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Quanti conduttori dei talk smentiti dai loro ospiti

Tira un’aria strana, da qualche tempo, nei salottini trendy della tv de noantri. Un’aria mista d’incertezza e insicurezza, una latenza di precarietà. La si avverte quando ci si sintonizza sui talk show, il genere nel quale l’operazione propaganda è più esplicita (Corrado Formigli due sere fa: «Lo dico subito, io alla manifestazione promossa dal mio amico Michele Serra ci vado» – e adesso siamo più tranquilli). È una sensazione che promana dalle conversazioni di Otto e mezzo e di DiMartedì, programmi di punta di La7. Ma anche da certi talk di Rete4 dove si osservano zelanti corse al riallineamento (tendenza Marina).

Che cos’è successo?

La prima scossa si è registrata nel giugno scorso quando, con lo spostamento a destra dell’asse europeo, i grandi timonieri dell’Ue hanno preso una tranvata alle urne. Indifferenti all’avvertimento, Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Olaf Scholz hanno fatto spallucce. E, con loro, si è messa a fischiettare anche gran parte degli anchorman di casa nostra. Cinque mesi dopo, con i riporti arancione di Donald Trump, è arrivato il terremoto vero e proprio.

Ora, mentre tutto cambia, per i rappresentanti del Teleconduttore unico, il kolossal resta invariato. Come se   Giovanni Floris, Lilli Gruber e David Parenzo fossero fermi al livello precedente del videogioco, dove i sessi non sono ancora tornati a essere due e il green deal è in auge. Chissà, forse bramano l’avvento di qualche Supereroe che pigi il tasto back e li svegli dal brutto sogno. Al momento non se ne hanno avvisaglie ed è netta la sensazione di assistere a due sport diversi, davanti a gente come Federico Rampini, Lucio Caracciolo, Michele Santoro o Massimo Cacciari.

Qualche sera fa, Floris faceva il portavoce della Von der Leyen: c’è l’emergenza, il pericolo, Putin ci attacca. E Santoro gli ha smontato il copione un pezzo alla volta: «Con questa emergenza stiamo facendo una delle cose che alla fine della Seconda guerra mondiale avevamo escluso: dare il via libera alla Germania per diventare di nuovo da sola una grande potenza militare, moltiplicando i pericoli». Floris voleva fargli dire che la Meloni si sta adeguando al modello trumpiano. «Nel mondo», ha spaziato invece l’ex conduttore di Annozero, «la politica conta sempre meno e conta sempre di più l’economia, la finanza. I grandi oligopoli che circondano Trump. In Cina, in Russia, in India, conta ancora la politica che controlla i cambiamenti. In Occidente, la ricchezza non la produce il lavoro ma i soldi». Questo sarebbe il ruolo dell’Europa? «L’Europa dovrebbe diventare un soggetto politico che influenzi l’andamento del mondo. Ma non può farlo mettendo regole sul cacao e sul parmigiano e altre stronzate. Soprattutto non può farlo partendo dall’esercito», ha chiuso Santoro.

Sebbene sembrino due partite diverse, la telesceneggiatura non cambia. Trump, nuovo dittatore globale, potrà mai favorire la pace in Ucraina con i suoi modi così brutali e quella tintura impresentabile? Vuoi mettere l’eleganza di Ursula e di Macron (sì, è vero, sono un po’ guerrafondai – ma che charme)? Ed Elon Musk, simbolo della tecnodestra? Uno che agita la motosega come quel diavolo di Javier Milei (sì, è vero, ha risollevato l’Argentina segando l’inflazione e facendo schizzare il Pil – ma sono bazzecole, e poi quei basettoni…).

Forse in quanto titolare di una striscia quotidiana, la primatista di sconfessioni in diretta è Dietlinde Gruber. Clamorose quelle del lapidario Lucio Caracciolo. Alla conduttrice che scalpitava contro Musk e il possibile accordo sulle telecomunicazioni, il direttore di Limes replicava: «La prospettiva che la Ue abbia un sistema in alternativa a Starlink entro il 2035 è un bluff. E le trattative con Elon Musk sono cominciate prima dell’arrivo di Meloni». Altra delusione un paio di giorni fa, firmata sempre Caracciolo, sull’amata Europa: «Per tutta la nostra storia noi europei ci siamo sparati tra noi. Negli ultimi 80 anni non l’abbiamo fatto anche per merito degli americani. Non vorrei che se gli americani se ne vanno ricominciassimo», l’ha gelata il direttore di Limes.

Smentita totale del Gruber pensiero anche quella siglata da Massimo Cacciari all’indomani del voto in Germania. Con Trump le destre si rafforzano anche in Europa, osserva Lilli. «Ma secondo voi le destre europee si continuano a rafforzare per colpa di Trump? E non perché c’è una certa politica sociale europea e non perché c’è una sinistra europea del cavolo? Se ci fosse stato Biden l’Afd non avrebbe preso il 20%?». Gruber: «Però diciamo che Elon Musk…». Cacciari: «Ma lasci stare Musk, ci sono tendenze di fondo. È il rappresentante di una nuova élite finanziaria… che ha vinto e adesso governa. Non è la barzelletta del saluto fascista». Gruber: «È l’uomo più ricco del mondo e appartiene all’amministrazione Trump che sta licenziando centinaia di dipendenti pubblici». Cacciari: «Questa è la politica di destra che piace anche ai governi di destra. Ma quando non vince, la destra continua a crescere e se la tieni fuori continua a farlo. Come siamo bravi che li teniamo fuori dal governo. Bravi: abbiamo impedito ai fascisti di andare al potere…». Balbettio generale.

Ogni volta che Federico Rampini si collega dagli States il copione dev’essere riscritto. Ne sa qualcosa Corrado Formigli, smentito quando gli ha chiesto se in America fosse in atto «un golpe mascherato». La magistratura sta fermando parecchi provvedimenti, il federalismo è un anticorpo istituzionale, la stampa fa il suo dovere e il New York Times dalla prima all’ultima pagina contesta l’amministrazione Trump. «Piuttosto», ha concluso il giornalista, raggelando anche Massimo D’Alema presente in studio, «stupisce che non ci siano manifestazioni e proteste di piazza come ci furono contro il Trump 1, perché l’opposizione non si è ancora ripresa, non ha capito le ragioni della disfatta e non ha fatto autocritica».

Il più spiazzato di tutti è David Parenzo. «Mentre attendevo il mio turno», ha premesso Rampini, «ho sentito dire che Trump c’entra anche con l’operazione Monte dei Paschi di Siena – Mediobanca. Tra un po’ se i treni arrivano in ritardo in Italia sarà colpa di Trump». Parenzo allargava le braccia. «Sull’immigrazione, certo, sta facendo sul serio. Incatenare i detenuti ripugna al nostro senso europeo dei diritti umani, ma in America è pratica comune per i criminali di qualunque nazionalità, anche se sono cittadini statunitensi. Quelle che troppi di voi chiamano deportazioni, e sono rimpatri con il consenso dei paesi di provenienza, a milioni sono già stati fatti dalle amministrazioni Biden e Obama di nascosto».

Dopo il confronto fra Trump e Zelensky, altro smacco per il povero Parenzo. «Se uno si guarda tutti i 45 minuti e non solo gli ultimi tre del faccia a faccia», ha scandito Rampini, «vede uno Zelensky molto aggressivo – anche perché aveva appena incontrato esponenti democratici – che ha fatto di tutto per costringere Trump a dire che Putin è il colpevole, l’aggressore, un criminale. Se si vuol avviare una trattativa queste espressioni non le devi usare».

Che strana aria tira nella rete dell’Aria che tira.

 

 

 La Verità, 15 marzo 2025

 

 

Amadeus, Insinna e quelle integrazioni difficili

Il primo verdetto è arrivato: più che elevare lui il Nove a tv generalista è la rete ad aver normalizzato Amadeus. Almeno, stando alla sospensione anticipata di Chissà chi è il prossimo 21 dicembre. Onore al realismo dell’ex direttore artistico di Sanremo: inutile incaponirsi, aveva ammesso un mese fa intervistato da Rtl 102,5. Come si era ipotizzato, il format dei Soliti ignoti si è appiattito sui livelli di Cash or trash che, infatti, lo rimpiazzerà con le sue repliche. Si è assestata, invece, tra il 6 e il 7% (attorno al milione di telespettatori), La Corrida, nella serata affollata del mercoledì. Per la primavera Amadeus prepara uno show e un programma per l’access primetime. Che riflessione trarre dalla battuta d’arresto del suo primo tentativo? «Non sono un pifferaio magico», aveva concesso lui sempre in quell’intervista, e l’ ammissione illumina altre situazioni. Perché, tranne poche eccezioni, nessun conduttore lo è. Le eccezioni, come già detto, sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio, conduttori orientati, che si rivolgono a una community consolidata che si identifica nella loro tv. Per il resto, i diversi pubblici, o target, vanno rispettati. Cambiare rete per un conduttore è un po’ come cambiare testata per un giornalista: assai improbabile che chi ti leggeva su un quotidiano continui a farlo in un altro, tanto più se di orientamento diverso. A conferma ci sono i dati modestissimi di Famiglie d’Italia, il preserale di Flavio Insinna su La7. Doveva fare da traino al tg, invece è lui quello da rivitalizzare. Il pubblico del canale di proprietà di Urbano Cairo, una rete all talk show schierati, come può recepire il più mammone dei conduttori di varietà? Altre controprove: la fatica ad avvicinare il 5% di share di Massimo Giletti su Rai 3. E, riavvolgendo un po’ il nastro, la difficile tenuta di Bianca Berlinguer su Rete 4. Pochi cambi di rete riescono col buco. Perché, anche in tv, certe integrazioni forzate stentano. E fanno pensare ai rimpatri.

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Scintille tra Marco e Lilli. Gustoso scambio di battute a Otto e mezzo tra Marco Travaglio e Dietlinde Gruber sul patriarcato: «Anche tu sei nella lista con Cacciari e Bocchino», lo ha stigmatizzato la padrona di casa. «In quale lista mi avete messo stavolta? Mi pare che si fa una certa confusione tra paternalismo, patriarcato e maschilismo», ha replicato Travaglio. Lilli: «La differenza è molto chiara». Marco: «Comunque, saremo ancora liberi di dire quello che pensiamo, siamo invitati qua per questo». Lilli: «Perché, vi sembra di non essere liberi?». Marco: «Ho sentito parlare di liste…».

 

La Verità, 22 novembre 2024

Gli «imbavagliati» si lamentano a reti unificate

Sabato sera, rientrando da una gita, ho acceso la tv trovandola sintonizzata su La7, il canale dove l’avevo spenta al mattino. A In altre parole Massimo Gramellini diceva rivolto a Roberto Vecchioni: la prossima settimana quest’uomo incontrerà il capo dello Stato Sergio Mattarella e, dopo esser stato ricevuto da papa Francesco, chiuderà un concerto sul sagrato di piazza San Pietro. «Quest’uomo». A quel punto sono saltato su Rai 3, cadendo dentro Chesarà della «co-censurata» Serena Bortone, imbattendomi in Gene Gnocchi con inguardabili calzini grigi copri-malleolo che sbertucciava in serie Roberto Vannacci, Matteo Salvini e i pro-life. Tornato su La7, dopo una stoccatina al solito generale, Gramellini stava dando il benvenuto a «un altro Roberto», ovvero Saviano. In cerca di riparo, ho virato su Rete 4. Ma lì, tra gli ospiti di Stasera Italia spiccava Giovanna Vitale di Repubblica, inflessibile nello stigmatizzare il premier Giorgia Meloni, «che non si è mai dichiarata antifascista», e «l’ossessione per il controllo dell’informazione che passa per il controllo della Rai». Insomma, gli imbavagliati imperversavano a reti unificate.
Quella stessa mattina, sotto il titolo d’apertura «Libertà, l’Italia arretra», dalle colonne del quotidiano di proprietà del gruppo Gedi, la medesima Vitale aveva nuovamente rilanciato l’allarme democratico, paventando «l’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia (…) che risponde a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi». Proprio così, il regime è dietro l’angolo. Forse, già davanti. Insieme agli opinionisti dei gruppi editoriali legati all’opposizione lo denunciano il segretario della Fnsi Vittorio Di Trapani, già leader dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico che ieri ha imposto un giorno di sciopero dei tg. Uno dei più politici degli ultimi decenni, le cui motivazioni contro l’accorpamento delle testate e la mancata stabilizzazione dei precari sono il contorno della vera ciccia, ovvero la Rai ridotta a «megafono governativo» e (l’inesistente) caso Scurati.
Sommessamente, a me pare che qualcosa non torni. E che coloro che lamentano la «deriva orbaniana» lo facciano strillando contro TeleMeloni e l’avvento dell’egemonia della destra comodamente seduti negli studi di Lilli Gruber, di Marco Damilano, di Serena Bortone o di Giovanni Floris. Sarebbe interessante quantificare la frequenza con cui i talk show riveriscono direttori, editorialisti e grandi firme, da Maurizio Molinari a Massimo Giannini, da Stefano Cappellini a Michele Serra, da Concita De Gregorio a Corrado Augias, solo per stare al quotidiano che denuncia l’italica riduzione delle libertà.
Per circostanziare un attimo lo stato delle cose può tornare utile un’occhiata a una settimana tipo di programmazione serale. Scorrendola in orizzontale si trovano le varie strisce quotidiane: su La7 c’è il sempre uguale a sé stesso Otto e mezzo, mentre su Rete 4 il nuovo Prima di domani può vantare le new entry di Stefano Cappellini, Concita De Gregorio, Ginevra Bompiani e Gad Lerner. Su Rai 3 l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano conduce Il cavallo e la torre e, dopo il Tg1, Bruno Vespa condensa il suo «approfondimento» in Cinque minuti. Passando al palinsesto verticale, il lunedì sera ci sono Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4, le inchieste di cronaca di Far West di Giuseppe Sottile (Rai 3) e i reportage di Cento minuti di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La7 che, dopo La torre di babele di Corrado Augias, riempiono il vuoto lasciato dallo spostamento di Report alla domenica. Il martedì il salotto di Giovanni Floris è il think tank dei guru d’opposizione (Pier Luigi Bersani, Michele Santoro, Augias e Romano Prodi) e su Rete 4 Bianca Berlinguer cerca una problematica quadratura bipartisan in È sempre cartabianca, mentre su Rai 3, al fallimento di Avanti popolo si è fatta seguire l’irrilevanza di Petrolio di Duilio Gianmaria. Il mercoledì, grazie alle inchieste e agli ascolti, resta Fuori dal coro di nome e di fatto Mario Giordano. Il giovedì su La7 Piazzapulita di Corrado Formigli punta a vincere il concorso di programma più antimeloniano dell’etere, perdendo però regolarmente con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio (Rete 4). Il venerdì sera si può scegliere tra l’antagonismo di Propaganda live (La7), che insidia le ambizioni di Formigli mixando i «monocordologhi» di Andrea Pennacchi con il retroscenismo left oriented di Filippo Ceccarelli, e la satira d’opposizione di Fratelli di Crozza sul Nove. Il sabato, come detto, ci aspetta la coppia fotocopia Massimo Gramellini e Serena Bortone (rischiando il gulag Vecchioni e Gramellini sono stati i primi a declamare il testo di Scurati sul 25 aprile). La domenica sera, invece, si chiude in bellezza con Zona bianca di Giuseppe Brindisi, che l’altro ieri ha intervistato Giuseppe Conte, Report di Sigfrido Ranucci su Rai 3 e, sul Nove, il velluto blu innervato di vendette anti-Rai di Che tempo che fa.
Questo è il quadro del regime che ci sta avvolgendo e nel quale le poche voci dissidenti rischiano quotidianamente la strozza. In realtà, «non c’è mai stata libertà d’informazione come oggi», ha detto Antonio Padellaro, incenerendo la povera Bortone. Anzi, pur considerando le tre serate di Porta a porta (di certo più bipartisan di Linea notte), l’equilibrio di Quarta Repubblica e il controcanto di Diritto e rovescio e Fuori dal coro, la teleinformazione serale resta orientata dalla solita parte. Per certi versi, con Bianca Berlinguer a Mediaset, la bilancia è più sbilenca di prima. Nelle intenzioni, la chiamata dell’ex direttrice del Tg3 doveva essere la contromisura all’annunciato spostamento a destra dell’informazione Rai. Invece, considerati i flop e il lungo rodaggio che stanno rendendo una chimera il «riequilibrio» della tv pubblica, il risultato finale è che l’asse dell’infosfera rimane, nel suo complesso, tuttora ben spostato a sinistra. Con buona pace dei presunti perseguitati dal regime.

P.s. Come hanno documentato i biglietti ferroviari e la prenotazione dell’hotel per la trasferta romana in occasione della partecipazione al programma Chesarà, Antonio Scurati non ha subito alcuna censura da parte della Rai.

 

La Verità, 7 maggio 2024

Bianca, Lilli e Marco: 50 sfumature antimeloniane

Alla faccia dell’egemonia culturale delle destre (quante mai saranno?). E anche alla faccia di TeleMeloni.

Da quando, una decina di giorni fa su Rete 4 c’è stato il passaggio di testimone da Nicola Porro a Bianca Berlinguer, i due principali talk show del cosiddetto access primetime, sono diventati entrambi antigovernativi. A Otto e mezzo su La7, che lo è sempre smaccatamente stato, si è aggiunto Prima di domani, questo il titolo al posto di Stasera Italia, che invece lo è moderatamente. Ci sta, si dice in questi casi, con espressione abusata. La maggioranza comanda ed è giusto ci sia chi le fa il contropelo. È il compito dell’informazione cane da guardia del potere, e avanti con il resto della retorica in argomento. Perfetto. Però, poi, fermiamo i piagnistei sull’occupazione dei media, sull’egemonia meloniana e bavagli vari. Anche perché, facendo zapping sempre in quella fascia oraria, su Rai 3 troviamo Il cavallo e la torre di Marco Damilano che non si lascia scappare un oppositore-che-è-uno al governo in carica, convocandolo da ogni parte del globo, si chiami Carola Rackete o Richard Gere. Tanto per (sgra)dire. A «riequilibrare» lo sbilanciamento sinistro del palinsesto post tg non bastano certo i Cinque minuti di Bruno Vespa. Togli due piatti dal tavolo e il programma è già finito.

Insomma, a quell’ora è difficile trovare un racconto alternativo a quello dei giornaloni. Anzi, adesso anche su Rete 4 si vedono i soliti noti: Stefano Cappellini e la new entry Concita De Gregorio di Repubblica, Peter Gomez e Gad Lerner (altri neo-acquisti) del Fatto quotidiano, Veronica Gentili, iena e blogger del Fatto, Oscar Farinetti, imprenditore dichiaratamente progressista, senza citare gli ospiti politici molto bipartisan, da Giovanni Donzelli e Carlo Fidanza di Fdi, a Carlo Calenda di Azione, Matteo Renzi di Italia viva e Debora Serracchiani del Pd. Insomma, lo spostamento del baricentro è evidente e voluto. Bianca Berlinguer fa bene a non snaturarsi, nonostante il passaggio con autori e Mauro Corona al seguito sul canale Mediaset. Ma gli ascolti non le danno completamente ragione, assestandosi fra il 3 e il 4% di share. Perché il pubblico della rete dove Mario Giordano e Paolo Del Debbio superano abitualmente e agevolmente il 6% comincia a mostrarsi tiepido. Per ascoltare il contropelo alla Meloni, a quel punto, tanto vale spostarsi direttamente su La7. Sarà per questo che, negli ultimi giorni, Bianchina sta cavalcando i casi della crisi dell’impero Ferragni e della morte della ristoratrice di Sant’Angelo Lodigiano, promossi dalle campagne del Fatto e poi deflagrati sui social?

 

La Verità, 19 gennaio 2024

L’afflizione democratica per la Rai di Lilli e Corrado

C’è molta preoccupazione a La7 per la libertà della Rai. Le nuove nomine e gli abbandoni di Fabio Fazio e Lucia Annunziata hanno gettato i volti noti della tv di Urbano Cairo nell’afflizione più profonda. È un’afflizione democratica, ovviamente, per le privazioni di cui saranno vittime i telespettatori che pagano il canone. Non una preoccupazione editoriale perché, di solito, quando un concorrente s’indebolisce, ci si frega le mani. No: dalle parti di Otto e mezzo e Piazzapulita è tutto un interrogarsi e macerarsi per il degrado della democrazia perpetrato dalle nomine appena licenziate dal Cda Rai. Venendo al sodo, giovedì è andata in onda la maratona dell’indignazione per l’avvento di Tele-Meloni. Fresca di trasferta in quel posticino simbolo di trasparenza e pluralismo che è il meeting di Bilderberg, Lilli Gruber ha dispensato il suo verbo democratico intervistando Giovanna Vitale di Repubblica e l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria, angosciati per l’incombere della dittatura. Sì, è vero, la lottizzazione c’è sempre stata, ma quando la faceva lui, Zaccaria, il lupo abitava con l’agnello e il leopardo giaceva col capretto. Ci è voluto il solito Marco Travaglio per evidenziare l’ipocrisia delle lamentazioni. Soprattutto quelle di fonte dem perché, a conti fatti, con le nuove nomine Fratelli d’Italia ottiene cinque caselle, la Lega sette, il M5s tre, mentre il Pd ne mantiene nove (Mario Orfeo al Tg3, Stefano Coletta ai palinsesti, Simona Sala a Radio 2, Silvia Calandrelli a Rai Cultura, Elena Capparelli a RaiPlay, Paolo Del Brocco a Rai Cinema, Andrea Vianello a San Marino tv, Maria Pia Ammirati a Rai Fiction e Luca Milano a Rai Kids). Eppure la consigliera Francesca Bria, issata in Cda dall’ex ministro Andrea Orlando, ha votato contro alzando alti lai di protesta. Insomma, quello che si dice avere la botte piena e la moglie ubriaca. Un gioco di prestigio che, quando si tratta della tv di Stato, al Pd riesce sempre facile. Come ha confermato di lì a poco la segretaria del partito Elly Schlein parlando di «occupazione a spallate della Rai» una volta che il testimone della maratona è passato nelle mani di Corrado Formigli. Il quale, in lutto per Lucia Annunziata costretta alle dimissioni perché processata a causa di una parolaccia, ha sorvolato sul fatto che il suo Mezz’ora in più era già stato rinnovato per la prossima stagione. È così: un certo giornalismo stenta a metabolizzare il nuovo scenario fornendo versioni scomposte, tinte di preoccupazione democratica. Magari perdendo la memoria sui fatti di casa propria. Quando un aggiornamento su Massimo Giletti?

 

La Verità, 27 maggio 2023

Fiorello fuoriclasse, Zoro e Damilano cartellino rosso

Il peggio e il meglio di un anno vissuto televisivamente. Senza troppe fisime e sicuramente con tante lacune.

 Fiorello 10 (Rai 2)

Fuoriclasse. Animale da show. Direttore che fa orchestra. Vedi l’invenzione di Ruggero «pancia del Paese», la reinvenzione di Fabrizio Biggio, ex solito idiota, il coinvolgimento di Manuela Moreno del Tg2 Post. Gli altri, tutti pronti a passare dal Glass di Via Asiago (con qualche disagio dei residenti). Il capolavoro è la viralità: cura ricostituente per l’intera Rai, partendo da Raiplay e Rai 2 (portata dall’1 al 14%) e sconfinando nei tg, su Rai 1, su Radio Rai. Benefattore.

Alberto Angela 9 (Rai 1)

Master in divulgazione. Si tratti dei tesori di Milano o delle meraviglie di Mont Saint-Michel e di Lisbona, il figlio d’arte incarna lo spirito della tv generalista. La bellezza è attorno a noi, ci circonda e ci precede. Per accorgersene basta lo stupore, la dote dei bambini, e non ci sono target che tengano. Narratore rigenerante, saliscendi sulle scale del racconto alto e basso. Antistress.

Tutto chiede salvezza 8 (Netflix)

Può una serie ambientata nel reparto psichiatrico di un ospedale avvincere come un thriller? Sì, se al centro ci sono le nostre domande fondamentali e le nostre fragilità. E se ci sono buona scrittura e ottima regia, Qualcuno volò sul nido del cuculo insegna. La base è l’autobiografico diario della settimana di Trattamento sanitario obbligatorio di Daniele Mencarelli, la resa cinematografica di Francesco Bruni, uno che ha sempre lavorato con i giovani. Profonda.

Una squadra 8 (Sky)

Docu-serie rivelazione dell’anno, 46 anni dopo la vittoria della Coppa Davis a Santiago del Cile, squaderna aneddoti e retroscena in quantità industriale, alternati a curiosi brani d’archivio. Protagonisti Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli: attori naturali loro e sceneggiatura naturale la loro storia. Gli anni Settanta non erano solo di piombo ma anche di terra: rossa come la famosa maglietta dei doppisti. Epica.

Amadeus a Sanremo 7 (Rai 1)

Premio alla professionalità, nell’ultimo Festival ha saputo emanciparsi da Fiorello senza pagare in ascolti e qualità. Il Sanremo tuttifrutti con Achille Lauro, Roberto Saviano e Checco Zalone era perfetto per il governo di quasi unità nazionale. Quando si ha un ventaglio così largo il successo di ascolti è garantito. Da rivedere l’orchestra affidata a «direttori» come Francesca Michielin e il feeling con qualche donna fiera, come Sabrina Ferilli. Medioman.

Fuori dal coro 7 (Rete 4)

Il mio giudizio è sicuramente viziato, ma credo che negli Stati Uniti un conduttore eccentrico come Mario Giordano sarebbe studiato dagli altri media. Invece il perbenismo ci fa alzare il sopracciglio. Meglio il giochino di Bianca Berlinguer con Mauro Corona? O la passerella gauchiste chez Giovanni Floris? Basterebbe l’inchiesta sulle case occupate dagli abusivi per conferirgli uno dei tanti premi di giornalismo che vanno sempre ai soliti. Spettinato.

L’Ora 7 (Canale 5)

Lenta ma seducente, era una serie diversa e forse per questo meritava più coraggio nella promozione. Ispirata da Nostra signora della Necessità (Einaudi) di Giuseppe Sottile, racconta, tra atmosfere dark e cadenze jazz, la lotta senza retorica dei giornalisti del quotidiano palermitano contro le cosche, prima che venisse scritta la parola mafia. Sarà il direttore di quel foglio a stamparla la prima volta. Notturna.

Playlist 7 (Netflix)

La storia di Spotify diventa un gioco di ruolo. Ogni episodio zooma su un protagonista dell’avventura che ha sconvolto il mondo della musica. Quello centrale è il nerd informatico e ultra intransigente che ha l’idea geniale e l’intuizione di contornarsi delle persone giuste. Compreso il tecnico ancora più bravo di lui e l’imprenditore visionario con lieve disturbo della personalità. Un’ascesa entusiasmante, fino a svelare anche tradimenti e cinismi, rovescio della medaglia del successo. Appassionante.

Quarta Repubblica 7 (Canale 5)

Nicola Porro ha il passo della riflessione a lunga gittata. Le interviste one to one (Paolo Scaroni, monsignor Massimo Camisasca…) sono vero approfondimento. La parte di talk non contempla risse e litigi sebbene coinvolga interlocutori molto bipartisan. Qualche volta si apprezzerebbe un pizzico di velocità in più. Comunque, avercene. Equilibrato.

Marco Cattaneo 6 (Dazn)

Uno dei pochi giornalisti sportivi che non se la tira nonostante la competenza. Il suo Sunday night square dopo il posticipo domenicale è un talk senza la gigioneria e l’autoreferenzialità che inquinano alcuni programmi gemelli. Con Massimo Ambrosini e Marco Parolo equilibrio e autorevolezza sono garantiti. Un po’ dimesso lo studio, si potrebbe osare di più. Asciutto.

Amadeus dovunque 5 (Rai 1)

Più di Pippo Baudo e di Carlo Conti nei loro momenti di massimo splendore. Entra nelle nostre case tutte le sere all’ora di cena con I soliti ignoti. Conduce lo show dell’ultimo dell’anno, le serate di revival all’Arena di Verona oltre, inevitabilmente, Sanremo Giovani. Talmente presente da rischiare di diventare un oggetto di arredamento. Ubiquo.

 Lilli Gruber 5 (La7)

Il voto è la media tra l’autorevolezza di ospiti come Massimo Cacciari e Lucio Caracciolo e la faziosità monocorde della conduttrice. Che spesso sconfina in una sorta di punteggiatura, di balbuzie parossistica: ma Salvini… e Salvini… oggi Salvini… ha sentito Salvini… intercalata da: e la Meloni… oggi la Meloni… Il resto, a eccezione della partnership con i colleghi del Fatto quotidiano, è contorno. Rosicante.

Lotta continua 4 (Raiplay e Rai 3)

Tratta da I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (Mondadori) di Aldo Cazzullo, la docu-serie è una ricostruzione molto indulgente del periodo che precedette gli anni di piombo e che Erri De Luca chiama «anni di rame». In realtà, l’assassinio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) inaugurò la stagione del terrorismo. Tra le tante voci interpellate solo quella di Giampiero Mughini è ragionevolmente critica. La meglio gioventù siamo noi. Autoassolutoria.

Servitore del popolo 4 (La7)

La serie sulla biografia di Volodymyr Zelensky doveva essere l’evento dell’anno… Sembrava interessante il gioco di specchi tra fiction, realtà e politica tanto che il suo partito si chiama come la serie, ignorata a lungo su Netflix prima di essere proposta dalla rete di Urbano Cairo. Forse si poteva prevedere che, essendo la realtà più cruda della finzione, sarebbe presto scivolata nel dimenticatoio. Pleonastica.

Alessandro Cattelan 4 (Rai 2)

Dopo il flop di Da grande su Rai 1 è arrivato il mezzo flop di Stasera c’è Cattelan su Rai 2. Il programma è uguale a Epcc, visto su Sky: interviste a molti amici, giochini, giovanilismo a cascata. Il punto è proprio questo: non aver capito la differenza tra una pay tv digitale e la tv generalista. Doveva essere il David Letterman italiano. Doveva… Un po’ meglio la serie Netflix Una semplice domanda. Eterna promessa.

Il Circolo dei mondiali 4 (Rai 1)

Salottino arcobaleno à côté dei Mondiali di calcio qatarioti. Ci sono la direttrice di Rai Sport specializzata in ciclismo, le vecchie glorie olimpioniche di salto in alto e ginnastica artistica, un giornalista che compulsa i social e una band per gli stacchetti. In collegamento un inviato e un ex calciatore con la barba dovrebbero parlare della partita appena finita tra una gag e l’altra. Braccialetti dei diritti in bella vista. Che noia.

Cristiano Malgioglio 3 (Rai 2)

Difficilmente un titolo è stato più smentito di Mi casa es tu casa. Primo perché Malgioglio parla soprattutto di sé. Poi perché, come certificano gli ascolti, non c’è casa più lontana della sua da quelle degli italiani. Momento cult: Leonardo Pieraccioni che lo bacchetta: «Me l’avevano detto: guarda che lui fa il programma per sé… Ma io ti metto le mani addosso se nun me fai parla’…». Dopo Heather Parisi e Ilona Staller, lo scoop è l’intervista a Mara Venier in una pausa di Domenica in: almeno è costata poco. Carnevalesco.

Marco Damilano e Diego Bianchi senza voto (Rai 3 e La7)

Esempio da manuale di cosa succede quando l’ideologia entra nel giornalismo e l’informazione diventa militante. La nostra tv è piena di conduttori, anchorman e intrattenitori auto-investiti della missione di riparare il mondo e insegnare agli altri a starci. Ma più Propaganda live di così… Inqualificabili dopo l’invenzione di Soumahoro salvatore della sinistra. Anzi, squalificabili (dal video).

 

La Verità, 30 dicembre 2022

 

Se Dio, patria e famiglia di Lilli sono orfani di Mazzini

Appuntisce lo sguardo e tende il labbro Lilli Gruber quando rivolge la domanda con la quale chiude la conversazione con alcuni dei suoi ospiti di questi giorni: «Lei si riconosce nello slogan Dio, patria e famiglia?». Chissà, forse ha in mente il manifesto esibito a una manifestazione da Monica Cirinnà in cui commentava la triade con un elegante «che vita di merda». Oppure pensa alla sentenza di Enrico Letta, secondo il quale la formula cela un inevitabile «ritorno al patriarcato». Il più delle volte, però, la conduttrice di Otto e mezzo su La7, non ottiene piena soddisfazione. Purtroppo, verrebbe da aggiungere. Qualche giorno fa, per esempio, Letizia Moratti è stata colta di sorpresa perché fino a quel momento si era discusso di Europa ed economia, ma tant’è. L’ex sindaco di Milano e attuale vicepresidente della Lombardia non è una habitué dei talk show per cui ha improvvisato una risposta insapore. Del tipo: credo nella famiglia e nel nostro Paese (Dio non pervenuto), ma la società evolve e si trasforma (che è un’espressione che si porta sempre, qualsiasi cosa voglia dire). Mercoledì sera, invece, è toccato a Romano Prodi rispondere al quesito. Collegato da Bologna, dopo aver confermato il suo voto a Pierferdinando Casini perché si fa più festa in cielo per una pecorella smarrita che torna all’ovile che per tante fedeli, l’ex premier e commissario europeo ha borbottato che lo slogan non lo infastidisce. Come cattolico crede in Dio, ha una famiglia tradizionale ed è solito difendere l’Italia. Il problema è un altro. Quale, presidente? «Il problema è se lo slogan ci riporta indietro a certe culture del passato». Ah, ecco! Prodi si era appena detto lusingato perché Lina Palmerini l’aveva chiamato professore, che non è una diminuzione… Tanto più ci si aspetterebbe che non si appiattisse sulla vulgata gauchiste. Quali sono le pericolose culture del passato alle quali rimanda la triade più gettonata del momento? Mica si parlerà per caso del Ventennio di cui «gli italiani dovrebbero vergognarsi»? Nel corso del programma il fantasma non è stato scoperto, ma è più di una vaga sensazione che sia sempre ben accovacciato e camuffato sotto il tavolo dove fa gli onori di casa la soave Dietlinde. Perciò corre l’obbligo di dare una notizia a lei e agli adoranti telespettatori. La triade Dio, patria e famiglia è stata coniata da Giuseppe Mazzini in un testo fondante del Risorgimento intitolato Doveri dell’uomo (1860), scritto in polemica con i rivoluzionari francesi che insistevano solo sui diritti. Da allora è passato un secolo e mezzo, ma certe situazioni sembrano immutabili.

 

La Verità, 23 settembre 2022

Rocco e i suoi fratelli, la ritirata degli ultra di Conte

Che fine ha fatto Rocco Casalino? E Gianrico Carofiglio? Non che ci sia da preoccuparsi, parliamo di emuli di Ercolino sempre in piedi, ricordate? Però, così, «le domande sorgono spontanee». Su Andrea Scanzi, invece, dopo il vaccino con salto della fila incorporato, le domande scarseggiano. Ora che è stato elegantemente bannato dalle signore di Rai 3 e La7, Bianca Berlinguer e Dietlinde Gruber detta Lilli, gli è rimasto Accordi & Disaccordi, sulla Nove, la tribuna dalla quale i virologi più rigoristi dispensano i niet rimasti ancora in canna. Da quando a palazzo Chigi c’è un nuovo inquilino, il «contismo senza limitismo» (copy Dagospia) batte in ritirata, non senza disseminare il campo di battaglia di mine insidiose e accuse di complotti ai danni dell’ex avvocato del popolo.

Completato il giro delle sette chiese della telepolitica, il portavoce dell’ex premier è sparito dai radar. Anche se la solita Gruber insisteva a indicargli la via del Parlamento, l’abbiamo lasciato destinatario di «numerose proposte di lavoro, nell’ambito della televisione e del giornalismo», Casalino dixit. Niente e nessuno gli può impedire, magari all’inizio della prossima stagione, di rispuntare in veste di titolare di qualche postazione di prima serata. Da un mese a questa parte, invece, lo scrittore ex magistrato, fra i più tetragoni ideologi giallorossi, ha diradato le apparizioni. Dopo essersi vaccinato da volontario a favor di telecamera, si è dedicato alla stesura di Della gentilezza e del coraggio – Breviario di politica e altre cose. «Il breviario laico di Gianrico Carofiglio, per un nuovo modello di società civile», annuncia l’editrice Solferino. Brividi.

«Comunicheremo solo le cose che abbiamo fatto»: con una sola frase, pronunciata dopo l’insediamento, Mario Draghi ha mandato in soffitta il caravanserraglio delle dirette Facebook, delle interviste fluviali, delle conferenze stampa nell’atrio del Palazzo. Scompaiono i testimonial del contismo, si disperdono gli esponenti del «Conte Illimani», come li ha ribattezzati su Twitter Guido Vitiello. Non proprio tutti, però. Marco Travaglio e Antonio Padellaro resistono, forti dei loro record di presenze a Otto e mezzo e Piazzapulita e non si vede chi li possa spodestare. Qualcuno invoca una «Norimberga giornalistica» per i fiancheggiatori dell’infodemia. Servirà invece la nemesi della storia. Che però richiede tempo. Intanto, si cominciano a notare i vuoti, ma saranno presto riempiti con nuovi testimonial. Tanto più se la triangolazione La7 – Fatto quotidianoCorriere della sera continuerà a funzionare.

 

La Verità, 16 aprile 2021

Il tour di Casalino alla ricerca di una second life

Prosegue il tour di Rocco Casalino alla ricerca di un roseo futuro dopo gli anni da secondo(?) uomo più potente d’Italia. Prima un’intervista a Diego Bianchi (La7), poi un’ospitata a Quarta Repubblica di Nicola Porro (Rete 4) e un passaggio a Otto e mezzo, la ridotta della resistenza contiana (martedì a DiMartedì, mercoledì ad Accordi & disaccordi sul Nove). L’argomento di vetrina era la comunicazione del nuovo governo. Draghi dovrebbe parlare di più, il suo silenzio potrebbe essere un problema, ha preconizzato Casalino. Anche perché, chi continua a parlare sono i leghisti, perdindirindina. Che ne pensi Beppe Severgnini? È un istinto indomabile, non riescono a tacere, ha detto con un fremito di stizza alla Maggie Smith l’opinionista della scuderia Cairo. E tu Andrea Scanzi, cosa pensi di questo fatto che la Lega parla? ha incalzato Dietlinde Gruber soffiando dalle narici. Cos’abbia risposto l’autore de Il cazzaro verde è facile immaginare. Quel che non meraviglia più è anche che – con il lockdown duro e puro auspicato da Walter Ricciardi, i vaccini introvabili, il super commissario Domenico Arcuri sotto inchiesta, le primule appassite prima di fiorire, la presentazione del GovernoSalvaItalia in Parlamento e le quote rosa sbiadite a sinistra – con tutto questo, il problema è sempre la Lega. Del resto, il mantra è decollato durante la trattativa per il Draghi uno e anche ora la mission è la medesima: piazzare il faccione di Salvini al centro del muro e distribuire le freccette ai complici. Nel frattempo, per dare una nuova identità da spendere nel reality, Il Portavoce (Piemme) era già stato rinominato ingegnere («mi piace ingegnere», il plaudente Severgnini). Con la minuscola, essendo la maiuscola già assegnata. Ora, però, abbiamo un problema: che farà Rocco da grande? Si candiderà, vero? gli ha chiesto la padrona di casa. Chissà, forse, le proposte sono tante, anche dalla televisione… «Oddio, l’ho detto male», si è corretto l’ex portavoce, precisando che trattasi di «giornalismo». Però Lilli voleva mandarlo a tutti i costi in Parlamento e, ottenuto un mezzo sì, è passata ad altro. Sia mai che a qualcuno venga in mente di dargli un talk show su La7.

P.s. Forte dell’ospitata di Casalino, Gruber aveva registrato la puntata perdendosi le scuse del Corriere della sera per la ripubblicazione online di un’intervista di Renato Brunetta del 22 giugno scorso. Così, Scanzi ha potuto dire, senza essere corretto, che «Brunetta ha fatto arrabbiare tutta la pubblica amministrazione perché ha detto che non bisogna più fare smart working». Si sa, quando c’è da colpire l’avversario, anche le verifiche diventano più blande.

 

La Verità, 17 febbraio 2021

L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020