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«Il leader del campo largo? Magari appare a Medjugorje»

Striscia la notizia che non striscia è un esperimento riuscito?
«È un esperimento riuscitissimo. Tra le trasmissioni di Canale 5 andate in onda contro Don Matteo è quella più vista degli ultimi cinque anni. Quindi chi ha deciso, nonostante la perplessità di molti, di piazzarci in questo giorno assolutamente non favorevole, l’ha comunque azzeccata».
È riuscita la prima puntata o l’idea della prima serata?
«Ci è stato chiesto di realizzare una trasmissione in prima serata che noi abbiamo cercato di costruire con l’idea della parodia del varietà. Ma manteniamo i nostri servizi e le nostre inchieste, che restano fortissime».
È un ciclo di cinque serate, che ascolti dovete fare per allungarvi la vita?
«Per ora sono state stabilite cinque puntate che finiscono prima del Festival di Sanremo. L’ascolto che ci ha chiesto Pier Silvio Berlusconi per la prima puntata di 2,5 milioni di telespettatori è stato ampiamente superato. Se poi si guarda la sovrapposizione con Don Matteo superiamo anche i 3 milioni, quindi l’obiettivo è raggiunto. Spero non le dispiaccia».
Farete un altro ciclo?
«In questa stagione ci sarebbe qualche problema organizzativo perché Iacchetti ha il suo tour a teatro e io stesso avrei degli impegni. Semmai sarebbe un progetto per la prossima stagione».
La prima puntata avete avuto ospiti Fiorello, Maria De Filippi e Alex Del Piero: è difficile mantenere questo livello anche stasera?
«L’impatto degli ospiti dipende anche da cosa gli fai fare. Gli ospiti di questa sera sono Lorella Cuccarini, Checco Zalone, Gerry Scotti, Gabriel Garko, Emanuela Folliero, i Cugini di Campagna e i Bellissimi di Rete 4: Nuzzi, Giordano, Del Debbio. Per un uccellaccio del malaugurio come lei, le sembrano sufficienti?».
Celentano non siete riusciti a convincerlo o Claudia Mori si è messa di traverso come sembrava dalla vostra gag?
«Era solo una gag in purezza».
Fingo di crederci.
«Secondo lei mandiamo un sosia di Rocky a gridare Adriano Adriano sotto le mura di una presunta casa Celentano? Era una presa in giro della ricerca degli ospiti del varietà. “Allora chi invitiamo? Mina, Celentano…”. Anche perché, con rispetto parlando, è più famoso Sylvester Stallone di Celentano».
La presenza di Enzo Iacchetti vi ha tolto qualcosa?
«Qui la aspettavo. La presenza di Iacchetti è fonte di una campagna di odio violenta da parte di gente organizzata».
Addirittura.
«Come li giudica migliaia di commenti sui social che invitano a cambiare canale mentre lui è in video? Il movimento si chiama “Iacchetti? No, grazie!”. Un linciaggio alla persona teso esclusivamente a fomentare odio. Si mostra una foto fake di Iacchetti con un cartello davanti alla Tour Eiffel che dice “cosa ne pensate se me ne andassi fuori dall’Italia?”. Su una frase che Iacchetti non ha mai detto, né ha mai attaccato la Meloni, si forma una valanga di insulti e minacce contro lui e la trasmissione: non guardatela, cambiate canale…».
Un po’ si è esposto?
«Essendo l’uomo più buono del mondo si è esposto, mettendoci la faccia, quando a metà settembre scorso nel programma di Bianca Berlinguer, mentre parlava dei bambini morti a Gaza, il rappresentante della comunità ebraica gli ha detto “definisci bambino”. Una frase orrenda. Vuol dire che certi bambini si possono ammazzare e altri no? A quel punto Enzino ha sclerato. Farlo diventare per questo l’ideologo dei pro Pal è semplicemente ridicolo. Nessuno di noi è antisemita. Siamo semplicemente contro la guerra, come delle innocue aspiranti Miss Italia. Ma per gli haters questa semplice frase, dirsi contro la guerra, significa schierarsi politicamente. Falso, perché qualunque cattolico dovrebbe essere contro la guerra».
Anche nelle successive ospitate ha assunto posizioni oltranziste.
«Non mi risulta. Mi risulta che abbia una posizione preoccupata, pacifista e senz’altro contro Netanyahu. La stessa che hanno anche ambienti ebraici che ci seguono e ci stimano».
In compenso avete avuto la complicità dei mammasantissima di Mediaset: Gerry Scotti ha ospitato Greggio e Iacchetti per un lungo promo, Maria De Filippi ha fatto l’inviata.
«Striscia è la trasmissione più iconica di Canale 5. Quella che l’anno scorso, dopo i programmi di Maria al sabato, faceva più ascolti».
Cosa vi dà e cosa vi toglie la prima serata?
«A me dà l’idea di una nuova sfida, che può eccitare anche alla mia età. Era una scommessa difficile, con tanti gufacci che prevedevano la nostra fine e ora, dopo la prima puntata, si chiedono come faremo la seconda».
Meno denuncia e più varietà?
«No, le denunce rimangono. Abbiamo fatto pezzi che ci hanno provocato da subito grossi grattacapi tipo quello sui neomelodici. L’esperimento sociale di Valerio Staffelli sta facendo milioni di visualizzazioni».
Non è che invecchiando sta diventando più buono?
«Sono sempre stato buono, anche troppo».
La caricatura di Sergio Mattarella funziona?
«Era una gag episodica, messa lì semplicemente per prendere in giro il varietà. Guardate che ci siamo impegnati, abbiamo sei veline, lo studio più grande, l’orchestra, stiamo cercando Celentano e abbiamo anche Mattarella».
È lui il vero capo dell’opposizione?
«Io lo vivo sempre come un pacato democristiano».
Della sinistra democristiana.
«Lo dice lei, io non penso».
Se farete un altro ciclo condurranno sempre Greggio e Iacchetti?
«Dipende dagli impegni di tutti».
Si possono sempre cambiare i conduttori: Pio e Amedeo?
«Hanno il loro varietà».
Bonelli e Fratoianni?
«Se non ce la fanno nemmeno a condurre un partito che avrebbe potenzialità enormi, come pensa che possano condurre una cosa complessa come un varietà».
Fabrizio Corona e Alfonso Signorini?
«Nel 2017 il magazine di Signorini aveva suggerito la conduzione di Corona e io risposi che glielo avrei fatto condurre insieme ad Alfonso Signorini, entrambi completamente nudi, e i loro corpi sottoposti a una salatura. Al posto delle veline, due capre dei Pirenei. Risate assicurate».
Il Gabibbo sulla neve delle Olimpiadi di Milano-Cortina produrrebbe un bell’effetto cromatico?
«Non è escluso, se accadono fatti che lo stimolano. Siamo sempre sul pezzo».
Stefano De Martino è il conduttore più talentuoso dell’ultima generazione?
«È senz’altro il più poliedrico, difatti l’avevo individuato per fargli condurre Striscia. Io e lui eravamo d’accordo già nell’ottobre 2023, ma poi si è perso tempo sul contratto. E quando Amadeus se n’è andato nella primavera del 2024, la Rai ha bloccato De Martino». 
Affari tuoi è all’ultima stagione?
«È ancora vivo e vegeto. Se si tiene il pacco da 300.000 euro fino alla fine, come han fatto l’altro giorno, e ci si allunga nell’orario, è tutt’altro che morto. È chiaro che ha una difficoltà per cui deve essere alternato. Dopo la trentesima volta che vedi da una parte 300.000 e dall’altra 20 euro anche il più tonto si insospettisce».
Perché la generazione dei quarantenni come Alessandro Cattelan, Ema Stokholma, Andrea Delogu, Diaco, faticano a sfondare?

«Evidentemente non faticano abbastanza».
È difficile gestire inviati e collaboratori che lavorano e guadagnano parecchio meno di prima?
«Nella fase iniziale lo è stato perché si era detto che si partiva a novembre. Invece, per motivi anche misteriosi, siamo partiti dopo metà gennaio. Ci siamo trovati in difficoltà soprattutto con chi non aveva preso altri impegni per aspettare di partire con noi per realizzare indagini che richiedono parecchio lavoro. Strada facendo anche questa situazione si risolverà».
Ha detto che Striscia è «unica e irripetibile, un bene della nazione»: troppo?
«È la trasmissione dei record. Se fossimo stati sostituiti da una trasmissione più moderna allora avremmo un rimpianto. Ma siccome siamo avvicendati da un format che viene da lontano e nelle altre reti si fa una tv antica, continuiamo a essere la trasmissione più moderna, provocatoria e soprattutto utile al pubblico in circolazione».
L’hanno chiamata a tenere una lezione alla Sorbona, fanno tesi di laurea su Striscia, le manca il Nobel per la cultura pop, che per altro non c’è?
«Fu un ciclo di lezioni alla Sorbona che la responsabile del Celsa Françoise Boursin definì formidable».
In francese suona meglio. Un’installazione di Striscia al Moma ci starebbe?

«Certo».
È un programma immutabile o una versione corsara è possibile?
«Dimostra di sapersi adeguare a varie formule».
Pier Silvio l’ha invitato a cena dopo che ha detto di non averlo mai visto per più di cinque minuti a quattr’occhi?
«Sì, ma non a quattr’occhi. Meglio per tutti e due».
A proposito, quando è a Cologno pranza con la squadra di autori e la sera nel residence con chi cena?
«A Cologno non pranzo, nel senso che mi accontento di una roba che noi chiamiamo cibo d’autore, focaccette, dolcetti, schifezzuole… Altri autori prima o dopo mettono i piedi sotto la tavola. La sera vado al ristorante o ceno al residence da solo. E, fieramente, mi lavo anche i piatti».
E dopo si sciroppa i talk show e i programmi d’inchiesta?
«No, non li guardo».
Il preferito e il meno amato?
«Davvero, non li guardo. La sera leggo o svengo».
A Stefano Lorenzetto l’85enne Pierluigi Magnaschi, il più vecchio direttore di giornali del mondo, ha confessato che dalle 3 alle 5 di notte legge tutti i quotidiani, stranieri compresi. Lei che abitudini ha?
«Ringrazio Lorenzetto per le pulci ai giornali che fa per tutti noi».
Ma le sue abitudini?
«Leggo fino all’una di notte e poi ricomincio alle sei e mezza».
Da quale giornale inizia?
«La Stampa di Torino».
E quello che le dà più soddisfazione?
«Mmmh… direi Playboy, se c’è ancora…».
Con Marina Berlusconi che rapporto ha?
«Sono anni che non la vedo, l’ultima volta fu all’uscita del Teatro Manzoni. Però mi piaceva quando scriveva contro Carlo De Benedetti».
Auspica che uno fra lei e Pier Silvio scenda in campo?
«Veramente avevo sentito parlare di Massimo Doris. Fossi nei figli di Berlusconi invece che scendere, salirei a Saint Moritz e terrei il telefono spento per un mese».
Rimpiange i tempi della sit Il Cavaliere mascarato?
«Berlusconi dava spunto a tutti i satirici, ci faceva vivere di rendita».
Durante il caso Giambruno si diceva che avesse nel cassetto altri fuorionda, invece…
«Tutto quello che avevo è andato in onda. Anche perché quella performance l’aveva fatta a Milano mentre a Roma era molto più prudente. Ho aspettato per avere nuovo materiale, ma non sono arrivate altre gioie».
L’ha mai incrociato negli studi di Cologno?
«Mai».
Forza Italia ha bisogno di volti nuovi o va bene così?
«Potrei dare consigli fraudolenti».
La ascolto.
«Non mi viene in mente nessuno. Anzi sì, Lele Mora».
Volti nuovi per il Pd?
«Più che di volti mi sembra abbia bisogno di programmi».
Elly Schlein, sotto gli slogan niente?
«Intanto, ha resistito più di quanto ci si potesse aspettare. Tuttavia, è chiaro che verrà spazzata via, come da abitudine, non dalla destra, ma dai suoi cacicchi».
Può essere segretario del Pd una che ha l’armocromista e la cittadinanza svizzera?
«Sono in conflitto d’interessi perché dal punto di vista della satira è il paradosso ideale. L’anno scorso ci abbiamo campato tutta la stagione».
È in conflitto d’interessi perché è del Pd?
«No, da semplice cittadino penso che un’opposizione forte faccia bene al Paese».
Chi vedrebbe come futuro segretario, Beppe Sala o Maurizio Landini?
«Nessuno dei due».
Giorgio Gori?
«Lui di varietà se ne intende. Saprebbe organizzare un grande show».
E come futuro candidato premier del centrosinistra?
«A Medjugorje si sta aspettando un’apparizione».
Chi è il leader di partito con maggiori doti mediatiche, dialettiche?
«Matteo Renzi, ma, per fare un esempio calcistico, sembra uno di quei virtuosi nel palleggio a bordocampo che poi in squadra fanno danni».
Di Donald Trump si sottolineano troppo i lati negativi?
«Fa di tutto perché si sottolineino quelli».
Almeno non è ipocrita: fa la guerra alle guerre, al green deal e al woke?
«Secondo me queste azioni fanno parte della sua enorme ipocrisia».
È andato a vedere il film di Checco Zalone?
«Sì e mi è anche piaciuto. Sono andato nei giorni scorsi a un’ora improponibile e il cinema era pieno».
L’ultima volta che ha votato?
«Ho rimosso».
Al referendum sulla separazione delle carriere voterà?
«Voglio farmi condizionare dagli ultimi giorni della campagna referendaria per decidere se farlo o no».
Mandi un buffetto al suo amico Beppe Grillo.
«Beppe sa che può sempre contare su di me».
Che impressione le ha fatto l’ultimo post introspettivo?
«Ribadisco la risposta precedente».
È più ingiustificata la superiorità morale della sinistra o il vittimismo della destra?
«Due cialtronate ingiustificabili».
Se lo aspettava che Giorgia Meloni durasse così a lungo?
«L’Italia è comunque sempre stata sostanzialmente un paese di destra. Meloni ormai incarna un intrepido esempio della Resistenza, non so se le farà piacere».

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Giuli risponde: «Sistema perverso, lo bonificherò»

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di Via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data – 23 dicembre 2025 – del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house. Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra – Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del Dipartimento cinema e audiovisivo Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution Srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, il film di Giulio Base sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate.
Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono. Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura Gianmarco Mazzi stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento? Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.

 

La Verità, 14 gennaio 2026

 

Soldi pubblici alla serie su Corona: Giuli risponda

Al ministero della Cultura, in particolare alla Direzione generale cinema e audiovisivo, i conti continuano a non tornare. Dal punto di vista dei contribuenti, s’intende. Perché, visti dall’angolazione dei fruitori dei finanziamenti del dicastero di Via del Collegio romano, produttori cinematografici e televisivi, broadcaster e piattaforme multinazionali, i conti tornano alla grandissima, eccome. Dopo la scoperta documentata su questo giornale da Davide Perego con una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e opere di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune nemmeno approdate nei cinema, altre programmate in sale deserte, ma sostenute a vario titolo per anni e per svariate decine di milioni dai contributi del ministero della Cultura, prima con Dario Franceschini e poi con i suoi successori Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli nel governo Meloni, dopo tutto questo si auspicava che i criteri di assegnazione dei medesimi fondi venissero ampiamente revisionati. Purtroppo, sembra di poter dire con una certa dose di rammarico che non è così.
Questo giornale nei giorni scorsi ha svelato che la controversa docuserie Fabrizio Corona – Io sono notizia dal 9 gennaio in programmazione su Netflix ha ricevuto dal ministero della Cultura quasi 800.000 euro (793.629 per l’esattezza), praticamente un terzo dell’intero budget (2.448.556 euro) per realizzarla. I cinque episodi diretti dai registi di documentari Massimo Cappello e Marzia Maniscalco sono prodotti da Bloom media house, una società dal portafoglio scarno di cui nell’homepage del sito si legge: «Siamo una società di produzione che si occupa di ideazione, scrittura, adattamento e produzione di contenuti audiovisivi per i differenti media: televisione, cinema e web». E che, tuttavia, è riuscita a convincere la mega piattaforma a diffondere una docuserie definita da Aldo Grasso sul Corriere della Sera «un brutto spot che cerca di trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in un eroe del nostro tempo». Oppure raccontata da Antonio Dipollina su Repubblica come una lunga spiata sul retrobottega del berlusconismo, «una vasca di liquami» su cui «gettare benzina… accendere, godersi lo spettacolo e farci più soldi possibile». Anche noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo rubricata come «un monumento a un campione di nichilismo… un genio del male».
Tuttavia, il punto della faccenda non è la moralità del soggetto dell’opera, né la sua qualità. Ma l’entità del contributo pubblico assegnato con il meccanismo del credito d’imposta, il famigerato tax credit. Non si tratta, cioè, di «contributi selettivi», ovvero fondi assegnati dopo che una commissione di esperti ha esaminato la sceneggiatura, valutato la necessità di incoraggiare autori alla loro opera prima o di premiare lo sforzo produttivo per un film d’essai o di interesse culturale per il suo «valore artistico, storico o antropologico». No, il sostegno con il tax credit avviene, per così dire, in modo automatico, sulla base di criteri asettici e, messa così, può essere pure peggio perché praticamente si tratta di finanziamenti pubblici a pioggia. Quali sono questi criteri? Che i produttori che ne fanno richiesta abbiano una loro attività riconosciuta e che l’opera abbia un’adeguata visibilità. Qualcos’altro? Sì, che il film o la serie in questione non incentivi l’odio razziale o di genere, l’uso della pornografia e altre amenità. Ma questa valutazione diciamo così, contenutistica, può aversi solo a posteriori, facendo eventualmente scattare la revoca del finanziamento erogato qualora qualcuno alzi il ditino ed eccepisca.
Non è questo il caso di Fabrizio Corona – Io sono notizia, un documentario che inanella una serie di opinioni, racconti e aneddoti circa l’attività dell’ex re dei paparazzi, suffragati o contraddetti dal medesimo Corona. Zero elaborazione, zero scrittura. Ma ciò che davvero sconcerta è che, alla fine, transitando dalla società Bloom media house, il denaro dei contribuenti sia finito a Netflix. La quale, senza il sostegno pubblico, avrebbe verosimilmente pagato l’intero esborso per l’acquisto della docuserie. Lo stesso si può dire di Paramount+; che avrebbe pagato l’intero budget di Vita da Carlo (quarta stagione). E di Sky Italia, che avrebbe saldato l’acquisto di Gomorra – Le origini, o della terza stagione di Call my agent. Questo solo per stare ad alcuni altri titoli che hanno ottenuto l’erogazione del ministero della Cultura con il medesimo decreto del 23 dicembre scorso che riguarda la serie su Corona. È difficile spiegarsi perché ci sia bisogno di questo sostegno pubblico e aziende multinazionali potentissime come Netflix, Paramaount+ (Skydance media) e Sky (Comcast corporation) possano indirettamente usufruire del denaro dei contribuenti italiani.

Per capirne di più ci siamo rivolti alla Direzione generale del cinema e dell’audiovisivo del ministero. Dove ci hanno chiesto di inviare una mail…

 

La Verità, 13 gennaio 2026

Il nichilismo di Corona è una macchina di soldi

Se la realtà si trasforma in reality, se non c’è distinzione tra pubblico e privato, se la vita diventa show, se la persona coincide col personaggio, se la normalità è trasgredire, se la quotidianità è ossessiva, se i soldi sono idolo assoluto, allora tutto è consentito e Fabrizio Corona può dire senza tema di smentita io sono Dio, io sono l’Italia. Quella vera, però, è Io sono notizia, non a caso il titolo della docuserie in cinque episodi da ieri disponibile su Netflix. Sfilano fotografi, impresari, giornalisti, persone dello showbiz per ritrarre il re dei paparazzi: Lele Mora e Costantino Vitagliano, Marianna Aprile e Platinette, lo scrittore Enrico Dal Buono e l’avvocato socio di follie, Tommaso Delfino. Poi la madre Gabriella Privitera, e l’ex moglie Nina Moric, visibilmente provata e autrice della confessione più dolorosa: aver «ucciso» i due gemelli che portava in grembo perché incompatibili con la scalata al successo pianificata dalla coppia. Lui glielo ha chiesto e lei ha acconsentito, ricorda Nina. Lei ne è rimasta ferita, io no, chiosa Fabrizio.
Del resto, tutto, rapporto coniugale compreso, è finalizzato al fatturato. Le notizie sono intercettate o costruite a freddo. La storia tra Flavia Vento e Francesco Totti, la separazione di Michelle Hunziker e Eros Ramazzotti, Simona Ventura e Giorgio Gori, le vallette e i politici. Anche il carcere si trasforma in un set, un teatro di scoop giornalistici. Poi l’onda di popolarità s’impenna ancora con Belén Rodriguez. Lele Mora racconta l’apprendistato del ragazzone e il loro rapporto ambiguo. Corona commenta: «Non è che puoi vendere l’anima al diavolo se il diavolo sei tu». La madre parla del ruolo del padre, Vittorio, schivo protagonista della Milano degli anni Ottanta e cofondatore della Voce di Indro Montanelli. Anche Marco Travaglio ricorda, commuovendosi, Vittorio. Al padre in fin di vita lui è costretto a dire di essere indagato per associazione a delinquere ed estorsione. Ogni persona è un mezzo con un fine. Anche lui è il mezzo di sé stesso: «La nuova cassa di denaro passa dalla creazione di un personaggio, che è Corona», spiega. È il trionfo dell’autonarrazione. È l’autofiction prima dei social network. È la comunicazione che crea la notizia.
«È un profeta del nulla», sintetizza Dal Buono. «Io non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nelle istituzioni. Io non credo in nulla», conferma lui. Le rivelazioni, le confessioni, i retroscena e gli orditi diabolici di Io sono notizia scolpiscono il monumento a un campione di nichilismo non privo di fascino. Quello di un genio del male.

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

 

 

 

Il talk di Bianca si porta bene anche su Mediaset

In un mondo in cui tutto cambia qualcosa resta immutato. È Bianca Berlinguer in onda con il suo programma di approfondimento giornalistico al martedì sera. Uguali a loro stessi, lei e il talk show. Cambia il media che lo diffonde, Rete 4 della tv commerciale al posto di Rai 3 del servizio pubblico. Insomma, secondo il vecchio schema la scommessa è un talk di sinistra in una rete di destra. Evidentemente, BB ha pensato che per il suo pubblico si tratta solo di cliccare un altro tasto del telecomando e quindi struttura, ospiti e contenuti potevano restare invariati. Non a caso è traslocata anche l’intera squadra, a cominciare da Sancho Panza Mauro Corona. Anche lo studio è identico…

In realtà, qualche novità c’è. Il programma ora s’intitola È sempre Cartabianca, ma in quella sottolineatura temporale si coglie la volontà di mantenimento del format. Il secondo cambiamento è nella durata che si allunga di tre quarti d’ora, il che permette di affrontare gli argomenti con meno frenesia. Una parte di questo tempo supplementare va appannaggio del lungo duetto con l’uomo del monte. Il quale si toglie i macigni dalle pedule per replicare al «ragionier» Vincenzo De Luca e ad «Alessandro Cecchi Pa(v)one» prima di opinare sulla qualunque. Dopo l’intervista a Giuseppe Conte, la parte migliore della serata si è concentrata nei talk veri e propri. Azzeccata l’idea di mettere a confronto Flavio Briatore con Debora Serracchiani e Stefano Cappellini sulla forbice sociale sempre più divaricata tra super ricchi e super poveri e documentata in un paio di servizi sulle vacanze extra-lusso o extra-povere e sulla necessità del salario minimo. Alla fine, il più assennato e competente è risultato Mario Giordano, presente anche in veste di ambasciatore aziendale: schierarsi con i lavoratori o gli imprenditori è uno schema vecchio, ci sono piccoli imprenditori e artigiani che patiscono tanto quanto i lavoratori dipendenti… Altrettanto ricco il dibattito sugli stupri del branco, innescato da un focus sulla movida palermitana. Il parterre di ospiti era molto composito, ma proprio la gestione della complessità è il banco di prova dei conduttori dei talk. A dimostrarlo c’è l’accentuato interventismo di Berlinguer, portata a indirizzare il confronto in una direzione precisa.

I riscontri di audience della puntata d’esordio (1,2 milioni di telespettatori e il 9,6% di share) sembrano dar ragione al trasloco del format su Rete 4, ma per parlare di scommessa vinta bisogna attendere quando sulle reti concorrenti saranno in onda Giovanni Floris e Nunzia De Girolamo.

 

La Verità, 7 settembre 2023

Il pubblico tv vede arrivare la Schlein… E scappa

Anche i telespettatori non l’hanno vista arrivare. Anzi sì, e sono scappati. L’ospitata di Elly Schlein a Cartabianca dell’altra sera è stata un flop su tutta linea. Come o addirittura peggio delle ultime amministrative, nelle quali la sinistra ha vinto solo dove non ha partecipato alla campagna elettorale. In televisione, «Elly Nein», come l’ha rinominata il direttore Maurizio Belpietro, fa lo stesso effetto di un break pubblicitario. Uno smottamento di ascolti. Una frana di audience. Un precipizio dello share. Come quelli delle urne – dopo i quali Schlein ha invitato i suoi detrattori tramite un video su Instagram a mettersi comodi perché lei è arrivata per restare – anche questi sono numeri incontrovertibili. Cifre inconfutabili anche a colpi di supercazzola.
Con il derby dei talk show tutto interno alla sinistra, la tenera Elly su Rai 3 e Pier Luigi Bersani su La7, la serata di martedì 6 giugno è un ulteriore colpo di maglio sull’autostima della segretaria multigender e multipassaporto. Nel segmento del programma di Bianca Berlinguer aperto dal ping pong con Mauro Corona si è registrato il picco di 1,65 milioni di telespettatori, share dell’8,4%. Ma quando è comparsa Schlein la colonnina dell’Auditel è precipitata al 5,5% con un’emorragia di mezzo milione di persone, quasi un terzo della platea, prima di inabissarsi a 950.000 ascoltatori (700.000 in meno). Insomma, un esodo. Entra lei ed esce il pubblico. Arriva Elly, fuga da Rai 3. Il dato risulta particolarmente significativo perché fotografa il comportamento di un bacino di telespettatori già orientati a sinistra.
La platea della Terza rete Rai che ascolta più volentieri lo scrittore montanaro, privo di armocromista, della leader del Pd fa venire in mente la campagna pubblicitaria di quel marchio di telefonia che invita a evitare le consulenze dei Vip – sportivi, rockstar, attori delle soap, persino una regina – e a fidarsi invece della persona comune che il prodotto in questione già lo usa. È una questione di credibilità, di attendibilità. Giusto quella che inizia a difettare alla tenera Elly da quando ha concesso la sua prima intervista a Vogue. Non tanto per l’inciampo dell’armocromista enfatizzato dai critici, quanto per la scelta stessa della testata. Se nella tua prima intervista pubblica ti rivolgi ai lettori di una patinatissima rivista di moda e design, con quale credibilità, poi, puoi parlare di salario minimo e di battaglie ugualitarie? Domande legittime che forse gli elettori e i telespettatori di riferimento cominciano a porsi. Per restare all’esibizione televisiva dell’altra sera, legittimo è anche il confronto ravvicinato con i numeri dell’intervista a Giorgia Meloni, il giorno prima ospite di Quarta Repubblica su Rete 4, che ha portato il programma di Nicola Porro dal 3,2 (del break pubblicitario) al picco dell’8,9% di share. Insomma, il percorso contrario.

Per quanto si sforzi, e rafforzi il suo burocratese con quella mimica manuale molto convessa, la neosegretaria dem non riesce a bucare la nebbia di un linguaggio da agenda della globalizzazione, farcito di «conversione ecologica», «trasformazione digitale», riduzione «delle diseguaglianze sociali, territoriali e di genere». Il confronto con le metafore di Pier Luigi Bersani, ospite a Dimartedì, è risultato impietoso non solo per l’originalità espositiva («togliere le intermediazioni come i giornalisti per rivolgersi direttamente al popolo è come voler prendere l’acqua con le mani»), ma pure in termini numerici. La sovrapposizione tra Schlein e Bersani è durata solo pochi minuti, subito dopo le 22. Ma a quell’ora l’ex segretario e più volte ministro, esponente di una sinistra riconoscibile pur se ormai d’antan, parlava a 1,7 milioni di spettatori (9% di share), picco del talk di Giovanni Floris e audience quasi doppia di quella della povera Elly. Per la cronaca, va precisato che Dimartedì supera abitualmente di un paio di punti di share Cartabianca. Perciò è il caso di dire che l’avvento della segretaria multigender non ha portato aria nuova nella ripartizione delle platee dei talk show, anzi. Tuttavia, la sua disfatta si fa ancora più rotonda per la sconfitta a distanza con l’imitazione di lei stessa proposta da Paolo Kessissoglu (6%) che la dipinge incerta, stralunata e alla perenne ricerca di pause rigeneranti dalla stressante vita di segretaria. Anche Berlinguer ha provato a metterla a suo agio, evitandole le domande ch’ella aveva già espunto da precedenti interviste su maternità surrogata, diritti Lgbtqia+ e la compagna Paola, nonostante fosse appena esploso il caso del ritiro del patrocinio della Regione Lazio al Roma Pride. Ma Schlein è parsa ugualmente in affanno, protesa nello sforzo di risultare persuasiva. Il suo è già diventato un cammino in salita e ogni giorno di più dà l’impressione di essere capitata in un gioco più grande di lei. Per questo i più feroci detrattori sostengono che sia già finita. Forse dobbiamo ascoltare il suo consiglio e metterci comodi e attendere che anche lei se ne accorga.

 

La Verità, 8 giugno 2023

 

«Adesso sto buona buona, ma vedrete cosa oserò…»

Tango e politica, talent e talk, Ballando con le stelle e Cartabianca. Sempre spericolata, Iva Zanicchi fa discutere di qua e di là. Soprattutto nel talent ballerino di Rai 1. La scorsa settimana prima ha bonariamente rimproverato Samuel Peron, il suo partner, per averle rovinato il finale del boogie-woogie; poi, raccontando una barzelletta sconcia, ha finito per gelare lo studio. Prezzi che si pagano alla spontaneità. Ma l’Aquila di Ligonchio, concerti nei teatri di mezzo mondo, vincitrice di tre Festival di Sanremo, attrice, presentatrice e opinionista tv, già europarlamentare di Forza Italia, tira un bel respiro e riparte, «ma tenendo di più i remi in barca», promette.

Signora Zanicchi, lo sa che le interviste sono come il ballo?

«Non lo sapevo, perché durano poco e sono divertenti?».

Perché ci sono interviste valzer e interviste rock’n’roll.

«Ci sono anche le interviste marcia funebre?» (ride).

Speriamo di no. Stasera su che ballo si cimenterà?

«Affrontiamo il foxtrot, un ballo americano che mi piace molto e va anche nelle balere italiane. È una danza elegante, indosserò un bell’abito da sera come le ballerine vere. Spero che vada tutto bene e di non fare la pagliaccia, come al solito».

Accettando l’invito di Milly Carlucci sapeva di rischiare e di mettersi alla prova?

«L’ho preso come un gioco da fare seriamente».

Le ho visto eseguire il casqué nel tango argentino e il ponte nel boogie-woogie: come fa alla sua tenera età?

«La settimana scorsa dopo che ho fatto il ponte ho ricevuto una marea di telefonate. Erano tutti stupiti per i miei 82 anni, l’età l’ho sempre sbandierata… Da ragazza facevo ginnastica e sport, perciò il corpo è ancora abbastanza flessibile, non ho avuto neanche mal di schiena. Vedrà questa sera cosa oserò…».

Quanto si allena?

«Questa è la disperazione di Samuel. Però lui che è un ragazzo intelligente capisce che non posso allenarmi sei o sette ore al giorno come i più giovani. “Fai un po’ di cyclette”, mi dice. Io gli dico di sì ma poi non la faccio. Gli attrezzi mi annoiano, a me piace camminare, ma dove vado da sola per Roma? Mi alleno un’ora al giorno e va bene così».

Come diceva quella canzoncina: di belli come noi la mamma non ne fa più…

«S’è rotta la macchinetta…».

Invidia qualcosa ai giovani di oggi?

«Quello che io non ho mai avuto, la leggerezza, un certo menefreghismo. Hanno la sfrontatezza di voler arrivare a una metà senza soffrire. Noi facevamo la gavetta, ci hanno insegnato a lavorare e studiare per anni… Oggi partecipano a un talent e dopo sei mesi sono in tour negli stadi o a Sanremo. Magari subito dopo spariscono».

Hanno vita troppo facile?

«Sicuramente. Non dico che ai miei tempi si considerasse necessaria la sofferenza, ma un certo spirito di sacrificio sì. Una meta te la devi sudare… Oggi è tutto più facile, si va a studiare all’estero, una cosa che negli anni Sessanta e Settanta era impossibile. Anche se essendoci tanta concorrenza ci vuole molto impegno».

Da ragazza andava a ballare?

«Qualche volta in agosto, alle sagre. Mentre papà era negato, mia mamma adorava il ballo e ci insegnava il liscio nell’aia di casa».

Invece alle sagre ballava i lenti e il rock’n’roll?

«Il rock no. La mazurka, il valzer, il tango romagnolo, non quello argentino. Sono arrivata fino al twist».

Niente rave party?

«Per l’amor di Dio».

Con chi va più d’accordo del cast?

«Ho un bellissimo rapporto con tutti, anche con le donne… Paola Barale la conosco da quando era ragazza. Mughini è molto dolce, diverso da come lo immaginavo».

Discutete mai di politica?

«Mai, né dietro le quinte né in camerino. La politica è bandita».

Neanche un commento sulle elezioni?

«Ballando è iniziato dopo, prima ci vedevamo solo per le prove. Lasciamo fuori tutto, siamo concentrati sulla preparazione e su quello che dobbiamo fare. Anche nelle pause non si parla di cose  extra ballo».

E con gli autori va d’accordo?

«Ho un autore che mi segue, un ragazzo dolcissimo che mi fa le interviste prima delle esibizioni. C’è un rapporto come tra mamma e figlio. È affettuoso, io lavoro bene solo se ho attorno persone carine, è un mio punto debole».

Ogni tanto la rimproverano?

«No, perché sono abbastanza autocritica. Nella prima puntata ho fatto una piccola scivolata (una parolaccia sfuggita, rivolta a Selvaggia Lucarelli ndr), nell’ultima ho raccontato una barzelletta un po’ piccante. Adesso devo stare buona buona» (sussurrando).

Quindi, un po’ le hanno tirato le orecchie.

«Mi sgrida molto Samuel. Dice che la butto in caciara perché quando sbaglio un passo, un movimento, rido. È il mio modo di scaricare la tensione, cosa devo fare, mettermi a piangere? Comunque, ci vogliamo bene, c’è un affetto straordinario…».

Con Milly Carlucci che rapporto ha?

«Ottimo. Non la conoscevo bene, ed è una sorpresa unica, non so come faccia. Tutti i santi giorni è la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via. È una macchina da guerra, un po’ com’era Raffaella Carrà, persino di più, oserei dire. Segue tutto, dalla musica alle interviste, dalle prove ai costumi».

Una grande professionista.

«Anche di più, una grande manager. Io non potrei mai…».

È vero che le ha chiesto di fare la giurata del Cantante mascherato in primavera su Rai 1?

«Ma… sì, è vero. Me l’ha proposto, è stata molto carina. Vedremo, manca ancora un po’».

Ha più feeling con Samuel Peron a Ballando o con Mauro Corona a Cartabianca?

«Vorrei rispondere Corona, ma non è così. Ne ho di più con Samuel anche se Corona mi diverte. Quando vado a Cartabianca mi sincero che ci sia anche lui perché è intelligente e mi diverte».

È un irregolare come lei?

«Un po’ mi somiglia. L’ultima volta ho promesso che andrò a trovarlo e faremo una diretta con “Bianchina” dalla sua casa di montagna».

Andate d’accordo perché siete entrambi montanari?

«Oddio, forse un po’. Ma non solo quello. Lui si presenta come un vecchio pastore, ma è un uomo colto, ironico e dissacratore. In questo ci somigliamo, ma lui è più dissacratore di me».

Entrambi simpatizzate per Giorgia Meloni?

«Non conosco il pensiero di Corona, io sicuramente sì. L’ho sempre ammirata e tifo per lei. La seguo da anni e quando ho avuto degli incontri casuali sono stati sempre cordiali».

Che cosa la convince della Meloni?

«È coraggiosa, capace e coerente. La coerenza gliela riconoscono tutti».

Se dovesse darle un consiglio non richiesto cosa le direbbe?

«Posso augurarle buon lavoro, che altro? Spero non si scoraggi perché incontrerà molti ostacoli e molte difficoltà a governare, con tanti oppositori che ci sono».

Questi primi 15 giorni non sono filati proprio lisci.

«Credo che abbia la capacità di governare questo Paese. Noi italiani siamo meravigliosi, amiamo il bello, l’arte e il buon vivere. Ma spesso non ci piacciono le persone di successo, siamo un po’ invidiosi. Le opposizioni fanno il loro lavoro e con tutti i problemi che ci sono nel mondo, in Italia ce ne sono anche di più… Non sarà facile. Ma dico: se la gente le ha dato fiducia, lasciamola lavorare».

Secondo lei Berlusconi resisterà nel ruolo di padre nobile un po’ defilato o cercherà di riprendersi la scena?

«Direi che la scena non l’ha mai persa: pur non avendo vinto le elezioni è sempre in primo piano. Ma dato che è molto intelligente, e che gli voglio bene, sono sicura che sarà capace di ragionare senza ascoltare nessuno. E, nonostante non sia il premier, sarà pronto a collaborare con lei. Lui rimarrà sempre Berlusconi, però le elezioni le ha vinte lei».

Chi è stata la più grande cantante italiana fra lei, Ornella Vanoni, Mina e Milva?

«Guardi, tutti dicono Mina e può essere giusto. Anche perché ha avuto tante occasioni che le altre non hanno avuto. Per 15 anni era in televisione tutti i sabati sera. Però effettivamente è la più brava, ha grande musicalità, praticamente è una jazzista, con una voce molto duttile. Lo scettro è suo, ma non dimentichiamo le altre».

Ornella Vanoni?

«È una grande interprete, che muove i sentimenti. Se Mina è capace di grandi virtuosismi, la Vanoni tocca il cuore. Quando canta Mi sono innamorata di te ti arriva dentro».

Milva?

«Anche lei era una grandissima interprete. Possedeva una voce scura, profonda, diversa da quella di Mina. Poteva cimentarsi in generi preclusi alle altre, il tango argentino con Astor Piazzola, il repertorio di Kurt Weill».

E Iva Zanicchi?

«Io racchiudo le qualità di tutte e tre» (sonora risata).

Qualche volta l’ho sentita un po’ tagliente nei confronti di Mina…

«Lo so, con questa boccaccia… Mina ha la stessa mia età, ma io ho iniziato cinque o sei anni dopo. Lei si era già affermata con le prime canzoni, Una zebra a pois, Prendi una matita… Era dirompente, prima di lei le cantanti non parlavano in televisione. Adesso, quando mi capita di riascoltarla, la ammiro più di allora».

Invece tra le cantanti giovani chi le piace?

«Le giovanissime le conosco poco, conosco più quelle di mezzo. Giorgia, potrebbe essere la Mina di questa generazione, ha una grande estensione vocale. Laura Pausini è famosa in mezzo mondo, quindi chapeau, è una grande manager di sé stessa. Emma Marrone ha grinta e grande determinazione sul palco. Arisa è un’altra grandissima voce, Elisa è una brava interprete e anche cantautrice, è molto completa».

L’anno scorso è andata a Sanremo, quest’anno dopo Ballando e oltre a Cartabianca ha altri progetti?

«Ne ho uno, a parte il Cantante mascherato. Lo sto proponendo e mi auguro si possa realizzare. Il titolo è Vacche grasse».

Un titolo ottimista.

«Esatto, dopo le sette vacche magre… Ho un mito televisivo che si chiama Renzo Arbore e non mi vergogno a dire che m’ispiro a lui. Basta così, non posso dire altro».

Intanto, questa sera niente barzellette?

«Vediamo, sa come succede: quando finisco di ballare il pubblico in sala comincia a tifare. Si figuri se mi faccio pregare. Però, d’ora in poi, solo barzellette risciacquate nell’Arno».

 

La Verità, 5 novembre 2022

Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019

La corte di Corona svela una Berlinguer inedita

A Bianca Berlinguer piacerebbe che Mauro Corona regalasse la scultura di una ballerina. La gradirebbe più di una maternità con bambino. La rivelazione è scaturita da uno dei dialoghi borderline che ormai fanno parte del copione di #cartabianca (Rai 3, martedì, ore 21.20, share del 5.80%, in crescita). Il duetto tra l’ex imbronciata direttora del Tg3 con il cognome che profuma austerità e il buon selvaggio – scultore alpinista scrittore sempre in tv – è l’incipit fisso della puntata. La coppia funziona e conviene piazzarla all’inizio per stimolare l’Auditel. Duettano, flirtano, giocano di fioretto con allusioni e ruvide galanterie che svelano il lato femminile di BB che nessuno sospettava. La principessa e il barbaro. La signora di Roma e il montanaro. La giornalista in total black e lo scultore con i bicipiti scoperti che dissemina il suo eloquio di citazioni più o meno precise. Il gioco dei contrasti diventa sinergia. Quanto le abbiamo giovato noi? E quanto le ho giovato io?, si sono rimbalzati a inizio collegamento. Dopo il servizio sulle valli del Veneto colpite dal maltempo Corona annuncia che andrà a prendersi qualche pino cembro per scultura. «Così ne farà qualcuna anche per noi». «Una per lei di sicuro». «Grazie. E che scultura mi farebbe? Voglio espormi…». «Non certo una ballerina». «Oddio, se mi voleva fare una ballerina non è che mi offendevo. Per me andava bene». «Per lei farei una maternità, una mamma col bambino. Poi ci metto san Giuseppe vicino…». «Beh, come la Madonna non mi ci vedo molto…». Scorre un breve filmato dal profilo Facebook in cui lo scultore modella un crocifisso con la motosega. «Noi con la motosega depiliamo le nostre donne senza ferirle, non abbiamo bisogno di corsi e patentini», butta lì Corona in polemica con le normative. Lei procede con la scaletta prestabilita, ma non resiste e chiosa: «Comunque, io con quella motosega non mi farei mai depilare. Non so le donne di là». «Se vuole provare io le garantisco l’immunità». «Solo l’immunità, perché per il resto non si sa come va a finire, potrebbe accadere di tutto». «Quando vengo a Roma porto la motosega». «Ma non speri nella depilazione». Questo è il tenore. Il consiglio dei ministri, l’assoluzione di Virginia Raggi, l’attacco dei grillini ai giornalisti sono incorniciati nel flirt. L’intervista dura quasi un terzo del programma. Quando arriva Maria Elena Boschi che assiste all’uscita di Luigi Di Maio da Palazzo Chigi il meglio c’è già stato. Con Albano Carrisi si parla ancora un po’ di politica, ma di più di vita privata del cantante, tra Romina Power e Loredana Lecciso.

BB ha imparato, BB è cambiata.

 

La Verità, 15 novembre 2018