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Domina, un gioco di ruolo della «confuse culture»

La Roma di Cesare Augusto raccontata come un grande gioco di ruolo. È questo il senso di Domina, la serie Sky original italo-britannica visibile su Sky e Now dal 14 maggio. Otto episodi di un’ora ciascuno ideati e scritti da Simon Burke (Fortitude, Strike back) e interpretati da un cast internazionale che vede Kasia Smutniak nel ruolo della protagonista Livia Drusilla, figlia di Druso Claudiano (Liam Cunnigham) e consorte di Cesare Augusto (Matthew McNulty), mentre Ben Batt è Agrippa, suo generale. Già dalla sigla lo spettatore è catturato dall’imponenza visionaria e dall’atmosfera dark che avvolge alleanze e tradimenti orditi dalla machiavellica protagonista per conservare e accrescere il suo potere. Che cosa sei in grado di escogitare per annientare i nemici e issarti al vertice dell’impero? Sfarzosa nei costumi e potente nelle scenografie, l’intenzione molto mainstream dell’opera è illuminare la figura di Livia – «l’uomo più intelligente di Roma», secondo Mecenate – e il suo ruolo di consigliera di Gaio Ottaviano (Augusto), tanto astuta da influenzarne tutta l’azione. Per alcuni studiosi, Livia è la prima first lady della storia. Ma ben oltre la storia vista dalla parte delle donne, come già in Rome e Spartacus, Domina ci mostra la capitale della civiltà come una sentina di corruzione e depravazione, ignorando figure coeve come Vitruvio e Virgilio, solo per citarne alcune.

Dopo il suicidio del padre in seguito alla sconfitta nella battaglia di Filippi e l’esilio in Sicilia, Livia fa ritorno a Roma e sposa Gaio Ottaviano per garantire a Druso e Tiberio, figli di primo letto, un avvenire al vertice della repubblica. Per essere realizzato, il piano richiede la maturazione degli acerbi eredi e soprattutto l’eliminazione, spesso violenta, dei tanti rivali che si frappongono. La dimora di Ottaviano, in conflitto con una parte del Senato e le donne gelose di Livia, diviene così crogiolo di cospirazioni, intrighi e dissoluzioni, consumate con l’aiuto della devota Antigone (Colette Tchantcho), ancella di colore promossa libera cittadina ed esecutrice del lavoro sporco per conto dell’amica e padrona. Una figura di cui non si hanno conferme dagli storici. Ma alla quale gli sceneggiatori fanno replicare a Livia che vuole proteggerla: «Io non voglio essere protetta, voglio essere inclusa». Sarà questa l’agognata contemporaneità della narrazione? Magari rafforzata dal moderno intercalare dei patrizi romani condito di «Cazzo!» e «Sono cazzate!»?

Dopo il Leonardo targato Rai, con Domina di Sky prosegue la marcia nella fiction popolare della «confuse culture».

 

La Verità, 25 maggio 2021