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Sossai nichilista. I David? Citofonare Castellitto

Ripensandoci, aveva proprio ragione Sergio Castellitto. I David di Donatello? «Da demolire», aveva detto, testuale, con proverbiale schiettezza. Non tanto e non solo per i comizietti, come ha giustamente notato Francesco Borgonovo su queste pagine, che hanno contrappuntato l’estenuante serata condotta da un incontenibile Flavio Insinna. Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente. L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.

 

La Verità, 10 maggio 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

Minetti, Venezi, Biennale… ma arriva il decreto Lavoro

Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidiano a Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore. Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua sauadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie.
Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia. Lo stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dalla segretaria del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra. Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli.
Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale.
Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.

 

La Verità, 30 aprile 2026

Media anti Conti, Meloni: giocano a FantaSanremo

Quest’anno tutti contro il Festival di Sanremo e Carlo Conti. In un certo senso, è una piccola rivoluzione copernicana del circo mediatico del villaggio. Cos’è successo di tanto sconvolgente, allora? Che il direttore artistico ha avuto l’ardire di invitare Andrea Pucci, un comico di destra, con qualche sconfinamento volgare. E tutti contro anche Laura Pausini, «quella che non canta Bella ciao». È noto, il mondo si divide tra quelli che la cantano, buoni giusti e frequentabili, e quelli che no. Quest’anno va così, i giornaloni hanno l’artiglieria spianata, il Festival è la punta di diamante di TeleMeloni. Ci si inventa persino la notizia del premier stasera in prima fila all’Ariston. Pare che, si dice, corre voce, si ipotizza, ci sarebbero stati abboccamenti tra emissari di Palazzo Chigi e il conduttore. Una bufala totale.

Questo è il clima e difficile che a Conti e soci basti evocare i santi in paradiso per scansare gli attacchi preordinati. «Già l’anno scorso avevo detto che il mio Festival era baudiano, ed è un’emozione condurre il primo senza di lui», dice commuovendosi quando ricorda Pippo Baudo come «maestro e faro… È doveroso dedicarlo a lui, ho fatto mettere una targhetta fuori dal mio camerino». Anche Laura cita Superpippo al quale fece la prima telefonata dopo la proposta di co-conduzione arrivata nel marzo scorso. Altre volte aveva declinato perché non si sentiva pronta. Invece la serenità di Carlo, ribattezzato Carlotan (Carlo più Lexotan) aveva fatto breccia. «Che cosa aspetti? Te lo dico da un po’», l’ha rassicurata Baudo. Quindi eccola qui, con la sua semplicità e la sua tendenza alla logorrea. Dopo Superpippo, l’altro para polemiche dovrebbe essere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha ricevuto l’intero cast sanremese qualche giorno fa e «non potevo finire meglio di così», dice il direttore artistico ricordando che il Festival, arrivato alla 76ª edizione, è solo di poco più giovane della Repubblica che ha 80 anni. Non basteranno Baudo e Mattarella a rintuzzare gli attacchi. Le polemiche possono servire anche ad alzare l’audience che preoccupa la Rai perché, a differenza degli anni scorsi, stavolta c’è la controprogrammazione Mediaset e soprattutto, stasera e domani, ci sono le partite di Champions League. Infatti, «vi auguro tante polemiche, tante tante», dice chiaro Fiorello collegato via cellulare.

Ma quella sul caso Pucci, invitato su input governativo, è presto sedata: «Quando chiamo un ospite non gli chiedo per chi vota. Mi spiace per lui, ma siamo stati tutti testimoni di cosa è successo su questo palco a un fuoriclasse come Maurizio Crozza. Quanto a me», sottolinea Conti, «in passato mi hanno dato del renziano, ora del meloniano, un giorno diranno che sono cinquestellato: sono un uomo libero e indipendente, ho svolto sempre con autonomia il mio lavoro di giullare. Preferisco che si dica che non so fare il mio mestiere che sentire che mi tirano la giacca e dicono che ho preso qualcuno per appartenenza».

Spenta per la seconda volta anche la boutade di una presenza del premier stasera all’Ariston: «È fantascienza pura pensare che io l’abbia invitata. Non ho un rapporto diretto. È una libera cittadina, se vuole acquistare un biglietto e venire può farlo», taglia corto il direttore artistico. Prima che sul suo profilo X Giorgia Meloni posti una replica ironica: «Leggo da giorni di una mia presunta partecipazione alla prima serata di Sanremo. Una notizia totalmente inventata. Eppure, dopo la smentita, il conduttore è stato nuovamente incalzato su questa mia fantomatica presenza. A questo punto forse conviene ricordare a chi inventa notizie di sana pianta che il FantaSanremo è un gioco divertente per gli appassionati del Festival. Le notizie, invece, dovrebbero restare nel mondo reale. E sono sicura che Sanremo saprà brillare senza ospiti immaginari. Perché è la più grande festa della musica italiana, e non serve infilarci a forza la polemica politica».

 

La Verità, 24 febbraio 2026

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

Cortina e Sanremo, quanto piace l’ubiquo Mattarella

Oggi tocca a Carlo Conti e Laura Pausini. L’agenda di re Sergio è fittissima. Un impegno gravoso dopo l’altro e chissà come farà «il Matta» per altri quattro anni, fino al termine del secondo mandato. Comunque. Dopo gli auspici per Sofia Goggia, ieri, in trasferta sulle nevi di Cortina, si è complimentato con Federica Brignone per la medaglia in Superg. «Ci contavo!», le ha detto, precipitandosi dalla tribuna sull’atleta a fine gara. «Io non tanto», ha sorriso lei nel tripudio degli spettatori, mentre il presidente tornava sugli spalti. Olimpia e foibe, Supergigante e referendum sulla giustizia, Alcide De Gasperi e Achille Lauro. Nessuno come lui sa unire personalità così lontane e padroneggiare materie tanto divergenti. Mattarella è il «presidente pop e top» (Mario Ajello, Il Messaggero). Ogni tocco un prodigio. Ogni parola una stilla. Eclettico, poliedrico, multitasking. Un capo dello Stato tanto in vetrina come lui non ce lo ricordiamo dai tempi di… Ecco, non ce lo ricordiamo. Sempre in prima fila. Protagonista. Risolutore. Catalizzatore. Sta bene su tutto, come il grigio. Basta ascoltare i tg o leggere i giornali e i siti online. Una passerella dietro l’altra. Una tribuna. Un palco. Un pulpito. Un’esortazione, una prolusione, una premiazione. Non gli sfugge nulla. Oggi riceverà i big del Festival di Sanremo e chissà se all’ultimo, al Quirinale o all’Ariston, spunterà anche Roberto Benigni. Del resto, ormai gli uomini del presidente decidono chi fa o non fa le telecronache delle Olimpiadi, rinominate Mattarelliadi. Dare un’occhiata ai telegiornali Rai per credere. A proposito, proprio all’Ariston di tre anni fa, alla serata d’apertura del Festival officiato da Amadeus, l’uomo del Colle apparve per applaudire il monologo del comico toscano sulla Costituzione più bella del mondo. Benigni si scoperchiò di elogi, inchini e riverenze e da allora re Sergio non si perde un riflettore o un selfie che sia uno. Un acrobata, un globetrotter delle passerelle. Le sue sono apparizioni. Come quelle dei santi. Infatti, «porta bene» (o no, Sofia?), scrive il giornalone unificato. Stende la sua grazia sulle gare degli italiani. Incoraggia, sprona, conforta. E come certi santi ha il dono dell’ubiquità. È dappertutto, contemporaneamente. A pranzo con gli atleti al Villaggio olimpico di Milano. Alla cena di gala con re, regine e capi di Stato. Alla Cerimonia inaugurale delle venticinquesime Olimpiadi invernali, ma anche a quella delle «quindicesime». «Un presidente rockstar», per l’ex capo del Cio Thomas Bach, stupito dai cori che l’hanno accolto a San Siro. Dal bagno di folla allo stadio al Quirinale per firmare il decreto di indizione del referendum sulla separazione delle carriere. In Parlamento alla commemorazione delle foibe. Al Circolo ufficiali della Marina militare di Cortina d’Ampezzo. A Casa Italia per festeggiare le medaglie di giornata evitando, però, appropriazioni indebite: «Sono degli atleti. Sono stato fortunato io a essere qui in questi giorni», precisa rispondendo al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che gli attribuisce capacità taumaturgiche.
È dovunque come Padre Pio. Anzi no, troppo brusco il frate di Pietrelcina. Come San Francesco, più soave e inclusivo. Più mainstream (purtroppo). Sorella neve e fratello Festival. Il presidente francescano. E anche un po’ bergogliano. Telefona agli atleti medagliati: «Pronto, c’è Arianna? Sei Olimpiadi e sei successi, una gara formidabile».
Il culto della personalità dilaga come un virus. Tutti pazzi per Matta. L’infodemia ha contagiato tg ammiragli e siti che predicano trasgressività e razzolano con l’establishment. I servizi dei notiziari sono un format di rosolio. Se re Sergio saluta la Goggia nel salottino del Circolo ufficiali diventa la notizia d’apertura dei tg serali. La strage in una scuola del Canada (nove morti e 27 feriti), il blocco navale per i migranti deciso dal governo e l’alleanza Italia Germania in Europa possono attendere. Sarà mica che, vista la fine del povero Auro Bulbarelli, silurato dalla telecronaca della Cerimonia d’apertura per aver anticipato il Matta a San Siro, è meglio tenersi buoni gli uomini del presidente?
Mattarella superstar nobilita ogni cosa che tocca. «Consegnato alla storia delle Olimpiadi il tram milanese pilotato da Valentino Rossi, a Cortina il presidente della Repubblica è arrivato in elicottero» (Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera). A Predazzo stanno lustrando il gatto delle nevi. «Nel pomeriggio, neanche il tempo di arrivare da Trento, dove ha inaugurato la biblioteca dell’università dedicata ad Alcide De Gasperi, che subito vuole incontrare Goggia… Mattarella ama lo sport nel profondo. Lo conosce nelle pieghe tecniche e regolamentari» (Concetto Vecchio, Repubblica). Il senso di Matta per la neve. «Emozioni e speranze, ma anche dettagli tecnici perché è un appassionato, non si perde una gara e si interessa persino dell’altezza e della compattezza della neve (Guerzoni)». «Quanto è preparato», sussurra Sofia a Buonfiglio, «ma come fa a sapere tutto?», riporta il Corrierone. Infatti. È onnisciente. Mica ha un nutrito staff che lavora per lui. Però, chissà che fatica festeggiare gli ori azzurri. «Quando sono già le 23, decide di ricevere le due ragazze, Andrea Vötter e Marion Oberhofer: “Siete state favolose!”. Inevitabile il selfie (Vecchio)».
Oggi però si inaugurano le Sanremiadi. E ci saranno Carlo con la sua abbronzatura, Laura che non canta Bella ciao e tutti i big del Festival. Insomma, il presidente pop è sempre al top. E guai a chi rompe l’incantesimo come ha fatto ieri l’ex assessore alla Cultura di Livorno, Simone Lenzi, chiedendogli su X se sia ammissibile che un Procuratore capo come Nicola Gratteri, diffami «milioni di cittadini perbene che non la pensano come lui», dicendo che «voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria».
Chissà se re Sergio risponderà. Più facile che risponda all’invito di Buonfiglio che vorrebbe averlo sempre a Cortina a «portare bene». Circola voce che Sofia Goggia preferisca l’invio di un cartonato.

 

La Verità, 13 febbraio 2026

 

«Il leader del campo largo? Lo cercano a Medjugorje»

Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete 4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino». 
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?

«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?

«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole… Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Sorrentino-Servillo e una grazia che sa di politica

Dicendolo in napoletano, la fregatura per Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la seconda o, forse, la prima coppia del cinema italiano per longevità e creatività (l’altra, molto competitiva, è quella formata da Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco Zalone) è che il Leone d’oro della Mostra di Venezia a un film sull’eutanasia l’aveva già preso l’anno prima Pedro Almodóvar con La stanza accanto. Inopportuno darne un altro quest’anno a un’opera sullo stesso tema. La grazia, da oggi in 500 sale cinematografiche, è un grande film con qualche difettuccio, uscito come un proiettile dalla testa e dalla penna del regista premio Oscar, autore unico anche della sceneggiatura, scritta già qualche anno fa e portata sul set solo nella primavera scorsa. Non ci fosse stato quel premio dell’anno prima, forse sarebbe emerso dal Lido con qualcosa più della Coppa Volpi per Servillo che, diciamolo, è bravo, certo, ma ormai, come in certe sussiegose interviste, tipo quella al Venerdì di Repubblica intitolata: «Che fai? Penso», più che interpretare recita – o celebra – sé stesso. Dietro l’ottima resa, a volte i lunghi e collaudati sodalizi hanno come effetto collaterale quello di non riuscire a fugare un retrogusto di déjà vu. Senza l’Almodóvar dell’anno prima, forse La grazia avrebbe potuto aggiudicarsi il Leone d’oro, e magari sarebbe approdato alle sale in tempo utile per competere per l’Oscar al miglior film straniero al posto del pur interessante Familia, già escluso dalla shortlist.
Tuttavia, un’opera così è sempre grasso che cola per il cinema italiano e per il dibattito sui grandi temi di attualità che il cineasta Sorrentino ha sempre il pregio di affrontare. Ad Aldo Cazzullo che lo ha intervistato ha detto che non era sua intenzione riportare l’eutanasia al centro dell’attenzione come invece suggerisce Avvenire, ma se il film «facesse da volano alla riapertura della discussione» ne sarebbe «orgoglioso». Alla Mostra di Venezia, invece, scegliendo il sottotono, ha ammesso di auspicare che il suo lavoro possa alimentare la riflessione sul tema, «ma non so se il cinema abbia ancora questo potere». Dubbio più che legittimo, sebbene per esempio il fresco primato assoluto d’incassi di Buen camino dimostri che ce l’ha, soprattutto quando è accompagnato dalla grazia della leggerezza, della semplicità e della capacità di parlare a tutti come ha la commedia firmata da Gennaro Nunziante e Luca Medici.
Restando nell’alveo del cinema intellettualmente più ambizioso – non dico d’autore perché anche Nunziante lo è alla grande – i precedenti in materia di eutanasia, oltre al citato Almodóvar sono numerosi e altisonanti, dal Denys Arcand di Le invasioni barbariche al Clint Eastwood di Million dollar baby, dal Marco Bellocchio di La bella addormentata sul caso di Eluana Englaro (sempre con Servillo) al François Ozon di È andato tutto bene. Questo per dire che il grande cinema è da sempre massicciamente schierato in favore dello staccare la spina e che le eccezioni come, per esempio, Brado di Kim Rossi Stuart, non godono delle stesse attenzioni.
La grazia di Sorrentino, si diceva, è un grande film con qualche difettuccio (un balletto pleonastico, qualche indugio autocompiaciuto) e momenti memorabili (la sfilata sul piazzale del Quirinale del presidente portoghese, le intemperanze dell’amica di De Santis interpretata da Milvia Marigliano, l’agonia del cavallo nelle scuderie del Quirinale). Soprattutto ha un’idea furba nella definizione del protagonista. Chi è davvero l’enigmatico Mariano De Santis, ritagliato sulle rughe di Servillo, il capo dello Stato ribattezzato «Cemento armato» che, giunto nell’ultimo semestre del settennato deve ugualmente firmare la legge sul fine vita e pronunciarsi sulle istanze di grazia di due detenuti? «Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani», è il vago identikit tracciato da Servillo al Lido quando l’hanno interrogato sull’identità del suo personaggio. Tagliando corto, è un misto di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (molto meno individuabili i tratti del tradizionalista Oscar Luigi Scalfaro). In sintesi, De Santis è un Mattarano, o un Napolitella. Forse più il primo del secondo perché, pur essendo democristiano di appartenenza, alla fine, davanti al dilemma morale scelto come innesco narrativo, si comporta come un presidente di sinistra o post-comunista. Davanti alla figlia, l’ottima Anna Ferzetti, pure lei fine giurista, che lo sollecita a esaminare il dossier sull’eutanasia con la domanda «di chi sono i nostri giorni?», lui si arrovella nel dubbio amletico: «Se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore». Opposto «al narcisismo» e alla tendenza «a mostrare i muscoli» come denuncia Servillo, i nostri politici dovrebbero coltivare il dubbio. Non tutti però soddisfano l’attore protagonista perché se in materia si fanno «due passi avanti e tre indietro» allora no, non va bene, spiega nelle numerose interviste, dando alla campagna promozionale un tratto di opposizione antigovernativa. Insieme alla grazia come istituto giuridico concessa dal capo dello Stato a uno dei detenuti che ne fanno richiesta, il dubbio etico-filosofico è l’atteggiamento auspicato dal titolo: «La grazia è la bellezza del dubbio», dice il Papa con rasta e scooter (Rufin Doh Zeyenouin) a De Santis. Il quale, incalzato dalla figlia, lo risolve concludendo che «i nostri giorni sono nostri», distanziandosi dal titubante presidente democristiano interpretato fino a quel momento. Insomma, comportandosi più da Napolitano che da Mattarella.
Perché un uomo che abbia una formazione cattolica sa che non è così. Che i nostri giorni non sono nostri anche solo per il fatto che veniamo al mondo senza deciderlo. Ci troviamo fatti. E, se così è, non può essere nella legge di natura disfarci. E sa anche che, fra le tante, esiste la grazia divina che «trae bellezza dalle cose brutte» (Grace, U2). Che, però, non è contemplata nel copione di Sorrentino.

 

La Verità, 15 gennaio 2026

L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

«Mattarella calpesta i limiti della Costituzione»

Sconfortato per lo stato dell’informazione in Italia e in Europa, stupito di essere tra i pochi ad allarmarsene ma deciso a dar battaglia, già ai vertici di importanti istituzioni della comunicazione, ex consigliere Rai e per vent’anni presidente di Pubblicità Progresso, Alberto Contri ha appena pubblicato La guerra della comunicazione, testo contenuto in Luce (Arca Edizioni), saggio di autori vari, tra i quali lo storico Angelo D’Orsi e la virologa Maria Rita Gismondo.
Professor Contri, in pochi giorni abbiamo registrato l’autocritica del Wall Street Journal sulle previsioni economiche sbagliate, sui dazi e sulla tenuta di Trump, la retromarcia del New York Times sui piani economici soffocanti, le politiche ambientali autodistruttive e l’immigrazione indiscriminata e il ritiro di un articolo di Nature sulle teorie del cambiamento climatico. Che cosa sta accadendo alla comunicazione mondiale?
«Forse sta iniziando a incrinarsi il blocco informativo gestito da Blackrock, il più grande fondo di investimenti mondiale che ramifica il suo potere in 500 multinazionali tra cui sei potenti network di comunicazione. Questi media, forse, lo ripeto, cominciano a realizzare che, oltre un certo limite di bugie, non si può andare perché la popolazione si rende conto della discrasia tra la realtà e la narrazione».
Sono autocritiche e ripensamenti clamorosi di testate prestigiose, come mai non se ne parla nei nostri giornali e nelle nostre televisioni?
«L’unico che le ha riprese è Federico Rampini, tra i giornalisti e analisti più indipendenti in circolazione. Le altre grandi firme ed editorialisti, in Europa e in Italia, continuano la loro routine come se niente fosse».
È curioso che testate e opinionisti in prima linea per la libertà di stampa siano invece retroguardie quando si tratta di dare notizie che implicano un ricalcolo radicale?
«Più che curioso lo definirei drammatico. È un comportamento rivelatore del fatto che costoro si muovono in base a motivazioni ideologiche o a pressioni degli editori, anche in conseguenza del miliardo che hanno ricevuto in 10 anni dall’Unione europea (fonte: Brussels’s Media Machine, Thomas Fazi ndr) – per cui bisogna parlar bene dell’Europa – e dalla presidenza del Consiglio, sotto forma di finanziamenti alla cosiddetta stampa libera. Per esempio, mi ha stupito la richiesta di questi giorni del presidente degli editori Andrea Riffeser che batte ancora cassa a Palazzo Chigi».
Questo flusso di denaro finanzia una sorta di macchina del consenso?
«La sostanza di ciò che vediamo è molto denaro offerto in cambio di una narrazione positiva delle gesta eroiche e progressive di questa Unione europea».
Che cosa pensa della vendita di Repubblica e Stampa, crolla un bastione della sinistra e dell’Italia civile?

«I nodi vengono al pettine. Se guardiamo le statistiche vediamo un crollo progressivo nella lettura dei giornali. Quello che mi stupisce è che coloro che hanno contribuito alla caduta di questi media adesso strillano per il pericolo della fine di un’informazione che libera non era. Possiamo notare il solito doppio standard, silenzio assoluto per la crisi di Stellantis che ha colpito le maestranze e grida per le testate dove lavorano».
Qual è la sua opinione sui nostri telegiornali?
«Ormai, per un osservatore dei media come me, l’ascolto dei tg è una tortura quotidiana».
Addirittura?
«La maggioranza dei nostri telegiornali risponde a una liturgia sempre uguale a sé stessa, con la voce del padrone in primo piano e poi il risibile siparietto del cosiddetto pastone politico in cui, come tante marionette, i vari esponenti politici rivendicano con frasi fatte l’apporto del loro partito a un presunto buon andamento del Paese. Anche l’opposizione è un disco rotto, con le solite figurine di Bibì e Bibò. Per il resto, molta cronaca nera, omicidi, femminicidi e tante canzoni».
Un quadro desolante.
«Fosse solo questo, da giorni in tutta Europa, in Francia, Germania, Spagna, Irlanda ma anche in Gran Bretagna, ci sono migliaia di trattori di nuovo in marcia a sostegno delle proteste degli agricoltori. In Francia da due giorni alcune autostrade sono bloccate. Solo perché la protesta è arrivata a Bruxelles la Rai ha battuto un colpo, ma niente di più».
Come se lo spiega?
«Ci dev’essere una moral suasion, i finanziamenti cui accennavo, per dire che in Europa tutto va ben, madama la marchesa».
Come mai sui social le manifestazioni dei trattori sono visibili?
«Soprattutto su X. Questo spiega l’accanimento e la recente multa di Bruxelles contro il social di Elon Musk. Non a caso, lui stesso ha dichiarato che se avesse censurato maggiormente certe notizie non sarebbe stato sanzionato. La sintesi è questa: i media che prendono denaro sono allineati, i social che non lo sono prendono le multe».
Tg e talk show sono troppo ostaggi della polarizzazione pro o contro il governo Meloni?
«Anche della polarizzazione sul Covid, la Russia, la cultura woke… Magari fosse una polarizzazione tra due poli, purtroppo se ne vede quasi solo uno».
L’ultima vittima è Limes, la rivista di geopolitca di Lucio Caracciolo?
«Certo, contestata solo per aver distinto l’analisi dalla propaganda e ospitato tutte le voci».
A che cosa si riferiva qualche giorno fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando parlava di «opachi centri di potere sottratti alla capacità normativa degli Stati»?

«Devo rispondere con circospezione e rispetto in quanto commendatore nominato da Oscar Luigi Scalfaro e grand’ufficiale della Repubblica nominato da Carlo Azeglio Ciampi. Ho il più grande rispetto della massima carica dello Stato, ma non posso buttare a mare una reputazione di 50 anni di analista della comunicazione per non rilevare che, negli ultimi anni, le esternazioni del presidente della Repubblica hanno travalicato i limiti previsti dalla Costituzione. Innanzitutto, per la frequenza eccessiva, al punto che, a volte, compare due volte nello stesso tg. Poi perché insieme a osservazioni spesso retoriche, vengono dati precisi indirizzi sia di politica estera che di politica interna. Infine, per gli elementi d’incoerenza».
Per esempio?
«Quando ha detto che “non si cambiano i confini con la forza”, forse non ricordava il suo ruolo di vicepremier nel governo D’Alema che partecipò al bombardamento del Kosovo nel 1999».
Ma gli «opachi centri di potere»?
«In questo caso c’è un’aggressione al sistema dei social network che invece si stanno rivelando vettori di verità. Mentre i media mainstream sono ritenuti detentori esclusivi di questa verità».
Il capo dello Stato che si preoccupa di opachi centri di potere gode dal canto suo di molta visibilità mediatica.
«Posso rispondere che, sul piano della tecnica della comunicazione, esternare ogni giorno che Dio manda in terra riduce automaticamente l’autorevolezza del discorso da qualunque alto pulpito esso provenga».
Se lo aspettava un Mattarella così interventista come negli ultimi tempi?
«Sinceramente no e mi ha molto stupito, come mi hanno stupito anche certi toni. Per esempio, quello del discorso agli ambasciatori in Italia era aspro e aggressivo. E persino intimidatorio quando ha detto che “non è possibile distrarsi e non sono consentiti errori”».
Quel discorso ha avuto anche una particolare tempistica?
«Pronunciato il giorno del vertice di Berlino, nel momento in cui si sta faticosamente cercando una mediazione tra Europa e America sull’Ucraina, è sembrato un intervento a gamba tesa».
Fanno bene i telegiornali a rilanciarlo con puntualità o certi servizi sono una sorta di pedaggio?

«Dimostrano una buona dose di piaggeria. Dal punto di vista tecnico, osservo che purtroppo, dati i suoi toni freddi e anaffettivi, il presidente non è assistito da una particolare grazia nel comunicare».
Tra pochi giorni lo ascolteremo nel discorso di fine anno.
«Francamente, dopo averlo ascoltato tutti i giorni non so che cosa potrà dirci di nuovo se non ribadire le sue idee politiche».
A questo proposito, ricorda che durante il governo Draghi e il Conte II Mattarella fosse così interventista?

«Mi pare che i suoi interventi fossero di meno. Inoltre, mi permetto umilmente di osservare che, essendo già un’eccezione il secondo mandato, forse una particolare prudenza in queste esternazioni sarebbe stata raccomandabile».

 

La Verità, 21 dicembre 2025