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«Le case green riducono il Pil e non risolvono nulla»

La svolta verde avanza. E sembra non ci sia modo di fermarla, come dimostra la recente approvazione al Parlamento europeo della normativa sulle case green. Ugo Spezia, ingegnere nucleare di lungo corso, esperto di fonti energetiche, già dirigente Sogin (Società gestione impianti nucleari) e membro della Giunta esecutiva del Foratom (Forum atomico europeo), organismo consultivo del medesimo Parlamento europeo, non si accontenta del fatto che l’ultima versione appaia più morbida delle precedenti. «È una decisione che va rivista radicalmente», afferma, «perché è un’operazione antieconomica per il Pil dei Paesi membri e per i bilanci delle famiglie e delle imprese».

Ingegner Ugo Spezia, che cosa pensa della direttiva sulle case green con cui l’Unione europea punta ad azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050?

«È l’ennesima imposizione finalizzata, in teoria, a contrastare i cambiamenti climatici. Ma è scientificamente dimostrato che i cambiamenti climatici non dipendono dalle emissioni di Co2. Anzi, è vero il contrario: l’aumento della temperatura media globale – che peraltro, resta tutto da dimostrare -determina l’aumento della temperatura media degli oceani, che a sua volta causa la liberazione in atmosfera di parte della Co2 disciolta negli oceani. Quindi è l’aumento di temperatura a generare la Co2, non il contrario. Ma c’è un’altra considerazione che dovrebbe indurre alla razionalità anche chi di scienza capisce poco. L’Europa è attualmente responsabile del 7% delle emissioni di Co2 a livello mondiale e le emissioni del resto del mondo stanno aumentando del 7% all’anno. Quindi, anche se l’Europa azzerasse oggi le proprie emissioni, entro un anno questa riduzione sarebbe annullata da quelle del resto del mondo. Alla luce di queste cifre, le pare che la politica climatica dell’Unione europea abbia senso?».

Questo lo devono dire le persone competenti come lei e lo giudicheranno gli elettori. È realistico l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas del 16% dal 2030 e del 22% dal 2035?

«Premesso che, come detto, non servirebbe a niente, l’obiettivo è realisticamente raggiungibile. Bisogna vedere a quale prezzo. La riduzione delle emissioni ha costi elevatissimi che vengono fatti pagare alle famiglie e alle imprese. Se l’economia europea continua a essere depressa come dal 2008 a oggi, quegli obiettivi rischiamo di raggiungerli senza fare nulla: sarebbe sufficiente la chiusura, ormai dietro l’angolo, delle industrie ad alta intensità energetica, le quali, dati i costi dell’energia, già oggi non sono più in grado di reggere la concorrenza internazionale».

Non male come paradosso. In Italia circa 5 milioni di edifici dovranno essere ristrutturati. Cosa pensa del fatto che, mentre non sono previsti incentivi pubblici, la spesa media prevista è di 60.000 euro per unità abitativa?

«E dove sono i 250 miliardi che servono? È evidente che le famiglie italiane non saranno in grado di fare fronte a un impegno tanto gravoso senza un sostegno pubblico. In realtà, servirà molto di più di quanto preventivato. Le ristrutturazioni “coatte”, così come hanno dimostrato le vicende del “superbonus edilizio”, scontano prezzi di mercato gonfiati. Grazie allo “sconto in fattura” i valori a preventivo sono raddoppiati, tanto paga Pantalone… L’improvviso incremento della domanda ha fatto salire alle stelle i prezzi dei materiali, che peraltro non si trovavano più. Con il risultato che la maggior parte degli interventi di ristrutturazione è costata più del doppio dei prezzi di mercato ed è tuttora incompiuta. Le stesse imprese edilizie, dopo l’abbuffata del superbonus, oggi sono in crisi per mancanza di commesse. Vogliamo ripetere quell’esperienza nefasta, pagata ancora una volta dai cittadini italiani?».

La nuova normativa stabilisce che dal 2040 saranno bandite le caldaie a gas. Decisione corretta?

«È la fotocopia di una legge che è stata introdotta qualche anno fa in Germania e che ha causato una sollevazione popolare contro il governo e la “coalizione semaforo” di maggioranza. Anche grazie a questa politica avventurista, i partiti che la compongono perderanno le prossime elezioni e chi subentrerà dovrà per forza rimuovere una scelta tanto sconsiderata. Scelta che, nel frattempo, i tedeschi sono riusciti a esportare anche in Europa. Pensi che in Germania è vietato l’uso del carbone, del gasolio, dei termo-camini a legna e delle stufe a pellet. Vietando anche il gas, i tedeschi sono costretti a scaldarsi con le stufe elettriche e con le pompe di calore, anch’esse elettriche, scontando un prezzo dell’energia che, grazie alla recente chiusura delle centrali nucleari, è praticamente raddoppiato e costringe la Germania a importare energia elettrica di origine nucleare dalla Francia. Grazie a queste scelte oggi l’economia tedesca è in recessione. Non è certo un esempio da seguire».

È un obiettivo realistico che gli edifici privati di nuova fabbricazione abbiano zero emissioni dal 2030 e dal 2028 quelli pubblici?

«Per gli edifici di nuova costruzione è un obiettivo realistico, ma solo scontando un notevole aumento dei costi di costruzione e, conseguentemente, un incremento ancora maggiore dei prezzi di mercato dei fabbricati. Chi pagherà?».

Come valuta il fatto che i nuovi fabbricati dovranno funzionare con fonti a basso dispendio energetico con l’installazione di pannelli solari?

«Ancora una volta, è questione di costi. Un impianto solare di notte non funziona e funziona pochissimo anche di giorno quando il cielo è coperto. I dati di esercizio dimostrano che un impianto solare, anche quando è posizionato in modo ottimale, funziona solo per il 15% del tempo. Il resto dell’energia deve essere prodotto in altro modo. Servono dunque impianti sostitutivi di altro tipo. Questo è il motivo per il quale l’investimento nel fotovoltaico e nell’eolico, che sono fonti aleatorie, non è sostitutivo ma aggiuntivo all’investimento in impianti convenzionali».

La tecnologia fotovoltaica presenta punti deboli o comporta effetti collaterali?

«Scontata l’intermittenza e le diseconomie, nessuno finora ha mai detto come saranno smaltiti i pannelli fotovoltaici quando giungeranno a fine vita. Tenga presente che già dopo dieci anni di funzionamento la loro efficienza energetica si riduce del 50% e che il materiale semiconduttore di cui sono fatti contiene quantitativi non trascurabili di arsenico».

Che cosa sono le cosiddette «comunità energetiche» che dovrebbero trarne vantaggio?

«Sono associazioni, promosse da una direttiva europea del 2018 e da una legge nazionale del 2019, di enti locali, aziende, attività produttive e commerciali e privati cittadini che si consorziano per dotarsi di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Una finalità apparentemente nobile che nasconde una verità moto diversa. Siccome le fonti rinnovabili sono lautamente incentivate dallo Stato – altrimenti costerebbero troppo e non le utilizzerebbe nessuno – e siccome gli incentivi pagati dallo Stato sono posti a carico di tutti i consumatori elettrici e costituiscono circa un quarto del costo delle bollette elettriche, il risultato di questa “nobile” iniziativa è che i “nobili” membri della comunità energetica non pagano il vero prezzo dell’energia elettrica che producono. Prezzo che invece è addebitato per intero alla collettività, attraverso gli oneri di sistema».

A trarne vantaggio saranno soprattutto le aziende produttrici di questa tecnologia?

«Che si trovano in Cina e che hanno già oggi difficoltà a garantire le forniture di componenti. Ma bisogna essere giusti: anche i furbetti di cui dicevo prima hanno il loro tornaconto personale…».

C’è il rischio che la casa green si riveli una forzatura come quella dell’imposizione dell’auto elettrica?

«Non è un rischio: è una certezza. Non credo che la direttiva europea sarà attuata. Al prossimo rinnovo del Parlamento europeo certe scelte dovranno essere riviste. E spero che anche il governo italiano faccia sentire la propria voce, senza i timori reverenziali, leggasi spread, cui i precedenti governi ci hanno abituato».

È troppo malizioso pensare che siccome l’economia della Germania è in difficoltà l’incentivo che deriverà all’industria del fotovoltaico possa favorirne la ripresa?

«Sarebbe una mossa intelligente, ma anche la Germania importa le tecnologie fotovoltaiche».

È una conquista di cui accontentarsi il fatto che, rispetto alla precedente, questa nuova direttiva consente un margine di due anni ai singoli Stati per adeguarsi e presentare un proprio piano per raggiungere gli obiettivi?

«Certamente no. La direttiva deve essere comunque rivista radicalmente».

Esistono altre fonti sicure per l’approvvigionamento energetico del nostro sistema edilizio? Quali sono e perché non vengono verificate?

«Gli edifici a uso abitativo, specie quelli delle grandi città, hanno solo due modi per soddisfare il loro fabbisogno energetico: l’elettricità proveniente dalla rete, non quella fotovoltaica che costa troppo e non sarà mai sufficiente, e il gas. Quest’ultimo ha consentito di sostituire, nell’ultimo secolo, prima la legna, poi il carbone e infine il gasolio, decisamente più inquinanti. Ha assolto in tal modo anche una funzione di salvaguardia ambientale. In un Paese come l’Italia, che paga da molto tempo l’energia elettrica più cara del mondo, visto che è fatta per circa il 50% con il gas e per il 15% con fotovoltaico ed eolico incentivati, non è possibile adottare la soluzione francese. I Francesi hanno risolto il problema grazie all’elettricità nucleare. Nelle case francesi sono elettrici sia i sistemi di riscaldamento che i sistemi di cottura, che costano poco sia dal punto di vista impiantistico che nei consumi. Noi italiani invece siamo strangolati da un lato dal prezzo del gas, tutto di importazione, e dall’altro dal prezzo dell’elettricità, prodotta in modo sconsiderato. La risposta alla sua domanda è, dunque, banale: è necessario produrre elettricità nucleare e sostituire con essa il gas negli usi domestici».

Complessivamente, che cosa pensa della svolta green voluta dall’Europa?

«È una scelta di carattere ideologico, imposta dai Verdi grazie alla loro posizione di ago della bilancia nelle coalizioni di governo di molti paesi. Ma è anche una scelta antieconomica che ha effetti drammatici sul Pil dei Paesi europei e, in particolare, sui bilanci delle famiglie e delle imprese».

 

 

La Verità, 16 marzo 2024

«Il comunismo è morto e la proprietà privata quasi»

Discepolo e biografo del giurista e politologo Bruno Leoni e fondatore dell’istituto a lui intitolato, Carlo Lottieri è uno dei maggiori filosofi italiani. Teorico del pensiero liberista e liberale, è tra i più raffinati critici dell’intervento dello Stato in economia e delle sinergie tra burocrazie pubbliche e grandi corporation del mondo digitale che vediamo in azione, di emergenza in emergenza, dall’avvento della pandemia a oggi. L’ultimo suo libro, pubblicato da LiberiLibri, s’intitola La proprietà sotto attacco.

Professore, perché oggi la proprietà è sotto attacco?

«Alcune ragioni sono ideologiche e altre, invece, discendono dal rapporto tra politici ed elettori. Nelle democrazie contemporanee, infatti, quanti governano “comprano” voti distribuendo favori, ma per farlo devono calpestare il diritto e in particolare il diritto di proprietà».

Lo è più di ieri?

«Non c’è dubbio. Durante il ventesimo secolo tassazione e spesa pubblica sono cresciute grosso modo di 5 volte. Oltre a ciò, abbiamo una fitta regolazione in virtù della quale anche ciò che formalmente resta nelle nostre mani, in realtà, non è più sotto il nostro controllo. Come nel caso di un’abitazione che non posso affittare per un solo giorno…».

Quali sono le cause che hanno portato a questa situazione?

«Dobbiamo tenere presente che l’interesse dei politici e dei loro complici è che noi si sia spogliati di ogni cosa e di conseguenza bisognosi di tutto. Una società di gente senza nulla è più governabile. Per giunta, le classi dirigenti sono dominate dalla presunzione di chi si ritiene chiamato ad amministrare l’intera società, e per farlo deve svuotare ogni titolo di proprietà».

Pierre-Joseph Proudhon considerava la proprietà privata un furto, un danno per la collettività. Ma il marxismo, che ha predicato la collettivizzazione dei mezzi di produzione, con la caduta del muro di Berlino ha esaurito la sua spinta propulsiva. O no?

«Il marxismo ortodosso è ormai marginale, ma molti suoi temi restano influenti: a partire dall’idea che il capitalismo sarebbe il male assoluto e che nei rapporti di mercato il borghese sfrutterebbe il proletario. La legislazione contemporanea, su lavoro, affitti e via dicendo, poggia su queste tesi».

La proprietà oggi è in crisi perché è in auge l’idea che se qualcuno guadagna, qualcun altro deve perdere?

«In parte è così, dato che molti ignorano che negli scambi volontari tutti ci guadagnano. Oltre a questo, va detto che i favoreggiatori intellettuali della classe politica hanno diffuso la convinzione che avere qualcosa o conoscere la realtà significherebbe disporre di “potere” sugli altri. Di conseguenza, il vero dominio di chi ci aggredisce viene legittimato».

È per questo che l’imprenditore, il capitalista, genericamente il benestante viene guardato con sospetto?

«L’odio per il libero mercato è una costante della cultura egemone degli ultimi due secoli: a destra e a sinistra. Va anche aggiunto che oggi la maggior parte dei capitalisti chiede privilegi. Il sospetto è dunque più che giustificato».

Perché lei considera la proprietà un diritto inalienabile? Qual è il suo fondamento?

«La proprietà è innanzi tutto la proprietà altrui, che non posso violare. Se riconosco la dignità del prossimo, non posso alzare la mano su di lui. L’altro mi trascende e questo altro è incarnato: ha una storia e possiede beni. Entrare in casa sua senza autorizzazione è una violenza inaccettabile. Tutto ciò, però, è incompatibile con il potere sovrano, che ci considera pedine a sua disposizione».

Non è comunque indispensabile una regolazione della proprietà a tutela dei ceti più deboli? Diversamente non vige la legge della giungla, la legge del più forte?

«L’arbitrario potere nelle mani dei legislatori è esattamente la legge del più forte. Per giunta, in un regime statalista quanti hanno di più sono in grado di influenzare a loro favore il ceto politico ed espropriare chi ha poco… Basti pensare alla “transizione verde”, che è un regalo fatto a gruppi finanziari senza scrupoli. Invece, la migliore tutela dei più deboli è una granitica difesa della proprietà e quindi anche della libertà di contratto».

Il welfare a cosa serve, allora?

«Creato dal cancelliere Otto von Bismarck e poi rafforzato da logiche socialdemocratiche, il welfare è lo strumento che politici e gruppi parassitari sono riusciti a escogitare per contrabbandare come aiuto ai deboli quello che, nei fatti, è solo uno strumento di dominio e controllo sociale. In Italia, basti pensare agli innumerevoli scandali nella previdenza di Stato, ma anche ai molti business legati ad assistenza e immigrazione, dovremmo averlo capito».

Tassazione e redistribuzione sono funzionali a questo?

«Servono a consegnare il potere a pochi. E come già avveniva con Giuda (Giovanni 12,6) quanti hanno la cassa tendono a essere disonesti e a usarla a proprio vantaggio».

Oggi il pericolo maggiore per la libertà della persona deriva dalla saldatura tra potere politico ed economia, tra Washington e Wall Street?

«L’espansione dello Stato ha corrotto tutto e soprattutto le imprese. Realizzare profitti servendo i consumatori non è facile; ottenere aiuti da amici legislatori e banchieri centrali, invece, può essere un gioco da ragazzi. Per questo la cultura ispirata dal grande business è tanto conformista».

Che funzione hanno in questo scenario le corporation dell’economia digitale?

«Da un lato dispongono di enormi risorse e dall’altro possono condizionare pesantemente l’opinione pubblica. Lo scandalo dei Twitter files la dice lunga in merito al fatto che oggi proprio quelle realtà saldano potere, interessi e ideologie».

Perché secondo lei la pandemia è stata la prova generale del nuovo ordine mondiale?

«Qualche anno fa era inimmaginabile che qualcuno potesse imporci di non uscire dopo le 10 di sera, che avremmo subito trattamenti sanitari obbligatori e non ci saremmo potuti spostare da Peschiera a Desenzano. Il potere ora sa quanto la società sia fragile e com’è facile dominarci secondo logiche cinesi».

Anche la nuova emergenza climatica riduce l’autonomia dell’individuo basata sulla proprietà?

«Il dogmatismo para-religioso di chi pretende di disporre di una conoscenza assoluta in tema di clima sta permettendo di commissariare l’intera umanità. Passando di emergenza in emergenza i nostri diritti stanno svanendo nel nulla».

Dalla proprietà immobiliare a quella dei mezzi di trasporto, su che poteri fa leva il controllo dei comportamenti dei cittadini che appare sempre più pervasivo?

«Una regolazione tanto minuziosa – così che la camera deve essere alta almeno 270 cm, mentre il bagno 240 cm… – ci educa alla passività: a quel punto siamo pronti a farci derubare da chi decide le priorità e, ad esempio, stabilisce che ridurre la CO2 è più importante che contrastare i terremoti, oppure che è meglio combattere l’inquinamento invece che la povertà».

Un tempo queste istanze avverse alla proprietà sembravano prerogativa dei movimenti di sinistra, dal socialismo ottocentesco alla Fabian society. Oggi chi sono i soggetti propugnatori di questi comportamenti?

«Il progressismo unisce gli ideologi dell’anticapitalismo, gli ecologisti, i tecnocrati alla Klaus Schwab e i grandi interessi finanziari – basti leggere i “codici etici” di Black rock -. È la sinistra arcobaleno delle aree Ztl».

Si va verso una trasformazione della proprietà individuale dei beni a una condivisione sempre maggiore di servizi?

«Ci dicono che invece di possedere una casa o una vettura potremo usarle. In questo modo, però, qualcuno stabilirà chi avrà quel diritto e chi no. Saranno gli interpreti di questo nuovo potere a possedere tutto e a gestire la nostra vita».

Va letto in questa cornice anche l’ostruzionismo verso gli affitti brevi?

«In una società caratterizza da stili di vita che portano a spostarsi sempre di più avremmo bisogno di una micro-imprenditorialità duttile e innovativa. Ma se le abitazioni diventano una possibilità per “fare impresa”, il progetto di una società integralmente amministrata incontra difficoltà. L’avversione agli affitti brevi esprime questo odio per la libertà del proprietario».

Come cambieranno le nostre città in questa prospettiva?

«Il rischio è che vi accedano solo i più ricchi, che avranno le risorse per comprare costose auto elettriche e abitazioni in classe A. Per giunta le città sono sempre meno luoghi di mercato, e sempre più centri di potere e burocrazia».

È un cambiamento che in alcune metropoli è già tristemente visibile?

«Senza dubbio. Il progressismo sta conducendo una guerra ai poveri che è sotto gli occhi di tutti. Le norme urbanistiche penalizzano chi vorrebbe trasformare in un loft un seminterrato, senza però dover spendere capitali e produrre montagne di carta».

Intravede qualche rallentamento in atto in questo processo di attacco alla proprietà e di controllo sui cittadini?

«No. I giovani sono educati a considerare un male tutto ciò che è privato, mentre il pubblico, cioè il potere di pochi, sarebbe al servizio della collettività. Chi comanda sta dotandosi di servitori ubbidienti».

Quanto la preoccupa che anche la Chiesa rischi di allinearsi su questi temi all’ecologismo politicamente corretto?

«Specialmente con questo pontefice, la Chiesa pare desiderare i facili applausi di chi è sempre allineato. Così, però, si finisce per avallare il peggior luogocomunismo. Lo s’è visto durante la pandemia e lo si vede ora che ci stanno predisponendo un’altra emergenza, quella climatica».

Invece, non le sembra che qualche segnale di ravvedimento stia giungendo dallo svolgimento più problematico dei lavori della Cop28, dove si sta iniziando a considerare il ruolo dell’energia nucleare?

«Queste kermesse prefigurano una sorta di “governance” globale sulla base di assunti pericolosi: dirigisti e statalisti. Fortunatamente gli interessi degli uomini di potere talora sono divergenti e quindi c’è la speranza che il progressismo occidentale non vinca la resistenza di quanti, specie in quello che era il Terzo mondo, sono indisposti a sacrificare le prospettive di vita dei loro concittadini. Purtroppo, difficilmente avremo in tempi ragionevoli un vero mercato dell’energia».

In Europa una possibile novità potrebbe venire dal mancato successo della cosiddetta maggioranza Ursula alle prossime elezioni europee a vantaggio di coalizioni alternative? Si sente di fare delle previsioni?

«Le politiche elitarie e liberticide dell’Unione europea e della Bce suscitano reazioni, interpretate soprattutto dalle forze di destra. Senza una seria svolta culturale, però, non succederà proprio nulla».

 

La Verità, 9 dicembre 2023

 

 

 

 

 

«L’islam conquista l’Europa con migranti e natalità»

Giornalista del Foglio, già collaboratore del Jerusalem Post e del Wall Street Journal, autore di saggi sulle religioni del Medio Oriente, Israele e mondo arabo, Giulio Meotti è uno dei maggiori esperti italiani di islam.

Il suo ultimo libro pubblicato da Cantagalli s’intitola La dolce conquista, sottotitolo: l’Europa si arrende all’islam. Perché sarebbe dolce questa conquista?

«Perché è più pericolosa delle bombe e delle uccisioni, ce ne sono state tante con centinaia di morti».

Sembra un controsenso.

«È più pericolosa perché non provoca una reazione dell’opinione pubblica e di coloro che dovrebbero proteggerci».

La dolcezza risalta a confronto con i precedenti tentativi di conquiste, quella dei Mori della Spagna, e quella dei Turchi passando dai Balcani?

«In parte sì. Il grande islamologo e arabista Bernard Lewis diceva che questa è la “terza conquista”, dopo che i musulmani sono stati fermati a Poitiers e alle porte di Vienna».

Di quali mezzi si serve?

«Della demografia perché il tasso di fertilità è di gran lunga superiore al nostro, dell’immigrazione e della dawa, che è la predicazione attraverso le moschee e la proliferazione dei simboli islamici».

È più l’Europa che si arrende o la religione islamica che è aggressiva?

«Un mix delle due cose. Da un lato c’è l’arrendevolezza dei politici europei e dall’altra la volontà di espansione che appartiene all’islam che, ricordiamolo, si distingue tra il dar al-islam, la terra dell’islam, e il dar al-harb, che è la terra della conquista, tutto ciò che non è islamico ma lo dovrà diventare».

Premesso che Francesco sottolinea che la missione si esprime attraverso il contagio, il proselitismo appartiene a tutte le religioni.

«Con la differenza che il cristianesimo nella vecchia Europa è in ritirata mentre l’islam è in una fase di grande avanzata. Il mix letale è scristianizzazione più islamizzazione».

Un travaso fra vasi comunicanti?

«A suo tempo il cardinal Giacomo Biffi disse che “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà islamica”».

Sono proselitismi paragonabili?

«Non c’è nella storia dell’islam un Paese che si islamizza e preserva comunità religiose alternative. Nel più laico tra i paesi musulmani, la Turchia, gli ebrei sono una manciata e i cristiani stanno scomparendo».

Non ammettono la convivenza con altre confessioni?

«Boualem Sansal, autore di 2084. La fine del mondo, ha paragonato l’islamismo a un gas, “nel lungo periodo occupa tutto lo spazio”».

È corretto definire l’islam religione?

«Non è solo una religione, è un’ideologia e un modo legislativo di vivere: non bere alcolici, fai crescere la barba ma non i baffi, vela le donne. L’islam non ha capacità di separare il privato dal pubblico».

Prevede anche la poligamia, la guerra santa contro gli infedeli, l’assassinio degli apostati, la sottomissione delle donne?

«Nel Corano si può trovare tutto e il contrario di tutto. Ma per come si è impostato nei secoli, l’islam è diventato una straordinaria macchina di conquista per cui, oggi, gli stessi musulmani sono oggetto di conquista. Lo vediamo in Europa dove le seconde e le terze generazioni sono più religiose dei loro padri».

In che senso?

«I padri sono venuti qui per lavorare alla Renault e alla Fiat e si sono laicizzati a contatto con le libertà e i diritti occidentali. Ora i figli si sono reislamizzati. Con l’affermazione degli ayatollah e dei Fratelli musulmani i giovani sono diventati oggetto di una nuova campagna di indottrinamento. Altrimenti come spiegarsi il fatto che, pur essendo in Occidente da decenni, ancora pensano al Profeta, al califfato, alla sharia?».

La jihad è solo un movimento religioso?

«Jihad significa sforzo quindi è anche militare ed economica. Lo si vede dall’esplosione del mercato halal, i ristoranti, i menù nelle mense, le catene alimentari, i pellegrinaggi organizzati dall’Europa verso La Mecca. E poi dalla quantità di denaro spaventoso che Qatar, Arabia saudita e Turchia investono in Europa».

Però esiste anche un islam moderato.

«Esistono i musulmani moderati, persone che vogliono vivere la loro vita in mezzo a noi, che non hanno in testa la guerra santa o la sottomissione. Ma guardando ai grandi poli dell’islam mondiale, cioè l’Arabia saudita, l’Iran, il Qatar, il Pakistan, la Turchia e i Fratelli musulmani non esiste una corrente che abbia fatto la riforma. Cioè, reinterpretato il Corano nel presente. Anche perché, per loro, il Corano è stato dettato da Allah e quindi va applicato letteralmente».

L’islam moderato conta poco?

«Il grande studioso Rémi Brague ha detto: “L’islamismo è un islam che ha fretta”. I musulmani moderati sono singole persone».

Tra queste Pietrangelo Buttafuoco, appena designato alla presidenza della Biennale di Venezia.

«È una persona che stimo, con cui ho lavorato per tanti anni al Foglio. La sua non è una conversione militante».

Ci sono margini per una convivenza armonica?

«Sì, se l’Occidente si fa rispettare e pone delle condizioni. La prima è che l’Europa è giudaico-cristiana. La seconda è che gli islamici accettino che la libertà di pensiero e di parola è un diritto sacrosanto. E la terza che la donna e l’uomo sono uguali».

Pensa che integrazione e multiculturalismo siano utopie?

«Lo ha detto Angela Merkel: “Il multiculturalismo è fallito”».

In cifre come si può quantificare questa espansione?

«Bruxelles, la capitale dell’Unione europea, è per il 30% islamica, con vere e proprie enclavi dove si arriva al 50%. Birmingham, la seconda città britannica, ha il 30% di cittadini musulmani. Le grandi città francesi, da Marsiglia a Lione, hanno comunità dal 30 al 40% di cittadini islamici. È possibile che nel giro di una generazione i musulmani saranno la maggioranza».

Cosa significa che in Gran Bretagna città come Londra, Birmingham, Leeds, Sheffield, Oxford e altre hanno sindaci musulmani nonostante la Brexit?

«Significa che hanno rinunciato all’operaio polacco per avere quello pakistano. Con la Brexit si sono sparati sui piedi, fermando i flussi dall’Est Europa e aumentando quelli dall’Asia. Gli unici Paesi che sono riusciti a fermare un po’ questa conquista, un po’ perché sono meno attraenti e un po’ perché hanno un’identità più forte, sono i Paesi dell’Est europeo».

Quanto concorre l’arrendevolezza della nostra civiltà a questa espansione?

«Per una buona parte, ma dobbiamo distinguere due categorie. I fifoni, che sono atterriti e intimoriti, ma sanno cosa c’è dietro questa strategia. E i collaborazionisti. Coloro che si sono prestati in cambio di voti a fare il gioco del cavallo di Troia dell’islam politico. Il partito socialista belga non esisterebbe oggi senza il voto degli immigrati».

Esempi di collaborazionismo italiani?

«Se fossi un esponente della sinistra, farei mio il progetto vincente del voto di scambio del partito socialista belga. In Francia Jean-Luc Mélenchon per non alienarsi l’80% del voto islamico difende i veli e non critica l’attacco di Hamas».

Prima accennava all’influenza dell’Arabia saudita e del Qatar.

«L’Arabia saudita è stata decisiva dagli anni Sessanta ai primi anni Duemila e le grandi moschee di Roma, Bruxelles e Madrid sono tutte saudite. Dopo sono arrivati il Qatar e la Turchia, che oggi sono i costruttori delle moschee con i minareti in tutta Europa».

Con la forza del denaro.

«In Francia, dove ogni due settimane circa apre una nuova moschea, arrivano i soldi del Qatar attraverso le sue ong. Ma avviene così anche in Italia».

L’islam politico si è alleato con la cultura di sinistra attraverso l’ideologia green e Lgbtq?

«È riuscito a fare sue le parole d’ordine del progressismo: diversità, antirazzismo e lotta alla cosiddetta islamofobia».

Ma il movimento arcobaleno è agli antipodi dell’islam.

«Gli attivisti arcobaleno sono come i tacchini che festeggiano il giorno del ringraziamento. Infatti, siamo alla resa dei conti. In Belgio la sinistra ha portato il gender in tutte le scuole e i fondamentalisti islamici sono scesi in piazza a protestare anche con metodi aggressivi».

La cancel culture favorisce questa conquista?

«Prepara il terreno creando una società gelatinosa, senza storia e identità, perfetta per realizzare la sostituzione di civiltà. In Gran Bretagna, hanno abbattuto decine di statue di personaggi storici e a Birmingham hanno appena eretto una grande statua di una donna velata».

Perché ogni anno di questi tempi spunta qualche ente che vuole obliterare il Natale cristiano?

«Quest’anno tocca all’Istituto europeo di Fiesole. L’Europa è una società in metastasi, quasi masochista nell’automutilazione: non ho mai sentito i musulmani lamentarsi per il Natale».

Come valuta il magistero di Francesco?

«È il grande Papa post europeo. Dopo Benedetto XVI che ha provato a salvare l’Europa da sé stessa, è arrivato il Papa che dice che l’Occidente è fili spinati e schiavitù. Quindi è come se per lui l’Europa continente cristiano non fosse da preservare».

Come incidono in questo scenario i movimenti migratori?

«Persino Jacques Attali che è il grande intellettuale globalista di Emmanuel Macron ha detto che l’Europa è un colabrodo. Che altro vogliamo aggiungere».

Ora la guerra in Israele renderà tutto tremendamente più complicato.

«Favorisce il grande risveglio della coscienza islamica che, ricordiamo, è una umma, una comunità di 1,5 miliardi di fedeli che non sono divisi in Stati-nazione. La causa palestinese è il grande afrodisiaco dell’islam».

Si risveglia anche l’alleanza con la sinistra?

«La sinistra alimenta manifestazioni all’insegna di “Allah akbar”, “morte agli ebrei” e “Palestina libera”. La più grande strage di ebrei dopo la Seconda guerra mondiale ha dato vita alla più grande esplosione di antisemitismo in Europa».

Senza dimenticare le responsabilità di Israele.

«Ci sono in tutti i conflitti. Non vedo armeni accoltellare azeri, o ciprioti del sud accoltellare ciprioti del nord».

Il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres ha detto che gli attacchi di Hamas non sono nati dal nulla.

«L’Onu è diventato il teatro dell’assurdo di Ionesco per cui i grandi regimi della terra lo usano in nome dei diritti umani per imporre la loro visione del mondo».

Perché grande sostituzione e sostituzione etnica sono espressioni tabù?

«Perché sembrano preconizzare un complotto, mentre indicano un fatto della vita dei popoli europei di oggi. E perché siamo degli struzzi che non vogliono capire che se cambia la popolazione di un Paese cambia anche la sua cultura. Per quanto abbiano tutti gli stessi diritti, gli esseri umani non sono intercambiabili».

 

La Verità, 28 ottobre 2023

«È una guerra di religione, non contro Netanyahu»

Fuorissimo dal coro, Magdi Cristiano Allam è stato vicedirettore del Corriere della Sera ed europarlamentare, nel 2008 si è convertito al cristianesimo e da vent’anni vive sotto scorta. Nell’ultimo libro, Un miracolo per l’Italia (Casa della civiltà), parla di crisi demografica, potere della finanza speculativa, suicidio della civiltà europea. Oggi è anti islamico senza se e senza ma. Ancora di più dopo il raid terroristico del 7 ottobre.

È stata Hamas a minacciarla vent’anni fa?

«Sì, nel marzo 2003 mi aveva condannato a morte per le mie critiche agli attentati terroristi suicidi.

Da allora lo Stato italiano, che ringrazio, mi ha dato una scorta affidata all’arma dei Carabinieri. In seguito, in base alle informazioni dei suoi organi, ha deciso di mantenerla».

Che cosa sta succedendo in Israele?

«C’è una guerra scatenata dal terrorismo islamico, con l’eccidio di bambini, donne e anziani bruciati e decapitati, che ha come scopo la distruzione dello Stato ebraico perché Hamas ritiene che Israele sia un territorio occupato islamico».

Il raid di Hamas è immotivato?

«Chiariamo che il terrorismo non è mai di natura reattiva, ma sempre di natura aggressiva. Dal 2005 Israele ha abbandonato la Striscia di Gaza, perciò questa non è una guerra giustificabile dall’occupazione di territori».

Secondo alcune analisi è il comportamento d’Israele la causa dell’azione di Hamas.

«È totalmente infondata la tesi che vede Israele come uno Stato colonialista che avrebbe usurpato i territori dei palestinesi. Israele nasce nel 1948 sulla base di una legittimità internazionale certificata da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che si basa sulla divisione del territorio chiamato Palestina mandataria in due stati: lo Stato ebraico, sottolineo ebraico, e lo Stato arabo, non palestinese. Fino al 1947 il termine palestinese politicamente non esisteva. Nella storia non sono mai esistiti né uno Stato né un popolo palestinese. Sono entrambi concetti contemporanei. Gli ebrei hanno comprato dei territori dai proprietari arabi e ne sono diventati legittimi proprietari».

Se al posto di Benjamin Netanyahu ci fosse stato un altro leader l’attacco sarebbe avvenuto ugualmente?

«Certo. Non è un’iniziativa di natura politica né territoriale, ma una guerra islamica che attinge dal Corano, che è un testo profondamente antiebraico, e da Maometto che è stato uno stragista degli ebrei».

Perché l’azione iniziata da Hamas si chiama «Tempesta Al-Aqsa»?

«Al-Aqsa è il nome arabo della moschea che sorge a Gerusalemme. Secondo il Corano, nel 621 Maometto sarebbe arrivato alla moschea Al-Aqsa in sella a un cavallo alato proveniente dalla grande moschea della Mecca, e da lì sarebbe asceso al settimo cielo per incontrare Allah, negoziando con lui il numero di preghiere a cui i musulmani sono tenuti».

Questo è il preambolo coranico.

«Destituito di ogni fondamento: nel 621 a Gerusalemme non c’era nessuna moschea. La prima struttura di Al-Aqsa risale al 705, ovvero 84 anni dopo».

Questa guerra deriva dal fanatismo religioso?

«Non è fanatismo perché tutti i musulmani credono che Israele occupi indebitamente la moschea di Al-Aqsa, Gerusalemme, che considerano una città santa islamica, e tutto il territorio dello Stato ebraico».

Per questo i terroristi non gridano «libertà per la Palestina», ma «Allah Akbar»?

«Esatto. Prima di perpetrare qualsiasi atrocità inneggiano ad Allah, proclamano che è il più grande».

Qual è il vero obiettivo di Hamas? O è più corretto parlare di fondamentalisti islamici?

«Abbiamo visto che anche i terroristi islamici di Hezbollah libanese sono intervenuti. A sostegno di entrambi, Hamas ed Hezbollah, l’Iran ha detto chiaramente che si arriverà al trionfo sul regime sionista. Ovvero a eliminare Israele dalla carta geografica».

Se la si osserva si vede che nel Nordafrica e nel Medio Oriente Israele è l’unico Stato non musulmano.

«Sì, anche se Israele, che nasce come Stato del popolo ebraico, a seguito della prima guerra arabo israeliana del 1948, ha inglobato la Galilea dove sorge una comunità araba prevalentemente islamica. La conseguenza è che Israele è uno Stato multiconfessionale. C’è una maggioranza di ebrei, i musulmani sono un po’ meno del 20% e poi ci sono dei cristiani».

Israele è anche l’unica democrazia di quell’area.

«Nel Parlamento israeliano ci sono deputati islamici, alcuni persino contrari al diritto d’Israele a esistere».

Questa crisi si ferma in Medio Oriente?

«No, perché il radicalismo islamico ha attecchito anche in Europa. L’eventuale vittoria di Hamas contro Israele scatenerebbe inevitabilmente i terroristi in Europa allo scopo di sottometterla all’islam. Per questo la guerra che Israele sta subendo ci riguarda tutti».

La reazione di Israele sarà una vendetta?

«Ha detto bene, reazione. Il 7 ottobre il terrorismo islamico palestinese ha scatenato una guerra. Fino a oggi i civili israeliani uccisi sono 1.300 circa, ma è un bilancio destinato a salire. Dal 1948 al 6 ottobre 2023 il totale dei civili israeliani uccisi era di 1723. In una settimana, i civili morti in quattro guerre arabo israeliane, una con il Libano e due intifade, sono quasi pari. Questo ci fa capire il dramma che gli israeliani stanno vivendo».

L’idea di negoziare per arrivare a «due popoli, due Stati» è definitivamente naufragata?

«Chi dice che bisogna arrivare rapidamente al cessate il fuoco e a negoziati di fatto sostiene Hamas e ne legittima le azioni. Se Israele negoziasse con Hamas la legittimerebbe e si condannerebbe all’estinzione. Perciò, non ha altra scelta che vincere questa guerra in modo totale. L’Occidente deve sostenere Israele perché ciò che oggi sta subendo domani potrebbe accadere a noi in casa nostra. Diversamente, s’innescherebbe un processo a valanga che porterebbe alla negazione del diritto all’esistenza di tutti coloro che non si sottomettono al radicalismo islamico».

L’immigrazione dal Nordafrica è funzionale a questa strategia?

«Lo è. Ci sono tre fattori da considerare a riguardo. Il primo è il tracollo demografico europeo e in particolare italiano che crea un vuoto che viene colmato dalla cosiddetta accoglienza di milioni di clandestini prevalentemente islamici. Il secondo è che l’Europa è già profondamente islamizzata perché si è concessa ai musulmani una cittadinanza facile consentendo loro di avere una rete diffusa di scuole coraniche e moschee al punto che oggi, per esempio nel Regno unito e in Francia, ci sono aree islamizzate dove neppure la polizia entra».

E il terzo fattore?

«È che gli attuali governanti europei rappresentano in modo esplicito o implicito lo strapotere della grande finanza speculativa che promuove il Nuovo ordine mondiale tramite l’abbattimento degli Stati nazionali, lo scardinamento delle identità localistiche, l’omologazione dell’umanità in un meticciato universale. Questo porta le popolazioni europee a essere senz’anima e senza identità, perciò facile preda dei più arroganti e violenti».

Profughi e migranti non sono persone che scappano da miseria e fame più che militanti fondamentalisti?

«Le Procure italiane hanno accertato che tutti i clandestini in partenza dalle coste libiche per salire su imbarcazioni fatiscenti, talvolta perdendo la vita, pagano agli scafisti circa 3.000 dollari a testa. La Procura di Crotone, in riferimento al naufragio di Cutro, ha certificato che ciascuno dei 200 clandestini aveva pagato circa 8.000 dollari. Chi paga questi soldi non può essere un morto di fame. È una strategia d’invasione, anzi di auto-invasione, perché siamo noi che la promuoviamo».

In che senso?

«La consentiamo sapendo che dietro c’è la strategia pianificata da chi vuole destabilizzarci, promuovendo la sostituzione etnica e l’islamizzazione demografica dell’Europa».

È il complotto del piano Kalergi?

«Negli anni Venti il filosofo e politico austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi previde che la popolazione futura europea non sarebbe stata autoctona, ma una popolazione negroide-euroasiatica. Kalergi viene citato come fondatore del paneuropeismo, come il pioniere dell’Unione europea. Ma la mia riflessione non è un’analisi complottista che viene da lontano, leggo i fatti reali del presente».

L’ex ministro dell’Interno ed esponente del Partito democratico Marco Minniti dice che i terroristi non arrivano con i barconi, ma sono immigrati di seconda generazione, perciò il vero antidoto è l’integrazione.

«Sia il terrorista islamico che ha perpetrato la strage di Nizza nel luglio 2016 che quello che ha provocato la strage al mercato di Natale a Berlino sempre nel 2016 provenivano da Lampedusa. Tra coloro che arrivano con i barconi ci sono anche terroristi islamici, lo ha detto qualche giorno fa anche il ministro Matteo Piantedosi. Parlando d’integrazione ricordiamo che in prima fila alle manifestazioni pro Hamas in Europa, compresa quella di Milano dell’11 ottobre, ci sono giovani musulmani di seconda generazione con cittadinanza italiana. Evidentemente non si sono integrati».

Quali sono i centri di reclutamento e diffusione del fondamentalismo?

«Principalmente le moschee perché vi si predica ciò che Allah prescrive nel Corano e Maometto ha fatto e detto. Concetti che ispirano all’odio e alla violenza nei confronti dei miscredenti, cioè tutti i non musulmani a partire dagli ebrei dai cristiani».

Nel giugno del 2014 convocati da papa Francesco il presidente israeliano Shimon Peres e il leader palestinese Abu Mazen piantarono insieme un ulivo come simbolo di pace. Perché non è stato un nuovo inizio?

«Nella storia contano i fatti concreti. Nel settembre del 1993 il leader israeliano Yitzhak Rabin e quello dell’Olp Yasser Arafat si strinsero la mano davanti a Bill Clinton per suggellare gli accordi di Oslo. Nel 2000 lo stesso Arafat rifiutò di sottoscrivere a Camp David un accordo di pace con l’allora premier israeliano Ehud Barak. Un accordo che concedeva ai palestinesi uno Stato sul 97% dei territori occupati nel 1967 e la capitale nel settore orientale di Gerusalemme. Arafat preferì assecondare i terroristi pregiudizialmente contrari all’esistenza di Israele».

Nel suo libro Un miracolo per l’Italia cita Ben Gurion, fondatore dello Stato d’Israele: «Chi non crede ai miracoli non è realista». Cosa ci dice questo realismo a proposito di questa guerra?

«La nascita di Israele è stata un miracolo dopo 2000 anni di diaspora del popolo ebraico. Mi auguro che possa un giorno prevalere la pace tra israeliani e palestinesi. Ma me lo auguro nella consapevolezza che la conditio sine qua non è che vengano sconfitti ed eliminati i terroristi islamici e i terroristi palestinesi tout court. Perché sono loro a essere contrari alla pace».

 

La Verità, 14 ottobre 2023

«La surrogata altruistica è una trovata mainstream»

Aurelio Mancuso è uno dei leader, oltre che figura storica, del movimento arcobaleno italiano. Giornalista freelance, iscritto al Pd, fondatore e presidente di Equality Italia, associazione che vuole «rendere i diritti civili una proposta trasversale», ha scritto l’appello No Gpa (Gestazione per altri) sottoscritto da oltre 600 tra intellettuali, politici e amministratori locali soprattutto progressisti.

Mancuso, togliere il patrocinio ai pride vuol dire essere omofobi?

«Non significa tout court essere omofobi quanto, nel caso specifico, che la Regione Lazio avrebbe fatto bene a compiere le dovute e preventive verifiche. Ritirare il patrocinio perché non si è letto il documento di convocazione dell’iniziativa è un comportamento poco istituzionale. Ormai i pride sono manifestazioni tradizionali che travalicano chi li convoca e ai quali ragazzi e ragazze vanno come a una festa. Al presidente della Regione Lazio avrei consigliato di dare il patrocinio… Poi, certo, alcune cose contenute nel documento ha difficoltà a sostenerle anche un’istituzione governata dalla sinistra».

Dare il patrocinio vuol dire sostenere quella manifestazione, negarlo vuol dire essere omofobi e fascisti?

«Francesco Rocca è la stessa persona che da presidente della Croce rossa italiana ha cofinanziato una casa rifugio per ragazzi cacciati dalle famiglie perché omosessuali?».

Sì e lo rivendica e il pride si tiene anche senza patrocinio: la comunità arcobaleno non dovrebbe essere orgogliosa di non averlo?

«Esatto, il pride si fa lo stesso. Nelle democrazie europee e americane esponenti di destra e sinistra partecipano pur senza concordare con la totalità dei temi. Non è una manifestazione educata, ma per sua stessa natura maleducata. Mi auguro che oggi tanti ragazzi e ragazze partecipino. Altra cosa è ciò che pensano i suoi organizzatori».

Distinzione complicata: come si può dire viva il popolo del pride e abbasso i vertici?

«Io non dico abbasso i vertici. Chi organizza è colui che fa e, perciò, ha ragione. Non credo che le persone che ci vanno siano lì perché aderiscono integralmente al documento. Sarei curioso di sapere quanti tra i partecipanti l’hanno letto e sono consapevoli di ciò che contiene».

Lei oggi sfilerà?

«Da anni non lo faccio. Per non creare inutili tensioni con la mia presenza e preservare lo spirito di festa della manifestazione. Vorrei soprattutto che questi temi, che sono divisivi, fossero finalmente discussi nella comunità Lgbt».

Invece?

«C’è un rifiuto a confrontarsi. Chi non la pensa esattamente come i promotori viene etichettato come fascista e omofobo. E per me è davvero troppo».

C’è uno stigma anche tra voi?
«Se si eccettua Arcilesbica che è bersagliata tutti i giorni, sono l’unico omosessuale noto e che ha avuto un ruolo nel movimento a esprimere pubblicamente una posizione critica. Però non voglio fare uno contro tutti. Su molte delle questioni c’è accordo, mentre non c’è sull’autodeterminazione di genere, la Gpa e la prostituzione».

Che cosa pensa del linguaggio del documento del pride?

«Ne avrei usato un altro. Alcune questioni marginali venti o trent’anni fa ora sono diventate centrali. Chi un tempo non era protagonista oggi lo è».

Lei come l’avrebbe scritto?

«Mettendo in primo piano i diritti concreti e riconoscibili che vogliamo. Le unioni civili o il matrimonio egualitario, la riforma della legge sulle adozioni e della legge 164/82 sull’attribuzione del sesso, le norme di contrasto all’omofobia e all’omotransfobia. Temi presenti, ma talmente conditi di visioni e distinguo da risultare confusi».

Lo scontro è soprattutto sull’utero in affitto: la comunità Lgbt non vede la violenza di questa pratica?

«È un passo avanti che si evitino espressioni come maternità surrogata e utero in affitto. Forse si sta iniziando a riconoscere che sono pratiche disumane, che sfruttano le donne e trattano i bambini come oggetti. Tuttavia, anche parlare di Gpa altruistica e gratuita senza condannare queste pratiche è ultimamente ipocrita. La Gpa altruistica è un’invenzione del mainstream».

In che senso?

«Nel senso che non chiarisce che i bambini non si possono né comprare né vendere, ma nemmeno si possono donare o regalare. Anche la Gpa altruistica tratta il bambino come un oggetto a disposizione degli adulti, mentre è un soggetto».

La comunità Lgbt non si avvede della strumentalità di chiedere prima l’ovocita da una donna e poi di noleggiare l’utero di un’altra a pagamento?

«A me pare che non ci sia nessuna riflessione su questo tema. Prevale la volontà di dare una risposta al desiderio di adulti, trasformato erroneamente in diritto, di avere un bambino. Bisogna essere chiari: stiamo parlando al 90% di coppie etero e al 10% di coppie omosessuali. Ciò significa che parliamo di un tema molto marginale che solleva questioni etiche delicatissime ma che, riguardando persone con buone possibilità economiche per ricorrere a queste pratiche, coinvolge ristrettissime nicchie».

Molte sigle femministe internazionali approvano la proposta di legge italiana appena presentata di rendere l’utero in affitto reato universale.

«Il nostro appello No Gpa ha raccolto oltre 600 firme di intellettuali e personalità pubbliche contro la Gpa. È un reato che dovrebbe essere definito universale per ciò che avviene nel Terzo mondo, per la commercializzazione e lo sfruttamento sia del bambino che delle donne. Appellandoci alla risoluzione del 2015 del Parlamento europeo e ai pronunciamenti dell’Onu pensiamo si debba arrivare al bando internazionale di questa pratica. Molte persone che hanno firmato il nostro appello sostengono la legge in discussione in Parlamento, altre no. Abbiamo ricercato una sintesi, rispettando l’opinione di tutti. Probabilmente la legge sarà approvata, ma io rivolgo altre due richieste a Giorgia Meloni…».

Quali?

«La prima: eliminare le discriminazione dei bambini che non possono essere trattati come un pacco postale; cioè, se arrivano in Italia non si possono rispedire indietro. La seconda: se è d’accordo con la modifica della legge sulle adozioni allo scopo di accelerare i tempi. Qualcosa in questo senso è stato fatto con l’equiparazione delle adozioni speciali a quelle normali, ma si può fare ancora di più».

La prossima settimana l’utero in affitto sarà in discussione a Strasburgo. Visto che il Pd dice che la questione va risolta in Europa, perché questa discussione non l’hanno chiesta i democratici ma i conservatori?

«È evidente un certo imbarazzo da parte del Pd e non solo sul tema. Però quella discussione sarà un banco di prova evidente: la surrogata è una pratica da mettere al bando in tutto il mondo o no? Su questo si dovranno pronunciare. Vedremo come andrà a finire».

Perché su questi temi il Pd è in forte imbarazzo?

«Al netto di ciò che dicono i segretari di turno, non solo Elly Schlein, nel Pd ci sono posizioni differenti. Grazie al nostro documento è finalmente chiaro che tanta parte del Pd è contraria all’utero in affitto. Perciò, se non vuol essere il passacarte del movimento Lgbt, il partito deve aprire quella discussione che finora non ha voluto fare. Chi aveva posizioni critiche non riusciva a farsi ascoltare su questo tema. Negli ultimi anni non ho mai ricevuto un invito da una sezione del Pd, mentre ne ho ricevuti da associazioni esterne al partito».

Come giudica il fatto che nelle interviste Elly Schlein rifiuta le domande sulla surrogata e i diritti Lgbt?

«Una segretaria che si è esposta personalmente sbaglia a eludere le domande sull’argomento. Nel Pd esiste da anni un tavolo permanente di discussione con la comunità Lgbt. Purtroppo, da quando ho messo in discussione il ddl Zan non sono più stato invitato. Mi auguro che Schlein cambi questa pratica antidemocratica dentro un partito che si chiama democratico».

Che cosa indica il fatto che negli ultimi due anni l’acronimo arcobaleno è raddoppiato, da Lgbt+ è diventato Lgbtqiak+, da quattro lettere a otto?

«Il continuo allungarsi dell’acronimo è indice di confusione culturale e divisione. Non si possono declinare tutte le identità e aspirazioni, mettendole sullo stesso piano. Molte specificità non sono nemmeno rappresentabili in quelle otto lettere. Se si vogliono nominare tutte le identità si finisce per annullare tutte le identità».

Perdoni l’ignoranza, che identità rappresenta la lettera I?

«Le persone Intersex, che nascono con apparati genitali non del tutto definiti. La richiesta è di non essere soggetti già alla nascita alla scelta del sesso, ma aver tempo di decidere. Ovviamente, parliamo di una minuscola minoranza, tuttavia soggetta a grandi sofferenze».

E la lettera A?

«Dovrebbero essere gli asessuali o gli asessuati o gli aromantici, mi sono perso anch’io. Chiunque siano, mi domando quale diritto legislativo chiedano».

Nel documento del Roma pride si parla dei «comportamenti kinky» specificando il rifiuto della contestazione «degli scambi di potere consensuali»: cosa significa?

«Sebbene sia allenatissimo nell’interpretazione di queste formule, questa parte risulta criptica anche a me. Auspico che venga chiarita meglio. Il tema del rapporto di potere tra i sessi è delicatissimo».

È sbagliato pensare che l’espressione «scambi di potere consensuali» celi un’apertura ai rapporti pedofiliaci?

«In un passaggio si parla di bambini arcobaleno che sfilano vicino a coloro che usano strumenti sadomaso. Sono nettamente contrario alla pedofilia. È uno stigma che negli anni è stato erroneamente affibbiato all’omosessualità. Il documento è così nebuloso che attendo chiarimenti. Sono sicuro che nessuno voglia aprire il minimo spiraglio a questo tipo di crimini».

Un altro punto è l’insistenza sulle identità alias che si vorrebbero riconosciute nelle scuole, nei posti di lavoro, nell’esercizio del voto…

«L’autodefinizione di sé è un tema che non riguarda solo l’Italia. In tanti Stati dove si è liberalizzato, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, ora si sta tornando indietro perché ci si è accorti dei tanti problemi che comporta, per esempio, nelle competizioni sportive. Mi spiace che anche questo tema venga affrontato con una certa brutalità. Il problema esiste, ma le soluzioni arrivano solo alla fine di un confronto sociale e culturale approfondito. Solo a questo punto si può giungere a una normativa corretta e rispettosa di tutte le componenti».

 

La Verità, 10 giugno 2023

«Vogliamo esportare in Europa il modello italiano»

Spalle larghe. E non solo perché Paolo Barelli, 68 anni, romano, capo dei deputati di Forza Italia, è stato un nuotatore di livello internazionale, con importanti vittorie nel delfino e nello stile libero. E nemmeno perché da presidente ha portato la Federazione italiana nuoto a essere la più vincente della nostra storia sportiva. Spalle larghe perché fronteggia l’opposizione interna al partito capeggiata da Licia Ronzulli che, per un breve intervallo, era riuscita a sostituirlo con Alessandro Cattaneo alla guida dei deputati azzurri. Ci ha pensato un mese fa Silvio Berlusconi a restituirgli il ruolo. L’altro ieri, però, è finito anche lui sotto accusa per il mancato raggiungimento della maggioranza alla Camera nel voto sullo scostamento di bilancio da inserire nel Documento di economia e finanza (Def) per aumentare di un punto il taglio del cuneo fiscale.

Perché la votazione sul Def è andata male? La maggioranza di centrodestra è già in crisi?

«Ma quale crisi! Sottolineo che non doveva accadere e che occorrerà essere più attenti a particolari votazioni nelle quali sono previste maggioranze dei presenti che non tengono conto dei colleghi in missione, cioè impegnati in ambito istituzionale. Non doveva succedere. Detto ciò, 12 ore dopo è stato colmato l’errore e il Def è stato votato con una maggioranza netta. Tutti i partiti di maggioranza sostengono il Documento di economia e finanza varato dal governo con il contributo del Parlamento. Questo documento definisce le azioni in ambito economico e sociale per il 2023, ma ben più per i prossimi anni, in ossequio alla volontà di Forza Italia e del governo di imprimere una svolta allo sviluppo del nostro Paese dopo le crisi drammatiche quali la pandemia, la guerra in Ucraina, il costo dell’energia e delle materie prime».

Che strascichi potrà lasciare nella maggioranza questo «brutto scivolone»?

«Assolutamente nessuno, in quanto, tutti i partiti della maggioranza lavorano per lo stesso obiettivo che è quello di far uscire il Paese dalla crisi nel più breve tempo possibile. Ognuno dei tre partiti su cui poggia la maggioranza ha la propria storia e le proprie peculiarità, ma la forza di questa coalizione sta proprio nel saper sommare le caratteristiche positive di ciascuno, concretizzate in un programma comune e indiscutibilmente premiate dagli elettori il 25 settembre».

Forza Italia sta superando il momento di difficoltà legato allo stato di salute di Silvio Berlusconi. Si avvicina il giorno del suo completo ristabilimento?

«I medici sono cauti e noi rispettiamo il loro giudizio. Detto questo l’ho sentito più volte in questi giorni, è attento a tutte le questioni, quelle del nostro partito così come quelle parlamentari, fornendo suggerimenti e indicazioni utili per le nostre attività. Quindi con immenso piacere lo sentiamo, come sempre, vicino e sul pezzo».

Nel momento di massima crisi qualcuno nel partito ha cominciato a fare progetti sul futuro?

«È normale sentirsi in apprensione per la temporanea indisponibilità del proprio leader. Mai però ci siamo sentiti in crisi. Che Berlusconi sia Forza Italia e Forza Italia sia Berlusconi non è una novità, e nessuno può pensare di sostituirlo. Berlusconi è un leader che da trent’anni domina la scena politica italiana e internazionale, è unico e anche gli avversari più agguerriti in questi giorni hanno lo hanno ammesso. Un protagonista ineguagliabile della vita del nostro Paese».

Quanto è opportuno parlare di una Forza Italia senza Berlusconi?

«Berlusconi c’è, questa è la realtà. È lui che detta la strada a noi di Forza Italia ed è lui che guarda al futuro indicando e discutendo con noi su come affrontare le sfide che abbiamo davanti in un periodo storico, politico e sociale molto complicato».

Carlo Calenda ha parlato anche di fine della Seconda repubblica e di una Forza Italia in fase di scioglimento.

«Calenda con quelle dichiarazioni pare abbia portato sfortuna a sé stesso. Da settimane ormai i due galli del pollaio, Calenda e Renzi, si beccano e, come sembra, non possono coesistere decretando nei fatti il fallimento del “loro” terzo polo».

Un altro passaggio chiave è stato il ritrovamento dell’unità attorno alla linea governista del partito?

«Berlusconi ha inventato il centrodestra di governo. Giorgia Meloni è stata ministro di un governo presieduto da Silvio Berlusconi. Oggi un governo di centrodestra guida il nostro Paese. Come si può pensare che Forza Italia non sia un partito governista. Lo è stato quando il presidente Mattarella ha promosso un governo di unità nazionale a causa del dramma dovuto dalla pandemia. Lo è ancor di più ora che grazie anche a Forza Italia ha vinto le elezioni lo scorso 25 settembre».

Lei è stato capogruppo alla Camera per un anno dall’ottobre 2021: che cosa ha portato alla sospensione dell’incarico dell’ottobre scorso? 

«Il mio incarico nei fatti è terminato con la fine della legislatura, quindi non c’è stata alcuna sospensione».

Le motivazioni vanno individuate negli equilibri interni a Forza Italia o c’entrano, in qualche modo, anche le vicende collegate alla sospensione da presidente della Fin?

«Gli equilibri interni li definisce Berlusconi nell’interesse del partito. E per nulla può entrarci la mia seconda passione, oltre la politica, di dirigente sportivo, perché se fosse per lo sport dovrei essere un “Superman della politica”. Basta andare sul sito della Federazione italiana nuoto per vedere il numero di medaglie e di successi organizzativi che in vent’anni sono stati conseguiti sotto la mia presidenza».

Considerando che il Coni dovrebbe esserle riconoscente per i risultati della Fin da lei presieduta, che speranze ha che le accuse sulla ristrutturazione della piscina del Foro Italico vengano definitivamente fugate?

«Le ribadisco che non esiste nessuna accusa in tal senso. È vero che nel gennaio 2014 fu avanzata dal Coni un’accusa nei riguardi della Federazione nuoto ed è inconfutabile che, pubblici ministeri e giudici seppur nella sola fase preliminare, si sono dovuti interessare al caso. Ma è altrettanto certo che ben sei magistrati hanno con chiarezza determinato “in fatto e in diritto” che la federazione ha avuto comportamenti corretti e rispettosi delle leggi. Quindi abbiamo solamente ricevuto complimenti».

Berlusconi l’ha voluta nuovamente a capo dei deputati del partito nell’ottica di un avvicinamento alla linea di Giorgia Meloni?

«Conosco Giorgia Meloni da oltre venti anni. Giovane consigliere della provincia di Roma eletta nel 1998; brava, “secchiona”, dotata di forte volontà, di evidente capacità e determinazione. La stima che ci lega proviene da quegli anni di governo di centrodestra locale romano che rappresentò la prova generale dei governi nazionali di centrodestra poi susseguitisi. Io sono un militante di Forza Italia che rappresenta un pilastro del governo Meloni, per la vocazione che il mio partito ha nel popolarismo europeo, nell’atlantismo, nel liberismo e nella cultura cristiana. È scontato che anche il mio contributo di capogruppo in Parlamento sia utile a valorizzare la coesione della coalizione che sostiene Giorgia nel cammino di governo in un periodo non semplice per l’Italia, per l’Europa e per l’intero pianeta. E le elezioni europee del 2024 già si vedono all’orizzonte».

Il coordinatore del partito Antonio Tajani ha annunciato una convention a Milano per il 5 e 6 maggio prossimi: con quale obiettivo?

«È la prima convention da quando il centrodestra è tornato al governo. I nostri ministri, viceministri, sottosegretari, parlamentari hanno grandi responsabilità ed è giusto che incontrino dirigenti e militanti per discutere su quanto fatto e su ciò che ci attende nel prossimo futuro. Oltre alle elezioni amministrative quelle europee dovranno vedere Forza Italia protagonista».

C’è il pericolo che in quell’occasione si cristallizzino le correnti, governisti da una parte e ronzulliani dall’altra?

«Ma che dice. In Forza Italia c’è un solo indiscusso leader, Silvio Berlusconi. E Berlusconi è governista. Vuole un governo forte e risoluto su ogni tema che favorisca la ripresa economica, la competitività delle aziende, il lavoro, specialmente quello giovanile, e le famiglie. Vuole un governo che porti a 1000 euro entro fine legislatura le pensioni minime. E vuole che l’Europa diventi un continente che possa competere con i mercati internazionali per favorire il futuro delle nuove generazioni».

Nei giorni scorsi si è registrato l’ingresso in Forza Italia dell’ex M5s Giancarlo Cancellieri e Tajani ha parlato di nuovi arrivi dal Pd.

«È vero, Forza Italia è molto attrattiva, se è vero come è vero che un deputato europeo del Pd importante come Caterina Chinnici ha espresso il desiderio di entrare nel nostro gruppo parlamentare a Bruxelles. Ma altri ne giungeranno».

Perché a suo avviso non riusciamo a liberarci di questo dibattito su fascismo e antifascismo?

«È davvero stucchevole. Ogni anno il 25 di aprile c’è chi vuole misurare il grado di “libertà e democrazia” del prossimo. L’opposizione, o chi per essa, facendo così dimostra di non aver argomenti seri da trattare e si perde in polemiche di altri tempi. Può essere mai possibile che Forza Italia stia al governo con chi non professa sentimenti di democrazia, comprensione e tolleranza nei confronti di chi ha idee diverse dalle nostre?».

Che problemi pone alla nascita del nuovo partito repubblicano su modello americano il fatto che Fratelli d’Italia sia nel gruppo dei conservatori e riformisti e Forza Italia nel Ppe?

«Le elezioni europee rappresenteranno uno spartiacque. Il centrodestra di governo, modello Italia, vorrà, secondo la mia opinione, esportarlo anche in ambito europeo. Non so in quale forma possa accadere, ma sono sicuro che avverrà una svolta. Forza Italia è già parte della maggioranza in Europa in quanto parte del Partito popolare europeo e un governo con conservatori e liberali sarebbe auspicabile».

Se il voto del 2024 premiasse i partiti europei moderati, una maggioranza composta da Ecr e Ppe consentirebbe una più facile gestione del patto di stabilità e dell’immigrazione?

L’immigrazione è un problema molto più complesso della valutazione dei singoli paesi e partiti. Se l’Europa non vara un piano globale e comune, che eviti di lasciare soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in futuro sarà una vera tragedia. Occorrono subito politiche, in particolare riguardo all’Africa, di cui tutta la comunità internazionale deve farsi carico».

 

La Verità, 29 aprile 2023

«Come fermare l’ondata di migranti dalla Tunisia»

Un uomo di sinistra figlio di un generale dell’Aeronautica militare. Calabrese, ex Lothar dalemiano, esperto di intelligence apprezzato da Francesco Cossiga. Dopo alcuni ruoli di vertice nei governi precedenti, Marco Minniti ha lasciato il segno come ministro dell’Interno dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni che lo nominò nel dicembre 2016. Cinque anni dopo, nel febbraio 2021, si è dimesso da deputato del Pd. Da due anni presiede Med-Or, fondazione che, voluta dal cda di Leonardo, promuove le relazioni nell’area del Mediterraneo, del Medio ed Estremo Oriente.

La tragedia di Cutro e il naufragio con 30 dispersi sulla costa libica indicano che siamo di fronte a un nuovo aggravamento dell’emergenza migranti?

«Siamo innanzitutto di fronte a due tragedie che ci riportano al fatto che le migrazioni non sono un’emergenza. Questo può sembrare una contraddizione. Ma se vogliamo evitare nuovi eventi drammatici dobbiamo pensare all’emigrazione come a un dato strutturale che ha accompagnato l’umanità nel passato e l’accompagnerà nel futuro. Anzi, è lecito prevedere che nei prossimi anni avremo un incremento dei movimenti delle persone nel mondo».

Per quali motivi?

«Innanzitutto per le ragioni classiche: guerre, carestie e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita. A queste si aggiungeranno i cambiamenti climatici che potrebbero causare spostamenti consistenti. Infine, c’è una parte di popolazione, quella più giovane che, indipendentemente dal Paese di nascita, si ritiene cittadina del mondo. Se le migrazioni sono un dato strutturale significa che le politiche emergenziali non sono adeguate ad affrontarlo».

Qual è il suo pensiero sulla tragedia di Cutro?

«Nel momento in cui ci sono più di 80 morti in mare, oltre ad attendere gli esiti dell’inchiesta giudiziaria, considerato il coinvolgimento di più ministeri, il governo avrebbe dovuto promuovere un’indagine interna guidata dalla presidenza del Consiglio».

A quale scopo?

«Arrivare al consiglio dei ministri di Cutro, 13 giorni dopo i fatti, con la ricostruzione di ciò che era avvenuto. E, in secondo luogo, avendo stabilito nuove regole d’ingaggio per evitare che una tragedia simile possa ripetersi».

Non è ciò che ha tentato di fare con il decreto flussi?

«Mi scuso per il ruolo da Grillo parlante. La tragedia si è consumata sulla rotta del Mediterraneo orientale: la stragrande maggioranza dei morti aveva diritto alla protezione internazionale provenendo dall’Afghanistan, dalla Siria e da altri territori drammaticamente in crisi. Per spostarci sullo scenario più vicino, nel Mediterraneo non è più procrastinabile un piano dell’Europa per i paesi nordafricani più esposti agli effetti della guerra in Ucraina. Alcuni di questi dipendevano per l’80% dal grano russo o ucraino. Egitto e Tunisia stanno pagando il prezzo di una drammatica crisi alimentare».

Perché attualmente la Tunisia è il primo fronte dei flussi migratori nel Mediterraneo?

«Perché viveva di turismo, azzerato dalla pandemia. Si stava appena riprendendo quando la guerra ha provocato la nuova, gravissima, crisi alimentare. Non può farcela da sola».

Dalla Libia si attende una nuova ondata di migranti. Che fine ha fatto l’accordo che da ministro dell’Interno aveva firmato con quel Paese coinvolgendo i sindaci e i capi delle potenti tribù locali?

«La Libia si è ulteriormente e drammaticamente spaccata. C’è stata una guerra civile e oggi abbiamo i Russi in Cirenaica e i Turchi in Tripolitania. Per la prima volta nella storia moderna un solo Paese, la Turchia, controlla entrambe le rotte d’ingresso in Europa, quella del Mediterraneo centrale e quella del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Un capolavoro a rovescio dell’Europa».

Roberto Saviano l’accusa di aver operato per la creazione dell’«inesistente zona Sar libica».

«Temo non sappia di cosa sta parlando. Gli accordi per le zone Sar sono negoziati con l’intera comunità internazionale, non sono attività di un singolo ministro o di un singolo Paese. Fino alla fine del mio mandato, la Guardia costiera italiana ha compiuto numerosi interventi di salvataggio in acque libiche. In quei 16 mesi abbiamo avuto una riduzione di arrivi in Italia di circa 120.000 persone, non abbiamo chiuso nessun porto ed è drasticamente diminuito il numero di morti in mare. Inoltre, le Nazioni unite, tornate in Libia grazie all’Italia, hanno fatto 27.000 rimpatri volontari assistiti da quel Paese».

Quale ruolo deve avere oggi l’Europa nel Mediterraneo?

«Avrebbe già dovuto aver pronto un piano d’investimenti per la stabilizzazione economico-sociale, la crescita e la prosperità del Nordafrica. Auspico che al prossimo Consiglio europeo Bruxelles metta a disposizione un fondo immediatamente spendibile di 3 miliardi di euro. Sarebbe il primo passo per siglare un accordo strategico sui flussi migratori».

Cosa la fa essere così ottimista sui tempi di reazione dell’Unione europea?

«Nel 2015, per frenare i flussi balcanici e stringere un accordo con la Turchia, l’Ue stanziò subito 3 miliardi, la cifra di cui parlo adesso, più altri 3 in una seconda tranche».

Quella volta c’era l’interesse diretto della Germania.

«La Germania era in prima linea e i soldi li mise l’intera Europa. Ricordiamo l’immagine di Angela Merkel che fece piangere la bambina rifugiata palestinese spiegandole che non avrebbe potuto entrare. Questo patto andrebbe siglato subito, sapendo che è in atto una straordinaria campagna di penetrazione in Africa della Russia, che si aggiunge all’influenza già molto forte della Cina».

Ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto a segnalare il ruolo della brigata Wagner?

«Non è che la brigata Wagner gestisca i flussi migratori del Nordafrica. Tuttavia, come si deduce dal discorso di Vladimir Putin del 24 febbraio scorso, la Russia ha fatto una scelta nell’orizzonte di una guerra lunga o lunghissima decidendo di rendere l’Africa il fronte secondario di una guerra asimmetrica».

Cosa vuol dire?

«Che nonostante il drenaggio di uomini che il conflitto in Ucraina comporta per l’esercito russo, la Wagner non ha mai abbandonato i territori africani, dalla Cirenaica al Mali, dal Burkina Faso al Sudan».

Come si sviluppa questa guerra asimmetrica?

«Anche attraverso i grandi movimenti demografici. Con l’inizio del conflitto, sul fianco Nord Est dell’Europa si è verificato un movimento di 10 milioni di profughi, una parte dei quali sono rientrati mentre circa 4,5 milioni sono ancora in Europa. Se a questi movimenti a Nord Est si aggiunge il flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo centrale, si vede che l’Europa è schiacciata in una tenaglia umanitaria. Per questo il patto per il governo legale delle migrazioni deve comprendere anche il Sahel, che è il vero confine meridionale dell’Europa».

Come dovrebbe realizzarsi?

«Prendiamo l’esempio dell’India con la quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha di recente avviato un nuovo e importantissimo dialogo. Nel 2022 l’India, appena diventata prima potenza demografica del mondo, superando la Cina, ha incassato rimesse legali per 100 miliardi di dollari dai propri migranti. Questo ci suggerisce come operare. I Paesi africani possono aiutarci a governare gli ingressi legali traendone immediato beneficio con le rimesse dei loro migranti. La forza demografica dell’Africa sarebbe una risorsa per loro e non sarebbe più una minaccia per noi».

In caso di reale integrazione.

«Infatti, parliamo di canali legali. Se si fugge da guerre, carestie o terremoti, si arriva in Europa attraverso i corridoi umanitari».

Non è quello che si prefigge il decreto flussi?

«È giusto controllare gli ingressi in Italia, ma va cambiata la prospettiva. Facciamo l’esempio della Tunisia. L’Italia potrebbe consentire 20.000 ingressi legali l’anno, gestendoli attraverso i consolati. Si compilano delle liste. In attesa che la pratica venga definita, queste persone frequentano corsi di italiano, di cultura generale e di formazione professionale finalizzati al mercato del lavoro italiano. Un progetto così consentirebbe anche l’impiego di giovani italiani all’estero in qualità d’insegnanti. A percorso completato, chi arriva sarebbe già in possesso di un background di integrazione».

Integrazione e sicurezza servono a sconfiggere la criminalità e il terrorismo prodotti dagli ingressi illegali?

«Gli attentati di matrice islamica nelle città europee degli anni scorsi non provenivano dalla Siria o dall’Iraq, ma da cittadini della nostra Europa, cioè figli di un’integrazione sbagliata o mancata. Il corrispettivo della gestione comune degli ingressi legali è l’impegno a contrastare i traffici illegali e a favorire il rimpatrio immediato degli irregolari».

La minaccia del terrorismo islamico in Europa è debellata?

«In questo momento l’Africa è con l’Afghanistan il principale incubatore di terrorismo internazionale. Nei giorni scorsi uno dei leader di Al Qaeda Maghreb ha pubblicato un video in cui si vedevano due capi Tuareg che giuravano fedeltà ad Al Qaeda, fatto inusuale e allarmante. Il Sahel, il Corno d’Africa e la Libia sono potenziali basi operative di nuovo terrorismo alle porte dell’Europa. Qualche anno fa Sirte, la moderna capitale libica, era controllata dai miliziani dello Stato islamico. La Russia conosce lo scenario: per Mosca tutto ciò che può destabilizzare l’Europa e l’Occidente va nella giusta direzione».

Quadro apocalittico.

«Ma reale. L’Occidente e l’Europa non devono mai smarrire questa consapevolezza: ogni giorno che passa senza un intervento europeo è drammaticamente perduto».

Come dovrebbe connettersi questa iniziativa con il protrarsi della guerra in Ucraina?

«C’è un filo rosso che la lega al Mediterraneo e all’Africa. L’onda d’urto energetica, quella umanitaria e quella della sicurezza globale partono dall’Ucraina e si riverberano in Africa e nel Mediterraneo. Dicendolo in una parola, per costruire una pace stabile e duratura in Ucraina c’è bisogno di un nuovo ordine mondiale, impossibile da costruire senza il Sud del mondo».

Per chiudere le chiedo un pensiero sul Pd che ha una nuova segretaria. Nel dicembre 2018 lei ritirò la candidatura favorendo Nicola Zingaretti «per salvare il partito». Le sembra si stia salvando?

«Nella mia precedente vita mi occupavo di filologia classica. Il mio rapporto con il Pd è lo stesso che ebbe Catullo con Lesbia. Dopo averle dedicato struggenti poesie da innamorato, si rese conto che era un amore impossibile e scrisse il Carme VIII: “Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo”».

 

La Verità, 18 marzo 2023

 

«Costruiamo il futuro, no alla società del controllo»

Caro Giordano Bruno Guerri, per cominciare le chiedo un piccolo sforzo di fantasia: oggi che consiglio darebbe Gabriele d’Annunzio a Giorgia Meloni?

«Se parlasse ai suoi tempi direbbe di rifare grande l’Italia. Ma non credo che oggi D’Annunzio spingerebbe il nazionalismo, semmai l’innovazione: perché è questo il modo per difendere la nazione».

Invece lei, uomo contemporaneo, come valuta i primi due mesi del nuovo governo?

«Due mesi sono pochi, eppure leggo già molti giudizi taglienti. All’inizio un governo, per di più nato nelle condizioni che sappiamo, si deve organizzare com’è capitato a tutti gli esecutivi. La mia prima sensazione è positiva, Giorgia Meloni mi sembra solida ed essenziale. D’altra parte ravviso la tendenza a un conservatorismo che non mi piace».

Dove lo vede?

«Per esempio, sulla scuola. Il merito è certamente un criterio da valorizzare, ma non vedo ancora gli strumenti per farlo. Oppure la legge sui rave party, intendiamoci, una legge necessaria, ma all’inizio stesa molto male. Gli esempi non mancano».

Se non ho capito male, è contento di non essere diventato ministro.

«Ha capito bene. L’avrei fatto per senso del dovere e gusto della sfida. Sarei entrato in un mondo che non ho mai frequentato se non marginalmente. Ma la mia vita ne sarebbe stata devastata, soprattutto perché avrei dovuto lasciare il Vittoriale».

Presidente e direttore generale della Fondazione Vittoriale degli Italiani dal 2008, Giordano Bruno Guerri, scrittore, storico eminente e già direttore editoriale di marchi prestigiosi, è impegnato a rendere sempre più attraente e moderna la casa museo più visitata al mondo. Nell’anno che si sta chiudendo il Vittoriale ha superato i 260.000 visitatori, 19.000 in meno del 2019, anno record, ma 100.000 in più del 2021. Perciò si può dire che «si è messo alle spalle la crisi del Covid e la guerra e ora prepara nuove iniziative in occasione delle manifestazioni per Bergamo e Brescia Capitale italiana della cultura per il 2023 come GardaLo!, il primo festival culturale della sponda lombarda del lago di Garda».å

Oltre alla cura del Vittoriale, qual è la vita che da ministro sarebbe stata compromessa?

«Adesso, per fare un esempio concreto, sono all’estero con la mia famiglia…».

Come trascorrerà il Natale?

«Visiterò il Marocco. Ritengo sia un bene che i miei figli conoscano il mondo arabo. E poi mi depurerò dall’assalto di luci, presepi e babbi natale».

È una presa di distanza dal cristianesimo o dal consumismo?

«È un allontanamento dai riti e dalle abitudini di questo periodo, dalla finzione di armonia e dai pranzi eccessivi».

Tornando al governo, trova conferma l’idea che Meloni e il suo partito non dispongano di una valida classe dirigente?

«Credo che la classe dirigente la stiano preparando, ma non si forma né in un anno né in dieci. È un lavoro lungo e complesso, nel frattempo si opera con quello che c’è».

L’esecutivo ha perso compattezza sulla legge contro i rave party e sui temi economici?

«Credo ci sia una visione diversa fra i partiti della maggioranza che crea conflitti che si spera restino piccoli. Non vedo un difetto nel correggere alcune decisioni, ma la capacità di riconoscere gli errori e di porvi rimedio».

Un’altra obiezione della campagna elettorale riguardava il ritorno al potere del fascismo in caso di vittoria di Giorgia Meloni.

«Il fascismo è un fenomeno storico morto e sepolto. Credo che nessuno ai vertici di Fratelli d’Italia lo rimpianga. Piuttosto, ci potrebbe essere un ritorno al conservatorismo di Dio, patria e famiglia che non è una formula propria del fascismo, ma tipica anche dei governi democristiani. Personalmente penso che converrebbe puntare energie e risorse in altre direzioni».

Quali?

«Vigilerei sul dominio degli algoritmi e dell’economia digitale sulle persone. A questo proposito apprezzo il comportamento di Giorgia Meloni nei confronti dell’Europa. Che non è una chiusura pregiudiziale, ma la difesa del controllo nazionale di fronte alla pressione economica europea che spesso si configura come un secondo governo, potenzialmente schiacciante».

Con il movimento «Italiani liberi» fondato con l’antropologa Ida Magli avevate messo in guardia da questi pericoli.

«A metà anni Novanta denunciavamo la possibilità di una sopraffazione dei popoli in favore di un’omogeneità non realizzabile in tempi così brevi. Mi sembra che il governo Meloni stia muovendosi nella direzione giusta, collaborando con l’Unione europea ma, quando occorre, mantenendo una politica distinta come sulla gestione degli sbarchi e l’arrivo degli extracomunitari».

O come sull’adesione al Mes: si è detta pronta a firmare con il sangue la decisione di non prenderlo.

«Concordo nel merito della decisione, ma forse certe battute a effetto andrebbero evitate perché l’Europa non è spiritosa».

La cultura del politicamente corretto e l’avvento della pandemia hanno rafforzato la tendenza all’omologazione?

«La pandemia ha aperto un varco terribile all’estensione del controllo degli individui. La possibilità di chiudere tutti in casa, di dire a che ora uscire e a che ora rientrare è un precedente di gestione delle masse molto pericoloso. Se si verificasse una crisi economica di gravi proporzioni, chissà cosa potrebbe fare un governo per limitare l’indipendenza dei cittadini».

È il capitalismo della sorveglianza.

«Possiamo chiamarlo così ed è sempre più pressante. Non solo nella sorveglianza, ma anche nell’indirizzo del pensiero e dei comportamenti. Il politicamente corretto è già una componente e un risultato di questo indirizzo che non si limita al divieto di pronunciare la parola “negro”, ma tende a promuovere una forma di pensiero unico».

Qualcosa si è visto negli annunci di alcuni politici di vertice europei che si sono auto-investiti del compito di vigilare sul comportamento del governo italiano.

«Il pensiero unico avanza e si estende. Mi ha molto confortato sapere che in America alcuni intellettuali come Noam Chomsky stanno fondando nuove università per rompere questo accerchiamento».

L’emergenza sanitaria giustificava la richiesta di maggiore disciplina ai cittadini?

«Io non sono no vax e penso che la salute venga prima di tutto. Ma si è visto che si sono commessi degli errori e che la stretta dei governi italiani, al plurale, è stata inferiore solo a quella del governo cinese. Che ci siano stati eccessi è comunemente riconosciuto. È particolarmente grave che per proteggerci dal Covid si sia danneggiata la salute riguardo ad altre malattie più gravi, per esempio rinviando o cancellando gli esami preventivi per il cancro. Sembra sia stata un’esercitazione generale per un controllo strettissimo. Lo si vede anche oggi… La difesa a oltranza del pos e il rifiuto di alzare il tetto al contante potrebbero preludere a nuove forme di controllo».

Viviamo in una specie di distopia?

«Il timore è che questo sia l’inizio, non un episodio estemporaneo».

Ci vorrebbe un volo sopra Bruxelles come quello di D’Annunzio su Trieste?

«Non credo basterebbe. Probabilmente lo abbatterebbero».

L’accusa di ritorno al potere del fascismo è un’intimidazione preventiva prima che Meloni muova le sue pedine?

«Certamente. Il pericolo fascista viene usato come un manganello dalle sinistre. Che deve fare quella povera donna più che piangere durante la visita al museo ebraico di Roma?».

È stato un pianto un po’ tardivo?

«E quando doveva farlo, appena nata? Non mi sembra che abbia mai manifestato amore per il fascismo. C’è quella sua intervista a 16 anni… Ma lei si riconoscerebbe in ciò che pensava a 16 anni? È politicamente scorrettissimo rinfacciargliela, per altro da parte dei più strenui militanti del politicamente corretto».

È giusto che il nuovo governo estenda la sua influenza nei posti di comando o dovrebbe mostrarsi più liberale?

«A me sembra sia una cosa normale, sempre avvenuta e sia giusto che avvenga. L’esempio americano di spoil system è limpido e nessuno si scandalizza. Piuttosto dev’esserci attenzione affinché vengano scelti uomini di qualità perché se sostituisci un bravo avversario con un amico inetto ti giochi una fetta di credibilità».

Dopo decenni di egemonia culturale della sinistra è giusto puntare a una nuova mappa?

«Ho paura delle egemonie di sinistra come di quelle di destra. La cultura è un unicum in movimento e non ha colore… Non auspico che si passi dal rosso al nero, ma che si realizzi un processo di maturazione attraverso la scuola e nelle istituzioni, senza preoccuparsi di instaurare nuove egemonie».

Qualcuno osserva che Meloni è troppo timida, per esempio sulla Rai.

«Il governo è in carica da due mesi e sta affrontando la legge di bilancio e il Pnrr. Buttarsi sulla Rai sarebbe una mossa goffa e sbagliata. Credo sia una necessità da affrontare in un secondo momento, sempre se ci saranno gli uomini giusti per farlo».

Concorda con la decisione del ministro Giuseppe Valditara di vietare l’uso dei cellulari in classe?

«Certamente, il cellulare è uno strumento privato che permette attività che non c’entrano con il lavoro scolastico. Spero che verrà un momento in cui le classi saranno dotate di computer per favorire una didattica più adeguata e moderna. Una cosa è aiutare la ricerca, un’altra andare su TikTok. Finché non si potrà fornire tutti di i-pad è corretto proibire il cellulare. I miei figli li mando a scuola senza telefono senza che me lo dica il ministro».

Non legge Tolkien né Roger Scruton: che autore consiglierebbe a Meloni?

«Premetto che non detesto Tolkien, ma non ho interesse per Il Signore degli anelli. Personalmente trovo affascinante Yuval Noah Harari, l’autore di Homo Deus. Breve storia del futuro e 21 lezioni per il XXI secolo».

Vorrebbe maggiore attenzione alla contemporaneità?

«Auspico una classe dirigente più vigile e progettuale sul futuro. Per esempio, il problema della denatalità è gravissimo perché si rischia la scomparsa di un popolo e di una cultura. Giustamente ci vantiamo del made in Italy, ma quando non ci saranno più persone in grado di realizzarlo sparirà. Servono misure energiche per favorire la natalità, uno dei problemi principali del nostro Paese».

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo dice che nel 2070 ci saranno 11 milioni d’italiani in meno.

«Il cittadino comune se ne frega del 2070, ma è giusto che gli uomini di Stato si pongano questo problema come priorità assoluta. Progettare il futuro è il massimo compito della politica».

 

La Verità, 24 dicembre 2022

«L’Occidente ha perso cancellando le sue radici»

Ferdinando Camon fa l’autostop. «Non guido più e qui i mezzi pubblici sono sporadici», confida. L’ho raggiunto in un paesino della Val Zoldana, dove ha una casa che guarda il Pelmo, per parlare di Occidente, il romanzo-saggio sul terrorismo pubblicato la prima volta nel 1975 da Garzanti e ora riproposto in una nuova versione dalla vivace Apogeo di Adria. Ma il racconto della vita quotidiana di questo scrittore appartato, dallo sguardo lucido ma non cinico, che la moglie Gabriella Imperatori chiama Dino, è anch’esso interessante.

A 86 anni è pieno di risorse.

«Mi metto sul ciglio della strada e agito la mano. Qualcuno lo scambia per un saluto e tira dritto, qualcun altro capisce e si ferma».

Starà qui tutta l’estate?

«Finché Padova sarà torrida. Con il caldo non riesco a scrivere bene, qui mi ossigeno e recupero la lingua».

Cosa sta scrivendo?

«Ho appena risistemato Occidente ed è abbastanza per un po’, non crede? Scrivo per i giornali. L’altro giorno quelli del Mattino di Padova si sono rivolti alla Questura perché il cellulare era irraggiungibile e si erano preoccupati… L’isolamento telefonico di una vallata è inammissibile. Per fortuna il bar del paese ha un buon wifi».

Comunicazione e trasporti ridotti a parte, ci sta bene?

«Sono le mie montagne. Adesso mi vede vecchio e malandato, ma ho fatto il militare da ufficiale degli alpini lì, sul Pelmo. Per salire in vetta bisogna percorrere una cengia larga 35 centimetri, esposta su uno strapiombo. Bisogna strisciare sulla pancia, infatti si chiama Passo del gatto. L’ho fatto guardando la parete della montagna che è costellata di foto di ragazzini che non guardavano la parete ma l’abisso e sono caduti. Passavi la cengia con il naso su quei volti… Ricordo la foto del primo, con le parole dei genitori disperati… Da un paio d’anni le foto non ci sono più, il presidente del Cai le ha fatte togliere perché pareva un cimitero. Perciò mi chiedo che senso aveva per me e i miei soldati rischiare la vita in quel passaggio. Ora l’hanno chiuso, dopo che tre anni fa tre turisti tedeschi sono caduti e sono morti».

Cosa pensa del crollo della Marmolada?

«Che non doveva essere accessibile, su quel costone si rischia, andava chiuso. La natura è insensibile, fa stragi nella più totale imperturbabilità».

Il riscaldamento globale non c’entra?

«Con l’aumento della temperatura media le fessurazioni dei ghiacciai sono più frequenti. Perciò bisogna prevenire. I morti erano nel canalone dove scendeva quella massa di ghiaccio e detriti. La montagna è bella, però va rispettata. Mio figlio ha trovato una frase di Friedrich Nietzsche: “Se tu guardi a lungo dentro l’abisso, anche l’abisso guarda dentro di te”».

L’abisso è anche quello che ha raccontato in questo libro?

«La Padova degli anni Settanta era una città violenta, avevano incendiato lo studio del rettore, dato l’assalto alla stazione… La violenza mi riguardava, trovavo piccole bare col mio nome nella cassetta della posta, mi arrivavano telefonate alle tre di notte. Perciò è un libro autobiografico, che racconta lo scontro tra terrorismo rosso e terrorismo nero».

La minacciavano prima che lo scrivesse?

«Davo interviste, si sapeva che lo stavo facendo, volevano paralizzarmi. Insegnavo, ho chiesto aiuto alla polizia. Mi hanno detto che l’autrice delle minacce era una ragazza “perché scrive le elle con una grande pancia”».

Una sua allieva?

«Non ho voluto saperlo. Una volta per una conferenza a Piove di sacco trovai la scuola circondata dalla polizia: “Siamo qui per lei, sono arrivate delle minacce”. C’erano i seguaci di Toni Negri e i seguaci di Franco Freda».

Terrorismo rosso e terrorismo nero.

«In Occidente si vede che sono stato più sedotto dalla violenza nera. I militanti dell’estrema destra che teorizzavano il diritto di uccidere, il diritto alla strage, mi avevano molto allarmato. Franco Freda fu condannato all’ergastolo come colpevole della strage di Piazza Fontana. Quando venne assolto e andò agli arresti domiciliari a Brindisi chiese un incontro con me, da pubblicare».

E lei ci andò.

«Prenotai una cuccetta, arrivai a Brindisi al mattino, parlammo tutta la giornata, in piedi, senza mangiare un panino. Gli dissi che ero uno scrittore, non un giudice che emetteva sentenze. Avevo letto i suoi scritti trovandoli coerenti con la strage. Perciò, come ultima domanda, gli ho chiesto se era colpevole o innocente. Mi ha risposto: “È innocente non colui che è incapace di peccare, ma colui che pecca senza rimorsi”. Voleva dire che l’aveva fatta, ma non aveva rimorso? Mi è parso di sì».

Riteneva di avere «diritto alla strage» per una presunta superiorità morale?

«Una superiorità di specie in quanto portatore di un’idea di vita superiore. Insomma, era un superuomo».

Ancora Nietzsche?

«Torniamo sempre lì. Questi militanti non avevano un Dio che è l’unico che potrebbe fermarti e giudicarti. Non erano fascisti, erano nazisti. Avevano un’idea razziale e superomistica della lotta politica. Di Freda ho perso le tracce».

Di recente ha pubblicato per l’editore Ar Scontro con Ferdinando Camon.

«Lo scontro è nella sua logica. Mi procurerò il libro e lo leggerò con attenzione e rispetto. Ma non più con paura».

Perché ripubblicare Occidente quasi 50 anni dopo?

«Ci sono ancora gruppi di persone che si attribuiscono questo diritto di strage in nome di una superiorità morale. Allora l’armamentario era ideologico, ora è mistico-religioso. Pensano di aver diritto di eliminare un’umanità inferiore, indegna di vivere. Sono stato tre volte ad Auschwitz e ho capito che quello che avevano in mente di fare lì era correggere la creazione e riformare l’umanità, eliminando le razze inferiori».

Perché lo intitolò Occidente?

«In quegli anni queste stragi erano frequenti in Italia, in Spagna… Adesso lo sono in altre civiltà, soprattutto quella islamica».

Pensavo a figure come Anders Breivik o a certi sterminatori americani.

«Breivik è un pazzo. Nietzsche non lo era. Leggendo Così parlò Zarathustra si trema dalla prima riga all’ultima. È vero, entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici, ma non era un pazzo. Nel primo incontro che Hitler ebbe con Mussolini gli regalò le opere di Nietzsche e disse che creava le figure delle SS come incarnazione del superuomo».

Dove vede che il «diritto alla strage spiega buona parte della storia mondiale che stiamo attraversando»?

«Nelle frasi che urlano quelli che si fanno saltare in aria, i kamikaze, gli islamisti, quelli che vanno volentieri in carcere perché si ritengono portatori di una verità superiore».

Che cosa la colpisce?

«Questa fuga nella morale superiore è in realtà una fuga nella barbarie. Si credono uomini divini, sono assassini. Ho apprezzato il nazista di Occidente che cattura un militante espulso dalle formazioni di sinistra perché quando sta per ammazzarlo non lo fa in quanto lo considera poca cosa. È un fatto realmente accaduto».

Quel nazista ha un’umanità che gli islamisti non hanno?

«Voleva realizzare un’acropoli abitata da superuomini di cui essere il leader. Era amato dai suoi seguaci. Agli occhi degli islamisti noi siamo sotto-esseri umani perché non capiamo il loro Dio. La strage del Bataclan l’hanno fatta per questo».

Come giudica la decadenza dell’Occidente?

«L’Occidente non ha il senso della dignità dell’uomo. Il suo scopo è l’affare, cioè se un’azione porta denaro e arricchimento. Questa è decadenza. Siamo in una fase a-umana. Questa educazione comincia presto: in prima media la madre va dall’insegnante non per sapere se il figlio capisce e impara, ma se sarà promosso. Consideriamo riuscito un film o un libro se incassa. Noi occidentali non produciamo più fanatismo, non produciamo più nulla».

Bilancio amaro?

«Mi piacerebbe che avessimo dei valori, ma non li abbiamo. L’arte, le religioni, la civiltà. Lo dico da perdente, essendo un intellettuale, uno che fa libri».

La globalizzazione è un valore?

«È una fusione di economie, tutte interne alla civiltà borghese. Che è una grande civiltà, ma non è la mia».

Il mondialismo, la finanza e l’ecologia sono in decadenza?

«Di queste l’unica idea vitale potrebbe essere l’ecologia. Però noi non abbiamo un interesse ecologico per consegnare una natura perfetta ai nostri figli, ma perché l’inquinamento produce danni economici. Anch’io sono un borghese, se mi danno un sacchetto di plastica lo uso ben sapendo che ci vogliono decenni per degradarlo. Del resto, se la civiltà è questa o ne usciamo tutti o nessuno».

Il declino è iniziato dalla cancellazione delle radici cristiane nella Costituzione europea?

«Confermo, sono rimasto basito. I padri costituenti hanno dimostrato di non avere a cuore la morale e l’etica della civiltà europea, ma una costruzione edificata sull’interesse. Al bivio tra una strada che porta al bene e un’altra che porta alla ricchezza, la nostra civiltà sceglie la seconda. A lungo andare la pagheremo».

La responsabilità è della politica, della Chiesa, degli intellettuali?

«Della politica senz’altro. Stabilisce i programmi, le priorità, il tipo di scuola, la formazione delle giovani generazioni. La Chiesa può predicare, ma non condizionare o imporre. Francesco possiede una visione, ma non gli strumenti, neanche nelle strutture interne vaticane. Il famoso palazzo di Londra è stato venduto per la metà del prezzo d’acquisto. Questo significa che qualcuno che lavora con il Vaticano ha fatto l’affare e il Vaticano ci ha perso. Anche nelle alte gerarchie il principio borghese è ben radicato».

E gli intellettuali?

«Contano poco. Un legislatore non tiene conto di quello che scrivono gli intellettuali sui giornali. Gli ultimi che hanno avuto un peso sono stati Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia».

Contano di più gli influencer?

«Nel costume sì, ma è un livello fatuo. Mi ha stupito che Liliana Segre si sia fatta fotografare al Binario 21, da dove partivano i treni per i campi di concentramento. Fai una foto e richiami l’attenzione, ma non capisco a cosa serva veramente. Forse è un limite mio».

Si usa uno strumento di moda per divulgare un’idea?

«L’intellettuale è marginale perché usa la parola in un tempo in cui scrittura e lettura non sono più influenti. Un messaggio diffuso in tv viene visto estesamente, ma rimane effimero. Ho scritto libri etici come Un altare per la madre, un romanzo che racconta una vita povera e nascosta eppure degna di essere vissuta. Ora lo tradurranno anche in persiano, ma verrà letto come un’opera meritoria, nessuno lo prenderà mai come modello».

 

 La Verità, 9 luglio 2022