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Sven, il tecnico playboy che sorrideva alla vita

Un gentiluomo, un vero signore: del calcio e nella vita. Se n’è andato ieri, a 76 anni, Sven-Göran Eriksson, lasciando il vuoto che lasciano nel mondo dello sport quelle persone che lavorano senza mettersi al centro, impegnandosi per costruire il gruppo e, grazie a questo, raggiungere i risultati. Un grande allenatore, con idee innovative. Un gestore di campioni. Capace di lasciare una traccia profonda nelle persone con le quali ha collaborato. Non a caso, dalle sue squadre sono usciti tecnici di successo come Simone Inzaghi, Diego Simeone, Roberto Mancini, Sérgio Conceição e Matías Almeyda. Vincente in Svezia, Portogallo, Italia, Inghilterra, dove fu il primo allenatore straniero della Nazionale.
Nel gennaio scorso aveva rivelato di avere un cancro al pancreas che gli lasciava meno di un anno di vita. Pochi giorni fa Prime Video aveva diffuso un brano di Sven, la biografia che gli ha dedicato, ora disponibile in Gran Bretagna e Scandinavia. Si vede il vecchio allenatore ripreso dall’alto, seduto al centro di un prato, tra i boschi e poi nel salotto della sua casa a Sunne, la piccola cittadina della Svezia dov’era nato, figlio di un conducente di autobus e di una commessa. «Penso che siamo tutti spaventati dal giorno in cui moriremo, ma la vita riguarda anche la morte», dice Eriksson nel tono sommesso che abbiamo conosciuto quando allenava Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio. Dopo aver ricordato i successi sui campi di mezzo mondo, ammette anche alcune «scelte stupide» fatte, soprattutto nei rapporti con le donne. «Ho avuto una vita non normale, sicuramente bella, forse troppo bella. E in qualche modo dovevo scontarla», riflette, appellandosi a un certo fatalismo e a quel temperamento da uomo apparentemente tranquillo che sapeva smorzare le emozioni di una carriera di vittorie e rimonte da montagne russe. Sfiorate, patite o coronate da trionfi. Come quella, esaltante, alla guida della Roma, sulla Juventus di Giovanni Trapattoni (stagione 1985-’86), sfumata su filo di lana con la sconfitta casalinga contro il Lecce, già retrocesso in serie B. O quella subita dal Milan di Alberto Zaccheroni (1998-’99), protagonista di sette vittorie consecutive, fino al sorpasso sulla sua Lazio. Con la quale, l’anno successivo, conquistò il titolo di Campioni d’Italia, sorpassando all’ultima giornata la Juventus allenata da Carlo Ancelotti. Oltre allo scudetto, proprio con la Lazio ebbe le maggiori soddisfazioni, conquistando sette trofei (Coppa delle coppe, Supercoppa europea contro il Manchester united, due Coppe Italia e due Supercoppe italiane). Ma già prima si era imposto alla guida del Göteborg, vincendo campionato e coppa svedese e, a sorpresa, una Coppa Uefa. Successi che lo fecero approdare una prima volta al Benfica, dove tornò dopo la parentesi alla Roma, per arrivare in finale dell’allora Coppa dei Campioni, persa 1-0 dal Milan di Arrigo Sacchi (1989-’90). Di nuovo in Italia, è protagonista di un’altra stagione di soddisfazioni nella Sampdoria di Clarence Seedorf, Roberto Mancini e Sinisa Mihajlovic. Gli ultimi due lo seguirono poi nella Lazio scudettata del 2000, dove lo aspettavano Alessandro Nesta, Pavel Nedved, Luca Marchegiani e Juan Sebastian Veron (oltre ai già citati Inzaghi e Simeone). Insomma, una squadra di campioni, che Eriksson guidava con mano sicura, dettando le regole del gioco a zona, del pressing e della spinta sulle fasce. In un video in cui ricorda l’intervallo dopo un primo tempo sullo zero a zero, Christian Vieri ne mima gesti e parole: un timido pugno sul tavolo seguito da un  «“Cavoli, ragazzi!”… Io mi sganasciavo dalle risate». «Non l’ho mai sentito urlare», ricorda Marchegiani, «ma non significa che non si assumesse le proprie responsabilità e, quando serviva, dicesse cose decise, riprendendo i giocatori».
Fuori dal campo, la sua vita è scandagliata dalle televisioni e dai paparazzi, soprattutto per la decennale relazione con Nancy Dell’Olio, l’avvenente avvocato italoamericana che promuove la Puglia nel mondo e che tollera alcuni altri flirt. Con Debora Caprioglio, con la conduttrice tv svedese Ulrika Jonsson, con la segretaria della Federazione inglese Faria Alam che incontra spesso, essendo il nuovo Commissario tecnico della Nazionale, «la terza carica dello Stato, dopo la regina e il premier», secondo la Dell’Olio.
Anche alla guida dell’Inghilterra, Eriksson ottiene ottimi risultati, dimostrando di saper gestire campioni come David Beckham e Wayne Rooney. Esordisce rifilando un 5-1 alla Germania nelle qualificazioni per i Mondiali del 2002. In Giappone, supera il primo girone battendo l’Argentina, ma viene eliminato ai quarti dal Brasile. Ai Mondiali successivi di Germania, dopo una sanguinosa sconfitta con l’Irlanda del Nord che non compromette la qualificazione ma il rapporto con la stampa, esce perdendo dal Portogallo ai rigori e si dimette. Allena il Manchester City, all’epoca di proprietà di un magnate thailandese. Poi le nazionali del Messico, della Costa d’Avorio, delle Filippine. Sconfina in Cina e non disdegna altre esperienze nomadi, fino a tornare ad allenare in Terza divisione in Svezia.
«Spero che alla fine la gente dirà, sì, era un brav’uomo», continua nel documentario. «Spero che mi ricorderete come un ragazzo positivo che cercava di fare tutto il possibile. Non dispiacetevi, sorridete. Grazie di tutto, allenatori, giocatori, pubblico, è stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi e prendetevi cura della vostra vita. E vivetela».

 

La Verità, 27 agosto 2024

 

«Milan, Inter, Juve? Invece vedo in cima la Roma»

Domanda secca, Ivan Zazzaroni: chi vince lo scudetto?

«La Roma. Lo dico per esclusione, perché sarà una stagione imprevedibile, con 50 giorni d’interruzione».

Però lei dice Roma, perché le piace Mourinho o perché ha fatto una buona campagna acquisti?

«Mi piace molto Mourinho. La Roma ha fatto una buona campagna, ma incompleta, prendendo un paio di ottime pedine. Se vincesse sarebbe miracoloso. Però, ripeto, questa è un’annata strana».

Ivan Zazzaroni, direttore responsabile del Corriere dello Sport-Stadio e del Guerin sportivo, storiche testate del Gruppo Amodei (anche Tuttosport, Autosprint, Motosprint, Auto e In Moto) va controcorrente e i quarant’anni di giornalismo sportivo sulle spalle vengono in aiuto. Se i suoi colleghi pronosticano Inter, Milan o Juventus, lui dice Roma e si vedrà. Conduttore dal 2004 con Fabio Caressa di Deejay Football Club su Radio Deejay, già commentatore di Tiki Taka e, da dopodomani, di Pressing del lunedì su Italia Uno, è apprezzato dal pubblico extrasportivo come giurato di Ballando con le stelle su Rai 1.

Sono settimane di griglie e podi, direttore: campionato anomalo con i Mondiali in mezzo?

«Molto anomalo, perché costringe le squadre a due ritiri diversi. Alcuni giocatori, purtroppo gli  stranieri, torneranno dal Qatar carichi o scarichi in funzione del risultato. Chi avrà disputato semifinali e finale avrà pochi giorni per ripartire. Io sono stato da subito contrario a questo mondiale perché la Fifa si è svenduta, come spesso fa».

Giudizio pesante.

«Si interrompe una stagione per fare un mondiale per ragioni finanziarie, politiche ed elettorali. Come succede con la Coppa d’Africa».

Cioè?

«Si era arrivati alla decisione di giocarla a fine stagione come la Coppa America, ma poi la nuova società di marketing cinese ha imposto la competizione nella stagione migliore per la Cina, cioè in gennaio».

Ha ragione Aurelio De Laurentiis a dire che non prenderà più giocatori africani?

«Totalmente. Un club perde calciatori importanti per due mesi, al netto di possibili infortuni».

Anche per i Mondiali in Qatar hanno prevalso interessi economici e politici?

«Tutti sanno che non è giusto giocare un Mondiale che spezza la stagione. La Fifa per statuto dovrebbe tutelare il calcio e i suoi attori, e invece distrugge questo sport, minandone la regolarità. Falsandolo alla radice. Qatar 2022 si farà – è troppo tardi per fermarlo, troppi i miliardi e gli interessi, troppe
le vittime – non lasciamoci però ingannare dalle campagne moralizzatrici, o dai proclami populisti. Questi signori pensano al potere, “il bene del calcio” non è mai una priorità».

Cosa la fa pensare che l’Italia sia fuori per la seconda volta consecutiva?

«L’impresa è stata vincere gli Europei. È giusto che siamo fuori perché non facciamo nulla per migliorare. Il nostro calcio è alla deriva sia dal punto di vista finanziario che tecnico. Ma temo che continueremo a parlarci addosso».

Spietato.

«Prendiamo quelli che hanno vinto gli Europei un anno fa. Lorenzo Insigne e Federico Bernardeschi sono andati a Toronto, Giorgio Chiellini a Los Angeles, Leonardo Bonucci ha la sua età, Gigio Donnarumma è molto criticato, Domenico Berardi non ha avuto offerte, Ciro Immobile non si muove dalla Lazio».

Responsabilità dei club?

«Ognuno pensa ai cavoli propri, nessuno ha un senso generale del sistema. Chi tenta strade nuove prima o poi viene segato. Sono molto scettico».

Ripartiamo dall’ultimo campionato, contano più le idee dei soldi?

«No. Prima dell’ultimo campionato nessuno si era rinforzato, l’Inter aveva perso Hakimi e Lukaku, la Juventus Cristiano Ronaldo, il Napoli aveva trattenuto giocatori da vendere. Poi, certo, il Milan ha fatto meglio».

Lo scudetto l’ha perso l’Inter?

«Certo. E anche il Napoli con i 6 punti ceduti all’Empoli e la sconfitta in casa con la Fiorentina».

Il Milan ha vinto con i giovani, qualche giocatore carismatico e una politica di risparmi.

«Sicuramente è una strada. Però contestualizziamola in una stagione in cui le altre hanno avuto problemi. La Juventus ha perso i 30 gol di Ronaldo. La Roma non aveva fatto un vero mercato. Il Milan ha mostrato motivazione, spirito di gruppo e qualità in giocatori come Leao e Theo Hernandez».

Cosa vuol dire che l’Inter ha ripreso Lukaku e la Juventus Pogba?

«Lukaku è stata una grande opportunità, mai visto un giocatore venduto a 115 milioni e ripreso per 8 più bonus. La Juve può comprare solo se vende. Lo stesso la Roma che ha preso Dybala a parametro zero».

È il risultato delle politiche degli anni scorsi?

«Delle non politiche… Delle spese folli che hanno creato gravi problemi di bilancio, acuiti dalla pandemia».

La Juventus si è indebolita o rafforzata?

«Indebolita sia numericamente che qualitativamente. Per vincere lo scudetto bisogna fare 75-80 gol. Questa Juve può arrivare a 60, attribuendone 25 a Vlahovic. Dybala e Morata in un stagione grigia ne hanno fatti 19. I nuovi Kostic e Di Maria non so quanti ne garantiranno».

Tornerà Federico Chiesa e c’è Kean.

«Chiesa rientrerà a gennaio. Kean è sul mercato».

A centrocampo Locatelli e Zakaria sono stati aggiunti a McKennie, Rabiot, Arthur, poi ha preso Pogba, ma ora serve anche Paredes: il problema non sarà un altro?

«La Juve insegue il momento. Ha preso Vlahovic e Zakaria a gennaio, spendendo gran parte del budget. È vero che c’è stato l’aumento di capitale di 400 milioni, però se fai operazioni come queste non puoi più spendere a giugno. Infatti, ha preso a zero Pogba e Di Maria per innestare qualità, ma forse senza avere un progetto di lungo respiro».

Il Milan più che spendere investe?

«Sì, continua la politica dei giovani perché i suoi dirigenti sanno quello che vogliono in funzione di quello che hanno. Frederic Massara è uno dei migliori direttori sportivi in circolazione. Giovani ne hanno sbagliati pochi: Tonali, Leao, Theo, Kalulu, Tomori… E se non stai nei loro parametri ti mollano, come si è visto con Donnarumma e Kessie».

Kessie dovrebbe giocare nel Barcellona.

«Se supera i problemi di bilancio. Negli ultimi anni il Barcellona ha preso Coutinho, Dembélé, Griezman, Depay spendendo 500 milioni. Messi percepiva 53 milioni netti a stagione. Il Barcellona è tutelato perché si chiama Barcellona, se si chiamasse Real Saragozza sarebbe già fallito».

È giusto che questi club vogliano la Superlega?

«Il principio non è sbagliato, ma è stato presentato male».

Sarebbe una competizione poco democratica?

«Quando in Italia la Juventus vince 9 campionati di fila, in Spagna vincono sempre Real Madrid e Barcellona, in Portogallo Benfica e Porto, in Gran Bretagna Manchester City o Liverpool, in Francia il Paris Saint-Germain cosa c’è di democratico?».

Ai romantici piacciono storie come l’Atalanta.

«All’interno di campionati antidemocratici ci sono società come l’Atalanta, il Sassuolo, il Chievo di una volta. Ma anche la nuova Super-champions si mangerà i campionati. Gli unici furbi sono gli inglesi perché, con poche eccezioni, i loro soldi rimangono in casa».

Ma la Champions la vince il Real Madrid.

«Il Real ha scoperto dopo alcune partenze di avere grandi giocatori come il Benzema de-ronaldizzato e Vinicius. E ha ritrovato un allenatore come Ancelotti che sa gestire queste situazioni. L’anno scorso, dopo che Allegri si è accordato con la Juve invece di andare a Madrid, Carlo si è proposto a Florentino Pérez e ha vinto Liga, Champions e Supercoppa. A volte i progetti nascono in modo curioso».

Perché i tifosi interisti ce l’hanno con lei?

«Perché il mio giornale ha anticipato i problemi economici, puntualmente confermati, di Steven Zhang. Grazie al lavoro di Alessandro Giudice, il nostro analista finanziario, avevamo informazioni dalla Cina. Ma se sfiori una società subito qualcuno ti accusa di volerla destabilizzare. L’abbiamo talmente destabilizzata che poi l’Inter ha vinto il campionato».

Non la contestano per un modo diverso di sottolineare le sconfitte di Inter e Juve?

«Non mi pare di enfatizzare quelle dell’Inter e minimizzare quelle della Juve. Sono identificato come nemico, leggo certi striscioni… I miei giudizi non sono condizionati dall’ammirazione che nutro per alcune persone».

Chi sono?

«Mourinho, Massimiliano Allegri, Carlo Ancelotti, Sinisa Mihajlovic, Gian Piero Gasperini, Maurizio Sarri e naturalmente Roberto Mancini che è un vincente da 40 anni. Diciamo che ho buoni rapporti con parecchi allenatori. Ma se vincono vincono, se perdono perdono».

La favola del Monza?

«Intanto mi fa piacere perché risiedo a Monza. Galliani è sempre avanti, adesso si è inventato l’obbligo d’acquisto condizionato: se ci salviamo il giocatore resta, se no torna a casa. Dopo aver comprato l’impossibile negli anni Ottanta ha capito che i tempi sono cambiati. Difficile che un giocatore straniero accetti l’acquisto condizionato, perciò hanno preso soprattutto italiani».

Dove arriva?

«Galliani dice che l’obiettivo è il decimo posto, ma in cuor suo punta al sesto. Non è uno da traguardi piccoli».

Molti dicono che Mediaset sia filo-interista come la Gazzetta dello Sport e il Corriere della Sera mentre il gruppo Amodei sarebbe filo-juventino come Sky e che per questo il Milan sarebbe sottovalutato.

«Il Corriere dello Sport non è filo-juventino, ma guarda alle piazze di Roma, Lazio e Napoli. Poi essendoci  Stadio siamo attenti anche a Bologna e Fiorentina. Tuttosport è il giornale di Torino. Non è vero che il Milan è poco considerato, il suo scudetto ha fatto la fortuna della Gazzetta. Le vittorie condizionano le vendite. Quando la Roma ha vinto la Conference League abbiamo venduto 40.000 copie solo nel Lazio».

Il più grande allenatore italiano?

«Ancelotti: per quello che ha vinto, per quello che è e per quello che è rimasto. Carletto è la semplificazione  e l’aristocrazia del calcio. L’anno scorso ha battuto Psg, Chelsea, Liverpool e City. Dopo la finale di Parigi gli hanno chiesto come aveva vinto? E lui: “Il portiere ha parato, il centravanti ha segnato”. Un maestro».

Il più grande giocatore italiano?

«Sono baggista da sempre. In Dybala rivedo un po’ di Roberto».

 

La Verità, 13 agosto 2022

 

«Via i procuratori, non servono al calcio»

Lo dichiaro subito a beneficio dei lettori: sono al telefono con il mio idolo d’infanzia, Gianni Rivera. Perciò, mi concederete un breve ricordo personale. Forse per alleviare il trauma dell’iscrizione alla prima elementare, mio padre, che era maestro, mi consentì d’iniziare a raccogliere le figurine Panini. E lì c’era lui, con i capelli a spazzola. Diventai allora tifoso del Milan, fresco vincitore della Coppa dei campioni, la prima di una squadra italiana. Su Rivera, che nel 1969 sarà il nostro primo Pallone d’oro, non serve aggiungere altro. Se non la sorpresa causata dalle notizie recenti che lo riguardano.

Gianni Rivera no vax non ce l’aspettavamo.

«Ho sentito molti virologi, di quelli mai invitati in tv, dirsi contrari a questi vaccini perché non sufficientemente testati. I virologi ufficiali dicono che vanno bene, ma a me risulta che non siano stati adeguatamente verificati prima di essere diffusi».

Non ha paura?

«Non particolarmente. Conduco una vita tranquilla sia in casa che fuori, come fossi agli arresti domiciliari».

Come si definirebbe: coraggioso, temerario o critico verso l’informazione omologata?

«Sono una persona normale che si è fatta le proprie idee. Dopo le mie dichiarazioni a Porta a porta ho ricevuto molti messaggi di persone che la pensano come me. Tra queste ci sono anche esperti che hanno posizioni diverse rispetto all’ufficialità. Il fatto che non siano state fatte verifiche sufficienti su queste sostanze è risaputo. Non si può dire, ma questo è un altro discorso».

Non teme di essere imprudente?

«No. Se mi dicono che questi sieri non sono sperimentati preferisco aspettare che lo siano. Anche Mario Draghi il 28 maggio ha detto che le varianti possono rendere inutili gli effetti dei vaccini. Poi forse si è pentito e non l’ha più ripetuto. Qualcuno gli avrà consigliato di non farlo perché potrebbe saltare per aria tutto. Ma se saltano le cose sbagliate, meglio».

Non è imprudente non vaccinarsi considerando che la mortalità è più elevata tra le persone anziane?

«Cosa c’entra? Molti morti stavano già male prima e sono deceduti per altre patologie. L’anno prima del Covid ci sono stati più morti a causa dell’influenza… E poi esistono cure domiciliari che funzionano. Perché non farle e riempire gli ospedali?».

Le notizie di questi giorni dicono che gli ultimi ricoverati in terapia intensiva sono persone non vaccinate.

«Noi conosciamo persone intubate a Milano dopo la seconda iniezione. Lo sappiamo per voce diretta, ma di questi casi nessuno parla o scrive».

Chi sono i virologi che vorrebbe vedere in televisione?

«Luc Montagnier che ha preso un Nobel per la medicina, magari gliel’hanno dato per sbaglio. O Stefano Montanari. Ma non li invitano, forse perché dissentono dalla versione ufficiale».

Non crede che le vaccinazioni massicce ci stiano facendo uscire dall’emergenza?

«Lo spero. Io preferisco non correre il rischio finché non c’è una sperimentazione più ampia. Se poi funzionano, meglio».

Per lei chi si vaccina è una cavia?

«Questo è il sospetto».

Da cittadino e potenziale paziente ha la stessa allergia nei confronti dei virologi che aveva da calciatore verso gli arbitri?

«Mai avuto allergie nei confronti di nessuno. Mi infastidivo quando vedevo che gli arbitri avevano un comportamento non indipendente. Come capitano del Milan difendevo i miei compagni e la mia società quando mi accorgevo che inclinavano dall’altra parte».

Quale altra parte?

«Quella dell’avversario. Allora mi esponevo, se no che capitano sarei stato. Funziona così anche con il vaccino: dico la mia se qualcosa non mi convince».

Anche allora antisistema?

«No, il sistema funzionava. Erano gli antisistema che agivano nel sistema a inquinarlo. L’antisistema nel calcio dà fastidio e si spera che qualcuno intervenga».

Nella magistratura «il sistema» è un meccanismo perverso.

«Si sperava che non ci fossero disonesti tra chi deve giudicare gli altri, invece abbiamo capito che ci sono magistrati che dicono di fare un mestiere e ne fanno un altro».

Sta seguendo gli Europei di calcio?

«Certo. L’Italia sta andando molto bene, come avveniva anche prima degli Europei. Roberto Mancini ha molti meriti. Penso che potremo cavarcela bene anche contro squadre più forti di quelle che abbiamo incontrato finora».

Quante chance dà all’Italia per la vittoria finale?

«Non ho mai fatto pronostici prima delle partite. Andavo in campo per vincere, ma sapendo che avrei potuto perdere. Mi è capitato di perdere con squadre molto più deboli. La schedina l’ho giocata solo qualche volta con degli amici, ma poi ho smesso perché mi accorgevo che buttavo via i soldi».

C’è troppa euforia attorno alla Nazionale?

«Quando si vince i tifosi fanno festa perché il calcio trasmette entusiasmo. Il tifo è una malattia che ci si porta dietro. È giusto che i tifosi si sfoghino nella gioia, speriamo che la gioia prevalga sempre».

Parlando di tifo, cosa pensa delle critiche al fatto che lo stadio di Budapest per Ungheria-Portogallo fosse gremito di pubblico?

«Non le ho molto capite. Come entrano 20.000 persone controllate ne possono entrare anche 80.000, sempre controllate. Se si riesce a fare il tampone a tutti perché non farli entrare? Non credo che dobbiamo stare distanziati se non abbiamo niente. In casa, con mia moglie e i miei figli mica viviamo con la mascherina. Anche con gli amici: se uno sta male va dal medico, ma se sta bene può venire a cena da noi».

Certe precauzioni sono esagerate?

«A volte ho questa impressione. Io sono un semplice cittadino e capisco che chi ha responsabilità si preoccupi di più. Però leggo che tra poco non ci sarà più l’obbligo della mascherina all’aperto».

Che cosa l’ha colpita di più del caso Eriksen?

«Bisogna indagare su perché gli è successo. Qualcuno ha detto che potrebbe essere stato a causa del vaccino».

L’amministratore delegato dell’Inter Beppe Marotta ha smentito, la motivazione sembra di natura cardiaca.

«Indaghino e dicano qual è stata. Bisogna anche chiedere ai medici che gli hanno concesso di giocare finora quali erano le loro conoscenze».

Se dovesse fare una modifica per migliorare il mondo del calcio da cosa comincerebbe?

«Regolamenterei il ruolo dei procuratori. Fino a qualche tempo fa chiunque poteva inventarsi procuratore di giocatori e allenatori. Adesso sostengono un esame ridicolo per iscriversi a un albo. Mi meraviglio che Uefa e Fifa non intervengano su questa situazione».

Due anni fa ha frequentato il corso allenatori a Coverciano, qualche società l’ha contattata?

«Nessuna perché non ho procuratori. Credo di poter aiutare una squadra di calcio sebbene se non sia più giovane. Anche Dino Zoff ha pagato questa situazione. È stato presidente della Lazio, poi allenatore. Ma quando si è interrotto il rapporto non ha più trovato spazio perché si è rifiutato di farsi gestire da un procuratore».

Quand’era calciatore ce l’aveva?

«No. Avevo rapporti diretti con il presidente della società per la quale giocavo e rinnovavo il contratto discutendolo direttamente con lui. Oggi i procuratori cominciano a gestire i bambini da quando hanno 5 o 6 anni. So di genitori nauseati perché vanno avanti i bambini gestiti dal procuratore e non i migliori. Ho suggerito di denunciare questa situazione, ma mi rispondono che i loro figli ne avrebbero più danni che vantaggi. Così tutto rimane com’è. Anche le società non si ribellano».

Il caso di Gianluigi Donnarumma ha mostrato che certi calciatori sono più dei procuratori che delle società?

«Evidentemente Donnarumma si trova bene così e avendo un contratto con Raiola è costretto ad ascoltarlo. Ai miei tempi c’era l’Aic, l’associazione calciatori, che si occupava di aiutarli. Adesso mi chiedo a cosa serva. Abbiamo fatto tante battaglie per liberare i calciatori dalla schiavitù delle società e ora sono ostaggi dei procuratori. Il caso di Donnarumma mi ha molto meravigliato».

Ha visto che Franck De Bruyne, il capitano belga del Manchester City, ha rinnovato il contratto senza ricorrere a procuratori ma basandosi solo sull’analisi dei dati del suo gioco?

«È la conferma che i procuratori non sono indispensabili. Ai miei tempi facevamo già senza di loro. Non capisco perché ci debba essere un terzo incomodo che è, per altro, una spesa inutile per le società».

Tra le cose da cambiare ci sono anche gli stipendi dei calciatori?

«In questo particolare momento è una situazione molto pesante per le società. Mi meraviglio che accettino le condizioni imposte dai procuratori».

Calciatori troppo pagati?

«Non lo so. Se uno chiede 10 e glieli danno, li prende».

Cosa pensa del Var?

«Mi sembra un’ottima innovazione. Se uno strumento tecnico aiuta l’arbitro a eliminare gli errori, tutti ne traggono vantaggio. Chissà se fosse stato attivo ai miei tempi quante volte mi avrebbe dato ragione».

Che idea si è fatto della Superlega?

«Mi sono meravigliato che società così importanti si siano imbarcate in quella iniziativa senza preoccuparsi delle conseguenze che avrebbe avuto su tutto il sistema. Credo che i numeri uno debbano sempre misurarsi con i numeri cinque sei o sette. Tutti devono avere l’opportunità di migliorarsi. Magari succede che poi vince la squadra sfavorita. A me è capitato di perdere uno scudetto all’ultima giornata, sconfitto in casa dal Bari che si era appena salvato».

In Nazionale fanno faville Berardi e Locatelli del Sassuolo che la Superlega non la giocherebbero.

«Le loro prestazioni sono frutto di un percorso lungimirante. Com’è stato quello dell’Atalanta, altra squadra che non sarebbe iscritta alla Superlega. Un’idea che per fortuna è morta prima di nascere».

È vero che da bambino era juventino?

«Ad Alessandria arrivavano le notizie da Torino perciò simpatizzavo per la Juventus che vinceva. Poi ho iniziato a giocarle contro con l’Alessandria e il Milan e tutto è cambiato».

Un ricordo di Giampiero Boniperti?

«È stato un ottimo giocatore e un altrettanto ottimo presidente. Una persona seria che ha lasciato un ottimo ricordo di sé a tutti».

Tolto Gianni Rivera, chi è il più grande giocatore italiano di sempre?

«No, guardi, è difficile fare queste classifiche. Non c’è nessuno, neanche Rivera. Gli unici grandi, superiori a tutti sono Pelè per una ragione e Maradona per un’altra. Se il calcio non fosse esistito, Pelè l’avrebbe insegnato lui a tutti, destro, sinistro, colpo di testa, tutto. Dopo di lui tutti gli altri sono secondi, terzi e quarti».

 

La Verità, 19 giugno 2021

Qualche domanda alla Rai sull’inclusione di Madam

Quando l’inclusione diventa un boomerang. Anzi, visto che si parla di calcio: quando fa autogol. Sono gli effetti collaterali del correttismo montante. Chi lo dice alla dolce e tenera Danielle Madam, cittadina italiana nata in Camerun, che è stata sovraesposta in un ruolo che alla fine rischia di danneggiarla? La pluricampionessa italiana di getto del peso è stata chiamata alla conduzione di Notti europee, un programma di calcio di massima visibilità (Rai 1, tutte le sere, ore 23,15, 1,7 milioni di spettatori, share del 18,3%) per il colore della sua pelle? È verosimile immaginare che anche Claudio Marchisio, un nome a caso, in un programma di atletica leggera si sentirebbe come una trota nell’oceano?

Gli Europei di calcio sono il primo evento sportivo dopo la pandemia. Le nazionali si confrontano negli stadi alla presenza del pubblico. È un’occasione di festa per sportivi e tifosi di tutto il continente. Per la Rai, da anni priva dei diritti delle competizioni per club, le partite della Nazionale sono un’occasione per recuperare centralità. Con la qualità del gioco espresso dalla squadra guidata da Roberto Mancini che ci riscatta dall’astinenza agli ultimi Mondiali e con l’euforia che l’accompagna nel cammino verso le fasi finali, il boom di ascolti delle partite è garantito (Italia-Svizzera: 13,3 milioni di telespettatori e il 51,95 di share). La sfida era sul programma di approfondimento post partita. In questi casi, per una rete come Rai 1 con un pubblico largo e composito, la difficoltà è trovare l’equilibrio tra commenti tecnici destinati agli intenditori e argomenti leggeri per intrattenere i non calciofili. Dopo una partenza titubante, strada facendo la squadra di Marco Lollobrigida sta lentamente trovando il dosaggio nazional-popolare. L’altra sera, subito dopo la vittoria sulla Svizzera, in collegamento da Casa Azzurri c’era, per esempio, Lino Banfi, già «allenatore nel pallone», e autore dell’esclamazione divenuta virale con il festeggiamento post gol di Ciro Immobile nel primo match contro la Turchia. Lollobrigida gestisce gli interventi degli ospiti fissi in studio, giornalisti, ex calciatori, l’immancabile postazione social, e i collegamenti esterni dallo stadio e per gli aggiornamenti di calciomercato. E la bella Danielle? Purtroppo appare inevitabilmente un filo spaesata, sia perché alla prima esperienza in video sia perché il calcio non è esattamente la sua materia. Da co-conduttrice ha dovuto accettare la retrocessione al ruolo di valletta. È questo il messaggio d’inclusione che la Rai voleva mandare?

 

La Verità, 18 giugno 2021