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Salvini, Delmastro e la fiaba dei giovani costituzionalisti

Cinque motivi della sconfitta più una favoletta di neoromanticismo politico.

A due giorni dal flop del Fronte del Sì al referendum, ora che il polverone post-spoglio si sta diradando, si iniziano a intravedere alcune ragioni della clamorosa sconfitta. Sconfitta lacerante perché densa di conseguenze: per il governo in carica con le attese dimissioni al ministero della Giustizia e per l’agenda dell’ultimo anno di legislatura; per la possibilità di migliorare anche in futuro la giustizia in Italia, relegandoci al livello dei Paesi retti da autocrazie o vere e proprie dittature dove le carriere dei magistrati sono unificate; per la possibilità, infine, di immaginare altre riforme che comportino modifiche alla Costituzione.

Ecco gli errori della campagna referendaria.

La latitanza di Matteo Salvini Durante tutta le settimane precedenti al voto il leader della Lega nonché vicepremier ha mantenuto un comportamento che, a essere benevoli, si può definire enigmatico. Volendo essere realisti bisognerebbe parlare di atteggiamento incomprensibile. Inspiegabile. In questi anni Salvini (da ex ministro degli Interni del governo Conte) è stato bersaglio della magistratura politicizzata. Sottoposto al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per lo sbarco negato di 147 persone soccorse dalla Ong Open arms, un processo durato tre anni, dal vicepremier ci si aspettava un protagonismo personale e un coinvolgimento del suo partito ben diversi. Invece ha assunto una posizione molto defilata. Il giorno dell’esito della consultazione era a Budapest per una riunione con altri leader sovranisti.

Tardive dimissioni di Delmastro (e di Giusi Bartolozzi) Difendere sempre la squadra va bene perché la compattezza del gruppo è apprezzabile. Ma se c’è un’eccezione è quando si rischia di mettere a repentaglio un traguardo inseguito da decenni com’era il completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per il giusto processo. Un obiettivo che avrebbe caratterizzato l’intera legislatura. È mancata la tempestiva richiesta della premier: Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, avrebbe dovuto essere sciolto dalle sue responsabilità per potersi difendere liberamente, senza rischiare di incrinare la trasparenza della squadra di governo (già peraltro intaccata dalla permanenza nel proprio ruolo di Daniela Santanchè).

Eccesso di tecnicismo Alla strategia di politicizzare il confronto studiata da Dario Franceschini si è scelto di replicare concentrandosi nel merito della riforma, sicuri delle ragioni del cambiamento. Purtroppo, si è esagerato in tecnicismi sui due Csm e i relativi sorteggi, mentre sarebbe stato più efficace sottolineare maggiormente la creazione dell’Alta corte disciplinare sulla base del principio che «Chi sbaglia paga». I magistrati, come tutte le categorie professionali. Gli esponenti del No hanno suonato solo due note per tutta la campagna: l’assoggettamento della magistratura al potere politico e l’intoccabilità della Costituzione. Due falsità, ma efficaci e vincenti.

La comunicazione disordinata Ognuno si è mosso per conto proprio. I leader di partito, la premier, i ministri. Solo nelle ultime due settimane, a sorpasso del No ormai compiuto, si sono mobilitati Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, Arianna Meloni e Giorgio Mulè di Forza Italia. Troppo tardi. Ancor più dopo che le gaffe del ministro della Giustizia Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avevano creato grave imbarazzo a tutto lo schieramento, pareggiando gli sfondoni dei testimonial del No (immaginate quanto avrebbero pesato le intemperanze e le citazioni fasulle di Nicola Gratteri senza le infauste uscite del Guardasigilli e della sua assistente).

Niente chiusura unitaria della campagna Altro grave errore: non aver previsto un momento finale comune delle componenti del Sì. Tutti i leader della maggioranza insieme sul palco con i testimonial del Comitato SiSepara avrebbero avuto un loro impatto. Niente. È stata la conseguenza della mancanza di strategia di comunicazione unitaria. Forse ci si sentiva sicuri della vittoria. Errore di superficialità e presunzione.

Il tema dell’inviolabilità della Carta vantato da molti testimonial del No introduce quello del nuovo innamoramento di analisti e commentatori. I giovani per la Costituzione. I patrioti per la Costituzione. La più bella del mondo, intoccabile. La Generazione Z, la Generazione Gaza. Detto senza giri di parole, che ne sanno i giovani dell’inalterabilità della Costituzione? Dal 1948 a oggi è stata modificata una ventina di volte, le ultime nel 2001, per la riforma del Titolo V (redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni), e nel 2020, per la riduzione del numero dei parlamentari. E, senza referendum, quando sono stati inseriti in Costituzione il pareggio di bilancio e la difesa dell’ambiente. Quanto ai giovani che catalizzano la narrazione post referendaria, più che di patriottismo sembra corretto parlare di «feticismo costituzionale». Quello che ha ammaliato i tantissimi che ancora non sono entrati in un’aula di tribunale o non hanno visto come ne sono uscite le vittime della sciatteria di tante indagini, da Enzo Tortora (vedere la serie Portobello di Marco Bellocchio su Hbo Max) a Beniamino Zuncheddu (32 anni di galera da innocente) fino a Stefano Esposito (Massacro giudiziario di Ermes Antonucci per Liberilibri). Tanto per citare, non a caso, i primi nomi che vengono alla mente…

 

«Certi big del No soffrono di disforia professionale»

Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.

«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».

 

La Verità, 20 marzo 2026

Berlusconi jr: «Voterò convintissimamente Sì»

Politica, televisione, finanza. È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che parla ai giornalisti convocati per un bilancio complessivo a Cologno Monzese. Il complicato momento storico sia a livello internazionale che in casa nostra spinge l’amministratore delegato Mediaset a pronunciarsi senza inutili prudenze anche sull’imminente referendum sulla giustizia. «Da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione», premette. «Diamo voce a entrambi gli schieramenti, ma siccome sono anche un cittadino vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese. Io voterò convintissimamente Sì. Non per motivi politici, ma per motivi di civiltà e modernità. Considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno». È un endorsement nitido e pragmatico, come si addice a un grande imprenditore, basato su criteri di efficienza e modernità, che si aggiunge a quello, di qualche giorno fa, di Marina. Se, all’origine, non c’erano dubbi sull’orientamento dei figli, pur senza insistenze sulle storiche posizioni del padre e le sue battaglie per l’affermazione del giusto processo, colpisce quel «convintissimamente» di Pier Silvio. Che scoraggia eventuali obiezioni e si passa ad altro. «Dall’ultima volta che ci siamo visti», dice il presidente di Media ForEurope, «è scoppiata una guerra e poi un’altra: è una cosa terribile per il mondo e ha un impatto inevitabile sull’andamento dell’economia e sui media, soprattutto quelli che vivono di pubblicità». I primi tre mesi dell’anno «sono stati molto faticosi in Italia, Germania e Spagna, ma già a marzo ci sono segnali positivi. Oggi registriamo una graduale ripresa con un punto di domanda gigantesco legato alla guerra, che speriamo si risolva il prima possibile». Ciò che conforta il gruppo è il risultato del 2025 nel quale Mfe registrerà «un utile più che raddoppiato» rispetto all’anno precedente quando aveva raggiunto un utile di 138 milioni. «Sapevamo che il 2025 è stato straordinario, ma se mi avessero detto questo risultato a inizio anno non ci avrei creduto», spiega Berlusconi jr, che non può dettagliare troppo perché il bilancio si chiuderà il prossimo 15 aprile. Sul fronte della Borsa, «la caduta dei titoli media e quindi del nostro negli ultimi giorni, dopo la guerra, c’è: non dico che ci preoccupa, ma non è una bella cosa», ammette l’ad e presidente di Mfe. «Il mercato guarda sempre avanti e oggi ovviamente c’è grande incertezza, ma non abbiamo nessun elemento che ci preoccupa per questioni interne a Mfe, se non la questione della guerra e il fatto che la televisione in genere è fortissimamente sotto pressione».
Capitolo Fabrizio Corona: «Non abbiamo voglia di perdere tempo: di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito, l’azienda a un certo punto si è dovuta difendere», taglia corto. Nessuna critica, invece, a Fiorello sebbene abbia concesso spazio all’ex re dei paparazzi. «Ho modo di ascoltarlo poco, ma con lui ho un rapporto molto bello e zero da dire su ogni cosa che fa. L’unica critica che posso muovergli è che dovrebbe venire a fare tv da noi», scherza Pier Silvio. Sul futuro di Alfonso Signorini, invece, non sono arrivate indicazioni perché «c’è un procedimento giudiziario in corso e ne aspettiamo l’esito. Ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». L’azienda ha apprezzato che si sia autosospeso e quanto alle verifiche interne sul casting del Grande Fratello «non c’è niente da dire, vedremo dove portano le indagini della magistratura, ma zero assoluto che coinvolgano parti nostre». L’esordio della nuova stagione del reality è stato inferiore alle attese? «Diamogli tempo, è troppo presto per emettere un verdetto. Non sono riuscito a vedere la prima puntata, ma so che Endemol, titolare del format, ha fatto un grandissimo lavoro e abbiamo deciso di andare avanti perché il Gieffe è centrale nella storia della tv moderna. I risultati che voi considerate mediocri, considerata la ricchezza della tv attuale, a noi vanno più che bene. Un Grande fratello ci sta, anche senza i numeri di una volta, che non ci sono più».
Chiusura con un paio di notizie sui palinsesti futuri. Una collaborazione con Panariello, per un evento in autunno in tre serate su Canale 5, e il progetto di un film sulla vita di Carlo Acutis. Quanto al futuro di Striscia la notizia «siamo in pausa. A brevissimo parlerò con Antonio Ricci e capiremo come orientarci e di che progetti parlare». Buon lavoro a tutti.

 

La Verità, 19 marzo 2026

«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

Bellocchio mostra l’orrore delle toghe anti Tortora

Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore). Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».

Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.

Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.

In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.

Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».

Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.

 

La Verità, 21 febbraio 2026

 

 

 

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

Il carabiniere tradito da un marocchino e da un Pm

Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente. In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir») il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un Pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi ndr) … Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal Pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo… Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!»
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio “perché proprio a me?”. Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto».
Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.

 

La Verità, 28 gennaio 2026

L’ultimo Eastwood mette d’accordo pubblico e critici

Solido, concreto e asciutto, anche con questo Giurato numero 2 – speriamo non il suo ultimo film – Clint Eastwood ci fa un bel regalo. Innanzitutto, perché si tratta di grande cinema, sempre con il suo riconoscibilissimo stile. E poi perché ci invita a riflettere, grazie a Dio senza pedagogie, su un tema capitale: la verità coincide sempre con la giustizia? O c’è una verità che può rivelarsi ingiusta e parziale? È un interrogativo di grande attualità, degno di Fëdor Dostoevskij, affrontato con una essenzialità e una freschezza di sguardo insospettabili in un novantaquattrenne.
Le prime due scene dispiegano subito la dialettica che anima tutto il film. Dall’inquadratura sulla statua della giustizia, dea bendata, si passa a quella di una donna, anch’essa bendata che, se tutto andrà bene presto diventerà mamma (Zoey Deutch), e ora sta per scoprire la camera del figlio allestita dal marito. È lui (Nicholas Hoult) il protagonista della storia, un brav’uomo, ex alcolista che si è rifatto una vita, convocato dal tribunale della Georgia come giurato popolare in un processo di omicidio. L’imputato è un giovane con precedenti penali, accusato di aver ucciso la compagna in una notte di pioggia battente. La serata al pub era degenerata in un furioso litigio, al termine del quale la donna se n’era andata a piedi, seguita dal fidanzato che, secondo l’accusa, l’avrebbe investita con l’auto e poi spinta, esanime, in un dirupo. Per il procuratore con ambizioni di carriera (Toni Collette) è colpevole senza il minimo dubbio.
Nello schema del film processuale, Eastwood alterna con gran ritmo le versioni dell’accusa e della difesa, immedesimandosi nel travaglio del nostro brav’uomo. Il quale, mentre ascolta la ricostruzione del presunto omicidio, realizza che quella sera anche lui era in quel pub e che, tornando a casa, aveva urtato, proprio all’altezza di un segnale che indica la presenza di animali selvatici, quello che aveva pensato fosse un cervo. Che fare? Se si costituisse denunciando l’incidente dopo che era stato in quel pub, pur senza aver bevuto, chi crederebbe al racconto di un ex alcolista? Il dilemma è lacerante. La sua morale lo spinge a salvare quello che all’interno della giuria solo lui ritiene innocente. Ma così facendo si espone, rischiando di provocare nuove indagini che potrebbero smascherarlo. Non gli resta che provare a convincere i colleghi dell’inconsistenza delle prove su cui si regge l’accusa.

Man mano che l’attesa di un verdetto che sembrava scontato si allunga, i dubbi si insinuano anche nel procuratore. Che riflette: «Questo sistema per quanto imperfetto è la nostra migliore possibilità di trovare una giustizia». Nemmeno lei ha posizioni granitiche e interpreta dogmatismi inscalfibili, ma ricerca la verità consapevole dei limiti degli strumenti a disposizione. Anche la polizia non ci fa una figura eccelsa. Una volta individuato un colpevole credibile cerca solo prove a suo carico e ignora quelle che metterebbero in crisi l’imputazione. Così, a quello che in alcuni momenti sembra un remake di La parola ai giurati, insuperato film processuale di Sidney Lumet con un memorabile Henry Fonda, Eastwood aggiunge la variante del colpevole involontario annidato proprio nella giuria.

«A me piacciono le storie», ha rivelato in una famosa intervista il regista di Gran Torino e Million Dollar Baby. La persona viene prima dei sistemi, prima delle ideologie, prima delle istituzioni. Eastwood indaga i nodi irrisolti, le zone cieche, gli interstizi opachi del rapporto tra Stato e cittadini. Come in Richard Jewell, la storia vera del vigilante imbranato che sventò un attentato alle Olimpiadi di Atlanta salvando centinaia di persone, ma venne tramutato in colpevole perché corrispondeva agli stereotipi degli inquirenti, anche qui si insegue una verità accettabile. «Ma a volte la verità non è giustizia», considera il giurato numero 2. Il rovello del film è l’imperfezione dei sistemi, l’ambiguità delle istituzioni, una certa ottusità anche dei nostri valori di fronte alle sfaccettature della realtà. Eastwood pone domande, iniettando dosi di realismo in chi è sicuro di incasellare la complessità in qualche teorema o in qualche ricetta legislativa.

Di tutto questo la Warner Bros che in America l’ha distribuito in sole 31 sale forse non si era accorta. O forse il motivo di una così clamorosa sottovalutazione dipende dagli incassi modesti dell’ultimo Cry Macho. Altri critici hanno collegato alle posizioni repubblicane di Eastwood, praticamente l’unico superstite conservatore di Hollywood, l’intenzione di censurare quello che potrebbe essere il suo ultimo lavoro. Fatto sta che lui ha platealmente disertato la prima del film. Comunque sia, sebbene uscito in sordina, i buoni incassi in quelle poche sale e in alcuni Paesi europei, dalla Spagna alla Francia, e il fatto che qualche critico inizi a parlare di capolavoro hanno fatto ricredere la Warner che ora sta pensando di sostenerlo in vista degli Oscar. Intanto, anche in Italia, dov’è appena uscito, è partito bene. Il vecchio Clint non molla.

 

La Verità, 17 novembre 2024

«Invidio la capacità di fare squadra degli uomini»

Zero vacanze anche quest’anno, Nunzia De Girolamo?
«Sì, zero. Ma a me basta il fine settimana per recuperare. Il vero cruccio è stare senza mia figlia come l’estate scorsa. Perciò, le ho promesso che sarà l’ultima».
Dove sta sua figlia d’estate?
«Finita la scuola una settimana in Campania dai miei genitori, ma senza di me. Poi a Santa Severa, da dove farò avanti indietro. Poi andrà in Sardegna con il papà (Francesco Boccia, capogruppo al Senato del Pd ndr)».
Suo marito cosa dice del suo lavoro estivo?
«Niente. Lui è uno stakanovista, dopo una settimana di vacanza si sente già in colpa».
Nella vostra famiglia vige il patriarcato o il matriarcato?
«Sarei un’ipocrita se dicessi il patriarcato. Vengo da una famiglia matriarcale da generazioni».
E la sua attuale com’è?
«Abbastanza matriarcale. È un fatto che dipende dalla cultura nella quale si è cresciuti. Mia madre era una figura forte, come era fortissima quella di Francesco».
Mi fa un telegramma sull’esperienza di Avanti popolo?
«È stata molto formativa. Per la prima volta ho condotto per tre ore da sola affrontando temi delicatissimi. La prima puntata è coincisa con l’inizio della guerra in Medio Oriente. Poi mi sono occupata di femminicidi, di dipendenze, di politica… Ho imparato che nella vita bisogna preservarsi e dire di no quando si sente che un’idea non è giusta per te. Mi sono trovata di nuovo in una bufera mediatica come quando ero in politica».
Come si gestisce una bufera mediatica?
«Proprio perché mi ci ero già trovata la temevo. Sapevo che il momento storico mi avrebbe esposto a poca clemenza. Ma io non so fingere, non basta dire scialla! come si fa a Roma. Sono stati mesi di pressione che ho iniziato a smaltire una volta tornata al mio pubblico con Ciao maschio».
Che cosa l’ha ferita di più?
«L’attacco subito per l’intervista ad Asia, la ragazza di 19 anni violentata a Palermo da sette coetanei. Mi sono sempre battuta contro la violenza sessuale e in favore delle donne. Ho trovato molto ingiuste le accuse di scarsa sensibilità sapendo che ci avevo messo il cuore di donna e di madre. Continuo tuttora a sentire Asia, una ragazza fragile e abbandonata».
La morale è che una rete e un pubblico come quello di Rai 3 non si modellano a tavolino?
«Lo conferma il fatto che coloro che sono venuti dopo di me, professionisti ottimi ed esperti, non hanno ribaltato il risultato contro una concorrenza radicata».
Con la quarta stagione di Ciao maschio si è presa una rivincita?
«Sì. E, in un certo senso, ho avuto la conferma che non fosse solo mia responsabilità l’insuccesso di Avanti popolo. La mia è quella di aver accettato. Ma ognuno di noi non può essere uno, qualcuno e centomila… Bisogna rimanere sé stessi, senza andare a sfidare il pubblico di Rai 3 che è molto sensibile».
Tra i tanti ospiti chi è il maschio che l’ha colpita di più?
«Sono rimasta in contatto con quasi tutti i 150 che ho intervistato. Nino D’Angelo che da tanto tempo volevo venisse, mi ha invitato a un concerto e poi a casa sua. Leo Gullotta è una persona di grande eleganza d’animo, con il quale ci scambiamo messaggi e commenti. Tra tanti difetti ho il pregio dell’ascolto. Non un ascolto di circostanza, ma di curiosità vera. Così, l’uomo è più disposto a raccontarsi».
Giorgia Meloni, Elly Schlein, Paola Cortellesi: questo è stato l’anno delle donne. Quando si allontaneranno dall’orlo della crisi di nervi, titolo di un film di quasi 40 anni fa?
«Un pregio che invidio al mondo maschile è la sua capacità di fare squadra, di fare spogliatoio. Noi non siamo capaci, una donna è quasi sempre massacrata da un’altra donna».
La sorellanza è soprattutto una parola di moda?
«Dobbiamo lavorarci parecchio. Quando facevo politica il male mi è sempre arrivato dalle donne. In televisione è ancora presto per dire da dove arriva. La crisi di nervi viene anche da un sentimento di diffidenza verso l’altra donna».
Quindi non è causata solo dai soprusi degli uomini?
«Non solo. Nella definizione dei ruoli c’è ancora da lavorare, forse le nuove generazioni sono più avanti. Nella mia persiste una netta distinzione tra l’uomo e la donna sia nella gestione della casa che della vita quotidiana. Oggi le donne lavorano e se tutto ricade sulle loro spalle la crisi di nervi è inevitabile».
Gli spot pubblicitari pullulano di mammi.
«La rappresentazione della pubblicità guarda alle nuove generazioni. Quella precedente è nata e cresciuta con le mamme tuttofare e ora si trova a confrontarsi con le donne multitasking».
Le donne in crisi di nervi e gli uomini di identità?
«Forse sì. Si devono abituare a una figura femminile molto cambiata rispetto a quella materna».
Queste crisi psicologiche sono anche figlie di un’educazione troppo molle?
«Mio nonno mi diceva sempre che la mangiatoia dev’essere alta perché se è bassa il cavallo non si abitua al sacrificio. E quando mi viziava, concedendomi quello che i miei genitori mi negavano, sottolineava che non si può iniziare a guidare con la Ferrari perché se nella vita ti tocca la Cinquecento vai in crisi».
Lei e suo marito che genitori siete?
«Metà e metà. La tentazione della mamma chioccia ce l’ho. Ma sprono sempre mia figlia e se si lamenta per l’atteggiamento sbagliato di un professore non mi schiero dalla sua parte, ma lascio che affronti la difficoltà anche di una situazione ostile».
E suo marito fa il papà amico?
«No. È un papà che ascolta, comprensivo e amorevole. Ma fa il padre».
Per il secondo anno fa coppia con Daniele Semprini a Estate in diretta su Rai 1.
«Essere affiatati non è scontato ed è una grande risorsa quando si co-conduce. Noi non abbiamo mai discusso, ci capiamo al volo in diretta. La televisione restituisce ogni piega… rispetto, complicità, empatia».
Quest’anno si è aggiunto anche Gigi Marzullo.
«A Ciao maschio ho usato alcune sue domande così, ora, è protagonista di un siparietto con gli ospiti con il suo libro Non ho capito la domanda».
Le dispiace che non ci sia stato il duello tv tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein?
«Molto, avevo già comprato i popcorn. Un peccato non aver visto il confronto tra due donne leader della destra e della sinistra. Infatti, l’avrei fatto sui social con un giornalista in diretta su Facebook o Instagram».
Chi l’avrebbe vinto?
«… La Meloni… Ha più esperienza. Anche se hanno molti tratti in comune. Le conosco entrambe, sono persone educate, leali, oneste e determinate».
Che cosa non ha fatto che dovrebbe fare il governo di Giorgia Meloni?
«La riforma della giustizia».
Ha fatto la separazione delle carriere, cosa manca?
«Va completata con la definizione, in alcuni casi, della certezza della pena e con lo snellimento di alcune procedure sia nel civile che nel penale. In generale, con interventi che riportino equilibrio tra i poteri dello Stato».
La magistratura ha troppo potere?
«Negli anni ne ha avuto tanto. Serve anche la riforma del Csm».
Con la nomina per  sorteggio?
«Sarebbe una buona cosa. In questi anni il potere delle correnti e di alcune figure singole ha inciso in modo esagerato».
E l’opposizione di Elly Schlein cosa dovrebbe fare che non ha fatto?
«Dovrebbe proseguire con lo slogan con cui aveva iniziato: non mi hanno visto arrivare. Dovrebbe farlo anche dentro il Pd che è un partito radicato sul territorio e ha una forza diffusa. Ma dal giorno dopo le primarie le correnti iniziano a lavorare per distruggere la persona che hanno scelto».
I cacicchi.
«Se il risultato delle Europee glielo consentirà dovrà andare fino in fondo per cambiare davvero il partito».
Le è piaciuto C’è ancora domani di Paola Cortellesi?
«Molto. La prima a vederlo è stata mia figlia che ha 12 anni, che poi ha voluto rivederlo al cinema con me e con il papà. Guardiamo molti film e serie con lei, utilizzandoli per discure i temi che affrontano, anche quelli un po’ forti».
C’è il rischio di enfatizzare l’epoca delle nonne mettendo tra parentesi le battaglie delle mamme?
«Quel film è un manifesto, un documento storico per i nostri figli e figlie. È un film che avrei proiettato nelle scuole per mostrare un passato che non è un presente e che, comunque, non deve diventare futuro. C’è una donna che anziché scappare va a votare. È un bel messaggio, ma dobbiamo trasformare questo entusiasmo in dibattito, senza lasciarlo ai salotti».
Anche perché gruppi di presunte femministe mostrano un’intolleranza isterica come si è visto in più occasioni con il ministro Eugenia Roccella.
«Mi disturba molto l’idea che un pezzo di società detenga l’esclusiva su certi temi. È un atteggiamento che ho subito anch’io ad Avanti popolo quando ospitavo una donna che parlava di femminicidi, di violenza e patriarcato. Era uno spazio mal tollerato, come se solo alcuni fossero deputati a parlare di questi argomenti. Credo che il confronto con persone che la pensano diversamente arricchisca sempre. Nei giorni scorsi ho comprato due libri: Una famiglia radicale di Eugenia Roccella e Triste tigre di Neige Sinno, su una storia di violenza sessuale».
Sul caso Scurati si sarebbe comportata come Serena Bortone, sua collega del sabato sera di Rai 3?
«No. Non avrei fatto il post su Instagram. Forse avrei fatto un casino con i vertici, ma non quel post pubblico. Lo dico da amica di Serena».
In casa come avete vissuto la campagna elettorale?
«Francesco da una settimana è in giro per l’Italia. In Rai ho visto Giuseppe Conte, Elly Schlein e Giorgia Meloni, perché il nostro studio è accanto a quello di Bruno Vespa e quando io finisco lui inizia a registrare Porta a porta».
Un dettaglio rivelatore?
«No, sono tre abili comunicatori. Ho visto la frenesia e la cautela degli ultimi giorni».
In casa sua una cerca di convincere l’altro? Litigate?
«No, mai. Evitiamo igienicamente di discutere di politica perché abbiamo opinioni opposte. In questi giorni ha scritto in una chat di amici che lo diverte il fatto che molte donne di sinistra gli chiedono di me: <Perché non ci porti anche Nunzia la prossima volta?>. Lui abbozza: <Mi sembra difficile>».
Se tornasse alla vita politica che idea proporrebbe per l’Europa?
«Più Europa».
È il nome di un partito.
«Ci vorrebbero più condivisione e più progettualità e meno egoismi».
L’Europa che vediamo oggi è fatta soprattutto di veti e vincoli.
«Dovrebbe essere un’Europa diversa, non un’entità che aggiunge rigidità a un Paese già afflitto dalla burocrazia. Per questo parlo di condivisione e progettualità».

 

La Verità, 8 giugno 2024

«Più che un diritto l’aborto è una tragica necessità»

Tornare ai fondamentali» sono le prime parole di «Ma io ti ho sempre salvato», il nuovo libro di Luciano Violante, sottotitolo: La maschera della morte e il nomos della vita (Bollati Boringhieri). Un centinaio di pagine dense e commoventi soprattutto nel capitolo finale, dedicato a «Le mie morti». I «fondamentali», infatti, sono la vita e la morte. Alla cui dialettica inesauribile l’ex magistrato, già presidente della Camera e attuale responsabile della Fondazione Leonardo – Civiltà delle macchine, dedica la sua attenzione più ancora che all’altra coppia di categorie, guerra e pace, solitamente ritenuta prioritaria.
Presidente Violante, questo libro è una riflessione filosofica, civile o esistenziale?
Soprattutto civile.
Mossa da cosa?
Dalla mia età. Hai la possibilità di guardare attorno. Viviamo circondati dalla morte, sia a causa delle guerre sia per gli annegamenti dei migranti. C’è una grande campagna per la dignità della morte; ne manca una analoga per la dignità della vita.
Chi era sua madre?
Una donna di grande determinazione e forza di volontà. Garbo e fermezza nel rapporto con gli altri.
Che cosa vuol dire il titolo del saggio «Ma io ti ho sempre salvato»?
È una frase che mi ha detto negli ultimi giorni di vita quando sono stato con lei in ospedale. Dai suoi deliqui ho capito le aggressioni che ha subito, prima nel campo di concentramento inglese in Etiopia dove sono nato, e poi nel percorso da Napoli al paese di mio padre, in Puglia, quando lui, comunista,  era ancora prigioniero degli inglesi. Mi guardava, sorridendo: «Ma io ti ho sempre salvato», diceva. Nel campo di Dire Dawa  alcune amiche l’avevano invitata ad abortire, «Vuoi far nascere tuo figlio in questo immondezzaio?». Ma lei mi aveva salvato, facendomi nascere. Allora penso a tutte le madri che non possono dirlo perché hanno perso i loro figli, magari annegando in mare. Mi ha colpito molto sapere che sui fondali marini si trovano cadaveri di madri stretti a quelli di bambini piccoli.
Perché, mentre incombono due conflitti che turbano il mondo invece che sul dualismo guerra-pace si dedica a quello tra vita e morte?
La dialettica tra guerra e pace riguarda gli Stati, quella tra vita e morte riguarda le persone, quindi è più profonda. Se ci battessimo per la vita piuttosto che per la pace saremmo ascoltati di più.
«Le questioni della vita e della morte andrebbero giudicate non con la miserabilità del metro giuridico, ma con quello del destino dell’uomo»: ammette che può stupire scritto da lei, uomo di diritto?
Chi conosce il diritto, ne conosce anche i limiti.
Li conosceva anche 20 o 30 anni fa?
Con l’andare del tempo matura una visione più profonda delle cose grazie alle esperienze su cui la vita ci fa riflettere.
Che cos’è la «biopolitica» e come può rinnovare l’impegno per il bene comune?
La biopolitica si compone delle riforme che favoriscono la dignità della vita. Noi abbiamo una politica degli asili diversa da quella della scuola, a sua volta diversa da quella del lavoro e della salute. Un governo dovrebbe saperle promuovere insieme, collegandole organicamente le une alle altre.
Che cosa pensa del fatto che la sinistra, un’appartenenza che non so se per lei è ancora valida… Anzi, si considera ancora un uomo di sinistra?
Assolutamente sì.
Che cosa pensa del fatto che aborto, eutanasia, suicidio assistito, i diritti per cui si batte la sinistra, hanno a che fare con la morte?

Non si batte solo per questi, ma anche per il salario minimo e per una sanità efficiente.
Ma i diritti civili sembrano avere questa inclinazione.
Noto un allargamento importante ai diritti sociali.
Cosa pensa dell’impegno del presidente francese Emmanuel Macron, il leader intellettuale dell’Unione europea, nell’introdurre l’aborto come diritto nella Costituzione continentale dopo averlo fatto in quella del suo Paese?
Non credo che l’aborto possa definirsi  un diritto;  può essere in alcune circostanze una tragica necessità. Comunque noi uomini su questo tema dovremmo lasciare la parola alle donne.
Concorda con la convinzione diffusa che, siccome incombono conflitti, catastrofi ambientali e pervasivi domini tecnologici, è meglio non procreare?
Non concordo. È una forma di egoismo che ci fa consumare tutte le risorse che abbiamo a disposizione.
C’è anche chi ipotizza un contenimento delle nascite per non peggiorare lo stato del pianeta.
Il problema è gestire la presenza umana in modo tale che non provochi danno all’ambiente. Se ci sono meno esseri umani, ma ci si comporta male ugualmente, la situazione non migliora.
I giovani di «Ultima generazione» lamentano l’eco-ansia: oltre a causare nuovi protagonismi, i toni apocalittici causano anche nuove patologie?
Mi colpiscono le rivendicazioni dei giovani attorno ad alcuni grandi temi. Che a Gaza sia in corso un massacro è difficile negarlo. Apprezzo anche la mobilitazione dei ragazzi che in Georgia si ribellano alla legge russa che pretende di controllare le associazioni culturali.
Si può parlare davvero di un nuovo Sessantotto?
No. Il Sessantotto esprimeva una teoria generale contro il potere, oggi siamo di fronte a mobilitazioni su fatti specifici attorno ai quali si costruisce consenso e dissenso.
Anche se in alcuni casi il dissenso è poco tollerato da questi giovani.
Chi esercita un potere politico si espone e sa che può essere oggetto di critiche. Anche a me è capitato. Una volta, a Genova, un gruppo che dissentiva da quello che dicevo mi svuotò una bottiglia d’acqua in testa.
Non piacevole, però dissentivano da qualcosa che era riuscito a dire. Oggi accade che s’impedisca di parlare.
I comportamenti che abbiamo visto attuare nei confronti del ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, che conosco e stimo, sono sbagliati. Tuttavia il politico deve mettere in conto la critica anche aggressiva. Ma impedire di parlare a chi la pensa diversamente è inaccettabile.
Secondo lei l’inverno demografico è causato dalle scarse politiche di sostegno alle famiglie o da un’idea disimpegnata della vita delle giovani coppie?
Credo che il costo della crescita di un bambino, calcolato in 600 euro al mese, sia in molti casi insostenibile.
Perché negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, in condizioni di maggior povertà, si è comunque verificato il boom demografico?
Eravamo più abituati a essere poveri perché lo eravamo tutti. Non ci sentivamo obbligati a possedere una certa automobile, una certa tv, un certo frigorifero.
Quindi il mantenimento di un certo tenore di vita c’entra.
Reggere un normale tenore di vita e in più spendere 600 euro per un bambino non è alla portata di tutti. Quanto costa oggi in carburante e in trasporti spostarsi quotidianamente dalla periferia al centro?
Scrive che essere intellettuali non è un privilegio, ma una responsabilità. Qual è il ruolo degli intellettuali nella società contemporanea?
Dare un senso a quello che accade.
Un compito ben diverso da come viene interpretato da quelli più gettonati dai media.
Certo, è una cosa diversa. In quei casi siamo nel campo dello spettacolo.
Che cosa pensa del sistema Liguria? Siamo davvero di fronte a una nuova Tangentopoli?
Vorrei capire un po’ tutto. Da qualche stralcio di intercettazioni abbiamo intuito che qualcosa di marcio c’era. Quanto, lo capiremo quando avremo tutti gli elementi in mano.
Troverà mai un equilibrio stabile il rapporto tra politici e magistrati?
È un equilibrio per sua natura instabile. In America Donald Trump è sotto processo, la giustizia francese ha condannato Nicolas Sarkozy e in Spagna è stato fatto il governo grazie all’amnistia, azzerando decine di  condanne.
È ovunque un rapporto travagliato.
Per sua natura: giustizia e politica sono due sovranità in perenne tensione, che hanno i confini in comune.
È favorevole alla riforma per la separazione delle carriere?
È inutile perché sono già separate. In alcuni paesi si ritiene positivo che si passi da una competenza all’altra.
Magari dove la magistratura è meno militante.
In Francia non scherza.
Quando morì una zia ultracentenaria lei disse «è calato il sipario», mentre una suora sussurrò «forse si è sollevato». L’eternità la spaventa?
No. Il punto è questo: come può un qualunque essere umano pretendere di cogliere la  complessità del divino?
Sicuramente non può circoscriverlo come ipotizzava il razionalismo illuminista.
Con la pretesa di spiegare tutto. Dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti.
Presidente, lei cancella dalla rubrica del cellulare i numeri delle persone che non ci sono più?
Quello di mia moglie certamente non lo cancellerò.

 

Panorama, 22 maggio 2024