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«Bergoglio rivoluzionario, era il Papa degli atei»

Da giorni, a un anno dalla sua morte, 21 aprile 2025, assistiamo alle rievocazioni della figura di papa Francesco. Rievocazioni monocordi e poderose al punto da oscurare, per spazio ed enfasi, il contemporaneo viaggio che Leone XIV, il quale ieri l’ha ricordato a sua volta, sta compiendo in Africa. Si tratta perlopiù di ricostruzioni orientate che stupiscono solo in parte, considerato il carattere divisivo del magistero bergogliano e il dibattito in atto sulla vera eredità del «vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo».
Testi inediti, interventi, vignette e interviste in cui persone che gli sono state vicine, segretari, cardinali di curia e non, storici della Chiesa e vaticanisti si esprimono con larghezza. Una piccola star di queste commemorazioni è l’infermiere personale di Francesco, Massimiliano Strappetti, l’uomo che l’ha assistito quando fu costretto in carrozzella, assurto a piccola fama per aver confidato al Santo Padre di essere divorziato. «E qual è il problema?», gli disse, informandosi se gli facessero fare la comunione, altrimenti «ci vado a parlare io», aveva ipotizzato. Giusto, per un Papa aperto, moderno e preoccupato della vita sacramentale dei fedeli, come rivela questo retroscena. È la scena, piuttosto, la ribalta consegnataci da questa narrativa, a lasciare perplessi.
Innanzitutto, è curioso che siano testate e televisioni di intonazione laica, se non laicista, a esporsi in prima linea. Ma pure questa, a ben guardare, non è una novità. Già durante il pontificato erano i commentatori non credenti a voler spiegare ai cattolici chi fosse Francesco. Uno su tutti, Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, protagonista di un esibito rapporto privilegiato con il successore di Pietro. «Era il Papa degli atei», ha sintetizzato Javier Cercas, l’autore di Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), intervistato da Ezio Mauro nel documentario Francesco. Cronache di un papato, andato in onda su La7. È davvero così. E con un briciolo di disincanto si può cogliere che l’assenza di conversioni significative tra gli esegeti non credenti di Bergoglio va a braccetto con l’accesa difesa di Leone XIV contro Donald Trump di tanti chierichetti gauchiste dell’ultim’ora. Proprio una vignetta su Repubblica di ieri esemplifica l’idea: un Francesco con bandiera bianca come la sua veste incoraggia: «Daje Leone».
In seconda battuta, è l’interpretazione del magistero bergogliano di queste celebrazioni a destare imbarazzo. Il Papa pauperista, ambientalista, egualitarista. Il Papa che ha rovesciato la prospettiva arrivando dal Sud del mondo, «il gesuita sudamericano» (Mauro). Che mette le periferie al centro e riparte dai poveri. Il Papa che rivoluziona lo stile, riscrivendo forme e abitudini: modifica l’abbigliamento, indossa una croce di metallo, abbandona l’appartamento pontificio nel Palazzo apostolico, sceglie un’auto più modesta… Il Papa che indossa un poncho argentino sulla carrozzella sospinta dall’infermiere per visitare le tombe dei predecessori. Un Papa «in cui c’è del genio, quasi un  personaggio letterario» (Antonio Spadaro). Il Papa «del pulpito e il Papa del trono» (Alberto Melloni, storico) che vuole riformare la curia, «la sua bestia nera» (Andrea Riccardi). Ma il piano rimarrà incompiuto. Dal punto di vista dottrinale, invece, è uno che amava «sfidare il potere», secondo Yoannis Lahzi Gaid, il segretario personale, al quale fa eco Avvenire: «Francesco e le beatitudini come profezia contro i potentati». Almeno, La Stampa titola «Il nostro Francesco», ammettendo implicitamente la visione parziale. Non a caso, nessuna cita la sua battaglia contro l’aborto, definito come un omicidio per il quale «si affitta un sicario». O l’ideologia gender stigmatizzata come «un passo indietro» e come «il pericolo più brutto di oggi». Si intervistano prelati, giornalisti, intellettuali: tutti unanimemente entusiasti. Confermando così la felice definizione di qualche anno fa del grande filosofo Alain Finkielkraut: «È il sommo pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».
Per Mauro «la guerra è stata la sua ossessione e la predicazione contro la guerra l’eredità lasciata a papa Leone che ha deciso di camminare su quella strada». Bergoglio è il Papa della pace, dei migranti e della riparazione del pianeta, in perfetta armonia con l’agenda di Barack Obama, come ha osservato l’ex direttore (dissonante) di Repubblica Maurizio Molinari. Detto in altre parole, è il leader della globalizzazione e del mondialismo dell’Onu che nel frattempo inizia il suo declino.
In altre commemorazioni si sottolinea l’impegno degli ultimi anni per la «Chiesa sinodale» (cardinal Óscar Rodríguez Maradiaga). Qualcosa che risulta tuttora sfuggente e teorico allo stesso tempo. A Mauro che gli chiede se Francesco sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il cardinal Matteo Zuppi dice che, avendo lasciato diverse riforme da completare, è stato soprattutto un rivoluzionario. Sarà. Ma, a proposito di Chiesa sinodale e dello stato generale del popolo di Dio, balzano agli occhi più le realtà indebolite rispetto a quelle costruite e potenziate. Un esempio su tutti sono i movimenti, da Comunione e liberazione ai Focolari all’Opus dei, oggetto di pesanti interventi e massicce revisioni. Disconoscendo il fatto che, pur se bisognosi di correzioni, essendo nati nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, sono una modalità molto contemporanea di presenza della Chiesa nel mondo.
Ma di questo, nelle tante elegie di questi giorni, non c’è alcuna traccia.

 

La Verità, 22 aprile 2026

Il Papa mediatico che ha sminuito il soglio di Pietro

Il Papa informale. Il Santo padre della normalità. Il capo della Chiesa ordinario. Sul piano dei segni, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio può essere definito con formule vagamente aporetiche. Paradossali e contraddittorie. È stato il primo gesuita a diventare Papa e il primo a chiamarsi Francesco. Tra le molte caratteristiche dei suoi dodici anni di papato ce n’è una, apparentemente esteriore, rimasta invariata dall’inizio alla fine quasi fosse uno degli obiettivi principali, per la quale sarà a lungo ricordato. È l’azione sminuente, l’intento ridimensionatorio, la riduzione dell’eccezionalità del successore di Pietro. Se ne ebbe immediata percezione fin dalla sera stessa della proclamazione dal balcone di San Pietro, era il 13 marzo 2013: «Fratelli e sorelle, buonasera». Quel saluto così familiare, che suscitò l’ovazione della folla sulla piazza dopo la fumata bianca, conteneva già in nuce i tratti spiccatamente orizzontali che papa Francesco avrebbe dato alla sua comunicazione. Era iniziata una robusta e controversa revisione della figura del Pontefice. Non più il Capo del popolo di Dio e il Vicario di Cristo in terra, ma appunto, «il vescovo della chiesa di Roma». Concetto ribadito anche quando chiese ai presenti di pregare sia per «il vescovo emerito Benedetto XVI» che per sé stesso.
Da Papa, parola mai pronunciata in quell’occasione, a vescovo. Un declassamento oggettivo. La scomparsa dell’orizzonte universale dell’autorità a vantaggio di una dimensione provinciale. Una retrocessione gerarchica simbolica voluta per avvicinare la figura del Pontefice ai fedeli, alla Chiesa del popolo di cui Bergoglio si riteneva espressione.
Quella sera aveva deciso di continuare a portare al collo la croce d’argento del Buon Pastore adottata quand’era cardinale di Buenos Aires e di non indossare il crocifisso di metallo più pregiato usato dai suoi predecessori. Passarono pochi giorni e un’altra scelta ne divulgò il senso di assoluta normalità. Fu quando annunciò che avrebbe vissuto nella Casa Santa Marta, l’albergo vicino a San Pietro dove tradizionalmente alloggiavano i cardinali in trasferta a Roma per i lavori del conclave. Ci fu chi disse che aveva preso quella decisione per «motivi psichiatrici». Detto meno prosaicamente, si trattava della preferenza per una vita comunitaria rispetto all’isolamento e al lusso degli appartamenti pontifici.
Nei primi anni del pontificato alcune scelte furono di rottura con il passato. Francesco aveva abitudini diverse rispetto a quelle di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II. In un misto di sobrietà e pauperismo, rifiutò calzature rosse per indossare scarpe nere, scelse una Fiat 500 al posto della Mercedes come «Papamobile». In occasione del primo viaggio pastorale in Brasile, luglio 2013, per la Giornata mondiale della gioventù, la sua foto mentre saliva la scaletta dell’aereo con in mano la cartella personale fece il giro del mondo.
Gli piaceva stupire rompendo i protocolli vaticani per andare in centro a Roma, dall’ottico a cambiare le lenti degli occhiali o dal calzolaio per acquistare le scarpe ortopediche. Gli piaceva telefonare a semplici cittadini, magari protagonisti di storie dolorose, ai quali una chiamata improvvisa – «Pronto, sono papa Francesco» – cambiava la vita. Un ragazzo autistico, una donna che sceglie di non abortire, un padre al quale erano morti due bambini, un istituto penitenziario, persone ammalate. Poi a Emma Bonino, leader radicale e ad alcuni programmi televisivi.
Dopo il primo incontro e la controversa intervista concessa a Eugenio Scalfari, che aveva l’abitudine di riportare la conversazione esclusivamente in base alla sua memoria venendo puntualmente corretto dall’ufficio stampa vaticano, con il passare del tempo il rapporto con i media divenne una delle sue grandi passioni. Soprattutto se si trattava di dialogare con testate laiche. Allentato il rapporto con il fondatore di Repubblica, il posto d’interlocutore privilegiato nei media mainstream fu preso da Fabio Fazio. Nel marzo del 2020, in piena quarantena per il Covid, intervistato sempre da Repubblica, disse di essere stato colpito proprio dalle riflessioni scritte sul quotidiano dal conduttore di Che tempo che fa. Eravamo passati da Ratzinger che citava Sant’Agostino a Bergoglio che promuoveva a maestro Fabio Fazio. Fortunatamente, una decina di giorni dopo, Francesco recuperò la dimensione planetaria della sua carica facendosi interprete della sofferenza del mondo in una drammatica preghiera sul sagrato deserto di San Pietro. Più ancora delle encicliche, delle lettere pastorali e degli inviti alla pace e al disarmo, forse è stato quello il gesto la comunicazione più potente del suo pontificato. Quello per il quale, complice la singolarità del momento che l’umanità attraversava, verrà ricordato. Certamente molto più della sua ultima e dimenticabile apparizione televisiva, il 12 febbraio scorso all’Ariston durante il Festival di Sanremo, due giorni prima di essere ricoverato al policlinico Gemelli. E ancor più della sua bizzarra uscita a San Pietro, indossando un poncho sopra pantaloni da pensionato argentino.
Frequentava ambienti e situazioni mainstream perché voleva essere il Papa della porta accanto. Perché voleva mostrarsi il Papa del popolo. Anzi, del pueblo. Un Papa informale. Tuttavia, forse si può dire che nel cristianesimo la forma è sostanza perché il divino si è incarnato. Quanto alla sua stessa carica, deriva dall’investitura di Cristo a Pietro, Vicario terreno, rappresentante dello Sposo della Chiesa. E, considerati lo spirito del tempo immolato al nichilismo, l’avvento della società liquida, il ritorno delle guerre e l’esplosione delle pandemie, il bisogno di autorità sicure e incrollabili emerge ancora più drammatico e assoluto. Perché, in questa situazione, abbassarsi rischiando di omologarsi al pensiero unico e al mondialismo indistinto?

 

La Verità, 22 aprile 2025

«Il Papa vuole essere pop come un influencer»

Atti impuri. Argomento scabroso, teologicamente incandescente e attualissimo. Ha a che fare con la dottrina della sessualità e del matrimonio. Con il ruolo della donna e i rapporti nelle coppie dello stesso sesso. Con gli abusi e le violenze dei preti e la pedofilia: ferite apertissime nella Chiesa. Se ne occupa in Atti impuri, appunto, per Laterza, la storica e femminista Lucetta Scaraffia, con approccio distaccato e chirurgico.

Da che cosa nasce questo saggio?

«Dalla scoperta che l’unico dei Dieci comandamenti che ha cambiato formulazione è il sesto, ed è quello che riguarda il comportamento sessuale. Ha smesso di essere “Non commettere adulterio” ed è diventato “Non commettere atti impuri”. Il cambiamento è avvenuto nel Cinquecento e solo nel 1992 è tornato alla formulazione originale».

Qual è lo scopo del libro?

«Trovare le radici dell’atteggiamento della Chiesa di fronte agli abusi sessuali. La Chiesa ha dimostrato una grande difficoltà a risarcire le vittime. Anzi, ancor prima, ad accettare che esistano. Il suo sguardo è concentrato sul colpevole, che diventa peccatore in quanto ha trasgredito il sesto comandamento».

Perché preferisce la formulazione: «Non commettere adulterio»?

«Perché allude a una rete di rapporti sociali. Allude alla rottura di un legame di fiducia all’interno di una famiglia e di una comunità».

Non rischia di essere ripetitiva del nono comandamento: «Non desiderare la donna d’altri»?

«Certo. Però l’adulterio è un fatto, una realtà che avviene e danneggia i rapporti sociali. Quello trattato nel nono comandamento è un peccato di intenzione e di desiderio».

Che ha una radice nel vangelo di Matteo: «Chi guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio in cuor suo».

«Perché, in realtà, i desideri tendono a realizzarsi».

La formulazione è cambiata quando è insorta la variegata casistica di trasgressioni che riguardano la sessualità e il rispetto del corpo «tempio di Dio»?

«La formulazione diventa “Non commettere atti impuri” quando l’attenzione si sposta solo sull’individuo che compie l’atto e la sessualità trasgressiva comincia a essere concepita come impurità. Quindi, il colpevole peccatore deve tornare puro. Non conta nulla la persona con cui ha commesso l’atto».

Un cambiamento di prospettiva importante.

«Fino all’epoca moderna la Chiesa controllava anche l’ordine pubblico, garantendo che nelle comunità non prevalesse la violenza. In quest’ottica i peccati più gravi erano l’ira, la superbia e l’invidia perché innescavano azioni di sopraffazione. Invece, con la nascita degli Stati nazionali, sono le istituzioni statali ad assumere il compito di garantire l’ordine pubblico. A quel punto la Chiesa si preoccupa di consolidare il suo unico ambito di supremazia, che è quello del comportamento sessuale e delle relazioni private».

«Non commettere atti impuri» equipara l’adulterio, la contraccezione, la masturbazione, l’omosessualità, la pedofilia, la prostituzione. Come si poteva formulare un comandamento per ognuno di questi peccati?

«Il problema è che vengono messi sullo stesso piano peccati che non diventano violenza verso altri, come la masturbazione e la prostituzione, e azioni come l’abuso e lo stupro nelle quali ci sono delle vittime».

L’errore è aver inglobato lo stupro e gli abusi, la violenza sul partner non consenziente?

«La Chiesa non mostra attenzione alla questione del consenso che oggi è diventata centrale nel giudicare le trasgressioni sessuali».

La Chiesa si preoccupa della conversione del cuore. Gli effetti sulla vittima e la riparazione delle conseguenze delle azioni del peccatore sono il terreno della carità e dell’azione pastorale?

«L’unico comandamento che Gesù ha lasciato è “Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi”. Questo è l’unico comandamento della tradizione cristiana. La conversione del cuore deve comprendere anche la carità e la responsabilità verso gli altri. È fondamentale per un cristiano. Questa definizione del peccato deriva da una concezione maschile della sessualità».

Perché?

«Perché per gli uomini esiste una forma di piacere anche in un rapporto di abuso e stupro, mentre per le donne no. Il sesto comandamento e il diritto canonico considerano la vittima come complice, anche se non volontaria, della trasgressione. Perché è un piacere impuro al di fuori del legame matrimoniale, l’unico accettato dalla morale cristiana».

Non riesco a vedere in che modo la Chiesa consideri complice nel piacere il non consenziente.

«La vittima non viene considerata tale. È solo una persona coinvolta nella trasgressione del sesto comandamento».

Queste debolezze attraversano parti consistenti del clero e fanno dire ad alcuni teologi e vescovi che la soluzione potrebbe essere l’abolizione del celibato dei preti e il sacerdozio femminile. Lei cosa ne pensa?

«Penso che non è una soluzione magica. Sappiamo che gli abusi avvengono anche nelle famiglie e con uomini sposati. Però nel matrimonio c’è una donna che controlla l’uomo e sta attenta a quello che combina».

Quindi è favorevole?

«Forse sì. Sarebbero meno soli, e questo è importante. Ma anche la fine del celibato avrebbe risvolti negativi. Sarebbe una soluzione a doppio taglio».

Per esempio?

«Gli interessi della famiglia potrebbero distoglierlo dalla cura dei fedeli, sia dal punto di vista finanziario che emotivo. Poi il comportamento magari trasgressivo dei famigliari potrebbe nuocere alla sua autorevolezza nei confronti dei fedeli… Lei si immagina un prete con figli drogati o bulli?».

La sessualità è il terreno nel quale i Papi sperimentano maggiore solitudine, come confermò Paolo VI ad Alberto Cavallari il 3 ottobre 1965: «Si studia tanto, sa… Ma poi tocca a me decidere. E nel decidere siamo soli…». Perché?

«Perché da quando è iniziata la rivoluzione sessuale nei primi decenni del Novecento la Chiesa si è trovata a vivere dentro una tendenza storica che promuoveva una morale opposta a quella che aveva sempre insegnato, cioè  in una situazione fortemente contraria al nuovo spirito del tempo».

È la stessa solitudine di cui ha parlato papa Francesco intervistato da Fabio Fazio a proposito dell’autorizzazione concessa alla benedizione delle coppie omosessuali contenuta nella Fiducia supplicans?

«Quella è tutta un’altra cosa. In realtà, la decisione di benedire le coppie omosessuali è stata fatta per rispondere alla una tendenza storica in atto di riconoscimento degli omosessuali. Quindi, il Papa non è solo e diverso dalla mentalità comune, ma si adegua al fluire del pensiero corrente. Caso mai è solo rispetto a gran parte della Chiesa che non approva quella decisione. È un tipo di solitudine completamente diversa».

Che cosa pensa della decisione del presidente del Dicastero per la dottrina della fede Víctor Manuel Fernández?

«Penso che non ce n’era alcun bisogno perché, in realtà, le cose sono rimaste come prima. Cioè, è sempre stato possibile per un sacerdote benedire i singoli individui, senza domandare loro se sono buoni o cattivi. Il problema riguarda le coppie, ed è stato specificato che non possono essere benedette in quando coppie omosessuali».

Cosa pensa del fatto che papa Francesco ha detto che chi critica questa dichiarazione non conosce a fondo la materia?

«Penso che l’abbia detto per difendersi dalle polemiche, ma non è vero. È un modo per impedire di criticare una dichiarazione che è nulla perché nella sostanza non fa che ribadire un’azione che già si può compiere».

Nei giorni scorsi Francesco ha detto che «il sesso è un dono di Dio»: è un passo avanti?

«No. L’aveva già detto Giovanni Paolo II nella sua teologia del corpo e nel libro Amore e responsabilità».

Lei si sofferma sulla controversa formulazione del sesto comandamento, ma papa Wojtyla l’ha riportata all’origine. Si tendono un po’ a rimuovere le innovazioni del suo pontificato, ma con lui e Benedetto XVI la Chiesa si è ravveduta, o no?

«Ravveduta non è la parola giusta. È tornata su alcuni punti rifacendosi alle origini della dottrina cristiana. Chi ha riportato alla formulazione originaria il sesto comandamento è stato l’allora cardinale Ratzinger, nel nuovo catechismo. Ed è stato sempre Ratzinger, cioè Benedetto XVI, nella lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda del 2010, a dire che gli abusi erano stati perpetrati “contro” le vittime e non “con” le vittime, come prevedeva la formulazione precedente».

Che cosa rappresenta questo papato dopo quelli di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI?

«A me sembra che ci siano stati cambiamenti importanti come l’attenzione alla terra e all’ecologia che ha aperto una sfera nuova di impegno dei cattolici. Però, per il resto, mi pare che abbia generato molta confusione».

Ambientalismo, teoria gender, migranti: la Chiesa è troppo allineata al pensiero unico?

«Più che altro è silente rispetto ai numerosi punti in cui il  pensiero unico si allontana dalla dottrina cristiana, perché parlare la renderebbe impopolare. E il Papa ha scelto la popolarità».

Qualche giorno fa ha detto che si comporta come un influencer. L’influencer influenza scelte e comportamenti dei seguaci come fa anche un’autorità morale, o no?

«L’influencer deve cavalcare la mentalità corrente, non può mai schierarsi contro la mentalità corrente. È questo il problema».

Nel frattempo, le chiese si svuotano?

«La ricerca della popolarità di Francesco, le interviste infinite, il suo avvicinarsi al pensiero del mondo: tutto ciò non è servito ad attirare persone al cristianesimo».

È un Papa molto apprezzato da chi non è credente.

«Che rimane tale. Perché i non credenti non vedono la grande differenza tra quello che dice e quello che fa, prestano attenzione solo alle parole».

Qual è questa differenza?

«Ha sempre detto che le donne sono importanti e che bisogna ascoltarle. Ma non ha mai fatto nulla di reale per cambiare il loro ruolo nella Chiesa. Ne ha messa qualcuna qua e là, realizzando una cosmesi superficiale. Non ha mai affrontato seriamente il tema degli abusi contro le suore da parte di sacerdoti e religiosi, che sono numerosi e gravi, e comportano spesso come conseguenza l’aborto».

Da storica quale futuro intravede per questa Chiesa?

«La Chiesa deve ridefinire sé stessa rispetto al mondo contemporaneo. È un’operazione che aveva avviato papa Ratzinger, che era un grande studioso del rapporto fra Chiesa e modernità nella sua accezione più alta. Penso che valga quello che ha profetizzato lui: rimarranno pochi cattolici, ma di grande qualità».

Il piccolo gregge?

«Da cui ricominciare».

 

La Verità, 20 gennaio 2024

Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Bergoglio, Fazio e quel feeling figlio di Repubblica

Il Fratacchione e il Papa. Fabio e Francesco. Fazio e Bergoglio. Storia di un riconoscimento. Di un comune sentire. Di predilezioni e affinità elettive. Maturate e benedette da Repubblica fin dagli albori della pandemia. Le somiglianze tra il grande conduttore televisivo e il grande condottiero della cristianità sono evidenti. Il Fratacchione catodico e il Papa cattolico. Il papa laico e il Papa religioso. Stasera il Pontefice sarà ospite per la seconda volta nel giro di un paio d’anni di Che tempo che fa, quasi che il conduttore ligure abbia raccolto il testimone da interlocutore privilegiato del Santo padre lasciato da Eugenio Scalfari. Complimenti a Fabio Fazio che, tra un dialogo con il Ct dell’Arabia saudita, Roberto Mancini, qualche gag di Leonardo Pieraccioni, gli immancabili sermoni di Roberto Burioni e Michele Serra, e la letterina di Luciana Littizzetto, lo intervisterà sul Nove in collegamento dal collegio Santa Marta. Un colpo giornalistico che, sebbene di recente anche il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci abbia dialogato con Bergoglio, contenderà il primato degli ascolti alla Rai. Tuttavia, nel video postato sugli account di X, Fazio lascia intendere che non è l’attualità a interessarlo.

Dopo una premessa emotiva in cui spiega che non vuole «sprecare l’occasione» perché le parole del Papa «non sono in funzione di una trasmissione televisiva, ma sono in funzione della nostra vita», il conduttore sottolinea che il suo tentativo sarà quello di mettersi «in ascolto e di non fare cronaca, ma riuscire a porre argomenti che possano andare un po’ più lontano». Insomma, par di capire che si parlerà di cose alte e profonde allo stesso tempo. E nessuno più di noi ne è contento. Ciò nonostante, non dispiacerebbe se si trovasse spazio anche per i temi all’ordine del giorno in Vaticano e nella cristianità universale. Tipo le benedizioni alle coppie dello stesso sesso che hanno agitato le conferenze episcopali e i fedeli di mezzo mondo. O la predilezione per la banda di Luca Casarini, l’ex disobbediente invitato al Sinodo e ora sotto indagine della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina, ma che «salva gente in mare» con i soldi delle diocesi, facendo storcere il naso a tanti devoti che la domenica fanno l’elemosina in chiesa.

Vedremo. Fazio non è solito fare il contropelo agli ospiti. Figuriamoci al Papa, con il quale intrattiene un rapporto di grande empatia. La prima volta che lo ebbe ospite, grazie ai buoni uffici dell’associazione Nuovi orizzonti di Chiara Amirante e della Comunità di Sant’Egidio, fu il 6 febbraio 2022. Allora il programma andava in onda su Rai 3 (share del 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori) e, per scaldare il pubblico, era stato invitato a dare una definizione del Pontefice un quartetto di giornalisti molto in voga, anche se non esattamente del ramo. Massimo Giannini aveva parlato di un «Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie». Fiorenza Sarzanini lo aveva descritto come «uno straordinario rivoluzionario». Roberto Saviano lo aveva identificato come «l’ultimo socialista». Mentre per Carlo Verdelli era «un grande uomo solo». Il tutto a conferma che Bergoglio piace molto ai non credenti. Il che andrebbe benissimo se, al contempo, non autorizzasse documenti come la Fiducia supplicans, redatta da Víctor Manuel Fernándes, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede da lui nominato, che, come si diceva, ha gettato nello sconcerto le chiese africane, quelle dell’Est europeo e di parte del Sudamerica.

Del resto, se il feeling tra Fabio e Francesco è nato e cresciuto all’ombra di Repubblica, un motivo ci sarà. All’epoca, 18 febbraio 2020, a dirigere il quotidiano di Largo Fochetti c’era Carlo Verdelli. Da poco era iniziata la prima quarantena per il coronavirus e Bergoglio era solito farsi intervistare (con virgolette approssimative se non arbitrarie) da Scalfari fin dal primo ottobre 2013. Ma quella volta fu il vaticanista a interrogare il Papa. In quei giorni di coprifuoco Verdelli aveva pensato di far scrivere alcuni volti noti su ciò che stava loro a cuore. A un certo punto era toccato a Fazio vergare una sorta di decalogo che invitava a «riconnettersi alla Terra e all’ecosistema» e «a stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Il giorno dopo, papa Bergoglio aveva rivelato a Paolo Rodari che l’aveva «molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio». Proprio così. Chissà se l’aveva letto spontaneamente… E cosa, in particolare, l’aveva colpito? «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, ancora, il fatto che chi evadeva le tasse toglieva denaro alla sanità pubblica. Insomma, davanti alla situazione planetaria altamente drammatica, con la morte che imperversava, mentre i filosofi e gli intellettuali laici ricorrevano a Sant’Agostino, diversamente Francesco era «colpito» da Fazio. La citazione aveva «aperto» l’edizione meridiana del Tg1, il conduttore era pur sempre, ancora, un volto Rai (mentre gli altri tg l’avevano ignorata). Non poteva che nascere quel grande rapporto mediatico di cui, oggi, tutti godiamo.

Stasera a preparare il terreno all’evento ci sarà un altro terzetto di giornalisti: Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa, Nello Scavo, inviato di Avvenire, e l’irrinunciabile Massimo Giannini, editorialista di Repubblica. Chissà se loro riusciranno a convincere l’amico Fabio a non trascurare troppo la cronaca.

 

 

La Verità, 14 gennaio 2024

«La messa moderna danneggia la fede»

Autore di romanzi, racconti, poesie, libretti per opera e saggi su arte e letteratura, reportage e argomenti religiosi, storici e politici, nato a Francoforte sul Meno dove risiede e da dove parte per i suoi viaggi, molti dei quali diretti nell’amata Italia, Martin Mosebach è uno tra gli scrittori tedeschi più importanti dell’epoca contemporanea. Insignito di numerosi riconoscimenti e premi, tra cui quello della Fondazione Konrad-Adenauer-Stiftung del 2013, oltre al saggio sui 21 martiri copti con prefazione del cardinal Robert Sarah, ha pubblicato per Cantagalli di Siena, sempre nella collana «Speamanniana» diretta da Leonardo Allodi, L’eresia dell’informe – La liturgia romana e il suo nemico, di cui è appena uscita una nuova edizione.

Perché ha deciso di ampliare il suo saggio in difesa della messa antica?
«La battaglia per salvare l’antico rito romano è entrata in una nuova fase. Quando il libro è apparso per la prima volta in Germania (2001), vivevano ancora molti fedeli che dalla loro giovinezza conservavano precisi ricordi del rito tradizionale e che hanno accolto la sua perdita con profondo dolore. Nel frattempo è sorta una nuova generazione che si è impegnata a favore della tradizione come rimedio contro la banalità che si è introdotta nella Chiesa latina a partire dalla riforma della messa. Che più che una riforma è stata una rivoluzione».

In che cosa consiste sinteticamente l’eresia dell’informe?

«Nell’errore che il contenuto della fede possa rimanere invariato quando se ne modifichi la forma dell’espressione. È ormai evidente che la fede della Chiesa attraverso la nuova forma della messa è stata gravemente danneggiata».

Nel cristianesimo la liturgia è rituale perché Cristo è il Dio incarnato?

«La Chiesa non intende la liturgia come opera degli uomini, ma come agire di Dio, che s’incarna sempre di nuovo sugli altari come sacrificio per la salvezza. Questa realtà può essere percepita come credibile soltanto se la soggettività dei partecipanti è per quanto possibile invisibile. La sottomissione al rituale rende chiaro a ciascuno che attraverso di esso non si vogliono realizzare individui, ma renderli strumenti per l’azione di Dio».

Qual è il nemico della liturgia romana?

«L’idolatria della soggettività. Il capovolgimento della fede nel Cristo storico in un mito astorico e non dogmatico. L’indisponibilità alla bellezza, che Platone chiama apeirokalia, e l’amore per la deformità. Il disconoscimento del fatto che la tradizione non è un fardello per la Chiesa, ma la sua natura».

Che differenza c’è tra la «riforma» introdotta alla fine del Concilio vaticano II e i mutamenti che pure ci sono stati nel corso dei secoli nella liturgia?

«Naturalmente nei secoli si sono avute molte modificazioni della liturgia, non può essere altrimenti. Si osservi soltanto la differenza fra una basilica romana, una cattedrale gotica e una chiesa barocca. Tuttavia più importante è ciò che è rimasto sempre uguale: l’orientamento del celebrante insieme alla comunità verso il Signore che ritorna da Oriente, la lingua del culto e la teologia del sacrificio. Le modificazioni avvenute in modo organico non hanno modificato nulla nella loro evoluzione e si sono compiute in modo anonimo senza che vi sia stato distintamente un autore definibile come tale, un riformatore esterno che a un certo punto è intervenuto d’autorità. La celebrazione della messa da papa Gregorio Magno fino al 1968 aveva in comune assai più di quanto non avesse di divergente».

Si può dire che nell’ultimo mezzo secolo abbiamo assistito alla de-sacralizzazione, protestantizzazione e democratizzazione del rito?

«Forse questo non era l’intento dei “riformatori”, tuttavia il risultato è questo. In un paese come la Germania, con tanti protestanti quanti cattolici, sulle questioni di fede non c’è più alcuna differenza fra le confessioni».

Da cardinale, Joseph Ratzinger scriveva che «nella liturgia l’uomo non guarda a sé, bensì a Dio; verso di Lui è diretto lo sguardo. In essa l’uomo non deve tanto educarsi, quanto contemplare la gloria di Dio»: è questo che è andato perduto?

«Per le orecchie del normale cattolico contemporaneo queste parole di Ratzinger sembrano provenire da un tempo assai lontano. Già solo il concetto di “gloria di Dio” può far scrollare la testa dal momento che i teologi hanno abituato i fedeli rimasti a parlare a un “Dio all’altezza degli occhi”».

Negli anni al posto della centralità di Cristo è diventata protagonista la figura del sacerdote e, parallelamente, la partecipazione attiva dei fedeli?

«Con il rovesciamento a-storico dell’orientamento del celebrante è divenuto impossibile l’allineamento alla croce. In molti altari oggi non si trova più nessun crocifisso, ma un microfono che fa rimbombare la voce del sacerdote fino all’ultimo angolo, così nessuno si dimentica di lui. Nelle celebrazioni tradizionali il sacerdote scompare, in quanto persona».

Oggi si giudica la riuscita di una celebrazione in base ai momenti di accoglienza, di commiato e di creatività degli organizzatori?

«Oggi ogni comunità deve avere un proprio comitato liturgico, nel quale i laici possono immaginare nuovi abbellimenti della liturgia, nuovi programmi musicali e nuove preghiere che pretendono un’autorità che non compete a loro».

Chi crede che il lascito principale di Cristo siano il suo insegnamento e la parola dei vangeli tende a privilegiare gli elementi comunitari della liturgia?

«Si è eclissata la coscienza che la liturgia sia actio di Dio. Che in essa non si tratta di insegnamenti, ma della testimonianza dell’azione salvifica di Dio. La catechesi deve avvenire fuori della liturgia, cosa che per altro non si fa più. La Chiesa, almeno in Germania, ha abbandonato l’insegnamento sistematico del catechismo. Gran parte dei fedeli che oggi frequentano la messa conoscono il Credo in modo vago».

Non crede che una certa semplificazione e maggior immediatezza della liturgia abbia favorito l’avvicinarsi di tanti giovani?

«La speranza dei “rivoluzionari della messa” era di favorire l’accesso delle masse alla liturgia. Questa speranza è però naufragata. L’abbandono della pratica religiosa è iniziato con la riforma dopo il Concilio vaticano II perché, in fondo, la messa aveva perso il suo magnetismo».

I nostalgici della messa tridentina peccano di estetismo?

«Questo è un rimprovero particolarmente maligno perché accusa i sostenitori della messa antica di non essere attaccati a questioni di fede, ma a una sorta di esibizione da operetta. Così si cerca di sviare il fatto che, per larghi strati di fedeli, proprio la nuova formula ha danneggiato il depositum fidei».

Che cosa le fa dire che Benedetto XVI avrebbe inaugurato la stagione della «riforma della riforma» introdotta da Paolo VI nel 1969?

«Benedetto XVI aveva compreso, già da cardinale, che la rivoluzione della messa aveva provocato un grave danno alla fede. Per sua natura, tuttavia, rifuggiva dalle rotture violente. Egli voleva sanare il danno con prudenza, sperando che attraverso una reintroduzione della preghiera tradizionale dell’offertorio e anche un ritorno della celebrazione rivolta a Oriente, la rottura fosse meno brutale. Come Papa comprese che la resistenza a tali correzioni sarebbe stata insuperabile e così ha stabilito la coesistenza tra antica e nuova messa, nella speranza che una nuova coscienza liturgica sarebbe sorta. Purtroppo, la sua inattesa abdicazione ha compromesso questo tentativo».

Nel luglio 2021 promulgando il motu proprio Traditionis custodes papa Francesco ha ristretto ulteriormente le possibilità di celebrare la messa con il rito antico esprimendo una preoccupazione pastorale per evitare irrigidimenti di piccole comunità.

«Bisogna riconoscere che queste preoccupazioni c’erano poiché, attraverso il precedente motu proprio di Benedetto XVI, il Summorum pontificum, la pace liturgica era stata stabilita: le comunità legate al rito antico convivevano con quelle che praticano il rito della riforma. La perpetuazione della liturgia tradizionale mostrava che la Chiesa nel suo credo non era cambiata. Tuttavia, il fatto che nuove generazioni stessero riscoprendo il rito antico deve aver alimentato le preoccupazioni che hanno portato al nuovo motu proprio di Bergoglio».

L’eresia dell’informe deriva dal prevalere del conforme, cioè il pericolo da cui metteva in guardia San Paolo al capitolo 12 della lettera ai Romani?

«L’esortazione dell’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo” tocca nel cuore la nostra situazione. Di fatto l’antico rito con la sua accentuazione della gerarchia, del soprannaturale e del sovratemporale costituisce il più importante ed efficace atto di resistenza contro il “mondo” di cui parla Paolo. È il rifiuto deciso di rassegnarsi alle misure dell’anti-cultura contemporanea».
Cosa pensa della dichiarazione Fiducia supplicans firmata dal prefetto dell’ex Sant’Uffizio Victor Manuel Fernandez e approvata da Francesco, con la quale si consente la benedizione alle coppie omosessuali, che ha fatto esultare gran parte dei vescovi tedeschi, ma ha contemporaneamente alimentato venti di scisma nella Chiesa?
«Fiducia supplicans segue la cattiva prassi già utilizzata nei documenti del Vaticano II, per esempio la Dichiarazione sulla libertà religiosa, di mescolare rottura e tradizione pur dichiarando che la dottrina tramandata della Chiesa rimane intatta. Sono furbizie gesuitiche che Blaise Pascal ha ben descritto in Le provinciali. Certe pseudo sottigliezze, come l’invenzione di differenti classi di benedizioni dietro le quali il prefetto dell’ex Sant’Uffizio si trincera, vengono cancellate dalla prassi e nessuno riuscirà a impedirle. I vescovi tedeschi, in prevalenza vedono il documento come un piegarsi del Vaticano alle loro istanze e si sentono confermati. Il pericolo dello scisma – che, in fondo, per la separazione degli spiriti, sarebbe quasi un bene – con questa soluzione tiepida non è scongiurato. Certi scaltri tatticismi creano danni soprattutto all’autorità della cattedra della Santa Sede».

 

La Verità, 23 dicembre 2023

Senza Ratzinger, Bergoglio insegue il mainstream

Fra tre giorni la cristianità universale celebrerà il mistero di Dio che s’incarna nel Bambino Gesù. Contemporaneamente, gran parte del resto del mondo, che pure vuole farci augurare correttamente «Buone feste» anziché «Buon Natale», festeggerà, appunto, non si sa bene cosa. Chi, dunque, con una buona ragione, chi senza, saremo quasi tutti impegnati in pranzi di famiglia, apertura di regali, visite ai parenti. Tra poco più di una settimana, invece, si attenderà l’arrivo del nuovo anno che si spera diverso dall’attuale, e ricorrerà il primo anniversario della morte di Benedetto XVI, avvenuta il 31 dicembre scorso. Così, mentre si celebra la Natività, viene spontaneo chiedersi sommessamente che cosa stia succedendo nel cuore stesso della cristianità, la Santa Sede guidata da Francesco, vicario di Cristo in terra. Quali siano, insieme alla predicazione del tempo di Avvento, le insistenze e le curiose priorità che animano il Capo della Chiesa universale.

Saranno le condizioni di salute non più eccellenti a renderlo più incalzante, oppure la volontà di riguadagnare quel centro della scena invece clamorosamente mancata dal Sinodo sulla sinodalità, fatto sta che negli ultimi tempi papa Francesco ha molto intensificato pronunciamenti ed esortazioni sui temi più vari. Ovvero su quei temi che, a ben vedere, compongono l’agenda dei grandi enti internazionali, dall’Unione europea alle Nazioni unite, dalla Cop28 al Forum economico mondiale. Sembra quasi che, ed è forse la ragione più profonda, venuto a mancare Benedetto XVI, la cui presenza silenziosa nel monastero Mater Ecclesiae costituiva un deterrente a certe fughe in avanti, alleggerito da una certa soggezione teologica, Bergoglio abbia perso certi freni inibitori e, quasi ad accreditare la tesi secondo cui il vero magister fosse il Papa emerito, ora si senta più libero di pronunciarsi, puntualmente e puntigliosamente secondo una linea di apertura e innovazione. In sostanza, confezionando quasi un magistero parallelo, contrappuntato dai sacrosanti inviti alla pace e a deporre le armi, e da una serie di documenti e interventi, più o meno ufficiali, improntati alle tematiche ecologiste e arcobaleno, giustificati dal «cambiamento d’epoca» su cui insiste spesso Francesco.

Il 4 ottobre scorso, giorno di apertura del Sinodo sulla sinodalità, il Pontefice ha promulgato la Laudate Deum, esortazione apostolica rivolta «a tutte le persone di buona volontà sulla crisi climatica», sposando univocamente le tesi dell’ecologismo radicale e, in qualche passaggio, legittimando le manifestazioni dei militanti più estremi che «occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli». L’esortazione doveva servire da testo base per la partecipazione alla Cop28 di Dubai tra i grandi della Terra, poi disertata da Joe Biden e Xi Jinping e rivelatasi un fallimento. E solo una provvidenziale bronchite ha convinto Francesco, dietro parere medico, a consegnare l’intervento al Segretario di Stato Pietro Parolin.

L’8 novembre, rispondendo ai dubia di monsignor José Negri, vescovo di Santo Amaro in Brasile, una Nota preparata dal Dicastero per la dottrina della fede retto dal cardinale argentino Victor Manuel Fernandez (da poco chiamato in quel ruolo da Bergoglio) e dal Papa sottoscritta, concede, se non c’è pericolo di pubblico scandalo, l’accesso al battesimo alle persone transessuali, ai figli di coppie omoaffettive adottati o anche nati con l’utero in affitto, nonché la possibilità alle persone transessuali o omosessuali di essere padrini di battesimo.

Il 18 dicembre papa Francesco controfirma la Fiducia supplicans, altro testo redatto dal cardinal Victor Manuel Fernandez che dispone la possibilità, in determinate situazioni (durante un pellegrinaggio, la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote) di benedire coppie formate da persone appartenenti allo stesso sesso. Nel testo si precisa che la benedizione non equipara l’unione al matrimonio, ma allora non si capisce perché la stessa non possa essere impartita singolarmente. Non sarà, chiediamo umilmente, perché si tratta di una forma d’indulgenza anche verso la natura della relazione della coppia? Complessivamente, non siamo di fronte a rivoluzioni dottrinali, ma a piccole e ambigue erosioni, dettate da preoccupazioni pastorali.

Due giorni dopo, il 20 dicembre, nel corso dell’udienza generale del mercoledì, al momento dei saluti, papa Francesco si ferma per incoraggiare Luca Casarini e il gruppo di Mediterranea Saving Humans che salva coloro che «fuggono dalla schiavitù dell’Africa» (testuale), prima di intrattenersi con i militanti della stessa Ong, esortandoli a tornare in mare. Così mostrando totale disinteresse per l’inchiesta aperta dalla Procura di Ragusa nei confronti di Mediterranea per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per il discutibile uso fatto dei fondi versati da alcune diocesi alla società dell’ex capo delle Tute bianche nonché discepolo di Toni Negri. Avendolo nominato padre sinodale e portavoce per un giorno del Sinodo, lo stupore è minimo.

A fronte di questi documenti e di queste esternazioni, nello stesso periodo si registra l’inflessibilità della Santa Sede a riguardo di vescovi e cardinali che, pur sollecitati a esprimere pubblicamente il loro dissenso, non si sono allineati al dettato papale. L’11 novembre Francesco ha sollevato senza processo dalla guida della diocesi di Tyler (Texas) monsignor Joseph Strickland per aver espresso critiche al Sinodo e per il mancato rispetto della Traditionis Custodes, il motu proprio con cui Bergoglio ha ristretto la possibilità di celebrare la messa in latino (consentita da Benedetto XVI). Il 28 novembre il Pontefice ha deciso di licenziare il cardinale Raymond Leo Burke (già nominato da Ratzinger prefetto del tribunale della Segnatura apostolica), togliendogli casa e stipendio per aver firmato nel 2016 i dubia sull’Amoris Laetitia e, più di recente, quelli sul Sinodo. Due provvedimenti che forse si potrebbero definire poco sinodali. E che, raffrontati alle aperture in tema di morale sessuale e tutela dell’ambiente, sottolineano ulteriormente il profilo politico di un pontificato che piace sempre di più ai non cristiani.

Intanto, a inizio 2024, si attende la nuova ospitata di Jorge Mario Bergoglio nel salotto tv di Fabio Fazio.

 

La Verità, 22 dicembre 2023

Il verbo green sale sul pulpito con l’ok dei preti

Lo sapevamo già che l’ecologismo estremo è una nuova religione. Ora ne abbiamo un’ulteriore tangibile prova. L’escalation è il verbo green che conquista gli altari, i pulpiti, si sostituisce alle omelie. Non più e non solo l’interruzione della vita civile con i blocchi estemporanei del traffico nelle vie del centro o nelle tangenziali all’ora di punta, come ormai avviene con una frequenza che non può non istigare le brusche reazioni dei comuni cittadini. Non più e non solo l’imbrattamento di monumenti storici e luoghi sacri come avvenuto tre giorni fa, solo per citare il caso più recente, con getti di fango e cacao sulle facciate del Duomo di San Marco a Venezia. Ora siamo all’interruzione della celebrazione della messa solenne durante la quale alcuni giovanotti manifestano e argomentano contro «la crisi climatica». Il salto di qualità è palese. È l’usurpazione del pulpito, l’esproprio ecologista. È l’onda dell’ambientalismo corretto che inizia a scendere dalla scalinata di Piazza San Pietro. Dalle encicliche e dalle esortazioni papali alle chiese sul territorio il passo è breve.

Ora, il fatto desolante è che, anziché fermare la brillante trovata giovanilistica, sacerdoti e celebranti cedono di buon grado il proscenio ai manifestanti nell’unica ora settimanale dedicata al rito. Prego, accomodatevi. E gli attivisti dei gruppi ambientalisti, confusi tra i fedeli, si alzano per inscenare i loro sit-in per la «Casa che brucia», come ammonisce Greta Thunberg. Nell’ultima settimana è già successo due volte e, secondo l’antica legge, non tarderà ad aggiungersi la terza. E poi?

L’altro ieri, festa dell’Immacolata dedicata alla Madonna, durante la funzione religiosa curata dai Vigili del fuoco nella chiesa del Pantheon di Roma, dopo il segno della pace tre militanti di Ultima generazione si sono piazzati davanti all’altare esponendo manifesti con lo slogan: «Soldi per la vita, non alla guerra». Facendo seguire la rivendicazione per il clima: «Alluvioni incendi siccità uccidono». Lo stupore si è insinuato tra i presenti allorché, invece di mettere a tacere i militanti, dicendo loro che l’attenzione verso l’emergenza climatica è già molto diffusa e avvolgente tutti i giorni della settimana, il celebrante, monsignor Alberto Frigerio, li ha accolti di buon grado consentendo loro di sostare presso l’altare con gli striscioni anche durante la distribuzione dell’Eucaristia: «Ringrazio anche i nostri amici con i cartelli. Siamo dalla stessa parte. Forse siamo meno irrequieti, ma anche noi preghiamo per la pace», ha detto il sacerdote al termine della messa, dopo aver effettuato la benedizione e la premiazione dei Vigili del fuoco. Non pochi dei quali si sono allontanati perplessi.

Domenica scorsa qualcosa di simile era avvenuto nel Duomo di Torino, durante la messa celebrata da monsignor Roberto Repole. Qui la dimostrazione ha avuto caratteri diversi. La sigla protagonista era Extintion rebellion. Al termine della proclamazione del vangelo, prima dell’inizio dell’omelia dell’arcivescovo, una ragazza si è alzata in piedi iniziando a leggere brani dall’enciclica Laudato si’, seguita da altre due lettrici che hanno attinto all’esortazione Laudate Deum diffusa da papa Francesco in apertura del Sinodo sulla sinodalità. La performance si è conclusa con altri brani tratti dall’intervento scritto da Bergoglio per la Cop28 e letto dal segretario di Stato, cardinale Paolo Parolin, appositamente inviato a Dubai, nei quali il pontefice invita i governi a interrompere i finanziamenti alle guerre e le devastazioni ambientali e a prendere accordi «efficienti, vincolanti e facilmente monitorabili». Anche in questo caso, tra lo sconcerto dei presenti, i militanti hanno potuto inscenare la loro esibizione, solamente sollecitati a concludere da monsignor Repole per far terminare la messa, un momento che «dev’essere rispettato soprattutto da chi fa professione di voler operare nel rispetto di tutti». Solo a cose avvenute, il cardinale ha precisato di avere «grande stima per chi si mobilita a difesa del creato e accoglie gli appelli di papa Francesco. Apprezzo l’impegno delle attiviste di Extintion rebellion, ma mi è dispiaciuto che abbiano ritenuto di prendere la parola in Duomo senza prima volermene parlare». Fortunatamente, l’arcivescovo ha almeno sottolineato che «a messa si prega spesso per la salvaguardia della pace e del creato, ma la celebrazione eucaristica non è un momento idoneo a ospitare interventi pubblici». Tuttavia, l’arrendevolezza con cui si consentono questi sit-in rimane scoraggiante. Forse in ossequio all’inclusione e a un falso concetto di dialogo, non c’è nessuno che si alzi e inviti i militanti ad attendere i fedeli al termine della celebrazione per sensibilizzarli alla loro causa sul sagrato della chiesa. Del resto, se, come si legge nella Laudate Deum, a certe azioni provocatorie dei movimenti ambientalisti viene concessa una certa legittimità perché «occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli», c’è poco da meravigliarsi.

La nuova religione dell’ecologismo corretto scala i gradini e conquista i luoghi sacri.

«L’Expo lo fanno in Arabia, qui c’è il patriarcato»

Il quarto libro di Federico Palmaroli, in arte #lepiubellefrasidiosho, s’intitola «Er pugno se fa co la destra o co la sinistra?» (Rizzoli). A chiederlo in copertina è un’amletica Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Sottotitolo: splendori (e miserie) di un anno italiano.

Insomma, lei proprio non lo vuole capire.

«Che cosa?».

Che in Italia c’è il patriarcato.

«Ero convinto di no, ma pian piano ci sto arrivando».

Alla buon’ora.

«Ero rimasto alla resilienza».

Non avrà qualcosa contro la resilienza?

«Io ho qualche problema solo con l’alcol» (ride).

Dopo quello con Giorgia Meloni, questo con la Schelin è il secondo libro consecutivo con una donna in copertina: è ora di finirla.

«Mi rendo conto. Ma questo dovrebbe dimostrare che non c’è il patriarcato. Oppure è la conferma che c’è? Ditemelo voi quello che devo fa’».

Si vede anche dalla pubblicità che in Italia comandano sempre gli uomini.

«I miei amici sposati dicono che in casa decide sempre la moglie».

Balle. Negli spot gli uomini scelgono l’anticalcare per la lavatrice, la merendina della colazione, il patriarcato è inarrestabile.

«La famiglia si è evoluta, in parte si è disgregata e i separati sono la maggioranza. Così gli uomini devono occuparsi di tutto. C’è l’interscambio di ruoli e pure l’indipendenza della donna».

È qui che la volevo. Le piace Elodie militante contro l’oggettificazione della donna?

«Non voglio certo fare il bacchettone. Ma se vuole battersi contro l’oggettificazione della donna, l’esibizione di Elodie ne è un gran bell’esempio. Ha duettato anche con trapper che cantano proprio quello che si vorrebbe condannare».

Con Elly Schlein in copertina la inviterà anche Fabio Fazio?

«Sicuramente. Forse mi ha già chiamato, ma non ho sentito lo squillo».

Perché ha scelto la vignetta in cui chiede se «er pugno se fa co la destra o co la sinistra»?

«Nei precedenti libri c’erano Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, tutti premier, diversi ogni anno a dimostrazione di quanto poco durano i governi. Ora non mi sembrava il caso di rimettere la Meloni. Perciò ho scelto la Schlein, primo segretario pd donna».

Ma la domanda della vignetta?

«Per ricordare che, come retaggio, la Schlein non viene dal mondo operaio e ha qualche difficoltà a ricordare le basi di un partito di sinistra. Non a caso, i circoli non avevano scelto lei».

E anche per segnalare che è più interessata alla forma che alla sostanza?

«Che sia molto interessata all’estetica l’abbiamo visto con la faccenda dell’armocromista».

Il fatto di non essere una segretaria di apparato le sta giovando?

«Teoricamente potrebbe essere un vantaggio e portare nuove idee. In realtà, usando le sue parole, possiamo dire che non l’abbiamo ancora vista arrivare».

Non sta riuscendo ad aprire il partito alla società civile?

«Stando ai sondaggi, non mi sembra che abbia catturato quell’elettorato che la sinistra ha perso. Mentre Fdi continua a crescere e la luna di miele con il premier non è ancora finita, secondo i sondaggi il Pd è in discesa. Non fa presa sull’area che vuole riconquistare».

Che cosa pensa del casting in vista delle europee? Si parla di Chiara Valerio, Patrick Zaki…

«Persone che hanno una storia delicata alle spalle e che meritano rispetto come Zaki vengono usate come ariete per le elezioni».

Poi c’è la corte serrata, finora respinta, a Roberto Saviano.

«Da Saviano me l’aspetterei di più perché si contrappone sempre al governo. Però, insomma… Come quando hanno messo in giro la voce che mi sarei candidato anch’io con Fdi… Il motivo per cui personalmente non ci penso è lo stesso per cui critico questo tipo di candidature».

Candidare scrittori e intellettuali vuol dire essere sempre in modalità armocromista?

«Nel senso della prevalenza dell’immagine sulla sostanza? Un po’ sì. Magari funzionano come calamita di voti, hanno un loro seguito…».

Gli elettori abboccano ancora?

«È un meccanismo che c’è sempre stato. La notorietà e la visibilità possono pagare anche alle urne. Io contesto l’opportunità delle scelte individuali, soprattutto se si è consapevoli di finire in un territorio estraneo».

La rivelazione di avere l’armocromista è la gaffe più clamorosa dell’anno o ce ne sono state di peggiori?

«È stata un’imprudenza. La gaffe è concedere un’intervista a Vogue, rivolgendosi a un pubblico lontano dal proprio mondo di riferimento. Non sono tra quelli che credono che i comunisti debbano vestirsi da straccioni. Ma penso che la lacuna maggiore sia la mancanza di memoria, non ricordarsi delle cose dette. L’accusa sballata al governo Meloni di aver voluto il mercato libero delle bollette, mentre è un provvedimento deciso dal governo Draghi e votato dal Pd su invito dell’Europa, mi disturba più dell’armocromista».

Anche stare al telefono mezz’ora con due comici russi credendo di parlare con diplomatici africani non è male come infortunio.

«Altroché. Alla Meloni non è certo arrivata la chiamata sul cellulare con scritto “Sospetto Spam”. Avrà dato per scontato che sia stata filtrata prima dall’apparato della sicurezza. Però, certo, è un infortunio».

Il premier è troppo vittimista nel rapporto con i media?

«Vedo riflettori con lenti molto più sensibili rispetto a prima. Si aspetta solo che qualcuno sbagli, e il minimo errore ha un’eco enorme. Con Draghi c’era un altro ossequio, non questa attenzione su come venivano condotte le conferenze stampa, per dire… Sul centrodestra c’è più pressione e quindi anche maggiore suscettibilità».

Giorgia Meloni ha gestito bene la vicenda di Giambruno o, come dice Nichi Vendola, doveva esprimere solidarietà alle colleghe che il suo ex compagno ha importunato?

«Sono state pronunciate frasi infelici, certamente. Ma non credo fossero il preludio di chissà quali azioni malvagie. Il ruolo determina il clamore. Scusarsi lei? Non sappiamo nemmeno le dinamiche interne, magari erano battute che facevano parte del cameratismo della redazione… Per chiedere scusa bisogna conoscere le dinamiche relazionali, al di là del fatto che potessero essere espressioni fuori luogo».

Quanto a gaffe, anche il cognato Francesco Lollobrigida non si risparmia.

«In Italia l’etica non gode di buona salute. Era immaginabile quello che sarebbe successo: “Lollo, la prossima volta vacci col Falcon”».

Invece, dopo la scelta di Riad per l’Expo 2030, in una sua vignetta il sindaco Roberto Gualtieri è a colloquio con Bergoglio.

«Il Papa lo ha convocato per comunicargli di aver ricevuto un’offerta irrinunciabile per fare anche il prossimo Giubileo a Riad».

A proposito di Francesco, la Provvidenza sotto forma di una bronchite, gli ha evitato un viaggetto fino a Dubai per la Cop28.

«Fosse andato avrebbe potuto definire i dettagli del Giubileo arabo».

Ma secondo lei Roma non farà l’Expo a causa della spazzatura, dei cinghiali o di un altro motivo?

«Forse perché da noi c’è il patriarcato. Sarà per questo che l’hanno spuntata gli arabi…».

Il più furbo di tutti è Luca Casarini, l’ex leader delle Tute bianche che fa accoglienza con i soldi dei vescovi?

«Se confermate, sono situazioni che lasciano stupefatti. Tanto più dopo il caso di Soumahoro… fai il paladino dell’accoglienza e poi i migranti stanno in situazioni penose. Una cosa “troppo regalata”, come si dice a Roma. A sinistra nessuno si è sentito in dovere di condannare l’assalto alla sede di Pro Vita, un’associazione lontana dal mio sentire. Quando accadde per la Cgil la condanna fu bipartisan».

Speriamo che il caso Casarini non sia simile al caso Soumahoro.

«Non credo che i cattolici siano felici di vedere i loro soldi finire in mano a Casarini».

È contento che ci sia un grande ritorno di politici?

«Rientrano Nichi Vendola, Gianni Alemanno e Alessandro Di Battista. Spero che ci pensi anche Luigi Di Maio. Era il mio prediletto, la mia guest star».

Che cosa si potrebbe fare per convincere al gran (ri)passo anche gli incerti come Roberto Formigoni e Michele Santoro?

«Forse garantire loro di essere protagonisti delle mie vignette».

Basterà?

«Temo di no, ma potrebbe essere un piccolo incentivo».

Il generale Roberto Vannacci ha scritto anche cose buone?

«Non ho letto il suo libro, ma al di là di quello che ha scritto, se si rimane nella legalità ognuno dev’essere libero di esprimere ciò che pensa. Basta doversi allineare a un unico pensiero».

Se persino Mussolini ha fatto cose buone come si dice ironicamente, anche Vannacci…

«Al di là delle sue esagerazioni, mi disturba che ci sia un controllo delle opinioni per cui si cammina come elefanti in cristalleria. O la pensi come la maggioranza oppure, anche se fai un ragionamento strutturato e senza slogan, ma personale, passi per un estremista e vieni additato. Come sul cambiamento climatico, partono subito le accuse di negazionismo».

Ce la farà Giorgia a ribbartare l’eggemonia de sinistra?

«Non sono per l’egemonia né di sinistra né di destra, ma per l’integrazione e il dialogo. Se è vero che, in passato, in tanti ambiti è stata di sinistra, sarebbe un bene se si riequilibrasse un po’, portando competenze di segno diverso. Non è solo una questione di numeri, come se fossero quote rosa, posti assegnati per rappresentanza, ma di contenuti».

Intanto con Lorella Cuccarini co-conduttrice la destra si è già presa mezzo Festival di Sanremo.

«Beh sì… Ma poi chi la conosce ’sta Cuccarini? Vedrà che sarà un’amica della Meloni».

Dopo la Schlein, al Nazareno vede meglio Maurizio Landini, Filippo Gentiloni o Dario Franceschini?

«Stimo personalmente Gentiloni che, per altro, apprezzava la mia satira senza offendersi. Ma penso anche al beneficio politico del Pd perché lo ritengo una persona per bene».

E il fatto che le darebbe molte soddisfazioni non guasta…

«Me ne ha già date tante, è stato il mio primo amore vignettistico».

 

 

La Verità, 2 dicembre 2023

«Papa Francesco riduce la Chiesa all’irrilevanza»

Il suo blog Duc in altum è una delle voci più seguite nel mondo cattolico conservatore. A lungo vaticanista del Tg1, Aldo Maria Valli è autore di saggi e interventi sulla Chiesa italiana e mondiale. La quale, ha scritto di recente, non vive solo una crisi, ma una vera rivoluzione che può portarla all’estinzione. Secondo lui, per scongiurare simile apocalisse, i cattolici devono diventare controrivoluzionari.

Aldo Maria Valli, che cosa pensa della Nota con cui l’ex Sant’Uffizio, retto dal cardinal Victor Manuel Fernández, e controfirmata da papa Francesco, stabilisce che chi cambia sesso può accedere al battesimo come pure i figli di genitori gay concepiti con l’utero in affitto?

«Penso che il documento costituisce una nuova tappa nel percorso di allontanamento dalla dottrina cattolica. E ciò avviene nel modo abituale, con ben scarsa chiarezza, forte ambiguità e strizzando l’occhio alla mentalità dominante. Ciò che interessa è unicamente dare l’idea di un’apertura. Infatti, tutti i media hanno titolato: “Il Vaticano apre a trans e gay”. Il peccato è nascosto sotto una coltre di parole. Nessuna preoccupazione pastorale: si vuole normalizzare un comportamento che la Chiesa in realtà non può accettare. È una strategia che Bergoglio persegue con determinazione».

Tuttavia il battesimo è il più democratico dei sacramenti e la Nota stabilisce le condizioni per accedervi.

«Il battesimo non è un diritto, ma un sacramento. Chi lo chiede per un piccolo s’impegna a far conoscere Dio e a seguire i suoi insegnamenti».

Qualche giorno fa è stato annunciato un nuovo libro intervista di papa Francesco a Fabio Marchese Ragona, vaticanista di Mediaset.

«Dicono che sarà un’autobiografia e che il Papa si toglierà sassolini e sassoloni dalle sue umili scarpe nere. Un altro passo verso la “normalizzazione” della figura papale».

In che senso?

«Penso che questa autobiografia sarà utilizzata per accreditare ancora di più la figura di Bergoglio come quella del Papa della gente e della misericordia. E per regolare qualche conto con tutti quelli che in un modo o nell’altro sono entrati in rotta di collisione con lui».

Perché le interviste e i dialoghi di Bergoglio con i media sono così frequenti?

«Per protagonismo, perché Bergoglio è consumato dall’ansia di piacere alla gente che piace: vuole mostrarsi come uomo fra gli uomini, come colui che non giudica ma accompagna. Gli interessa eliminare dalla figura papale ogni residuo elemento divino per appiattirla sul mondo».

Non è il suo modo di evangelizzare, di essere missionario?

«No, è un modo di esaltare il personaggio. Con questi interventi non conferma i fratelli nella fede, ma i lontani nella loro lontananza. Non a caso, applausi e complimenti arrivano proprio dai lontani, da quelli che sono sempre pronti a puntare il dito contro la Chiesa».

Cosa pensa dei pronunciamenti del Pontefice sulle guerre in Ucraina e in Israele, la «Terza guerra mondiale a pezzi»?

«A proposito della guerra in Medio Oriente Francesco ha chiesto di cessare il fuoco, di percorrere ogni via per evitare l’allargamento del conflitto, di liberare gli ostaggi, di garantire spazi per gli aiuti umanitari. Ha detto e ripetuto che la guerra, ogni guerra, è una sconfitta. Ha anche detto che è diritto di chi è attaccato difendersi. Riguardo all’Ucraina, ha mandato in missione il presidente della Cei, Matteo Zuppi, a Kiev, Mosca e Washington per tentare una mediazione».

Con quali risultati?

«Praticamente nulli. Sia Kiev sia Mosca hanno detto no. E Putin si è ben guardato dall’incontrare l’inviato papale».

Perché le frequenti richieste di cessare il fuoco sono poco considerate?

«La voce del Papa ormai non spicca sulle altre. Ha perso autorevolezza e prestigio. Nel 1962 l’intervento di Giovanni XXIII fermò la minaccia della guerra nucleare fra Usa e Urss per i missili installati a Cuba. Dopo l’apertura degli archivi sovietici abbiamo potuto conoscere l’importanza di quell’appello del Papa. Sappiamo anche che, sebbene sopravvalutata da certa storiografia, l’azione di Giovanni Paolo II ebbe certamente un ruolo nell’indebolimento dell’orso sovietico e nella caduta del muro di Berlino. Ma era un altro Vaticano, con un’altra diplomazia. È significativo che per l’Ucraina il Papa si sia affidato a Zuppi. Zuppi vuol dire la Comunità di Sant’Egidio. La Segreteria di Stato è stata saltata».

Dopo l’ingiustificato atto terroristico di Hamas la Santa Sede avrebbe potuto esprimersi in modo più nitido?

«Avrebbe potuto fare e dire tante cose. Resta il fatto che la voce del Papa ha perso rilevanza, così come la diplomazia della Santa Sede».

La Chiesa potrebbe esprimere una posizione più chiara sulla nuova ondata di antisemitismo?

«Idem come sopra. Prendiamo atto che la voce del Papa è ormai una fra le tante».

Che cosa pensa del fatto che qualche giorno fa, a causa del cattivo stato di salute, Francesco ha preferito far distribuire il discorso anziché leggerlo ai rabbini europei durante l’udienza a loro riservata?

«Una volta in questi casi si parlava di raffreddore diplomatico. Bergoglio al mattino non ha parlato ai rabbini perché “malato”, ma nel pomeriggio è miracolosamente guarito e si è intrattenuto con migliaia di bimbi, rispondendo a una raffica di domande».

Qual è la sua valutazione sul Sinodo sulla sinodalità?

«Aria fritta in dosi esorbitanti. A nessuno interessa un fico secco. Il Papa ripete che la Chiesa non deve essere autoreferenziale e poi escogita un Sinodo che è il massimo del clericalismo. Ciò che gli interessa è disarticolare la Chiesa dall’interno e introdurre un falso metodo “democratico” funzionale a questo progetto. Al grido di “È il popolo che lo chiede” può innescare i processi da lui desiderati. Anche il ridimensionamento del ruolo dei vescovi serve a questo. Ma ovviamente è tutto fumo, perché le decisioni sono già state prese in anticipo».

Una visione molto negativa. Un Sinodo così è un segnale di ripiegamento?

«Manifesta quello che dicevo prima: fumo negli occhi per nascondere il vero fine, che è disarticolare la Chiesa. Non sono d’accordo con chi dice che siamo di fronte a una profonda crisi della Chiesa. Non è una crisi, è una rivoluzione. Bergoglio vuole una nuova Chiesa, funzionale a una nuova religione ecologista e mondialista. E il Sinodo è uno degli strumenti di cui si serve».

Che esiti potrà produrre nel tempo?

«L’obiettivo di questo Sinodo, che definisco “il Sinodo truffa”, è far penetrare nella Chiesa alcune idee. Circa, per esempio, il sacerdozio femminile e la benedizione delle coppie omosessuali, al Papa non interessa tanto il risultato concreto e immediato, quanto innescare un processo. L’obiettivo è quello di tutti i modernisti: mettere la Chiesa al passo con il mondo. Il relatore del Sinodo, il cardinale Jean-Claude Hollerich, ha più volte affermato che l’assemblea non ha l’autorità di prendere decisioni: quello che può fare è solo “discernere”. Ma questa è una furbata, perché già il modo in cui si discute serve ad allineare la Chiesa a certe tendenze. Il metodo è il messaggio. Ciò che più mi disgusta è che per giustificare tutto questo i modernisti tirano in ballo lo Spirito Santo».

Che segno sta lasciando l’esortazione apostolica Laudate Deum?

«Zero, nulla. A otto anni dalla Laudato si’, l’enciclica dedicata alla “cura della casa comune”, il Papa ha voluto tornare in campo per rinnovare le sue “accorate preoccupazioni”, ma lo ha fatto in modo totalmente ideologico e con una superficialità e una partigianeria che lasciano stupefatti. Qualcuno ha detto che se un testo simile fosse stato presentato da uno studente universitario avrebbe meritato una sonora bocciatura per quanto è inconsistente. Intendiamoci: nessuno discute il diritto-dovere di Francesco, in quanto vicario di Cristo sulla terra, di occuparsi di questi problemi. Il problema è che Bergoglio parla come una Greta Thunberg qualsiasi. In questo modo, paradossalmente, il Papa che non vuole essere dogmatico “dogmatizza” l’ideologia ecologista, e il Papa dell’ascolto rivela una totale intolleranza verso chi la pensa diversamente, definendo “irragionevoli” le opinioni di chi, anche nella Chiesa, non concorda con la sua valutazione. Inquietante è il fatto che ancora una volta dipinga l’uomo bianco e occidentale come nemico della natura, che si schieri apertamente dalla parte dei gruppi ambientalisti radicali e che chieda “di stabilire regole universali ed efficienti”, così da imporre “norme vincolanti di transizione energetica”. Vuole un governo mondiale, qualcosa che appartiene al repertorio massonico, non alla linea della Chiesa cattolica».

Perché la rilevanza del magistero sembra inversamente proporzionale alla quantità dei pronunciamenti?

«Troppi interventi, troppe interviste, troppe parole superficiali e ambigue, troppa chiacchiera da bar. Ma tutto ciò è voluto: l’obiettivo è ridurre la Chiesa all’irrilevanza. Bergoglio è stato scelto per questo e sta portando a termine la missione».

Addirittura. Che cosa pensa della pastorale in atto sui movimenti?

«Non ne penso nulla. Bergoglio è totalmente indifferente ai movimenti, se non nella misura in cui possono intralciare i suoi progetti».

È sufficientemente nei pensieri dei vertici ecclesiali la realtà fotografata da Euromedia Research per Il Timone da cui risulta che solo il 13% degli italiani frequenta la messa domenicale?

«I vertici ecclesiali sono stati impegnati per un mese in un Sinodo inutile. C’è da aggiungere altro? Sembrano l’orchestra che suona sulla tolda del Titanic».

La crisi delle vocazioni preoccupa quanto dovrebbe?

«Vuole scherzare? Con l’eccezione di qualche vescovo e qualche bravo sacerdote, la Chiesa non se ne cura minimamente. Il Sinodo ne è la prova».

Cosa pensa del fatto che il presidente della Cei Matteo Zuppi ha criticato l’accordo tra Italia e Albania sui migranti?

«È una frecciata al governo, non stupisce. Forse sarebbe meglio se si occupasse dello stato comatoso della Chiesa, con la continua perdita di fedeli e vocazioni».

Nei suoi ultimi interventi lei afferma che siamo di fronte a una rivoluzione nella Chiesa più che a una crisi della Chiesa. Che cosa vuol dire essere controrivoluzionari?

«Ristabilire l’ordine che è stato infranto. A tutti i livelli, secondo una visione gerarchica che è propria della Chiesa e non può essere sostituita da nessun meccanismo sinodale. Prima di tutto occorre rimettere Dio al posto che gli spetta, perché i neo-modernisti lo vogliono detronizzare, per lasciare campo libero alle idee del mondo».

 

 La Verità, 11 novembre 2023