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Con Argentero-Ligas il legal sconfina al Nord

C’è un avvocato a Milano e, nel piccolo mondo della fiction nostrana, è una notizia. Ma bisogna sintonizzarsi su Sky perché tutta la giustizia seriale, made in Rai 1, gravita nel Centrosud. Il Guerrieri di GassmannCarofiglio esercita a Bari, Imma Tataranni – Sostituto procuratore a Matera e Roberta Valente (è) notaio in Sorrento (localizzazione specificata nel titolo). Prima di lei, è vero, arriverà Uno sbirro in Appennino (quello bolognese) con Claudio Bisio, ma qui siamo nel poliziesco. Finora il legal ha avuto sempre l’accento meridionale, merito delle Film commission, probabilmente, premiate dall’indotto turistico a cascata. Fatto sta che Avvocato Ligas, sei episodi appena conclusi e forse più godibili con la visione sequenziale, è una piacevole eccezione.
L’aria di novità si respira fin dalle prime inquadrature tra i grattacieli della City milanese, alternate alla facciata dell’arcinoto Palazzo di giustizia, incombente davanti al protagonista ripreso di spalle ai piedi della scalinata. Poi la faccia di Luca Argentero, particolarmente a proprio agio in doppiopetto di rappresentanza, mentre ammicca alle colleghe nelle aule del tribunale. Tra la frequentazione del gin tonic e quella del sesso debole che pregiudica il rapporto con la moglie (Gaia Messerklinger), la vita privata scorre burrascosa. Ancor più dopo che, alla festa di compleanno della figlia, ha assestato un cazzotto all’amante di lei, il fascinoso Raz Degan. Quella professionale rischia anch’essa di interrompersi quando l’arcigno capo dello studio legale lo becca a letto con sua moglie. Brillante, carismatico, intuitivo, pronto a ricorrere a metodi borderline usando amicizie e rapporti con i media, con l’aiuto della giovane e idealista praticante (Marina Occhionero) Ligas accetta una serie di casi semi disperati riuscendo a ribaltare situazioni compromesse. La faccia di questo sornione principe del foro riempie i telegiornali, irrita i pm, puntualmente sconfitti dai colpi di scena del geniale avvocato circondato dall’alone di imbattibilità e dalla fama di spregiudicatezza.
Diretta da Fabio Paladini, prodotta da Sky Studios con Fabula Pictures, tratta da Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti di Gianluca Ferraris (Corbaccio), il pregio principale della serie è il tono schietto, per niente piagnone e senza implicazioni ideologiche se si fa eccezione per il fugace accenno biografico in cui Ligas manifesta la sua inclinazione compassionevole: «Preferisco difendere piuttosto che giudicare». Si aspetta la conferma della seconda stagione.

 

La Verità, 5 aprile 2026

The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

L’arte di Golino, feuilleton con ambizioni d’autrice

Dopo la serie ispirata da M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in omaggio al fascismo eterno, seconda produzione in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Sky manda in onda L’arte della gioia, sei episodi tratti dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, consacrati all’affermazione senza se e senza ma della fluidità.

Siamo nella Sicilia d’inizio Novecento e nel monastero dove una bambina – unica superstite del rogo della sua casa seguito a una violenza domestica – viene accolta da suore solerti ma perplesse, fede e devozione sono poco più che soprammobili. Le monache, infatti, sono impegnate soprattutto a combattere le tentazioni e a infliggere punizioni a chi trasgredisce le regole. La prima delle quali sarebbe che in quell’istituto le vocazioni sono correlate al censo. Perciò Modesta (Tecla Insolia), un nome che ne rivela le origini ma ne maschera la tempra, non potrebbe aspirare alla vita consacrata, non fosse per la magnanimità dell’ambigua madre superiora (Jasmine Trinca), zelante nell’imporre l’eccezione. Tuttavia, per quanto ci si adoperi, la selvaggia istintività dell’adolescente confligge con l’ordine costituito, scatenando turbamenti e ritorsioni. Non resta che arrendersi all’assenza della vocazione e dirottare i servizi della ragazza nella tenuta di campagna della decadente principessa Gaia Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), gestita da figli e servitori, ognuno con i propri misteri, a cominciare dal custode don Carmine (Guido Caprino). Tra statue e affreschi, Modesta ribattezzata Modì (come maudit), e divenuta avida lettrice dei poeti maledetti, continuerà a gestire sfrontatamente e sagacemente la sua sensualità non binaria, vero segreto dell’arte della gioia.

Furbamente costruita con i caratteri del romanzo d’appendice, confezionata con fotografia e scenografia vellutate e molto ben recitata dal cast in grandissima parte femminile, la storia trae vantaggio dall’alone di libro maledetto, consolidato dalla travagliata pubblicazione postuma nel 1998, a 22 anni dalla prima stesura. È facile immaginare che persino nei formidabili anni Settanta la vicenda di una ragazzina bisessuale nata il primo gennaio del 1900 che, pur di soddisfare le proprie vulcaniche passioni non esitava a lasciarsi dietro una scia di cadaveri, potesse risultare un tantino scabrosa. Oggi, invece, può essere proposta con tutti gli onori come la storia di un’eroina oppressa, ma anticipatrice della lotta contro i vecchi stereotipi. Purtroppo in forza di altri, nuovi, ma ugualmente ingombranti.

 

La Verità, 13 marzo 2025

«M» cita Trump e sostiene che il fascismo è tra noi

Avendo visto tutti gli 8 episodi, ripubblico l’articolo, scritto in occasione dell’anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, su M – Il figlio del secolo, la serie di cui da venerdì 10 gennaio sono visibili su Sky i primi due capitoli. 

Fumettistico. Eccessivo. Esagerato. Questo M – Il figlio del secolo, regia di Joe Wright, prodotto da Sky Studios e Lorenzo Mieli per The Apartment (gruppo Fremantle), presentato fuori concorso in anteprima mondiale alla Mostra del cinema di Venezia, è, a sua volta, figlio di un’ossessione, di un terrore che fa vedere il fascismo tuttora presente, risorgente, magmatico fiume carsico della politica e del suo fondo nero, paludoso e reincarnantesi ovunque negli autocrati, nei dittatori, nei leader sovranisti contemporanei (come paventa 2073, documentario dell’inglese Asif Kapadia, che annovera Putin, Berlusconi, Milei, Modi, Meloni e Bolsonaro tra i responsabili della prossima apocalisse planetaria). «Mi avete amato, mi avete odiato, mi avete ridicolizzato. Avete scempiati i miei resti perché di quel folle amore avevate paura, anche da morto. Ma ditemi», chiede ora il Duce rivolgendosi ai posteri dalla tomba al termine del prologo del primo episodio della serie: «A cosa è servito? Guardatevi attorno: siamo ancora tra voi». È la ragione sociale, si potrebbe dire militante, di questo lavoro in otto capitoli tratti dalla biografia firmata da Antonio Scurati, un nome una garanzia, che arriveranno in esclusiva su Sky e Now all’inizio del 2025: dire che il fascismo è eterno e che i fascismi ramificano tra noi, in tutto l’Occidente. Qui e ora.

Sebbene il capo degli sceneggiatori, Stefano Bises, neghi l’esistenza di una ragione sociale, poi fa riferimento a «un dato di fatto. Dovunque, nel mondo, si assiste al riemergere di questa realtà rimasta sommersa e che ora rispunta anche sotto forma di rifiuto dell’oppressione. Del resto, il fascismo è il brand più duraturo mai creato dall’Italia». All’incontro con i giornalisti compare anche l’ispiratore. «Credo che lo spettro del fascismo si aggiri ancora per l’Europa. Ma non sono io a evocarlo, sono altre forze a richiamarlo in vita», scandisce di sua sponte Scurati. Il riferimento suona ampio e generico. Oppure potrebbe riguardare il recente voto in Turingia e Sassonia. Chissà, nell’incertezza scoppiano gli applausi perché la chiamata all’antifascismo galvanizza sempre. Ne fa professione di fede anche Luca Marinelli che impersona il Duce abbondando in cantilena romagnola e difettando in alterigia. «Per approcciarmi al personaggio ho sospeso il giudizio nei suoi confronti per sette mesi, il tempo della lavorazione. Ma per me, che sono antifascista e vengo da una famiglia antifascista, è stata una delle esperienze più dolorose della mia vita».
Tuttavia, il suo Mussolini, figlio di un’ossessione, risulta inevitabilmente troppo. Tracimante, tracotante, chiacchierone, al limite del macchiettistico, soprattutto nei primi episodi che dal 1919 ci conducono alla Marcia su Roma e al contemporaneo incarico di governo affidatogli da Vittorio Emanuele III (Vincenzo Nemolato) dopo la rapida caduta di Luigi Facta. «Questo è un progetto partito sei anni fa», rivela Lorenzo Mieli, «quando Scurati ce l’ha sottoposto e noi abbiamo subito raccolto l’idea, scoprendo che al cinema e in televisione c’erano prodotti riguardanti gli ultimi anni del fascismo, ma quasi niente sulla genesi e la formazione di questa rivoluzione preoccupante e pericolosa». Così, vediamo un giovane Mussolini direttore del Giornale del popolo percorrere affannosamente cunicoli scuri, quasi inseguisse i fatti. Sempre eccitato, consuma amplessi a ritmo sfrenato. Sdraiato su un tavolo, fissa allucinato una bomba a mano che rotea all’infinito, mentre le camicie nere compiono le loro barbarie spaccaossa. Patisce il complesso di Gabriele D’Annunzio (Paolo Pierobon) e si fa guidare da Margherita Sarfatti (Barbara Chichiarelli) che rischiara la via con minimi ritocchi. «Noi vogliamo» al posto di «Noi chiediamo», in un editoriale del Giornale del popolo. E il Vate non è «un padre», ma «una spina nel fianco: da togliere», mettendo fine all’impresa di Fiume.
«Io sono come le bestie, sento il tempo che viene. E questo è il mio tempo», annuncia lui rivolto alla camera come Kevin Spacey in House of cards. Ma non è né una sottolineatura delle sue doti affabulatorie né un tentativo di psicanalizzarlo. «È il modo in cui parla direttamente allo spettatore, svelando i pensieri che ha sempre cambiato, ingannando famigliari, collaboratori, compagni», spiega Wright.
La nuova versione è: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene e questo non è ancora il mio». Ma arriverà il momento degli uomini forti e delle idee semplici. «La storia si fa con gli ultimi. Mettendogli in mano le bombe, le rivoltelle e, se occorre, le matite elettorali». Entrato finalmente in Parlamento, ecco la versione definitiva: «Io sono come le bestie, sento il tempo che viene, e non importa come, ma il mio tempo è arrivato. E pazienza se sono diventato l’uomo che odiavo da ragazzo. Io sono una bestia coerente, ho sempre tradito tutti, tradisco anche me stesso».
M – il figlio del secolo, «il più importante progetto realizzato da Sky», assicura Nils Hartman di Sky studios, è una serie contemporanea e pop, con la colonna sonora dei Chemical Brothers, notturna e cupa, splatter con le camicie nere, dalle tinte bellocchiane non solo quando compare  Ida Dalser, prima moglie che diede un figlio al Duce che la fa internare in manicomio (sul caso Marco Bellocchio diresse Vincere ndr). Così, il capopopolo dei prodromi si trasforma in «stratega», «prestigiatore», «trasformista», come avverte, anticipando le mosse allo spettatore. «Make Italy Great Again», dice a un certo punto un Mussolini trumpiano. Ma conservare il potere è più difficile che fare la rivoluzione. Ancora di più controllare la bestialità delle squadracce di Italo Balbo (Lorenzo Zurzolo). Affiorano i dissidi, si addensano i fantasmi, lo assediano le donne. A chi gli chiede come sia riuscito a raccontare insieme sia il Mussolini uomo che il Mussolini politico, il regista risponde: «Non è stato difficile perché sono inscindibili. Il fascismo è la politicizzazione della mascolinità tossica». E il cerchio si chiude.

 

La Verità, 6 settembre 2024

Tutti pazzi per la serie apocalittica in salsa woke

Presentato come l’evento televisivo dell’anno, come la serie dalla quale non avremmo potuto staccarci, alla fine The Last of Us è solo l’adattamento in salsa woke dell’omonimo videogioco creato dallo studio americano Naughty dog. Un videogioco tutto sommato elementare che, tuttavia o, in realtà proprio per questo, è riuscito a catalizzare l’interesse di milioni di adolescenti un po’ in tutto il mondo. Mentre già si lavora alla seconda stagione della serie, lunedì è stato rilasciato l’episodio finale della prima, prodotta dalla Hbo, diramata in Italia da Sky e disponibile su Now tv. A lavorarci l’emittente americana a chiamato Craig Mazin, già creatore di Chernobyl (oltre che di alcuni Scary movie), e Neil Druckman, regista israeliano naturalizzato statunitense e autore del videogioco da cui è tratta la serie stessa.

Siamo in un’America ridotta a macerie dopo che un potente virus ha infettato gran parte dell’umanità. La diffusione avviene per il diffondersi del Cordyceps, un fungo letale che attecchisce nei corpi e trasforma gli umani in esseri feroci, pronti a sbranare chi ancora non ne è stato intaccato. Secondo la scienziata più esperta non ci sono vaccini né farmaci, solo le bombe possono evitare il propagarsi del morbo. Mentre tra quarantene controllate dalle milizie i resti dell’umanità si dividono in bande, il capo delle «Luci« Marlene (Merle Dandridge) affida all’ombroso Joel (Pedro Pascal) il compito di trarre in salvo Ellie (Bella Ramsey), un’adolescente che, pur morsa dagli zombie, non sviluppa l’infezione. Inizia così la perigliosa transumanza della «nuova creatura» verso la terra promessa. Patria della scienza e della palingenesi? Laboratorio dove sarà creato il vaccino? Nel loro percorso, tra i frequenti assalti degli infetti, Joel ed Ellie superano i vari stadi che corrispondono ad altrettante opzioni variamente salvifiche. C’è quella dell’amore disinteressato, casualmente tra due teneri omosessuali che scelgono il suicidio di coppia. C’è quella della piccola comunità egualitaria, multietnica e multireligiosa, che sembra citare il Contratto sociale di rousseauiana memoria. E non può mancare quella della setta religiosa, fanatica e violenta forse ancor più degli zombie. Finalmente, arrivati alla meta, ecco il finale controverso ma aperto, utile ad alimentare l’attesa della prossima stagione.

Apocalittica e intrisa di citazioni, da Walking dead a La strada di Cormac McCarthy, The Last of Us è un prodotto elementare che sarebbe fuorviante paragonare con la pandemia reale e le sue caratteristiche ancora in parte inesplorate.

 

La Verità, 15 marzo 2023

Django è arrivata anche la tua ora: adesso sei fluido

Non si salva neanche Django. Nemmeno lui. Con la sua impenetrabilità. Il suo alone di mistero. L’artiglieria pronta a fare giustizia. È arrivata la sua ora. E a noi prudono le mani. L’irritazione monta anche se, in fondo, lo stupore è contenuto. Dopo il principe di Cenerentola, al quale si vuol vietare il bacio salvifico perché «non consensuale», e il femminicida Don Josè, che nel finale corretto dell’opera di Bizet viene giustiziato da Carmen, anche il più iconico dei nostri cowboy è caduto nella rete della narrazione woke. Sospiro di rassegnazione. Emoticon con la bocca storta. Ticchettio nervoso delle dita. Mica facile vederlo dibattersi tra le maglie della fluidità e di certe, insistenti, reminiscenze gaie senza fare una piega. «È un personaggio che ci ha permesso di resettare i codici del virile, restituendo un nuovo punto di vista sulla mascolinità», garantisce Francesca Comencini, direttrice artistica e regista dei primi quattro episodi dei dieci della nuova serie originale Sky (con Canal+, Cattleya e Atlantique productions) da stasera in onda sulla pay tv e in streaming su Now. «Un lupo solitario pieno di misteri e ferite, con un cuore caldo, quasi incandescente, in una cornice molto fredda», assicura sempre la regista. Del resto produttori, sceneggiatori e anche Matthias Schoenaerts, l’attore protagonista, sono convinti che pochi generi (cinematografici) si adattino come il western a superare confini e infrangere regole. E quindi, vai con la rivisitazione dei generi, quelli «semplicisticamente» binari.

Si diceva che, in fondo, lo stupore è contenuto. Dalle parti della perfida Albione i prelati della Chiesa anglicana stanno pensando di riscrivere il Padre nostro con l’asterisco in ossequio alla neutralità gender. La cultura woke senza più argini di alcun tipo, siano i confini degli Stati nazionali o le fedi religiose, è diventata canone. E si stende automaticamente su tutto. Usciamo ammaccati dall’ultimo Festival di Sanremo che ha esaltato la fluidità gender davanti a milioni di telespettatori, conclamando quello che ormai si vede in modo sempre meno furtivo nelle campagne pubblicitarie dei prodotti più cool. Non c’è spot di auto e di cellulari senza un bacio lesbo. Per contro, i concorsi di bellezza sono considerati retrogradi – vedi l’oscurantismo che ha colpito Miss Italia – se non si mostrano inclusivi annoverando qualche trans.

«Negli hotel del Sudamerica e del Giappone, scrivevano direttamente Django, non Franco Nero», ci ha rivelato in un’intervista l’interprete originale. E ancora: «L’eroe del west non si sa da dove viene e dove va».

Come lui, anche questo Django compare qualche anno dopo la fine della guerra di secessione trascinando una bara. Ma all’opposto della figura misteriosa e violenta che abbiamo visto nel film di Sergio Corbucci (1966) che ha ispirato la versione Unchained di Quentin Tarantino (2012), questo solitario, più agnello che lupo, incline alla tenerezza e alle sfumature sentimentali, con capelli e cappello che lo fanno somigliare a Raz Degan, è pieno di passato, di conti da aggiustare, turbamenti, traumi, soprusi subiti. Un personaggio da interviste di Vanity Fair. Con coming out annessi. Infatti, chiacchiera molto. Argomenta. Con frasi da talent show («tutti hanno diritto di avere una seconda chance»), giustificati da storie sofferte, maltrattamenti… Il padre era un ubriacone, anche se nel rude west del 1872 adesso si dice «alcolizzato». E lui, a sua volta, ora cerca di farsi perdonare dalla figlia che non ne vuole sapere. E che vive a New Babylon, una città libera, multietnica, costruita sul fondo di un cratere, e vuole sposarne il fondatore (Nicholas Pinnock). Dall’altra parte ci sono i cattivi, fanatici religiosi tenuti in pugno dalla spietata schiavista (Noomi Rapace), una summa di malvagità all’ennesima potenza. Però, oltre il manicheismo da terza elementare, quando entra in scena lui, il western torna esistenziale, come si usa da un po’ per tentare di resuscitare il genere. Purtroppo con dialoghi di anacronistica banalità: «Se vuoi restare qui devi avere una visione. Un uomo che non sa sognare è un uomo perduto», gli dice il fondatore della comunità dopo che Django ha preso a scazzottate il campione locale. A completare la galleria c’è anche Manuel Agnelli con fluente capigliatura corvina e barba candida, chissà se anche lui per qualche trauma subito.

Quello da cui Django stenta a emanciparsi è il sentimento per il cognato Elijah, con il quale si scambia effusioni alla maniera dei due mandriani dei Segreti di Brokeback mountain, opera prima del gay western. Solo che quelli erano frutto di pura invenzione, creati apposta per infrangere il luogo comune e stupire i perbenisti. Invece Django ha una storia, è l’archetipo della mascolinità. Chissà che cosa ne pensa Franco Nero, qui arruolato per un cameo nei panni del Reverendo Jan. E chissà che cosa starà facendo nella tomba il buon Corbucci e cosa ne penserebbero John Wayne e John Ford. O per venire più vicino a noi, Eastwood e Tarantino. Forse è arrivato il momento di innescare una cultura woke al contrario. E di risvegliare il vecchio Clint e lo scorretto Quentin. Aiutooooo. Ci siete?

 

La Verità, 17 febbraio 2023

 

Una serie sull’ombelico del cinema italiano

Fazismo e Vanity Fair, che sono la stessa cosa; veltronismo e festival del cinema, idem: Call my agent – Italia, remake della francese Dix pour cent, diramata da Netflix e ambientata in un’agenzia cinematografica di promozione dei migliori attori e artisti del bigoncio, è la nuova serie che piace alla gente che piace. Sono tutti in visibilio, gli addetti ai lavori, perché funzionano la sceneggiatura, la regia, il cast farcito di guest star, da Paola Cortellesi a Pierfrancesco Favino, da Stefano Accorsi a Paolo Sorrentino, ognuno nella parte di sé stesso, ognuno che – senza prevaricare i veri protagonisti del racconto che sono, appunto, i loro agenti – dà il titolo all’episodio. Prodotta da Sky studios e Palomar, con la regia di Luca Ribuoli e la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan, Call my agent – Italia ha entusiasmato i critici al completo. E se qualcuno (Marco Giusti) ha pignoleggiato sulla costruzione della storia, radicata nella Roma cinematografica e nel quartiere Prati delle sedi Rai, è perché alla fine Sky non poteva troppo indugiare sul contesto logistico, geografico, infine culturale di quel demi-monde che ha nella tv pubblica il suo epicentro. Insomma, l’agenzia Cma, dove Maurizio Lastrico (lo sfigato Gabriele), Sara Drago (l’isterica lesbica), Michele Di Mauro (lo squalo) e Marzia Ubaldi (la saggia) si affannano tra casting, set, premi e paranoie delle star sarebbe poco credibile perché poco incentrata nel suo proprio brodo di coltura. L’obiezione è sensata e coglie, forse, il tentativo di sottrarsi agli effetti nefasti dell’autoreferenzialità. Missione impossibile.

Qualche giorno fa, rispondendo a un lettore che non trovava attraente nessun film italiano in programmazione, Daniele Luttazzi scriveva: «Il cinema italiano deve spiegare, a questo punto, perché il pubblico dovrebbe uscire di casa per andare a vedere i film della solita compagnia di giro. Favino, Servillo, Abatantuono, De Sica, per dire, li ha già visti: la loro gamma emotiva quella è, da anni non hanno altro da aggiungere». Dieci attori e dieci attrici, più o meno, sempre gli stessi, fanno tutto o quasi (tra le poche eccezioni, Pupi Avati che gli attori li sceglie a modo suo e guarda caso entra di rado nell’italica premiopoli). Se già è asfissiante al cinema questa compagnia di giro, figurarsi quanto possono esserlo le paturnie dei suoi componenti nel backstage degli agenti. Non basta certo l’autoironia a rompere la gabbia del narcisismo. Ciò detto, la serie è godibile e furba. Ma il momento migliore è la tirata di Sorrentino sull’«entusiasmo immotivato, il sentimento più orrendo dell’essere umano»: sarà perché sembra presa dalla vita vera?

 

La Verità, 24 gennaio 2023

Il fascino distopico del Re del carcere di frontiera

È una storia senza cornice quella che si racconta in Il Re, la nuova serie Sky Original interpretata da Luca Zingaretti, diretta da Giuseppe Gagliardi e prodotta da Lorenzo Mieli per The Apartment con Wildside e la collaborazione di Zocotoco. Siamo dentro il carcere di San Michele, un istituto di frontiera sebbene sul mare, dove vengono rinchiusi i peggiori criminali. Più sono pericolosi e più Bruno Testori, il direttore, li accoglie volentieri. Dentro c’è di tutto, spacciatori, uxoricidi, criminali comuni, islamici, nigeriani, trans… L’uccisione del comandante delle guardie (Giorgio Colangeli), migliore amico di Testori, mette in pericolo lo strano equilibrio su cui si regge la vita del carcere. Qualche giorno dopo viene trovato impiccato anche il detenuto più influente, un ergastolano alleato del direttore. Inevitabile l’apertura di un’inchiesta affidata al pubblico ministero Laura Lombardo (Anna Bonaiuto) che inizia subito a sospettare l’esistenza di «un sistema». Troppe cose non tornano: la vita tutto sommato comoda di alcuni galeotti, l’omertà delle guardie negli interrogatori, il comportamento poco collaborativo del direttore. Ostacolare il lavoro della giustizia è un reato, lo avverte il magistrato. Della vostra giustizia che identifica la persona con il male che ha compiuto senza conoscerne la storia e le motivazioni non so che farmene, è la risposta. La verità è che «il re» governa il suo regno con metodi a loro volta fuori dalla legge. Gestisce il racket dello spaccio, ricatta i detenuti per averne informazioni, muove i fili delle guardie carcerarie promuovendo inaspettatamente l’unica donna (Isabella Ragonese), vigila su tutto ciò che avviene nelle celle con un sofisticato sistema di telecamere e cimici. Il pericolo maggiore sembra nascondersi nel gruppo di detenuti di stretta osservanza musulmana. L’idea del controllo diventa ancora più ossessiva dopo l’uccisione dell’amico. Ma il prezzo è la crisi del rapporto con la moglie (Barbora Bobulova), funzionaria dei servizi segreti, compensata solo dall’empatia che invece scorre con la figlia (Alida Baldari Calabria).

Cupa, claustrofobica e violenta, Il Re è una serie che si snoda in un luogo e in un tempo sospesi, priva di riferimenti storici o geografici esterni. La dimensione di onnipotenza, una sorta di prigione psicologica nella quale vive il direttore del carcere interpretato da Zingaretti, lontanissimo dal personaggio rassicurante di Salvo Montalbano, ne fa quasi una serie distopica.

 

La Verità, 27 marzo 2022

Muccino controlla la saga famigliare di egoismi

Ma basta con questa farsa della famiglia perfetta. Ci siamo odiati tutta la vita, ma non lo vedi come siamo ridotti? Non c’è nessuno felice qui, Alba. Né io, né te, né i nostri figli…». Pietro Ristuccia, il capostipite della famiglia romana che da cameriere è diventato imprenditore, titolare del «San Pietro», uno dei ristoranti più rinomati della Capitale, parla alla moglie al termine della serata organizzata per il suo settantesimo compleanno e fornisce la chiave di lettura di A casa tutti bene. La serie, otto episodi in onda su Sky tratti dall’omonimo film campione d’incassi nel 2018. Come nel film, anche qui la regia è di Gabriele Muccino, mentre la sceneggiatura è firmata anche da Barbara Petronio, Andrea Nobile, Gabriele Galli, Camilla Buizza.

Dunque, i festeggiamenti del burbero capofamiglia (Francesco Acquaroli) sono l’occasione per riunire figli, compagne e compagni, sorelle, cognati e nipoti. Ad accogliere tutti c’è Alba (Laura Morante), preoccupata di smussare gli angoli del marito e conciliare le varie incompatibilità. Impresa ardua. Dietro i brindisi di facciata ogni componente custodisce un segreto, un progetto, un’idea per costruire il proprio futuro e farsi strada. Il figlio maggiore (Francesco Scianna) studia investimenti nel turismo in Sardegna. La figlia più piccola (Silvia D’Amico) è turbata dal precario rapporto con il marito (Antonio Folletto), spesso lontano per presunti motivi di lavoro. Dopo tanto tempo ricompare anche il secondogenito (Simone Liberati), gravato dall’incerta carriera di scrittore e dal matrimonio in crisi. Poi c’è l’altro ramo famigliare, quello dei Mariani, ancora più disfunzionale del ceppo principale, tra l’Alzheimer di Sandro (Valerio Aprea) e la dipendenza dal poker di Riccardo (Alessio Moneta).

Sono tutte solitudini che restano incollate al ménage famigliare per abitudine e interessi, nella speranza di cavarne un guadagno, una sistemazione. «Tutti chiedono», si lamenta ancora il patriarca: per un tornaconto, per la ricerca di un miglioramento, per svoltare. In sintesi, per trovare la felicità ognuno a modo proprio. Anche a costo di tradimenti, ipocrisie, manovre inconfessabili. Se le famiglie non hanno basi solide si trasformano in covi di egoismi impazziti. Il family drama è il terreno sul quale Muccino si muove meglio, mostrando di padroneggiare tempi, linguaggi, dialoghi e recitazione del cast, indovinato soprattutto nelle figure principali. Al di là della sigla cantata da Jovanotti, l’accompagnamento musicale risulta efficace nello svelare la gamma di sentimenti dei protagonisti.

 

La Verità, 23 dicembre 2021

Gomorra, western epico senza redenzione

Dopo due anni e mezzo di pausa, ammortizzati in parte dall’Immortale, il film spin off che ha mostrato Ciro Di Marzio ancora vivo lontano da Napoli, arriva dunque la quinta stagione di Gomorra (Sky e Now tv) . L’ultimo episodio della quarta risale al maggio 2019, la pandemia era di là da venire e nel frattempo il mondo è cambiato parecchio. È il principale motivo dello scetticismo con il quale ci si può accostare alla saga molto liberamente ispirata al libro di Roberto Saviano. Che cosa ci si poteva inventare per dare corpo ad altri 10 episodi dopo i 48 che hanno permesso a Gomorra di essere venduta in 190 Paesi e piazzarsi al quinto posto della classifica del New York Times tra le produzioni non americane? Ci si è inventati molto. Al punto che dopo un paio di puntate si è di nuovo catalizzati da quel microcosmo senza redenzione e senza forze dell’ordine, fatto di bassifondi acquitrinosi, tuguri e moto che sfrecciano accanto alle auto per freddarne i passeggeri. Il merito è della sceneggiatura solidissima (Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli i capi progetto), della regia dei direttori artistici Marco d’Amore (6 episodi) e Claudio Cupellini (4), e della recitazione del cast, a cominciare da Salvatore Esposito. Tutti insieme in grado di dar vita a un grande gangster movie con elementi di western epico, tragedia greca e riferimenti biblici. I dieci episodi corrono verso il duello finale ora che l’Immortale è tornato dalla Lettonia, dopo che Gennaro Savastano ha provato, invano, a seppellirlo vivo. Troppo blande le misure di sicurezza per impedirgli la facile fuga, e proprio questo è uno dei punti deboli della trama. «Ricordati che quando io sono per strada tu sei sempre secondo. Devi pregare Dio che non esca mai di qua», è la minaccia di Ciro a Genny. E ora che il momento è arrivato lui è solo e impaurito. Nemmeno la moglie Azzurra (Ivana Lotito) è più disposta ad aiutarlo dopo che l’ha abbandonata. Ci sono i vecchi clan che insidiano le piazze dello spaccio di cui liberarsi. Ma c’è soprattutto da prepararsi alla «resa dei conti». Perché il ritorno di Ciro ridà speranza e ricompatta i perdenti della prima faida come Sangue Blu (Arturo Muselli). Nelle strade di Secondigliano si consumano tradimenti e spietate esecuzioni, mentre i due antagonisti tessono nuove alleanze, servendosi di capibastone emergenti come il memorabile ’O Munaciello (Carmine Paternoster). La già nota e riuscita confezione – gli arredi delle case dei boss, i giubbotti, le pistolettate sorde e soprattutto le musiche dei Mokadelic – perfezionano il magnetismo nel quale si è assorbiti.

 

La Verità, 21 novembre 2021