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«L’overdose di gay è il nuovo conformismo»

Nella sede di Rtl 102.5 a Cologno monzese fervono i preparativi per il trasferimento a Villasimius in Sardegna da dove l’emittente trasmetterà fino a fine agosto. «Io invece, mi trasferisco a casa mia a Parma», confida ironico Mauro Coruzzi, in arte Platinette. «Devo rimettermi in sesto per poter dare una mano a una persona cara che ha bisogno di me». Il tempo a disposizione non è molto, alle 17 incombe Password, il programma che conduce con Nicoletta De Ponti. Pochi convenevoli e si parte.

Dalla mise, l’intervista è a Mauro Coruzzi.

«Se per lei ha importanza… è un conformismo anche questo».

Mauro sta chiedendo più spazio?

«No. Credo sia un work in progress, come direbbero quelli che parlano bene. Non amo seguire regole neanche nell’abbigliamento o altre che indicano qualche segretario di partito o qualche televisivo. Neanche a scuola le seguivo».

Coruzzi frequenta la radio e Platinette, più telegenica, la tv?

«No. Platinette è un riciclaggio di me stesso e di modelli altrui, da Mae West a Mina, splendida ragazza madre nell’Italia dei Sessanta. Cerco il difforme, non il conforme. Platinette è una travestita, ma se la trova certe notti nella bassa padana non la riconosce. Mauro è un ragazzo obeso, con una testa che lavora più del corpo e tanta voglia di migliorare il suo aspetto».

Tra i due c’è intesa?

«Una felice collaborazione, come quella che ci fu tra Mara Carfagna e Alessandra Mussolini quando fecero la legge contro l’omofobia. La dobbiamo a loro, non agli illuminati di sinistra, tipo Franco Grillini dell’Arci o Vladimir Luxuria, che ha approfittato dell’anno in Parlamento per rifarsi le tette. Personalmente ho speso un patrimonio in questa battaglia, solo la tessera radicale costava 600 euro. Ma c’era Marco Pannella…».

Marco Pannella.

«Quando andò ad Arcore ebbi un orgasmo. Speravo nella fusione tra la sua creatività e lo spirito liberale di Berlusconi. Non trovo che il sistema delle cooperative abbia migliorato la convivenza civile. Purtroppo, l’avvicinamento tra i due non ha avuto seguito. E il mio spirito liberale e libertario è rimasto orfano pur avendo i genitori».

Ricominciamo da quelli veri.

«Contadini inurbati da Langhirano a Parma, sperando in un miglioramento. Mia madre era operaia in una fabbrica di conserve di pomodoro, mio padre muratore. Non conoscevano l’italiano, la sera guardavano Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi per imparare qualcosa».

Infanzia e adolescenza in povertà.

«Avevo intuito che la cosiddetta cultura, senza la k degli anni Settanta, poteva essere d’aiuto. Alle magistrali ero un inguaribile secchione che però partecipava alle occupazioni, al Movimento studentesco e tutto il resto. Studiavo perché mi piaceva, e mi piace tuttora».

Amici?

«Amori in classe, nella scuola, come tutti».

Non se omosessuali.

«Non solo omosessuali».

Figure importanti di quegli anni?

«Una professoressa d’italiano, tale Irma Traversa Coscia, donna fantastica, unghie curatissime e cervello fulminante. Le chiesi cosa potevo presentare di difforme alla maturità. Scegliemmo Alberto Moravia che avevo conosciuto attraverso Il conformista del parmense Bernardo Bertolucci. Non pago, aggiunsi L’uomo che si gioca il cielo a dadi, una canzone di Roberto Vecchioni».

Garzone di fruttivendolo, poi giornalista: cosa c’è in mezzo?

«Volevo dei soldi per i cavoli miei. Finii le medie facendo consegne della spesa per un verduraio, come i rider di oggi. Guadagnavo 500 lire ogni sabato che spendevo in cinema pizza e Coca cola. Come regalo per la terza media, anziché il Ciao chiesi a mia madre, complice con il figlio frocio come da copione, di andare al concerto di Mina a Parma. Fu un’apparizione, era il 1968».

La sua svolta?

«L’inizio di una devozione. Poi il destino generoso me la fece incontrare ancora. Nel 1981 eravamo nel suo ufficio per fondare il Mina fan club quando lei arrivò, pelliccia fino a terra e maglione nero: “Io prendo un cappuccino scuro, voi?”. Sparì, ma ci fece sapere che l’idea del fan club le piaceva. Noi ci esibivamo en travesti col nome di Le Pumitrozzole, crasi di puttane mignotte troie zoccole lesbiche. “Magari, d’ora in avanti quando mi chiamano mando voi”, buttò lì».

Invece?

«La ritrovai a fine anni Ottanta quando lavoravo per Rock Caffè di Rai2 e mi suggerirono di provinare Benedetta Mazzini, sua secondogenita. Arruolata, ma la madre sorvegliava, così ebbi l’occasione di frequentarla. Un’altra l’ho avuta per gli spot della Tim durante il Festival di Sanremo 2018».

Maurizio Costanzo dove l’ha scovata?

«Uscì un articoletto su Panorama sulla speaker di un piccolo network radiofonico di nome Platinette che faceva dell’esagerazione e dell’irriverenza la sua cifra. Mi fece chiamare per una serata del Costanzo show dedicata alle drag queen. Declinai. Ci riprovò per una puntata sulle patologie alimentari, argomento che conosco bene. Quando arrivò al Parioli e io ero seduto in platea prima del trucco chiese agli assistenti: “E quello chi è?”. Non poteva riconoscermi, ma da quella sera c’innamorammo».

Qualche giorno fa ha scatenato un putiferio dicendo che gli omosessuali hanno troppo spazio.

«Trovo che la lamentela continua delle associazioni Lgbt abbia poca ragione d’essere. Non si fa un film o un talent o un reality show senza una travestita o due omosex che litigano. Un’overdose. Un nuovo conformismo. Cristiano Malgioglio io so che è un grande autore, ma non sono sicuro che il pubblico colga. Nel pomeriggio di Rai1 Pierluigi Diaco conduce un programma sui buoni sentimenti, con la posta del cuore. Sembra di essere nel dopoguerra».

La sua è una critica di costume?

«Non solo. In Italia se non sei famiglia, compresa quella omosessuale, non sei niente. Non ce l’ho con chi si unisce civilmente, il rapporto codificato dalle leggi mi fa piacere. Ma così si uccide la singolarità, io sono famiglia di me stesso. Se esco con certi amici tradizionali o anche omosex mi annoio a morte. Parlano di figli, di carriere a Londra, portano una cena normale come prova di solidità del rapporto: “Era caldo, non sapevamo che fare, abbiamo tagliato un melone e cenato alle otto di sera”. Sì, e alle otto e dieci?».

Concorda con la sensazione che il Gay pride goda di stampa molto migliore di quella del Family day?

«Ammazza! Non c’è dubbio. Se dissenti sul Gay pride non hai cittadinanza. Eppure le conquiste sono state fatte, ci si può un po’ prendere in giro. Volevo affittare una decappottabile per sfilare come Lana Turner. Mi hanno detto di no perché l’auto inquina. Capisce? Ho ripiegato su un risciò, che è costato quasi più della decappottabile».

Si impegnerebbe senza se e senza ma sui matrimoni gay? Da uno a dieci…

«Quattro. Come i figli di Lorella Cuccarini…».

Sulla stepchild adoption.

«Zero, senza incertezze. Tiziano Ferro se ne faccia una ragione».

Sull’utero in affitto?

«Sottozero. È una forma orribile di sfruttamento delle donne. Ti presto il mio forno per cuocere le tigelle e poi le mangi tu. Dopo l’approvazione della legge Codice rosso per la violenza sulle donne voluta da Giulia Bongiorno non ho visto né sentito esultare le organizzazioni Lgbt: solo perché Bongiorno appartiene a uno schieramento diverso?».

Sul Me too?

«Uno. Guarda caso, si salvano tutti. Fausto Brizzi è tornato, persino Cristiano Ronaldo non sarà processato. Si vogliono moralizzare anche le donne che sono felici di concedersi per trarne un vantaggio. Perché le nostre attrici, bravissime per carità, erano tutte sposate a produttori cinematografici?».

Sulla triptorelina, il farmaco che rallenta la pubertà per chi avverte disforia di genere.

«Zero anche qui. Ci fosse un ormone che ci permettesse di stare in bilico tutta la vita, quello servirebbe».

Nemmeno le unioni civili la convincono?

«Non mi convince il matrimonio come mutuo soccorso. L’assistenza, la successione, la reversibilità erano possibili anche prima, bastava andare dal notaio con 100 euro. Non m’interessano la metà del cielo e quelle cose lì. Anche Maria di Nazareth era sola… Nasciamo singolarmente, ma non si fa mai una legge per l’individuo».

Ha seguito la vicenda di Bibbiano?

«Poco. Non mi ha preso emotivamente, anche se mi rendo conto… Ciò che mi colpisce è che questi fatti avvengano a Reggio Emilia, città di partigiani e comunisti, governata a lungo da Graziano Delrio. Allora è vero che i comunisti mangiano i bambini».

Definisca Linus.

«C’è qualcosa da dire?».

Barbara D’Urso.

«L’unica che abbia sottomesso la volontà per ottenere dei risultati. Ho massima ammirazione, ma vorrei vederla applicata su altre tematiche, oltre alla difesa delle donne e dei gay».

Maria De Filippi.

«La donna che avrei voluto essere. Mai visto un copione, mai avuto tanta libertà come con lei. Una gratificazione riuscire a farla ridere fino a scapicollare».

Regista cinematografico preferito?

«George Cukor. Donne è un capolavoro assoluto: un film con tutte le star di Hollywood che parlano di uomini per tutto il tempo senza che se ne veda uno. Ex equo con Luchino Visconti ed Ernst Lubitsch».

E il cinema italiano? Ferzan Ozpetek, Luca Guadagnino, Gianni Amelio…

«Non lo seguo molto. Per carità, con Ozpetek e Amelio ho anche lavorato. Chiamami col tuo nome mi è parso retorico al confronto con Il giardino dei Finzi Contini o Rocco e i suoi fratelli».

Letture preferite?

«Le biografie. Non avendo una vita interessante, leggo quelle altrui. Aprirò una libreria di sole biografie».

Che cosa le manca di più oggi e in prospettiva futura?

«Un faro. Rifaccio il nome di Pannella, per il tipo di visione costante che rende la vita soddisfacente. Non ha mai nascosto il suo essere omosessuale, ma non ne ha mai fatto strumento di lotta se non al servizio del cittadino, come dimostrano le battaglie per l’aborto, il divorzio e l’eutanasia».

Alla fine si è avvicinato alla Chiesa.

«Sì, doveva fare i conti con qualcuno. Con la sua coscienza, credo; più che con il Dio dalla barba bianca».

 

La Verità, 28 luglio 2019

 

 

«Vivo in un Truman show, giusto avere un piano B»

Ha visto? Le cose più desiderate e attese sono quelle che riescono meglio», attacca Simona Ventura. «Se si concretizzano, sì», replico.

Lo sa che l’attendono 300 domande?

«Perciò devo rispondere in modo sintetico?».

Vedo che ha colto.

«Bene. Tanto, io sono una palla pazza che strumpallazza».

Prego?

«Era la pubblicità di una palla per giocare. In questo periodo mi sento un po’ così».

Allora cerchiamo di fermare lo strumpallazzamento… Come sta suo figlio Niccolò?

«Molto bene e non solo di salute. Gli sono più chiari i suoi obiettivi. Ma tutti tre i miei figli li vedo focalizzati sui loro sogni, e già il fatto di averli significa che sia io che Stefano (Bettarini ndr) abbiamo lavorato bene».

Che riflessione ha causato la nottata all’Old Fashion?

«È stata una prova che l’ha fatto crescere come, credo, succede a tutti quelli che vanno così vicini alla morte. Per me è un miracolo: quando vedo altre mamme che i figli non li hanno più, provo imbarazzo e affetto per loro anche se non le conosco, come nel caso della madre di Marco Vannini».

Rispetto a qualche decennio fa, ai ragazzi di oggi mancano punti di riferimento?

«Mi faccio spesso un bell’esame di coscienza. I figli sono la mia priorità e come madre ho cercato di dare il meglio, trasferendo loro quello che mi hanno insegnato i miei genitori. Però, forse, per compensare il senso di colpa di essere assorbiti dal lavoro, abbiamo dato ancor prima che loro desiderassero. Se si spiana la strada dai dossi, poi, il primo che si incontra, sembra una montagna».

Argomento frequentato: mi dice qualcosa di nuovo sul suo ritorno in Rai?

«Domenica scorsa sono stata alla Domenica sportiva e mi ha colpito l’affetto delle maestranze. Ritrovare dopo tanto tempo l’affetto delle sarte, dei cameraman, delle persone della vigilanza mi rende felice».

The Voice of Italy è partito bene, ce la farà a imporre un nuovo talento musicale?

«Ce la faremo. Penso che insieme alla rete e alla società di produzione abbiamo scelto le persone giuste. Gli inediti stanno già entrando in tendenza… Credo che The Voice sia un piccolo gioiello che fa musica in modo ironico e giocoso».

Ha scelto una giuria politicamente scorretta.

«Il fighettismo non fa per me. A volte ho avuto incomprensioni con i radical chic, io sono pop. La mia televisione vuole essere includente, per tutti e senza orpelli».

Differenze da X Factor?

«Molteplici. Quando X Factor cominciò in Rai il mercato era fermo. Io e Morgan dicevamo: ok, cantano le cover e poi? Così, abbiamo inventato l’inedito che poi tutti i talent hanno adottato. Giusi Ferreri diventò la regina dell’estate. Poi anche ad Amici sono arrivati i cantanti. A The Voice devi dire un sì o un no alla voce, il look non conta. In tutto il mondo ha grande successo, in Italia no perché non si è riusciti a dare un seguito. La qualità di un talent si vede da quello che accade dopo».

Quando lei starà già facendo Pechino Express e Quelli che il calcio?

«Glielo giuro, non lo so. Non riesco a pensare più cose contemporaneamente. Voglio portare bene a casa questo lavoro che è appena cominciato. Per me è stata una scommessa all in. Quando mi ha chiamato Carlo Freccero ho pensato che volevo venire in Rai. Raramente, seguendo il mio istinto sbaglio… Ovviamente a volte, è successo».

E quando Freccero non ci sarà più?

«Piangerò come Marco Materazzi quando Mourinho lasciò l’Inter dopo la Champions League. Da aziendalista ho un ottimo rapporto anche con l’ad Fabrizio Salini, mio direttore a Fox quando facevo Il contadino cerca moglie».

Ha lavorato in Rai, Sky e Mediaset: differenze?

«Anche su La7 per Miss Italia, da dove sono uscite Giulia Salemi, Clarissa Marchese, Sara Affi Fella, Soleil Sorge».

Chi sono?

«Come, chi sono? Non vede Uomini e donne?».

Torniamo agli editori.

«La Rai è culturalmente elevata e includente. In Mediaset, dal 1994 al 2001, c’era una forza creativa straordinaria. Mi sono trovata bene negli ultimi 3 anni. Mi sono sentita in famiglia nel gruppo di lavoro di Maria De Filippi (Fascino ndr). In Sky sono entrata pensando che fosse molto innovativa, e tecnicamente lo è Ma forse una multinazionale non può avere il sentimento che hanno Rai e Mediaset. È rimasta un’esperienza di cui ho fatto tesoro».

Quanto incide il politicamente corretto in televisione?

«Io sono un po’ bastian contraria: quelli di sinistra pensano che sia di destra e quelli di destra mi etichettano di sinistra. Mi sta bene così. Mi piace arrivare a tutti. A volte chi non è politicamente corretto è considerato pericoloso».

C’è un’overdose di reality show?

«Io non ne faccio in diretta da una vita. Temptation Island vip è stato registrato in 21 giorni ed è ancora il più visto della stagione di Mediaset. La Rai non ha reality e secondo me se n’è liberata un po’ presto. Se li declini verso il basso non li recuperi più, se verso l’alto possono dire ancora qualcosa. Se li fai in diretta, per l’audience o fai cose eclatanti e allunghi».

All’Isola dei famosi del 2004 Aida Yespica e Antonella Elia che si tiravano i capelli nel fango erano il record del trash: poi?

«Quel record è stato ampiamente battuto e… fortuna che il pubblico può scegliere. Comunque, L’Isola era anche altre cose, partiva dalla sopravvivenza, una situazione in cui ognuno tira fuori la sua vera natura. Il gossip era secondario».

Lory Del Santo va al Grande fratello vip per elaborare il lutto della morte del figlio, Fabrizio Corona annuncia a Riccardo Fogli il tradimento della moglie, la figlia di Cristiano De André: tutto ok?

«Non so come funzioni a Mediaset, in Rai impongono delle regole. Poi può sfuggire qualcosa. Ci sono tante variabili in queste cose…».

Anche la tenuta delle coronarie di Fogli…

«Esatto. Se gli viene un colpo? So che c’è un medico bravo però».

Ah be’, allora… Manderebbe i suoi figli in un reality condotto da Barbara D’Urso?

«Non credo vogliano andare, né di Barbara D’Urso né di altri. Non vogliono fare tv come figli di. Trovo che Barbara sia una stakanovista, io non ho la sua energia. Da quello che capisco i miei figli cercano una strada fuori dalla tv. Avranno tempo, Caterina ha 13 anni e, a parte The Voice, guarda solo Youtube».

Che cosa pensa dell’industria del gossip, il gioco di specchi di tv e rotocalchi che si alimentano a vicenda?

«Ho accettato di fare The Voice perché è fuori da questo meccanismo. No gossip e casi umani. Si parla di musica e i giovani si riavvicinano alla televisione. Il pubblico è molto più preparato di qualche anno fa».

Che cosa guarda la telespettatrice Simona Ventura?

«Sono onnivora, anche grazie a Raiplay e Mediaset on demand. Al mattino salto da Agorà a Storie italiane a Mattino 5 a Skytg24. La sera Quarto grado, Franca Leosini, Gomorra su Sky, le serie di Netflix».

Il suo programma di culto?

«Forum al pomeriggio e Uomini e donne di cui sono addicted, Maria lo sa».

Che idea si è fatta del momento difficile di persone come Sandra Milo, Alvaro Vitali, Gianfranco D’Angelo?

«Sandra è una persona fantastica e mi spiace moltissimo. Un tempo si guadagnava tanto e si pensava che quell’eldorado durasse per sempre. Si era generosi con i figli, sono sbagli da genitori. Oppure si facevano investimenti avventati. Oggi sta cambiando la mentalità e questo comporta morti e feriti. Bisogna essere disposti a cambiare lavoro e a ricominciare, in questo Internet può aiutare».

Quanto è difficile preservare la vita da una professione che è molto più che una professione?

«Io potrei smettere anche domani. Mi piace molto questo momento, ma sono temprata a ogni situazione. So cosa succede se si spegne la luce, ho sempre avuto un piano B. Altre colleghe non lo so».

Vivete dentro un grande Truman show, come una volta disse Maria De Filippi?

«Un po’ mi sento così, ma me lo sono scelto. La famiglia è fondamentale. Certo, quando lavoro m’impegno a testuggine, i miei figli lo sanno. Quando non lavoro sono tutta per loro. Un po’ corre il cane, un po’ corre la lepre».

Segue la politica?

«La seguo, ma faccio finta di no».

C’è qualcuno che le piace di più?

«Mi piacciono le persone più dei partiti. Alle Europee voterò per una persona».

Ma non mi dice chi è.

«No. Vorrei che in questo Paese ognuno potesse esprimere la propria opinione essendo rispettato».

Anche se non è mainstream?

«Soprattutto. Vorrei che potesse dirla anche se non la condivido».

Alla Voltaire.

«Esattamente».

Se dovesse condurre un talent di politici chi chiamerebbe in giuria?

«Chiunque può fare la giuria, ma in realtà, penso che i politici ci siano già, dovrebbero solo essere aiutati a decidere. Con Internet dovrebbe essere tutto più rapido ed elastico, invece per fare una legge ci vogliono anni. Siamo il Paese del non cambiamento, ingessato dalla burocrazia e dagli apparati. Vorrei che ripartissero i cantieri e che le tasse fossero al 20%».

Giovanni Terzi è l’uomo giusto?

«Lo spero con tutta me stessa. Posso dire che è una persona eccezionale».

Qualche anno fa la vedevo a messa la domenica sera dopo che aveva condotto Quelli che il calcio: ha cambiato abitudini?

«Quella della messa domenicale sì, è un po’ cambiata: più facile che entri in chiesa in momenti meno tradizionali. Ho imparato a pregare il Signore anche quando non sono in difficoltà. Negli anni mi sono appassionata a quello che fanno le case famiglia per il bene delle persone».

Se il Torino andasse in Champions League?

«Spererei che ci rimanesse, così come se andasse in Europa League. Grazie a un presidente che ha una strategia, il Toro è una bella favola. Tra le poche del calcio italiano».

 

Versione originale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Ho fatto 30 mestieri, la mia tv viene dalla strada»

È l’anima severa dello show di maggior successo della televisione italiana. Teo Mammucari a Tú sí que vales, terza stagione di fila. Gli ascolti sono da sballo. 5 milioni abbondanti di telespettatori, share tra il 29 e il 30%, roba che nessuno si sogna più da quando la tv generalista è accerchiata dalle piattaforme multinazionali, dalle streaming tv e dai tanti canali nativi digitali. Nel sabato sera di Canale 5 si esibiscono comici, cantanti, maghi, acrobati. Il pubblico e i giudici promuovono o bocciano. Prevalentemente promuovono. In una giuria composta da Maria De Filippi, deus ex machina del programma, Gerry Scotti e Rudy Zerbi, Mammucari è l’elemento scafato, schietto, cinico e sanamente borgataro della situazione. Un romano fra tre lombardi, il più pop di tutti, senza tante indulgenze. «Io dico quello che penso pure se il pubblico mi contesta. Sono pagato per questo. Sarebbe più semplice dire sì a tutti. Ma credo che Maria mi abbia preso perché sono imprevedibile, magari inopportuno. Però, vabbé». Cinquantaquattro anni, statura da centrale difensivo, espressione da pesce in barile, Mammucari mi riceve all’undicesimo piano di un grattacielo in zona Porta Nuova a Milano, casa arredata con eleganza e opere d’arte di valore. A Milano vive la figlia Julia (avuta dalla ex velina Thais Wiggers ndr), che Teo adora. Per starle vicino si è piazzato bene… «Ma questo è il mio secondo lavoro», sottolinea. «Non butto i soldi in cazzate. Da sempre li investo in appartamenti, a Roma e altrove. Chi fa il nostro mestiere deve avere pronta un’alternativa per quando, da un momento all’altro, la luce potrà spegnersi». Chi l’avrebbe detto? Teo Mammucari, l’intrattenitore un po’ cialtrone di Libero, Distraction, Scherzi a parte, Cultura moderna, Le Iene con Ilary Blasi e tutto il resto. Invece.

Perché Tú sí que vales ha tutto questo successo?

«Perché è un talent internazionale, con un cast composto da artisti come Iva Zanicchi, Gerry Scotti, Maria De Filippi, Belén Rodriguez, Rudy Zerbi. E poi c’è lo spettacolo con talenti provenienti da tutto il mondo. È un mix di esibizioni e goliardia che abbraccia i gusti di un pubblico largo. Uno show pieno di emozioni, pensato da Maria e gestito con maestria da Sabina Gregoretti, capo degli autori».

Lei fa il guastafeste? In una puntata ha bocciato due mentalisti attirandosi le critiche di Zerbi.

«I giochi di prestigio sono sempre gli stessi. Ogni tanto c’è una novità, ma può sfuggire qualcosa di banale anche a un professionista. Ne parlo con cognizione di causa, avendo studiato a lungo da prestigiatore».

Racconti.

«Andavo alla scuola di Franco Silvi. Ho fatto serate e spettacoli, non solo per bambini. Poi ho dovuto scegliere una strada. Non si può fare il comico, il cantante, il mago, l’imitatore. Però, anche adesso, quando andiamo a cena, Rudy e Gerry mi chiedono di finire la serata con qualche giochino».

Quanto del suo successo è dovuto alla sua espressione, diciamo così, irriverente?

«Non saprei. Quando mi vedo allo specchio non mi sto neanche tanto simpatico. È vero, non si capisce mai di che umore sto. Ma la faccia racconta la mia vita».

Comicità che viene dalla strada?

«Dalla vita che ho fatto. Ci sono due possibilità: creare i comici in studio o portare in tv la gente comune».

Lei è di Velletri.

«Ma quale Velletri, sono del quartiere San Lorenzo di Roma… Le bufale di Wikipedia… Come quella del nome: non so dove abbiano trovato Teodoro Roberto Luis. Il mio nome è Teodoro, ridotto a Teo quando ho visto che artisticamente funzionava».

I suoi genitori?

«Mia madre lavorava in tintoria, mio padre era pavimentista».

La portava con lui?

«All’inizio sì. Ma da 18 anni in poi avrò fatto 30 mestieri, operaio, garagista, elettricista, imbianchino. E andavo ai provini. Arrivavo alla scuola di teatro con le mani che puzzavano di acquaragia. Ho fatto anche il pugile. Ho smesso quando mi hanno detto che mi sarei rotto il setto nasale… Non potevo fare il cabaret col naso storto».

Il suo obiettivo assoluto.

«Andare a teatro o in tv. Una volta spunta mia sorella: “Ho visto uno in un villaggio turistico che fa gli scherzi come te”. Si chiamava Fiorello, capito perché stava in fissa? Così me so’ dato ’na mossa. Vitto e alloggio garantito e 300.000 lire di stipendio».

Anche lei animatore turistico.

«Alla Valtur. Come Giulio Golia, Beppe Quintale… Per dieci anni».

Poi?

«Ho girato i locali, una serata qui una lì. Finché ho fatto il mio locale, il Gildo, che prima era un garage. Di giorno andavo nelle piazze a invitare la gente, la sera facevo lo spettacolo. Dopo un anno de ’sta vita, ha cominciato a riempirsi. Ci son passati tutti: Ficarra e Picone, Max Giusti, Enrico Brignano, Gabriele Cirilli, Enzo Salvi, anche Paolo Bonolis. Era una specie di Derby romano».

Lei cosa faceva?

«Gli scherzi, le gag del villaggio. Una sera viene Giovanni Benincasa, l’autore, e mi dice: andiamo a farlo in televisione. Così è nato Libero».

Aldo Grasso ha scritto che la sua è cafoneria.

«Se lo dice lui… Quando parliamo di calcio l’opinione di Arrigo Sacchi conta, ma credo che ci siano tanti modi di giocare a calcio».

La capacità di far divertire è un fatto genetico o una scuola?

«Credo un fatto genetico. Al bar o con le donne devi essere spontaneo. Io sono così anche nella vita privata. Poi certo, so stare in televisione. È una professione. Qualcuno può pensare che sia cinismo, ma non è così. Raimondo Vianello era cinico? E Paolo Villaggio? Una volta mi ha detto che gli ricordavo lui, le cose che faceva agli inizi. È stato uno dei più grandi complimenti che ho ricevuto».

Come diventò una iena?

«Davide Parenti mi aveva visto a I guastafeste dove facevo le candid camera. Mi chiama: ≤Ce l’hai un’idea?≥. “Certo che ce l’ho, ma sto sotto la doccia”. Ovviamente, non era vero. Esco di casa e in ascensore una donna mi toglie un capello dalla spalla… E se facessi le interviste togliendo la forfora dalla giacca dei vip? Così è cominciato tutto».

Gli scherzi di Libero erano veri o falsi?

«Mai fatto scherzi finti. Era tutto dal vivo, non c’era neanche lo scalda pubblico. Bene: una sera alla seconda edizione alzo il telefono e sento una voce strana, con l’accento napoletano come quello dei cameramen. Do lo stop e fermo tutto. Io amo la serietà nel lavoro, non ho bisogno di fingere. Anche perché fare scherzi finti è quasi più difficile che farli veri».

Mai più Libero?

«L’altro giorno ho incrociato Benincasa: “Perché non rifacciamo Libero?”. Sto da vent’anni a Mediaset, ho fatto programmi importanti. Se non mi proporranno niente d’interessante potrei pure rifarlo. Ma in Rai i direttori cambiano ogni tre anni. O c’è uno come Carlo Freccero, oppure… Una volta mi convocò Sergio Japino da Fabrizio Del Noce per parlare di un programma: “Ma chi lo fa ’sto programma?”. “Lo fa Teo Mammucari”, rispose Japino. Del Noce: “E chiamiamo ’sto Mammucari…”. Io stavo lì da un’ora».

Ai politici faceva domande incomprensibili.

«Improvvisavo la supercazzola. Facevo una lunga domanda senza dire niente. Mi ero accorto che i politici si preparano i discorsi, vanno in tv con il compitino studiato. Basta dirgli la parola giovani e si scatenano… Andavo davanti al Parlamento per dimostrare non solo che non ti ascoltano, ma che dicono quello che hanno deciso a prescindere».

Lo rifarebbe adesso?

«Non credo. Per la prima volta dopo 50 anni mi stanno piacendo i giovani che sono arrivati. Anche quando c’era Silvio Berlusconi non m’interessava con chi andava a letto, da Bill Clinton in giù tutti i politici si son dati da fare… M’interessavano i risultati che portava. Non sono esperto di queste cose, ma apprezzo le idee chiare e la caparbietà su alcuni argomenti. Questo mi mette un po’ di speranza. Non condivido tutto, ma si sente aria di pulizia. Non è il solito gruppo di politici».

Qual è il programma più interessante di questo periodo?

«Il più rivelatore è Uomini e donne. Svela il momento che stiamo vivendo in Italia».

Su chi o cosa imbastirebbe uno scherzo, una parodia, una presa in giro?

«C’è l’imbarazzo della scelta. Adesso sto scrivendo lo spettacolo per la tournée nei teatri in primavera. Racconterò la mia vita di cabarettista, i lavori, i sentimenti. Sarà Teo Mammucari Live, un one man show».

Perché non conduce più Le Iene?

«Al mio compleanno sono venuti Francesco Totti e Ilary. Lei mi fa: “Teo, devo fare il Grande Fratello Vip, ho pensato di prendermi una pausa dalle Iene”. Ci ho pensato: “Sai che c’è? Me la prendo anch’io una pausa”. Ne abbiamo parlato con Parenti, il rapporto è dinamico, si può rientrare».

Chi è per lei Davide Parenti?

«È il “killer dell’anima”. Quello che mi ha scioccato di lui è che lavora senza tempo. Non l’ho mai visto pensare alla sua vita o a sé stesso. Il giorno in cui deciderà di lasciare, Le Iene saranno orfane».

Maria De Filippi?

«Da lei ho imparato a parlare poco. Io la chiamo la suprema conservatrice perché ha la capacità di conservare l’energia e di farla esplodere a bassa voce, stupendo il pubblico per la sostanza delle cose che dice».

Antonio Ricci?

«È il maestro. Non a caso quando ci sentiamo o ci vediamo lo chiamo il guru. Sa qual è il più grande complimento che ho ricevuto in questi giorni?».

Sentiamo.

«Gerry Scotti che mi dice: “Se io e te facessimo Striscia la notizia ci divertiremmo un sacco”».

Chi è per lei Ilary Blasi?

«Una sorella. Un’amica del cuore che non vorrei mai perdere. In tv abbiamo un feeling particolare, sappiamo darle e prenderle. Con la Gialappa’s ho imparato anche a prenderle…».

Chi è Teo Mammucari in televisione?

«Uno che non somiglia a nessuno».

E fuori dalla televisione?

«Uno fragile con l’occhio furbo».

 

La Verità, 21 ottobre 2018

Baglioni, il ’68 e un pezzo di musica rimasta fuori

Se Sanremo è, o dovrebbe essere, il Festival della canzone italiana, allora ha ragione da vendere Maria De Filippi. Nel giorno della presentazione ufficiale del cast della 68ª edizione, la conduttrice di Amici e C’è posta per te, nonché dell’edizione numero 67 della kermesse al fianco di Carlo Conti, ha acceso una miccia che è filata sotto il palco del Casinò rivierasco: «Io penso che in generale Sanremo sbagli sempre quando non prende ragazzi dei talent, come Amici o X Factor, perché sono una realtà», ha detto la De Filippi intervistata dal settimanale Chi, «a meno che quelli che si sono presentati non fossero all’altezza».

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l'edizione 2017 del Festival di Sanremo

Maria De Filippi, con Carlo Conti ha condotto l’edizione 2017 del Festival di Sanremo

Parole dirette, che meritano considerazione. Negli ultimi anni Sanremo ha sempre avuto concorrenti usciti dai talent show. Nel 2009, 2010, 2012 e 2013 qualcuno di loro l’ha anche vinto il Festival (in ordine cronologico: Marco Carta, Valerio Scanu, Emma Marrone, Marco Mengoni). Poi ci sono state le partecipazioni dei Dear Jack, Chiara Galiazzo, Lorenzo Fragola, l’anno scorso di Elodie e Michele Bravi; nel 2016 Francesca Michielin si è classificata seconda. Insomma, una presenza consistente e apprezzata sia dal pubblico televisivo che dalla critica. Quest’anno zero: una scelta, probabilmente, al netto della qualità scadente dei candidati che si sono presentati. Oppure, considerando il fatto che dei tre conduttori (Claudio Baglioni, Pierfrancesco Favino e Michelle Hunziker) nessuno è un volto Rai, si è temuto che altri innesti provenienti da programmi Mediaset e Sky diluissero ulteriormente il marchio di fabbrica della manifestazione. Chissà.

Tuttavia, la contemporaneità tra l’anticipazione di Chi e la presentazione della kermesse di Baglioni che, per lanciare il «Festival dell’immaginazione», ha rispolverato persino il Sessantotto, ha creato un corto circuito negativo. Se si vuole parlare di Festival democratico, ecumenico, buono e buonista, tanto da aver eliminato le eliminazioni, converrebbe cominciare a farlo almeno rappresentativo. Cioè, capace di mettere in vetrina tutte le realtà della musica. Escludere i cantanti dei talent vuol dire tagliar fuori un pezzo non trascurabile della scena musicale e creativa, rischiando di trasmettere un’idea lontana dallo spirito del tempo della canzone italiana. Peccato che ai vari Pippo Baudo, Fabio Fazio e Carlo Conti, così prodighi negli spot di consigli al direttore artistico su scalette e camerini, sia sfuggito quello più importante sul cast musicale.

La Verità, 10 gennaio 2017 

 

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