Un coro di complici per il gran narciso Scalfari

Chissà perché Rai 3 lo ha trasmesso alle 17,30 del sabato pomeriggio. Scalfari – A sentimental journey è il documentario che le figlie Enrica e Donata hanno dedicato al padre Eugenio, scritto con Anna Migotto, diretto da Michele Mally e realizzato per Rai Documentari, la struttura diretta da Duilio Giammaria. Quando ci si avventura in un ritratto biografico di una persona cara, tanto più un padre ingombrante come in questo caso, dubbi e remore sono il primo ostacolo da superare. Per un genitore «ormai vecchio, avere due figlie che gli raccontano la vita fatta insieme, è una cosa eccellente», acconsente Scalfari nel ruolo di soggetto-oggetto al centro del cosmo. Seduto al pianoforte, mentre nuota lentamente o legge brani dai suoi libri, nel tinello di casa. Donata, giornalista a Mediaset, Enrica, fotografa, leggono diari, sfogliano album e raccolte di giornale, convocano un coro di amici e testimoni, tutti variamente complici (l’unico accenno critico è di Lucia Annunziata riguardo alla vendita di Repubblica), per comporre il viaggio sentimentale nella vita del giornalista, editore, politico, scrittore, filosofo, poeta e amico del Papa. Ce n’è «abbastanza per fare di te un monumento, abbastanza anche per demolirlo», ammettono. Com’è essere figlie di Eugenio Scalfari? «Ci si abitua». Col tempo, probabilmente, e non senza sofferenze. Per esempio per il suo sdoppiarsi con due compagne e altrettante famiglie. A 97 anni il fondatore di Repubblica resta nelle sue certezze. «L’interesse per il presente è il suo grande psicofarmaco», suggerisce Bernardo Valli. «È la scrittura il primo psicofarmaco», rettificano le figlie che ne stimolano i ricordi portandogli la vecchia Olivetti Lettera 22. «Ma questa io la smisi, adesso uso il telefono. Però non detto, perché non ho niente di scritto». «Sì, tu parli», dice Enrica. «Creo, io creo… vogliamo usare un termine un po’ più carino», la corregge lui che scrisse L’uomo che non credeva in Dio. Roberto Benigni lo paragona a Kant. Per altri è un divoratore di vita. La definizione più calzante è quella di grande narciso. Barbapapà considerava una famiglia anche Repubblica, il giornale-partito che si è battuto per l’emancipazione della sinistra. «Per liberarla dai suoi ritardi, dai suoi errori. E anche da qualche orrore», riflette Ezio Mauro. «E non so se quella battaglia l’abbiamo vinta. O forse l’abbiamo vinta tutti insieme, ma con molto ritardo. E quindi, in parte, l’abbiamo persa», ammette con onesta autocritica il direttore, suo erede. Alla fine i dubbi di partenza sono fugati. Non il mistero della bizzarra programmazione.

 

La Verità, 27 ottobre 2021

Gualtieri, la chitarra e i talk show imperturbabili

A un certo punto, ieri mattina ad Agorà, condotto da Luisella Costamagna, è comparso Roberto Gualtieri alla chitarra mentre strimpella Bella ciao. Una clip già vista centinaia di volte, che gli autori del programma di Rai 3 hanno pensato bene di riproporre per omaggiare il neosindaco di Roma. È un dettaglio, ma a volte certi dettagli illuminano ampi scenari. Succeda quel che succeda, i talk show proseguono imperterriti con i loro format, i politici di prima, seconda e ventesima fascia, visti e rivisti in tutte le salse e da tutte le angolazioni. Pazienza se l’audience vivacchia e la sfiducia generale della popolazione nei confronti della politica sta fagocitando la partecipazione al voto degli elettori che in queste amministrative ha toccato il punto più basso: 43,93% al ballottaggio di domenica e lunedì. Per inciso, va detto che la sfiducia verso la politica investe anche le istituzioni di vertice della Repubblica visto che, nei momenti più critici, si ricorre sistematicamente, ma con esiti alterni, a personalità non elette (Mario Monti, Giuseppe Conte, Mario Draghi). Tornando alla telepolitica e al suo lieve ma decisivo distanziamento dalla realtà, tutta la faccenda si potrebbe sintetizzare con la parafrasi di un noto slogan: talk show pieni, urne vuote. Anche i talk, però, registrano dei vuoti, soprattutto nelle platee del pubblico (Speciale Elezioni TgLa7, 675.000 telespettatori, 3,1% di share), stanco delle solite facce di giornalisti, abbonati dell’ospitata.

Il tema del giorno è la sconfitta del centrodestra con annessa resa dei conti tra i suoi leader e l’euforia che soffia tra i dem. I palinsesti ne traboccheranno a lungo, in attesa che, scongiurato il ritorno del fascismo, emerga un’altra tigre da cavalcare. Intanto, il manuale della narrazione unica consiglia di sottacere la sconfitta di Giuseppe Conte e del suo modello di comunicazione mutuato dal Grande fratello. Mentre, al contrario, non è nemmeno pervenuto il fatto che Mario Draghi abbia drasticamente ridotto il ruolo della televisione e cancellato quello dei social, rendendo necessario un ricalcolo del sistema. Si sa, la gran cassa mainstream si autoriproduce e rafforza con lo strabismo. Le voci dissonanti alla Massimo Cacciari e Alessandra Ghisleri sono marginalizzate. Per la cronaca, il primo ha detto che l’unico dato di queste elezioni amministrative su cui riflettere è l’astensionismo, e la seconda che nelle grandi città il centrodestra non ha mai sfondato essendo più radicato in provincia. Che però, stavolta, non era chiamata al voto.

 

La Verità, 20 ottobre 2021

La serie che ci trasforma tutti in psicanalisti

È una lunga tele-seduta psicanalitica con due soli attori (Oscar Isaac e Jessica Chastain) che interpretano marito e moglie in crisi, la miniserie Scene da un matrimonio, cinque episodi prodotti da Hbo in onda su Sky Atlantic e Now, remake di quella diretta nel 1973 da Ingmar Bergman. Del resto lo sceneggiatore, produttore e regista è Hagai Levi, ideatore del fortunato In Treatment, che narrava i dialoghi di un affascinante psicoterapeuta con i suoi pazienti. Qui invece gli analisti siamo noi telespettatori, portati di volta in volta a parteggiare per lui o per lei. Perché, forse, in questo ritratto di famiglia in un inferno dell’upper class newyorchese (ci sarebbe anche la figlioletta Eva), una delle possibili chiavi di letture è proprio il fatto che marito e moglie si rapportano e interagiscono come due entità separate. E così la lunga tele-seduta procede mettendo a confronto due egoismi – si usa ancora questa parola? – senza che mai, o molto raramente, faccia capolino la consapevolezza del «noi».

Orbene: in apertura del primo episodio, Jonathan, docente di filosofia di formazione ebraica e Mira, donna in carriera della new technology, si sottopongono al questionario di una ricercatrice la cui tesi dichiarata è che quando in una coppia è lei a portare a casa più soldi le cose vanno subito meglio. Così è Jonathan ad addormentare Eva e a mettere i cartoni per farla star buona. Basterebbe un semplice rovesciamento dei ruoli – è ancora lecita questa espressione? – per far funzionare le cose. Purtroppo, però, la crisi, anzi, la disperazione, cova sotto i sorrisi di circostanza. E mentre lui prova a razionalizzare ogni minimo dettaglio, lei annuisce con crescente distacco. Perché, se è vero che siamo davanti a uno show in cui la parola domina sull’immagine, a volte basta un primo piano per fotografare quello che le parole non riescono a dire. E che, anzi, a volte confondono, perché l’intellettualismo è il virus letale della troppa psicanalisi. Qual è, per esempio, quel marito che dopo la rivelazione della moglie di un tradimento che dura da diversi mesi con un uomo più giovane di 10 anni, superati lo sbalordimento e lo sfogo, si addormenta al fianco di lei? E qual è quell’uomo che la mattina dopo aiuta la moglie a preparare il bagaglio per il viaggio con il rivale? È solo uno dei passaggi più astratti della pur appassionante vicenda, impregnata di torture e tormenti, sul ciglio di un nichilismo senza riparo. A conferma ulteriore che oggi, senza una ragione assai solida, sposarsi è una scelta molto controcorrente.

 

La Verità, 6 ottobre 2021

Anche Prime video si ferma alla tv delle celebrity

Metti un parterre di vip e rovini una bella idea come quella di Dinner club, sei episodi della prima stagione visibili su Prime video. L’idea sono delle scorribande su e giù per lo Stivale alla ricerca di piatti tipici, profumi e ricette genuine. Si viaggia sempre in coppia, con mezzi di trasporto strani, un battello per solcare il Po fino al delta, un camper per attraversare Puglia e Basilicata, una Pontiac cabrio nel sud della Sardegna. Carlo Cracco, capo della ciurma, fissa le regole del gioco e guida agli incontri con i genius loci che spiegano storia e segreti delle prelibatezze popolari. A ogni episodio, il superchef accompagna uno dei sei vip – Fabio De Luigi, Luciana Littizzetto, Diego Abatantuono, Pierfrancesco Favino, Sabrina Ferilli e Valerio Mastandrea – che poi ha il compito di riproporre al resto della tavolata i piatti assaggiati in giro per l’Italia. È immediatamente intuibile che la riuscita degli episodi dipenda dalla simpatia del partner di Cracco. Per dire: il surrealismo di De Luigi è un discreto ingrediente per assaporare il risotto al parmigiano con salama da sugo, mentre il turpiloquio berciante e gratuito della Littizzetto rendono indigesto anche il promettente caciocavallo di Altamura. Incontri e dialoghi con pastori, pescatori, contadini hanno un sapore ruspante come la «minestra con casu ’e fitta» di Sadali in Sardegna, con annesso rituale anti malocchio a opera della nonna ultranovantenne. È quando si torna nel living di campagna con attori e attrici che la sensazione di falso costruito copre tutti i sapori. Il cazzeggio finto improvvisato dovrebbe servire ad allargare la platea, ma si rischia l’effetto contrario. Per fare audience servono i volti noti. È questa la filosofia dei format ad alto budget di Prime video? Far fare cose diverse ai soliti noti che già imperversano quotidianamente in tutte le salse? L’abbiamo vista realizzata in Celebrity hunted e in Lol: chi ride è fuori e, proprio per l’artificiosità delle situazioni, non ha particolarmente entusiasmato. Chissà perché dobbiamo continuare a dipendere dalle gesta delle celebrity anche uscendo dalle tv generaliste. Dove, peraltro, pure le sorti del Grande fratello vip cominciano a mostrare l’obsolescenza della formula. Sarà che siamo ancora immersi in una situazione particolare, sta di fatto che l’esibizione dei vip inizia a scatenare reazioni allergiche. Soprattutto perché c’è il sospetto che questo tipo di televisione sottenda un’idea mortificante del pubblico. E perché da una piattaforma come Prime video ci si aspetta molto di più.

 

La Verità, 28 settembre 2021

I problemi di linguaggio dello show di Cattelan

Non è solo ciò che accadeva contemporaneamente sulle altre reti, generaliste e streaming, a far risultare il nuovo programma di Alessandro Cattelan su Rai 1 uno show autoreferenziale. Su Rai 3 c’era la finale europea di pallavolo, con la nazionale in lizza per l’ennesimo trofeo di questa lunga estate azzurra. Su Dazn, quando non spuntava la famigerata rotellina, c’era Juventus-Milan, con buona pace di Massimiliano Allegri decisiva più per la Signora che per il Diavolo. Eventi reali, seppur in ambito sportivo. Al confronto dei quali Da grande appariva ancor più ombelicale, com’è uno show costruito sull’arrivo del conduttore nella nuova azienda televisiva. Annunciato da un lungo blob di Nicoletta Orsomando, tanto per collegarsi alla storia Rai, ecco Cattelan davanti al cavallo morente con il vestito delle grandi occasioni, ma con le scarpe da basket ai piedi. Ricordati che sei ancora una giovane promessa, lo ammonisce Carlo Conti infarcendo la lezioncina di umiltà con il consiglio utile per sfondare nella rete ammiraglia. In effetti, da Sky a Rai 1 il passo non è brevissimo. Come vincere lo spaesamento? Comincia con un quiz, suggerisce Antonella Clerici, altra testimonial della casa. Così, in vena di citazioni, ecco Marco Mengoni giocare con l’amico a «I soliti pacchi», mix dei Soliti ignoti e Affari tuoi. Per premio, chi vince può scrivere quello che vuole sui social dell’altro. A quel punto metà del pubblico di Rai 1 rischia di perdersi.

Con Il Volo si rivisitano le boy band, dai Beatles ai Take That agli One Direction… Una pagina bella lunga («Ma quante sono le boy band?»). La lungaggine di certe situazioni è un’altra debolezza della serata, tanto da costringere a tagliare il gioco con Paolo Bonolis, soprattutto perché confligge con lo slang fulmineo del conduttore che dà il meglio quando salta da un media all’altro. Se l’idea dello show è contaminare il generalismo della rete con la cultura xennials di Cattelan, quarantenne ma ancora post-teenager, c’è ancora da lavorare. Portare Radio DeeJay e X-Factor dentro Rai 1 non è operazione semplice. Forse la strada giusta potrebbero essere le interviste nello stile di E poi c’è Cattelan: al tavolo, con tazza di conforto… Ma a quel punto parleremmo di un programma di seconda serata. Insomma, Da grande, che non è e non vuole essere un format musicale né generazionale, serve più al suo protagonista che al pubblico.

P.s. Per gli ascolti (share del 12,7%, 2,3 milioni di telespettatori) non è bastato piazzare il medley-omaggio a Raffaella Carrà di Elodie quando il match di Serie A era terminato. La finale di pallavolo era ancora incerta…

 

La Verità, 21 settembre 2021

Morgane, una detective ruffiana al punto giusto

Diversi stereotipi ma ben confezionati, Morgane – Detective geniale, nuova serie franco-belga di Rai 1, ha tutte le carte in regola per piacere e ottenere un buon successo di pubblico (martedì, ore 21,20, i primi due episodi hanno conquistato il 20,6% di share con una media di quasi 4,2 milioni di telespettatori, pareggiando la sfida con Malmoe-Juventus di Champions League in contemporanea su Canale 5). La protagonista (Audrey Fleurot) che dà il nome allo show è una donna delle pulizie con 160 di quoziente intellettivo, in grado di vedere con uno sguardo quello che ai normali investigatori del distretto di Lille, Francia settentrionale, costa settimane di indagini. Mentre spazza gli uffici, muovendosi al ritmo della musica in cuffia, un faldone caduto casualmente al suolo le squaderna fotografie e appunti del caso che sta turbando il commissario (Mehdi Nebbou). Basta un’occhiata per capire che qualcosa non torna e lasciare sul vetro dell’ufficio l’indicazione risolutiva. Chi ha rovistato nelle nostre carte? Rapido controllo con le telecamere di sorveglianza e immediata convocazione. Come mai una così intelligente fa la donna delle pulizie e non lavora in polizia? Perché sono insofferente a regole e gerarchie… La dialettica tra la rossa trentottenne con occhi azzurri, minigonna spavalda e decolleté sapientemente tatuato, e il legnoso commissario, igienista e ovviamente geloso delle sue investigazioni, è il binario della trama. Ma la capa del commissariato (Emanuela Damasio) non tarderà a imporre al riluttante sottoposto la consulenza dell’intuitiva Morgane. La quale, però, pur dovendo mantenere tre figli di due padri diversi, riesce a porre le condizioni per accettare la gratificante offerta di lavoro. Io vi darò una mano, ma voi cercherete il mio primo marito, dileguatosi nel nulla 15 anni fa, proprio mentre manifestavamo contro la cementificazione di un raccordo autostradale. Tutto torna, dunque: la protagonista è bella, intelligentissima, anarchicheggiante e anche ecologista. E torna anche il risentimento della figlia adolescente (Giorgia Venditti) che non ha potuto conoscere il padre, fuggito anzitempo. Mentre i singoli crimini si sciolgono nel rapido volgere dell’episodio, il vero caso irrisolto è la sua misteriosa scomparsa. Sul quale la geniale e fulminea Morgane «sembra brancolare nel buio», come si dice per i normali investigatori. Vuoi vedere che quando ci sono di mezzo gli affetti l’intelligenza da Einstein da sola non basta? Veloce, furba e disimpegnata come la sua protagonista, la serie è perfetta per il mainstream da tv generalista.

 

La Verità, 16 settembre 2021

Concediamo il rodaggio… A Dazn e anche al pubblico

Il contraccolpo sulle abitudini dei telespettatori è stato forte, niente da dire. Anni di telecronache di Maurizio Compagnoni e Luca Marchegiani non si archiviano con un click. Ci vorrà tempo, quello del rodaggio delle nuove voci, dei nuovi commentatori, dei nuovi volti di Dazn che da questa stagione, e per le prossime due, ha l’esclusiva delle partite della Serie A, «il campionato dei campioni d’Europa», com’è stato prestamente rinominato. Il contraccolpo è stato forte a cominciare da alcuni disguidi tecnici (il buffering frequente e la scarsa definizione dell’immagine), ma già da domenica e lunedì la qualità del servizio è visibilmente migliorata. Ci vorrà qualche settimana, invece, perché il pubblico si abitui alle nuove coppie di telecronisti e ai nuovi modi di commentare le partite. Rispetto a Sky, l’approccio della piattaforma streaming appare complessivamente più agile e smart, una formula che ha inevitabilmente alcuni lati positivi e altri negativi. Tra i primi va ricordato l’approccio più diretto all’evento agonistico, con i collegamenti dallo stadio, una maggior velocità della comunicazione, un minor grado di retorica e autocompiacimento delle firme del giornalismo che affollavano e affollano lo studio di Sky. Sostituito su Dazn dalla Square, uno spazio minimalista nel quale si muovono i conduttori del pre e postpartita, accompagnati da un paio di commentatori. Una situazione forse troppo spoglia e da perfezionare, ma nella quale può spiccare l’empatia di conduttori come Marco Cattaneo, Giorgia Rossi e Diletta Leotta. Un miglioramento si auspica anche nelle telecronache, piuttosto anonime e poco incisive salvo quelle di Pierluigi Pardo, Ricky Buscaglia e Stefano Borghi, e nei commenti tecnici che risultano generalmente incolori, con l’eccezione di quelli di Francesco Guidolin, sempre preciso e originale, e di Massimo Ambrosini, già ben rodato. Per gran parte della squadra si tratta di un’esperienza inedita e non ci s’inventa «seconda voce» dalla mattina alla sera. Manca, per ora, anche la possibilità della visione simultanea di più partite nello stesso canale, che arriverà dopo la sosta per la Nazionale. Diamo tempo a Dazn di crescere in esperienza e autorevolezza, consapevoli che, come in tutti i settori, anche nel telecalcio la concorrenza può sortire effetti virtuosi. Qualche segnale già s’intravede nei toni più pacati e controllati di alcuni volti degli altri canali sportivi. Per i pochi telespettatori che possono permettersela, invece, la pluralità dell’offerta si traduce in possibilità di confronti e in maggior qualità.

 

La Verità, 24 agosto 2021

Senza diritti integrali la Rai ci manda sulle piattaforme

L’altra mattina, causa contemporaneità dei due quarti di finale dell’Italvolley e dell’Italbasket, la Rai ha giocato al rimbalzo di linea tra la partita di Osmany Juantorena e soci contro l’Argentina e quella della squadra allenata da Meo Sacchetti contro la Francia. È stata una scelta felice una delle poche fatte dal servizio pubblico in occasione delle XXXII Olimpiadi di Tokyo. Per usare una formula che soccorre in questi casi, si è fatta di necessità virtù. Ma lo stato di necessità, frutto stavolta di scelte sbagliate, se l’è procurato da sola la stessa Rai. Il rimbalzo di linea tra le schiacciate di Ivan Zaytsez e i canestri di Simone Fontecchio, purtroppo entrambi non sufficienti a garantirci il successo finale, fa sempre un bell’effetto su chi può stare davanti alla tv a metà mattina. Ma scontenta gli appassionati di pallavolo e di pallacanestro che vogliono vedere le partite per intero, possibilmente non intervallate da break pubblicitari. Rai 2, la cosiddetta «rete olimpica», fa quello che può, soddisfacendo i telespettatori di bocca buona. Ma l’errore è a monte, compiuto dai massimi dirigenti dell’azienda. La Rai dispone di un canale di Rai Sport che, come informa su Twitter il collega Claudio Plazzotta, non ha acquistato i diritti dei Giochi, e di Rai Play che avrebbe potuto acquisire da Discovery quelli per la trasmissione in streaming. Ma il servizio pubblico ha fatto una scelta al risparmio. E, per allargare la visuale, l’ha fatta anche Sky Italia, pur disponendo nella sua piattaforma dei due canali di Eurosport. Che invece sono visibili su Amazon, Dazn, TimVision e Discovery+. Quest’ultima piattaforma trasmette tutto in diretta, alcuni eventi con telecronaca e commenti, altri solo con le immagini live. Martedì sera, per esempio, ore 23,30 italiane, partiva la 10 chilometri di nuoto in acque libere, disciplina nella quale Rachele Bruni ha conquistato l’argento a Rio de Janeiro. Il circolo degli anelli, regolarmente in onda sulla rete olimpica, ci ha concesso fugaci finestre della gara mentre, come da copione, si commentavano i risultati della giornata già in archivio. Per seguire la prova sfortunata della nostra atleta, solo quattordicesima al traguardo, è toccato sintonizzarsi ancora su Discovery+. Dove per altro si ripara volentieri anche durante le competizioni di atletica leggera, volendo evitare gli eccessi esibizionistici di Franco Bragagna, un telecronista che non consente mai a chi lo affianca per il commento tecnico di completare una sola frase.

 

La Verità, 5 agosto 2021

Il circolo degli anelli riduce la differita da Tokyo

Diciamo la verità, con il fuso che ci rimbalza indietro di sette ore sull’orario delle gare di Tokyo, seguire queste Olimpiadi è tutt’altro che un esercizio riposante. Gran parte delle medaglie viene assegnata in piena notte e quando ci si alza i quotidiani sono già ampiamente sorpassati dagli eventi. Chi non deve andare presto al lavoro può vegliare per le gare più importanti, oppure registrarle e rivederle in differita mentre fa colazione, restando sconnesso per evitare gli spoiler del Web. Questa lunga premessa serve a dire che Tokyo 2020 che, causa Covid, stiamo vivendo in differita di un anno, è una manifestazione che anche televisivamente si fruisce in differita. Ecco perché assumono particolare rilevanza i contenitori che su Rai 2 aiutano a recuperare gli eventi agonistici, ma soprattutto le storie, i personaggi e i retroscena che vivificano le competizioni. Condotto da Alessandra De Stefano, Il circolo degli anelli è un talk show capace di mescolare competenza tecnica, approfondimento sul fattore umano degli atleti, il loro retroterra e le interviste ai familiari, madre di Federica Pellegrini compresa (tutte le sere, Rai 2, ore 21,15, share tra il 5 e il 7%, attorno al milione di telespettatori). A volte, soprattutto nella conduzione della De Stefano, volto del ciclismo di Rai Sport, affiora una narrazione molto mainstream, per esempio sulla cosiddetta «sessualizzazione» della ginnastica artistica o sul caso del ritiro di Simone Biles. Fortunatamente gli ospiti fissi del programma si chiamano Sara Simeoni, Domenico Fioravanti e Yuri Chechi, tre campioni medaglie d’oro olimpiche che, in virtù della loro esperienza, riescono a smontare con l’ironia ogni inclinazione retorica. Con i suoi brevi interventi, l’olimpionica di salto in alto è ormai diventata una figura di culto tanto che alcuni telespettatori insistono perché apra un account Instagram. Chechi, invece, non si tira indietro quando ci sono da mettere i puntini sulle i. Come quando ha criticato l’ingresso dello skate board e del surf tra le discipline olimpiche. O quando, all’ennesimo elogio di Paola Egonu, quale grande artefice dei successi della pallavolo femminile, ha sottolineato che con lei c’è tutta una squadra di primissima qualità. Ma niente dibattiti, per fortuna. Il circolo degli anelli preferisce surfare sull’onda della curiosità con gli inserti «in dad» di Ubaldo Pantani che ripropone brevi aneddoti di Olimpiadi del passato. O con le finestre da Tokyo della scrittrice Laura Imai Messina, che ogni sera ci regala piccoli assaggi fiabeschi di cultura giapponese.

 

La Verità, 29 luglio 2021

A In Onda Parenzo fa da spalla a Concita

Qui dentro è tutto nuovo tranne…». Ha esordito così Concita De Gregorio alla conduzione della nuova stagione di In onda in condominio con David Parenzo, verso il quale ha rivolto il braccio indicando l’unico elemento di continuità con le annate precedenti. In effetti, attorno al tavolo a mezza luna del talk show di La7 tira un’aria nuova. Non più le pari opportunità tra i due conduttori (il partner di Parenzo era Luca Telese) che si dividevano spazi e interventi come due soci, due complici in missione per conto dell’informazione alla romana, de sinistra, ma pur sempre con un certo grado di scapigliatura. Ora no, con l’innesto dell’editorialista di Repubblica, già direttrice dell’Unità, sembra di essere nel salone di un parrucchiere d’alto bordo, tutto bon ton e seriosità. «Tradizione e innovazione», ha replicato Parenzo all’incipit della collega. La quale, nelle prime due serate, peraltro suffragate da ospiti di rilievo – Roberto Fico e Matteo Salvini – si è assunta onere e onore dell’introduzione.

Pur con l’aria furbetta da Topo Gigio, il simpatico Parenzo appare destinato a lunghe pause al cospetto di De Gregorio che, con la postura protesa e la frequente scossa alla chioma bionda ricorda vagamente Duchessa, la mamma degli Aristogatti. Anche la prolissità vagamente autoreferenziale delle domande e la scelta cromatica della conduttrice, l’altra sera uno sgargiante arancione nello studio bianco e grigio, assegnano a Parenzo il ruolo classico della spalla. Vedremo se, strada facendo, si adatterà al copione. Nel frattempo va riconosciuto che, a differenza di quanto avviene abitualmente a Otto e mezzo, De Gregorio e Parenzo hanno lasciato argomentare Salvini sul ddl Zan, sull’immigrazione, sul destino del governo Draghi dopo la rottura tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. Essendo, però, spesso costretti a «girare pagina» per non essere travolti, come sulle manifestazioni blasfeme dei militanti Lgbt dell’ultimo Gay pride. Ma riservandosi di scuotere la testa a mo’ di dissenso. E di accreditare una mutazione politico-estetica del leader leghista, in giacca e cravatta e, curiosamente, collegato da una sala con una bella biblioteca. Tutt’altra empatia si era registrata la sera prima con Fico. Oltre a quella sulle sorti del M5s, De Gregorio aveva voluto sapere l’opinione del presidente della Camera sullo ius soli e sulla Nazionale in ginocchio… E avrebbe voluto interrogarlo anche sul ddl Zan e molti altri argomenti, come si trattasse di un’intervista one to one. Ma non ce n’era stato il tempo. Mentre c’era anche Parenzo…

 

La Verità, 1 luglio 2021