La spontaneità della Clerici non salva «Portobello»

Era comprensibilmente emozionata Antonella Clerici alla prova d’esordio di Portobello, oltre quarant’anni dopo il debutto di Enzo Tortora. L’esame era di quelli particolarmente ostici, considerato il confronto inevitabile con una delle pietre angolari della televisione degli ultimi decenni. Da lì, infatti, dalle varie rubriche di quel programma, nacquero altrettanti spin off: da Carràmba che sorpresa a I cervelloni, da Chi l’ha visto? a Stranamore, solo per citarne alcuni. La Clerici era ben consapevole dell’azzardo in cui si è infilata, tuttavia ha fortissimamente voluto scommettere sull’impresa scegliendo di abbandonare La prova del cuoco per affacciarsi in prima serata, per altro contro il solidissimo Tú sí que vales di Maria De Filippi. Coraggiosa, la Clerici, niente da dire. Il risultato è stato inequivocabile: 28.8% di share per il talent di Canale 5 contro il 20.2 del mercatino tv di Rai 1. In fondo, a ben guardare, si tratta di due programmi nazionalpopolari. Anzi, considerate le provenienze di alcuni dei concorrenti, il primo si può definire internazionalpopolare.

Non era la competizione con la concorrenza, però, a emozionare e motivare il rischio della Clerici. Bensì l’impegnativo paragone con l’illustre antenato: diversi il contesto e il linguaggio televisivo, identici in gran parte si sono rivelati gli altri ingredienti. Il pappagallo innanzitutto, la cui presenza ha suscitato eccessive critiche dagli animalisti. Poi Carlotta Mantovan, moglie di Fabrizio Frizzi, nel ruolo di guida delle telefoniste che fu di Renée Longarini (tra quelle arruolate da Tortora c’erano Paola Ferrari, Gabriella Carlucci, Carmen Russo, Eleonora Brigliadori). Le cabine per i vari inserzionisti, tra i quali spiccavano Carlo Verdone in versione rockettara alla ricerca di rarità discografiche e un meno azzeccato inventore, deciso a raddrizzare la Torre di Pisa. Uguali anche le varie rubriche, a cominciare dal «Dove sei?», con il commovente ricongiungimento tra due fratelli o la ricerca dei salvatori di un gruppo di studenti rimasti imprigionati in una grotta 35 anni fa. La Clerici si è affidata alla spontaneità, smarrimenti compresi, all’interno di un format vintage dai tempi fin troppo rallentati. L’onestà va apprezzata, ma c’è molto da limare, una volta intrapresa questa strada. Tuttavia, dopo la riedizione di Rischiatutto allestita due anni fa da Fabio Fazio, anche questa operazione, a metà fra autocelebrazione e effetto nostalgia, consolida la sensazione che l’innovazione dell’intrattenimento non sia esattamente il punto di forza di questa Rai.

La Verità, 4 ottobre 2018

Manifest e quei misteri che cambiano la vita

Quando c’è la curiosità di vedere come va a finire vuol dire che è stato fatto un buon lavoro. Poi se si raccontano bene anche le storie personali, le premesse sono buone. È partita lunedì sera Manifest, la nuova serie prodotta dal premio Oscar Robert Zemeckis che, raccogliendo sulla Nbc oltre 10 milioni di telespettatori nel giorno della messa in onda, ha registrato il miglior esordio per un drama dal debutto di Blindspot nel 2015. Da noi i 13 episodi sono visibili su Premium Stories (canale 317 di Mediaset Premium e 122 di Sky Italia) con una settimana di differenza dalla programmazione americana.

La storia ricorda da vicino la trama di Lost, motivo per cui gran parte della critica si è mostrata scettica, lamentando assenza di novità e scarsa ricerca autoriale. Anche qui i protagonisti sono un gruppo di passeggeri di un aereo. Ma mentre nel serial firmato da J.J. Abrams in seguito a un’avaria il velivolo atterrava su una misteriosa isola tropicale, qui le persone salite sul volo 828 della Montego Air partito dalla Giamaica il 7 aprile 2013, dopo una improvvisa turbolenza, tornano a casa a New York cinque anni e mezzo dopo. Per loro, però, sono passate solo le poche ore del volo. La misteriosa discrepanza temporale complica non poco le esistenze. La poliziotta Michaela che doveva sposare Jared lo trova maritato con la sua migliore amica. Cal, figlio di Ben, affetto da leucemia, può rientrare in un protocollo di cura, scoperto da Saanvi anche lei passeggera di quell’aereo, che nel frattempo ha mostrato la sua efficacia. La madre di Michaela e Ben, invece, è morta, e a loro non resta che ricordare il suo mantra: «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», dalla lettera di Paolo ai Romani, capitolo 8 versetto 28 (gli stessi numeri dell’aereo). Affiora così la componente mistery della storia. Perché, quasi fossero dei prescelti, i reduci dal volo sono trasformati e si trovano in possesso di nuove facoltà psichiche che permettono loro di prevenire eventi tragici.

Senza grandi ambizioni sperimentali e costruita su una trama semplice anche se non banale, rivolta a un pubblico in prevalenza femminile, Manifest mette a tema il senso di precarietà dell’esistenza muovendo da una domanda implicita: chi saremmo se, d’un tratto, fossimo privati delle nostre sicurezze, dei nostri affetti e dei nostri progetti? Come cambierebbe la nostra vita? A che cosa ci attaccheremmo? Interrogativi non marginali, tanto più nei tempi precari nei quali viviamo, che gli autori svolgono in chiave mistery. Registro plausibile quanto più solide resteranno le vicende dei protagonisti.

La Verità, 3 ottobre 2018

Asia e Lory, usare la tv per poter tornare in tv

Nadia Toffa, Asia Argento, Lory Del Santo: tre donne assai diverse tra loro, ma con qualcosa in comune. Nel giro di 24 ore, tra domenica e ieri sera, sono state tutte protagoniste della scena mediatica con confessioni, annunci più o meno a effetto, dichiarazioni assortite. Nadia Toffa è tornata su Italia 1 a condurre Le Iene dopo la lunga pausa cui l’hanno costretta le terapie per il cancro di cui ha diffusamente parlato nei suoi profili e nel libro di prossima uscita (Fiorire d’inverno, Mondadori). Asia Argento è stata ospite di Non è L’Arena di Massimo Giletti su La7 per replicare all’intervista a Jimmy Bennett, l’ex attore che l’accusa di averlo violentato in una camera d’albergo quand’era ancora minorenne, fornendo la sua versione dei fatti. Lory Del Santo ha spiegato al pubblico del Grande Fratello Vip il motivo per cui ritiene che il reality di Canale 5 sia «l’unico posto» nel quale sentirsi protetta e elaborare il lutto del figlio Loren morto suicida a 19 anni. Come si vede, tre vicende molto diverse. Ma con un minimo comun denominatore che non è solo l’appartenere a vario titolo al mondo dello spettacolo, bensì il fatto di usare la televisione come fosse un social network. Il più potente dei social network. Tra i vari dispositivi tecnologici non c’è soluzione di continuità. I messaggi, post o confessioni che siano, convergono nella stessa direzione e si distribuiscono dalla tv ai social e viceversa. Il tratto comune però non riguarda solo l’hardware, il dispositivo scelto. Ma anche il contenuto. Pure su questo la rivoluzione digitale e i social network esercitano la loro potente influenza. Detto in sintesi: il privato è pubblico. Chiara Ferragni e Fedez insegnano. Prima Facebook, e adesso in modo ancora più smart, Instagram, hanno elevato all’ennesima potenza il cambiamento. Nei social si pubblicizza la propria sfera privata. I panni, anche quelli puliti come nel caso della conduttrice delle Iene, si mostrano in pubblico. È significativo anche il fatto che protagoniste di questa tendenza siano soprattutto le donne, quasi a confermare che l’universo femminile è più interessante, o solo più bisognoso di visibilità e legittimazione di quello maschile. Si fa un post e si va in tv per parlare di una malattia, di uno scandalo sessuale, di un dolore materno. Per spiegare le proprie scelte, per aumentare i follower, per convincere i telespettatori, per portare dalla propria parte l’opinione pubblica, per mettersi al centro del villaggio e magari per ritornare in televisione. La tendenza è confermata dal proliferare di altri programmi incentrati su confessioni private, outing, rivelazioni intime…

La società dell’egolatria non sa più cos’è il pudore.

 

La Verità, 1 ottobre 2018

Tra radical chic e pop, Cattelan è mainstream

Si è aperta con una lunga e volutamente esplicita citazione di Birdman di Alejandro González Iñárritu la puntata d’esordio di E poi c’è Cattelan a teatro, primo di sei appuntamenti con Alessandro Cattelan dal Franco Parenti di Milano (Sky Uno, matedì, ore 21.15). Birdman (4 Oscar nel 2015) narra la vicenda di un attore cinematografico divenuto famoso interpretando un supereroe, ora caduto in disgrazia, che decide di dedicarsi al teatro. Inseguito da un Valerio Mastandrea truccato da supereroe che lo esorta a non montarsi la testa, Cattelan ribatte che vuole continuare a fare ciò di cui è capace, ovvero la tv. «Ma la voglio fare qui, a teatro», s’incaponisce. «Il teatro è il luogo dove la gente va a soffrire per sentirsi intelligente», lo fulmina Mastandrea. Ma non c’è niente da fare, perché il gioco dell’esperimento di Sky è proprio ribaltare la prospettiva. Di solito è il teatro che cerca una legittimazione di massa entrando nel piccolo schermo, stavolta la televisione ne cerca una intellettuale chiudendosi in un palcoscenico. Fin qui l’operazione è stimolante. Come se la caverà il linguaggio televisivo tra le quinte del Franco Parenti? I giochi e le interviste del conduttore, pardòn, dell’intrattenitore più talentuoso dell’ultima generazione, reggeranno sul palco? Dopo il prologo, il monologo di Cattelan raffina l’interrogativo: cos’è colto e cos’è di massa? Oggi va di moda il concetto di radical chic, etichetta inflazionata, usata a proposito e sproposito, appena uno si azzarda a mangiare con le posate. In realtà è una categoria larga, che accomuna persone che amano dai Baustelle a Sofia Coppola, dai dischi in vinile al sushi, dal twist al calcio, la lista è lunghissima. Al mondo radical chic va opposto il pop, come suggerisce giustappunto il nuovo numero di Studio su «Cos’è il pop italiano?», e che non c’entra nulla con il populismo. Per inciso, in copertina c’è Cattelan. Il quale, con la leggerezza e la verve che gli riconosciamo, provvede a mischiare le categorie, a rompere gli steccati, a scolorire le etichette.

In attesa di Andrea Bocelli, Chiara Ferragni, Alex Del Piero e Roberto Saviano, gli ospiti della serata erano Tommaso Paradiso, frontman dei The Giornalisti, che ha registrato un vocale di dieci minuti per Fabri Fibra, e Emily Ratajkowski, attrice e star di Instagram con 19 milioni di follower. Un vocale su Whatsapp e i post su Instagram. Forse non si capisce bene cos’è pop e cos’è radical chic, ma di certo è chiaro cos’è mainstream: Cattelan e i suoi ospiti.

 

La Verità, 27 settembre 2018

Giletti, Bennett e i dubbi sul romanzo d’appendice

Come scoop era stato presentato e scoop è stato. Per la puntata d’esordio della seconda stagione di Non è l’Arena su La7, Massimo Giletti ha intervistato Jimmy Bennett, l’accusatore di Asia Argento, che ha scelto di fornire la sua versione dei fatti in Italia (domenica ore 20,30, share del 7.1%). Quando aveva poco più di 17 anni, Bennett sarebbe stato violentato nella camera di un hotel vicino a Los Angeles. In California i rapporti sessuali con un minore di 18 anni sono reato ma, quattro anni dopo, anziché sporgere denuncia, la presunta vittima chiede un risarcimento milionario per i danni alla carriera causati dalla violenza. La vicenda ha elementi controversi. Dieci anni prima l’accusatore aveva recitato il ruolo del figlio in un film diretto e interpretato dall’accusata, a sua volta madre degenere. Anche fuori dal set lui la chiama mamma. Quando si rivedono, trascorsi dieci anni, si verifica la presunta violenza sessuale. Allorché lei diventa paladina del movimento Me too lui chiede il risarcimento. Il compagno di lei, chef di fama mondiale, paga una prima tranche per togliersi la seccatura, ma dopo qualche mese si suicida. In agosto il New York Times pubblica tutta la storia.

Con Bennett in studio, Giletti ha allestito una ricostruzione perfetta, senza cedimenti voyeuristici, ma ponendo le domande giuste. Capelli biondo platino spruzzati di rosa, giacca, jeans e sneakers, l’efebico accusatore ha risposto incrociando spesso lo sguardo con il suo avvocato, Gordon Sattro. Giletti si è confrontato con l’inattaccabilità della vittima, uno dei dogmi della società moderna, disseminando l’intervista di dubbi. A cominciare da come possa dispiegarsi la violenza di una donna se l’uomo non è consenziente, per proseguire con la richiesta tardiva del risarcimento, le foto successive al rapporto in cui Jimmy e Asia sono in atteggiamento confidenziale, la cena insieme che ha concluso la giornata. L’elemento nuovo del racconto è il fatto che la violenza sarebbe avvenuta dopo che Argento avrebbe prospettato a Bennett la partecipazione a un nuovo film. Motivo per cui, paragonandola a Harwey Weinstein, l’accusatore ha parlato di «abuso di potere». Ma anche su questo Giletti ha eccepito: da una parte c’è un produttore capo di una potente società, dall’altra un’attrice-regista molto meno accreditata. Restano dunque ancora alcuni lati oscuri in questa sorta di romanzo d’appendice moderno. In ballo ci sono l’attendibilità del ragazzo, la reputazione di un’attrice e la monoliticità di un movimento planetario. Vedremo se e come Argento replicherà.

 

La Verità, 25 settembre 2018

Lilli e il nuovo mondo. Da demolire a tutti i costi

«Vi ricordo che domani sarà in edicola il nuovo Sette con un’intervista a Maria Elena Boschi, quindi non perdetevelo». Ha chiuso così, Lilli Gruber, la puntata dell’altra sera di Otto e mezzo su La7. Oltre all’intervista all’ex ministro per le Riforme costituzionali, il magazine del Corriere della Sera diretto da Beppe Severgnini, abitualmente in studio, contiene l’abituale rubrica nella quale la stessa Gruber, sempre abitualmente, randella i populisti («Tutti i populisti mentono. Sono pericolosi e opportunisti», «La collettivizzazione del dolore conduce al peggior populismo», per citare le ultime puntate).

La nuova stagione di Otto e mezzo si è inaugurata appunto nel segno dell’abitudine e della continuità. Solito studio, solito Punto di Paolo Pagliaro, solita corte degli oracoli. Del resto, squadra che vince non si cambia. Tuttavia, c’è un però: la concorrenza di Barbara Palombelli su Rete 4 che, sebbene non la spunti in termini di share, rappresenta un’alternativa che le contende ospiti e temi. Così, intanto, nel calcolo degli ascolti Otto e mezzo ha deciso di scorporare l’anteprima dal programma. La novità principale però è il tenore della conduzione. Fin dalla puntata d’esordio, con l’intervista esclusiva a Alessandro Di Battista, la Gruber ha scelto una linea spiccatamente antigovernativa. I tasti suonati sono la subalternità del M5s alla Lega, le differenti posizioni in varie materie, l’impossibilità di realizzare le riforme economiche promesse, lo sforamento della legge di stabilità che produrrà un’apocalisse, e poi quanto mai potrà durare un governo così, l’avvento del razzismo in Italia, la crescita dei piccoli Mussolini, l’alleanza della Lega con l’estrema destra europea… Qualche giorno fa Marco Travaglio le ha risposto che di subalternità non si può parlare perché, anche se Salvini va sui giornali, alla fine i provvedimenti concreti portano la firma dei ministri grillini: il decreto dignità, la vertenza Ilva, la legge anticorruzione… In una puntata successiva anche Paolo Mieli ha detto che questo è un governo del M5s perché Giuseppe Conte è stato voluto da Luigi Di Maio, che peraltro si è tenuto le deleghe di spesa più importanti. Niente da fare, anche se gli oracoli la smentiscono, lei procede inscalfibile. E al sottosegretario alla Presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti ha chiesto a raffica: «Lei si sente di destra? Le piace stare insieme a Casa Pound? Le piacciono gli ungheresi di Orbàn? In Italia c’è un allarme razzismo?».

Il ruolo di paladina della narrazione antigovernativa bisogna sudarselo…

La Verità, 21 settembre 2018

Perché Palombelli vince il primo round con Gruber

Durerà tutta la stagione il duello tra le regine del talk show. E ci sarà dunque modo di aggiornarsi strada facendo. Per ora va registrato il successo alla prima uscita di Barbara Palombelli su Lilli Gruber: 5.2% di share (1,2 milioni di telespettatori) per Stasera Italia e 4.9% (1,1 milioni) per Otto e mezzo. Sui numeri dell’audience alchimie e programmazione dei canali concorrenti influiscono in modo diverso. Per esempio: il match della Nazionale con il Portogallo avrà portato via più telespettatori al programma di La7 o a quello di Rete 4 che ha un pubblico in prevalenza femminile? E l’assenza di break pubblicitari (se si eccettua quello di 30 secondi alle 21) quanto avrà favorito il talk della rete Mediaset? Ecco perché non vale la pena enfatizzare il risultato del primo duello. Le due sacerdotesse dell’access prime time continueranno a fronteggiarsi, diverse e speculari per stile giornalistico, antropologia ed estetica. Lilli: altoatesina e spigolosa, in uno studio asettico; Barbara: romana, senza più il microfono gelato, in un contesto un po’ incipriato. Lilli più seguita al nord, da un pubblico maturo e acculturato, di solito in maggioranza maschile (quello identificato con la doppia A dalle società di rilevamento); Barbara apprezzata in modo uniforme, ma con picchi nel centro Italia, da un pubblico più femminile e con livello d’istruzione basico.

Per ciò che si è visto nel primo round la differenza evidente è stata di vivacità e dinamismo. Rispetto alla lunga intervista con Alessandro Di Battista di Gruber, il talk di Palombelli è parso più dentro le notizie della giornata, affrontate con linguaggio semplice e diretto, non solo per la presenza di Pierluigi Bersani, Alessandro Sallusti e Ferruccio De Bortoli. La conduttrice di Otto e mezzo ha interrogato l’esponente grillino in Guatemala con l’idea di fargli prendere le distanze dal governo o almeno da Luigi Di Maio, alleato di Salvini che causa i controlli dell’Onu per razzismo e rispetto al quale il M5s è subalterno. Un’intervista molto politica, che persegue la strategia della divisione tra i partner di governo.

Più vivace il salotto di Rete 4, partito sull’ispezione dell’Onu e proseguito con il dibattito sulla chiusura domenicale dei negozi, temi introdotti da servizi ad hoc, come quello sul traffico di migranti a due passi dalla Stazione Termini di Roma. Nella seconda parte, con Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino si sono affrontati temi più leggeri, cominciando dallo storico schiaffo in diretta del 1991, per finire con le pagelle ai politici. Stasera Italia è parso un talk show di approfondimento completo.

La Paolmbelli, Renzi e il nuovo borotalk show

Dispiace per Barbara Palombelli, alla quale portiamo una ponderata dose di simpatia e affetto. Ma il suo esordio alla conduzione di Stasera Italia (Rete 4, lunedì venerdì, ore 20.30, share del 6.3% con 1,4 milioni di telespettatori) che inaugura la nuova stagione del canale si presta ad alcune considerazioni, non tutte esaltanti. Detto in sintesi: è nato il borotalk show, il talk cosparso di borotalco, nel quale lo show è quello consentito all’esibizione boriosa dell’ospite protagonista. La scelta di chiamare Matteo Renzi per il kick off equivale a un’esplicita dichiarazione d’intenti, a un manifesto, a un endorsement. Poi c’è la curiosità rivelatrice del titolo: «Renzi è tornato?». Non nel senso che l’interrogativo desti curiosità e spinga a capire, a indagare, a verificare se Renzi is back. Ma proprio nel senso di coniugare quell’interrogativo al passato. Diverso sarebbe stato chiedersi se «Renzi sta tornando?», o se «Renzi tornerà?». Ipotizzando il ritorno come qualcosa di già avvenuto la reazione del telespettatore normale è: «Mi sono perso qualcosa?». Perché, se si eccettua la campagna per la promozione del documentario su Firenze, di cui Stasera Italia si è fatto tempestivamente veicolo mostrando il nostro eroe in versione Alberto Angela, non risulta che l’ex premier sia stato autore d’iniziative che facciano supporre una ritrovata centralità politica.

Nel talk di Palombelli invece il senatore di Scandicci è centralissimo e tracimante. Le domande della conduttrice che impugna un microfono gelato molto vintage sono diradate e gli consentono di svariare dai vaccini alla bocciatura di Nicola Zingaretti fino alle gaffe di alcuni esponenti grillini. Se si toglie un «messaggio di Salvini» che restituisce al passato la stagione del renzismo, tutto è ovattato, patinato, salottiero. Avvolto in un clima rotondo, appena sbrecciato dalle domande di Peter Gomez e Luciano Fontana, coinvolti dopo la metà del programma e mai degnati di un primo piano, giusto per far capire le distanze e la centralità dell’ospite. Persino gli inserti di Indro Montanelli, altro capolavoro, si trasformano in uno sbuffo di borotalco sul protagonista.

Dispiace per Barbara Palombelli… Ne riparleremo: anche perché il duello tra Rete 4 e La7 si annuncia incandescente come già si è visto con il debutto della nuova rubrica di Dataroom di Milena Gabanelli nel tg di Enrico Mentana, poi corso a sostenere In onda. In attesa del ritorno di Otto e mezzo.

Dazn e lo streaming con obbligo di riscatto

Insomma, una delle stagioni di calcio più appassionanti degli ultimi anni è iniziata tra le proteste dei telespettatori per una lunga serie di motivi. Primo: il doppio abbonamento a Sky e a Dazn per poter vedere tutte le partite. Secondo: la latitanza di Rai e Mediaset. Terzo: la qualità dello streaming della piattaforma di Perform è lacunosa. Quarto: la app di Dazn per la tv non è ancora disponibile e, quando lo sarà, riguarderà le smart tv post 2015 o chi possiede Sky Q. Intanto, bisogna accontentarsi della visione sugli altri dispositivi. Quinto: il segnale subisce ritardi e brevi sospensioni. Sui social la frustrazione alimenta la fantasia degli insoddisfatti («Su Dazn Higuain gioca ancora nel Napoli»; «Le partite non si vedono, ma in compenso a Dazn hanno il global brand ambassador»: CR7, per la cronaca). Il risentimento è più che giustificato e sebbene la seconda giornata sia andata meglio, il rodaggio non è ancora finito. La frustrazione ha risvegliato persino la nostalgia delle partite in simultanea, della radiolina e «la cronaca differita di un tempo di una partita di Serie A» che solo al momento di sintonizzarsi si scopriva qual era.

Elencate le lagnanze, proviamo a valutare il mix di continuità e innovazione del servizio «funzionante». In un certo senso, proprio gli elementi di continuità sono la sorpresa più gradevole, in particolare il fatto che le telecronache siano affidate a voci e volti noti. Napoli Milan di sabato sera era curata da Pierluigi Pardo e e Francesco Guidolin. Probabilmente proprio la vicinanza di un commentatore tanto pacato e autorevole ha esercitato un benefico influsso sul telecronista, apparso più controllato e meno tracimante del solito, a tutto vantaggio della centralità dell’evento agonistico. Anche la telecronaca di Parma Spal di Massimo Callegari e Roberto Cravero e la conduzione dal campo di Diletta Leotta, che con Mauro Camoranesi ha gestito collegamenti e interviste con tempismo e spigliatezza, hanno garantito la comfort zone del telespettatore. Tutti insieme, conduttori, cronisti e commentatori, sembrano in prestito dalla casa madre, Mediaset o Sky che sia. Ma se per Callegari e Cravero la prosecuzione del rapporto con Mediaset appare difficile, il prestito di Pardo non inficerà la conduzione di Pressing su Canale 5 e Tiki Taka su Italia 1, mentre quello di Leotta le consentirà Il contadino cerca moglie su Fox Life. Oltre agli aspetti tecnologici dello streaming, l’assenza dello studio in favore di una fruizione agile, senza dibattiti e moviole e più vicina allo stile nordeuropeo, è l’elemento di maggior novità di Dazn.

In «Tutto può succedere» una famiglia italiana

C’è una serie trasmessa un po’ in sordina da Rai 1 sulla quale val la pena soffermarsi per tre buone ragioni. La prima è che, salvo qualche show estivo-balneare, si tratta dell’unico prodotto non in replica messo in campo in queste settimane da Rai 1. La seconda è che, come documentano gli ascolti, è una valida alternativa al palinsesto unico dei Mondiali di calcio. L’ultima, e forse più importante ragione, è che rappresenta un’eccezione alla narrazione proposta dagli autori più gettonati (Una grande famiglia, Romanzo famigliare), secondo i quali la famiglia italiana è sempre più politicamente corretta. La serie s’intitola Tutto può succedere, è giunta alla terza stagione sebbene già dopo la prima se ne ventilava la chiusura, è prodotta da Cattleya ed è diretta da Lucio Pellegrini e Alessandro Casale (lunedì, ore 21.30, share sopra il 15%).

Protagonisti della storia sono i Ferraro, esuberante clan che vive alle porte di Roma. L’incursione dei ladri nella casa patriarcale dove vivono i nonni Ettore (Giorgio Colangeli) ed Emma (Licia Maglietta), dove sono cresciuti i quattro figli e tuttora ci si ritrova per grandi tavolate, ha minato la serenità di Emma che persegue di nascosto il progetto di cambiare casa. A scoprirlo è il figlio minore Carlo (Alessandro Tiberi) che, coalizzandosi con la sorella Sara (Maya Sansa), organizza l’opposizione. Il primogenito Alessandro (Pietro Sermonti), invece, lui così abituato ad «aggiustare le persone», è distratto dalla responsabilità dell’azienda che ha preso in mano su richiesta del fidanzato della figlia rimasto orfano, e finisce per trascurare la moglie Cristina (Camilla Filippi). Anche il matrimonio tra la secondogenita Giulia (Ana Caterina Morariu) e Luca (Fabio Ghidoni) è in pericolo… Infine ci sono i nipoti Ambra (Matilda De Angelis), Federica (Benedetta Porcaroli), Denis (Tobia De Angelis) e Max (Roberto Nocchi) che cercano di trovare ognuno la propria strada tra i primi amori e le prime intuizioni su cosa fare da grandi. Se le onde dei sentimenti e della quotidianità mettono sull’altalena i cuori e le giornate di tutti, alla fine c’è sempre quella tavolata capace di metabolizzare gli avvenimenti.

Ispirata all’americana Parenthood, Tutto può succedere non avrà l’ambizione di rivoluzionare il linguaggio della serialità moderna né, per una volta, l’obiettivo di anticipare la famiglia al tempo del gender, ma di sicuro ha il merito di fotografare con grazia lo spirito della famiglia italiana contemporanea, con le sue caotiche e fantasiose risorse di schiettezza e umanità.

La Verità, 27 giugno 2018