dietlinde Gruber detta Lilli, gli è rimasto Accordi & Disaccordi, sulla Nove, la tribuna dalla quale i virologi più rigoristi dispensano i niet rimasti ancora in canna. Da quando a palazzo Chigi c’è un nuovo inquilino, il «contismo senza limitismo» (copy Dagospia) batte in ritirata, non senza disseminare il campo di battaglia di mine insidiose e accuse di complotti ai danni dell’ex avvocato del popolo.

Completato il giro delle sette chiese della telepolitica, il portavoce dell’ex premier è sparito dai radar. Anche se la solita Gruber insisteva a indicargli la via del Parlamento, l’abbiamo lasciato destinatario di «numerose proposte di lavoro, nell’ambito della televisione e del giornalismo», Casalino dixit. Niente e nessuno gli può impedire, magari all’inizio della prossima stagione, di rispuntare in veste di titolare di qualche postazione di prima serata. Da un mese a questa parte, invece, lo scrittore ex magistrato, fra i più tetragoni ideologi giallorossi, ha diradato le apparizioni. Dopo essersi vaccinato da volontario a favor di telecamera, si è dedicato alla stesura di Della gentilezza e del coraggio – Breviario di politica e altre cose. «Il breviario laico di Gianrico Carofiglio, per un nuovo modello di società civile», annuncia l’editrice Solferino. Brividi.

«Comunicheremo solo le cose che abbiamo fatto»: con una sola frase, pronunciata dopo l’insediamento, Mario Draghi ha mandato in soffitta il caravanserraglio delle dirette Facebook, delle interviste fluviali, delle conferenze stampa nell’atrio del Palazzo. Scompaiono i testimonial del contismo, si disperdono gli esponenti del «Conte Illimani», come li ha ribattezzati su Twitter Guido Vitiello. Non proprio tutti, però. Marco Travaglio e Antonio Padellaro resistono, forti dei loro record di presenze a Otto e mezzo e Piazzapulita e non si vede chi li possa spodestare. Qualcuno invoca una «Norimberga giornalistica» per i fiancheggiatori dell’infodemia. Servirà invece la nemesi della storia. Che però richiede tempo. Intanto, si cominciano a notare i vuoti, ma saranno presto riempiti con nuovi testimonial. Tanto più se la triangolazione La7 – Fatto quotidianoCorriere della sera continuerà a funzionare.

 

La Verità, 16 aprile 2021