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Le vittorie degli atleti neri non c’entrano con i barconi

E ti pareva… Ti pareva che il giorno dopo il pieno di medaglie agli Europei di atletica leggera e di nuoto non partisse l’operazione pedagogica? Ti pareva che non si mettesse mano alla sceneggiatura colored perfetta per l’Academy di Hollywood? Parole d’ordine virtuose, multietnicità e integrazione. La sinossi è presto fatta: ecco l’Italia migliore, la nostra Italia, che vince solo negli sport dove schiera atleti di colore.
È così: Simona Quadarella completa il triplete dei 400, 800 e 1500 stile libero a Parigi e Larissa Iapichino svetta sul podio del salto in lungo a Birmingham? Non si può gioire accomunati solo dal tricolore, non si può emozionarsi con l’Inno di Mameli e stop. No, bisogna targarli questi successi e dire che hanno pigmentazioni particolari e natali esotici. Magari, come ha fatto il Corriere della Sera nell’editoriale a firma Aldo Cazzullo intitolato «Il meglio di noi», contrapponendoli all’«Italia ufficiale, della politica e della cultura» che trascorre l’estate a parlare dei video del generale Vannacci e della bomba di Valter Lavitola. Però le domande si accavallano: il «noi» di cui questi atleti sono «il meglio» non sarà mica composto da chi vuole tirare da una parte le loro imprese? Mentre cerchiamo la risposta, registriamo i «complimenti ai nostri Azzurri e alle nostre Azzurre», postato dal premier Giorgia Meloni su Instagram. «Ogni medaglia racconta talento, sacrificio, disciplina e ore di allenamento. Ma soprattutto racconta un’Italia che sa vincere e che non smette mai di crederci. Grazie per averci fatto emozionare. Siamo orgogliosi di voi». E chissà se soddisferà la più ufficiale delle risposte dell’«Italia ufficiale».
Altra domanda. Mentre in questi giorni Sara Curtis e Nadia Battocletti, Niccolò Martinenghi e la 4×400 di atletica e gli altri Azzurri bianchi e neri contendevano il primo posto nei medaglieri alla Gran Bretagna qualcuno si chiedeva davvero quante e quali medaglie provenissero da atleti integrati o nati chissà dove? O più probabilmente, abbiamo tutti gioito dell’energia che sprigionava in acqua la nuova primatista del mondo dei 50 dorso? E dell’allegria con cui contagiava le compagne di staffetta, il pubblico televisivo oltre a quello dell’Aquatic center? Qualcuno si sarà adombrato perché sua madre ballava in tribuna sventolando la bandiera e cantando Fratelli d’Italia? Sarebbe un peccato se ora, vista la spensieratezza di Sara qualcuno volesse trasformarla nella nuova testimonial delle battaglie degli «afrodiscendenti».
Come per le sue, ci siamo entusiasmati per le vittorie di Nadia, la mezzofondista di Cavareno, protagonista degli allunghi che all’ultimo giro di pista hanno incenerito tutte le concorrenti dei 5.000 e 10.000. E poi per il successo di Larissa Iapichino nel salto in lungo, figlia di Fiona May e del suo ex marito e allenatore. E ancora, per la conquista della medaglia d’oro nel salto triplo di Andy Díaz, atleta cubano naturalizzato italiano. E così per la prestazione di Mohamed Soudassi, marocchino arrivato ad Avola con la famiglia quando aveva un anno, che ha favorito la vittoria della 4×400.
Tutti loro meritano ammirazione perché incrementano il talento con costanza e sacrifici non per il colore della pelle. C’è qualcosa di ipocrita, quasi una forma di razzismo alla rovescia, nel pesare le medaglie in base alla pigmentazione di chi le ha conquistate. Ancora più mistificante può essere confondere le storie dell’immigrazione irregolare quelle di questi sportivi vincenti, come se anche loro avessero alle spalle odissee di emarginazione. In realtà, nella maggioranza dei casi si tratta di immigrati di seconda generazione o giunti in Italia da bambini con le famiglie.
Quanto al nostro sport, ha una storia di vittorie che li precede. Se nel calcio abbiamo perso il tocco magico non è per scarsa integrazione, ma per il motivo opposto visto che il nostro campionato è il più imbottito d’Europa di stranieri. E considerato che, cominciando da Fabio Liverani, madre somala e padre italiano, schierato in Nazionale nel 2001, e poi passando per Mario Balotelli, Destiny Udogie fino a Moise Kean, quando l’hanno meritato, nessuno ha frenato l’innesto di giocatori di colore o con origini di altri Paesi. Mistificante è mischiare le storie di persone che hanno seguito percorsi regolati dalle leggi italiane, con l’immigrazionismo incontrollato e selvaggio.
Negli altri sport, cominciando dal nuoto, abbiamo vinto parecchio anche prima della comparsa dell’adorabile Sara Curtis, figlia di Helen, ex atleta nigeriana arrivata da noi a vent’anni, e di Vincenzo, un camionista italiano tutto d’un pezzo. L’exploit di Larissa Iapichino è stato preceduto dalle medaglie olimpiche e mondiali conquistate già diversi anni fa dalla madre che, proveniente dalla Gran Bretagna, ha sposato Gianni Iapichino. Come Sara e Larissa, anche Nadia Battocletti, musulmana praticante, è figlia di un matrimonio misto tra il maratoneta Giuliano Battocletti e l’ottocentista marocchina Jawhara Saddogui. Quanto al neo campione europeo del triplo Andy Díaz, che fino al 2021 ha rappresentato Cuba, appena gli hanno messo la medaglia al collo, non ha mostrato nostalgia per Fidel Castro (che Rifondazione comunista commemora dal 26 al 30 agosto a Padova). Ma ha ringraziato Fabrizio Donato, l’ex triplista bronzo olimpico a Londra, che, contattato da Andy in fuga dal suo Paese, l’ha accolto in casa a Ostia, ha iniziato ad allenarlo e gli ha fatto ottenere l’asilo politico. Già, quante sorprese nelle vite degli atleti azzurri.

 

La Verità, 18 agosto 2026

«Tutto previsto, Malagò voleva Mancini dall’inizio»

Maurizio Pistocchi, volto storico di Mediaset, aveva previsto con ampio anticipo la nomina di Roberto Mancini come nuovo Commissario tecnico della Nazionale.
Pistocchi, a volte ritornano?
«Oltre che in politica, Stephen King funziona anche nel calcio. Il ritorno di Roberto Mancini me l’aspettavo, l’ho scritto l’8 giugno che sarebbe stato scelto lui. Tutto ciò che è successo dopo ricorda la commedia all’italiana, con molti attori inconsapevoli come Paolo Maldini e Leonardo, e figure dietro le quinte che hanno lavorato perché la conclusione fosse questa. Insieme, Giovanni Malagò, Claudio Ranieri e Mancini totalizzano 202 anni: non si può certo parlare di nuovo che avanza».
Presentandosi, Mancini ha detto: «La sorte mi dà la possibilità di rifarmi: è come quando perdi la donna della tua vita. Sono qui per riportare l’Italia dove merita». Cosa ne pensi?
«Speriamo che questo sia un matrimonio duraturo. E che, dopo aver lasciato la Nazionale di Arrigo Sacchi da giocatore perché non aveva il posto garantito e aver mollato Gabriele Gravina nell’agosto di tre anni fa, stavolta ci sia il due senza il tre».
Il 12 agosto 2023 mi dicesti: «Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia». La Verità titolò: «Sirene d’Arabia pure per Mancini». Che, nel pomeriggio, annunciò le dimissioni da Ct.
«Avere le fonti giuste consente di dare in anteprima notizie inaspettate».
Chi sono le figure dietro le quinte che hanno lavorato a questa soluzione?
«Non voglio fare nomi, basta dire che Mancini va bene a tutti: alla politica, all’ambiente attorno alla Figc, agli amici degli amici. Tra il governo e la Federazione non c’è unità d’intenti. Ma il governo dovrà sostenere un impegno gravoso per la ristrutturazione dei cinque stadi necessari per ospitare gli Europei del 2032. Il governo non ha gradito che l’operazione Maldini-Leonardo fosse gestita autonomamente dalla Figc. Il giorno stesso della nomina di Pirlo, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto: “Dio ce ne scampi e liberi”. Un giudizio tecnico, a mio modo di vedere fuori luogo».
Chi ha commesso più errori?
«Gli errori li ha fatti tutti Malagò. Si era dimostrato d’accordo con la scelta di Andrea Pirlo perseguita da Maldini e Leonardo. Ma se scegli due persone per la rifondazione di uno sport cruciale per l’Italia le devi difendere anche dalla politica. Silurare Pirlo per la sua collaborazione con un sito di scommesse russo è una cosa ridicola. Pirlo ha prestato la sua immagine, non si è minimamente pronunciato sul governo russo. Mancini ha fatto il Ct dell’Arabia saudita e intrattenuto rapporti economici con un Paese governato da un regime tutt’altro che democratico, come ha dimostrato anche l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. In Italia ci sono 140 aziende che fanno affari con la Russia e fruttano 400 milioni di dollari di tasse a vantaggio del governo di Putin».
Se vuoi rifondare il calcio devi essere inattaccabile.
«In un mondo di conflitti d’interesse, non mi sembra che Fonbet costituisse un ostacolo insormontabile. Basta vedere in televisione la pubblicità, che una legge vieta, di scommesse calcistiche: ci sono campioni come Totti, Baggio, Toni…».
Sono comportamenti privati, mentre il Ct della Nazionale rappresenta l’intero sistema.
«Infatti, ci sono normative che vietano il rapporto di parentela con i procuratori. Il figlio di Pirlo fa il procuratore, il figlio di Mancini è Dt del Cesena. E se domani a Mancini viene di convocare Cristian Shpendi, ottimo giocatore del Cesena, cosa succede?».
Le sirene d’Arabia erano un contratto di 25 milioni di euro l’anno fino al 2027. Ma nell’ottobre 2024, dopo l’eliminazione agli ottavi nella Coppa d’Asia, il contratto viene rescisso e inizia il pentimento di Mancini.
«In questo momento stiamo celebrando un allenatore eliminato dai Mondiali dalla Macedonia del Nord e licenziato dall’Arabia saudita. Siamo sicuri sia l’uomo giusto?».
È il Ct con cui abbiamo vinto gli Europei del 2021 e che ha stabilito il record d’imbattibilità di 37 partite.
«Gran parte del merito di quegli Europei va attribuito a Donnarumma che fu il migliore in campo sia nella semifinale contro la Spagna che in finale contro l’Inghilterra, entrambe finite ai rigori. Inoltre, non trascurerei il ruolo di Gianluca Vialli».
Un mese dopo il licenziamento in Arabia, Mancini disse che «lasciare la Nazionale è stata una scelta sbagliata che non rifarei».

«Capisco che di fronte a un contratto come quello fosse quasi impossibile resistere. Ciò che diventa antipatico sono i pentimenti successivi. Sei un professionista che ha guadagnato decine di milioni di euro e dopo un mese dal licenziamento dici che è una scelta che non rifaresti. La gente si sente presa in giro».
La sua è una nomina decisa negli spogliatoi del Circolo Aniene dove Malagò e Mancini sono compagni di squadra di calcetto?
«In Italia l’amichettismo conta più della meritocrazia. Se molti addetti ai lavori prevedevano la nomina di Mancini o si basano su qualcosa di concreto o sanno leggere il futuro. Se così fosse, potrei vincere al Superenalotto».
C’è stata superficialità o poca trasparenza nella vicenda della sponsorizzazione di Fonbet?
«Bastava digitare Pirlo su Wikipedia e veniva fuori tutto. Abbiamo fatto una pessima figura a livello internazionale».
Maldini è stato troppo intransigente su Pirlo?
«Ha pagato soprattutto il fatto di aver detto di no fin dall’inizio a Mancini. Fossi stato in lui, dopo il no di Guardiola e il naufragio di Pirlo avrei bussato a Cesc Fabregas».
Qual è la cifra del calcio di Mancini?
«È un allenatore che cerca di arrivare al risultato coniugando una buona fase difensiva con l’esaltazione delle qualità individuali. Qualità che oggi non vedo. Chi è il giovane che potrebbe diventare il Totti o il Baggio del futuro?».
In passato l’Italia era competitiva grazie al blocco juventino, milanista o interista. Oggi i blocchi sono impossibili perché nelle squadre di Serie A gli stranieri, dati Trasfermarkt, sono il 69%.
«È questo l’enorme lavoro da fare. Ma alle società di Serie A non frega niente della Nazionale. Altrimenti avrebbero limiterebbero l’ingaggio degli stranieri con l’obbligo di avere almeno cinque italiani nella rosa della prima squadra».

 

La Verità, 30 luglio 2026

«Si voterà nel ’23, quando tutto sarà cambiato»

Nonostante il pizzo mefistofelico i tatuaggi e gli anelli, Roberto D’Agostino, visionario titolare del sito Dagospia (3,5 milioni di pagine visualizzate al giorno), sa interpretare il ruolo del saggio, del politologo, dell’analista attaccato alla realtà e ai problemi della gente. «Davvero», dice, «pensiamo che un padre di famiglia quando torna a casa dica a sua moglie: hai visto che hanno segato l’uomo di Giorgia Meloni nel Cda della Rai? Oppure che l’operaio che si alza alle sette del mattino per andare in fabbrica abbia come primo pensiero cosa si son detti Beppe Grillo e Giuseppe Conte al ristorante? Io penso di no, penso che il distacco tra la vita dei cittadini e la narrazione dei media sia ormai abissale».

Un po’ l’ha colmata la sbornia degli Europei?

«Un po’ sì, ma non parliamo di sbornia. La politica è anche un fatto emotivo».

La politica?

«Anche lei vive di emozioni. Il Covid ci ha sconvolto anche perché è venuta a mancare la fiducia negli altri. La vittoria agli Europei rimette in circolo energie nuove».

Si parla di Rinascimento italiano.

«Più che altro una Rinascente cheap. Quello che lei chiama sbornia è un’onda emotiva che arriva dopo un anno e mezzo di afflizione, i 120.000 morti, i camion di Bergamo, le bare ammassate. La Nazionale ha fatto gridare “Viva l’Italia” a tutti, facendo tornare il senso di appartenenza e dello Stato».

Addirittura.

«Di solito quando si parla di senso dello Stato viene l’orticaria perché si pensa alle tasse. Ma dopo la pandemia si pensa anche che con le tasse si costruisce un ospedale che serve quando stai male. La vittoria degli Europei è come un integratore per affrontare il post Covid».

Tutti patrioti? Qualcuno ha scritto che è tornato il piacere abbracciarci…

«Stato vuol dire fiducia, come la Galbani della pubblicità di una volta. Si ricomincia a fidarsi degli altri anche se sappiamo di correre un rischio. Infatti, tanti portano ancora le mascherine nonostante si possa stare senza. Questa vittoria è come un tiramisù. Al contrario, i no-vax pensano solo alla loro libertà e non che può danneggiare gli altri. Io sto con Macron: la mia libertà finisce quando mette a rischio quella di un altro».

Per la Nazionale abbiamo fatto due giorni di rave e adesso ci vuole il green pass per andare al bar?

«I festeggiamenti di domenica sera erano difficilmente gestibili, anche le forze dell’ordine guardavano la partita. L’errore è ciò che è accaduto il giorno dopo, con la gente assiepata attorno al pullman e senza mascherina. La trattativa Stato-Bonucci è qualcosa d’insostenibile. Si sa che il pullman era già stato preparato, Bonucci stia tranquillo. Ma Draghi non può gestire tutto, ci sono i ministeri competenti. Toccava alla Lamorgese gestire la grana, ma non l’ha fatto».

Non l’ha infastidita un certo eccesso di retorica: la Nazionale simbolo di concordia, Mancini gemello di Draghi?

«Ognuno scrive quello che vuole. L’editoriale di un quotidiano non è le Tavole della legge».

È bastato rimettere all’ordine del giorno il ddl Zan per vedere la concordia andare in frantumi?

«Da una parte c’è la politica politicante, dall’altra 60 milioni di cittadini che dopo due anni come questi hanno ricevuto un’iniezione di fiducia e positività. Non credo che le sorti del ddl Zan incidano sulla quotidianità dei cittadini. In periferia o in un paesino nessuno s’interroga sull’identità di genere. Sono pippe dei giornali. Le persone comuni hanno altre priorità. Mio figlio troverà un lavoro? Riuscirò ad arrivare a fine mese? Sarò licenziato dopo la fine del blocco?».

Chi esce meglio dalla curva?

«I cittadini. Molto meglio della politica, che si balocca con questioni superflue. Immagino tanti lettori che aprono i giornali e mandano affanculo politici e giornalisti. La pace tra Conte e Grillo, i consiglieri del Cda Rai: chi si alza alle sette del mattino per andare a lavorare guarda a questi mondi come agli animali dentro le gabbie di uno zoo. Col mio sito lavoro in un altro modo».

Cioè?

«Il direttore è un algoritmo che mi dà in tempo reale il traffico degli articoli più letti. Così capisco gli interessi prioritari. Se il pubblico mi chiede la ricotta prendo la ricotta e la metto in vetrina. Il cliente ha sempre ragione, questo è il barometro. Ho 3,5 milioni di pagine visitate al giorno. I giornali raccontano le correnti del M5s o del Pd, mentre i cittadini si chiedono perché non si affronta il problema del debito pubblico che viaggia verso i 3.000 miliardi».

Il distacco tra popolazione e narrazione è colmabile?

«A questo punto non lo so. Fossi direttore di un grande quotidiano mi chiederei perché i lettori rifiutano il mio prodotto. Qualche anno fa Repubblica e Corriere vendevano 6/700.000 copie ora sono a 100.000. Il Fatto quotidiano era sopra le 100.000 ora è a 25.000».

Ci si informa anche in altri modi?

«In parte sì. L’edicola sta diventando un residuato bellico come la cabina del telefono. Però i giornali cartacei hanno stravenduto il giorno dopo la vittoria dell’Italia. Vuol dire che i lettori volevano avere un  ricordo del trionfo acquistando il giornale con il poster della squadra vincitrice. Se dai, in cambio ricevi».

Responsabilità dei giornali ma anche dei vari Enrico Letta, Matteo Salvini eccetera?

«Purtroppo i nostri leader non hanno un’idea seria della politica, di come sono cambiati gli equilibri geopolitici dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa bianca, dopo l’avvento della Brexit, dopo la crescita del ruolo della Cina che sta sostituendo gli Stati uniti e ha in mano tutta la produzione strategica, dalle auto alla telefonia. Con tutto questo, noi continuiamo a parlare del consigliere di Fratelli d’Italia in Rai».

E Draghi?

«Non pensa al Quirinale. Punta a diventare il successore di Charles Michel alla presidenza del Consiglio europeo. Invece sul piano del carisma, prenderà il testimone da Angela Merkel. Già adesso Biden parla solo con lui, anche per la debolezza di Macron.

Con questi nuovi scenari hanno ragione Meloni e Salvini a credere che dopo Draghi toccherà a loro?

«Da qui al 2023, quando si andrà a votare, vedremo cambiamenti copernicani. Già ne abbiamo le avvisaglie. Il più draghiano dei leader è Salvini, che è una sorta di pontiere del centrodestra nel governo. Quando di recente Forza Italia si è incazzata per la mediazione della Cartabia con i 5 stelle è stato Salvini a fare da pontiere. Tutto cambia. Basta guardare il patto tra i due Matteo che, con la regia di Denis Verdini, vecchia volpe democristiana, stanno lavorando a una federazione centrista con Berlusconi e Forza Italia».

Quindi l’idea della federazione resiste?

«È l’approdo futuro. Salvini non parla più di migranti e ong, ma di giustizia. La politica in Italia sta vivendo una trasmutazione, a destra nascerà un centro con Salvini, Renzi, Calenda e Berlusconi. Questo dispiacere dato alla Meloni è un segnale: tu resta a destra, al centro stiamo noi».

Conviene lasciar fuori il partito più in crescita dell’area?

«Se l’ideologo della Meloni è Guido Crosetto che è presidente dell’Aiad (Aziende italiane per l’aerospazio e la difesa ndr), apparato di Stato da Fincantieri a Leonardo, che opposizione può fare».

Al di là dell’opposizione è conveniente per il centrodestra escludere il partito più in salute?

«Questo riguarda l’ego dei leader. Non si può parlare di alleanze e poi ci si comporta da ducetti. Il problema di Salvini era che prima twittava e poi ragionava. Ora ha capito che bisogna capovolgere il processo e che la politica è mediazione. Con i fondi del Recovery in arrivo non possiamo permetterci di mandare il Paese al macero. Bisogna mediare gli obiettivi di parte con il bene del Paese. E poi c’è un altro discorso…».

Prego.

«Oltre allo Stato c’è il Deep State, lo Stato profondo. Burocrazia, magistratura, servizi segreti, macchina dei ministeri: tutte realtà che sia Renzi che Salvini in passato hanno trascurato. Pagandone il conto».

Nel centrosinistra niente rivoluzioni copernicane?

«L’idea di Goffredo Bettini che vedeva Conte punto di riferimento dei progressisti è entrata in crisi».

Infatti Bettini sta tornando in Thailandia.

«Per Letta il governo Draghi è il governo del Pd. Ma Conte è contrario alla riforma Cartabia mentre il Pd è a favore. Perciò anche quest’asse è in discussione. Cosa siano oggi i 5 stelle nessuno lo sa».

Quanto crede alla pace di Bibbona?

«Ah, saperlo…».

Conte è andato a Canossa?

«Non so. Se Conte piazza una persona sua in un posto di rilievo Grillo potrà sfiduciarla. Mi sembra una diarchia che non ha grande futuro».

Invece Letta ce l’ha?

«Con il 18% come fa a tornare a Palazzo Chigi? Tanti gli consigliano di aprire a Salvini, così che in futuro ci possa essere un’alleanza con la federazione di centro. Che nel Pd potrà essere appoggiata dalla corrente maggioritaria, formata da ex renziani».

Letta è la persona giusta per aprire a Salvini?

«Credo che le amministrative del 20 ottobre daranno una botta a tante posizioni ideologiche. Si capirà se l’alleanza con i 5 stelle ha un futuro. E se ce l’ha Letta. Nei grandi Paesi europei governano le grosse coalizioni. In Germania i socialdemocratici con i democristiani, in Francia i gaullisti con Macron. In Italia potrà nascere un governo di centrosinistra con la federazione di Verdini, Salvini e Berlusconi alleata al Pd: un governo fattuale, che toglie di mezzo troppe battaglie di bandiera».

Chi è messo meglio in vista delle amministrative di ottobre?

«Credo che il risultato lascerà molti a bocca aperta. Dopo due anni di Covid non sappiamo come si orienteranno gli elettori. Molti sondaggi sono apertamente taroccati e io vorrei avere la palla di vetro per capire cosa ci aspetta. Abbiamo ancora un Parlamento con il 32% di grillini eletti…».

E tra poco inizia il semestre bianco in preparazione alla successione di Mattarella?

«Il copione del Quirinale è tale e quale a quello usato per Napolitano. Mentre Mattarella continuerà a dire di voler tornare a dedicarsi ai nipotini, dopo le prime fumate nere tutte le forze politiche andranno in fila indiana a dirgli di restare. E lui accetterà. Poi nel 2023, con il nuovo Parlamento, si deciderà in base al voto dei cittadini».

E i vari Casini, Veltroni, Franceschini, Berlusconi?

«No future».

 

La Verità, 17 luglio 2021

«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021

Qualche domanda alla Rai sull’inclusione di Madam

Quando l’inclusione diventa un boomerang. Anzi, visto che si parla di calcio: quando fa autogol. Sono gli effetti collaterali del correttismo montante. Chi lo dice alla dolce e tenera Danielle Madam, cittadina italiana nata in Camerun, che è stata sovraesposta in un ruolo che alla fine rischia di danneggiarla? La pluricampionessa italiana di getto del peso è stata chiamata alla conduzione di Notti europee, un programma di calcio di massima visibilità (Rai 1, tutte le sere, ore 23,15, 1,7 milioni di spettatori, share del 18,3%) per il colore della sua pelle? È verosimile immaginare che anche Claudio Marchisio, un nome a caso, in un programma di atletica leggera si sentirebbe come una trota nell’oceano?

Gli Europei di calcio sono il primo evento sportivo dopo la pandemia. Le nazionali si confrontano negli stadi alla presenza del pubblico. È un’occasione di festa per sportivi e tifosi di tutto il continente. Per la Rai, da anni priva dei diritti delle competizioni per club, le partite della Nazionale sono un’occasione per recuperare centralità. Con la qualità del gioco espresso dalla squadra guidata da Roberto Mancini che ci riscatta dall’astinenza agli ultimi Mondiali e con l’euforia che l’accompagna nel cammino verso le fasi finali, il boom di ascolti delle partite è garantito (Italia-Svizzera: 13,3 milioni di telespettatori e il 51,95 di share). La sfida era sul programma di approfondimento post partita. In questi casi, per una rete come Rai 1 con un pubblico largo e composito, la difficoltà è trovare l’equilibrio tra commenti tecnici destinati agli intenditori e argomenti leggeri per intrattenere i non calciofili. Dopo una partenza titubante, strada facendo la squadra di Marco Lollobrigida sta lentamente trovando il dosaggio nazional-popolare. L’altra sera, subito dopo la vittoria sulla Svizzera, in collegamento da Casa Azzurri c’era, per esempio, Lino Banfi, già «allenatore nel pallone», e autore dell’esclamazione divenuta virale con il festeggiamento post gol di Ciro Immobile nel primo match contro la Turchia. Lollobrigida gestisce gli interventi degli ospiti fissi in studio, giornalisti, ex calciatori, l’immancabile postazione social, e i collegamenti esterni dallo stadio e per gli aggiornamenti di calciomercato. E la bella Danielle? Purtroppo appare inevitabilmente un filo spaesata, sia perché alla prima esperienza in video sia perché il calcio non è esattamente la sua materia. Da co-conduttrice ha dovuto accettare la retrocessione al ruolo di valletta. È questo il messaggio d’inclusione che la Rai voleva mandare?

 

La Verità, 18 giugno 2021

Qualcuno dica a Insinna dove andare a parare

Quadratura complicata. Scommessa ardita. Combinazione forzata. Mettere insieme calcio e varietà, pallone e intrattenimento. Raiuno e RaiSport, timonate dai nuovi direttori Andrea Fabiano e Gabriele Romagnoli, ci provano con Il Grande Match e Flavio Insinna. Se funzionasse farebbero bingo. Gli Europei durano un mese tondo e perché non sperare siano notti magiche. Se, per l’occasione, la Fiat lancia la Panda Azzurra e i giornali, Foglio compreso, si sperticano in speciali e monografie su Francia 2016, vuol dire che in tanti ci credono e il giro di soldi c’è. Cosa c’è di più popolare della Nazionale (Conte a parte)? E di più nazionalpopolare di Insinna? La ricetta è quella del minestrone. All in: partita, lezioncina tattica, amarcord, tifoserie delle squadre che hanno giocato, quiz, orchestrina con il medley delle canzoni del ’68, quando vincemmo, persino l’angolo cucina con Cesare Bocci e Arrigo Sacchi che non sopporta l’aglio. Continua a leggere