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L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025

«Nessuno può influenzare Giorgia sulle nomine»

Tostissima e abbottonata, la sorella d’Italia. Dopo mesi di inseguimento, di sì, no, forse, sebbene non ami le interviste e prediliga il lavoro dietro le quinte, rispondendo alla Verità, Arianna Meloni respinge seccamente le critiche di cui è stata fatta oggetto. Ma, soprattutto, rilancia la responsabilità nella maggioranza di Fratelli d’Italia, il partito di cui è capo della segreteria politica.
Qual è il bilancio dopo due anni di governo Meloni che cadranno il 22 ottobre?
«Ritengo che il bilancio sia positivo e a certificarlo sono i dati dell’Istat sull’aumento dell’occupazione e sul Pil. Soprattutto, è un bilancio che confermano gli italiani: il consenso in crescita dopo due anni di governo dimostra che stiamo lavorando bene, nonostante qualcuno cerchi di raccontare il contrario».
Perché l’operato del governo non è riconosciuto come vorreste?
«Scorgo una certa scorrettezza intellettuale che vuole narrare di un’Italia in difficoltà da quando è governata dalla destra. Poi, per carità, si può sempre fare meglio e la nostra asticella è molto alta: vogliamo attuare tutti i punti del programma che gli italiani hanno promosso nelle urne, e vogliamo farlo con un governo coeso, compatto e che lavora bene e con serietà».
Breve flashback, come nei film: è definitivamente alle spalle l’estate bollente del caso Sangiuliano-Boccia? «Pietà. Direi proprio di sì. È una vicenda personale delicata, ma soprattutto è una vicenda di gossip. Sangiuliano è stato un ministro bravo, capace e onesto».
Gaffe a parte.
«Può succedere a tutti di sbagliare una citazione. Ma che se ne parli per settimane, francamente mi sembra ridicolo. Parliamo di cose serie: ciò che interessa agli italiani è avere un governo serio che lavora in modo concreto. Ad esempio, Sangiuliano ha tagliato gli sprechi di denaro pubblico con cui prima si finanziavano film di dubbio interesse e visti al cinema da pochissime persone, con il suo lavoro ha incentivato il riavvicinamento dei cittadini alla cultura. Il resto sono bazzecole».
Le hanno attribuito influenza su alcune nomine, dalla Rai alle Ferrovie dello Stato fino ad Ales, la società di servizi del Mic: è la burattinaia occulta del governo?
«Decisamente no e questa definizione è alquanto offensiva. Fratelli d’Italia vanta una struttura solida composta da militanti, quadri, dirigenti ed esponenti delle Istituzioni ben radicati su tutto il territorio nazionale. Io personalmente faccio politica da oltre trent’anni e mi occupo del partito notte e giorno. In ogni caso, né mia sorella né il governo si fanno influenzare da nessuno, me compresa».
Sulla scelta di Alessandro Giuli ministro della Cultura però il suo zampino c’è.
«Lo nego nella maniera più limpida e assoluta. Ho un ottimo rapporto con Alessandro, ma è evidente a tutti che sia stato nominato per la sua capacità e le sue competenze».
Dall’estate bollente all’autunno caldo: dove troverete i soldi per la nuova finanziaria?
«Sicuramente non ci sarà la valanga di tasse della quale qualcuno favoleggia in modo strumentale e allarmista. Sarà una finanziaria che guarda ai bisogni dei lavoratori, delle famiglie e delle imprese».
Lei è in tour per le elezioni in Liguria, Emilia-Romagna e Umbria: dove potranno spuntarla i candidati espressi dalla coalizione di governo?
«Prima di tutto mi auguro che i cittadini vadano a votare in massa e che si restringa il divario che c’è tra gli italiani e la politica. Quanto al resto, non mi pongo particolari domande, sono abituata a lavorare sodo e chi sarà premiato lo diranno come sempre gli elettori. Sono convinta che anche la nostra visione sia funzionale a questo scopo. Siamo un partito coerente, abituato a dire quel che pensa e a fare quel che dice, in totale trasparenza».
In base a quello che ha visto sul territorio, vi sentite favoriti più in Liguria che nelle altre due regioni?
«E chi l’ha detto? Non faccio particolari pronostici, ma sono ottimista su tutte e tre le regioni. I cittadini devono sapere che sono loro a fare la differenza».
Dossieraggi, spioni, talpe nelle chat: vi sentite un po’ accerchiati?
«No, non mi sento accerchiata, ma sono perfettamente consapevole del periodo che stiamo affrontando e quali siano le sfide che abbiamo di fronte. Abbiamo alle spalle decenni di politica e un lunghissimo percorso di militanza. Ora siamo giunti a questa stagione di governo e dobbiamo dimostrare agli italiani, con fatti concreti, che la fiducia che ci hanno accordato è stata ben riposta e non verrà mai tradita. Quel che ricordo sempre a me stessa e agli altri, è che governare la nazione non è un punto di arrivo, ma si tratta di una nuova partenza. È importante rimanere quelli che si è e continuare a lavorare. Le altre forze politiche, evidentemente, non avevano idea del fatto che saremmo stati all’altezza molto più di quanto siano stati coloro che ci hanno preceduti nel tempo e che inevitabilmente hanno tradito più volte il mandato degli elettori».
Per esempio, quando?
«Beh, basti pensare a tutti i governi nati attraverso manovre di palazzo. Se si perdono le elezioni e poi si forma un governo con i partiti che in campagna elettorale si sono sfidati a colpi di programmi diametralmente opposti, forse qualche problema di coerenza c’è».
L’avversario più agguerrito del governo sono i partiti dell’opposizione o la narrazione dei media?
«Diciamo che sarebbe bello che ogni tanto si riconoscesse con oggettività che questa Italia è ripartita sebbene si sia trovata in una situazione disastrata e nel pieno di due guerre che complicano parecchio lo scenario mondiale. Pur in questa situazione, l’Italia ha ritrovato centralità nello scacchiere internazionale. Questo è un dato di fatto che chi si sente italiano non può non riconoscere e raccontare».
Ci sono responsabilità del governo nei rapporti travagliati con parte dell’informazione?
«Partiamo dal presupposto che in una democrazia avanzata e compiuta, quale l’Italia è, è salutare e opportuno che ci sia un confronto e una dialettica, anche aspri, tra chi amministra e governa e chi racconta il lavoro di amministratori e governanti. Purché questo avvenga con reciproco rispetto e con onestà. Il presidente del consiglio ha dedicato alla stampa diversi incontri durante i quali ha risposto alle domande per diverse ore, senza mai sottrarsi. Pensare che possa farlo quotidianamente, significa essere scollegati da una realtà la cui urgenza impone al premier di dedicarsi ai compiti prioritari di governo».
Soffrite di un certo vittimismo o nei talk show e tra le grandi firme dei giornali non si è ancora elaborato il nuovo scenario con una destra che vince e governa?
«Credo che non si sia elaborato il nuovo scenario di una destra che vince e governa. E che soprattutto governa bene».
Cosa vuol dire esattamente che i conservatori sono i veri rivoluzionari, come ha detto qualche tempo fa il premier?
«Penso che voglia dire che in un mondo immerso in una deriva nichilista, un certo senso di appartenenza spirituale, di identità, di storia e radici costituisca una vera alternativa. Un gruppo di persone che lavora ed è proiettato nel futuro con questa consapevolezza, è oggettivamente una realtà di avanguardia».
Rischiate di perdere consapevolezza che questo governo è un’anomalia rispetto all’establishment e ha un’occasione storica per incidere sulla struttura dei poteri forti?
«L’unica consapevolezza impossibile da dimenticare è quella di dover e voler lavorare per il bene dell’Italia e degli italiani, il resto sono chiacchiere».
Può spiegare meglio?
«Siamo arrivati a questa nuova fase dopo un percorso lungo, e siamo concentrati su ciò che riteniamo giusto. Vogliamo dimostrare che si può portare l’anello, se vogliamo ricorrere a questa simbologia, senza però diventare vittime del potere».
I dissidi fra Forza Italia e Lega sullo ius scholae, le tasse sugli extraprofitti e le nomine Rai sono scricchiolii fisiologici o crepe nella tenuta del governo?
«Non c’è alcuna crepa nella tenuta del governo. Poi, certo, esiste una dialettica tra le diverse forze politiche, altrimenti saremmo un partito unico. Ma la consapevolezza di tutto il governo è portare avanti i punti del programma».
L’iniziativa della famiglia Berlusconi verso Forza Italia è un elemento di disturbo per la navigazione del governo?
«Non avvertiamo nessun disturbo, ci mancherebbe. Mi sembra che si vogliano ingigantire le cose. Marina Berlusconi ha smentito qualsiasi disagio nei confronti del governo. Poi, ciascuno è, ovviamente, libero di proporre le proprie riflessioni. E, soprattutto, io mi occupo di Fratelli d’Italia, non di Forza Italia».
Secondo lei c’è una rete di interessi favorevole al ritorno di Mario Draghi?
«Non mi appassionano né i retroscena né i complottismi. Non li seguo proprio».
Alcuni osservatori ritengono che dopo due anni servirebbe l’approvazione di qualche provvedimento che caratterizzi la legislatura. Quali possono essere questi provvedimenti?
«Le ricordo che all’esame del Parlamento ci sono provvedimenti come il premierato e la riforma fiscale, che l’Italia aspettava da oltre 50 anni. Si sta lavorando sulla riforma della giustizia ed è stata approvata l’autonomia differenziata. Direi che abbiamo avviato una bella stagione di riforme».
Avete trasformato la Rai in TeleMeloni?
«Evidentemente, o mi hanno staccato l’antenna dal televisore oppure fatico a rintracciare i canali cui si fa riferimento (ride)».
Visto che le elezioni in Europa sono andate benino ma non benissimo, adesso sperate di trovare una sponda efficace nell’elezione di Donald Trump?
«A noi interessa innanzitutto che la nostra nazione abbia ritrovato centralità nel sistema internazionale. Continueremo a lavorare in questa direzione. Non mi azzardo a intervenire su dinamiche interne ad altre nazioni».
Mi tolga una curiosità: quando siete in casa, nella vostra sorellanza comanda il premier o la primogenita?
«Quando eravamo bambine io ero più prepotente e rubavo spesso i giocattoli di Giorgia che, alla fine, me li lasciava. Ora, da adulte, abbiamo trovato un giusto equilibrio».

 

La Verità, 13 ottobre 2024

«Vedo troppo draghismo, non solo sulla guerra»

Troppa continuità con l’agenda Draghi e troppa cedevolezza verso l’establishment europeo. Ma soprattutto: troppo allineamento all’America sulla guerra in Ucraina. Così, Gianni Alemanno, già ministro nei governi Berlusconi e sindaco di Roma, ha animato pochi giorni fa a Orvieto la convention del Forum dell’indipendenza italiana alla quale hanno partecipato il filosofo Diego Fusaro, il giurista Ugo Mattei e il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi.

Gianni Alemanno, come si sta giù dal carro del vincitore?

«Non è una situazione comoda, ma si sta bene con la propria coscienza e la propria storia».

Qual è stata la goccia che l’ha fatta scendere?

«La posizione del governo sulla guerra in Ucraina. Ho provato all’inizio del conflitto a collaborare con la Fondazione An per portare in Italia profughi ucraini… Ma poi, con la propaganda di guerra montante non ce l’ho più fatta».

Ritiene che il governo sia troppo allineato alle posizioni dell’Unione europea e degli Stati Uniti?

«Sì, perché questa guerra è contraria al nostro interesse nazionale. In realtà, è contraria anche all’interesse di tutta l’Europa. L’Italia dovrebbe avere un’influenza di pace. Se riuscisse a esprimere un punto di vista diverso potrebbe mobilitare certe sensibilità della Francia e della Germania ponendo le premesse per una posizione critica dell’Europa che conta».

La storia insegna che i discostamenti dall’Alleanza atlantica vanno dosati e spesso si pagano.

«Nessuno chiede che l’Italia esca dalla Nato, ma che richiami il suo scopo di alleanza difensiva e non ne assecondi la tentazione di essere il poliziotto del mondo. Anche a Berlusconi si fece questo ricatto per costringerlo a intervenire in Libia, eppure un anno dopo fu deposto con un colpo di Stato finanziario partito da Bruxelles».

Come valuta l’accoglienza della Casa Bianca a Giorgia Meloni?

«Non dobbiamo confondere l’orientamento dell’amministrazione Biden con gli interessi permanenti del popolo americano, il quale contesta certe scelte dell’agenda globale come possiamo fare noi. In altre parole, se fosse stato presidente Donald Trump la guerra in Ucraina non sarebbe mai scoppiata. Detto ciò, è ovvio che il premier italiano debba tenere buoni rapporti con il presidente americano. Poi bisogna capire quanto ci costa perché, ribadisco, la guerra in Ucraina ha effetti devastanti per l’Italia».

Come giudica l’iter per le rate del Pnrr?

«Positivamente. Il ministro Raffaele Fitto e il governo sono riusciti a raddrizzare la barca che sia Giuseppe Conte che Mario Draghi avevano messo su una rotta sbagliata».

Cosa pensa della sospensione e revisione del reddito di cittadinanza?

«Il reddito di cittadinanza era una misura sbagliata, questo non si discute. Ma non andava abrogato dall’oggi al domani, senza costruire un’alternativa credibile».

Era una riforma annunciata da tempo.

«I contratti hanno una durata di 18 mesi. Mi sarei aspettato che non se ne stipulassero di nuovi ma che fossero portati a termine quelli in itinere. È stato un errore sospenderli ad agosto, un mese di tregua nel rapporto tra cittadino e Stato. In ogni caso, bisogna sostituire il reddito con lavori socialmente utili».

Per esempio?

«C’è enorme bisogno di lavori sul territorio, per contrastare il dissesto idrogeologico e per manutenere le città. Ci sono aree del Paese e fasce anagrafiche in cui, anche con i migliori centri dell’impiego e i migliori percorsi formativi, che per altro non ci sono, il lavoro non si trova».

I percettori di Rdc accetteranno questi lavori?

«Se rifiutassero sarebbe giusto sospendere il sussidio. Ma bisogna verificare che questo accada e non sopprimerlo in base a un processo alle intenzioni».

I manifestanti di Napoli scandivano «Meloni a testa in giù, senza reddito mai più», ma La Verità ha rivelato la presenza in Campania di molti lavoratori in nero anche percettori di Rdc.

«Per questo bisogna collegarlo ai lavori socialmente utili che impediscono di fare lavoro nero».

La riduzione del cuneo fiscale e la detassazione per chi assume sono la strada giusta?

«Certamente, il governo Meloni sta facendo anche cose giuste. Il vero problema non è tanto la disoccupazione quanto il lavoro povero, una battaglia da non lasciare alla sinistra».

La quale continua a soffiare sul fuoco della «bomba sociale»: è il nuovo allarme dopo quello sul clima?

«Le opposizioni devono essere responsabili e non strumentalizzare i problemi. Però c’è una differenza fondamentale fra la costruzione dell’emergenza climatica voluta dalle multinazionali che puntano sulla transizione green e certi fatti di disperazione molto reali. Il Centro dell’impiego dove siamo andati era chiuso e sul cancello c’era una fotocopia con su scritto: “Noi del reddito di cittadinanza non sappiamo nulla”. Un comportamento da Terzo mondo».

La pandemia, la guerra e il cambiamento climatico favoriscono l’affermarsi di enti come l’Organizzazione mondiale della sanità o l’Organizzazione mondiale della meteorologia: come contrastare la globalizzazione?

«È la globalizzazione a determinare le politiche emergenziali. Fortissimi interessi economici hanno condizionato le scelte politiche di questi anni, cominciando dalla pandemia. È fondamentale recuperare una sovranità nazionale che è anche sovranità popolare, perché è l’unico scudo per difenderci da questi interessi e dagli organismi internazionali a essi soggiogati. Pensiamo all’Oms sempre più in mano a Bill Gates».

Si crede che siccome sono sovranazionali questi organismi siano indipendenti?

«Dall’esperienza come ministro ho tratto la convinzione che più i poteri sono distanti dai popoli e dai territori, più sono infiltrabili dagli interessi privati».

Si procede da un’emergenza all’altra?

«Il governo delle emergenze crea continue fobie nelle persone e cerca di condizionarle nei comportamenti e nei consumi».

Adesso c’è la nuova malattia dell’ecoansia.

«Invece di contrastare il cambiamento climatico facendo la manutenzione del territorio, ci obbligano a comprare le auto elettriche per accontentare le multinazionali. Vale il vecchio detto inglese «follow the money”: segui il denaro e capirai gli interessi in gioco».

Giorgia Meloni punta a durare, perciò cerca legittimazione dall’establishment italiano ed europeo?

«Ogni governo cerca di durare. Meloni pensa che si possa avere più aiuto facendo i primi della classe in Occidente e nell’Ue. L’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi ci dimostra che non è così. Henry Kissinger dice che “essere nemici degli Stati Uniti è pericoloso, essere amici è fatale”».

Governare avendo contro lo Stato profondo, la magistratura, il Quirinale, le agenzie di rating, le burocrazie europee è difficile o impossibile?

«È difficilissimo. Mi rendo conto delle enormi difficoltà che Giorgia Meloni deve affrontare, ma il problema, citando Carl Schmitt, è capire qual è “il nemico principale” per evitare di fare contemporaneamente guerra a tutto e a tutti. Penso che il primo nodo da sciogliere sia il vincolo esterno imposto dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. Sono convinto che percorrendo coerentemente questa strada, con tutta la prudenza del caso, si troverebbero alleanze insospettabili e si spiazzerebbero molti dei nostri cosiddetti nemici interni».

La Rai e le grandi aziende partecipate restano sostanzialmente in mano al Pd?

«Non generalizziamo. In Rai mi sembra si stia tentando un cambiamento serio».

Nel governo c’è un problema di statura di alcuni ministri inclini ad allinearsi alle politiche precedenti o c’è proprio un errore di prospettiva?

«Secondo me si sta continuando troppo sull’agenda Draghi. Le discontinuità per adesso sono settoriali, non strategiche. È normale che in ogni governo ci siano ministri rivelazione e altri deludenti. Pensiamo a quanto è stato deludente il cosiddetto governo dei migliori».

Come vede l’avvicinamento di Renzi alla maggioranza?

«È la dimostrazione che la linea politica di fondo è sbagliata».

Non preferirà un governo a guida Pd e 5 stelle o del Presidente?

«Mai. Ho sempre detto che questo governo è in ogni caso preferibile a quelli imposti dall’alto. Le nostre critiche sono dure, ma sempre fatte con spirito costruttivo».

Qual è l’agenda del Forum dell’indipendenza italiana?

«Dalla nostra convention abbiamo lanciato il Manifesto di Orvieto sul quale raccoglieremo le adesioni per vedere se ci sono i numeri per costituire un movimento politico. Se il riscontro sarà positivo, a ottobre fonderemo questo movimento e vedremo come e quando affrontare le prove elettorali. Intanto continueremo a fare da pungolo al governo, nella speranza di vedere cambiamenti sostanziali che accoglieremmo con grande entusiasmo».

Di che cosa vi accontentereste?

«Il problema di fondo è la coerenza per costruire una vera indipendenza che è l’unico modo di servire l’interesse nazionale. Nei documenti allegati al manifesto ci sono 14 proposte, a partire dalla guerra in Ucraina. Vedremo come si comporterà il governo su questi punti».

Vera indipendenza significa Italexit?

«Non ho fatto mistero di averla votata alle ultime elezioni. Poi però sono rimasto deluso dal settarismo con cui viene gestita. Inoltre, il nome è sbagliato perché Italexit sembra chiedere un’uscita immediata dall’Ue che, messa così, sarebbe una scelta velleitaria».

Destra sociale ed estrema sinistra si alleano, complice il pacifismo e l’antiamericanismo?

«No. La prospettiva è diversa: ci sono problemi reali, trasversali ai vecchi schieramenti politici. Bisogna affrontare questi problemi con un approccio non ideologico, evitando di asserragliarsi nella destra della destra e cercando di parlare a tutti gli italiani».

Pensate davvero di potervi ritagliare una fetta del 10% dei consensi?

«Da questo bacino potenziale alla realtà c’è una bella differenza. Tuttavia, c’è un’onda di persone che chiede il cambiamento. Prima hanno votato Berlusconi e la sua rivoluzione liberale, poi Renzi quando faceva il Rottamatore, poi il M5s, la Lega e adesso Fratelli d’Italia. Se non vedranno il cambiamento, queste persone cercheranno altri sbocchi politici. E lì troveranno noi».

Ma anche voi troverete l’establishment?

«Ho fatto il ministro di due governi Berlusconi e conosco gli ostacoli, ma ne ho tratto due insegnamenti. Primo: bisogna prepararsi molto bene con una classe dirigente adeguata. Secondo: la via del compromesso è solo un modo per autodistruggersi».

 

La Verità, 5 agosto 2023

«Il faro della satira 2023? Vedo bene Sangiuliano»

L’oroscopo della satira. Dopo un 2022 di cambiamenti radicali, proviamo a tratteggiare il 2023 della politica con Federico Palmaroli, sulfureo vignettista con l’account Le frasi di Osho (600.000 seguaci su Twitter),  collaboratore del Tempo e Porta a Porta e autore di «Come dice coso» (Rizzoli).

Con la destra al governo sta tornando prepotentemente la satira?

Sulla destra si è sempre fatto satira anche quando era all’opposizione. Adesso è prevedibile che ci si concentri sul governo, a meno che qualcun altro non attiri di più l’attenzione…

Copertina e titolo del suo nuovo libro dicono che Giorgia Meloni offre parecchi spunti.

Il governo è ancora giovane, ma è inevitabile che prima o poi ne offra. L’approvazione della manovra ha imposto tappe forzate. Come avvenne per il governo gialloverde, anche di questo impareremo a conoscere i vari componenti e i loro lati più bizzarri.

La premier è satireggiabile?

Con lei lavoro più sulle situazioni che sull’intercalare. Osho parla già in romanesco, metterlo in bocca a lei non aggiunge molto.

Che voto darebbe agli altri esponenti del governo, c’è qualcuno che spicca?

A Matteo Salvini un voto alto: agendo di pancia, incorre in infortuni utili a chi fa satira.

C’è un caso che l’ha ispirato?

Dopo il disastro di Ischia annunciò un numero elevato di morti quando ce n’era solo uno. Solo nei giorni successivi si è confermata quella triste e maldestra preveggenza.

Era una reazione di pancia o una ricerca di visibilità?

Era un’esternazione poco ponderata. Per motivi politici e di temperamento Salvini cerca di essere protagonista. Era una dichiarazione da ministro dell’Interno, quale lui aspirava a essere.

Silvio Berlusconi compensa con i videomessaggi sui social l’impossibilità a presenziare?

Non ho apprezzato la scelta di candidarsi ancora, mi pare soffra il protagonismo della Meloni. La satira su Berlusconi rischia di essere stucchevole, come quella sulla statura di Renato Brunetta o su Luigi Di Maio bibitaro. Su alcuni personaggi serve una renovatio salvifica.

A Ignazio La Russa che voto darebbe?

Gli do 7 perché se ne sbatte delle critiche che gli fanno. Non rinnega il suo passato e in un mondo di incoerenti, questo è inusuale. Però se fossi stato in lui avrei evitato il post per l’anniversario della nascita del Msi, perché è divisivo. E lui ora è Presidente del Senato…

E a Sergio Mattarella?

Un bell’otto. Le Quirinarie hanno segnato il ritorno alla politica dopo mesi di Covid e vaccini. Invece è stata solo una parentesi perché è arrivata la guerra in Ucraina. Mattarella sfogliava la margherita, resto, vado, resto…

Concorda con il suo collega, il vignettista Makkox, che dice che l’ignoranza è il concime della destra?

Credo sia bipartisan, soprattutto tra le forze populiste. Nei social è ben distribuita, ma in zona 5 stelle si raggiungono vette invidiabili.

La sinistra offre i dossier più voluminosi come il caso Soumahoro e il Qatargate?

Una vera pacchia, per usare un termine di moda, impossibile non trovare spunti comici. Ne forniranno ancora, con strascichi che valicano il dibattito tradizionale. Anche perché c’è chi continua a difendere Soumahoro.

Come per Mimmo Lucano, fenomeno creato da Roberto Saviano, anche per Soumahoro la svista è nel meccanismo mediatico.

Quando l’ho visto davanti alla Camera con le calosce infangate subito qualcosa non mi tornava. Per carità, lui non è indagato. Dopo un po’ è spuntata la moglie con la borsa Vuitton.

Potevano scegliere una… griffe comune?

O il lusso o il miserabile. Troppo in antitesi i due comportamenti per non pensare a qualcosa di strano.

Che 2023 sarà per la satira?

Un governo politico è sempre materia viva. Per ora è coeso, i contrasti nella maggioranza sono un invito a nozze. Anche esserci tolti dalle palle il Covid, le cabine di regia e il Cts è un bell’aiuto. Sono speranzoso.

Guardiamo il calendario, il 20 gennaio è fissata la prima udienza per l’inchiesta sui bilanci della Juventus: cosa le ispira?

Ho legato l’inchiesta sulla Juve al caso Soumahoro…

Andrea Agnelli e Pavel Nedved pensano di aprire una coop a Latina?

No, sostengono che la loro contabilità la gestisce la suocera di Soumahoro. Quando si sgretola un potere politico o sportivo come in questo caso, ci si tuffa a pesce.

Il 12 e 13 febbraio si vota nel Lazio e in Lombardia: ha già studiato i candidati?

Nel Lazio sono un po’ anonimi. Se chiediamo a un passante che faccia hanno Alessio D’Amato e Francesco Rocca penso che quasi nessuno sappia descriverli. Una figura storica del Pd avrebbe aiutato.

Con i candidati lombardi va meglio?

Letizia Moratti è già nota, Pierfrancesco Majorino un po’ meno, ma ci si può lavorare. Nel Lazio il Pd dà sempre soddisfazioni come si è visto con le dimissioni del capo di gabinetto di Gualtieri.

18 febbraio: che immagine le suscitano le primarie del Pd?

La comparsa di Elly Schlein, candidata senza essere iscritta, che ha costretto il partito a cambiare lo statuto è un buon inizio. Anche quando non governa il Pd è un partito di potere che non sta mai zitto: una fonte inesauribile.

Chi la diverte di più dei candidati?

Stefano Bonaccini, per la mimica e le pose che assume quando parla. Il suo viso si presta molto.

La stella di Giuseppe Conte continuerà a brillare o si spegnerà come quelle di Di Maio, Di Battista, Virginia Raggi e Davide Casaleggio?

Rivolgendosi a un target di persone che s’informano poco e sventolando la lotta ai privilegi continuerà a brillare. La promessa di ripristinare il reddito di cittadinanza una volta tornato al potere è un investimento elettorale. Conte non ha un programma suo, brilla di luce riflessa. Ora è a capo del partito dei poveri, ma potrebbe pure stare con i ricchi senza problemi. Come quando all’Onu difese il concetto di sovranismo e qualche mese dopo, alla guida del governo con il Pd, iniziò ad avversarlo. Segue il vento, come sulla guerra in Ucraina e l’opposizione all’invio delle armi.

Mario Draghi resterà a fare il nonno o troverà un nuovo lavoro?

Draghi lo vedo sempre come il jolly in attesa sullo sfondo, pronto per vari ruoli. Non credo sparirà. L’ho proposto mentre si congeda da Mattarella, che però lo invita a restare nei paraggi, non si sa mai…

Renzi e Calenda divorzieranno come Francesco Totti e Ilary Blasi?

Può darsi… E anche Renzi mi sembra che qualche rolex da parte dovrebbe avercelo…

Un’altra profezia facile facile: tra romanzi, saggi, gialli, pamphlet, documentari e film Walter Veltroni batterà la media di uno al mese?

Credo abbia dato molto, ma le nuove piattaforme aiutano a migliorare le prestazioni. Ha ancora margini di crescita, come si dice di certi calciatori.

Il 27 giugno è prevista la seconda udienza per la querela di Giorgia Meloni a Roberto Saviano.

Un po’ di tregua, vi prego. Fortuna che manca ancora un po’ perché sentirlo frignare tutti i giorni era diventato insopportabile. Uno che dà della «bastarda» a una persona si merita una querela. Non capisco come si possa difendere lui e non Chef Rubio che si è beccato una querela da Liliana Segre molto meno motivata.

Perché con la premier c’è una disparità di forze in campo?

Anche Liliana Segre sta nel palazzo, è senatrice a vita. Con Chef Rubio ho avuto scontri epocali, ma non capisco questa differenza di trattamento.

Il filone dei televirologi tramonterà definitivamente?

Sì, per evoluzione della specie. Sono tutti entrati nel Pd, spero che in tv gli cambino il sottopancia.

Dopo le virostar e i geopolitologi la nuova categoria da talk show saranno i meteorologi catastrofisti?

Ci sono già da un po’, ma non fanno presa quanto i virologi. I talk erano già noiosi prima, con loro si è aggiunta parecchia confusione…

Gualtieri riuscirà decinghializzare Roma?

La nuova finanziaria ci lascia andare a caccia sul Lungotevere. I cinghiali non sono un problema solo romano, ma lasciare la monnezza fuori dai cassonetti non aiuta.

Beppe Sala trasformerà il centro di Milano in una gimcana per piste ciclabili?

Temo di sì per i milanesi. A Roma non glielo permetterebbero, al massimo potrebbe fare una pista cinghiabile.

Faccia un augurio a qualche personaggio pubblico.

Spero che Di Maio torni in prima linea: con lui avrei ispirazione garantita.

Chi sarà la una nuova stella del 2023?

Salvini è una stella imperitura, ma a me piace tanto anche Sangiuliano.

 

Panorama, 11 gennaio 2022

«Meloni se la caverà se sarà coraggiosissima»

Ricapitoliamo: Maria Giovanna Maglie, lei non doveva candidarsi alle elezioni del 25 settembre?

«Non è mai stato vero; un po’ come quando i giornali scrivono che Giorgia Meloni e Matteo Salvini litigano. Se n’era parlato negli ambienti della Lega, ma io non ho mai dato segnali…».

Sembrava avesse offerte anche da Fdi, invece?

«Sono buona amica sia di Matteo Salvini che di Giorgia Meloni e mi è capitato di parlare a qualche comizio del centrodestra. Dove ho detto liberamente ciò che penso e cioè che, dopo vent’anni di non voto, mi è era tornata la voglia di occuparmi di politica».

Poi ha votato Lega?

«Da quando ho ripreso a farlo, ho votato per la Lega di Matteo Salvini».

Meglio precisarlo: non quella dei governatori e di Bossi 2 il ritorno?

«Ho grande rispetto della storia e della capacità rivoluzionaria avuta da Bossi a suo tempo. Perciò, mi auguro che nessuno si provi a strumentalizzarlo. Quanto ai governatori, ammesso che ci sia un partito dei governatori, hanno sbagliato due volte. La prima, appiattendosi sul governo Draghi, la seconda, cadendo nel proibizionismo vaccinale».

È vero che è molto ascoltata dalla presidente di Fdi?

«Conosco Giorgia Meloni da molti anni e l’ho sempre sostenuta, apprezzando che sia riuscita a diventare da donna il capo di un partito maschile, gareggiando e affermandosi sugli uomini perché è rigorosa, secchiona e cocciuta. Se a essere il più rigoroso, secchione e cocciuto fosse un uomo dovrebbe essere premiato lui. Detto questo, mantengo un rapporto di stima e amicizia con Salvini, di cui aspetto la riscossa».

Dopo il 25 settembre avrebbe dovuto fare un passo indietro?

«Non vedo perché. Un certo insuccesso è da attribuire al prevalere di altri nella Lega più che a Salvini. Se qualcosa gli va imputato è che sta troppo a sentire gli altri. Lui l’ha sempre pensata allo stesso modo, anche se ha fatto quello che non gli piaceva».

Per esempio?

«Ricordo un giorno dell’autunno 2021, Draghi in carica da sei mesi, quando io a un convegno già lo criticavo apertamente. Allora Salvini disse che invidiava il mio coraggio e che si mordeva la lingua 20 volte al giorno».

In campagna elettorale è stato un po’ ondivago?

«Anche se c’è qualcuno che dà cattive notizie ai giornali, la Lega è un partito che marcia unito e il segretario non fa di testa sua. Per disciplina e militanza ricorda il vecchio Pci. Salvini ritiene di dovere qualcosa alla leadership della Lega ed è più disciplinato di quanto non si creda. È un uomo di passione civile e generosità, virtù dimenticate soprattutto a sinistra. Questo in una fase di mediocrità della classe politica che affligge tutto il mondo».

Giudizio pesante.

«Ma realistico, la grande politica di un tempo non c’è più. Abbiamo apprezzato Angela Merkel, ma prima c’era Helmut Kohl, o Boris Johnson, ma prima c’era Margaret Thatcher, Emmanuel Macron, ma c’erano Francois Mitterand e Charles De Gaulle. Ora individuo in Salvini e Meloni la scintilla della passione che mi consente d’intravedere la luce in fondo al mio astensionismo storico».

Il fatto che non si stia impuntando sul ministero dell’Interno è un buon segnale?

«In un momento di forte drammaticità sociale, il ministero dell’Interno lo lascerei a un tecnico. Idem quello delle Infrastrutture. Altrimenti qualsiasi mozzicone di ponte cadrà, saranno tutti a chiedersi dov’era a cena il ministro. Credo sia più salutare impegnarsi in un settore legato alla propria passione. Questo ti fa essere autorevole. Se ti occupi di agricoltura, per esempio, puoi chiedere conto all’Unione europea di quella sciocchezza che si chiama Nutriscore. Interni e Infrastrutture li eviterei come la peste. Piuttosto, prenderei il ministero della Cultura, che è un buco nero».

Sono cose che dice quando è ospite nei talk show e su Dagospia, anche se ultimamente la si legge meno…

«Dagospia ha cambiato linea, ora è schierato, secondo me, prima non lo era. Pensi che mi ha fatto scrivere per più di un anno a favore di Donald Trump. Ora non lo farebbe più, di recente mi ha accusato di essermi trasformata in un agit prop di Salvini. Io potrei rispondere che Dago sembra The Quirinal Voice e che il suo livore verso Salvini è immotivato. Ma non importa, la verità è che ognuno ha fatto le sue scelte».

A lungo corrispondente Rai dagli Stati uniti, Maria Giovanna Maglie è un volto noto ai telespettatori di La7 e Rete 4. Nel conformismo della narrazione in auge nei nostri giornali e nelle nostre tv, le sue opinioni risultano inevitabilmente spiazzanti. Qualche giorno fa ha pubblicato un saggio sul caso Orlandi, intitolato Addio Emanuela (Piemme).

Com’è riuscita a indagare nel mistero più impenetrabile degli ultimi 40 anni?

«Stavo cominciando a lavorare a un libro-intervista con Salvini, ma la caduta del governo e le elezioni hanno cambiato i piani».

E com’è arrivata alla Orlandi?

«Il caso di Emanuela Orlandi accompagna la nostra generazione dagli inizi perché, quando scomparve, muovevamo i primi passi da giornalisti. Nel 1983, occupandomi dei desaparecidos argentini, capii l’impossibilità di elaborare il lutto se non si può vedere il corpo del defunto. Un diritto che è stato negato alla famiglia Orlandi, ma anche a tutti noi».

Perché è interessante illuminare i lati oscuri di questo caso?

«Attraverso di esso si capisce cos’era la chiesa di Karol Wojtyla e le forze che vi si opponevano. Si capisce il ruolo dell’Italia nello scacchiere del terrorismo internazionale. Gli anni Ottanta hanno portato alla caduta del Muro di Berlino. In Italia si usciva dallo scandalo della P2 e ci si avvicinava a quello di Tangentopoli».

Qualcuno ha tentato d’invitarla a non approfondire troppo?

«Sì, però sono andata avanti tranquillamente. Ho potuto verificare da parte del Papa attuale una grande volontà di chiudere serenamente questo capitolo, per quanto gli è possibile. Quella che si è risentita è un’altra parte della curia. Il fatto che i responsabili della morte e della sparizione del corpo di Emanuela sono tutti morti potrebbe essere l’occasione per scrivere la parola definitiva sul caso. Il Parlamento italiano non dovrebbe esimersi dal farlo. Nel libro indico una soluzione pubblicando un documento, si potrebbe partire da lì».

Il documento che prova che il corpo di Emanuela è stato cremato.

«Che era già agli atti, ma che nessuno ha preso seriamente in considerazione».

La sua tesi è che il rapimento sia da collegare ai rapporti tra lo Ior di Marcinkus e la banda della Magliana?

«La mia tesi è che Emanuela Orlandi sia l’oggetto di un ricatto al quale la Chiesa non ha ceduto».

Era una questione di soldi?

«I rapitori rivolevano indietro dei soldi dal Vaticano. Emanuela è stata la vittima sacrificale: se mi chiede se si poteva evitare, rispondo di sì».

Tornando alla politica, ritiene che Meloni sia in grado di affrontare emergenza energetica, caro bollette, emergenza sanitaria, guerra…

«Con una certa arroganza, Draghi lascia al suo successore un fardello pesante fingendo che ciò che è accaduto negli ultimi tempi derivi dalla guerra. In realtà, è ereditato da anni di retorica ecologista. È un’eredità di decine di migliaia di aziende che chiudono. Un governo tecnico che si accorge che non siamo autosufficienti sul piano energetico avrebbe dovuto attrezzarsi per arrivare a esserlo. Altro che transizione ecologica. L’autorevolezza di Draghi presso l’Ue non ha ottenuto nulla se non maggiori ossequi nel cerimoniale, ma concretamente ha continuato a subire».

E Meloni cosa dovrà fare?

«Il vero punto da affrontare è la sovranità italiana. Se verrà limitata bisognerà combattere, anche a costo di modificare la Costituzione che ci condanna a essere un Paese molto simile alla Grecia».

Dopo una prima fase d’interferenze media e cancellerie straniere stanno adottando una linea meno pregiudizievole?

«I media stranieri copiano i media mainstream e le parole d’ordine radical chic italiane. Se prima scrivi che incombe il pericolo fascista e poi che Meloni deve rassicurare le cancellerie l’hai già fiaccata. Meloni non deve rassicurare nessuno. Se Joe Biden e l’industria americana vogliono vendere il gas al prezzo più alto si fanno andare bene anche lei. In questa situazione catastrofica c’è la piccola fortuna che la Ue si cannibalizza».

La Germania che scuda con 200 miliardi gli aumenti del gas toglie argomenti alla retorica europeista?

«Certo. La Germania ha fatto in modo brutale quello che ha sempre fatto, ma stavolta tutti hanno capito. Prima di lei, l’avevano fatto la Spagna, la Francia, l’Olanda e i paesi frugali. C’è chi si straccia le vesti per il disfacimento dell’unità europea e grida al ritorno dei nazionalismi. Io auspico che ciò avvenga».

Le sembra che Sergio Mattarella stia scegliendo un comportamento più defilato rispetto alla formazione di altri governi o è presto per dirlo?

«È ancora presto. Mattarella è momentaneamente spiazzato dall’esito del voto come tutti gli uomini del Pd. Credo che, quando sarà il momento, lo troveremo puntuto e notarile nell’esercitare il suo potere per spogliare di diversità e spessore il prossimo esecutivo. Il quale se la caverà solo essendo coraggiosissimo».

Altrimenti dovrà subire e annacquare?

«E le piazze lo identificheranno come il nuovo nemico. Come, con buona pace dei sondaggisti, è successo a Draghi. Se il nuovo governo non avrà il coraggio di denunciare la passività dell’Europa, i ritardi del Pnrr rispetto alle emergenze reali, di fare debito e tagliare le tasse non andrà da nessuna parte. Dovrà essere un governo che ascolta, altrimenti rancore e astensionismo dilagheranno».

La polemica sui ritardi negli step di attuazione del Pnrr ha sgombrato il campo sul draghismo di Giorgia Meloni?

«È stato inventato dai giornali per indebolirla. La narrazione è questa: Meloni ha vinto, ma per farcela deve ignorare Salvini e Berlusconi e appoggiarsi a Draghi. Così, quando fallirà si farà presto a richiamarlo in servizio».

Con un’esperienza limitata al ministero della Gioventù in un governo Berlusconi, è comprensibile che per Meloni si cerchino tanti tutor, da Draghi a Mattarella alle cancellerie europee?

«Siccome è femminuccia, piccolina e carina ha bisogno di qualche maschietto intorno… Chi lo facesse per un uomo, si prenderebbe un sonoro pernacchio, al maschile. In passato abbiamo avuto politici unti dal Signore come Enrico Letta e Matteo Renzi e abbiamo visto com’è andata. Se Giuseppe Conte è stato premier per due mandati, penso che Meloni, che mastica politica da quando è ragazzina, saprà cavarsela egregiamente».

 

La Verità, 8 ottobre 2022

«Letta ha favorito Meloni, l’astensione aiuta lo stallo»

Pietrangelo Buttafuoco, ha voglia di fare la pagella della campagna elettorale?

«Volentieri».

Cominciamo definendola.

«Secondo me è stata una campagna da fiato sospeso. Perché da un lato c’è stata una forte tensione perché sotto sotto può cambiare tutto, al punto da smentire Il Gattopardo. Dall’altro c’è stata la paura che potesse accadere qualcosa».

Qualcosa di pericoloso?

«La nostra è pur sempre una storia di misteri irrisolti. Da Enrico Mattei ad Aldo Moro fino al libro nero degli anni Settanta. È stato un tempo sospeso e ora non vediamo l’ora che arrivi domani sera».

Certi poteri consolidati non si rassegnano alla possibilità di un cambiamento?

«Il vero bipolarismo in Italia è tra lo status quo e la maggioranza silenziosa che non ha mai avuto rappresentanza politica. È il famoso 65% degli italiani, individuato a suo tempo da Pinuccio Tatarella, che non è di sinistra, ma non ha mai trovato espressione compiuta».

E che stavolta più che in passato ingrasserà il partito degli astensionisti?

«La campagna elettorale è stata costruita sulla paura: se votate in un certo modo finirà tutto male. Lo diciamo noi migliori, ma lo dicono anche l’Europa e il mondo perché quelli lì sono brutti, sporchi e cattivi».

È stata la narrazione di fondo.

«Nascondendo l’ingombrante dettaglio che se ci troviamo in questa situazione è perché al timone ci sono stati loro».

Qual è l’episodio o lo slogan che le è rimasto più impresso?

«Makkox, il vignettista di Propaganda live, ha detto che “l’ignoranza è il concime della destra”. È una frase dal sen fuggita che svela il vero sentimento degli ottimati di fronte agli italiani alle vongole».

Il noto complesso di superiorità?

«Ora più marcato perché lo zoccolo duro della Ztl e dei garantiti ha costruito una muraglia per proteggersi dai deplorevoli. In Italia arriviamo in ritardo di qualche anno rispetto alla famosa invettiva di Hillary Clinton».

Chi è stato il più efficace?

«Senza dubbio Giuseppe Conte perché dal grande svantaggio da cui partiva è riuscito a toccare tre corde sensibili: la povertà, la ghiotta occasione e la pace. Con il reddito di cittadinanza ha evidenziato il dato oggettivo che la povertà esiste. La ghiotta occasione è quella dei bonus, con i quali i 5 stelle sono identificati. Infine, la contraddizione della guerra: è difficile spiegare agli italiani che si danno 700 milioni agli Ucraini e solo 5 ai Marchigiani».

Si conferma che il M5s è efficace sul piano dei principi, ma rimane poco affidabile quando c’è da governare?

«Però stavolta hanno il vantaggio che il reddito di cittadinanza l’hanno dato e i bonus anche. La guerra è arrivata dopo e si propongono come elemento di disturbo. Il ritorno dei 5 stelle sorprende perché sono riusciti anche a neutralizzare la scissione pilotata di Luigi Di Maio».

Chi il meno brillante?

«Proprio il povero Di Maio. L’unica nota squillante è stato ritrovarsi in volo tra le braccia dei pizzaioli di Napoli come Patrick Swayze in Dirty dancing. A pensarci bene però la campagna più efficace è un’altra».

Quale?

«Quella di Fratelli d’Italia affidata a Enrico Letta».

Ha fatto autogol?

«Ha fatto una campagna per far vincere Fdi».

Di proposito, per non confrontarsi con il momento drammatico?

«No. È una beffa del destino».

Cioè?

«Nelle tecniche di combattimento orientale come il karate non è la tua forza che ti fa vincere, ma la potenza dell’avversario sfruttata a tuo vantaggio».

È la mossa vincente di Giorgia Meloni?

«Sì. Letta ha offerto l’immagine della sinistra più insopportabile agli occhi degli italiani. Ha presente la parodia che fa Maurizio Crozza della Cirinnà?».

È l’eterogenesi dei fini?

«Siamo sul filo del paradosso. Noi pensiamo che il mito del cane della Cirinnà sia una gag, invece mostra l’abitudine a garantire i privilegiati. Nel Pd i diritti coincidono con i privilegi e si dimenticano le garanzie sociali che derivano dalle emergenze incombenti. Oggi, se sei senza casa, ti rivolgi ai leghisti, a Fdi o ai 5 stelle. Se invece hai bisogno della colonnina per ricaricare il monopattino vai dalla Cirinnà».

Tornando alla campagna di Letta?

«Gli do 10 come spin doctor di Fdi».

E come segretario del Pd?

«Respinto».

Infatti si parla già di successione indicando Elly Schlein.

«Devono sincerarsi che non possieda un canuzzo dotato di cuccia e relativo contante».

Letta ha polarizzato lo scontro, o noi o loro, con i manifesti rossoneri.

«È un lapsus speculare a quello di Makkox. Anche i preti che frequentano non sono mai vicini al prossimo. Il nuovo riferimento è il cardinal Matteo Zuppi che scrive una lettera alla Costituzione. Ma prenditi il vangelo…».

Letta ha coinvolto Berlino e Bruxelles.

«Per fargli dire che se arrivano le destre non avremo più la tutela dell’Unione europea, che è il vero reddito di cittadinanza».

Carlo Calenda e Matteo Renzi?

«Mi ricordano l’esperimento dell’Italia dei carini, della principessa Alessandra Borghese e Luca Cordero di Montezemolo».

Sfonderanno?

«Non credo. Tutti i benestanti che conosco votano Calenda. Fa fine e non impegna. Voti i soviet, ma lo mascheri con una patina di moda. Alle ministre di Forza Italia non è parso vero di liberarsi della cattiva immagine per presentarsi in società. In tv ho visto Massimo Mallegni, un senatore di Forza Italia, più ostile verso il centrodestra dell’esponente del Pd. Col suo entusiasmo ha svelato il disegno: farsi eleggere qui per poi andare di là. Calenda e Renzi sono i Bel Ami, offrono la possibilità a chi è stato sotto l’ombrello berlusconiano di darsi una rinfrescata nel mondo nuovo. Ma questo vale solo per la nomenklatura, perché l’elettorato col cavolo che li segue».

Draghi li ha mollati ma sperano sempre nello stallo e nel ricorso al commissario?

«Sembra quando da bambini si litigava e si diceva: adesso torno con mio fratello più grande. Draghi non ha mai detto: “Non in mio nome”. In Italia ci si lascia sempre la porta aperta. Dimentichiamo che è italiano e gesuita. E la disciplina seguita dai gesuiti è solo una: la dissimulazione».

Il no pronunciato nell’ultima conferenza stampa non l’ha convinto?

«Un no convincente sarebbe stato: “Prego gli autori della campagna elettorale in mio nome di astenersi”».

Che voto dà a Silvio Berlusconi su TikTok?

«Dieci a prescindere. Non solo su TikTok, anche nella guerra alle mosche. Mentre merita un 5, anzi, un 2 nelle interviste scritte. Ma non si offenderà perché è noto che non è lui a rispondere».

È l’ago europeista e liberale del centrodestra?

«È molto più di questo, è il grande romanzo italiano della letteratura universale».

Però un milione di alberi, la flat tax, la pensione a mille euro per tutti…

«Sono i suoi giochi pirotecnici, sempre efficaci, perché scavano nell’immaginario degli italiani. Meno tasse per tutti diventa subito meno Totti per Ilary».

O più giga per tutti. È un po’ grottesco?

«Berlusconi resta nell’immaginario al pari di Garibaldi, di Totò, di Padre Pio. I ragazzini lo conoscono e riconoscono mentre gli altri del pantheon della politica spariranno. Difficilmente ricorderemo Giuseppe Saragat, Sandro Pertini o Oscar Luigi Scalfaro. In lui si compendia la tradizione italiana, da Carlo Goldoni a Gioachino Rossini. È il nostro Balzac».

Questo è il suo prossimo romanzo?

«Magari, immagino un musical».

È parso anche a lei che Matteo Salvini abbia rincorso?

«È un movimentista, è fuori luogo immaginarlo in grisaglia, non sa e non vuole annodarsi la cravatta».

Il dietrofront su Putin?

«Di necessità si fa virtù. Ciò che noi italianucci potremmo dire oggi riguardo alla storia è poca cosa».

Meloni ha catalizzato la campagna come l’orso del tiro al bersaglio? Prima il pericolo fascista, poi la colpa di essere una donna non femminista…

«È stata come Dioniso preda delle Menadi. Solo che la sanguinaria eucarestia cui si sottopone Dioniso si svela sempre nell’esatto contrario: le Menadi se ne vanno e Dioniso resta».

Voto alle star dello showbiz, da Elodie a Paolo Virzì…

«10. Sempre per conto di Fratelli d’Italia».

Voto a Laura Pausini che non ha cantato Bella ciao.

«La novella Arturo Toscanini che si rifiutò di eseguire Giovinezza».

Il nuovo bersaglio è Pino Insegno?

«Purtroppo i democratici non sanno evitare d’insultare chi la pensa in modo diverso da loro».

Voto ai grandi giornali?

«Sempre 10 per conto di Fdi. Certi titoli della Stampa… La campagna di Repubblica contro Giorgia Meloni, altro non è che un monumento a cavallo. Ma nemmeno il Corriere della Sera scherza. I moderati sono i cosiddetti terzisti, speculari al Terzo polo, come gli indipendenti di sinistra lo erano ai tempi del Pci. È il famoso amico del giaguaro».

Voto al filone editoriale elettorale su Mussolini?

«Nel centenario della marcia gli antifascistissimi Aldo Cazzullo, Antonio Scurati e Sergio Rizzo scalano le classifiche dei libri grazie al Duce e pare di vederli in scena 100 anni fa. Arrivano a Roma per dire al re: Maestà, vi portiamo l’Italia delle classifiche dei libri. È solo marketing».

Vincerà il partito degli astenuti?

«Ne sono terrorizzato. È il vero bastone armato dello status quo».

Chi non vota favorisce il mantenimento della situazione attuale?

«L’elettore di centrodestra è il più distratto. Se deve andare a un battesimo ci va, non fa tutte e due le cose perché confida che ci pensino gli altri».

Voto a Michele Santoro che ha denunciato la non rappresentanza della maggioranza contraria all’invio delle armi in Ucraina?

«Nessuno ha ampia rappresentanza politica. Io, per esempio, mi ritrovo in quella maggioranza che non ha mai avuto voce, non ha giornali, non ha tribuna. Quella degli esuli in patria, per dirla con Marco Tarchi. Quand’è così, si va dove si vede il cambiamento. Altrimenti togliamo le elezioni e continuiamo con il meccanismo in voga dal 2008. Quello che s’identifica nei tecnici alla Carlo Cottarelli, presunti super partes, che invece sono sempre della famiglia dem. Si cambia nome, ma la mobilia resta la stessa. La fureria d’Italia si appoggia ai soliti caporali. Quando li vedo mi chiedo se starebbero bene in orbace e camicia nera, con il fazzoletto garibaldino, con la grisaglia democristiana e mi rispondo che sì, starebbero bene con tutto perché sono il partito unico del potere».

Voto a Draghi, premiato in America da Henry Kissinger.

«Senza che risulti offesa, in quella scena ho visto più Alberto Sordi, eterno Americano a Roma, che un nuovo Cristoforo Colombo».

 

 

La Verità, 24 settembre 2022

 

 

«Abbiamo creato l’opera, ora cambiamo i finali»

Katia Ricciarelli non le manda a dire. Per temperamento e per l’autorevolezza conquistata con una carriera artistica che l’ha portata sui palcoscenici di tutto il mondo. Lei si autodefinisce «una donna artista curiosa». All’ultimo Grande Fratello Vip, un posto dove ne succedono di tutti i colori, la sua schiettezza ha fatto inalberare le sentinelle del bon ton. Qualche giorno fa, dopo le esibizioni di Placido Domingo all’Arena di Verona, titubante nel canto e nella direzione di Turandot, parlando con l’edizione veneta del Corriere della Sera, ha consigliato l’amico e partner di tanti duetti di «smettere di cantare». Quanto a lei, presto tornerà in teatro con Riunione di famiglia, una commedia diretta e interpretata da Pino Quartullo, con Claudio Insegno e Nadia Rinaldi.

Signora Ricciarelli, è difficile capire quando è il momento di appendere il microfono al chiodo?

«È difficile, certo. Ma bisogna avere l’onestà di dire: questo lo posso fare, quest’altro no. Qualcuno insiste fino a 80 anni, io mi sono fermata prima. Noi cantanti abbiamo uno strumento incorporato che si deteriora. Le corde vocali sono dei muscoli, non si ha per tutta la vita la voce da ragazzino».

Domingo l’ha chiamata dopo i suoi suggerimenti?

«No, ma non vorrei parlare ancora di lui, esprimo solo il mio pensiero. Ritengo strano che voglia cambiare registro passando da tenore a baritono. Domingo è stato grandissimo come tenore, ma come baritono non lo voglio sentire. Un cantante non è un pittore che, come Picasso, può avere fasi artistiche diverse».

Però si può staccarsi dalle opere più impegnative come ha fatto anche lei.

«È una questione di buon senso. Io canto ancora per far avvicinare i giovani all’opera, il repertorio del melodramma è vasto. Ma non posso certo interpretare Giulietta di I Capuleti e i Montecchi. Per farlo ci vogliono la voce e la presenza di una ragazzina. Se vogliamo essere credibili…».

Si può anche cambiare repertorio?

«Negli ultimi anni interpretavo opere che non potevo cantare da giovane perché richiedevano maturità. Ma mi sono fermata prima dei 70 anni. Certo, tengo ancora concerti, ma sono un’altra cosa. Non c’è niente di più avvilente che fare qualcosa che hai fatto bene quando eri giovane e sentir dire: “Eh, ma una volta…”. Alcuni anni fa Marilyn Horne, una collega mezzosoprano americana, mi disse che se una sola nota in un’opera le provocava incertezza smetteva d’interpretarla perché il pubblico avrebbe ricordato solo quella».

Pur restando nel mondo della musica, a un certo punto per lei è iniziata una seconda vita artistica.

«E meno male. Non l’ho cercata io. Ricordo che quando mi telefonò Pupi Avati per propormi di recitare per lui pensai che fosse uno scherzo. Quando capii che non lo era, mi armai di umiltà e mi affidai a lui e ai nuovi colleghi».

Che ricordo ha del set di La seconda notte di nozze?

«È stato l’incontro con un regista straordinario, un poeta della cinepresa che non mi ha abbandonato neanche un secondo».

Dopo che quel ruolo le valse subito un Nastro d’argento pensò che quella dell’attrice potesse essere una nuova professione?

«Neanche per un secondo. Non si può inventarsi una carriera a quasi 60 anni. Ho accettato qualche altra proposta, consona con la mia data di nascita, diciamo così. Ho interpretato la madre di Felice Maniero nella serie Faccia d’angelo…».

Ha recitato per Cristina Comencini, di nuovo per Avati, per Carlo Mazzacurati: ha rifiutato qualche copione?

«Quelli non adatti alla mia età. Uno dei segreti è mantenere una dose d’ironia e di autocritica».

Poi è tornata alla fiction, il matrimonio con Pippo Baudo l’ha più ostacolata o aiutata nella sua carriera?

«A parte che sono separata da un bel po’, Pippo mi ha dato coraggio con Avati, mi ha tolto i timori: se lui ti ha scelto… Siamo stai sposati 18 anni, ma avevo già la mia carriera. Non abbiamo fatto niente insieme, non ho mai avuto bisogno di appoggi. Anche in questo mondo serve umiltà, che non significa diminuire la propria figura, ma capire quando e quanto c’è da imparare dagli altri».

La sua schiettezza le ha mai causato qualche danno in un mondo come quello del cinema e della televisione abituato a una certa diplomazia?

«No mai. La mia non è mancanza di diplomazia, ma sincerità. Semplicemente, dico quello che farei. Non avendo mai chiesto niente a nessuno mi viene anche più facile dire quello che penso. Altrimenti sarei ipocrita».

Su Canale 5 sta per ripartire il Grande Fratello Vip al quale ha partecipato l’anno scorso, che esperienza è stata?

«All’inizio non volevo accettare. Insistendo sul tasto del rapporto con i giovani alcune persone mi hanno convinto. È stata un’esperienza difficile, però non mi sento di rinnegarla. Mi ha insegnato a essere tollerante verso il prossimo che non conosco. Una tolleranza fisica e intellettuale. La convivenza gomito a gomito e il rispetto dell’altro sono un bel banco di prova. Non a caso la convivenza è una delle ragioni principali di tanti divorzi».

La sua partecipazione è stata ritenuta divisiva?

«È normale, non possiamo piacere a tutti. Se dici qualcosa che non va bene agli altri automaticamente diventi una che divide. Io volevo soprattutto il rispetto che veniva dalla mia età. Pensavo si potesse apprendere qualcosa da una persona che ha girato il mondo per motivi artistici. Alle due serate sul melodramma gli altri concorrenti hanno partecipato volentieri, anche se non hanno cantato».

Perché secondo lei l’hanno accusata di omofobia e razzismo?

«Guardi, nella mia vita ho frequentato persone di tutti i colori e di tutte le razze. Ci ho cantato e recitato. Gli omosessuali? Ho amici gay, non ho nessuna fobia. Mi è anche capitato di sposarli».

Ha dato della scimmia a una concorrente.

«In dialetto veneto si dice a pare ’na scimieta… Tradotto in italiano può suonare male, ma non è un’espressione offensiva. Nel reality ci sono anche persone che hanno il compito di accendere il racconto, altrimenti sai che noia».

Nel cast, intende?

«Esatto. A me hanno detto che sono brutta e vecchia e può darsi. Ma omofoba e razzista non esiste. Lo gne gne è di persone poco intelligenti: mia madre diceva che il raglio dell’asino non arriva al cielo».

Il politicamente corretto s’insinua nell’arte. Se le avessero proposto di cantare nella Carmen con il finale capovolto dal regista come si sarebbe comportata?

«Avrei rifiutato. Nel melodramma ci sono sempre due che si amano, di solito il tenore e il soprano, e un terzo che rompe le scatole, il baritono. Quelle che muoiono sono chiamate eroine. Carmen è un peperino, una donna libera e libertina, che dopo aver fatto perdere il lavoro a Don José, ora che è ridotto sul lastrico, se ne va con un altro. Le storie sono così».

Cambiando il finale si volevano denunciare i femminicidi.

«Allora ammazziamo l’uomo? L’opera l’abbiamo inventata noi nel 1600 e cambiamo i finali? Mi viene da ridere. Invece, mi commuovo davanti alle notizie di cronaca, alle continue violenze sulle donne, poco ascoltate e poco tutelate. Chi non soffre davanti a certi fatti? Ma la vita reale è una cosa, il melodramma un’altra».

Come ha vissuto il periodo della pandemia?

«Sono stata a casa con il mio cagnolino, un maltesino. Ho una casa piccola con il giardino, vedo il lago di Garda e la montagna. Ho pensato e ripensato a tante cose. Ho ripreso ad apprezzare lo sbocciare dei fiori, i tramonti… Quando sei in giro non hai il tempo per farlo».

È sempre stata ligia alle prescrizioni?

«Ho fatto le tre dosi e rispettato le regole. Finito il lockdown è iniziata la quarantena del Grande Fratello che è durata sei mesi. Facevamo il tampone un giorno sì e uno no. Ma una volta uscita sono risultata positiva asintomatica: cominciavo a pensare che non mi volesse nemmeno il Covid…».

Sta seguendo la campagna elettorale?

«Poco. Mi è dispiaciuto per Mario Draghi, che apprezzo. Una volta, prima che diventasse premier,  l’ho incontrato alla stazione di Bologna. Stavamo salendo sul treno, mi ha sorriso e ha detto agli uomini che lo accompagnavano di aiutarmi a salire. L’avrei abbracciato».

La campagna elettorale?

«Devo riflettere, non voglio mescolare la politica con l’arte, perché noi dobbiamo cantare e lavorare per tutti. Vedo molta confusione. Soprattutto vedo la fatica dei giovani a trovare il loro posto nel mondo. Noi abbiamo avuto più facilità. Insegno ai bambini e agli adolescenti la musica, ma abbiamo tanti ostacoli da superare».

Cosa si aspetta dall’esito del voto?

«Che venga premiato qualcuno di preparato, capace e attento alle esigenze del mondo della cultura».

Ma un’idea ce l’avrà…

«Sono sicuramente di destra, ma non faccio nomi. Devo studiare e capire meglio perché tutto cambia da un giorno all’altro».

Ha visto che alcune cantanti come Loredana Bertè, Giorgia e Levante si sono schierate contro Giorgia Meloni, rea di non essere femminista?

«Credo che un premier debba essere aperto a tutti, uomini e donne a prescindere dai loro orientamenti sessuali».

Alba Parietti ha detto che non condivide nulla del pensiero della Meloni, ma ritiene che se diventasse premier sarebbe ugualmente un segno di cambiamento.

«Per fare il premier serve anche una buona squadra. Personalmente, ho spesso agito da sola e, soprattutto da giovane, con la mia attività ho mantenuto la famiglia. Non è che siccome siamo donne possiamo fare quello che vogliamo. È giusto battersi per eliminare le ingiustizie, ma ci sono tanti modi per farlo. Io sono femminile, non femminista».

Pensando all’Italia futura che cosa chiederebbe ad Aladino?

«Che ci fosse più attenzione ai giovani. Insegnando, in due mesi ho incontrato 20.000 bambini inferiori ai dieci anni. Un giorno uno di loro è venuto sotto il palcoscenico e mi ha detto: “Signora Ricciarelli, ma è vero che il melodramma è una malattia incurabile?”. Questo dice tutto: un bambino può non sapere, ma qualche adulto l’ha fuorviato. E poi, vorrei un’altra cosa…».

Prego, signora.

«Che avessimo meno tasse».

 

La Verità, 3 settembre 2022

 

 

«Ho vissuto in caserma, mi batterò per le divise»

Quando risponde al telefono, reduce da una giornata di campagna elettorale a Bari, Rita Dalla Chiesa t’inonda con la sua energia: «Sono travolta, i giornali stanno scrivendo di tutto». Ma dopo un attimo spunta l’amarezza: «Internet è una cloaca, mia figlia mi ha impedito di andare sui social. Quando le disobbedisco ci trovo certe cattiverie, ingestibili per la mia testa».

Quali cattiverie?

«Ci sono quelli che dicono che sfrutto il cognome di mio padre. Dopo 40 anni di lavoro senza raccomandazioni, certe parole feriscono. Hanno scritto che sono entrata nel partito che ha fatto uccidere mio padre. Non so come spiegarmelo, penso siano persone malate, magari provate dai due anni di pandemia. Nella mia vita ho sempre fronteggiato gli attacchi, ma queste malvagità mi fanno vacillare».

È sorpresa da tanto livore?

«Un po’ lo conoscevo perché sono sempre stata sui social. Mi sono tolta da pochi giorni, per evitare quest’odio… C’è anche qualcuno che non condivide la mia idea, ma mi dice lo stesso in bocca al lupo. Amo il confronto, ma l’odio scaricato su Silvio Berlusconi ora si riversa anche su di me perché ho lavorato a Mediaset e l’ho difeso».

Era accusato di contiguità con la mafia.

«È stato assolto da tutti i processi, sono stanca di ripeterlo. Fino a prima di entrare in politica nessuno lo accusava. Poi, siccome lo temevano per il suo carisma e le sue capacità, improvvisamente lo hanno ritratto come un sostenitore della mafia. A volte penso che se mi avesse candidata la sinistra e frequentassi l’Ultima spiaggia di Capalbio nessuno avrebbe detto niente».

Perché?

«Perché la sinistra controlla i media e può contare sugli intellettuali e i salotti. Conosco quegli ambienti, li ho frequentati. Ho visto le case, le barche, i patrimoni. Per loro la destra è una realtà da cancellare. Invece io credo che si possa confrontarsi civilmente».

Candidata alla Camera nell’uninominale di Molfetta e come capolista nel proporzionale a 74 anni: signora Dalla Chiesa, lei è una donna avventurosa?

«Mi hanno dato una vita e provo a viverla fino in fondo. Anche alla mia età, adagiarmi non è nel mio carattere. Ero nel mondo dei carabinieri pieno di regole, ma mi sono separata in anni in cui era rarissimo. Oggi, più vedo ingiustizia nel tentativo di fermarmi, più trovo motivazione per andare avanti».

La sua candidatura ha sorpreso qualcuno?

«Quelli che, non conoscendo la mia famigliarità con la Puglia, pensano che sia una paracadutata. Invece ho molti legami, papà e mamma si sono conosciuti a Bari, ho vissuto in una caserma sul lungomare. Ho lavorato a RadioNorba e TeleNorba e ho un ottimo rapporto con il pubblico. Al Bano mi ha fatto conoscere il Salento, in Puglia vengo spesso in vacanza».

L’ha convinta Berlusconi?

«Avevo parlato con Licia Ronzulli e Antonio Tajani, ma quando hanno capito che stavo resistendo, mi ha chiamato Berlusconi».

Resistendo?

«Ognuno ha i propri limiti e sa fin dove si può spingere. Non sono una tuttologa».

In passato aveva già declinato la proposta di Berlusconi, invece stavolta?

«Ho accettato proprio perché amo la Puglia e qualcosa di piccolissimo spero di riuscire a farlo. Poi quando sei avanti negli anni ti vien voglia di metterti in gioco, di non delegare. La politica mi piace, o lo faccio adesso o mai più».

Aveva declinato anche l’invito di Giorgia Meloni a candidarsi sindaco di Roma?

«Non mi sentivo all’altezza, è giusto riconoscere i propri limiti».

Le dispiace che la miniserie Il nostro generale dedicata a suo padre interpretato da Sergio Castellitto sia stata posticipata?

«Molto. Purtroppo le regole sono queste… Da veri professionisti Castellitto e Teresa Saponangelo hanno voluto incontrarmi per parlare di mio padre e mia madre. E così anche i miei fratelli. Forse la Commissione di Vigilanza è stata più realista del re. Ma qualche anno fa avevano già spostato la fiction su Paolo Borsellino perché si era candidata la sorella. Se avessi saputo prima che la serie sarebbe slittata forse avrei riflettuto di più sulla candidatura».

Qualche anno fa non si era lasciata benissimo con Mediaset o sbaglio?

«Se si riferisce a Forum è passato un po’ di tempo. Con Videonews ho sempre ottimi rapporti, Paolo Del Debbio e Mario Giordano m’invitano spesso. Sono arrivata a Mediaset chiamata da Arrigo Levi che allora dirigeva un settimanale di attualità su Canale 5. Non mi ha cooptata Berlusconi, come molti dicono».

Però l’ha voluta in Forza Italia candidandola in un collegio blindato in Puglia.

«Se i collegi sono blindati lo si vede al momento dello spoglio. Sicuramente quello pugliese può essermi amico».

L’ha coinvolta come candidata antimafia?

«Ne ho parlato anche con Licia Ronzulli, le mie battaglie sono sempre state contro la criminalità e in difesa delle forze dell’ordine. La mia famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Però sono una donna libera, ho sempre portato avanti idee che ritengo non debbano essere appannaggio solo della sinistra, come alcuni diritti civili, la difesa degli animali».

Ne ha parlato con suo fratello Nando?

«È la prima persona che ho chiamato. Nando e mia sorella Simona mi hanno detto la stessa cosa: “Se è una proposta che ti stimola e nella quale puoi rimanere te stessa, perché no?”. In Forza Italia tante persone la pensano come me. Sembra che alcune battaglie siano monopolio della sinistra, ma non è così».

Per esempio, quali?

«La difesa dei gay: per me non dovrebbe esistere neanche la parola. Esiste l’amore ed esistono le persone. Oppure essere di Forza Italia vuol dire essere razzisti e omofobi, come dicono certi soloni della sinistra?».

Su quali temi pensa di impegnarsi?

«Sono nata e cresciuta in caserma e vorrei promuovere la tutela delle forze dell’ordine. Conosco la fatica non solo fisica e la difficoltà di carabinieri, poliziotti, finanzieri, vigili del fuoco a mantenere le loro famiglie con stipendi miserrimi. Mancano i fondi e i mezzi per raggiungere i luoghi più sperduti del Paese. Spesso le divise devono comprarsele loro. Eppure vengono additati come il male. Mi batterò perché siano protetti dalla politica e dalla magistratura».

C’è un’emergenza sicurezza nelle città italiane?

«In alcune città sicuramente sì. Se non lasci intervenire le forze dell’ordine per timore di quello che potranno dire i giornali questa insicurezza durerà a lungo. Lo stesso se fai uscire dopo due ore un malvivente colto in flagrante. Ci vuole rispetto anche per il poliziotto che per arrestarlo ha lavorato e rischiato. In difesa delle donne vorrei una magistratura più vigile, che intervenisse alle prime denunce, non solo dopo che il violento ha colpito e magari ucciso, come abbiamo visto in questi giorni».

Come valuta i dati diffusi dal Viminale che parlano del 39% di reati di violenza sessuale commessi da extracomunitari?

«Quando li accogliamo dobbiamo dare loro anche la possibilità di una vita normale e civile. Se vivono in strada, da emarginati, si espongono alle opportunità offerte dalla criminalità, diventando potenzialmente violenti. Non credo che nei loro Paesi si comporterebbero così».

Purtroppo una vita normale è una possibilità per pochi di loro, ma sempre i dati del Viminale parlano d’ingressi in costante aumento.

«Ha assolutamente ragione Salvini, con lui ministro degli Interni gli sbarchi erano diminuiti. Purtroppo, molti di quelli che sono già qui non hanno trovato il riscatto sperato. Vivono nei container o in certi casermoni delle periferie dove l’unico modo per sopravvivere è lo spaccio e la malavita. Anche in questo caso una presenza più attiva delle forze dell’ordine aiuterebbe a contenere il problema».

Il meccanismo della campagna elettorale è alimentare la paura dell’uomo nero?

«Non si parla di programmi. Il centrosinistra non mi pare proponga dei contenuti, l’unico scopo è tenersi la poltrona, a prescindere dal partito. Almeno la destra quella è e quella rimane. A sinistra, una mattina sono alleati in due, il giorno dopo in tre per paura di perdere. Anche se poi, come abbiamo visto, pure perdendo governano».

Cosa pensa del post di Chiara Ferragni sul pericolo di non poter abortire se vincerà la destra?

«La Meloni ha già risposto: c’è una legge approvata tanti anni fa. Raschiano il fondo del barile pur di attaccare la destra».

Spaventare i cittadini sa di paternalismo?

«Ma gli elettori non sono dei bambini e sanno valutare. Non sono spaventati da ciò che potrà arrivare, ma da quello che già c’è: la crisi economica, i costi, gli aumenti delle bollette… I cittadini devono vivere non sopravvivere».

Le piacciono i manifesti di Enrico Letta che dividono il mondo tra rossi e neri?

«Li ho trovati ridicoli. Mi meraviglio che nessuno lo abbia fermato prima».

Se il centrodestra non vincerà nettamente Forza Italia potrebbe puntellare una maggioranza Ursula, con dentro tutti salvo Lega e Fdi?

«È un’ipotesi che al momento non prendo in considerazione. Ci penserò se dovesse succedere».

È l’ipotesi auspicata da Carlo Calenda che ha assorbito due ministre di Forza Italia.

«È un’ipotesi sua. Non vorrei parlare di Mara Carfagna e Maria Teresa Gelmini. Penso che oltre la ricerca del potere ci sia la gratitudine e i problemi si possano sempre risolvere in famiglia».

Le è piaciuto il discorso di Mario Draghi al Meeting?

«Draghi è una persona che apprezzo. Ho visto un applauso caloroso, ma non ho capito se al Draghi che si congeda dalla politica o al Draghi che ci ritornerà».

Qualcuno ha sottolineato la sua insistenza europeista.

«Credo che l’Italia sia già abbastanza europeista di suo. Con tutto il rispetto per Draghi, non abbiamo bisogno di farcelo ripetere continuamente».

Chi sarà il candidato premier del centrodestra?

«Non ho la sfera di cristallo. Se dovesse essere Giorgia Meloni sarei contenta non perché è una donna, ma perché è una persona coraggiosa e corretta anche con gli avversari».

Il criterio è chi prende più voti?

«Sono lontana dalle alchimie della politica e spero di continuare a esserlo. Se il criterio fosse questo, probabilmente toccherebbe a lei».

Per Berlusconi sarebbe un boccone dolceamaro?

«Non sono nella sua testa, ma conoscendolo come un gran signore penso che le aprirebbe la porta».

 

La Verità, 27 agosto 2022

«Il Pd è una setta, pensa già al suo congresso»

Indisciplinato, ingenuo, inquieto. Si descrive così Tommaso Cerno, senatore uscente del Pd. Friulano, giornalista, già direttore dell’Espresso, presidenzialista convinto, è l’unico gay dichiarato in Parlamento. Ma al momento del voto di fiducia sul ddl Zan si è astenuto.

Come mai il suo nome non è comparso nella bagarre delle candidature?

«Tre mesi fa avevo chiesto a Enrico Letta di non considerarmi perché sapevo che non l’avrebbero fatto».

Motivo?

«Pago il mio quattro in condotta. Ciò che io chiamo libertà di pensiero per loro è incapacità di stare in comunità. Avrei potuto crederci se non avessero candidato Luigi Di Maio».

Con lui si sono smentiti?

«Era uno che diceva “mai con il partito di Bibbiano”.  Eliminata la condotta, potevano bocciarmi in filosofia, dove però ne so più di loro».

Come definirebbe il suo rapporto con il Pd ?

«Quello di un uomo ingenuo che credeva di essere saggio».

Spieghi.

«Pensavo di entrare in un luogo dove parlare della sinistra fosse la cosa più importante. Invece ho scoperto che si può parlare solo come vogliono loro. È così nelle sette».

Per lei è stata una prigione mentale?

«Più un deserto mentale. Mi sono sentito abbandonato mentre la carovana prendeva la sua direzione. Mesi senza ricevere una telefonata. Il senso di esclusione è ciò che mi ha fatto più male».

Pietra sopra definitiva?

«Certo. Ma continuerò a parlare più di prima della mia idea di sinistra con la scrittura e la voce di cittadino e giornalista».

Come giudica la composizione delle liste?

«È lo specchio dell’identità politica di Enrico Letta e della sua segreteria».

Ovvero?

«Ricordavo che il Pd era fatto di primarie, di gazebo, di dibattiti di piazza. Poi è arrivato Nicola Zingaretti che almeno si è portato dietro un congresso. Ora c’è il primo segretario eletto con un applauso, come al televoto. La selezione di queste elezioni si è svolta sul suo telefonino».

Letta ha ceduto alla voglia di vendetta contro i renziani?

«La cosa incredibile è che non se n’è reso conto. Letta è fuggito in Francia ed è tornato come se un congresso del Pd si fosse aperto nel 2014 e il suo compito fosse quello di chiuderlo. Peccato perché ha avuto l’occasione di rifondare la più grande e variegata sinistra che i cocci della Seconda Repubblica gli avevano messo davanti».

La vendetta è l’esclusione di Luca Lotti?

«Lotti è il diversivo. Serviva un nome forte da far sembrare il capro espiatorio. La realtà è che l’accordo con Carlo Calenda è saltato per il timore di avere uno sfidante moderato alle primarie che seguiranno il voto».

Al prossimo congresso?

«Certo. È lo stesso motivo per cui è saltato Giuseppe Conte. La prospettiva è interna al Pd perché sanno già che le elezioni sono perse. Ma questo è un tradimento delle famiglie italiane. Se togli Lotti, devi spiegarmi perché candidi Elly Schlein».

Perché?

«Per depotenziare Stefano Bonaccini, sempre in vista del congresso. L’altra donna che poteva guidare il Pd è Debora Serracchiani. Letta ha escluso Lotti e ha trasformato nel suo alter ego l’ex vicesegretaria di Matteo Renzi. Sono logiche politiche democristiane che ammiro, ma che umanamente non condivido».

Anche Monica Cirinnà è stata punita con un collegio a rischio.

«Più che Monica Cirinnà è stato punito il suo cane e mi spiace perché le bestie non hanno colpa. Le racconto un aneddoto».

Prego.

«Io sono l’unico gay dichiarato in Senato. Bene: non ho mai ricevuto una telefonata per chiedermi cosa pensassi del ddl Zan. Da finocchio in Parlamento…».

Già questo termine è un’autoesclusione.

«Lo uso perché non ho bisogno di nascondermi dietro alle parole per essere orgogliosamente me stesso».

Non si sarà astenuto sulla fiducia per ripicca?

«Il ddl Zan contiene l’85% di cose necessarie al Paese, a cominciare dalla parte contro l’odio. In Italia la legge Mancino tutela le minoranze, cita i mafiosi e le persone di colore, ma non i gay. È quasi un’istigazione di Stato a delinquere».

Insomma. Il restante 15%?

«Il 10% sono idee di sinistra culturalmente discutibili, che la destra non voleva. Infine, c’è un 5% di errore madornale sulla libertà di parola che un giornalista non avrebbe mai potuto approvare».

Infatti lei non l’ha fatto.

«Il Pd e Letta sapevano benissimo che con una piccola modifica sarebbe passato. Invece decisero che Zan era Mosè e che la legge che il Dio dei gay gli aveva consegnato era immodificabile. Il vero motivo era avere un’idea da spendere in campagna elettorale. Di fronte a questo gioco, ho provato a dire “ma” e sono subito diventato un conservatore di destra. Questi comportamenti sono delle sette, non dei partiti».

Cosa vuol dire candidare sia Andrea Crisanti che Roberto Speranza?

«Certificare due errori. Il primo è ammettere che sul Covid si è fatta una politica casuale. Se candidi il responsabile delle politiche del governo e l’uomo che lo ha più criticato vuoi la moglie ubriaca e la botte piena».

Oppure applichi il «ma anche» veltroniano?

«Io vedo il tentativo d’infondere nel corpo elettorale la sensazione di essere in pericolo, mentre pensavo che si volesse rassicurarlo».

Il secondo errore?

«Presentarsi guardando indietro, dicendo che il Covid può ancora cambiare la nostra vita».

Rimettere la pandemia al centro, vedi il «Destra no vax» di Repubblica, giova alla sinistra?

«Visto dal Nordest il titolo di Repubblica è un falso. In Friuli con Massimiliano Fedriga e in Veneto con Luca Zaia le zone gialle sono arrivate prima che altrove. La Lega di governo è stata più speranzosa di Speranza».

Come giudica la gestione della pandemia di Speranza?

«Per sistemare i guai di Speranza il prossimo governo avrà bisogno del ministro Carità. Speranza non ha capito che il diritto alla salute s’inserisce nel diritto alla vita. Non possono servire tre anni per trovare equilibrio tra salute ed economia. L’esasperazione del contrasto al virus me l’aspetto da un medico non da un politico».

Una volta il Pd candidava i magistrati oggi i virologi.

«Candidare Crisanti contro l’emergenza salute non è molto diverso da candidare Cicciolina per affermare l’autogestione del corpo. Anziché tracciare la sua strada, la politica ricorre agli specialisti. È l’ammizzione di un’inadeguatezza. Per risolvere la quadruplicazione della bolletta elettrica bisognerebbe candidare Elon Musk».

Perché firmò con Dario Parrini, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, un ddl che introduceva il presidenzialismo?

«Perché la sinistra aveva perso le elezioni e si poteva davvero pensare di favorire un processo che permettesse ai cittadini di scegliere “tra noi e loro”, come dice ora Letta. I cittadini devono poter scegliere su tutto, non solo su un pezzetto. È quello che voleva fare Berlusconi quando mise il nome sul simbolo. Oggi se vince Salvini governa Conte, se Salvini si dimette governa ancora Conte, se cade Conte spunta Draghi».

Pur di attaccare Berlusconi, che forse è stato improvvido, il Pd nasconde quel progetto di legge?

«Berlusconi ha detto quello che ha sempre detto. Se un Paese sceglie il presidenzialismo l’eletto col sistema precedente decade. Se la riforma istituzionale diventa una trovata elettorale avremo sempre una legge fatta per sconfiggere qualcuno. Salvo poi essere smentiti come avvenne con il Rosatellum che doveva fermare i 5 stelle, che invece stravinsero. Democrazia è far decidere ai cittadini da chi vogliono essere governati».

Che cosa pensa degli accordi e disaccordi nel centrosinistra?

«Letta poteva andare da solo e provare a essere davvero il primo partito italiano. Avrebbe potuto dire ai cespugli: voi fate quello che volete, io faccio “la grande alleanza delle due P”, palazzo e piazza, con quello che resta del popolo viola, dei girotondi, del Vaffa di Grillo. Oppure poteva fare il contrario: mettere dentro tutti, da Conte a Calenda. Entrambe le strade avevano pro e contro. Il peggio è la via di mezzo, qualcuno sì e qualcuno no, perché il messaggio è confuso».

La comunicazione è efficace?

«Siamo passati da smacchiare il giaguaro ad avere gli occhi della tigre. Il fatto è che sono entrambi animali in via d’estinzione».

L’agenda Draghi è scomparsa?

«Non è mai esistita. Era la sintesi minima di un governo di emergenza nazionale nato per spendere dei soldi, quelli del Pnrr. In questo Draghi è bravo. Quando l’emergenza è diventata mondiale e i soldi bisognava trovarli, il governo è caduto».

I diritti civili, lo ius scholae, la dote per i diciottenni finanziata dalla patrimoniale sono idee vincenti?

«Sono temi su cui la sinistra dibatte da anni. Lo ius scholae è il minimo sindacale. Il ddl Zan andava bene vent’anni fa. Oggi ci sono necessità più avanzate del matrimonio egualitario. Sembrano gli esami di riparazione di una sinistra superata».

La sinistra avanzata non sarà quella del politically correct?

«La sinistra è morta allontanandosi dai poveri e dalle parolacce. Negli anni Settanta era la destra a indossare la cravatta e il doppiopetto. La sinistra era per la libertà d’espressione e chiamava la realtà col linguaggio del popolo. È la sinistra che ha sporcato i giornali, le vignette, il linguaggio… Pensare di parlare con stecca e squadra mi fa venire i brividi».

Francesco Piccolo su Repubblica ha scritto che il Pd è vittima del fuoco amico: perché secondo lei?

«Non esiste il fuoco amico, esiste la franchezza amica. Io non so se la destra stia decidendo le candidature col bastone o cantando. Credo che la sinistra abbia bisogno di qualcuno che le dice come stanno le cose. La capacità di autocritica è sempre stato un grande patrimonio della sinistra».

Chi crede davvero alle ingerenze di Medvedev sul voto italiano?

«Solo chi non capisce che la vera ingerenza arriva per posta e si chiama bolletta. Il resto sono tweet ininfluenti».

Come andrà a finire?

«Penso che gli italiani non abbiano ancora scelto. Che Giorgia Meloni sia l’unica realtà nuova è un fatto oggettivo. Tutti gli altri, da Berlusconi a Letta, da Salvini a Conte e perfino a Calenda, li abbiamo già visti governare. Gli italiani devono decidere se provarla o no, senza troppi fantasmi».

La sinistra come digerirebbe la Meloni prima donna premier?

«Con invidia. Ci riuscirebbe la destra senza quote multicolore».

Lei tornerà al giornalismo?

«Essere un libero pensatore in Parlamento non è gratificante. Ma i giornali e i libri sono anch’essi dei parlamenti dove continuerò a esprimermi con l’abituale franchezza. Sperando che i miei amici la prendano come un contributo costruttivo».

 

La Verità, 20 agosto 2022