Tag Archivio per: Europa

«Trump agisce, Xi e Putin assistono impotenti»

Federico Rampini, il Risiko geopolitico fluido di questi giorni non aiuta a orientarsi. Se dovessi fissare i punti cardinali del nuovo (dis)ordine mondiale quali sarebbero?
«Primo: in geopolitica i rapporti di forze contano più dei buoni sentimenti. Secondo: usciamo da un trentennio di globalizzazione dove ridurre i costi e massimizzare i profitti era l’imperativo, entriamo nell’era della geoeconomia dove la sicurezza nazionale condiziona le strategie economiche. Terzo: bisogna studiare seriamente la storia, perché molti eventi di questo periodo hanno antefatti illuminanti (per esempio, Trump si è formato negli anni Settanta, è un “allievo” di Nixon). Quarto: nazioni e popoli che hanno una memoria imperiale riattivano velocemente i “muscoli” dei loro imperi passati». 
Risiko è il titolo del tuo programma che dal 14 gennaio andrà in onda per sei mercoledì su Canale 5 in seconda serata, un ciclo di docu-film sul nuovo scacchiere mondiale. Come lo racconterai?
«Dalla mia casa di New York e dai luoghi iconici di una città che rimane il centro del mondo, spiego la geopolitica per il pubblico italiano. I potenti della nostra epoca e il Risiko con cui si contendono il mondo. Prima puntata: Trump e le guerre economiche globali. Parto da questo paradosso: Trump va al potere in un’America fortissima, all’apice della sua prosperità economica, eppure sembra voler sfasciare tutto. Come nasce il suo assalto alle regole dell’economia globale che l’America stessa aveva costruito? Seconda puntata, Xi Jinping, il dragone che è sicuro di dominarci. Con i piedi a Chinatown vi racconto la Cina di ieri e di oggi, attingendo alla mia esperienza di cinque anni da corrispondente a Pechino e ai miei viaggi più recenti. Descrivo un Paese da fantascienza, dove ho visto meraviglie tecnologiche che noi occidentali non ci sogniamo. Terza puntata, Putin “latifondista globale“. A seguire: la rinascita di un impero arabo sotto la guida di un principe quarantenne. L’Europa guidata da una Germania che si riarma. L’Africa che nessuno vuole vedere, un continente giovane e dinamico, pieno di problemi ma anche di vigore. Inchieste in movimento, con un ritmo cinematografico, grazie a quel set travolgente che è New York. Capitale globale: contiene letteralmente tutte le nazioni di questo mondo». 
L’arresto di Maduro in Venezuela, le mire sulla Groenlandia e il sequestro delle petroliere russe sono l’inizio di un nuovo imperialismo americano o siamo ancora nell’applicazione della dottrina Monroe, sostanzialmente difensiva rispetto all’espansionismo europeo?
«L’imperialismo americano da due secoli non era mai cessato nell’emisfero occidentale. Il progressista Kennedy inaugurò la sua presidenza nel 1961 lanciando un’invasione di Cuba per rovesciare il filosovietico Castro, fu un disastro ma l’ingerenza era plateale. Bush padre, moderato e multilateralista, mandò reparti militari a Panama per catturare il narco-dittatore Noriega. Trump si distingue solo perché non ha nessun pudore nel dichiarare che gli interessi economici guidano la sua politica estera, e che l’America non si fa condizionare dal consenso delle opinioni pubbliche altrui».
Queste azioni indicano un cambio di strategia o sono coerenti con gli annunci della prima ora?
«Nel recente documento della Casa Bianca sulla Strategia per la sicurezza nazionale c’è scritto tutto. In certi casi c’è continuità rispetto a Obama-Biden: la decisione di procedere a un graduale divorzio dalla Cina, rispetto all’interdipendenza totale del trentennio precedente, cominciò a maturare verso la fine del mandato Obama». 
Panama, Venezuela, Groenlandia, Messico: si torna alla politica delle aree d’influenza?
«No. Non se con questa espressione si allude al fatto che l’America si accontenta di dominare l’emisfero occidentale e gli altri possono fare quel che gli pare altrove. Non si spiega come sia aumentata l’influenza Usa in Medio Oriente, ridimensionando Russia, Cina, Iran».
Molti ritengono che l’esfiltrazione del dittatore di Caracas, che comandava pur avendo perso le elezioni, finisca per legittimare l’aggressione russa all’Ucraina e le possibili azioni di Pechino contro Taiwan: è davvero così?
«Falso, è un teorema che ribalta la cronologia storica. Xi proclama la volontà di annessione di Taiwan dal 2012, quando c’era Obama alla Casa Bianca. Putin invade la Crimea nel 2014 sempre sotto il naso di Obama e invade l’Ucraina nel 2022 durante la presidenza Biden. Anzi, per Xi e Putin è motivo di preoccupazione e imbarazzo lo spettacolo di impotenza che hanno dato al mondo intero, non riuscendo a proteggere i loro alleati in Siria, Iran, Venezuela. Inoltre, è un problema per loro se l’America si conquista il ruolo di arbitro del mercato petrolifero mondiale». 
È più corretto pensare che il capo della Casa Bianca badi soprattutto ai suoi interessi economici e all’approvvigionamento di petrolio, gas e terre rare?
«L’America ha l’autosufficienza energetica, controllare il petrolio venezuelano, condizionare quello iraniano e russo, accresce il suo potere negoziale sui rivali strategici come la Cina. In quanto a terre rare: è passata inosservata la Pax silica con cui l’America coalizza alleati per affrancarsi dal semi-monopolio cinese. Certo che gli interessi economici sono dominanti nella visione di Trump».
La sua preoccupazione maggiore è contrastare l’espansionismo cinese.
«Per ora ci sta riuscendo, il deficit commerciale Usa-Cina continua ad assottigliarsi».
Che effetti ha sul fronte interno questo attivismo del tycoon?
«Salvo che nelle grandi guerre, gli elettori americani non si appassionano di politica estera».
Il mondo Maga avrebbe preferito un maggior impegno sul terreno economico?
«Sì, lo giudicheranno sulla creazione di posti di lavoro e la riduzione del carovita, a novembre se non saranno soddisfatti manderanno in minoranza i repubblicani alle legislative».
È corretta la sensazione di un JD Vance in secondo piano?
«Sull’Ucraina e sul Venezuela ha avuto più peso Marco Rubio, che è un falco anticomunista in America latina, ma non vuole fare concessioni pericolose a Putin e quindi ha aiutato gli europei e Zelensky».
Queste ultime mosse, soprattutto il sequestro delle petroliere russe, possono compromettere la trattativa per la soluzione della guerra in Ucraina?
«Al contrario. Putin capisce solo il linguaggio della forza».
La trattativa per l’Ucraina ha infranto l’asse tra Londra e Washington su cui si reggeva la Nato?
«Starmer è debole, sfiduciato dagli elettori, quasi al livello di Macron. Sull’immigrazione ha finito per adottare una linea trumpiana. Per la cattura della nave petroliera russa ha messo a disposizione i suoi militari. Fa il possibile per mantenere un buon rapporto con Washington, sulle norme digitali Londra è più favorevole a BigTech di Bruxelles».
Sono realisti o velleitari gli appelli a un maggior protagonismo dell’Ue di fronte all’attivismo di Trump?
«L’Ue ha bisogno di leadership. Storicamente ebbe l’asse franco-tedesco ma con Macron la componente transalpina si è spappolata. Prevedo un ritorno di egemonia germanica. Merz ha le idee chiare su come ridurre la fragilità del suo paese e quindi dell’Europa: riarmo, protezionismo contro la Cina, crescita della domanda interna per non essere al traino dei consumatori americani».
La crisi prodotta dalla guerra in Ucraina poteva bastare a dimostrare che l’architettura dell’Unione europea è strutturalmente fragile e inadeguata?
«Qualcuno ha appreso la lezione ucraina: Germania, Polonia, Paesi Baltici, Svezia, Finlandia. Non è poco».
Che cosa pensi di ciò che sta accadendo in Iran? Da cosa nasce la ribellione al regime degli ayatollah?

«È una protesta economica che coinvolge i mercanti del bazar di Teheran, gli stessi che nel 1979 furono decisivi per cacciare lo Scià. La teocrazia sciita ha impoverito la popolazione e nel 2025 ha perso la credibilità del terrore internazionale che aveva quando Hamas, Hezbollah e Houthi erano all’apice. Però abbiamo visto altre proteste schiacciate nel sangue dal regime. Se la rivolta popolare non ha una leadership organizzata, l’apparato repressivo può prevalere. Forse bisogna sperare che ci sia una faida interna e ne emerga una classe dirigente meno fanatica, meno orientata alla jihad».
Il nuovo ordine mondiale ci fa stare tranquilli o ha un tratto inquietante essendo dominato da personalità come Trump, Xi Jinping, Putin e Netanyahu?
«L’ordine mondiale è sempre stato più caotico e violento di come ce lo raccontiamo. L’illusione che sia esistita una Età dell’oro è specifica all’Europa occidentale: è l’unica parte del mondo dove c’è stata una vera Pax americana per 80 anni. Grazie al deterrente Nato, cioè all’America, i soldati di Mosca potevano massacrare civili a Varsavia, Budapest e Praga, ma non a Berlino Ovest o a Trieste. In quanto all’abitudine di infilare Trump e Netanyahu tra gli autocrati insieme a Xi Jinping e Putin, nasce da un vizio: si scambiano i difetti personali per difetti sistemici. Non basta un leader illiberale per uccidere una democrazia se questa è abbastanza forte da contrastarlo. Lo spettacolo quotidiano dei contropoteri in America ce lo dimostra».  
Con il secondo mandato di Trump e la fine del pontificato di Francesco è tramontato l’ordine obamiano basato su politiche green, diritti Lgbtq, cultura woke e immigrazione: quali sono i cardini del nuovo scenario?
«L’ambientalismo apocalittico era insostenibile e si è fatto del male da solo. Sì, siamo in una fase diversa e questo riguarda anche la cultura woke. Però il quadro è complesso. Da una parte la rivolta contro la dittatura ideologica woke era cominciata nella società civile e nel mondo economico prima che arrivasse Trump. D’altra parte, nelle élite culturali il conformismo woke resta forte. Basta vedere il trattamento inflitto a un film coraggioso come Dopo la caccia di Luca Guadagnino».
Molti Paesi, anche in Sudamerica dal Cile al Perù, forse per reazione allo schema obamiano stanno spostandosi a destra: in forza di cosa i volenterosi europei, in crisi di consensi, resistono e si oppongono?
«Lo spostamento a destra in America latina è provocato dalle stesse cause che hanno fatto vincere Trump: immigrazione clandestina, narcotraffico, violenza criminale. In Europa se esistesse ancora il Partito comunista di Enrico Berlinguer sarebbe quello che era negli anni Settanta: un partito d’ordine, attento ad ascoltare la classe operaia e a tutelarne la sicurezza nei quartieri in cui vive».

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025

«L’Unione inventa nemici finti per sopravvivere»

Toni Capuozzo ha trascorso l’estate a Pantelleria a scrivere i testi di un programma televisivo e di uno spettacolo teatrale. «L’anno prossimo saranno 50 anni dal terremoto del Friuli e con il pianista Remo Anzovino, anche lui friulano, vogliamo provare a ricordarlo a modo nostro».
Si prepara anche a tornare in tv: quando e dove?
«In dicembre su Rete 4, con un programma che si chiama I giganti, dedicato ai grandi che hanno fatto la storia. È un ciclo di quattro puntate, cui forse ne seguiranno altri».
Chi saranno i primi giganti?
«Karol Woytila, la Regina Elisabetta, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci».
Leonardo?
«È un programma che non ha un tempo di elezione. Potevano esserci l’imperatore Adriano, Ciro il Grande o Giulio Cesare. Sono personaggi scelti in base al peso avuto nella storia, non in base all’epoca».
Di chi è stata l’idea?
«Di Pier Silvio Berlusconi».
C’entra la sua lettera a Silvio Berlusconi quando è mancato?
«Non ci ho pensato. Mi hanno chiesto di raccontare queste figure con il piglio dell’inviato. In passato, ho raccontato tante tragedie e personaggi minori. Dopo aver scartabellato tra i libri di storia, proverò a togliere un po’ di polvere a questi personaggi».
Perché è utile farne memoria?
«Essendomi occupato più volte di conflitti in Europa ho constatato che da una parte, la nostra, tendiamo a condannare la memoria, mentre a Est la si coltiva perché si è consapevoli che il passato insegna. Mi fa pensare la leggerezza con cui certi leader di oggi usano il termine “guerra”. Soffriamo di una forma di anoressia della memoria. Oggi siamo impegnati nella difesa dell’Ucraina e ci sfugge che il Donbass un diritto alla secessione ce l’aveva. Così come ce l’aveva il Kosovo, per difendere il quale siamo intervenuti. Oppure dimentichiamo che c’è stata la Brexit visto che oggi, a capo della coalizione dei “Volenterosi”, c’è il leader britannico Keir Starmer».
Perché ha scritto Vite di confine (Biblioteca dell’immagine): una sorta di «spoon river» sulle tante storie attraversate dai rivolgimenti della Giulia, di Gorizia e dell’Istria?
«Intanto perché sono nato e cresciuto da quelle parti. Poi perché ho passato la vita a raccontare guerre lontane che si combattono per contrasti sul possesso del territorio o delle materie prime. Così ho provato a rileggere la storia di queste terre con l’occhio di chi pensa che non siamo migliori dei russi e degli ucraini o più civili degli ebrei e dei palestinesi. Forse siamo più pacifici perché tanti danni li abbiamo già fatti. Quel confine è stato teatro di due guerre. Ci sono stati il Carso della Prima guerra mondiale e i partigiani di Tito e le foibe nella Seconda. Gorizia e Nuova Gorica sono capitale europea della cultura 2025».
Le comunità su quel confine colpite dalla globalizzazione sono un mondo finito?
«Non credo. La globalizzazione ha spinto per contraccolpo tante comunità locali ad avere più care le proprie radici e la propria storia. Il che non significa essere nemici della globalizzazione, ma guardarla con la propria identità».
Storia e radici sono risorse da cui ripartire?
«Certo. Purtroppo, molti conflitti, come in Siria, in Palestina o tra Russia e Ucraina, sono provocati da contrasti di identità. Due stili di vita, due caratteri e due modi di parlare che ci fanno ragionare in termini di “noi e gli altri” spesso si incarnano come unghie nella storia. I conflitti identitari sono più granitici dei conflitti d’interessi».
Perché in questi casi è più difficile mediare?
«Perché non è facile comprendere le identità senza negarle. Coinvolgere i sentimenti dei popoli è decisivo, ma purtroppo la nostra è un’Europa di ragionieri, non di popoli. Quando pensi a Erasmo puoi sentirti europeo, quando pensi ai trattati no. L’Europa è una banca di storia, di cultura e di appartenenze. Solo con le identità locali si può costruire un’identità comunitaria; essere europei non è in contraddizione con il sentirsi allo stesso tempo siciliani, valdostani o friulani».
Qual è il capitolo di storia ancora da scrivere che queste vite fanno emergere?
«Quello sul male compiuto. Il capitolo sul male che da italiani abbiamo fatto agli slavi durante il fascismo e il capitolo sul male che gli slavi hanno fatto agli italiani: i 600 desaparecidos di Gorizia e le migliaia di infoibati. Basta vedere le difficoltà di condividere sia il Giorno della Memoria che il Giorno del Ricordo per capirlo. Una visione idealistica ci porta a vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma, sempre parlando dei capitoli da scrivere, ricordiamo che i buoni hanno chiuso la Seconda guerra mondiale lanciando due bombe atomiche su due città di civili».
Che cosa pensa della richiesta della Slovenia di vedersi restituite molte opere d’arte in possesso dell’Italia?
«Penso che il principio della restituzione di beni legalmente acquisiti debba essere applicato con buon senso. La restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum aveva un valore simbolico perché diceva il nostro pentimento di Paese colonialista e premiava l’orgoglio indipendentista del popolo africano. Nel caso della richiesta della Slovenia, mi pare appartenga a un puntiglio notarile, figlio della cancel culture che vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia. Come in un gioco dell’oca in cui si riparte da zero. L’acquisizione di opere d’arte racconta un’epoca storica come lo fa, a volte egregiamente, l’architettura fascista. Al British museum ci sono pochissime opere british, ma tutti, da europei, ne abbiamo goduto. Se l’Egitto dovesse richiedere indietro le sue opere, il Museo egizio di Torino chiuderebbe».
Com’è nata l’idea di scrivere Cos’è la guerra – I conflitti spiegati ai ragazzi (Signs books)?
«La prima volta l’avevo scritto 15 anni fa per Mondadori. Ho deciso di aggiornarlo su richiesta di alcune scuole e sulla spinta degli ultimi conflitti, a Gaza e in Ucraina, dove il nostro coinvolgimento è maggiore sia a livello emotivo che come fornitori di armi. Da bambino orecchiavo le notizie sulle guerre senza accontentarmi delle versioni cinematografiche dove il buono non moriva mai. Oggi i videogiochi possono far pensare ai ragazzi che la violenza sia virtuale. Anche noi adulti siamo più incapaci di leggere la follia della guerra e più succubi di una paura sottile perché cresciuti in un mondo di pace. Ma se pensiamo che la Svizzera costruisce bunker antiatomici e che le nostre armi sparano al confine tra Ucraina e Russia ci rendiamo conto che la guerra non riguarda solo il passato. Capire i conflitti in modo razionale è importante come capire di salute, di economia, di politica».
Con l’invasione dell’Ucraina stiamo tornando a uno scenario da Guerra fredda?
«È più complicato perché l’America si sta tirando indietro. Questa rischia di essere una Guerra fredda regionale, che riguarda solo l’Europa».
Dall’altra parte, come abbiamo visto a Pechino, si uniscono.
«C’è coesione, a differenza di ciò che c’è nel nostro continente, baciato dal benessere, anziano, e che non ha nessuna intenzione di mandare i propri figli a combattere. Siamo l’Europa dei principi, una specie di club inglese, molto esoso, che dispensa mandati di cattura a questo e a quel nemico che poi vediamo accolto sul tappeto rosso non solo in America. Siamo un club livoroso che non conta niente».
Come giudica la strategia dei «Volenterosi»?
«Nel migliore dei casi, sognano qualcosa che non è. L’accordo di pace con l’odiato Putin è un esercizio verbale. L’Europa sta cercando di giustificare gli errori di questi anni in cui, invece di mettere in atto una grande operazione per spegnere il conflitto, ha perseguito l’idea di combattere “fino all’ultimo ucraino”. Se dal 2014 si fosse concesso quello che si sta definendo adesso si sarebbe evitato il pericolo di trasformare una crisi regionale in una guerra mondiale. Si è dovuto aspettare l’arrivo del puzzone Donald Trump per parlare di pace. Per tre anni l’ha fatto solo il Papa. Mentre si lavora solo per nascondere gli errori compiuti, parlare di difesa della democrazia e del diritto internazionale è recitare una fiaba per bambini».
Diminuiscono anche le speranze di una soluzione in Medio Oriente.
«Lì la pace sembra una missione impossibile. Non ci sono spazi di mediazione a causa del fatto che, da Camp David in poi, i palestinesi hanno rifiutato accordi per i quali oggi brinderebbero. Esaurite le mediazioni resta la forza che, in questo momento, è dalla parte di Israele. Il quale se ne frega delle condanne del mondo. Come diceva Golda Meir: “Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze”. Non possiamo illuderci che si possa sconfiggere Hamas con strumenti militari: i ragazzi palestinesi che adesso hanno 11 anni, tra altri 10 anni cercheranno di replicare il 7 ottobre».
L’opinione pubblica europea però simpatizza per il popolo palestinese.
«Perché è un’opinione pubblica parolaia. La stessa che pensa di attuare la parità di genere cambiando le desinenze alle parole. O che raccoglie firme per escludere gli attori filo israeliani dalla Mostra di Venezia. Non faccio sconti a Netanyahu, ma non parlo di “genocidio” perché è solo un modo per dirsi dalla parte giusta. “Pulizia etnica” è già abbastanza grave».
Con sollievo di molti, Donald Trump non prenderà il Nobel, magari lo prenderà la Flotilla di Greta Thunberg?
«Sarebbe la tomba del Nobel. Che per altro è già in agonia da quando l’ha conferito a Barack Obama che faceva stragi di civili con i droni. Chi è stato in Afghanistan sa che ogni assembramento, fosse un matrimonio o un funerale, veniva bombardato senza troppe distinzioni. La Flotilla non verrà trattata con i guanti bianchi e Israele sarà accusato di essere violento e repressivo. È una regia già scritta da anime belle».
Cosa pensa degli ultimi richiami al protagonismo dell’Ue?
«Mi sembra una forma di accanimento terapeutico. Per tenere in vita un’istituzione morente e risollevare i consensi calanti in patria, non c’è di meglio che inventarsi un nemico. La Russia che vuole invaderci è perfetta».
È giusto giocare Italia Israele di calcio allo stadio di Udine o pensa che sia inopportuno?
«Per me sì. Si può anche esibire sugli spalti una bandiera palestinese, potrebbe essere un modo polemico di dialogare. Rinunciare alla partita sarebbe la condanna del silenzio».
Un’ultima domanda: che idea si è fatto della chiusura del programma radiofonico di Marcello Foa?
«Negli ambienti dove agisce la criminalità organizzata, le persone che si presentano in pubblico annunciano la propria appartenenza e provenienza. Anche nel giornalismo accade qualcosa di simile. I cani sciolti sono più fragili ed esposti agli attacchi, conviene avere un guinzaglio. Foa non ce l’aveva».

 

La Verità, 4 settembre 2025

Benigni, giullare del Colle, sogna una Ue che non c’è

Una colossale operazione ideologica mimetizzata dietro un’abile dialettica. Dietro una cortina fumogena, una nebbia di retorica. È questo l’evento televisivo cui abbiamo assistito due sere fa in prima serata su Rai 1, «in diretta anche su Rai Radio 2 e Raiplay, questo è un colpo di Stato, abbiamo preso il potere, siamo dappertutto, anche sul forno a microonde», ha scherzato Roberto Benigni prima di riverire, come fa puntualmente, «il presidente della Repubblica Mattarella, perché so che ci sta guardando. Buonasera presidente e grazie». Un evento o un comizio; trasmesso persino in Eurovisione. Accade solo per il Festival di Sanremo, e subito si è capito perché, essendo che si parlava di Europa. Se ne distillava il panegirico, un miele di iperboli: «L’Europa è la più grande istituzione democratica da 5.000 anni a questa parte realizzata dall’uomo sul pianeta terra». Mancavano i fuochi d’artificio. Centoquaranta minuti senza interruzioni pubblicitarie, altra eccezione assoluta, per un ascolto di 4,9 milioni di telespettatori (e il 28% di share). Davvero non granché se si considera anche il colpo di fortuna che l’esibizione, tambureggiata per settimane, è arrivata nello stesso giorno della bagarre alla Camera sul Manifesto di Ventotene.
Un comizio antimeloniano, quello del premio Oscar, alla faccia di TeleMeloni. Del resto, il suo manager è Lucio Presta, agente di star della tv, del cinema e di Matteo Renzi, tra i più aspri oppositori personali del premier. Ed è anche l’artefice della doppia ospitata al Festival di Sanremo di due anni fa, quando Benigni declamò la Costituzione italiana davanti a Sergio Mattarella, per l’occasione presente all’Ariston. Infine, l’altro collaboratore dell’esibizione è Michele Ballerin, saggista europeista e federalista, titolare di un blog in materia sul Fatto quotidiano.
Abbiamo assistito a un comizio politico che è entrato nel merito dell’architettura dell’Unione europea, contestando il diritto di veto e l’obbligo dell’unanimità dei 27 Paesi membri che siedono nel Consiglio di Bruxelles. Persino Cipro, si è scandalizzato l’artista, può impedire, com’è accaduto, l’approvazione di qualche provvedimento. E per fortuna, caro Benigni: il diritto di veto è l’ultimo baluardo che impedisce all’Ue di trasformarsi in una democrazia illiberale. Senza l’obbligo dell’unanimità, considerato che il Parlamento di Strasburgo è un istituto consultivo, chissà Ursula von der Leyen o l’ex commissario Frans Timmermans, quello che ha finanziato con denaro dell’unione le formazioni dell’ecologismo estremo, cos’altro ci avrebbero imposto. Eppure, «io sono un europeista estremista», ci ha rassicurato l’artista militante dopo l’esaltazione del Manifesto di Ventotene, nuovo vangelo democratico che propugna l’abolizione della proprietà privata e inneggia alla rivoluzione socialista. Orfana del comunismo, la sinistra si è gettata anima e corpo nella nuova religione. Archiviato con qualche pendenza amministrativa il Serra pride (copyright Giorgio Gandola) e mentre se ne profila un discutibile bis griffato dal primo cittadino di Bologna Matteo Lepore, ecco la professione dello showman più intoccabile del Belpaese.
Benigni ha decantato le imprese di un terzetto di intellettuali (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che, al confino nel 1941, ha coniato la propria utopia, debitrice dell’impianto federalista della Costituzione americana. Ha enfatizzato la figura di Jean Monnet, ispiratore di ciò che diverrà la Ceca (Comunità europea carbone e acciaio), ampliata qualche anno dopo nella Cee (Comunità economica europea) dai Paesi fondatori (Francia, Germania ovest, Belgio, Italia, Paesi bassi e Lussemburgo). Ha tessuto le lodi del Trattato di Schengen, dell’euro e dell’Erasmus per gli studenti, tratteggiando un Eden di cui i primi a non avvedersi sono i cittadini, ha dovuto ammettere. Riprendendo, però, immediatamente a pennellare «l’unica utopia ragionevole», patria di democrazia, pace e benessere. Tutto, non dimenticando di schizzare le destre e i nazionalismi.
Purtroppo, Il sogno di Benigni è un europeismo taroccato da gravi omissioni. Un Eden ideato da intellettuali e basato su trattati scritti a tavolino dalle élite. La realtà è invece un’Europa che censura le proprie radici greco-cristiane, rimarcate per anni da Benedetto XVI. Inascoltato. Non si tratta di una pignoleria filologica o filosofica, ma di una questione strutturale, ontologica verrebbe da dire. Un albero a cui si tagliano le radici sarà fragile, esposto al minimo refolo e resterà estraneo al terreno su cui stenta a crescere. È l’istantanea dell’Ue di oggi. La distanza tra i cittadini e i poteri di Bruxelles non è casualità, ma frutto inevitabile di una costruzione con fondamenta incerte. L’Europa dei popoli e comunitaria affonda le sue radici in una storia più ricca e profonda. È l’Europa delle grandi università (italiane, tedesche, francesi, britanniche, irlandesi), dei grandi ospedali nati dalla carità, delle cattedrali e degli ordini religiosi, degli scambi commerciali e delle banche nate in Toscana, do you remember Benigni? Di tutto questo non c’è stato cenno nella sua noiosa lezione (l’unica gag riuscita, ma avulsa, è stata sulla presunta liason tra Elon Musk e Giorgia Meloni: «Mi sbagliavo, non c’è niente, me l’ha detto lei: “lo giuro sulla mia Tesla”»).
Come non c’è stato cenno alle gravi distorsioni di una costruzione che, per disciplinare le masse e perpetrarsi, come un albero sradicato necessita di puntelli, ricorre a continue forzature e correzioni a colpi di emergenza (prima quella sanitaria, poi quella climatica, ora quella bellica). E magari, se occorre, esclude qualche candidato sgradito o fa rivotare quei Paesi dove il risultato elettorale si mostra distonico al volere dell’establishment.
Dispiace caro Benigni, l’occasione è smarrita. Il nostro sogno è un altro.

 

La Verità, 21 marzo 2025

«Canto contro l’Europa che impone leggi assurde»

Dopo 50 anni di carriera in cui ha scritto per sé, per i Decibel e per grandi interpreti della musica italiana, e dopo 40 vite (senza fermarmi mai), la ricca autobiografia pubblicata da La nave di Teseo, Enrico Ruggeri conserva l’energia per creare un album come La caverna di Platone, da oggi disponibile in digitale, in cd e in doppio vinile (con 5 bonus track). Tredici brani schietti, tra citazioni personali e memorie, attraversati da una gran voglia di autenticità, e che non disdegnano di prendere posizione sulla guerra, sugli inganni del pensiero ufficiale e sull’Europa.
Non bisogna mai sentirsi appagati, Ruggeri?
«Essere appagati non è una bella situazione per un artista. Credo di avere ancora tante cose da dire e raccontare».
L’album si apre con Gli eroi del cinema muto, un brano commovente ma non nostalgico, che tratteggia le figure di quegli attori che rendevano tutte le sfumature dei sentimenti «senza una sola battuta»: un bel punto di vista rispetto alla società parolaia attuale.
«È il mio pezzo preferito».
Perché?
«Mi sono commosso anch’io, scrivendolo, perché è una bella storia. Quando è arrivato il sonoro la generazione di super-divi degli anni Dieci, Venti e Trenta del secolo scorso è stata spazzata via dal futuro. Quasi nessuno è sopravvissuto a quello tsunami. È un pezzo malinconico ed epico, in cui mi pare di aver dosato bene gli ingredienti. Sono contento che l’album inizi con un “Benvenuti” (a questi eroi)».
Trasmettevano la gamma dei sentimenti senza parlare.
«Con lo sguardo dovevano comunicare una sensazione. Arte complicata».
Figure che sono un monito per il nostro presente alluvionato di parole?
«Siamo immersi in un diluvio di parole superflue. Grandi testi ce ne sono sempre meno, sproloqui sempre di più».
Il leit motiv del brano successivo, Il Poeta, dedicato a Pier Paolo Pasolini dice: «Il libero pensiero ha un prezzo da pagare». È questa la lezione che deriva dalla sua vicenda?
«Ma anche da quella di Socrate o dai tanti bruciati sul rogo, da Oscar Wilde a Ezra Pound, fino a Pasolini. Dagli intellettuali scomodi. Come si dice oggi, Pasolini era un personaggio divisivo. Come se uscire dalla narrazione corrente sia in sé stesso un difetto. Invece, i grandi erano e sono divisivi, perché esserlo significa stimolare il dialogo e il confronto. Giorgio Gaber era divisivo, Pasolini super divisivo, persone che non piacevano a tutti».
Nel brano successivo «piovono rose e spade nel cielo di Milano», anche se «non si vede il sole…». Milano è l’avanguardia italiana, possiamo esserne soddisfatti?
«Dal punto di vista della vitalità sì, da tanti altri no. È una città divisa, qui lo dico nell’accezione peggiore, esasperata, violenta. Tuttavia, resto ottimista perché ha in sé un humus di collegamento con il futuro che mi fa ben sperare».
Qual è il suo sguardo sulla morte di Rami Elgaml e i fatti che ne sono seguiti?
«È una brutta storia, strumentalizzata, sulla quale è difficile prendere posizione. Diciamo che le regole vanno rispettate. Ma purtroppo oggi è difficilissimo fare gli agenti o i carabinieri in una città come Milano, dove si deve sempre stare attenti. C’è un’esplosione sociale qui, come in tutta Europa, e purtroppo si specula. Vedo più la caccia all’errore che alla soluzione».
E di come vengono trattati carabinieri e poliziotti cosa pensa?
«Gente che guadagna poco più di mille euro al mese non si merita di essere attaccata. Sto citando Pasolini».
Nella canzone pacifista Zona di guerra, ripete «qui Dio non c’è».
«È una canzone che parla del fatto tragico di per sé della guerra. Ancora più atroce quando colpisce una città abitata da bambini, come a Gaza, perché diventa una strage di innocenti».
«Qualunque sia, Dio non c’è».
«È un posto dove ci sono il Dio dei cristiani, il Dio degli ebrei e quello degli islamici: comunque sia, non c’è. Non si vede».
Che rapporto ha con il sacro?
«Sono un credente, con tutte le perplessità e le fatiche di essere un credente. Ma lo sono».
La caverna di Platone che dà il titolo all’album parla dell’«ultima ingannevole illusione»: qual è questa illusione?

«Pensiamo che ci stiano mostrando la verità, invece ce ne sono mille. Siamo come i prigionieri della caverna che vedevano solo una proiezione del mondo reale e poi scoprono che non esiste una verità assoluta».
Siamo ingannati?
«Più che altro siamo smarriti: leggi una cosa, poi vedi il contrario. Anche sui social si combattono guerre e rischiamo di restare vittime delle tante versioni che ci danno».
Anche l’amore tra un uomo e una donna può essere un’illusione?
«È un’illusione bellissima, che ci porta avanti. Non si può stare da soli, la vita è condivisione e l’amore è la forma più intensa di condivisione».
Poi c’è un brano enigmatico che parla di un problema che accomuna tutti, puoi essere un barbone o un’ereditiera, un tossico o il padrone del sistema: qual è questo problema?
«È il male di vivere, il bisogno di felicità che non dipende da fattori esteriori e passeggeri. Altrimenti non si spiegherebbe perché a New York vanno tutti dallo psicanalista, mentre nell’Africa nera dove si muore di fame, la figura dello psicanalista non c’è».
Invece, «il problema» c’è anche lì?
«Sì, ma lì hanno anche altri problemi. Ognuno ha priorità dettate dal proprio stato psicologico e dalla propria condizione sociale».
La ricerca della felicità accomuna il barbone e l’ereditiera?
«È difficile da raggiungere, indipendentemente dalla collocazione nella scala sociale del mondo».
In Das Ist Mir Wurst (Non mi importa ndr) mette a confronto la storia della grande Europa con le sue cattedrali e i suoi teatri, con «l’Europa delle banche, delle multinazionali, dei centri di potere, della manipolazione del pensiero» che «non è la mia Europa».
«Sono due concezioni opposte. Quand’ero bambino sentivo parlare del sogno di un’Europa comunitaria, unita dalla cultura e dalla fratellanza. Invece, viviamo in un luogo in cui all’improvviso ci danno delle regole. Una mattina ci svegliamo e se proviamo a bere da una bottiglietta d’acqua non si stacca più il tappo, poi dobbiamo cambiare la macchina e mettere il cappotto alla casa perché ce l’ha chiesto l’Europa. Questa Europa è una somma di leggi cervellotiche, non decise dai cittadini. È la protervia del potere ai danni della gente».
Canzone coraggiosa.
«Mi è venuta così e non sono tornato indietro».
La bambina di Gorla è dedicata a sua madre?
«Mia madre insegnava tre giorni alla settimana nel quartiere Gorla a Milano. Per fortuna sua e mia, perché altrimenti non sarei nato, la bomba su quel quartiere cadde in un giorno in cui non aveva lezione. Naturalmente è un racconto che ho ascoltato fin da quando ero bambino. La giornata della memoria per rendere omaggio a quei bambini dimenticati si celebra il 29 ottobre».
Lei ha scritto molte canzoni per le donne e sulle donne. Come prima più di prima parla della solitudine di una donna nel difendere il suo amore: pensa che oggi il contrasto ai femminicidi che funestano la nostra quotidianità sia efficace?
«È un po’ strumentale. Si parla di patriarcato, ma in realtà il patriarcato era una situazione in cui l’uomo aveva un potere tale che la donna non poteva andarsene. Il patriarcato è stato un errore storico grave, ma oggi è diverso. Soprattutto, i giovani non sanno accettare un “no”. Perché sono abituati ad avere tutto. Così succede che se lei ne va con un altro l’uomo impazzisce: piuttosto che con un altro, meglio con nessuno. Mi sembra che sia la disabitudine alla sconfitta, l’incapacità a metabolizzarla, a produrre tante di queste situazioni».
In Cattiva compagnia, dice: «Se soffri di solitudine probabilmente sei in cattiva compagnia… Perdendo occasioni, mi sono seduto lontano dai buoni»: è la sua storia artistica?
«Direi di sì. Raramente sono stato parte di una maggioranza, ho sempre fatto la mia corsa da un’altra parte, sia artisticamente che concettualmente».
Torna in mente il ritornello della canzone su Pasolini: «Il libero pensiero ha un prezzo da pagare».
«Si gira attorno a quell’argomento, andando controcorrente si paga un prezzo salato».
Mi fa un esempio?
«Non appartenendo a nessuna corrente musicale, non rientro nei circoli di quelli che si invitano tra loro. Al contrario, nel mio programma musicale (Gli occhi del musicista, in onda su Rai 2 ndr) ho invitato Davide Van De Sfroos, Eugenio Finardi, Cristiano De André, gente che non va mai in tv».
Cultura alta e bassa: Gloria di Umberto Tozzi ha la stessa dignità della Locomotiva?
«Sono due canzoni diverse. La Locomotiva ha un bellissimo testo e basta, Gloria ha un testo meno pregnante, ma è cantato e arrangiato benissimo. Giocano in due campionati diversi».
La canzone impegnata è più pregiata o no?
«Le componenti di una canzone sono tante. Spesso quella d’autore non ha grande musica e ha arrangiamenti un po’ sciatti, poi c’è l’interpretazione. Io ho cercato di scrivere bei testi, lavorando parecchio per proporre arrangiamenti innovativi. Nella categoria della canzone d’autore tra coloro che hanno dato importanza agli arrangiamenti mi vengono in mente Franco Battiato e Fabrizio De André con Mauro Pagani».
In Benvenuto chi passa da qui, cantata con suo figlio Pico Rama, dice: «C’è un bambino in me, chiede solo di essere amato per quello che è». Anche in Il cielo di Milano c’è un bambino che giudica noi adulti. Che padre è Enrico Ruggeri?
«Un padre che fa fatica a fare il padre perché oggi è un ruolo compresso, travolto di tanti fattori. Pico ormai ha 34 anni, ma con i due adolescenti è più difficile. Una volta una spiegazione e l’esempio del padre contavano per 80% nella formazione di un ragazzo, adesso contano il 10%. Siamo una voce in mezzo a mille».
È un padre amico?
«In teoria non bisognerebbe esserlo. Sono un padre civile e cordiale, ma pronto a intervenire».
Arrivederci e addio, che parla del nostro rapporto con il tempo, chiude l’album: che cosa vuol dire questo doppio saluto?
«Vivendo il presente, non sappiamo mai se il nostro saluto è un arrivederci o un addio».

 

La Verità, 17 gennaio 2025

«In questa Ue i tecnici vogliono fare le leggi»

La maggioranza dei profili personali dei social è fuffa. Roba superflua. Poi ce n’è qualcuno di utile perché segnala notizie e offre angolazioni originali dei fatti. L’account X di Leonardo Panetta, corrispondente da Bruxelles dei tg e dei programmi Mediaset, è un piccolo controcanto del pensiero mainstream che domina nei media. Solo per citare qualcuno degli ultimi post, giorni fa ha diffuso la notizia del rimpatrio in Qatar di 22 migranti irregolari dalla Svezia, poi ha mostrato la cattedrale di Strasburgo con le luci spente per favorire il risparmio energetico.

Da quanto tempo sei a Bruxelles?
«Otto anni, dal settembre 2016».

Mese e anno di nascita della Verità.
«Potremmo festeggiare insieme i dieci anni».

Come ci sei arrivato?
«Fu una scelta dell’editore, che decise di coprire in modo più sistematico l’Europa. La Commissione era presieduta da Jean-Claude Juncker, un politico del Ppe che aveva il pugno duro verso l’Italia, per esempio, contro il governo gialloverde».

Copri tutte le testate Mediaset?
«Faccio capo alla struttura di Tgcom24 diretta da Andrea Pucci. E sono a disposizione di tutte le testate, tranne il Tg5, e di tutti i programmi di approfondimento e di prima serata, sito compreso».

Quello da Bruxelles è un giornalismo un po’ distante dalla vita della gente comune?
«A volte i temi in discussione richiedono un’informazione tecnica. Lavorando per le tv generaliste ho sempre cercato di semplificare gli argomenti. Con Paolo Liguori direttore, tenevo una rubrica intitolata “Cavoletti da Bruxelles”».

Per dire che da Bruxelles arrivano problemi?
«Diciamo che certe norme hanno una gestazione problematica. Qui i decisori si chiamano policy maker e forse lavorano su troppi fogli excel».

Su schemi rigidi.
«Si pianifica su cinque anni, ma poi ci si scontra con quello che accade nel mondo. Nessuno due anni fa, quando c’erano i trattori dei produttori agricoli che bloccavano le città, immaginava che Ursula von der Leyen avrebbe avviato un ripensamento politico. Dicendola sinteticamente, qui si vive l’eterno scontro tra tecnica e politica».

Cioè?
«I funzionari che definiscono le direttive sopportano con fastidio l’intervento della politica sulle leggi. Però la Commissione è espressione della politica».

La rigidità è più dei tecnici, quindi?
«C’è un concorso di colpa. Per esempio, il contestato green deal è condiviso anche dai suoi detrattori perché nessuno vuole un mondo inquinato. Ma tutto dipende da come lo si attua. I tecnici hanno favorito un’impostazione più rigida per metterlo al riparo del cambio di legislatura, prima delle ultime elezioni. Ma oggi la situazione si sta complicando».

Un certo dirigismo viene dai tecnici?
«Per rispondere a delle critiche sul mio profilo X ho spiegato che in tante zone della Germania l’exploit di Afd dipende più dalle normative green per le caldaie che dalle politiche sui migranti».

Come nasce il tuo profilo X, piccolo presidio di controinformazione?
«Leggendo molta stampa straniera posso dare notizie che altrove non ci sono. Mi sembra più contro l’informazione non darle, certe notizie».

In un post hai rilanciato quella dei 22 migranti restituiti dalla Svezia al Qatar nei giorni in cui in Italia si bocciavano Egitto e Bangladesh come Paesi sicuri.
«Parlo spesso della Svezia perché ho constatato che è un caso limite».

Perché?
«Per 50 anni è stata un Paese di accoglienza dei rifugiati politici dal Cile, la Siria, l’Iraq, la Somalia. Sia con i governi di centrosinistra che di centrodestra. Alle porte di Stoccolma si sono creati veri e propri ghetti. Poi c’è il caso di Malmö. Se ne parla poco, ma in questi anni è esplosa una guerra tra bande legate alla criminalità organizzata composte dai figli dei rifugiati. Le seconde e terze generazioni non si sono integrate. Invece di campare con i sussidi tanto decantati del modello Nordeuropeo preferiscono vivere guadagnando dieci volte con la criminalità organizzata».

Così la Svezia ha cominciato a rimpatriare chi non rispetta le leggi?
«Il nuovo governo di centrodestra ha iniziato a rimpatriare chi aveva asilo politico, ma collezionava condanne. Dall’ottobre 2023 Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia hanno cominciato a prevedere questo tipo di rimpatri. Un altro esempio: quando c’era la guerra in Siria sono stati accolti molti profughi, ma cessata la guerra li fanno tornare».

E la magistratura scandinava ricorre contro le leggi dei governi?
«Le associazioni e le Ong ricorrono, ma i governi procedono. La decisione sui 22 qatarioti è stata applicata. Qui a Bruxelles si osserva l’andamento dell’accordo tra Italia e Albania. Anche in Danimarca si attende il pronunciamento della Corte di giustizia europea al ricorso della Procura di Bologna».

Che difficilmente sarà rapido.
«Nei governi dei Paesi scandinavi c’è la volontà di risolvere le problematiche sociali e di criminalità. I Paesi del Nordeuropa, dove non ci sono stati né il terrorismo né l’espansione della criminalità organizzata, guardano all’Italia come modello di contrasto al crimine e la magistratura è interessata a conoscere gli strumenti che abbiamo adottato».

Un altro dei tuoi post ripreso dalla stampa è quello sulle luci della cattedrale di Strasburgo spente dopo le 23 per risparmio energetico.
«In Italia c’è una rappresentazione idilliaca del Nordeuropa. I Verdi sono stati al governo in molti Paesi, ma ora sono stati ridimensionati. Con l’ambientalismo si fanno battaglie epocali sulle aiuole, mentre a pochi metri esplode la criminalità. A Strasburgo la sindaca verde Jeanne Barghesian ha deciso di tagliare l’illuminazione della cattedrale. Me ne sono accorto andando a seguire le sedute del Parlamento europeo. La cattedrale cattolica svetta, è uno dei simboli della città, visitata anche la sera. Improvvisamente, non la vedevo più. Il risparmio per le casse del comune è di 5 euro al giorno».

La casa editrice Hachette vuole promuovere il libro di Jordan Bardella nelle stazioni, ma il sindacato dei ferrovieri minaccia ritorsioni. La pubblicità viene ritirata.
«La Hachette aveva fatto l’accordo con la società francese delle ferrovie, ma il sindacato può paralizzare il paese con gli scioperi. Così, si violano i criteri d’imparzialità perché altre biografie hanno avuto la loro promozione. Alla fine la limitazione ha avuto un effetto boomerang perché nelle tv francesi se n’è parlato parecchio».

Si diceva che la Germania avrebbe evitato la crisi dell’industria perché aveva investito nelle rinnovabili. Invece.
«Un paio d’anni fa ho visitato un grande laboratorio che sviluppava l’Intelligenza artificiale per le auto. Il primo paradosso era che era alimentato con il gas della Russia, il secondo che a 40 chilometri c’era una centrale nucleare francese, mentre la Germania le aveva chiuse perché prevedeva di diventare capofila delle rinnovabili. Salvo accorgersi che non riescono a rispondere alla richiesta energetica del sistema».

Era la locomotiva d’Europa.
«Questo governo socialista verde e liberale verrà ricordato per aver dovuto gestire la più grossa crisi energetica degli ultimi 20 anni. I tedeschi sono spaesati, non hanno capito che la crescita delle formazioni populiste come Afd è alimentata dalla crisi economica. Le elezioni del settembre 2025 saranno meno “noiose” perché potrebbero tenersi con gli operai in strada».

Quelli licenziati per le chiusure delle fabbriche Volkswagen che, però, non fanno ridiscutere lo stop ai motori tradizionali del 2035?
«Quell’obiettivo non viene ritoccato per perché la Germania deve ancora far dimenticare il dieselgate e perché sono stati fatti molti investimenti in quella direzione. A Bruxelles c’è lo stabilimento dell’Audi, gruppo Volkswagen, che produceva l’Audi 1. Due anni fa è stato convertito per la produzione della E-tron elettrica da 80-90.000 euro, e presentato come un progetto d’avanguardia perché decarbonizzato. Chiuderà a febbraio 2025 perché le auto non vendono e produrle costa troppo. L’ultima chicca simbolica è che la E-tron è l’auto blu delle istituzioni europee».

Un buon navigatore direbbe: «ricalcolo».
«E senza aspettare il 2035. Già l’anno prossimo le case automobilistiche dovranno pagare una multa per non aver venduto il numero di auto elettriche previste dall’agenda green. Situazione curiosa: in America le auto elettriche si vendono perché sono uno status symbol. È giusto cominciare così per poi estenderne l’uso gradualmente. Dire che dobbiamo usarla tutti è frutto di una miscela di socialismo e dirigismo. L’idea di chiudere le fabbriche e intervenire con i sussidi mi ricorda la politica dei sussidi distribuiti dopo la chiusura delle miniere e delle acciaierie in Vallonia, ora zona depressa. Invito a venire qui e nel Nord della Francia, non a caso serbatoio del Rn di Marine Le Pen».

Facciamo un salto in America. Hai scritto che, a un passo dal voto, la campagna elettorale si concentra sulla domanda: Trump è fascista o no?
«È un cambio di rotta innescato dalle parole di John Kelly, suo ex capo di gabinetto, secondo cui Trump aveva simpatie per i generali di Hitler. Se anche in America si parla di Trump fascista forse vuol dire che scarseggiano gli argomenti contro il tycoon».

Con i suoi soldi Elon Musk sta sovvertendo le elezioni americane?
«Gli imprenditori digitali hanno sempre finanziato la campagna democratica. L’endorsement di Musk a Trump ha stravolto una consuetudine, poi la lotteria ha alimentato il finanziamento. Ora anche Jeff Bezos ha impedito al Washington Post l’endorsement a Kamala Harris. Finché erano tutti dalla parte dei democratici non c’era scandalo. Two tier, dicono gli inglesi, due pesi…».

Riporti la notizia di un quotidiano italiano: la linea M5 della metropolitana di Milano ostaggio della baby gang: rubati telefonini, bracciali, tessere Atm. E scrivi: «Completiamo il titolo: baby gang composta da nordafricani, tra i 18 e 21 anni, senza fissa dimora e con altri precedenti penali».
«Mi sono occupato di cronaca nera, e ricordo la regola delle 5 W. Bisogna dire dove, come, quando, ma anche chi. Noto che nelle vicende che riguardano gli stranieri le loro origini non si mettono nel titolo ma solo in fondo al pezzo. Si danno tutti i dettagli della vittima, si stemperano quelli degli autori della violenza. Invece, voglio sapere da chi è composta la baby gang, se sono ragazzi della Milano bene o nordafricani senza fissa dimora. È una questione di correttezza professionale, di completezza dell’informazione, non di razzismo».

 

La Verità 2 novembre 2024

 

«Il governo è solido, ma ora serve uno scatto»

Giovanni Orsina dirige il dipartimento School of government dell’università Luiss Guido Carli. Storico e politologo di area moderata, è apprezzato anche a sinistra, non solo da editorialista della Stampa. L’ultimo suo libro, pubblicato da Rubbettino, si intitola Una democrazia autentica. Partitocrazia, antifascismo, antipolitica.
Professor Orsina, ora che si avvicinano i due anni di governo Meloni affiorano i primi segnali di logoramento?
«Non direi che siano i primi, di tensioni simili ne sono già emerse in passato. Forse dopo due anni di vita, e, superata la svolta delle elezioni europee, alcuni nodi sono più aggrovigliati che in precedenza. In ogni caso, non mi sembrano tali da far parlare di un governo in difficoltà».
Le sembra che alcuni suoi esponenti stiano perdendo la consapevolezza dell’occasione storica per incidere sul sistema di potere vigente nel Paese?
«Forse sì. Mentre non ritengo che le tensioni interne siano nuove, d’altro canto vedo un governo che stenta ancora a trovare una missione. Superata l’inevitabile e giusta euforia per aver conquistato il timone, adesso bisogna decidere dove portare la nave. Ma questo ancora non è chiaro».
Fino a qualche mese fa si sperava di modificare gli equilibri dell’Unione europea per avere più margine di manovra anche in Italia sull’immigrazione, l’ambiente e l’agricoltura. Che cosa è andato storto?
«Innanzitutto, si sapeva che gli equilibri in Europa non sarebbero cambiati radicalmente perché i sondaggi lo indicavano con chiarezza. Ci aspettavamo uno scivolamento verso destra, ma non un rovesciamento radicale. In secondo luogo, poiché quello scivolamento c’è stato, certe decisioni prese dal precedente Parlamento europeo, quello appena insediato non potrà prenderle. Quindi, in un certo senso, l’Europa un po’ è cambiata. Fatte queste premesse, Meloni a mio avviso questa partita avrebbe potuto giocarla meglio».
In che senso?
«Pur essendo il leader politico uscito meglio dalle elezioni, la partita l’ha giocata in difesa. I due perdenti, Emmanuel Macron e Olaf Scholz, hanno preso l’iniziativa, tagliandola fuori. E da quel momento in poi lei ha giocato di rimessa».
L’asse franco-tedesco si è saldato con l’alleanza Ppe-Socialisti escludendo le istanze del nostro Paese?
«Questa è la politica. Cinica e arrogante? Sì, non hanno tenuto gran conto dei risultati elettorali. Pagheranno un prezzo per questa sordità? Probabilmente sì. Ma questo è il gioco del potere, e in quel gioco loro hanno tenuto sempre in mano il pallino e lei è rimasta ai margini».
A cosa serve votare se le scelte degli eletti non sono consequenziali alla volontà degli elettori? E, soprattutto, non lamentiamoci per l’insorgere dell’antipolitica, dei populismi e dell’astensionismo.
«Concordo totalmente. C’è stato un evidente arroccamento dell’establishment».
Arroccamento è la parola chiave.
«Non c’è dubbio. Ma nell’immediato ha avuto successo, perché la von der Leyen l’hanno portata a casa. Se poi Meloni non ci è voluta stare per non partecipare all’arrocco, in linea di principio può pure essere una scelta condivisibile. Che ha comportato un prezzo, però».
Il cambio di scenario non prodotto dal voto europeo potrà venire dalle elezioni americane?
«Se verrà eletto Donald Trump ovviamente lo scenario cambierà. Dopodiché, si fatica a vedere in quale direzione. Perché, da un lato, una vittoria di Trump darebbe fiato alle destre, e Viktor Orbán e Matteo Salvini si stanno preparando. Ma dall’altro lato, The Donald è un pragmatico, un cinico – ricordiamoci il tweet su Giuseppi – non è un politico ideologico che aiuterà quelli che la pensano come lui, a meno che non gli convenga. Infine, Trump costringerà l’Europa a collaborare di più, quanto meno sul tema della difesa. Paradossalmente, l’effetto di un successo repubblicano potrebbe essere <più Europa>, il contrario di ciò che vogliono le destre europee».
Più Europa, ma diversa da quella attuale.
«Questo non sarà Trump a deciderlo. Lui chiederà più denaro per la difesa, ma poi come investirlo sarà una decisione delle cancellerie europee».
Quali sarebbero le conseguenze in Italia?
«Avremmo un Salvini ancora più movimentista, che cercherà di surfare l’onda trumpiana a scopi propagandistici. Però l’Italia è un Paese che deve avere eccellentissimi rapporti con l’America, chiunque la governi».
E se vincessero i democratici?
«Ci sarebbe continuità con gli equilibri attuali. Ma una vittoria dei democratici spingerebbe Meloni verso il centro».
Forza Italia, appartenente al Ppe, ha puntellato l’arrocco: quanto potranno influire sul governo le scelte diverse nei confronti di Ursula von der Leyen?
«Sono tre posizioni oggettivamente differenti, ma non credo che avranno grande impatto in Italia. Le due dimensioni, l’italiana e l’europea, non sono isolate, ma c’è un certo grado di autonomia fra l’una e l’altra. E meno male, perché gli elettori italiani hanno chiesto a quei tre partiti di stare insieme. Se dovessero dividersi per effetto delle scelte europee, si creerebbe una tensione grave fra la dimensione politica continentale e quella nazionale».
Dopo l’iniziativa di Marina e Pier Silvio Berlusconi che scenario si apre per Forza Italia?

«L’impressione è che i figli del fondatore abbiano voluto mettere pressione su Forza Italia, spronando Tajani ad approfittare di uno spazio al centro che indiscutibilmente c’è e che Meloni non vuole presidiare. Il problema è capire in che modo il loro intervento, che è un intervento extrapolitico, possa tradursi in una strategia di Forza Italia».
Essere un partito «di sfida», come ha chiesto Pier Silvio, vuol dire paradossalmente allinearsi al mainstream?

«Separerei le due cose. Chiedere un partito con un’iniziativa più forte, che produca più cultura e più pensiero politico, è legittimo. È indubbio che negli ultimi mesi Forza Italia abbia giocato in difesa – pure se è indubbio anche che la strategia abbia funzionato. Detto questo, che il rinnovamento di Forza Italia debba svilupparsi verso il mainstream è tutto da discutere. La mia opinione è che non sia quella la direzione giusta».
Tuttavia, sembra quella la sponda.
«Presidiare il centro rinnovandosi non vuol dire replicare formule di moda. Se si vuol essere un partito che rappresenta il mondo moderato, la strada giusta non è prendere l’agenda degli altri o replicarla meccanicamente».
Quale potrebbe essere la strada giusta?
«Domanda complessa. Forse ripartire dal partito del mondo produttivo e della competitività. Per altro, quello della competitività dell’Ue, e della sua capacità di non subire la pressione degli altri blocchi, è un tema posto anche da Von der Leyen. Il contrasto all’iper-regolamentazione è una battaglia anche di Meloni, oltre che del Ppe. Su questo fronte, che appartiene alla sua tradizione, Forza Italia può prendere l’iniziativa, contrastando l’Europa delle regole a favore di quella dello sviluppo e della crescita».
Ha ragione Giorgia Meloni a preoccuparsi per la compattezza del governo?
«Secondo me, non particolarmente. Certo, meno tensioni ci sono meglio è, ma non vedo possibilità di movimento per Salvini e Tajani oltre un certo limite. Un interrogativo più stringente sull’incisività dell’azione di governo si porrà da settembre. Nei prossimi due anni i vertici di governo devono decidere quali grandi scelte lo caratterizzeranno».
Ha anche lei la sensazione che questo governo provoca reazioni scomposte perché eversivo rispetto a un sistema di potere considerato inattaccabile?
«In realtà, una certa isteria è strutturale. Poi è vero che in alcune centrali mediatiche questa isteria è esasperata dalla speranza che l’anomalia si tolga presto dai piedi».
Eppure proprio queste centrali mediatiche lamentano di continuo la riduzione della libertà di stampa.
«L’Italia ha sempre avuto un giornalismo fortemente intrecciato con la politica e perciò tendenzioso, a destra così come a sinistra. E la Rai è il terreno di caccia prediletto dei partiti da almeno una sessantina d’anni. Queste caratteristiche poco commendevoli non nascono certo col governo Meloni, né mi pare che con Meloni si siano aggravate. Fermo restando che chiunque aggredisca i giornalisti deve essere represso e punito con la massima severità, gli allarmi sulla libertà di stampa appartengono per intero alla polemica politica: un giornalismo politicizzato a sinistra usa questo tema per attaccare un governo di destra. Credo che si possa serenamente passare oltre».
L’assegnazione del ruolo di commissario in Europa a Raffaele Fitto potrebbe rendere necessario un rimpasto: converrebbe allargarlo a qualche altro esponente per tonificare la compagine governativa?
«In astratto, un tagliando non sarebbe male. In concreto, proprio perché gli elementi di instabilità non mancano, credo che Meloni cercherà di evitarlo».
Quanto ci vorrà perché il centrodestra riesca a formare una classe dirigente all’altezza delle sue ambizioni?
«La carenza di classe dirigente del centrodestra è in parte legata al fatto che tutta l’Italia ne è carente e per un’altra parte al fatto che questo governo anomalo è estraneo ai circuiti dove per lo più in Italia si trova la classe dirigente. Poi c’è un’altra osservazione».
Dica.
«Ho l’impressione che questo governo abbia pescato da bacini molto stretti, quelli più prossimi. Invece, magari ci sono altri bacini limitrofi nei quali si può pescare bene. Infine, bisognerebbe pensare anche al futuro, a costruire le classi dirigenti dei prossimi 10-15 anni. Cioè a fare cultura, perché è facendo cultura che si costruiscono le classi dirigenti».
Se dovesse dare un consiglio non richiesto a Giorgia Meloni quale sarebbe?
«Il primo sarebbe di puntare su due o tre grandi provvedimenti che vuole siano caratterizzanti del suo governo o della sua azione politica anche nel partito».
L’autonomia differenziata e il premierato non lo sono?
«Lo sarebbero, ma siamo ancora in alto mare su entrambi. L’autonomia differenziata deve passare dalla carta alla realtà, e non mi pare che le idee siano chiarissime su questo passaggio. La via del premierato è ancora molto lunga e disseminata di trappole. Si tratterebbe di un provvedimento di certo molto qualificante per il governo, basterebbe da solo a giustificare la legislatura, ma per arrivare in fondo Meloni dovrebbe investire, e rischiare, un capitale politico consistente».
E il secondo consiglio?
«Un po’ l’abbiamo accennato: costruire una classe dirigente più ampia, che possa essere quella del centrodestra del futuro».

 

La Verità, 27 luglio 2024

«Egemonia della destra? Non vedo idee all’altezza»

Politologo, docente universitario a Firenze, considerato l’ideologo della Nuova destra, catalogazione che rifiuta in quanto da oltre vent’anni ritiene obsoleta la dicotomia destra-sinistra, Marco Tarchi è impegnato nelle discussioni di tesi di laurea e nel tour per presentare Le tre età della fiamma. La destra in Italia da Giorgio Almirante a Giorgia Meloni (Solferino), l’ultimo libro scritto con Antonio Carioti. Eppure trova il tempo per rispondere, in più scambi di mail, alle domande della Verità per commentare l’evoluzione degli scenari europei e le polemiche inerenti la cultura di destra nel nostro Paese.

Alle ultime elezioni si è scoperto che, come dicono i sondaggisti, il governo dell’Unione europea è contendibile. Se lo aspettava?

«Dopo mesi di campagna in cui Meloni aveva promesso che il suo gruppo sarebbe stato decisivo nella scelta del nuovo, o vecchio, presidente della Commissione europea, c’era chi si aspettava di meglio. Invece, la prospettiva di una conferma della vecchia maggioranza popolari-socialisti-liberali resta in piedi. Io non ho mai creduto nel sorpasso».

Le sembra che la leadership interpretata da Emmanuel Macron e Olaf Scholz stia traendo adeguate conseguenze dalla sconfitta?

«No. Tirano a campare, fino a quando non saranno sbalzati di sella dai rispettivi elettorati nazionali. E dubito che l’attuale presidente francese, anche se subisse un altro pesante schiaffo il 7 luglio, rinuncerà alla carica. Anzi, sfrutterà la prevedibile ingovernabilità dell’Assemblea nazionale per far valere ancora di più le sue prerogative».

Finora Ppe, socialisti e liberali si stanno mostrando indifferenti all’esito elettorale. Questo orientamento aumenterà la distanza tra i cittadini e le istituzioni di Bruxelles e alimenterà sentimenti di rabbia nei raggruppamenti cresciuti e consolidati dal voto?

«Non c’è, né in Italia né in nessun altro paese dell’Unione, un vero interesse dell’opinione pubblica per le vicende politiche europee. Gli unici momenti in cui questa indifferenza cessa sono quelli in cui c’è da contestare qualcuna delle politiche decise a Bruxelles su agricoltura, commercio, limiti alle emissioni e via dicendo. L’Ue ha sempre scaldato solo i cuori di un ristretto nucleo di politici e intellettuali. Non certo delle popolazioni. E poco anche quelli dei partiti nazionali».

Sembra che Giorgia Meloni voglia far pesare lo spostamento a destra dei consensi. Fa bene ad alzare la voce contro i tentativi di procedere alle nomine senza tenerne conto?

«A quanto sembra, viste le reazioni di Tusk e Weber, sì. Ma in queste dichiarazioni si sottolinea il ruolo dell’Italia, “paese fondatore della comunità europea”, non quello dei conservatori che Meloni dirige, mostrando che, pure loro, tengono d’occhio più gli interessi dei rispettivi Stati che quelli dei “fratelli” d’oltre frontiera».

Il presidente Sergio Mattarella ha ribadito che bisogna tenere conto dell’Italia: non toccherebbe anche alle opposizioni, Pd compreso, fare squadra per sostenere la rilevanza del nostro Paese in Europa?

«Nell’attuale gioco, Meloni indossa contemporaneamente i due cappelli: presidente del Consiglio e leader di uno specifico gruppo. Stanti così le cose, e dati i toni dell’attuale politica bipolare, non c’è da stupirsi se le convergenze mancano. Ma, quando si è trattato di nomine ai vertici, è stato più o meno sempre così, e non solo da noi. Si è visto persino il clamoroso autogol di Salvini nel 2019, quando fece cadere il governo di cui faceva parte nel momento in cui era convinzione comune che il posto di commissario italiano sarebbe toccato a Giorgetti. E così lì ci andò Gentiloni».

Che ripercussioni avrebbe sugli equilibri del governo italiano la decisione di Giorgia Meloni di appoggiare la candidatura di Ursula von der Leyen?

«Darebbe un solido argomento polemico alla Lega, che già con la fortunata scelta di Vannacci si è candidata a fare concorrenza da destra a Fratelli d’Italia. La presidente uscente non è certo una delle figure più amate dall’elettorato meloniano. Forza Italia, viceversa, ne sarebbe soddisfatta, ma dubito che quel gesto diminuirebbe la potenziale conflittualità con il partito di maggioranza della coalizione».

Quanto sarà determinante l’esito delle imminenti elezioni francesi?

«Dipenderà, ovviamente, dal riscontro delle urne. E ho il sospetto che una, peraltro improbabile, maggioranza assoluta di seggi dell’alleanza Rassemblement national-Républicains di Ciotti, e una conseguente ascesa di Jordan Bardella alla carica di primo ministro non rallegrerebbe Meloni. Che tiene moltissimo a essere considerata il faro delle destre europee e che conduce una politica in molti punti divergente – soprattutto sul piano economico – da quella di Marine Le Pen e soci».

Quanto plausibili sono gli allarmi di alcuni analisti che vedono i fondamenti dell’attuale consorzio europeo messi in discussione dalla cosiddetta avanzata delle destre?

«Li considero in larga misura eccessivi. Per motivi diversi, sia i partiti facenti capo all’Ecr sia il partito – e il governo – di Orbán non hanno alcuna intenzione di mettere in discussione l’attuale struttura dell’Ue. Tutt’al più auspicano qualche modifica del suo funzionamento. Il caso Meloni insegna: una volta entrati nel salotto buono dell’Unione, ci si adegua alle sue buone maniere».

L’Europa è destinata a rimanere un’entità fredda e dirigista e culturalmente succube dei nuovi dogmi woke d’oltreoceano, o ci sono margini per recuperare un’identità propria nel rispetto dell’autonomia delle diverse nazioni?

«Di margini ne vedo pochi, perché fino a quando l’Ue resterà legata a doppio filo alle strategie degli Usa e della Nato – o, per meglio dire, dipendente dai loro voleri – non potrà mai ambire a tracciare una propria rotta politica, economica, culturale o geopolitica. E, stando così le cose, quand’anche qualche Stato nazionale riuscisse ad avere mani più libere al proprio interno, a cosa servirebbe?».

In Italia si sottolinea l’avvento di un nuovo bipolarismo, incarnato da Giorgia Meloni ed Elly Schlein: è davvero così?

«Per il momento le cose vanno in questa direzione, e in tempi di personalizzazione e mediatizzazione della lotta politica questo confronto/scontro diretto, molto gradito a entrambe le contendenti, ha buone probabilità di durare. Anche se, in un’epoca in cui la politica è sempre più condizionata da fattori estranei, economici e geopolitici, qualcosa di nuovo, sotto forma di crisi, può modificare in modo inatteso gli scenari».

È un dato di cui rallegrarsi o anche in questo caso la polarizzazione favorisce l’astensionismo?

«Di solito la polarizzazione ha un effetto mobilitante sulle opposte tifoserie – che però sono ridotte a questo ruolo».

Nel suo ultimo libro analizza le stagioni della destra italiana: pensa che un’abiura definitiva del fascismo metterebbe Giorgia Meloni al riparo dalle critiche e dalle diffidenze che la accompagnano?

«Nessuna abiura avrebbe questo effetto, e anzi verrebbe interpretata come un segnale di debolezza, oltre ad accompagnarsi a un’ondata di ulteriori sospetti e insinuazioni sulla sincerità di una scelta di quel genere. Sarebbe solo un modo per alienarsi quegli elettori che, pur senza coltivare nostalgie, si rifiutano di accettare la riduzione caricaturale di un fenomeno complesso della storia italiana all’immagine manichea che ne danno gli antifascisti di professione».

Come giudica il tentativo del governo di modificare il sistema culturale in Italia?

«Esiste, questo tentativo? Dov’è? Io, per il momento, vedo soltanto nomine ai vertici di questa o quella istituzione controllata dallo Stato. Ma nelle case editrici, nelle redazioni giornalistiche, nelle scuole, nelle università, nelle società di produzione cinematografica, nelle compagnie teatrali, nel mondo della musica e via elencando niente è cambiato. E niente potrà cambiare se non si costruirà, poco alla volta, una nuova atmosfera culturale. Che ha bisogno di idee capaci di attrarre consenso e di ingegni capaci di produrle e farle circolare, non di direttori o commissari straordinari di questo o quell’ente. Per adesso, le premesse di questa rivoluzione culturale non riesco a scorgerle all’orizzonte».

Con alcune nomine nelle istituzioni si è cominciato a parlare di nuova «egemonia culturale» della destra. Che cosa caratterizza precisamente quella che viene chiamata cultura di destra e la sua egemonia è un obiettivo da perseguire?

«La lotta per l’egemonia culturale, come lo stracitato (a ragione) Gramsci ha insegnato, è parte essenziale della lotta politica. Per sfidare quella esistente, di segno progressista, che è tuttora molto estesa, bisogna sforzarsi di mettere in circolazione idee capaci di entrare gradualmente a far parte del senso comune, cioè di attecchire nella mentalità collettiva. Un compito immane, anche se necessario».

Ancora prima, esiste un ceto intellettuale in grado di alimentare e promuovere una cultura così concepita?

«Questo è il punto. Decenni di egemonia intellettuale progressista hanno saturato gli ambienti culturali di cui dicevo, spesso anche grazie a politiche di nepotismo e clientelismo. E, salvo pochi casi, chi non aveva opinioni gradite è stato accuratamente tenuto fuori dai luoghi di riproduzione del potere culturale – a partire dalle università – anche se mostrava qualità notevoli. Questo fenomeno accade tuttora, per esempio nel reclutamento nei dottorati di ricerca o in taluni ambiti artistici. Se le cose non cambieranno, questo ceto intellettuale non avrà modo di formarsi. E sarà facile, agli avversari, metterne alla berlina l’assenza».

Qualcuno osserva che i nuovi dirigenti di queste istituzioni devono favorire il dialogo con gli intellettuali della sinistra, ma poi accade che un gruppo di scrittori contesta le regole di organizzazione della rappresentanza italiana alla Fiera di Francoforte. Qual è la sua opinione?
«Detesto la faziosità degli “intellettuali militanti”, avendone subìto gli effetti in più occasioni, e sono convinto che la disponibilità al dialogo sia uno dei requisiti fondamentali per chi fa cultura. Non sarà però facile convertire a questa pratica di civiltà chi è abituato a considerarsi moralmente superiore a chiunque abbia opinioni diverse e, soprattutto, teme di perdere posizioni di supremazia che riteneva definitivamente acquisite. Il caso dei non pochi scrittori che si sentono storici, profeti o coscienze dell’umanità perché stanno politicamente e ideologicamente “dalla parte giusta” è tipico».

 

La Verità, 29 giugno 2024

«L’euroburocrazia ci trasforma in sonnambuli»

Novantuno anni e otto figli, Giuseppe De Rita è una delle menti più lucide del Paese. Fondatore e animatore del Censis, il Centro studi investimenti sociali che nell’ultimo rapporto ha tracciato il profilo di una società italiana «affetta da sonnambulismo, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali», De Rita è l’uomo cui si ricorre quando ci si trova davanti a svolte difficili da decodificare come quella verificatasi all’ultima consultazione europea.
Professore, chi ha vinto davvero le elezioni?
«Nessuno. L’astensione è tale da far pensare che qualsiasi decisione venga presa sarà sempre tecnicamente di una minoranza. Avere il 28% di metà del Paese significa disporre concretamente del 14% dei consensi e quindi espressione di una forza largamente minoritaria. Questo stabilisce le condizioni in cui si lavora. Perciò è difficile dire che qualcuno abbia vinto. Anche se, numericamente, si può dirlo di Elly Schlein e Giorgia Meloni, mentre Giuseppe Conte ha perso».
L’astensionismo è stato forte anche in Europa, il fenomeno dei sonnambuli e degli sfiduciati è continentale?
«La crisi della partecipazione politica si registra in tutta Europa. Ma lei vuol dirmi quale sia l’appeal di Olaf Scholz o di Emmanuel Macron? Possiamo riconoscere che noi sonnambuli non esercitiamo una buona domanda, ma dobbiamo tralasciare la qualità dell’offerta. L’astensione sarà anche un peccato di omissione, vedendolo dal punto di vista del catechismo cattolico, ma è un peccato giustificato dal fatto che la qualità dell’offerta politica è bassissima. Se al mercato mi offrono un prodotto che non mi piace, tiro dritto».
Quindi la causa principale è il deficit di qualità del personale politico?
«Questa è sicuramente una delle cause. La seconda è che, tendenzialmente, il cittadino della società occidentale comincia a vivere trascurando le cose importanti. Non paga le tasse, non partecipa alla vita della scuola, non va a messa. La tendenza è a occuparci delle nostre cose e non di quelle collettive».
Prevale il disincanto nei confronti della globalizzazione o la distanza dalle istituzioni continentali?
«Credo che il problema vero sia una certa estraneità degli organismi di governo europei. Io stesso non vedo vicini i grandi palazzi di Bruxelles, forse perché sono abituato a palazzi più semplici e famigliari. L’Ue emana un’immagine fredda, tecnocratica e ricca. La lontananza degli uffici e la ricchezza degli stipendi. Delusi dalla globalizzazione? Non direi. Vorremmo una politica europea più forte e unitaria nella difesa e nella diplomazia. La globalizzazione è accettata, tutti parlano di piattaforme e di Amazon. Ormai si usa Amazon anche per mandare i biglietti di auguri. È questa la globalizzazione. È l’Europa che non entra nel nostro concetto di globalizzazione».
Questa disaffezione è anche causata dal fatto che i tratti che caratterizzano l’Europa, dai simboli religiosi nelle città al riconoscimento del ruolo delle donne fino alla nascita degli Stati nazionali, siano stati progressivamente messi tra parentesi?
«Invece dovremmo riconoscere che l’Europa ha fatto grande la storia dell’ultimo millennio. Purtroppo oggi è di moda di rinnegare la storia».
È la cultura della cancellazione.
«Si cancellano i grandi imperatori, i grandi navigatori… Nei social e nei media l’opinione prevalente è la distruzione della storia per concentrarsi sul futuro. Come se la cultura contemporanea avesse bisogno di mangiarsi il passato, di vivere fuori dalle piazze di una volta. C’è l’ambizione di costruire le autostrade per il futuro. Ma la mia impressione è che se non si sanno gestire bene le città di una volta non si possono manco abbozzare le autostrade del futuro».
Mentre scolora l’appartenenza a una comunità e a una storia cresce la percezione di un’Europa sempre più dirigista, fatta di regole e divieti?
«La situazione va vista da due angolazioni. La società contemporanea è così complessa e articolata che ha bisogno di essere governata. Questo può avvenire o concentrando il potere con la forza come fanno certe dittature, oppure dettando regole e gestendone gli effetti. Negli anni Cinquanta i padri fondatori decisero per questa seconda ipotesi, non per un’Europa che concentrasse il potere e imponesse decisioni dall’alto. Anche i titoli degli organismi avevano questo carattere, si parlava di “mercato comune”, di “patto di stabilità”, tutte formule e meccanismi regolatori. Oggi queste istituzioni sono afflitte dalla burocrazia e sono esposte a lobby sempre più invadenti».
Gli elettori sanno chi sono e che ruolo ricoprono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola o Christine Lagarde?
«È normale che non lo sappiano. Immagino che mio padre e mia madre non sapessero chi erano Konrad Adenauer e Robert Schuman, sebbene fossero grandi statisti».
Per questo hanno fatto bene Giorgia Meloni ed Elly Schlein a personalizzare la campagna? Gli elettori cercano qualcuno in cui riconoscersi?
«È uno dei meccanismi di identificazione. Io sono contrario alla personalizzazione della politica, però capisco che in un momento di difficoltà, in cui agisce una marea di soggettività, qualcuno scelga di metterci la faccia. Poi ci sono le personalizzazioni che funzionano, come quelle di Schlein e Meloni, e quelle che non attecchiscono, come nel caso di Matteo Renzi e Carlo Calenda».
Come valuta il fatto che il governo Meloni sia l’unico in Europa che registra un consistente incremento di consensi?
«Essendo l’ultima arrivata la Meloni ha fatto scelte drastiche. Ha optato per una linea europeista e atlantica e d’intesa con gli Stati Uniti. Una scelta che ha pagato più di altre posizioni articolate. Poi ha fatto la sua scelta netta anche contro la politica dei bonus. E la gente ha capito».
Hanno fatto bene i vescovi italiani a suggerire un voto in favore dei partiti dichiaratamente europeisti?
«Non potevano fare altro. La scelta europeista è stata fatta anche dagli statisti cattolici del dopoguerra».
Perché a suo avviso sono stati poco ascoltati?
«Tutto sommato lo sono stati. Cosa potevano dire se non “votate per i partiti europeisti”? Forse pensavano di favorire i centristi. Alla fine, però, non ho visto prevalere il voto antieuropeo».
La dialettica pace-guerra è stata centrale in queste elezioni ed è giusto che lo sia?
«Assolutamente no, ed è giusto che non lo sia».
Perché?
«Perché si tratta di un meccanismo così delicato e criptico che montarci sopra una dimensione politica è sbagliato. Si entra in questioni complicatissime di cultura militare, di geopolitica e di economia internazionale che vanno trattate in modo serio e approfondito. Non basta dire di essere per la pace».
Da questo punto di vista, come giudica la candidatura di Marco Tarquinio nel Pd?
«Tarquinio ha fatto benissimo il direttore di Avvenire e poi ha scelto di impegnarsi, da pacifista oltranzista, in queste consultazioni, senza disturbare troppo il partito. Terra terra, è andato avanti».
Da ospite in un partito che va da un’altra parte?
«Se ha fatto questa scelta ne ha pagato in bene e in male i pro e contro. Non tocca e me valutarli».
Perché, sebbene nei sondaggi la maggioranza degli italiani si dichiari contraria all’invio di armi, i partiti pacifisti e antimilitaristi non hanno avuto i riconoscimenti attesi?
«Son cose troppo serie per farne comizi e orientamenti elettorali. Pensi quanto difficile è la valutazione su quali armi mandare in Ucraina. Non basta proclamarsi per la pace e sventolare la bandiera bianca. Anzi, è inutile e dannoso ridurre a un fatto di opinione una crisi internazionale così complessa».
Altra contraddizione: le proteste ambientali e gli annunci di apocalissi imminenti si sprecano mentre i Verdi perdono consensi.
«Anche in questo caso il problema ambientale è ridotto a fatto di opinione. Quando viene sottratto ai tecnici, agli esperti, ai programmi di intervento e gestione dell’ambiente sfuma in qualcos’altro e perde di interesse».
La bocciatura dell’asse franco-tedesco va attribuita al disagio sociale di Francia e Germania o al contrasto alla politica bellicista?
«La causa della sconfitta non è il contrasto alla linea bellicista di Parigi e Berlino. Chi conosce la realtà di questi Paesi capisce che la loro crisi non viene dallo schieramento anti russo. Nel caso della Francia, si origina nella dimensione identitaria, nel conflitto spaventoso fra ebrei e antisemitismo che investe le periferie e nel crollo della religione cattolica come elemento unitario di quella popolazione. L’asse con i tedeschi c’entra poco. In Germania, la crisi è generata dall’aumento delle diseguaglianze. La fine dell’era dei grandi traguardi economici crea tensioni e frustrazioni che si manifestano al voto e nelle città in modi meno cruenti di quelli francesi».
Se Paesi leader come Francia e Germania, ma pure Austria e Belgio registrano uno spostamento verso destra, è giusto che a Bruxelles si riproponga la maggioranza di prima?
«Non so dove si collocheranno i repubblicani francesi né se Meloni appoggerà la maggioranza Ursula. Mi astengo».
Che strada intravede per riformulare un’idea e una prassi europea più vicina alle esigenze dei cittadini?
«L’Europa sta gestendo la complessità di questi decenni con la cultura delle regole e delle normative. Questa politica era efficace negli anni Cinquanta. Ora risulta troppo fredda, in questi anni non basta gestire l’esistente. Serve una politica con più intenzionalità».
Intenzionalità significa progettualità, visione?
«Ogni momento di svolta della storia è stato determinato da una intenzionalità. L’uscita dal feudalesimo è stata favorita dal ruolo del clero e dal solidarismo dei Monti di pietà. La stessa ricostruzione italiana del dopoguerra aveva una intenzionalità. Oggi l’Europa gestisce l’esistente senza una progettualità».

 

La Verità, 15 giugno 2024

 

«Invidio la capacità di fare squadra degli uomini»

Zero vacanze anche quest’anno, Nunzia De Girolamo?
«Sì, zero. Ma a me basta il fine settimana per recuperare. Il vero cruccio è stare senza mia figlia come l’estate scorsa. Perciò, le ho promesso che sarà l’ultima».
Dove sta sua figlia d’estate?
«Finita la scuola una settimana in Campania dai miei genitori, ma senza di me. Poi a Santa Severa, da dove farò avanti indietro. Poi andrà in Sardegna con il papà (Francesco Boccia, capogruppo al Senato del Pd ndr)».
Suo marito cosa dice del suo lavoro estivo?
«Niente. Lui è uno stakanovista, dopo una settimana di vacanza si sente già in colpa».
Nella vostra famiglia vige il patriarcato o il matriarcato?
«Sarei un’ipocrita se dicessi il patriarcato. Vengo da una famiglia matriarcale da generazioni».
E la sua attuale com’è?
«Abbastanza matriarcale. È un fatto che dipende dalla cultura nella quale si è cresciuti. Mia madre era una figura forte, come era fortissima quella di Francesco».
Mi fa un telegramma sull’esperienza di Avanti popolo?
«È stata molto formativa. Per la prima volta ho condotto per tre ore da sola affrontando temi delicatissimi. La prima puntata è coincisa con l’inizio della guerra in Medio Oriente. Poi mi sono occupata di femminicidi, di dipendenze, di politica… Ho imparato che nella vita bisogna preservarsi e dire di no quando si sente che un’idea non è giusta per te. Mi sono trovata di nuovo in una bufera mediatica come quando ero in politica».
Come si gestisce una bufera mediatica?
«Proprio perché mi ci ero già trovata la temevo. Sapevo che il momento storico mi avrebbe esposto a poca clemenza. Ma io non so fingere, non basta dire scialla! come si fa a Roma. Sono stati mesi di pressione che ho iniziato a smaltire una volta tornata al mio pubblico con Ciao maschio».
Che cosa l’ha ferita di più?
«L’attacco subito per l’intervista ad Asia, la ragazza di 19 anni violentata a Palermo da sette coetanei. Mi sono sempre battuta contro la violenza sessuale e in favore delle donne. Ho trovato molto ingiuste le accuse di scarsa sensibilità sapendo che ci avevo messo il cuore di donna e di madre. Continuo tuttora a sentire Asia, una ragazza fragile e abbandonata».
La morale è che una rete e un pubblico come quello di Rai 3 non si modellano a tavolino?
«Lo conferma il fatto che coloro che sono venuti dopo di me, professionisti ottimi ed esperti, non hanno ribaltato il risultato contro una concorrenza radicata».
Con la quarta stagione di Ciao maschio si è presa una rivincita?
«Sì. E, in un certo senso, ho avuto la conferma che non fosse solo mia responsabilità l’insuccesso di Avanti popolo. La mia è quella di aver accettato. Ma ognuno di noi non può essere uno, qualcuno e centomila… Bisogna rimanere sé stessi, senza andare a sfidare il pubblico di Rai 3 che è molto sensibile».
Tra i tanti ospiti chi è il maschio che l’ha colpita di più?
«Sono rimasta in contatto con quasi tutti i 150 che ho intervistato. Nino D’Angelo che da tanto tempo volevo venisse, mi ha invitato a un concerto e poi a casa sua. Leo Gullotta è una persona di grande eleganza d’animo, con il quale ci scambiamo messaggi e commenti. Tra tanti difetti ho il pregio dell’ascolto. Non un ascolto di circostanza, ma di curiosità vera. Così, l’uomo è più disposto a raccontarsi».
Giorgia Meloni, Elly Schlein, Paola Cortellesi: questo è stato l’anno delle donne. Quando si allontaneranno dall’orlo della crisi di nervi, titolo di un film di quasi 40 anni fa?
«Un pregio che invidio al mondo maschile è la sua capacità di fare squadra, di fare spogliatoio. Noi non siamo capaci, una donna è quasi sempre massacrata da un’altra donna».
La sorellanza è soprattutto una parola di moda?
«Dobbiamo lavorarci parecchio. Quando facevo politica il male mi è sempre arrivato dalle donne. In televisione è ancora presto per dire da dove arriva. La crisi di nervi viene anche da un sentimento di diffidenza verso l’altra donna».
Quindi non è causata solo dai soprusi degli uomini?
«Non solo. Nella definizione dei ruoli c’è ancora da lavorare, forse le nuove generazioni sono più avanti. Nella mia persiste una netta distinzione tra l’uomo e la donna sia nella gestione della casa che della vita quotidiana. Oggi le donne lavorano e se tutto ricade sulle loro spalle la crisi di nervi è inevitabile».
Gli spot pubblicitari pullulano di mammi.
«La rappresentazione della pubblicità guarda alle nuove generazioni. Quella precedente è nata e cresciuta con le mamme tuttofare e ora si trova a confrontarsi con le donne multitasking».
Le donne in crisi di nervi e gli uomini di identità?
«Forse sì. Si devono abituare a una figura femminile molto cambiata rispetto a quella materna».
Queste crisi psicologiche sono anche figlie di un’educazione troppo molle?
«Mio nonno mi diceva sempre che la mangiatoia dev’essere alta perché se è bassa il cavallo non si abitua al sacrificio. E quando mi viziava, concedendomi quello che i miei genitori mi negavano, sottolineava che non si può iniziare a guidare con la Ferrari perché se nella vita ti tocca la Cinquecento vai in crisi».
Lei e suo marito che genitori siete?
«Metà e metà. La tentazione della mamma chioccia ce l’ho. Ma sprono sempre mia figlia e se si lamenta per l’atteggiamento sbagliato di un professore non mi schiero dalla sua parte, ma lascio che affronti la difficoltà anche di una situazione ostile».
E suo marito fa il papà amico?
«No. È un papà che ascolta, comprensivo e amorevole. Ma fa il padre».
Per il secondo anno fa coppia con Daniele Semprini a Estate in diretta su Rai 1.
«Essere affiatati non è scontato ed è una grande risorsa quando si co-conduce. Noi non abbiamo mai discusso, ci capiamo al volo in diretta. La televisione restituisce ogni piega… rispetto, complicità, empatia».
Quest’anno si è aggiunto anche Gigi Marzullo.
«A Ciao maschio ho usato alcune sue domande così, ora, è protagonista di un siparietto con gli ospiti con il suo libro Non ho capito la domanda».
Le dispiace che non ci sia stato il duello tv tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein?
«Molto, avevo già comprato i popcorn. Un peccato non aver visto il confronto tra due donne leader della destra e della sinistra. Infatti, l’avrei fatto sui social con un giornalista in diretta su Facebook o Instagram».
Chi l’avrebbe vinto?
«… La Meloni… Ha più esperienza. Anche se hanno molti tratti in comune. Le conosco entrambe, sono persone educate, leali, oneste e determinate».
Che cosa non ha fatto che dovrebbe fare il governo di Giorgia Meloni?
«La riforma della giustizia».
Ha fatto la separazione delle carriere, cosa manca?
«Va completata con la definizione, in alcuni casi, della certezza della pena e con lo snellimento di alcune procedure sia nel civile che nel penale. In generale, con interventi che riportino equilibrio tra i poteri dello Stato».
La magistratura ha troppo potere?
«Negli anni ne ha avuto tanto. Serve anche la riforma del Csm».
Con la nomina per  sorteggio?
«Sarebbe una buona cosa. In questi anni il potere delle correnti e di alcune figure singole ha inciso in modo esagerato».
E l’opposizione di Elly Schlein cosa dovrebbe fare che non ha fatto?
«Dovrebbe proseguire con lo slogan con cui aveva iniziato: non mi hanno visto arrivare. Dovrebbe farlo anche dentro il Pd che è un partito radicato sul territorio e ha una forza diffusa. Ma dal giorno dopo le primarie le correnti iniziano a lavorare per distruggere la persona che hanno scelto».
I cacicchi.
«Se il risultato delle Europee glielo consentirà dovrà andare fino in fondo per cambiare davvero il partito».
Le è piaciuto C’è ancora domani di Paola Cortellesi?
«Molto. La prima a vederlo è stata mia figlia che ha 12 anni, che poi ha voluto rivederlo al cinema con me e con il papà. Guardiamo molti film e serie con lei, utilizzandoli per discure i temi che affrontano, anche quelli un po’ forti».
C’è il rischio di enfatizzare l’epoca delle nonne mettendo tra parentesi le battaglie delle mamme?
«Quel film è un manifesto, un documento storico per i nostri figli e figlie. È un film che avrei proiettato nelle scuole per mostrare un passato che non è un presente e che, comunque, non deve diventare futuro. C’è una donna che anziché scappare va a votare. È un bel messaggio, ma dobbiamo trasformare questo entusiasmo in dibattito, senza lasciarlo ai salotti».
Anche perché gruppi di presunte femministe mostrano un’intolleranza isterica come si è visto in più occasioni con il ministro Eugenia Roccella.
«Mi disturba molto l’idea che un pezzo di società detenga l’esclusiva su certi temi. È un atteggiamento che ho subito anch’io ad Avanti popolo quando ospitavo una donna che parlava di femminicidi, di violenza e patriarcato. Era uno spazio mal tollerato, come se solo alcuni fossero deputati a parlare di questi argomenti. Credo che il confronto con persone che la pensano diversamente arricchisca sempre. Nei giorni scorsi ho comprato due libri: Una famiglia radicale di Eugenia Roccella e Triste tigre di Neige Sinno, su una storia di violenza sessuale».
Sul caso Scurati si sarebbe comportata come Serena Bortone, sua collega del sabato sera di Rai 3?
«No. Non avrei fatto il post su Instagram. Forse avrei fatto un casino con i vertici, ma non quel post pubblico. Lo dico da amica di Serena».
In casa come avete vissuto la campagna elettorale?
«Francesco da una settimana è in giro per l’Italia. In Rai ho visto Giuseppe Conte, Elly Schlein e Giorgia Meloni, perché il nostro studio è accanto a quello di Bruno Vespa e quando io finisco lui inizia a registrare Porta a porta».
Un dettaglio rivelatore?
«No, sono tre abili comunicatori. Ho visto la frenesia e la cautela degli ultimi giorni».
In casa sua una cerca di convincere l’altro? Litigate?
«No, mai. Evitiamo igienicamente di discutere di politica perché abbiamo opinioni opposte. In questi giorni ha scritto in una chat di amici che lo diverte il fatto che molte donne di sinistra gli chiedono di me: <Perché non ci porti anche Nunzia la prossima volta?>. Lui abbozza: <Mi sembra difficile>».
Se tornasse alla vita politica che idea proporrebbe per l’Europa?
«Più Europa».
È il nome di un partito.
«Ci vorrebbero più condivisione e più progettualità e meno egoismi».
L’Europa che vediamo oggi è fatta soprattutto di veti e vincoli.
«Dovrebbe essere un’Europa diversa, non un’entità che aggiunge rigidità a un Paese già afflitto dalla burocrazia. Per questo parlo di condivisione e progettualità».

 

La Verità, 8 giugno 2024