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Amadeus cade in uno spot occulto? Un’alTravolta…

Travolta da Travolta. E dai trattori. L’abbinata Tra-tra stende la Rai. Sicuramente mette a dura prova lo stato maggiore del Festival di Sanremo, schierato per la consueta conferenza stampa di fine mattina. Una delle più complicate e nervose degli ultimi anni. Imbarazzo, contraddizioni, approssimazione. Il caso, non solo di giornata, dell’ospitata del divo hollywodiano è già deflagrato da qualche ora. Non sono chiari i termini del contratto con John Travolta, il cachet e la reazione dell’attore all’inguardabile Ballo del Qua qua che lo stesso Fiorello ha definito «la gag più terrificante della storia della televisione». Soprattutto, montano i sospetti di pubblicità occulta del marchio di sneakers indossate dal divo durante l’esibizione. Una circostanza che, anche presumendo la buona fede, rivela una lunga serie di coincidenze.

Dopo le necessarie scuse per la mezz’ora di ritardo, l’avvio della conferenza è in salita. Quando Roberta Lucca, direttore Marketing, illustra con troppi tecnicismi gli ascolti della seconda serata (10,3 milioni di spettatori con il 60,1% di share), Teresa Mannino chiede: «Siamo a Sanremo o dove? Perché, o ci prendiamo troppo sul serio oppure io sono fuori posto». Mentre online lievita il caso, in sala stampa i giornalisti estraggono le palline con i nomi dei presentatori da abbinare ai cantanti in gara. Finalmente, dopo tre domande bucoliche, si va al dunque. Quanto è stato pagato Travolta e come rispondete al rifiuto di firmare la liberatoria del Ballo del Qua qua?

L’arrampicata sugli specchi dei dirigenti, con reciproche contraddizioni, ha inizio.

Amadeus, direttore artistico e conduttore del Festival: «A John Travolta era stato spiegato tutto quello che sarebbe avvenuto sul palco prima via mail, poi gli autori glielo hanno detto di persona. Era d’accordo, non abbiamo teso nessun tranello. Far fare a un mostro sacro qualcosa che non ha mai fatto è una cosa che appartiene alla storia della comicità. Lo possono fare in pochi e Fiorello è il nostro più grande showman. Poi mentre veniva realizzata la gag può esserci stata un’espressione un po’ stupita, su qualcosa che pensavamo che Travolta accettasse e che magari non ha più gradito. Ma non è un problema del Festival. È stato lui a contattarmi dalla Francia, proponendosi di venire. È nato tutto in pochi giorni».

La Rai è stata costretta a eliminare il video del ballo con conseguente perdita economica.

Federica Lentini, vicedirettore Intrattenimento primetime, contraddicendo Amadeus: «Travolta ha firmato un contratto con una serie di diritti, solo per la diretta».

Teresa Mannino, comica e co-conduttrice della serata: «Dobbiamo ricordarci che siamo colonia americana. Siamo sudditi. Arriva Travolta e fa quello che vuole, Amadeus manco se ne accorge preso dai balletti e dalle foto di suo figlio. Noi siamo coloni, dobbiamo stare zitti come dobbiamo stare zitti su tutto il resto».

La parte più delicata dell’affaire riguarda, però, la pubblicità occulta delle scarpe U-Power, marchio di cui l’attore è testimonial. Il Tar del Lazio ha appena sancito che la multa di 175.000 euro per pubblicità occulta del social Instagram realizzata nel Festival 2023 da Chiara Ferragni e Amadeus è corretta.

Marcello Ciannamea, direttore Intrattenimento primetime: «Presenteremo ricorso. Da noi Travolta ha ricevuto solo un rimborso spese basso. Non abbiamo fatto nessun accordo commerciale. Forse è intervenuto lo sponsor».

Si parla di un milione di euro. Ma la U-Power, azienda con sede in Brianza, sponsor del Monza calcio di proprietà della famiglia Berlusconi, rimanda la palla alla Rai: «L’attore, come noto, è testimonial dell’azienda dall’estate del 2023. La partecipazione al Festival di Sanremo è frutto di un accordo tra la Rai e l’attore del quale U-Power non è in nessun modo parte in causa. In merito ai contenuti della performance, gli stessi sono un tema di esclusiva competenza della direzione artistica del Festival di Sanremo».

Durante l’esibizione di Travolta le sneakers sono state ripetutamente inquadrate, con il logo non oscurato come avviene di solito in questi casi. Il Codacons ha presentato un esposto ad Agcom e Antitrust affinché aprano un’indagine formale.

Lentini: «Travolta è arrivato in camerino all’ultimo momento ed è entrato sul palco. Nessuno ha notato le scarpe, la cui marca non ci è familiare. È stato commesso l’errore di non oscurare le scarpe, ma l’inquadramento sui piedi è avvenuto perché, ballando, quella è l’inquadratura. Non c’era nessuna volontà di fare quell’inquadratura particolare. C’è un assistente che accompagna gli ospiti sul palco, forse per un motivo di soggezione non ha ritenuto di coprire con lo scotch il logo».

Striscia la notizia rivela che sul sito del brand la comparsata di Travolta al Festival è stata annunciata una settimana fa. La U-Power è un marchio di scarpe anti-infortunistiche, ma adesso vuole lanciare un modello Urban, proprio quello indossato all’Ariston dal protagonista di Pulp Fiction. «Fra poco le vedrete a Sanremo», ha postato sui social l’azienda prima dell’entrata sul palco dell’attore. Selvaggia Lucarelli segnala che in prima fila all’Ariston sedeva Franco Uzzeni, uno dei dirigenti, con ai piedi le sneakers della casa.

L’ultima, clamorosa, coincidenza riguarda il «Don’t worry be happy» (Non preoccuparti, sii felice ndr) rivolto da Amadeus a Travolta durante l’esibizione. È il titolo di una canzone di Bobby McFerrin ma, fa notare un collega, è anche il claim di uno spot della U-Power.

Mannino al conduttore: «Tu sei proprio sfigato». E poi ai giornalisti: «Ma no… sono le uniche parole inglesi che conosce».

Amadeus cambia visibilmente umore e poco dopo sbotta: «Mi pare che stiamo creando un caso che non c’è. Sta andando tutto bene, bisogna trovare a tutti i costi queste stronzate per polemizzare. Non so neanche la marca delle scarpe, come potete immaginare che io faccia promozione a un paio di scarpe di Travolta? Non ha preso 400.000 euro per venire a fare quella cagata. Sapeva tutto della gag, se poi ci ha ripensato non è colpa mia. Don’t worry be happy l’ho preso dalla canzone. Mica mi scrivono i copioni parola per parola».

 

La Verità, 9 febbraio 2024

Amadeus, il finto buono pronto a tutto per lo share

In realtà, i finti buoni sono tremendi. Furbetti, maliziosi, determinatissimi. Per un punto di share metterebbero il proprio figlio adolescente in prima fila all’Ariston a godersi la pomiciata tra un rapper che viene dai centri sociali e gira in Lamborghini e un ex graffitaro e modello di Gucci che canta vestito da donna. E se al ragazzo cresce la disforia di genere, pazienza. Quello che conta è il risultato. Bisogna sempre migliorare. Superarsi. Ama(poco)deus ex-machina lo sa bene. Un Festival dopo l’altro. Il terzo più del secondo e il quarto più del terzo. Purtroppo arriverà anche il quinto. E poi chissà.

«Nella vita, al di là dei festival, dipende tutto dal risultato», ha teorizzato nella conferenza stampa di chiusura. «Se si ottengono questi risultati hai una forza. Se avessi fatto il 15-20% in meno sarei un allenatore esonerabile. Qualsiasi allenatore è forte finché la squadra vince, se la squadra perde anche i più grandi sono a rischio esonero. Ecco perché devo portare quello che sento, bisogna sbagliare con le proprie idee». Il pluridirettore artistico di Sanremo, con moglie perennemente al seguito, non si pone limiti. Colpa anche dei vertici Rai. Se dai troppo potere a un solo artista facile che si pensi un supereroe. Sembra preistoria la perculata di Checco Zalone: «Grazie a nome di tutti gli italiani, tu Amadeus ci fai sentire dei geni». Dopo che nel terzo è riuscito a emanciparsi da Fiorello, il quarto Festival di fila ha completato la metamorfosi. Da conduttore a condottiero. Quest’anno Amedeo Umberto Rita Sebastiani da Ravenna, gavetta nelle radio locali e a DeeJay prima di sfiancarsi nella spola Mediaset-Rai, ha replicato senza giri di parole al vicepremier Matteo Salvini, al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ai politici di Fratelli d’Italia, autoinvestendosi di un compito che sarebbe toccato a qualche dirigente. Un cambio di ruolo. Un’autopromozione.

Sul palco, invece, nello spasmodico inseguimento dello share, ha confezionato un Sanremo grondante politica. Infarcito di messaggi obliqui. Come quello ordito la prima sera da Roberto Benigni alla presenza di Sergio Mattarella e indirizzato alla premier: cara Giorgia Meloni, se vuoi fare il presidenzialismo devi passare sul nostro corpo. E di altri più espliciti. Come quello che si è inverato nella soave slinguazzata di cui sopra. «Ai bambini va spiegato che esiste una persona diversa da un’altra, un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna: è normale, l’amore non ha etichette. E questo va portato ovunque, anche nello spettacolo», aveva argomentato nei panni di guru del Festival di Zan Remo. C’è la fascia protetta per proteggere i minori? Quella vale per impedire ai bambini dell’innocente coro di Mr. Rain di esibirsi dopo la mezzanotte. Non al pubblico infantile di assistere alla twerkata del rapper in abiti femminili sul pacco del marito di Chiara Ferragni.

In realtà, i finti buoni sanno andare al sodo. Le regole sono fatte per essere piegate a proprio piacimento. Se c’è da invitare il capo dello Stato all’Ariston la trattativa la conducono il pluridirettore artistico e il suo agente Lucio Presta (lo è anche di Benigni e Morandi, il prossimo è Mattarella?), scavalcando l’amministratore delegato Carlo Fuortes, la presidente Marinella Soldi, il direttore dell’Intrattenimento prime time Stefano Coletta e il cda al completo. Se c’è da lasciare Fedez prendere a pesci in faccia mezzo governo ci si trincera dietro il rispetto della libertà artistica. Infine, a forza di mitragliare Festival, Ama(poco)deus ex-machina ha disimparato anche a fare la scaletta, confinando dopo l’una di notte il monologo di Chiara Francini, il migliore e il più originale tra tutti quelli che, invece, hanno incantato il demi-monde di riferimento.

Più che mai quest’anno, il segreto del successo è stata la quantità. L’espansione. L’occupazione sistematica di tutti gli spazi. Dai telegiornali ridotti a newsletter ai megaschermi di Urban vision nelle grandi città che trasmettevano la diretta delle serate. Orizzonte ingombrato. Un Leviatano mediatico capace di triturare qualsiasi ostacolo, con la compiacenza dell’informazione mainstream al completo. Peccato che, a forza di fare lo «swiffer delle polemiche» come dice Fiorello, non abbia ancora imparato a gestirle. Prendete la faccenda delle foibe. Amadeus/1 ha risposto che «ci sono tante ricorrenze, non possiamo commemorare tutto». Poi, pur di non dare l’impressione di piegarsi ai politici di destra, Amadeus/2 ha detto che il ricordo «era già previsto».

Adesso per lui qualcuno ipotizza un cambio di passo. Nella disperata ricerca di figure carismatiche, c’è chi lo vede in politica. Che poi, carisma… Amedeo Umberto Rita Sebastiani da Ravenna è un medio man, un normal one. Però «la sinistra riparta da Sanremo», ha twittato qualche sagace commentatore. «Ora che avevamo trovato come fare opposizione il Festival è finito».

In realtà, i buonisti sono spietati. Con gli altri, s’intende. Quelli che non li elogiano, non li lisciano. Avete presente Fabio Fazio? Più che Baudo, è lui il suo modello. Dietro la patina un po’ untuosa da bravi ragazzi, c’è gelido zinco. Intoccabili. Se si dissente, cliccano sulla consolle e parte la recita da martire. «Se mi mandano via me ne vado», ha detto sperando nella sollevazione popolare. Se se ne va, magari l’opposizione trova un leader, i telespettatori ridono, la moglie sempre al seguito piange e in Rai si devono mettere a lavorare. Perché in questi anni gli hanno appaltato mezzo palinsesto.

 

La Verità, 14 febbraio 2023

Festival scapezzolato, Paoli definitivo, Fiorello critico

Pagelle della serata finale del 73° Festival di Sanremo

Festival di capezzoli. Voto: 1

È il trionfo del kitsch. Come considerare gli abiti di Chiara Ferragni? Quello del monologo. E quelli della serata finale. «Una scultura» dorata che ripete le sue anemiche tettine, ornata(?) da una sottoveste turchese (colori dell’Ucraina). E anche l’altro che riproduce i capezzoli e i fianchi. Tutta roba che pialla ogni attrattiva. E che il sangue, anziché farlo, lo gela. Raggelanti anche le versioni scapezzolate di Rosa Chemical e Madame.

 Depeche mode, mah. Voto: 6

I più popolari e longevi interpreti di musica elettronica del mondo. Quarant’anni di carriera da quando la band è nata. Lacuna mia, non la conoscevo. Trovo significativo che, in un momento così, abbia intitolato Memento mori l’ultimo album. Per il resto, non posso dire che l’esibizione mi abbia entusiasmato, forse proprio perché presentata con troppa enfasi. Mi ha trasmesso una certa freddezza, com’è di una musica un filo robotica. E mi sembra che anche il pubblico dell’Ariston sia rimasto tiepidino. Forse anche a causa di qualche stonatura.

Gino Paoli, mostro sacro. Voto: 10

Con i suoi 88 anni può dire e fare ciò che vuole. Giacca bianca e Ray-ban azzurri, accompagnato dal grandissimo Danilo Rea (se si ha carisma bastano un microfono e un pianoforte), canta Una lunga storia d’amore, Sapore di sale e Il cielo in una stanza. Serve altro? Sì, prima di raccontare un paio di aneddoti su Morandi e Little Tony, dice la sua sul Festival. «È una gabbia di matti». Stefania Sandrelli nella sua casa al mare ha una gazza che dice solo questo: «Gabbia di matti, gabbia di matti. Volevo portarla qui e metterla su un microfono». Lapide.

La limonata di Rosa Chemical. Voto: 1

Baciando in bocca Fedez al termine della sua esibizione fa felici tutti. I Ferragnez innanzitutto, che hanno modo di dimostrare ai loro figli sintonizzati da casa che sono una coppia aperta, moderna e impegnata nella promozione dei diritti della comunità Lgbtq. E soddisfa anche Ama, che aveva suo figlio due poltroncine più in là rispetto a dove il cantante twerkava sul pacco di Fedez. Il conduttore teorizza che non ci sono etichette: «Ai bambini va spiegato che esiste una persona diversa da un’altra, un uomo che ama un uomo, una donna che ama una donna». Dunque, tutti contenti. O no?

Fiorello, coscienza critica. Voto: 9

Il migliore, come sempre. Le sue incursioni all’Ariston da Via Asiago scoperchiamo le ipocrisie. «Domani i dirigenti andranno tutti a casa, però è stupendo. Devo dire che è una puntata tranquilla, serena. Vi siete guadagnati la prima pagina dell’Avvenire. Pensate se Rosa Chemical avesse fatto la scena che ha fatto con Fedez con gli artigiani della qualità seduti sul divano». Poi chiede notizie del direttore dell’Intrattenimento prime time, Stefano Coletta: «Inquadratemelo. Fatemelo vedere per l’ultima volta. Hai controllato i testi di Gino Paoli?», lo provoca. «Dopo Rosa Chemical, Achille Lauro sembrava Cristina D’Avena». Altra lapide su Sanremo 2023: «Neanche il bar di Guerre stellari».

 

 

 

«La filosofia del suca funziona anche con Fiore»

Lavorando da molti anni con il più talentuoso showman in circolazione che risponde al nome di Rosario Fiorello, per la proprietà transitiva Francesco Bozzi è il più importante autore di spettacolo di casa nostra. Palermitano che ha sposato una donna svizzera, e già questo ne fa intuire il tasso d’irregolarità, 57enne, un passato come dirigente di una fabbrica di vetro, ha appena pubblicato La filosofia del suca (Solferino). In questi giorni bivacca con il gruppo di Fiore in via Asiago per realizzare con ascolti da capogiro il dopofestival, spin off di Viva Raidue! intitolato Viva Sanremo.

Settimana di fuoco…

«Peggio di un’eruzione dell’Etna. Ci manca il sonno, non riposare uccide. Iniziamo al mattino e finiamo alle tre di notte».

Vi aiutate con la noce moscata, gli integratori come Cospito o altri additivi?

«Siamo persone semplici, un bicchiere di vino e un pezzo di formaggio ci bastano per tirare avanti. Questa è la nostra noce moscata. Stiamo tutto il giorno chiusi in via Asiago».

Di Fiorello si sa che non dorme, lei?

«Io sarei uno che dorme, ma per lavorare con lui devo seguire i suoi ritmi di veglia e sonno».

Cosa vuol dire?

«Sveglia alle 4,45».

Questo durante la programmazione di Viva Raidue.

«Esatto».

Facendo l’alba per Viva Sanremo recuperate al pomeriggio?

«No, perché scriviamo per la puntata del giorno dopo. Stacchiamo un momento all’ora di pranzo e io ne approfitto per giocare a tennis o, se piove, per un pasto più tranquillo».

Come lavorate?

«Questa settimana la mattina stiamo a casa per selezionare le notizie e farci venire qualche idea. Al pomeriggio ci troviamo in Rai e andiamo avanti fino alle tre di notte con Pierluigi Montebelli e Federico Taddia che, però in questi giorni è a Sanremo con Gianni Morandi. Poi ci sono quelli che fanno i video, l’ex Iena ora a Rds, Mauro Casciari, e i Cinci, come abbiamo soprannominato Enrico Nocera e Edoardo Scognamiglio, esperti di educazione cinica. Si parla, si cercano le battute per imbastire il programma serale con il deus ex-machina Fiorello. A Sanremo invece hanno l’Amadeus ex-machina».

Stavolta un po’ troppo ex-machina?

«Non conosco le dinamiche, ma i risultati gli danno ragione. Stanno facendo ascolti da finale dei Mondiali».

Per avere Mattarella ha esautorato altri organismi di comando della Rai?

«Per raggiungere un obiettivo può capitare. Secondo noi è stato uno scherzo di Mattarella che ha fatto il burlone per sorprendere tutti. Se poi il Quirinale ti chiede di tenere tutto segreto devi obbedire».

Solidarietà sicula?

«Con Mattarella dice? Ci può stare».

Da quanti anni lavora con Fiorello?

«Ventitré».

Un episodio bello e uno brutto di questa collaborazione.

«Quelli belli sono tantissimi. Il momento migliore, irripetibile, è stato quando abbiamo fatto Viva Radiodue. Momenti brutti non me ne vengono. Ci penso… Anche umanamente, non ricordo nulla. I programmi funzionano. Lavoriamo, ci divertiamo e ci pagano pure».

Non mi dica che non avete mai litigato.

«Qualche scazzo per cose professionali, magari una battuta scartata, ma litigare proprio mai. Con mia moglie capita, con Rosario no».

Come avvenne l’arruolamento?

«Tramite Giampiero Solari che era direttore artistico della Ballandi entertainment. Io ero direttore di produzione di una fabbrica di vetro. Lo facevo ridere in spiaggia a Pesaro. Una volta entrato nella Ballandi, Solari mi ha detto: “Tu sei siciliano e vai con lui”. E Rosario non mi ha mollato più».

È il clan dei siciliani?

«Diciamo di sì, anche il povero Montebelli che è umbro comincia a capire le battute in siciliano».

Un clan siciliano della comicità?

«L’altra sera a Sanremo si è esibito Angelo Duro, secondo me il più bravo di tutti dopo Rosario. Mentre altri stand up comedian imitano quelli americani, lui ha uno stile personale che mi fa ridere».

All’Ariston però non è andato benissimo.

«Lui dice di no, ma secondo me era emozionato. A me è piaciuto, sono di parte. Ha dovuto fare un pezzo un po’ edulcorato, il suo spettacolo è ancora più duro, in tutti i sensi».

L’Ariston non è la sua tazza di te?

«Forse non è la sua confort zone. Come diceva Bibi Ballandi, ad andare a Sanremo ci s’infarina come al mulino».

Altri siciliani del gruppo?

«Ficarra e Picone, bravissimi. Li adoro anche come persone. Nell’ultimo film di Roberto Andò La stranezza sono andati alla grande».

Siete un enclave della risata?

«Non direi. Enclave è un’entità chiusa in un posto. Credo che Fiorello, Ficarra e Picone e Angelo Duro abbiano preso tutta l’Italia».

Nel suo libro La filosofia del suca scrive che i siciliani diffidano del cambiamento: tutti figli di Giuseppe Tomasi di Lampedusa?

«Un po’ sì. Ha raccontato in maniera sublime la Sicilia. Noi siamo nati per lamentarci. Se le cose cambiano di cosa ci lamentiamo? Il cambiamento ci toglie il terreno sotto i piedi».

Meglio la tradizione mediocre più rassicurante della novità ambiziosa?

«Assolutamente».

Lei però, se non sbaglio, si è trasferito in Svizzera.

«Proprio trasferito no. Ho una moglie svizzera con due figli, faccio la spola tra Roma e Zurigo. Già avere una moglie è un problema, averla svizzera immagini cosa può essere. Sono un emigrante al contrario: vivo in Svizzera e pago le tasse in Italia. Uno scemo fatto e finito».

Come si trova un palermitano a Zurigo?

«Spiazzato. Siamo due universi paralleli che mai s’incontreranno. La prima volta che ho buttato l’immondizia ho avuto uno choc».

Racconti.

«Buttare il vetro è un lavoro. Non c’è la rassicurante campana. Bisogna separare il vetro bianco, il vetro verde, il vetro marrone e le bottiglie che i viticoltori locali riutilizzano. Poi il metallo, il ferro da una parte l’alluminio da un’altra. Ci vuole la laurea. È più facile montare un mobile dell’Ikea che buttare l’immondizia in Svizzera».

Però si vive bene?

«Sì, certo. Ma io vivrei tutta la vita a Terrasini dove ho preso residenza».

In pochissime parole: che cos’è il suca?

«È una filosofia di vita, un modo di affrontare i problemi. Siamo stati dominati da tutti, romani, greci, bizantini, arabi, svedesi, spagnoli… Ma noi siamo sempre rimasti fermi grazie a questa filosofia. Arrivano arabi o greci, ti aggrappi al suca e superi tutte le avversità».

Che scuole ha frequentato?

«Il liceo classico. Uso la maieutica socratica e i dialoghi di Platone per spiegare questa filosofia. Avevo già consegnato all’editore una versione ridanciana, quasi fiorellesca del testo. Poi si è giocata a Palermo la partita Italia Macedonia per le qualificazioni ai Mondiali. Nei nostri stadi c’è l’usanza di accompagnare il rinvio del portiere con l’esclamazione “ooohh suca!”. Ma i cronisti della Rai stigmatizzavano il nostro tifo. Allora ho pensato che quel modo di dire andava spiegato. Anche se il suca è come il tempo per Sant’Agostino».

Addirittura.

«Dice che quando non ne parla sa cos’è il tempo, ma quando deve spiegarlo non lo sa più. Così è per me il suca. Così ho chiamato l’editore chiedendo di fermare la stampa e ho cambiato tutto. Nel libro lo spiego a me stesso e spero di farlo capire agli altri».

La gente comune sbaglia ad averne un’idea molto volgare?

«Solo l’uso inappropriato del suca può risultare volgare, altrimenti non lo è perché porta buon umore. Alle presentazioni del libro, mostro prima una foto di Mario Draghi normale e non ride nessuno, poi con il suca e la gente ride. Idem con la foto di Albert Einstein e la formula dell’equivalenza massa-energia. Invece con Luigi Di Maio la gente ride subito senza bisogno del suca. È la dimostrazione che il pubblico capisce e il suca funziona…».

Insomma è un antidoto, una forma di disincanto.

«Anche, ma non solo».

Un modo per mettere a tacere i problemi.

«È molto liberatorio».

Dopo un suca non ci sono repliche?

«È definitivo, inappellabile, la cassazione».

Ha dovuto dirne tanti a Zurigo?

«Qualcuno. Perché, diciamo così, da quelle parti non sono molto elastici».

Però è una cosa un po’ sessista, come si dice oggi, perché le donne non possono dirla…

«Ha un potere quasi magico, ma detto da una donna lo perde. Lo spiegherò nel prossimo spettacolo che sto scrivendo, nel quale la donna sarà ampiamente riscattata».

Però nel suca la donna non ci sta?

«Ci sta, ma non può dirlo».

Chiudiamo sul Festival, che cosa le è piaciuto di meno e cosa di più?

«Ho 57 anni e i tre big Al Bano, Ranieri e Morandi mi hanno commosso. Con loro ho provato le emozioni più forti».

Canzoni preferite?

«Quella di Marco Mengoni e quella di Lazza».

Chiara Ferragni?

«Non mi ha entusiasmato. Diciamo che la tv non è il suo posto. Anche la voce non l’aiuta. La tv ha un altro linguaggio, lei è bravissima a fare altre cose».

Francesca Fagnani?

«Lei la tv la sa fare e si vede. Mi è piaciuta».

Paola Egonu?

«Mi è sembrata brava, non è facile stare su quel palco. L’ho trovata più disinvolta della Ferragni».

Le polemiche?

«Un Sanremo senza polemiche è come un matrimonio senza confetti. Ogni giorno ce n’è una. Zelensky, Blanco, Angelo Duro, Fedez, Salvini, Rosa Chemical con la deputata di Fratelli d’Italia, le foibe.

Le polemiche sono parte integrante della natura del Festival. Amadeus è bravissimo a gestirle».

Lei ritiene opportuno che siano ricordate le foibe?

«Sì, soprattutto in questo momento. Sarebbe un messaggio contro tutte le guerre e tutte le atrocità che questa follia si porta dietro».

I suoi progetti futuri?

«Sto preparando uno spettacolo con Pietrangelo Buttafuoco che ha due o tre personaggi che devo studiare. E poi un altro con mio fratello e Cesare Inzerillo, già scenografo di Ciprì e Maresco, uno scultore pazzesco. In mezzo a tutto questo c’è Fiorello che mi occupa tutta la giornata…».

Mi anticipa qualcosa di questi spettacoli?

«Il mio è sul tema dell’ultimo libro. L’altro riguarda sempre la nostra amata Sicilia».

È favorevole al Ponte sullo stretto?

«A bruciapelo direi sì, favorevole. Però non si può fare solo il ponte. Tutte le infrastrutture intorno devono essere aggiornate e ammodernate perché sarebbe criminale fare il ponte e lasciare che per da Ragusa a Trapani un treno impieghi 13 ore».

Il ponte potrebbe essere il volano del rilancio?

«Sarebbe il big bang delle infrastrutture siciliane e calabresi».

Quindi, in questo caso, da siciliano, è favorevole al cambiamento?

«Sì, mi ha fregato».

 

La Verità, 11 febbraio 2023

 

 

Il golpetto di Amadeus per Mattarella all’Ariston

Il Cda Rai si preoccupa di non essere stato informato della presenza del presidente Mattarella all’Ariston. Per me è qualcosa che valorizza l’intera azienda Rai e al loro posto direi grazie a qualunque persona abbia fatto in modo che il presidente fosse all’Ariston. Invece di colpevolizzarlo andrei a stringergli la mano». Parole e musica stonate di Amadeus, direttore artistico e conduttore del Festival della canzone italiana. In buona sostanza, i dirigenti Rai dovrebbero ringraziarlo ora che, nei fatti, lui e il suo manager hanno preso il loro posto. Il giorno dopo la trasferta sanremese del presidente della Repubblica i contorni di tutta l’operazione vanno chiarendosi. A tracciare il bizzarro scenario che abbiamo osservato in queste ore sull’asse Ariston-Quirinale concorrono diversi fattori. C’è una Rai priva di un vertice solido e di una catena di comando autorevole e operativa. C’è un Cda, rappresentante del Parlamento, che non sa farsi rispettare, come già visto in occasione della querelle sull’ospitata del presidente ucraino Volodymyr Zelensky (attivata da un pur autorevolissimo giornalista che ha svolto compiti di intermediario in forma privata). C’è un organo di controllo, peraltro da abolire, come la Commissione di Vigilanza, che attende da mesi d’insediarsi. C’è un ubiquo presentatore al quale ormai è stato appaltato mezzo palinsesto Rai, che dirige e conduce la più importante manifestazione culturale del Paese per il quarto anno di fila (arriverà anche il quinto). C’è il suo potente e molto manovriero agente senza il quale sembra impossibile organizzare la kermesse, che pure vorrebbe portarla fuori dal teatro in cui si realizza da sempre, come per altro ripetutamente auspicato dall’altro presentatore di punta del gruppo (Paolo Bonolis), che potrebbe avvicendare quello in carica fino al 2024.

Sono le condizioni del colpo di mano in Viale Mazzini consumato in questi giorni. Parlare di colpo di Stato sarebbe troppo, anche considerando che protagonisti dell’azione che ha portato Sergio Mattarella sul palco dell’Ariston per l’inaugurazione del Festival sono gli uffici del Quirinale e della tv pubblica, due organismi statali. Sarebbe troppo, certo. Ma fino a un certo punto. Lucio Presta, agente di Amadeus, e Giovanni Grasso, consigliere per la comunicazione del presidente della Repubblica, «si conoscono e si stimano da tempo. Ecco perché la trattativa è stata gestita da loro», ha rivelato il conduttore, buttandola sul tenero. L’ad Rai Carlo Fuortes è intervenuto solo nella fase finale. Nessuna parte in commedia hanno, invece, avuto gli altri dirigenti, informati a cose fatte come attestato dalla lettera alla presidente Marinella Soldi dei consiglieri d’amministrazione, infuriati per essere rimasti all’oscuro della laboriosa trattativa. In Rai hanno fatto tutto Amadeus e il suo manager. Che poi ha coinvolto Roberto Benigni, anch’egli della sua scuderia, chiamato per confezionare l’avvertimento della serata al governo in carica. Se volete fare le riforme costituzionali, presidenzialismo e autonomia territoriale, dovrete avere il nostro benestare, quello dei vertici istituzionali e dell’establishment del Paese.

Per recapitare il messaggio si poteva ricorrere anche a qualche violazione del protocollo. Ed è ciò che successo. Lo ha confermato ieri mattina il direttore artistico del Festival tra un’esultanza per lo share da record (drogato dal nuovo sistema di rilevazione, infatti in termini numerici il dato è inferiore all’anno scorso) e un mea culpa per la sbroccata di Blanco. «Grasso e Presta da un anno lavoravano insieme a me affinché questo nostro sogno si potesse realizzare», ha ammesso Amadeus. «Questa operazione, segreta per una ragione di sicurezza, è avvenuta quasi in forma privata, non istituzionale. Il Quirinale ci ha chiesto di non dirlo a nessuno, di tenerlo per noi tre».

Dunque, esautorato il Cda, esautorata la presidente Soldi, esautorato è stato anche il direttore dell’Intrattenimento del prime time, Stefano Coletta. Il quale ha sussurrato: «Non ho partecipato all’operazione, ma quando nell’imminenza ne sono stato informato, sono stato molto contento che avvenisse, molto emozionato». Prima di chiudere, con voce flautata: «Non mi sono sentito sminuito per nulla». Insomma, dopo che il regalo è arrivato, qualcuno, aprendolo, si è molto risentito e qualcun altro ha fatto buon viso anche se chi l’ha scelto non ne aveva i titoli. Così è se vi pare: in assenza di decisioni della politica, le leve di comando della Rai vengono impugnate da chi è più lesto. Nel suo delirio di onnipotenza, Amadeus ha risposto anche al vicepremier Matteo Salvini che aveva criticato la scelta di difendere la Costituzione dal palco di Sanremo e annunciato che sabato non guarderà la serata finale: «Sono quattro anni che se la prende con il Festival: basta non guardarlo», ha concesso il presentatore. «So che sabato vedrà un film, spero sia bello». L’articolo 21 della Costituzione garantisce anche la libertà di telecomando.

 

La Verità, 9 febbraio 2023

Il Festival di Alcatraz e la Ferragni allo specchio

Le pagelle della serata d’esordio del 73° Festival di Sanremo.

Il Festival di Alcatraz. Voto: 3

È il dogma stesso del Festival da rimettere in discussione. Obbligo sociale, politico, civile. Una sorta di prigione in cui la Rai sta chiudendo il pubblico. Non solo come entità televisiva, ma proprio come spazio. Il martellamento a tutte le ore e in tutti i programmi, dal Tg1 agli spot fino alle rubriche periferiche, sono il luogo della costrizione. Asfissiante. Anche nell’ora d’aria si resta in galera. La macchina fagocita tutto come un mostro onnivoro. E nell’opinione pubblica che si avvertono i conati pre-rigetto.

La prima serata. Voto: 5

Manca soprattutto il ritmo, l’idea, il profilo della serata, prigioniero della sua eccessiva istituzionalizzazione. Il Festival è quasi coetaneo della Costituzione e l’Ariston sembra La Scala. Quando entrano Anna Oxa e non si capiscono le parole, e quando compaiono Mamhood e Blanco e si capiscono i lamenti, tutto precipita. E non risale neanche con le stecche dei Pooh…

L’asse Fuortes-Presta. Voto: 7

La coppia amministratore delegato superagente ha messo a segno il colpo dell’anno: Sergio Mattarella all’Ariston ad ascoltare Roberto Benigni che esalta la Costituzione. Senza il 75º anniversario della Carta vivevamo lo stesso, ma il pretesto è servito per allestire il momento patriottico introdotto dall’Inno di Mameli (da non chiamare Fratelli d’Italia). Messaggio primario: per cambiare la Carta in tavola, Giorgia Meloni dovrà passare sul nostro corpo. Effetto secondario: Fuortes e Presta si sono autoblindati.

Roberto Benigni costituzionalista. Voto: 5

A un certo punto, vista l’enfasi, pareva che parlasse del Vangelo. Un libro che salva e redime da tutto. Ci si aspettava un collegamento tra la Carta e l’arte, è arrivato il poco originale elogio dell’articolo 21 («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero»), in perfetto stile Repubblica. Unico guizzo quando, rivolto a Mattarella, ha detto che la Costituzione è praticamente «sua sorella», riferendosi alla presenza del padre di lui tra i costituenti.

Gianni Morandi finto tonto. Voto: 7

Con tutto quello che ha fatto e visto in carriera non conosce l’ansia da prestazione. Finge di non capire, gioca a fare la spalla, si prende in giro cantando le sue ciofeche. Sta sul palco come a casa sua. Infatti, dopo la sbroccata di Blanco, impugna la scopa e spazza. Risolutivo.

I favoritissimi della gara. Voto: 6

La tuta nera di pelle di Marco Mengoni, a metà tra i Village people e Alberto Sordi, rischia di distogliere dal testo della canzone. Idem l’esplosiva Elodie in versione come ti svesti. Piace il crescendo di Ultimo, ma anche lui non è aiutato dall’audio. Ricorrere ai sottotitoli?

Chiara Ferragni, la vita è un selfie. Voto: 4

La maggiore delusione della serata. Non s’infierisce solo perché è un esordio. Per tutto il tempo parla e dice di sé. Della sua emozione, del suo nervosismo, di come si è preparata, di cosa dicono i suoi abiti (il terzo era la tutina glitterata smessa da Achille Lauro?). Vive davanti allo specchio. Il primo post è rivolto a sé stessa: «Pensati libera». La letterina da terza media del monologo pure. Una galleria di banalità nel mood del piagnisteo vittimista. Si rimpiangono Drusilla Foer, Sabrina Ferilli, Diletta Leotta e Gegia.

Blanco, una bestemmia in chiesa. Voto: 4

Prendere a calci i fiori nella città dei fiori è lo sfregio peggiore. Gli scenografi avevano addobbato il palco con migliaia di rose rosse, come da titolo della sua canzone (L’isola delle rose) e da video della stessa nel quale le strapazza. Il ricevitore sbagliato consegnato dai tecnici non gli faceva sentire la voce in cuffia. E lui ha perso il controllo, magari perché troppo carico…

Ritirata di Zelensky: solo un testo letto da Amadeus

Ritirata sul fronte di Sanremo. Battuta d’arresto dei bellicisti a oltranza. Sul campo di battaglia dell’Ariston lo schieramento pacifista registra un piccolo, ma simbolico successo. Se sia merito della Rai o di Volodymyr Zelensky lo capiremo meglio nei prossimi giorni. Il leader ucraino non manderà un videomessaggio come previsto finora, ma un testo che verrà letto da Amadeus. Una lettera al posto di un discorso registrato. L’artiglieria leggera invece dei carri armati. Una raffica di mitra anziché gli ordigni dei Leopard. Non siamo alla resa, ma la de-escalation è evidente. La notizia arriva all’ora di pranzo dalla conferenza stampa di apertura del Festival di Sanremo e provoca sconcerto e delusione nelle formazioni atlantiste. A darla è Stefano Coletta, direttore dell’Intrattenimento prime time della Rai, incaricato dall’ad Carlo Fuortes di tenere i rapporti con le autorità ucraine. «Siamo in contatto quotidiano con l’ambasciatore in Italia Yaroslav Melnyk», annuncia misurando le parole il solitamente ciarliero capo dei varietà della Tv di Stato. L’impaccio è evidente. Come lo è l’arretramento della Rai che finora si era proclamata compatta nella difesa dell’ospitata del leader ucraino.

Basso profilo

«Nel pomeriggio del 2 febbraio l’ambasciatore ha comunicato che il presidente avrebbe preferito inviare un testo, che sarebbe stato letto da Amadeus», precisa Coletta. Una scelta di basso profilo, che avrà un impatto certamente inferiore a quello del video in divisa militare di Zelensky. Calcolo dei benefici e attenzione a non inimicarsi l’opinione pubblica italiana, alla fine dei conti gli uomini di Kiev sembrano autori aggiunti del Festival: niente videomessaggio, ma un testo affidato al conduttore. Il quale, interpellato su tutta la vicenda, nega che avrebbe fatto volentieri a meno di questa grana. Com’è noto, era stato lo stesso Zelensky a manifestare a Bruno Vespa il desiderio di essere ospitato a Sanremo. Con un passato da attore consumato, il presidente ucraino sa bene che nella società dello spettacolo ogni avvenimento, anche il più drammatico, viene comunicato con il linguaggio dello showbiz. Per questo, finora il suo tour aveva inanellato i Grammy Awards e il Festival di Cannes, la Mostra di Venezia e i Golden Globe. Alla collezione mancava Sanremo. Ma ora il display della war speech avverte a sorpresa che «qualcosa è andato storto» e bisogna aggiornare il programma.

Levata di scudi

Sebbene Giorgia Meloni abbia confermato la linea di sostegno a Kiev adottata dal precedente governo, la maggioranza degli italiani rimane contraria all’invio delle armi. Detta in breve, ne ha le tasche piene di un conflitto che si ripercuote sulla vita quotidiana di tutti. Perciò, la notizia dell’ospitata di Zelensky aveva scatenato un dissenso diffuso e trasversale. Perché il servizio pubblico deve offrire una platea di 15 milioni di persone come la serata finale del Festival, la più affollata dell’anno televisivo, al leader ucraino richiedente nuovi armamenti? Ragioni di opportunità e motivi di contenuto lo sconsigliavano. Da quando è trapelata la notizia, il fronte contrario ha coinvolto da Pier Silvio Berlusconi, editore figlio del capo di un partito di governo, a intellettuali come Aurelio Picca e Carlo Freccero, fino a politici di schieramento diverso come Matteo Salvini, Carlo Calenda e Gianni Cuperlo. In alcuni casi la critica principale riguardava il contesto scelto: non si parla di guerra e morte tra i lustrini e le paillettes. Ma la questione è più profonda. Se ci si strappa le vesti per difendere l’indipendenza del popolo ucraino perché la volontà prevalente di quello italiano dev’essere ignorata? Anche la Rai avrebbe potuto averne un contraccolpo d’immagine, finendo per alienarsi una fetta rilevante di pubblico, per altro già nervoso per l’eccesso di messaggi gender di cui sarà disseminata la kermesse.

Atlantisti delusi

Sui contenuti del testo che arriverà già tradotto in italiano «saremo più puntuali nei prossimi giorni», ha chiarito il solito Coletta. Che subito dopo ha precisato: «Mi sembra complicato poter censurare il presidente. Il controllo di noi dirigenti è preventivo alla messa in onda di ogni programma, ma sorrido all’idea di un dirigente Rai che possa censurare un presidente». Però la decisione è presa: i ghost-writer di Kiev allentano la presa sulla postazione dell’Ariston. Mentre non si registrano rilevanti prese di posizione sul fronte politico, forse deciso a non seguire l’altalena di decisioni tra canzonette e proclami di guerra, contrarietà e malumore attanagliano gli editorialisti con l’elmetto. Non aspettavano che di vedere l’ex Servitore del popolo reclamare nuovi armamenti indossando la t-shirt dell’esercito. Invece dovranno accontentarsi del lettore Amedeo Umberto Rita Sebastiani (in arte Amadeus) in smoking scintillante. A meno che, alla fine, qualche autore non pensi che se la leggesse Chiara Ferragni, magari con una spallina scivolosa, potrebbe fare anche più audience. Buona visione.

 

La Verità, 7 febbraio 2023

«Farò pentire chi mi ha invitato al Festival»

Gelido. Caustico. Tagliente. Rassicurante come una katana. Consolatorio come un’incudine. Affettuoso come una lastra di ghiaccio. Per la sua comicità si usano aggettivi come irriverente, dissacrante, scorretta. Ma alla prova degli spettacoli risultano cliché stantii. Lui rifiuta persino l’etichetta di comico. Chi non lo conosce lo cerchi su YouTube. Frasi brevi, secche come fucilate, in un crescendo di paradossi. Zero concessioni al mainstream. Angelo Duro, palermitano quarantenne, ex Iena, scoperto a un’esibizione da Davide Parenti, reduce da due stagioni sold out a teatro, è più eversivo di Checco Zalone, più insolente di Pio e Amedeo, meno gigione di Saverio Raimondo. Lo stand up comedian che non c’era e di cui, in questi tempi gne gne, c’è grande bisogno. Domani sera sarà ospite del Festival di Sanremo di Amadeus.

Insomma, sapeva che sarebbe successo, che era inevitabile che la invitassero?
«Certo. Prima o poi i linguaggi cambiano. Io sono la cosa più moderna che esista. I numeri che faccio in teatro ne sono la prova. Sto facendo sold out dappertutto. Mi sono costruito un pubblico che, come me, non vuole sentire cose moraliste. Io parlo di tutto. Non mi pongo limiti. Mi piace turbare la gente. Così poi do un po’ di lavoro agli psicologi. E devo dire che loro mi ringraziano sempre».
La prende come una consacrazione o non gliene frega un cazzo?
«Me ne frega del punto di vista rivoluzionario. Sanremo è sempre stato un luogo politico e del linguaggio che deve andare bene per tutti. Io non parlo di politica. Troppo facile come argomento. E non ho un linguaggio adatto a tutti. Attenzione, io lo ritengo adatto a tutti, sono loro che non sono pronti. Ma sono certo, che col tempo, si apriranno e tireranno fuori quei blocchi culturali che hanno dentro. Io sono come Dio nel Giudizio universale di Michelangelo che tende la mano ad Adamo aspettando che sia lui ad alzare l’indice ed aprirsi al creato».
Questa opportunità è tutto merito dei teatri pieni o anche un po’ del buon rapporto con Fiorello che qualcosa può segnalare ad Amadeus?
«Merito dei teatri pieni che hanno avvicinato sempre più gente a scoprirmi e conoscermi. Tipo Fiorello. Lui è un entusiasta ed è un vero talento anche a capire le cose prima di tutti. Ed è una persona sincera. Se gli piace una cosa, e ne riconosce l’autenticità, la promuove e la difende. È stato lui che ha spinto Amadeus ad invitarmi al Festival. Sono proprio contento di sapere che da mercoledì rovinerò la loro trentennale amicizia».
Nel post su Facebook dice che questo invito è la conferma che è «riuscito a cambiare il sistema». L’autostima non le manca…
«Ho cambiato il sistema del punto di vista del linguaggio. Ripeto, uno come me a Sanremo rappresenta un vero cambiamento. In peggio, ovviamente. Questa cosa fa crescere ancora di più la mia autostima. Il cambiamento è linguistico. Questo Paese fa fatica a parlare di argomenti senza dover per forza mettere dentro la morale. Io sono immorale. E ci tengo».
Ha scritto anche che dopo «anni di soldi estorti» con la sua presenza su Rai 1 «c’è un motivo valido per aver pagato il canone».
«E già… Guardatevi in giro. Non vedete che la gente è sempre più stupida? A chi volete dare la colpa? Al clima? Allo smog? No. La colpa è della tv che con i suoi programmi d’intrattenimento e d’informazione ha ridotto le persone cretine. Non è giusto. Poverine».
In questi casi per incoraggiamento si dice «in bocca al lupo». Lei risponde «viva il lupo»? O preferisce che le si dica «merda»?
«Non me ne frega di questi riti. Non sono superstizioso. Io non credo a nulla».
Ricominciamo dall’inizio. Angelo Duro è il suo vero nome o un nome d’arte? Sembra un ossimoro, tipo Angelo Nero o Angelo Incazzato.
«Mi chiamo così. Credo che i miei non abbiamo neppure pensato alla contraddizione di questo nome. Ma mi è sempre piaciuto. E mi rappresenta a pieno. È un nome unico. Sempre meglio chi chiamarsi Mario Rossi».
Perché nei suoi spettacoli è sempre incazzato duro?
«Non sono incazzato. Io racconto delle storie. Non sono incazzato senza un senso. Racconto cosa mi è successo, cosa ho pensato e come ho reagito quando mi è successo. È una causa e un effetto».
Come e quando è nata la sua comicità?
«Io non sono un comico. L’ho detto tante volte. E comunque la comicità non nasce. La comicità ce l’abbiamo tutti. È quell’esatto momento in cui di fronte a una grande paura dici a te stesso, o a chi ti sta vicino, una cosa per sdrammatizzare. Questa è la comicità. Per cui, per quanto mi riguarda, tutti siamo comici. Poi ci sono quelli che di fronte a paure e tragedie non osano sdrammatizzare perché ne hanno fatto un fattore morale. Poverini. E rimangono schiacciati dalle paure e dai loro traumi. Io non faccio altro che questo. Esorcizzo ogni paura o pericolo che esista nella vita. Certo, mettici che poi a farlo sono il più bravo di tutti. Ma questo è un dettaglio».
C’è stato un momento in cui le si è accesa l’idea o anche lei faceva ridere già a scuola?
«No. Perché, lo ripeto, non sono un comico. Io mi sono sempre limitato a dire quello che vedo di una cosa. È la gente che ride. Mica io. Cazzi loro».
Cosa le ha fatto decidere di fare dell’arroganza e del cinismo un genere comico?
«I soldi. Io, ripeto, non sono un comico. Sono un imprenditore».
C’è qualche modello a cui si è vagamente ispirato?
«No. Non sono un comico. Non ricordo se l’avevo già detto».
Anche la sua agenzia «Dasoloproduzioni» è drastica: niente film finanziati coi soldi pubblici, niente piattaforme che fanno serie per cerebrolesi, solo i suoi spettacoli: i testi li scrive tutti da solo?
«Io racconto di me. Le mie esperienze. Le cose che vedo. Le cose che sento. Non ci sono testi».
Può anticiparci cosa farà all’Ariston? Sarà un pezzo inedito?
«Chi dice che ci andrò? E se ci andrò chi dice che parlerò?».
Come fa a far ridere stando anche alcuni minuti in silenzio.
«Loro ridono perché hanno empatizzato con me. Sanno chi sono. Cosa penso. Per loro sono un amico. Una persona di famiglia della quale conosci tutti i connotati, pregi e difetti. Nel mio caso soprattutto i difetti. Quindi non mi serve fare altro. Perché io sono entrato nella loro testa. Conoscono il mio carattere. E sanno che da un momento all’altro potrei dire una cosa che fa crollare tutto. Questo disagio viene scaricato con una risata. Che, come le dicevo, serve ad alleggerire la tensione che creo».
Teme che mercoledì all’Ariston qualcuno in platea possa irritarsi per le sue provocazioni?
«No. Non lo temo. Lo spero».
Negli anni scorsi guardava il Festival?
«È successo. Tutti nella vita facciamo degli sbagli».
Cosa pensa di Chiara Ferragni e del mondo degli influencer?
«Non sono argomenti che tratto».
Dopo Perché mi stai guardando? e Da vivo, i suoi precedenti show, il prossimo spettacolo s’intitolerà Sono cambiato. Sbaglio se temo che sarà ancora più caustico?
«Chi può saperlo. L’unico modo per scoprirlo è stare lì. Adesso vi saluto che c’ho da fare».

 

La Verità, 7 febbraio 2023

«A Sanremo dirige chi ha imparato al computer»

Gianni Morandi, Renato Zero, Enzo Jannacci, Paolo Conte, Nada, Riccardo Cocciante: sono solo alcune delle star per le quali Mimma Gaspari ha lavorato. Come press agent, autrice, consulente per l’immagine… Insomma, è stata la consigliera dei grandi della musica italiana. Dopo Penso che un «mondo» così non ritorni mai più, sempre per Baldini+Castoldi ha appena pubblicato La musica è cambiata?! Dite la vostra che io ho detto la mia, quasi seicento pagine di ritratti, aneddoti, interviste.

Le è piaciuto il Festival di Sanremo?

«A tratti sì. Alcune canzoni mi sono piaciute molto. Mi è piaciuta Drusilla Foer. E poi, ovviamente Gianni Morandi, la più bella voce italiana; la seconda è quella di Blanco».

Complessivamente, da 0 a 10?

«Darei un sette e mezzo, anche otto».

Il merito principale di Amadeus è stato mescolare generazioni musicali diverse?

«Direi di sì. Però, non ho capito se sceglie da solo le canzoni, con l’aiuto di Gianmarco Mazzi o di una commissione. In passato c’era una commissione, mi chiedo se sarebbe meglio che ci fosse ancora».

Perché questa domanda?

«Parlando in questi giorni con Pippo Baudo, mi raccontava che ai suoi tempi, dopo un’iniziale scrematura, una commissione sceglieva un certo numero di canzoni da mandare al Festival. Gianni Ravera voleva avere nel cassetto sempre sette o otto pezzi forti».

Sta dicendo che la selezione di questo Festival era modesta?

«No, il pregio di Amadeus è avere mescolato. Ma Sanremo deve avere grandi canzoni, come per esempio Brividi. In passato c’erano interpreti come Riccardo Cocciante, Renato Zero… Quando nel 1968 Sergio Endrigo vinse con Canzone per te si rammaricò: <Era meglio se arrivavo secondo>».

Ha avuto anche lei la sensazione che l’esibizione di Cesare Cremonini fosse una spanna sopra quelle di molti concorrenti?

«Senz’altro. Cremonini è bravissimo, è un animale da palcoscenico, ha bei testi. Ma io sono bolognese e dunque di parte. Morandi, Lucio Dalla, Francesco Guccini, Luca Carboni, gli Stadio, Ligabue, anche Samuele Bersani, che è di Cattolica… diciamo che la scuola emiliano-romagnola ha dato molto alla canzone italiana».

Lei è stata vicina a star come Renato Zero, Conte e Morandi, ma nel suo libro parla con competenza di Salmo, Marracash, Rkomi, Achille Lauro… Perché è così interessata al rap e alla trap?

«La curiosità per la musica non muore mai. Voglio capire perché questi rapper hanno tanto successo».

E come si risponde?

«Ancora non l’ho capito bene. Ci sono situazioni diverse. Per esempio, Blanco ha una voce eccezionale. Alcuni testi sono interessanti, ma è molto difficile cantarli, mentre Poesia di Cocciante la canto anche ora dopo 50 anni».

Quindi non si spiega il successo del rap?

«Ai giovani piace molto questo genere, ma non sanno chi sono Lucio Battisti e Adriano Celentano. I ragazzi di oggi sono insicuri, déracinés, sradicati. Perciò si riconoscono in questi “fiumi di parole”. Dove si trovano bei testi come L’Albatro di Marracash, che però è incantabile. Forse è musica da ascolto».

Da ascolto?

«La indie e la trap più del rap».

Tornando alla domanda del libro che accompagna con il punto interrogativo e con quello esclamativo, la musica è cambiata in meglio o in peggio?

«Probabilmente in peggio, non poter cantare le canzoni è un grande difetto. I rapper cantano troppo velocemente».

Come si fa a cantare un rap sotto la doccia?

«Impossibile, per questo dico che è musica da ascolto».

Come il jazz o Ludovico Einaudi?

«Non ascolto nel senso classico. A volte il rap ha testi pesanti, come Suicidio di Faust’O, difficile da cantare per noi adulti».

Ecco, per gli adulti è più difficile il salto dalla canzone classica al rap o quello dal mondo analogico al digitale?

«Domandona. Ormai si è obbligati a diventare digitali, almeno un po’. Entrare nella metrica rap invece è facoltativo e facciamo più fatica perché abbiamo sentito tanta musica importante. Invece, i rapper non conoscono Quando finisce un amore di Cocciante, per dire. Per questo nel libro ho suggerito 250 canzoni da ascoltare prima di lanciarsi come autori».

Condivide il tifo della critica per Mahmood e Blanco?

«Non sono una giornalista, ma condivido. Certo, preferisco Morandi, però Mahmood e Blanco sono affascinanti ed esprimono una fusione molto forte».

È davvero la migliore canzone di questo Festival o piace perché contiene altri messaggi?

«Può darsi, ma non ne sono sicura. In questo Festival ne abbiamo visti parecchi di questi messaggi. Avrei scelto canzoni più propriamente italiane, forse non ce n’erano abbastanza. Ma non voglio giudicare chi sceglie le canzoni. Non mi hanno mai coinvolto nella selezione del Festival, anche se me ne intendo, lo dico senza falsa modestia».

Nel 2019 la giuria di qualità sovvertì l’esito del televoto che aveva scelto Ultimo facendo vincere Mahmood.

«Ultimo aveva ottenuto il 49% dei voti, Mahmood il 15%».

In una prospettiva generazionale, il televoto premia sempre i concorrenti più giovani?

«È anche una delle mie curiosità: il televoto si concentrerà sui rapper?».

Perché l’hip hop nato nei ghetti neri ora, diventato urban, conquista un palco nazionalpopolare come l’Ariston?

«Il gangsta rap è espressione della protesta dei neri contro i bianchi, tanto che i neri si arrabbiarono parecchio quando Eminem se ne impadronì. Adesso il rap è diventato un ritmo più che l’espressione di una protesta antirazzista».

Non sarà anche perché i rapper italiani sono sensibili alle sirene del mercato e dei media?

«Molti si affermano perché si postano su Spotify e vengono segnalati alle case discografiche. È un sistema per sfondare molto diverso da quello di una volta. Oggi le canzoni sono meno verificate».

Fedez, J-Ax, Sfera Ebbasta nati nei centri sociali sono diventati fenomeni mediatici.

«A 51 anni J-Ax è considerato lo zio del rap. Dai centri sociali alle prime serate tv il salto è vertiginoso. Molti di questi ragazzi sono figli di operai che arrivano dal sud. Studiano informatica, ma quasi nessuno finisce la scuola. Con i social la strada per il successo è più breve».

Sbaglio o Achille Lauro è uno di quelli che le piace meno?

«Non sbaglia. Ho lavorato dieci anni con Renato Zero che è sempre stato molto scenografico. Mi diceva: “Non penseranno che ho copiato David Bowie… Ho cominciato prima di lui”. Soffriva perché non superava mai il provino per andare in televisione. Prima o poi mi chiamerete per fargli fare dieci sabati sera, dicevo ai capi della Rai. Infatti. A differenza di Renato che scriveva sempre grandi testi, Lauro fa passare canzoni modeste attraverso la messa in scena».

Prevalgono l’immagine e il glamour sulla qualità della musica?

«A volte mi sono occupata anche dell’immagine. Ai tempi di Il cuore è uno zingaro, copiandolo da Via col vento, suggerii a Nada un vestito bianco che andò su molte copertine. L’immagine deve aiutare la canzone, non sovrapporsi».

Cosa pensa dei Måneskin?

«Li trovo bravissimi, Coraline dimostra che sanno fare anche canzoni diverse».

Ritiene giustificata questa estasi diffusa?

«Mi chiedo perché hanno successo in tutto il mondo. Forse non sono il vero rock, ma in Italia è tanto che non c’è un vero gruppo rock e loro riempiono questo vuoto».

Un tempo il successo di un artista si costruiva in anni di studio e con il lavoro di produttori, autori, arrangiatori, discografici: oggi?

«Oggi più che costruire ci si posta. Se va va, se no pazienza».

I followers sui social hanno preso il posto di casting e provini?

«Morandi ha 2 milioni di followers, ma sono persone che lo amano. Io ho fatto tanti provini alla Rca con produttori, musicisti e arrangiatori, era un lavoro d’équipe. Se non si era tutti d’accordo, la canzone non passava».

Che cosa ha pensato quando ha visto Francesca Michielin dirigere l’orchestra del Festival?

«Non ho ben capito come mai fosse in grado di farlo. Io ho studiato tre anni pianoforte, ma poi ho smesso perché non me la sentivo. Mi chiedo se abbia seguito dei corsi di composizione o di direzione d’orchestra».

Consegnarle il podio di Sanremo squalifica il ruolo dei direttori e legittima la presunzione dei millennial?

«Ho sentito Enrico Melozzi, il direttore d’orchestra dei Måneskin, dire che ha imparato studiando su internet. S’impara a dirigere con il computer».

Con dei tutorial?

«Forse. Il direttore dei Måneskin ha fatto tante direzioni, so che suona anche il violoncello. Io ho sempre sognato di suonare, vedo che tanti ci riescono, ma a volte mi sembrano dei miracoli».

Che ricordo ha di Ennio Morricone conosciuto alla Rca?

«È uno degli uomini più adorabili che ho incontrato».

Parlando di umiltà e applicazione…

«Lo incontravo al bar della Rca, dove passavano musicisti, autori, artisti. Lui aveva ascoltato la mia traduzione di Exodus e mi chiese: “Signorina, sarebbe disposta a fare una canzone con me?”. Pensavo di sognare, era il 1966. Mi precipitai e insieme scrivemmo Occhio per occhio che fu portata al Cantagiro da Maurizio Graf».

Ha visto il documentario che gli ha dedicato Giuseppe Tornatore?

«Ancora no. È rimasto solo due giorni, ma appena tornerà al cinema andrò di sicuro a vederlo».

Ha mai tentato di convincere Paolo Conte a partecipare a Sanremo?

«Impossibile. Però Conte ha scritto per altri. Azzurro l’aveva scritta da solo, ma poi fu Vito Pallavicini a farla cantare a Celentano. Il Clan era molto selettivo nella scelta delle canzoni. Pallavicini andò con un registratore Geloso a farla ascoltare ad Adriano attraverso la finestra aperta mentre faceva la doccia».

Tra i tanti con i quali ha collaborato a chi è più affezionata e perché?

«Ero diventata grande amica di Jannacci. Un po’ perché parlavamo in dollari…».

In che senso?

«I dirigenti della Rca la ritenevano una gag, ma io li convinsi a pubblicare Vengo anch’io. Vendette 600.000 copie e Jannacci diventò ricco. Così quando gli telefonavo mi diceva: “Parliamo in dollari?”».

Con Conte che rapporto ha?

«Affettuoso. Mi chiama la dama en bleu marine, alla sua maniera. Ci scriviamo e  telefoniamo ancora».

Tre canzoni che porterebbe in un’isola deserta?

«Vieni via con me, Un mondo d’amore e Vengo anch’io».

E l’artista con cui conversare per ingannare le lunghe giornate?

«Con Morandi, anche lui bolognese, mi sembrerebbe di tornare alle origini».

 

La Verità, 6 febbraio 2022

Finito il Festival dei record, anche di pianti e gender

Il senso di liberazione è forte. Dopo la settimana di reclusione con vista sul Quirinale, finalmente ci siamo messi alle spalle anche la galera dell’Ariston; fiorita e scintillante quanto quella del Colle era rituale e polverosa, ma pur sempre galera. Le due liturgie vanno abbinate, non solo per la telefonata tra il bis-presidente e il tris-conduttore. Ma soprattutto perché, per i telespettatori anarchici, individualisti e viziati dal ventaglio di scelte, hanno entrambi il carattere dell’obbligo e, dunque, della tortura. Ora ci si butterà sulle Olimpiadi invernali, ma qui di obblighi non ce ne sono.

Intanto, mentre l’amministratore delegato Rai Carlo Fuortes, il «dottor Carlo» di Sabrina Ferilli, minaccia «una statua equestre di Amadeus» in Viale Mazzini e si conciona di una sua edizione quater, proviamo ad archiviare il ter.

Per il conduttore e direttore artistico quello appena concluso con ottimi ascolti (64,9% di share e 13,3 milioni di telespettatori per la serata finale) è un triplo capolavoro (voto: 7,5). Nell’era della (quasi) unità nazionale, come da mission annunciata, il Sanremo tuttifrutti ha accontentato (quasi) tutti, anche se, come vedremo, soprattutto alcuni. Amadeus si è consacrato, emancipandosi da Fiorello, dimostrando che il suo lavoro sta in piedi da solo. C’era un filo di scetticismo, dopo la prima serata. Invece, azzeccando gli ospiti delle successive, gli ascolti sono rimasti in quota e lo spettacolo pure. Ultima, ma altrettanto importante quadratura è quella musicale: un mix di generi, gender e generazioni che ha soddisfatto tutti i gusti. Mescolando mondo rap e canzone melodica ha completato l’opera di ringiovanimento del pubblico già iniziata da Claudio Baglioni. Un punto in meno nella valutazione si deve alla scelta delle partner femminili, non tutte azzeccate, e al lassismo consentito ai direttori d’orchestra. Oltre a legittimare la presunzione dei millennial, concedere il podio a Francesca Michielin (4) ha mostrato che per dirigere l’orchestra del Festival della canzone italiana non serve il diploma del conservatorio. Una lacuna non certo compensata dai look eccentrici di alcuni più assidui colleghi, ma quanto lei sprovvisti dei titoli necessari. Caso da risolvere.

Chi non ha bisogno di esibire pass di autenticità è Fiorello (7,5 per la presenza risicata), improvvisatore sopraffino («da sex symbol a ex symbol il passo è breve») e resiliente, con il medley di ballate tristi trasformate in samba tropicali. Tutto il contrario del meticoloso Checco Zalone (8), in grado di lanciarsi a tutta velocità, sul ciglio tra volgarità e raffinatezza a colpi di calembour, rime e parodie fulminanti, ma più cerchiobottiste di un tempo.

Nell’assemblaggio dei brani in gara la formazione da dejaay di Amadeus ha pagato. Il carisma di Gianni Morandi (7,5) è stato riconosciuto anche dai giovanissimi (Blanco: «Da grande voglio essere come lui»): chiusura del cerchio di mondi che sembravano non toccarsi. Invece energia, freschezza, eleganza hanno bucato il muro di separazione tra le generazioni. L’energia del Gianni nazionale, con o senza Jovanotti, la schiettezza  dell’ultra ottantenne Iva Zanicchi, il controllo espressivo di Elisa hanno finito per evidenziare le paturnie gender e le pennellate di smalto di Achille Lauro, Michele Bravi, Måneskin, Rappresentante di lista e di tutto il carrozzone fluido in trasferta all’Ariston (4 per il déjà vu). Terreno sul quale la distanza generazionale è tornata profonda.

Il Festival contrappuntato di gaiezza ha confermato i vincitori ampiamente annunciati (5) alla vigilia dalla critica (5), monoliticamente schierata. Blanco sarà anche una delle voci migliori della scena musicale contemporanea, ma la tonalità di Mahmood incarna il vittimismo lamentoso, per altro condensato nel ritornello della canzone: «Nudo con i brividi/ A volte non so esprimermi/ E vorrei amarti ma sbaglio sempre». Non a caso lo stesso impaccio espressivo ritorna in Ti amo non lo so dire di Noemi, l’altro brano firmato da Mahmood. Sull’emisfero opposto si trovano le due canzoni migliori del Festival (7 a entrambi) che sembrano dialogare tra loro, Forse sei tu di Elisa e Sei tu di Fabrizio Moro («La distanza fra un uomo che ha vinto ed un uomo sconfitto/ Sei tu/ Che attraversi il mio ossigeno quando mi tocchi/ Sei tu»), giustamente premiate come miglior arrangiamento e miglior testo della kermesse. Complessivamente, sulla modestia di gran parte degli interpreti in gara, è svettata l’esibizione di Cesare Cremonini (9) che ha inondato l’Ariston di canzoni ispirate e vitalità sorridente. Simile a quella trasmessa la sera dopo da Jovanotti (8), nella doppia veste – qualcuno ha cavillato – di partner di Morandi e di superospite. Anzi, di «superamico» capace di far sedere a disegnare l’ex compare di Radio Deejay, mentre lui recitava Bello mondo di Mariangela Gualtieri, riportandoci per un attimo sui banchi di scuola.

Si è dovuto invece aspettare la serata finale per avere sul palco una donna sia bella che intelligente: Sabrina Ferilli (8,5), testimonial della categoria Unodinoi per tanti motivi. L’ironia, la leggerezza, la veracità luminosa, il non metterla giù dura, grazie a Dio, scegliendo l’informalità di quel «vieni, sediamoci qui» sul gradino dell’Ariston, come sul muretto dell’adolescenza. Soprattutto per il suo geniale anti-monologo. Avrebbe potuto toccare tanti temi, le donne, il femminismo, il potere degli uomini, il riscaldamento globale, la disparità salariale… «Ma perché la presenza mia deve per forza essere legata a un problema grosso? Ci sono tante cose da cambiare, ma sto nella mia linea, ho scelto la strada della leggerezza». Applausi. Senza di lei, avremmo dovuto accontentarci di presenze femminili per un motivo o per l’altro, problematiche. La vallettosa Ornella Muti (5); la piagnucolosa Lorena Cesarini (4), che dopo aver detto al settimanale Oggi che «parlare di odio razziale per un paio di post mi sembra una montatura», l’ha messa puntualmente in scena; la più charmante, ironica e colta Drusilla Foer (7,5 per «unicità» al posto di «diversità») che ha il solo difetto di essere un uomo… E per le donne, come qualcuno ha notato, non è una buona notizia.

Se le premesse sono queste, forse una conduttrice donna arriverà insieme a una presidentessa della Repubblica…

 

La Verità, 7 febbraio 2022