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«Egemonia della destra? Non vedo idee all’altezza»

Politologo, docente universitario a Firenze, considerato l’ideologo della Nuova destra, catalogazione che rifiuta in quanto da oltre vent’anni ritiene obsoleta la dicotomia destra-sinistra, Marco Tarchi è impegnato nelle discussioni di tesi di laurea e nel tour per presentare Le tre età della fiamma. La destra in Italia da Giorgio Almirante a Giorgia Meloni (Solferino), l’ultimo libro scritto con Antonio Carioti. Eppure trova il tempo per rispondere, in più scambi di mail, alle domande della Verità per commentare l’evoluzione degli scenari europei e le polemiche inerenti la cultura di destra nel nostro Paese.

Alle ultime elezioni si è scoperto che, come dicono i sondaggisti, il governo dell’Unione europea è contendibile. Se lo aspettava?

«Dopo mesi di campagna in cui Meloni aveva promesso che il suo gruppo sarebbe stato decisivo nella scelta del nuovo, o vecchio, presidente della Commissione europea, c’era chi si aspettava di meglio. Invece, la prospettiva di una conferma della vecchia maggioranza popolari-socialisti-liberali resta in piedi. Io non ho mai creduto nel sorpasso».

Le sembra che la leadership interpretata da Emmanuel Macron e Olaf Scholz stia traendo adeguate conseguenze dalla sconfitta?

«No. Tirano a campare, fino a quando non saranno sbalzati di sella dai rispettivi elettorati nazionali. E dubito che l’attuale presidente francese, anche se subisse un altro pesante schiaffo il 7 luglio, rinuncerà alla carica. Anzi, sfrutterà la prevedibile ingovernabilità dell’Assemblea nazionale per far valere ancora di più le sue prerogative».

Finora Ppe, socialisti e liberali si stanno mostrando indifferenti all’esito elettorale. Questo orientamento aumenterà la distanza tra i cittadini e le istituzioni di Bruxelles e alimenterà sentimenti di rabbia nei raggruppamenti cresciuti e consolidati dal voto?

«Non c’è, né in Italia né in nessun altro paese dell’Unione, un vero interesse dell’opinione pubblica per le vicende politiche europee. Gli unici momenti in cui questa indifferenza cessa sono quelli in cui c’è da contestare qualcuna delle politiche decise a Bruxelles su agricoltura, commercio, limiti alle emissioni e via dicendo. L’Ue ha sempre scaldato solo i cuori di un ristretto nucleo di politici e intellettuali. Non certo delle popolazioni. E poco anche quelli dei partiti nazionali».

Sembra che Giorgia Meloni voglia far pesare lo spostamento a destra dei consensi. Fa bene ad alzare la voce contro i tentativi di procedere alle nomine senza tenerne conto?

«A quanto sembra, viste le reazioni di Tusk e Weber, sì. Ma in queste dichiarazioni si sottolinea il ruolo dell’Italia, “paese fondatore della comunità europea”, non quello dei conservatori che Meloni dirige, mostrando che, pure loro, tengono d’occhio più gli interessi dei rispettivi Stati che quelli dei “fratelli” d’oltre frontiera».

Il presidente Sergio Mattarella ha ribadito che bisogna tenere conto dell’Italia: non toccherebbe anche alle opposizioni, Pd compreso, fare squadra per sostenere la rilevanza del nostro Paese in Europa?

«Nell’attuale gioco, Meloni indossa contemporaneamente i due cappelli: presidente del Consiglio e leader di uno specifico gruppo. Stanti così le cose, e dati i toni dell’attuale politica bipolare, non c’è da stupirsi se le convergenze mancano. Ma, quando si è trattato di nomine ai vertici, è stato più o meno sempre così, e non solo da noi. Si è visto persino il clamoroso autogol di Salvini nel 2019, quando fece cadere il governo di cui faceva parte nel momento in cui era convinzione comune che il posto di commissario italiano sarebbe toccato a Giorgetti. E così lì ci andò Gentiloni».

Che ripercussioni avrebbe sugli equilibri del governo italiano la decisione di Giorgia Meloni di appoggiare la candidatura di Ursula von der Leyen?

«Darebbe un solido argomento polemico alla Lega, che già con la fortunata scelta di Vannacci si è candidata a fare concorrenza da destra a Fratelli d’Italia. La presidente uscente non è certo una delle figure più amate dall’elettorato meloniano. Forza Italia, viceversa, ne sarebbe soddisfatta, ma dubito che quel gesto diminuirebbe la potenziale conflittualità con il partito di maggioranza della coalizione».

Quanto sarà determinante l’esito delle imminenti elezioni francesi?

«Dipenderà, ovviamente, dal riscontro delle urne. E ho il sospetto che una, peraltro improbabile, maggioranza assoluta di seggi dell’alleanza Rassemblement national-Républicains di Ciotti, e una conseguente ascesa di Jordan Bardella alla carica di primo ministro non rallegrerebbe Meloni. Che tiene moltissimo a essere considerata il faro delle destre europee e che conduce una politica in molti punti divergente – soprattutto sul piano economico – da quella di Marine Le Pen e soci».

Quanto plausibili sono gli allarmi di alcuni analisti che vedono i fondamenti dell’attuale consorzio europeo messi in discussione dalla cosiddetta avanzata delle destre?

«Li considero in larga misura eccessivi. Per motivi diversi, sia i partiti facenti capo all’Ecr sia il partito – e il governo – di Orbán non hanno alcuna intenzione di mettere in discussione l’attuale struttura dell’Ue. Tutt’al più auspicano qualche modifica del suo funzionamento. Il caso Meloni insegna: una volta entrati nel salotto buono dell’Unione, ci si adegua alle sue buone maniere».

L’Europa è destinata a rimanere un’entità fredda e dirigista e culturalmente succube dei nuovi dogmi woke d’oltreoceano, o ci sono margini per recuperare un’identità propria nel rispetto dell’autonomia delle diverse nazioni?

«Di margini ne vedo pochi, perché fino a quando l’Ue resterà legata a doppio filo alle strategie degli Usa e della Nato – o, per meglio dire, dipendente dai loro voleri – non potrà mai ambire a tracciare una propria rotta politica, economica, culturale o geopolitica. E, stando così le cose, quand’anche qualche Stato nazionale riuscisse ad avere mani più libere al proprio interno, a cosa servirebbe?».

In Italia si sottolinea l’avvento di un nuovo bipolarismo, incarnato da Giorgia Meloni ed Elly Schlein: è davvero così?

«Per il momento le cose vanno in questa direzione, e in tempi di personalizzazione e mediatizzazione della lotta politica questo confronto/scontro diretto, molto gradito a entrambe le contendenti, ha buone probabilità di durare. Anche se, in un’epoca in cui la politica è sempre più condizionata da fattori estranei, economici e geopolitici, qualcosa di nuovo, sotto forma di crisi, può modificare in modo inatteso gli scenari».

È un dato di cui rallegrarsi o anche in questo caso la polarizzazione favorisce l’astensionismo?

«Di solito la polarizzazione ha un effetto mobilitante sulle opposte tifoserie – che però sono ridotte a questo ruolo».

Nel suo ultimo libro analizza le stagioni della destra italiana: pensa che un’abiura definitiva del fascismo metterebbe Giorgia Meloni al riparo dalle critiche e dalle diffidenze che la accompagnano?

«Nessuna abiura avrebbe questo effetto, e anzi verrebbe interpretata come un segnale di debolezza, oltre ad accompagnarsi a un’ondata di ulteriori sospetti e insinuazioni sulla sincerità di una scelta di quel genere. Sarebbe solo un modo per alienarsi quegli elettori che, pur senza coltivare nostalgie, si rifiutano di accettare la riduzione caricaturale di un fenomeno complesso della storia italiana all’immagine manichea che ne danno gli antifascisti di professione».

Come giudica il tentativo del governo di modificare il sistema culturale in Italia?

«Esiste, questo tentativo? Dov’è? Io, per il momento, vedo soltanto nomine ai vertici di questa o quella istituzione controllata dallo Stato. Ma nelle case editrici, nelle redazioni giornalistiche, nelle scuole, nelle università, nelle società di produzione cinematografica, nelle compagnie teatrali, nel mondo della musica e via elencando niente è cambiato. E niente potrà cambiare se non si costruirà, poco alla volta, una nuova atmosfera culturale. Che ha bisogno di idee capaci di attrarre consenso e di ingegni capaci di produrle e farle circolare, non di direttori o commissari straordinari di questo o quell’ente. Per adesso, le premesse di questa rivoluzione culturale non riesco a scorgerle all’orizzonte».

Con alcune nomine nelle istituzioni si è cominciato a parlare di nuova «egemonia culturale» della destra. Che cosa caratterizza precisamente quella che viene chiamata cultura di destra e la sua egemonia è un obiettivo da perseguire?

«La lotta per l’egemonia culturale, come lo stracitato (a ragione) Gramsci ha insegnato, è parte essenziale della lotta politica. Per sfidare quella esistente, di segno progressista, che è tuttora molto estesa, bisogna sforzarsi di mettere in circolazione idee capaci di entrare gradualmente a far parte del senso comune, cioè di attecchire nella mentalità collettiva. Un compito immane, anche se necessario».

Ancora prima, esiste un ceto intellettuale in grado di alimentare e promuovere una cultura così concepita?

«Questo è il punto. Decenni di egemonia intellettuale progressista hanno saturato gli ambienti culturali di cui dicevo, spesso anche grazie a politiche di nepotismo e clientelismo. E, salvo pochi casi, chi non aveva opinioni gradite è stato accuratamente tenuto fuori dai luoghi di riproduzione del potere culturale – a partire dalle università – anche se mostrava qualità notevoli. Questo fenomeno accade tuttora, per esempio nel reclutamento nei dottorati di ricerca o in taluni ambiti artistici. Se le cose non cambieranno, questo ceto intellettuale non avrà modo di formarsi. E sarà facile, agli avversari, metterne alla berlina l’assenza».

Qualcuno osserva che i nuovi dirigenti di queste istituzioni devono favorire il dialogo con gli intellettuali della sinistra, ma poi accade che un gruppo di scrittori contesta le regole di organizzazione della rappresentanza italiana alla Fiera di Francoforte. Qual è la sua opinione?
«Detesto la faziosità degli “intellettuali militanti”, avendone subìto gli effetti in più occasioni, e sono convinto che la disponibilità al dialogo sia uno dei requisiti fondamentali per chi fa cultura. Non sarà però facile convertire a questa pratica di civiltà chi è abituato a considerarsi moralmente superiore a chiunque abbia opinioni diverse e, soprattutto, teme di perdere posizioni di supremazia che riteneva definitivamente acquisite. Il caso dei non pochi scrittori che si sentono storici, profeti o coscienze dell’umanità perché stanno politicamente e ideologicamente “dalla parte giusta” è tipico».

 

La Verità, 29 giugno 2024

«La femminocrazia è qualcosa d’insopportabile»

Questa è un’intervista maschilista, meglio scoprire subito le carte. Quando l’ho proposta ad Annamaria Bernardini de Pace, titolare dello studio legale specializzato in diritto della persona e della famiglia più importante d’Italia, ha accettato con entusiasmo. E, siccome Abdp è una persona di rara schiettezza, si sconsiglia la lettura agli amanti dei se e dei ma.
Signora Annamaria Bernardini de Pace, devo chiamarla avvocata o avvocato?
Odio avvocata. Voglio essere scelta per il ruolo non per il sesso.
Da dove viene questo lungo nome e cognome che lei abbrevia in Abdp?
L’abbreviazione sta per Amore baci denaro passione.
C’è tutto.
Ci sono le mie predilezioni e tutto quello che gli uomini faticano a dare alle donne.
Pessimista?
Sì. Ma chi lo sa più di me che in 40 anni ho incontrato e assistito più di 10.000 coppie.
E nella vita privata com’è andata?
Ho avuto uomini tirchissimi di passioni, ma generosi d’amore.
Allora non malissimo?
No, ma nella passione ci si scatena di più. Mi piace essere desiderata. Avrei voluto uomini gelosi, appassionati di cucina, di arte.
Di sesso no?
Anche. Ho avuto tanto amore contemplativo. Avrei voluto uomini amanti dei viaggi; ho chiesto che mi portassero a Marrakech, ma nessuno l’ha fatto.
Un bilancio in chiaroscuro?
La verità è che poi sono stata tradita perché ci sono donne capaci di fare la raccolta differenziata dei rifiuti altrui. Alcune in particolare dei miei.
Se si trattava di rifiuti non dovrebbe dispiacersene troppo.
Li ho dovuti rifiutare quando ho capito che queste donne si accontentavano più di me e così gli uomini si sentivano più forti. Con me c’era troppa parità.
Che cosa pensa della femminocrazia italiana?
Che è insopportabile. Non solo per le donne che sono nei luoghi di potere istituzionale – era ora! – ma per la mentalità femminile di oggi, in forza della quale pretendono di avere diritti che non hanno.
Per esempio?
Il diritto all’aborto che non è un diritto per niente. Basta conoscere la legge che offre un’opportunità di scelta da quando l’aborto è stato depenalizzato come reato… Anche in casa le donne sono convinte di avere un diritto di vita e di morte sui figli, mentre la legge parla di diritto dovere alla bigenitorialità.
Vuole scatenare un putiferio?
Lo scateno tutti i giorni, ma la femminocrazia continua a imperare. Le donne ritengono che quando denunciano qualsiasi cosa devono essere credute in quanto donne.
Nelle cause di matrimonio?
E di violenza sessuale. Credono di aver ragione a priori. Sono loro ad avere una mentalità patriarcale.
In che senso?
Dicono che l’uomo mente, che l’uomo è forte e perciò «noi donne dobbiamo essere credute». Partono da una posizione patriarcale. Invece, le donne sono più intelligenti, più scaltre, più manipolatrici, più attente psicologicamente agli altri e quindi più forti.
Concordo dalla seconda in poi.
Sono anche più intelligenti. Solo che hanno un’intelligenza emotiva e non razionale. Comunque sia, non c’è il patriarcato, ma il matriarcato.
Cosa glielo fa dire?
Il fatto che hanno posizioni di potere nella famiglia. Poi, certo, ci sono situazioni di violenza maschile nella famiglia e nella società.
Giorgia Meloni ed Elly Schlein le conosce?
Mai incontrate. Io sono un’antica liberale, radicale, attualmente anarchica, ma stimo molto Giorgia Meloni e penso che sarebbe una vera svolta se desse una sterzata alla sanità e alla giustizia.
Ci sta lavorando.
Ha iniziato la curva, ma serve una sterzata decisa.
A cena con chi fra le due?
Con la Meloni tutta la vita. La Schlein mi sembra che interpreti una parte.
In che senso?
Non mi sembra che creda in ciò che dice, mentre la Meloni è fin troppo autentica.
Si riferisce a quando si è presentata come «stronza» al governatore Vincenzo De Luca?
Avrei fatto la stessa cosa.
C’è chi sostiene che non lavori per il bene delle donne.
Questa è la femminocrazia insopportabile. Siccome c’è la prima premier si pretende che lavori per le donne. Mentre lei lavora per tutti.
Anche in Europa c’è la femminocrazia: Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, Roberta Metsola.
Gliel’ho detto, le donne sono più intelligenti e scaltre. Adesso che hanno lo spazio se lo prendono.
In Francia Marine Le Pen insidia Emmanuel Macron.
Io non approvo le idee di Marine Le Pen, anzi. Però sarebbe ora che quel bambino viziato fosse scalzato da qualcuno.
Paola Cortellesi è la donna italiana dell’anno?
Ha fatto un film furbissimo ed è una bravissima attrice.
Dopo quell’epoca con la protagonista del film che invece di scappare…
Ecco: quello mi ha deluso; sognavo vincesse l’amore, non la politica.
Le vede le bocche storte?
E chissenefrega?
Dicevo: dopo l’epoca raccontata nel film c’è stata la stagione delle lotte femministe. Lei era in prima linea?
Altroché. Con Marco Pannella, per il divorzio, la pari dignità, l’aborto. Eravamo femministe serie che si battevano per problemi reali. Quelle di oggi sanno solo combattere contro gli uomini.
Il femminismo attuale è amico o nemico delle donne?
Nemico assoluto.
Perché?
Abbiamo conquistato quasi tutto: che senso ha combattere l’uomo dopo che abbiamo voluto essere alla pari?
Alcune femministe contrastano l’utero in affitto.
Lo faccio anch’io. Però non è una prerogativa del femminismo, ma di uomini e donne che hanno sensibilità e rispetto dei bambini. Mi fa impressione che una donna faccia un bambino, lo espella e lo venda.
Poi c’è il femminismo che impedisce al ministro Eugenia Roccella di parlare in pubblico.
Ero con lei al Salone di Torino per presentare quel libro bellissimo, ma non ha potuto dire una parola. Glielo ha impedito la violenza delle femministe ignoranti che credono che sia contro l’aborto quando anche lei ha combattuto le battaglie con Pannella.
Perché il suo studio legale difende più uomini che donne?
Perché le donne sono così feroci che sanno difendersi da sole. E le vere vittime, a parte quelli schifosamente violenti, sono gli uomini.
Una causa che avrebbe voluto seguire e le è sfuggita?
Quella di Berlusconi che mi voleva, ma gliel’hanno impedito. Sono stata tre giorni a parlare con lui dei suoi problemi e ho apprezzato un uomo intelligentissimo e affascinante, diverso da quello che ci raccontavano.
Chi gliel’ha impedito?
Non lo so, mi ha detto che c’erano delle resistenze.
Nemmeno lui così potente era totalmente indipendente?
Sono stata felice di non avergli mandato la parcella per quella consulenza perché ho avuto il piacere di parlare con una persona che capiva qualsiasi cosa e la rendeva più interessante, rispiegandola.
Perché ha rinunciato alla difesa di Francesco Totti?
Perché mi piacciono le cause che portano all’affermazione del miglior interesse per i figli. Invece quella rischiava, come poi è successo, di essere una causa mediatica con l’affermazione dell’interesse di tutti tranne che dei figli.
I femminicidi sono espressione di potere o di impotenza maschile?
Secondo me, di impotenza. Gli uomini sentono il bisogno di vendetta. Sono mossi dal narcisismo come affermazione di sé, dall’invidia della donna, dall’incapacità di gestire l’umiliazione. Quindi da una debolezza, non da una forza.
Molti femminicidi avvengono quando la donna li lascia.
Se non sai reggere all’umiliazione, uccidi. È l’inammissibilità di sentirsi inferiori, rifiutati.
Perché sono abituati ad avere tutto?
Non sono abituati a una relazione paritaria.
Questo sarebbe patriarcato.
No, se uno è impotente non è patriarcato, ma coglionaggine, cattiveria che porta a uccidere.
Oltre alla mascolinità tossica esiste anche la femminilità tossica?
Ha voglia!
Come si manifesta?
In quelle donne che, educate male, viziate e prepotenti, sono incapaci di fare qualsiasi cosa di concreto. Pensi come rendono la vita di un uomo, pensi se ce l’avesse lei una donna così. Poi ci sono anche donne violente, che uccidono i figli. Violente non solo psicologicamente, ma anche fisicamente con i mariti che però si vergognano a denunciarle come una volta si vergognavano le donne.
Si può dire qualcosa se certe ragazze si vestono come cubiste o è sessismo?
Trovo vergognoso che non abbiano dei genitori in grado di educarle soprattutto quando in giro ci sono uomini violenti di natura, non educati, uomini di tutte le razze e le religioni. Non sopporto le femministe che dicono: mi posso vestire come voglio senza che venga interpretato come una provocazione. Invece, lo è.
Che idea si è fatta del caso Ferragni?
Non posso parlarne.
La sua avversaria è stata un’altra donna.
Un’altra famiglia distrutta dalla più fervida giustiziera che abbiamo in Italia.
Selvaggia Lucarelli.
L’ha detto lei.
E la sorellanza?

Mi piacerebbe tanto che ci fosse; da 40 anni il mio studio è basato sulla sorellanza. Ho quasi solo collaboratrici, resistono due uomini, una quota azzurra minima. Insegno a solidarizzare e chi non fa come dico io sparisce dagli studi.
Alla faccia del patriarcato. Marina Berlusconi cavaliere del lavoro?
Giustissimo. Ma non capisco come non sono mai stata nominata io. Certo, lei fattura mooolto più di me.
Lei è anche membro del Giurì di autodisciplina della pubblicità.
Lo sono stata 30 anni, di più non si può. Un’esperienza appassionante.
Che cosa pensa dei mammi e dei massai degli spot?
Certi tiranni del pensiero vogliono promuovere il politicamente corretto.
Le piace Luciana Littizzetto?
Mi diverte.
Maria De Filippi?
Mi impaurisce.
Serena Bortone?
Simpatica. Ci frequentiamo.
Lilli Gruber?
Non la guardo perché mi innervosisce la sua parzialità.
Per chi ha votato alle Europee?
Si figuri se glielo dico. Sono anarchica.
Le hanno mai chiesto di candidarsi?
Tutti gli schieramenti.
E?
Non mi basterebbero gli stipendi proposti.
Mi svela un suo segreto, un libro, una serie tv, una persona che adora?
Vorrei rinascesse Giorgio Gaber.

 

Panorama, 26 giugno 2024

«L’euroburocrazia ci trasforma in sonnambuli»

Novantuno anni e otto figli, Giuseppe De Rita è una delle menti più lucide del Paese. Fondatore e animatore del Censis, il Centro studi investimenti sociali che nell’ultimo rapporto ha tracciato il profilo di una società italiana «affetta da sonnambulismo, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali», De Rita è l’uomo cui si ricorre quando ci si trova davanti a svolte difficili da decodificare come quella verificatasi all’ultima consultazione europea.
Professore, chi ha vinto davvero le elezioni?
«Nessuno. L’astensione è tale da far pensare che qualsiasi decisione venga presa sarà sempre tecnicamente di una minoranza. Avere il 28% di metà del Paese significa disporre concretamente del 14% dei consensi e quindi espressione di una forza largamente minoritaria. Questo stabilisce le condizioni in cui si lavora. Perciò è difficile dire che qualcuno abbia vinto. Anche se, numericamente, si può dirlo di Elly Schlein e Giorgia Meloni, mentre Giuseppe Conte ha perso».
L’astensionismo è stato forte anche in Europa, il fenomeno dei sonnambuli e degli sfiduciati è continentale?
«La crisi della partecipazione politica si registra in tutta Europa. Ma lei vuol dirmi quale sia l’appeal di Olaf Scholz o di Emmanuel Macron? Possiamo riconoscere che noi sonnambuli non esercitiamo una buona domanda, ma dobbiamo tralasciare la qualità dell’offerta. L’astensione sarà anche un peccato di omissione, vedendolo dal punto di vista del catechismo cattolico, ma è un peccato giustificato dal fatto che la qualità dell’offerta politica è bassissima. Se al mercato mi offrono un prodotto che non mi piace, tiro dritto».
Quindi la causa principale è il deficit di qualità del personale politico?
«Questa è sicuramente una delle cause. La seconda è che, tendenzialmente, il cittadino della società occidentale comincia a vivere trascurando le cose importanti. Non paga le tasse, non partecipa alla vita della scuola, non va a messa. La tendenza è a occuparci delle nostre cose e non di quelle collettive».
Prevale il disincanto nei confronti della globalizzazione o la distanza dalle istituzioni continentali?
«Credo che il problema vero sia una certa estraneità degli organismi di governo europei. Io stesso non vedo vicini i grandi palazzi di Bruxelles, forse perché sono abituato a palazzi più semplici e famigliari. L’Ue emana un’immagine fredda, tecnocratica e ricca. La lontananza degli uffici e la ricchezza degli stipendi. Delusi dalla globalizzazione? Non direi. Vorremmo una politica europea più forte e unitaria nella difesa e nella diplomazia. La globalizzazione è accettata, tutti parlano di piattaforme e di Amazon. Ormai si usa Amazon anche per mandare i biglietti di auguri. È questa la globalizzazione. È l’Europa che non entra nel nostro concetto di globalizzazione».
Questa disaffezione è anche causata dal fatto che i tratti che caratterizzano l’Europa, dai simboli religiosi nelle città al riconoscimento del ruolo delle donne fino alla nascita degli Stati nazionali, siano stati progressivamente messi tra parentesi?
«Invece dovremmo riconoscere che l’Europa ha fatto grande la storia dell’ultimo millennio. Purtroppo oggi è di moda di rinnegare la storia».
È la cultura della cancellazione.
«Si cancellano i grandi imperatori, i grandi navigatori… Nei social e nei media l’opinione prevalente è la distruzione della storia per concentrarsi sul futuro. Come se la cultura contemporanea avesse bisogno di mangiarsi il passato, di vivere fuori dalle piazze di una volta. C’è l’ambizione di costruire le autostrade per il futuro. Ma la mia impressione è che se non si sanno gestire bene le città di una volta non si possono manco abbozzare le autostrade del futuro».
Mentre scolora l’appartenenza a una comunità e a una storia cresce la percezione di un’Europa sempre più dirigista, fatta di regole e divieti?
«La situazione va vista da due angolazioni. La società contemporanea è così complessa e articolata che ha bisogno di essere governata. Questo può avvenire o concentrando il potere con la forza come fanno certe dittature, oppure dettando regole e gestendone gli effetti. Negli anni Cinquanta i padri fondatori decisero per questa seconda ipotesi, non per un’Europa che concentrasse il potere e imponesse decisioni dall’alto. Anche i titoli degli organismi avevano questo carattere, si parlava di “mercato comune”, di “patto di stabilità”, tutte formule e meccanismi regolatori. Oggi queste istituzioni sono afflitte dalla burocrazia e sono esposte a lobby sempre più invadenti».
Gli elettori sanno chi sono e che ruolo ricoprono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola o Christine Lagarde?
«È normale che non lo sappiano. Immagino che mio padre e mia madre non sapessero chi erano Konrad Adenauer e Robert Schuman, sebbene fossero grandi statisti».
Per questo hanno fatto bene Giorgia Meloni ed Elly Schlein a personalizzare la campagna? Gli elettori cercano qualcuno in cui riconoscersi?
«È uno dei meccanismi di identificazione. Io sono contrario alla personalizzazione della politica, però capisco che in un momento di difficoltà, in cui agisce una marea di soggettività, qualcuno scelga di metterci la faccia. Poi ci sono le personalizzazioni che funzionano, come quelle di Schlein e Meloni, e quelle che non attecchiscono, come nel caso di Matteo Renzi e Carlo Calenda».
Come valuta il fatto che il governo Meloni sia l’unico in Europa che registra un consistente incremento di consensi?
«Essendo l’ultima arrivata la Meloni ha fatto scelte drastiche. Ha optato per una linea europeista e atlantica e d’intesa con gli Stati Uniti. Una scelta che ha pagato più di altre posizioni articolate. Poi ha fatto la sua scelta netta anche contro la politica dei bonus. E la gente ha capito».
Hanno fatto bene i vescovi italiani a suggerire un voto in favore dei partiti dichiaratamente europeisti?
«Non potevano fare altro. La scelta europeista è stata fatta anche dagli statisti cattolici del dopoguerra».
Perché a suo avviso sono stati poco ascoltati?
«Tutto sommato lo sono stati. Cosa potevano dire se non “votate per i partiti europeisti”? Forse pensavano di favorire i centristi. Alla fine, però, non ho visto prevalere il voto antieuropeo».
La dialettica pace-guerra è stata centrale in queste elezioni ed è giusto che lo sia?
«Assolutamente no, ed è giusto che non lo sia».
Perché?
«Perché si tratta di un meccanismo così delicato e criptico che montarci sopra una dimensione politica è sbagliato. Si entra in questioni complicatissime di cultura militare, di geopolitica e di economia internazionale che vanno trattate in modo serio e approfondito. Non basta dire di essere per la pace».
Da questo punto di vista, come giudica la candidatura di Marco Tarquinio nel Pd?
«Tarquinio ha fatto benissimo il direttore di Avvenire e poi ha scelto di impegnarsi, da pacifista oltranzista, in queste consultazioni, senza disturbare troppo il partito. Terra terra, è andato avanti».
Da ospite in un partito che va da un’altra parte?
«Se ha fatto questa scelta ne ha pagato in bene e in male i pro e contro. Non tocca e me valutarli».
Perché, sebbene nei sondaggi la maggioranza degli italiani si dichiari contraria all’invio di armi, i partiti pacifisti e antimilitaristi non hanno avuto i riconoscimenti attesi?
«Son cose troppo serie per farne comizi e orientamenti elettorali. Pensi quanto difficile è la valutazione su quali armi mandare in Ucraina. Non basta proclamarsi per la pace e sventolare la bandiera bianca. Anzi, è inutile e dannoso ridurre a un fatto di opinione una crisi internazionale così complessa».
Altra contraddizione: le proteste ambientali e gli annunci di apocalissi imminenti si sprecano mentre i Verdi perdono consensi.
«Anche in questo caso il problema ambientale è ridotto a fatto di opinione. Quando viene sottratto ai tecnici, agli esperti, ai programmi di intervento e gestione dell’ambiente sfuma in qualcos’altro e perde di interesse».
La bocciatura dell’asse franco-tedesco va attribuita al disagio sociale di Francia e Germania o al contrasto alla politica bellicista?
«La causa della sconfitta non è il contrasto alla linea bellicista di Parigi e Berlino. Chi conosce la realtà di questi Paesi capisce che la loro crisi non viene dallo schieramento anti russo. Nel caso della Francia, si origina nella dimensione identitaria, nel conflitto spaventoso fra ebrei e antisemitismo che investe le periferie e nel crollo della religione cattolica come elemento unitario di quella popolazione. L’asse con i tedeschi c’entra poco. In Germania, la crisi è generata dall’aumento delle diseguaglianze. La fine dell’era dei grandi traguardi economici crea tensioni e frustrazioni che si manifestano al voto e nelle città in modi meno cruenti di quelli francesi».
Se Paesi leader come Francia e Germania, ma pure Austria e Belgio registrano uno spostamento verso destra, è giusto che a Bruxelles si riproponga la maggioranza di prima?
«Non so dove si collocheranno i repubblicani francesi né se Meloni appoggerà la maggioranza Ursula. Mi astengo».
Che strada intravede per riformulare un’idea e una prassi europea più vicina alle esigenze dei cittadini?
«L’Europa sta gestendo la complessità di questi decenni con la cultura delle regole e delle normative. Questa politica era efficace negli anni Cinquanta. Ora risulta troppo fredda, in questi anni non basta gestire l’esistente. Serve una politica con più intenzionalità».
Intenzionalità significa progettualità, visione?
«Ogni momento di svolta della storia è stato determinato da una intenzionalità. L’uscita dal feudalesimo è stata favorita dal ruolo del clero e dal solidarismo dei Monti di pietà. La stessa ricostruzione italiana del dopoguerra aveva una intenzionalità. Oggi l’Europa gestisce l’esistente senza una progettualità».

 

La Verità, 15 giugno 2024

 

«Invidio la capacità di fare squadra degli uomini»

Zero vacanze anche quest’anno, Nunzia De Girolamo?
«Sì, zero. Ma a me basta il fine settimana per recuperare. Il vero cruccio è stare senza mia figlia come l’estate scorsa. Perciò, le ho promesso che sarà l’ultima».
Dove sta sua figlia d’estate?
«Finita la scuola una settimana in Campania dai miei genitori, ma senza di me. Poi a Santa Severa, da dove farò avanti indietro. Poi andrà in Sardegna con il papà (Francesco Boccia, capogruppo al Senato del Pd ndr)».
Suo marito cosa dice del suo lavoro estivo?
«Niente. Lui è uno stakanovista, dopo una settimana di vacanza si sente già in colpa».
Nella vostra famiglia vige il patriarcato o il matriarcato?
«Sarei un’ipocrita se dicessi il patriarcato. Vengo da una famiglia matriarcale da generazioni».
E la sua attuale com’è?
«Abbastanza matriarcale. È un fatto che dipende dalla cultura nella quale si è cresciuti. Mia madre era una figura forte, come era fortissima quella di Francesco».
Mi fa un telegramma sull’esperienza di Avanti popolo?
«È stata molto formativa. Per la prima volta ho condotto per tre ore da sola affrontando temi delicatissimi. La prima puntata è coincisa con l’inizio della guerra in Medio Oriente. Poi mi sono occupata di femminicidi, di dipendenze, di politica… Ho imparato che nella vita bisogna preservarsi e dire di no quando si sente che un’idea non è giusta per te. Mi sono trovata di nuovo in una bufera mediatica come quando ero in politica».
Come si gestisce una bufera mediatica?
«Proprio perché mi ci ero già trovata la temevo. Sapevo che il momento storico mi avrebbe esposto a poca clemenza. Ma io non so fingere, non basta dire scialla! come si fa a Roma. Sono stati mesi di pressione che ho iniziato a smaltire una volta tornata al mio pubblico con Ciao maschio».
Che cosa l’ha ferita di più?
«L’attacco subito per l’intervista ad Asia, la ragazza di 19 anni violentata a Palermo da sette coetanei. Mi sono sempre battuta contro la violenza sessuale e in favore delle donne. Ho trovato molto ingiuste le accuse di scarsa sensibilità sapendo che ci avevo messo il cuore di donna e di madre. Continuo tuttora a sentire Asia, una ragazza fragile e abbandonata».
La morale è che una rete e un pubblico come quello di Rai 3 non si modellano a tavolino?
«Lo conferma il fatto che coloro che sono venuti dopo di me, professionisti ottimi ed esperti, non hanno ribaltato il risultato contro una concorrenza radicata».
Con la quarta stagione di Ciao maschio si è presa una rivincita?
«Sì. E, in un certo senso, ho avuto la conferma che non fosse solo mia responsabilità l’insuccesso di Avanti popolo. La mia è quella di aver accettato. Ma ognuno di noi non può essere uno, qualcuno e centomila… Bisogna rimanere sé stessi, senza andare a sfidare il pubblico di Rai 3 che è molto sensibile».
Tra i tanti ospiti chi è il maschio che l’ha colpita di più?
«Sono rimasta in contatto con quasi tutti i 150 che ho intervistato. Nino D’Angelo che da tanto tempo volevo venisse, mi ha invitato a un concerto e poi a casa sua. Leo Gullotta è una persona di grande eleganza d’animo, con il quale ci scambiamo messaggi e commenti. Tra tanti difetti ho il pregio dell’ascolto. Non un ascolto di circostanza, ma di curiosità vera. Così, l’uomo è più disposto a raccontarsi».
Giorgia Meloni, Elly Schlein, Paola Cortellesi: questo è stato l’anno delle donne. Quando si allontaneranno dall’orlo della crisi di nervi, titolo di un film di quasi 40 anni fa?
«Un pregio che invidio al mondo maschile è la sua capacità di fare squadra, di fare spogliatoio. Noi non siamo capaci, una donna è quasi sempre massacrata da un’altra donna».
La sorellanza è soprattutto una parola di moda?
«Dobbiamo lavorarci parecchio. Quando facevo politica il male mi è sempre arrivato dalle donne. In televisione è ancora presto per dire da dove arriva. La crisi di nervi viene anche da un sentimento di diffidenza verso l’altra donna».
Quindi non è causata solo dai soprusi degli uomini?
«Non solo. Nella definizione dei ruoli c’è ancora da lavorare, forse le nuove generazioni sono più avanti. Nella mia persiste una netta distinzione tra l’uomo e la donna sia nella gestione della casa che della vita quotidiana. Oggi le donne lavorano e se tutto ricade sulle loro spalle la crisi di nervi è inevitabile».
Gli spot pubblicitari pullulano di mammi.
«La rappresentazione della pubblicità guarda alle nuove generazioni. Quella precedente è nata e cresciuta con le mamme tuttofare e ora si trova a confrontarsi con le donne multitasking».
Le donne in crisi di nervi e gli uomini di identità?
«Forse sì. Si devono abituare a una figura femminile molto cambiata rispetto a quella materna».
Queste crisi psicologiche sono anche figlie di un’educazione troppo molle?
«Mio nonno mi diceva sempre che la mangiatoia dev’essere alta perché se è bassa il cavallo non si abitua al sacrificio. E quando mi viziava, concedendomi quello che i miei genitori mi negavano, sottolineava che non si può iniziare a guidare con la Ferrari perché se nella vita ti tocca la Cinquecento vai in crisi».
Lei e suo marito che genitori siete?
«Metà e metà. La tentazione della mamma chioccia ce l’ho. Ma sprono sempre mia figlia e se si lamenta per l’atteggiamento sbagliato di un professore non mi schiero dalla sua parte, ma lascio che affronti la difficoltà anche di una situazione ostile».
E suo marito fa il papà amico?
«No. È un papà che ascolta, comprensivo e amorevole. Ma fa il padre».
Per il secondo anno fa coppia con Daniele Semprini a Estate in diretta su Rai 1.
«Essere affiatati non è scontato ed è una grande risorsa quando si co-conduce. Noi non abbiamo mai discusso, ci capiamo al volo in diretta. La televisione restituisce ogni piega… rispetto, complicità, empatia».
Quest’anno si è aggiunto anche Gigi Marzullo.
«A Ciao maschio ho usato alcune sue domande così, ora, è protagonista di un siparietto con gli ospiti con il suo libro Non ho capito la domanda».
Le dispiace che non ci sia stato il duello tv tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein?
«Molto, avevo già comprato i popcorn. Un peccato non aver visto il confronto tra due donne leader della destra e della sinistra. Infatti, l’avrei fatto sui social con un giornalista in diretta su Facebook o Instagram».
Chi l’avrebbe vinto?
«… La Meloni… Ha più esperienza. Anche se hanno molti tratti in comune. Le conosco entrambe, sono persone educate, leali, oneste e determinate».
Che cosa non ha fatto che dovrebbe fare il governo di Giorgia Meloni?
«La riforma della giustizia».
Ha fatto la separazione delle carriere, cosa manca?
«Va completata con la definizione, in alcuni casi, della certezza della pena e con lo snellimento di alcune procedure sia nel civile che nel penale. In generale, con interventi che riportino equilibrio tra i poteri dello Stato».
La magistratura ha troppo potere?
«Negli anni ne ha avuto tanto. Serve anche la riforma del Csm».
Con la nomina per  sorteggio?
«Sarebbe una buona cosa. In questi anni il potere delle correnti e di alcune figure singole ha inciso in modo esagerato».
E l’opposizione di Elly Schlein cosa dovrebbe fare che non ha fatto?
«Dovrebbe proseguire con lo slogan con cui aveva iniziato: non mi hanno visto arrivare. Dovrebbe farlo anche dentro il Pd che è un partito radicato sul territorio e ha una forza diffusa. Ma dal giorno dopo le primarie le correnti iniziano a lavorare per distruggere la persona che hanno scelto».
I cacicchi.
«Se il risultato delle Europee glielo consentirà dovrà andare fino in fondo per cambiare davvero il partito».
Le è piaciuto C’è ancora domani di Paola Cortellesi?
«Molto. La prima a vederlo è stata mia figlia che ha 12 anni, che poi ha voluto rivederlo al cinema con me e con il papà. Guardiamo molti film e serie con lei, utilizzandoli per discure i temi che affrontano, anche quelli un po’ forti».
C’è il rischio di enfatizzare l’epoca delle nonne mettendo tra parentesi le battaglie delle mamme?
«Quel film è un manifesto, un documento storico per i nostri figli e figlie. È un film che avrei proiettato nelle scuole per mostrare un passato che non è un presente e che, comunque, non deve diventare futuro. C’è una donna che anziché scappare va a votare. È un bel messaggio, ma dobbiamo trasformare questo entusiasmo in dibattito, senza lasciarlo ai salotti».
Anche perché gruppi di presunte femministe mostrano un’intolleranza isterica come si è visto in più occasioni con il ministro Eugenia Roccella.
«Mi disturba molto l’idea che un pezzo di società detenga l’esclusiva su certi temi. È un atteggiamento che ho subito anch’io ad Avanti popolo quando ospitavo una donna che parlava di femminicidi, di violenza e patriarcato. Era uno spazio mal tollerato, come se solo alcuni fossero deputati a parlare di questi argomenti. Credo che il confronto con persone che la pensano diversamente arricchisca sempre. Nei giorni scorsi ho comprato due libri: Una famiglia radicale di Eugenia Roccella e Triste tigre di Neige Sinno, su una storia di violenza sessuale».
Sul caso Scurati si sarebbe comportata come Serena Bortone, sua collega del sabato sera di Rai 3?
«No. Non avrei fatto il post su Instagram. Forse avrei fatto un casino con i vertici, ma non quel post pubblico. Lo dico da amica di Serena».
In casa come avete vissuto la campagna elettorale?
«Francesco da una settimana è in giro per l’Italia. In Rai ho visto Giuseppe Conte, Elly Schlein e Giorgia Meloni, perché il nostro studio è accanto a quello di Bruno Vespa e quando io finisco lui inizia a registrare Porta a porta».
Un dettaglio rivelatore?
«No, sono tre abili comunicatori. Ho visto la frenesia e la cautela degli ultimi giorni».
In casa sua una cerca di convincere l’altro? Litigate?
«No, mai. Evitiamo igienicamente di discutere di politica perché abbiamo opinioni opposte. In questi giorni ha scritto in una chat di amici che lo diverte il fatto che molte donne di sinistra gli chiedono di me: <Perché non ci porti anche Nunzia la prossima volta?>. Lui abbozza: <Mi sembra difficile>».
Se tornasse alla vita politica che idea proporrebbe per l’Europa?
«Più Europa».
È il nome di un partito.
«Ci vorrebbero più condivisione e più progettualità e meno egoismi».
L’Europa che vediamo oggi è fatta soprattutto di veti e vincoli.
«Dovrebbe essere un’Europa diversa, non un’entità che aggiunge rigidità a un Paese già afflitto dalla burocrazia. Per questo parlo di condivisione e progettualità».

 

La Verità, 8 giugno 2024

«Su Matteotti Meloni ha spiazzato i maestrini»

Non si finisce di stupirsi. Antonio Padellaro è stato allevato dai gesuiti, non ha mai votato per i partiti post-comunisti e il padre fascista lo ha raccomandato per fargli fare il giornalista. Lo racconta lui stesso in Solo la verità lo giuro, sottotitolo: Giornalisti artisti pagliacci (Piemme), un’autobiografia professionale nella quale mette a nudo le nevrosi e gli infortuni di una carriera che, dal Corriere della Sera all’Espresso di Claudio Rinaldi, maestro riconosciuto, dopo un passaggio all’Unità, lo ha portato a fondare (con Marco Travaglio) e dirigere Il Fatto quotidiano. Agli umori del retrobottega del foglio antiberlusconiano ora in cerca di una nuova linea di sopravvivenza, Padellaro alterna il ritratto di un tempo dominato dai social, orfano di una certa politica e di figure come Silvio Berlusconi e Gianni Agnelli. «Mi sono divertito», sintetizza, «ma la festa è finita da tempo».
Solo la verità lo giuro è un diario del crepuscolo del giornalismo o il racconto della tua illusione perduta?
«È un libro che nasce dalla richiesta di Piemme, editrice del gruppo Mondadori, concorrente di Paper first per la quale avevo scritto fino ad adesso. Perciò ho apprezzato che anche le pagine più dure nei confronti di Silvio Berlusconi siano passate senza difficoltà. Ho ripescato taccuini e registrazioni per raccontare nel modo più sincero cosa c’è dietro gli articoli che pubblichiamo. Mi sento raramente artista, a volte pagliaccio, quasi sempre giornalista».
Un’autobiografia disincantata?
«Sono contento che si colga l’autoironia. Evito le solite citazioni, il nostro è un mestiere straordinario, ma si lavoro molto. Solo che se una cosa la ami la fai con leggerezza».
La risposta data da direttore dell’Unità a Piero Fassino che voleva cacciare Travaglio – «caccia me così nomini un direttore che poi caccia Travaglio» – è una scena da Prima pagina con Jack Lemmon e Walter Matthau.
«Fassino era pressante, ma questo libro è stato scritto prima delle sue recenti disavventure e vorrei evitare l’accanimento. Sebbene L’Unità non usufruisse dei contributi di Stato, dei fondi ci arrivavano dai Ds. Ricordo che una volta io e Furio Colombo dicemmo ai dirigenti che potevamo rinunciare ai soldi, ma non a fare il nostro mestiere. La morale è che quando il giornalismo si avvicina troppo alla politica, la politica se lo mangia. Starne lontano, invece lo aiuta».
Anche Renato Soru voleva accompagnarti alla porta, poi lo fece Walter Veltroni. I tuoi rapporti con gli editori della sinistra ortodossa erano tormentati perché non eri allineato?
«Travolta dai debiti, L’Unità non andava in edicola da mesi. La nuova proprietà capeggiata da Alessandro Dalai, vicina alla sinistra Ds, chiamò Furio Colombo per risollevare il giornale. Era un mandato tecnico e professionale, non di linea editoriale. D’altra parte, io ero vicedirettore dell’Espresso e se la richiesta fosse stata di fiancheggiare il partito sarei rimasto dov’ero. Accettammo una sfida che ci parve entusiasmante. Ma poi, davanti alle pressioni, Colombo abbandonò la direzione perché non ne poteva più e io lo feci poco dopo. Penso che non esistano i martiri. Abbiamo la libertà di lasciare un giornale e cercarci un altro lavoro. Così come un editore ha tutti i diritti di mandare via il direttore».
Eri poco allineato?
«Non lo eravamo. Il nostro obiettivo era vendere in edicola e arrivammo a sfiorare 100.000 copie. Per un giornale che aveva chiuso e riaperto era un ottimo risultato. Fassino faceva le sue rimostranze e io rispondevo a tono».
Oltre a lui non ti amavano Renato Soru e Veltroni.
«Soru non mi conosceva e non posso dirlo. Con Veltroni era ed è difficilissimo litigare, ma quello che è stato non possiamo cancellarlo».
Cosa devi a tuo padre, fascista e arruolato nella Repubblica di Salò?
«Prima di tutto il convincimento di non rinnegare e non rimpiangere, che era anche un detto di Giorgio Almirante. Quella era la sua storia: bisogna riconoscere gli errori senza rinnegare. Dopo la guerra era entrato nell’amministrazione pubblica. Il secondo insegnamento è non prendersi mai troppo sul serio».
Ottimo antivirus pensando a certe primedonne di oggi.
«È un difetto accentuato dalla frequentazione della tv che dispensa popolarità. Per non parlare dei social, che evito. La televisione ci illude di essere delle star».
Silvio Berlusconi è stato la grande illusione perduta del Fatto?
«Più che grande illusione, grande tiratura perduta. Glielo dissi esplicitamente: lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma molto anche quella dei suoi nemici».
Quanto è difficile per Achab rifarsi una vita senza Moby Dick?
«Difficilissimo. All’inizio del libro cito Illusioni perdute di Honoré de Balzac dove l’editore invita lo scrittore a trovarsi un nemico famoso perché così “il vostro valore aumenterà”. Ma dev’essere un nemico potente, e noi avevamo il più potente. Prima con Matteo Renzi e ora con Giorgia Meloni non è la stessa cosa. A un nemico potente corrispondeva un giornale molto vivace».
Più è strenua la lotta…
«Più si guadagnano copie. Il lettore ti conosce, si identifica e ti compra. Un giornale è un prodotto, la sfida dell’edicola è ogni mattina più difficile».
Ora che è passato un anno dalla scomparsa di Berlusconi bisogna fare i conti con le cene eleganti e lo stalliere di Arcore o considerare Milano 2, Mediaset e Forza Italia?

«In pratica, in quel periodo il “nemico” faceva lui il giornale al posto nostro. Ogni mattina le notizie di Ruby Rubacuori e delle cene eleganti erano una manna. Ora sono letteratura e storia. Hai presente quel personaggio del GialappaShow che si chiede scandalizzato “ma dove stanno le istituzioni”? Ecco, trovo grotteschi i giornalisti che fanno la morale dalla cattedra e non vogliono che si pubblichino le intercettazioni. Ma se hanno fatto la fortuna dei giornali! Posso capire che lo dicano i politici… Poi, dovevano essere molto divertenti quelle cene».
Oltre a Rinaldi, anche Giampaolo Pansa è stato un maestro di giornalisti politici. Come giudichi la sua «mutazione», dicendola alla Luca Ricolfi?
«Pansa era un irregolare, e l’esserlo era la sua forza. Al Corriere della Sera lo portò Piero Ottone, poi lo ritrovai all’Espresso dove, nel “Bestiario”, metteva sulla graticola tutti, indistintamente. Quando nel 2003 scrisse con la sua maestria Il sangue dei vinti, in base all’intuizione che un certo mondo aspettava una narrazione autentica, contava nell’apprezzamento anche della sinistra. Ricordiamo che Pansa era autore di saggi sulla Resistenza. Invece, la reazione furibonda delle persone che pensava vicine lo ferì al punto che decise di replicare una ad una alle critiche e agli insulti. Facendoci capire che la storia d’Italia era fatta anche da quella pagina che non andava nascosta».
Cosa pensi dell’insistente richiesta di abiura del fascismo a Giorgia Meloni?
«Su Giacomo Matteotti “ucciso dagli squadristi fascisti” ha detto finalmente parole chiare».
Basteranno?
«Al giudizio dei cittadini sì, forse non a coloro che ogni mattina danno le pagelle di antifascismo».
È giustificato il continuo allarme democratico attivato dalle firme benpensanti?
«È un’espressione che andrebbe usata in circostanze di pericolo reale. Usata continuamente è un suono fine a sé stesso».
Eppure ogni settimana c’è un nuovo martire, dopo Antonio Scurati ora Roberto Saviano.
«Mi spiace non essere stato censurato, probabilmente non lo merito, perché sarei cresciuto in popolarità e copie vendute. D’altro canto, penso che nella destra ci sia un ufficio che sponsorizza gli intellettuali di sinistra».
La Fiera di Francoforte rischia di trasformarsi nella fiera delle vanità?
«Sì, se si fa di tutto – vero Mauro Mazza? – per alimentare la vanità dei vanitosi».
Aveva ragione Massimo D’Alema quando diceva che continuando a criminalizzare Berlusconi lo si rafforzava?
«Dal punto di vista politico sì, dal punto di vista giornalistico no».
È lo stesso trattamento attuato nei confronti di Giorgia Meloni?
«È un meccanismo simile, che però non funziona. La risposta di Giorgia Meloni a Vincenzo De Luca l’ho trovata efficace. Credo che la stragrande maggioranza pensi che ha fatto bene. Un po’ come lo pensa a proposito del Papa che ha parlato di “frociaggine” nei seminari. Ciò che conta non è il giudizio delle nostre confraternite, ma delle persone che ci leggono e votano. Mi sembra che sia la Meloni che papa Francesco abbiano aumentato la loro popolarità».
Sei spesso ospite di La7: hai trovato irrispettoso il messaggio che il premier ha indirizzato ai suoi telespettatori?
«Mi ha sorpreso che un protagonista assoluto di La7 come Enrico Mentana non lo abbia trovato irrispettoso».
Perché?
«Perché è controcorrente. Sono i giornalisti di La7 che devono rispondere. Per Corrado Formigli la Meloni ha superato il limite della decenza, per Mentana no. Detto questo, se Meloni la smettesse di attaccare i media… Tra tante qualità non ha quella di saper prendere i giornalisti. Mentre l’informazione va maneggiata con cura, anche quella ostile».
Sebbene i talk show di La7 la dipingano come Attila?
«Come ha fatto con De Luca anche in questo caso potrebbe capovolgere il giochino. Se dopo le elezioni europee si facesse intervistare da Formigli o da Lilli Gruber, senza far torto ad altri, farebbe qualcosa d’inaspettato ed efficace».
Perché il libro si chiude con la citazione della festa nell’attico di Leonard Bernstein a Manhattan in cui Tom Wolfe identifica l’esemplare del radical chic?
«Parlo della necessità che abbiamo, io compreso, di essere narcisisticamente al centro della scena. Il reporter descritto da Tom Wolfe si sente escluso dai crocchi e perciò delegittimato. L’epoca d’oro dei giornali la dobbiamo a Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca: grandi giornalisti e grandi narcisi».
Replicando al premier, Michele Serra dice che quell’espressione è «un fantoccio retorico usato da chi non ha argomenti propri da spendere».
«Oggi sì, è un’espressione usurata. Come lo è allarme democratico».
Però la realtà esiste.
«Qua e là, ma non è determinante. Né l’insistenza sui radical chic né quella sull’allarme democratico fanno cambiare parere o inducono qualcuno ad andare a votare. Ciò che lo farebbe sarebbe, per esempio, riuscire ad accorciare i tempi di attesa per effettuare esami e interventi vitali negli ospedali. Ma di questo nessuno parla».

 

La Verità, 1 giugno 2024

«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Se lo Stato non aiuta la natalità tocca alle aziende»

Produce burro e formaggi di alta qualità che, dall’alto vicentino, esporta in tutto il mondo. Ma è un antistatalista, un creatore di welfare alternativo, un imprenditore visionario. Avvocato, un passato da musicista al fianco della madre concertista con tournée europee, l’ultima trovata di Roberto Brazzale è l’assunzione di un gruppetto di ex compagni di scuola sessantenni. Se non è andare controcorrente questo…

Roberto Brazzale, stamattina ha bevuto il caffè con i suoi ex compagni di scuola?

«Con quelli presenti, sì. Erano solo due perché alcuni fanno il ponte e altri sono in giro per lavoro».

Sono diventati suoi dipendenti a sessant’anni?

«All’incirca, fra i 50 e i 60 e oltre. Noi non guardiamo la carta d’identità».

Trae una riflessione generazionale da questa vicenda?

«Siamo un po’ sorpresi dal clamore che ha avuto questa notizia. Ci sembra un fatto normale, ma evidentemente non è così. Forse abbiamo toccato un nervo scoperto».

Quale?

«Credo che molte persone di quest’età abbiano ancora tanta voglia di realizzarsi nel lavoro, a fronte di uno Stato preoccupato solo di trovare risorse per farle uscire dalla vita attiva. È vero che c’è chi sente il bisogno del pensionamento per mille motivi, ma altri sono ancora pieni di energia».

La sorprende di più la motivazione dei sessantenni o l’insipienza dei trentenni?

«Non si devono contrapporre le generazioni. Quasi il 50% dei nostri dipendenti ha meno di 35 anni e siamo felicissimi di loro. Il punto è che si può essere giovani anche a sessant’anni e oltre: la carta d’identità è spesso una convenzione. Mi sono trovato di fronte a degli amici, ex compagni di scuola, veri fuoriclasse che, grazie alla passione e all’esperienza sanno dare il meglio ora che non sono più giovanissimi».

In che ruoli sono stati assunti?

«Ruoli amministrativi, logistici e soprattutto commerciali di contatto con la clientela o il consumatore. Lavorano in perfetta simbiosi con i ventenni».

Dal suo osservatorio come giudica l’inverno demografico italiano?

«È la crisi più terribile che stiamo vivendo: tutto è contro la procreazione. I primi a esserne colpiti sono i giovani che lavorano. Deve tornare a essere bello fare figli. È un piccolo segnale il fatto che alcuni sessantenni possano continuare a lavorare, contribuendo ad alleggerire i giovani dal peso fiscale e contributivo che complica la realizzazione dei loro progetti di vita. L’allungamento dei congedi parentali può essere la chiave di volta di questa crisi».

Come funziona?

«Copiamo dai Paesi più civili. Ho davanti l’esempio della Repubblica ceca dove abbiamo 500 dipendenti che lavorano al Gran Moravia. Lì, papà o mamma, a scelta, possono restare a casa fino a quattro anni con il posto di lavoro garantito e una remunerazione del 30%. E, dopo la prima infanzia, gli asili sono perfettamente efficienti. Purtroppo, in Italia assistiamo a una serie di tentativi che, nonostante le buone intenzioni, non colgono il bersaglio. Oggi non arriviamo a 390.000 nati a fronte di quasi 700.000 morti all’anno. Se si aggiungono i 100.000 che emigrano, è come se scomparisse una città come Bologna».

Però ci sono gli immigrati.

«Sono fondamentali da decenni, ma non rimediano al male interno alla nostra società provocato dal crollo delle nascite e dalla riduzione dei giovani. Due fattori che stravolgono intimamente società e cultura del nostro Paese, facendogli perdere slancio, fiducia e bellezza».

Quanti stranieri ha nella sua azienda?

«Abbiamo oltre mille dipendenti sparsi nel mondo. In Italia sono più di 500 dei quali oltre il 25% stranieri. La loro presenza è fondamentale».

Crea problemi di tipo amministrativo o burocratico?

«Nessun problema. Sono veramente bravi, senza di loro le nostre attività si fermerebbero».

Il sociologo Luca Ricolfi afferma che le giovani coppie non procreano perché l’arrivo di un figlio compromette il piano di vita che si sono date, molto più basato sul tempo libero rispetto a qualche decennio fa.

«In molti Paesi occidentali i giovani vivono allo stesso modo, eppure fanno figli. Da noi ci sono stipendi netti troppo bassi, il reddito pro-capite non cresce da più di vent’anni. E soprattutto non c’è una valorizzazione della procreazione che dovrebbe essere il momento aureo della vita dei singoli. Fare figli è una corsa a ostacoli, economici, amministrativi, culturali».

Per lei la denatalità dipende dalla mancanza di sostegni economici e di una legislazione finalizzata?

«Non solo. Bisogna dare tempo ai genitori per seguire i figli. Meno del 50% delle donne italiane lavorano, a fronte del 70% negli altri Paesi europei, perché lasciano il lavoro per poter essere mamme. Serve un diverso atteggiamento nel mondo del lavoro e una ridefinizione delle priorità dello Stato. Garantire i congedi triennali con una remunerazione del 30% potrebbe costare molto meno di 10 miliardi all’anno, l’1% della spesa pubblica, il 3% delle pensioni. Ma lo Stato non li trova e magari poi li spende con il Pnrr che è spesa  a debito, il cui peso graverà proprio sui giovani».

È contrario al Pnrr?

«Ovvio. 250 miliardi di spesa pubblica extra: ne avevamo bisogno? In Italia la spesa pubblica è già il 60% del Pil, e il debito vero ben oltre il 150%. Lo Stato deve ridursi non espandersi, imprese e famiglie devono essere sollevate dal peso che le soffoca. Ormai nessun politico difende più i singoli dall’ipertrofia dello Stato».

Il Pnrr permetterà di realizzare opere necessarie allo sviluppo del Paese.

«Gli Stati che funzionano le fanno attingendo al bilancio ordinario, non a extra debito. Un euro speso dallo Stato è un euro tolto ai cittadini. Come si può pensare che lo Stato spenda meglio di una famiglia o di un’impresa?».

Nella sua azienda assume sessantenni, estende il baby bonus, allunga il congedo per maternità…

«Attraverso il congedo parentale aziendale aggiuntivo, i nostri dipendenti, uomini o donne, possono rimanere a casa fino a un anno in più al 30% dello stipendio. Abbiamo creato un gruppo di imprenditori che si chiama “Benvenuta cicogna”, una mailing list per scambiarci informazioni e anche Confindustria giovani Vicenza ha messo al centro della propria azione la maternità sul lavoro. Non possiamo aspettare lo Stato, invitiamo a considerare misure simili chi non l’ha ancora fatto».

È uno strano welfare aziendale, il suo.

«L’azienda è una comunità di persone. Oggi categorie come i sessantenni o le donne che hanno paura della gravidanza sono considerate neglette nel mondo del lavoro. Noi proviamo a porre rimedio a ciò che non funziona nella nostra società, anche prendendo esempi dalle esperienze che facciamo in giro per il mondo».

I sindacati cosa dicono?

«Le nostre misure, per esempio le attenzioni per le mamme, sono apprezzate e condivise. La protezione della maternità è quasi una forma di controcultura perché, per sciatteria, la cultura prevalente mortifica la procreazione».

È contento del momento d’oro dei formaggi italiani, in vetta alle classifiche di gradimento mondiali?

«Il momento d’oro dei formaggi italiani dura da sempre e durerà per sempre perché 8,1 miliardi di persone a cui torna l’appetito ogni 4 ore amano i nostri prodotti. C’è solo da darsi da fare per rispondere a questa enorme domanda sopperendo alla carenza di territorio di cui soffriamo. Dunque, pensando al made in Italy come valore aggiunto creato dagli italiani e dalla loro formidabile capacità di trasformazione, attraverso l’espansione internazionale delle catene di approvvigionamento».

È più urgente la riforma del premierato o quella dell’autonomia?

«La più urgente è riprendere a fare figli. Rispetto a questo, quelle riforme sono irrilevanti. Poi, non si capisce bene quale autonomia lo Stato voglia davvero concedere. La sensazione è che il centralismo statalista, la radice dei nostri mali, non verrà intaccato».

Che cosa si aspetta dalle elezioni europee?

«L’Unione europea ha bisogno di ripensare molte delle sue decisioni più recenti e di farlo in fretta».

Sa già per chi voterà?

«Dipende dai candidati e dai programmi, ci sono ancora molte cose da capire».

Se dovesse dare un consiglio a Giorgia Meloni quale sarebbe?

«Subito il congedo parentale triennale a carico del sistema previdenziale. E maternità e procreazione in cima alle priorità, in modo rivoluzionario».

L’ultima volta che ci siamo visti, parlando del suo andare controcorrente, mi ha raccontato di quell’automobilista che mentre guida in autostrada nella nebbia sente alla radio l’allarme per un pazzo che va contromano e commenta: «Macché uno, saranno almeno cento…». È ancora incolume o ha fatto qualche incidente?

«Nessun incidente. Appena esco dall’Italia mi accorgo di pensare in modo normale, comune. Mio nonno diceva: “Mai paura, basta ’ver ’e idee ciare”».

Dice di pensare in modo condiviso nei Paesi europei, ma poi la Ue promuove le auto elettriche, l’efficientamento delle abitazioni e penalizza le aziende che non si adeguano ai dogmi green.

«L’Unione europea è una brutta copia centralista degli Stati nazionali, replica i loro difetti e ne aggiunge di propri. Era meglio un’Europa comunitaria, che eliminava barriere e allargava mercati e libertà».

Per questo le chiedevo quali aspettative ha dalle prossime elezioni.

«I Paesi sono espressione della cultura dei popoli. Si pretenderebbe di unificare Paesi con culture molto diverse, antitetiche. L’Italia non è solo quella che ha fatto nascere il Recovery plan è anche l’unico Paese che ha chiesto tutti i fondi a debito del Pnrr. Siamo i più furbi o i peggio amministrati? Stando ai risultati, la seconda. La Ue per tenersi in piedi ha finito per assecondare le peggiori politiche nazionali, come la monetizzazione dei deficit. Di facciata si sottoscrivono patti che si sa già non verranno rispettati. E presuntuosi burocrati pretendono di pianificare la vita di singoli e imprese. La capitale a cui guardare oggi non è né Bruxelles né Roma ma, sorprendentemente, Buenos Aires».

Addirittura? L’Argentina del premier con la motosega?

«Lasci stare il folklore. Certi principi di buon governo e libertà non si sentivano pronunciare dai tempi di Margaret Thatcher. Riusciranno a metterli in pratica? Difficile, ma finalmente il pensiero unico statalista viene messo in discussione da un governo liberamente eletto. Peccato ciò accada solo fuori dalla Penisola e dal Vecchio continente».

 

La Verità, 30 dicembre 2023

Da Augias a Serra, chi sono i nuovi guru d’opposizione

L’altra sera ce n’erano due, comodamente adagiati sulle poltroncine di La torre di Babele, nuovo caminetto antigovernativo di La7. Corrado Augias e Michele Serra, categoria guru d’opposizione. Il primo, con l’aria del vecchio saggio richiamato in servizio, transfuga dal servizio pubblico, causa emergenza democratica. Il secondo, costretto ad alzarsi dall’Amaca per gli improrogabili straordinari, motivati dalla medesima emergenza e, va detto, da una certa evanescenza di coloro che l’opposizione dovrebbero farla di professione.

Il dovere chiama; dunque, ai posti di combattimento. Augias e Serra, entrambi repubblicaner, sono i capifila delle due principali scuole di pensiero della nuova genia. La scuola romana e la scuola emiliana. L’altra sera si confrontavano sui «giovani». Capirete. Non hanno più fiducia nel futuro. Hanno paura del clima impazzito, della crisi economico sociale e degli attacchi terroristici. I giovani, dicevano un ottantottenne e un quasi settantenne, considerano l’Italia un «Paese in declino». La tesi è stata plasticamente rappresentata dalla cover dell’ultimo libro firmato da Serra con Francesco Tullio Altan (toujours Repubblica) intitolato Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli), «in cui si vede un popolo che va all’indietro», ha sintetizzato il capofila emiliano. Mentre invece bisogna cercare di uscire in avanti, «buttandola in politica», per esempio come si è fatto nelle bellissime manifestazioni del 25 novembre contro i femminicidi. Insomma, i «giovani, ai quali dobbiamo rivolgerci senza paternalismi», si è detto senza ridere, dovrebbero impegnarsi a scalzare chi comanda in quest’Italia retrograda.

È la summa ideologica del lavorio che di questi tempi agita le redazioni dei talk show, dei grandi giornali, delle tv militanti. Cercasi guru d’opposizione disperatamente. Meglio ancora, se dotato di muscoli demolitori. Detto degli straordinari di Serra, che dall’abituale sermoncino a Che tempo che fa ora è ovunque, e del richiamo in prima linea di Augias, da un po’ tutto questo gran daffare rimbalza tra La7 e il Corrierone, tra Repubblica e il Nove. Poi ci pensano siti e piattaforme a rilanciare ultimatum e invettive, implementando e viralizzando l’apocalisse imminente. Autori, cantautori, scrittori, opinionisti, comici, grandi firme, satiri e saltimbanchi sono in trincea mai come ora. L’operazione ha accelerato dopo lo scollinamento del primo anno di governo Meloni perché una serie di nefaste previsioni date per ineluttabili sono state puntualmente smentite. La correzione del Pnrr? Sicuramente bocciata e le rate rinviate sine die (come conferma l’arrivo della quarta tranche all’Italia, primo Paese dell’Ue). Le agenzie di rating? Ci avrebbero di sicuro declassato, innescando la procedura di default (come certifica il mantenimento degli standard e in un caso il miglioramento dell’outlook). Le alleanze internazionali? Godendo di zero autorevolezza, l’Italia si sarebbe rapidamente isolata (come mostrano le missioni con Ursula von der Leyen, il patto con l’Albania sui migranti e le classifiche di popolarità del premier di Politico e Forbes). Poi il Pil sarebbe sprofondato, l’occupazione crollata, l’inflazione avrebbe divorato i nostri risparmi e la popolazione assaltato i centri commerciali mettendo a ferro e fuoco città e campagne.

Pur al netto di alcune gaffe soprattutto a livello di comunicazione e immagine, dai corsi di «educazione alle relazioni» del ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara alle imprudenze del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, senza tralasciare la gestione di alcune situazioni in Rai, le cose non sembrano esser andate così. I fatti sono testardi e, purtroppo per i professionisti del campo largo, stretto, giusto o ingiusto, il problema della tenuta governativa sussiste. Perciò, saggiamente preoccupate, le migliori menti left oriented stanno producendo il massimo sforzo per chiamare a raccolta la crème. Il pontefice emerito della scuola emiliana Pierluigi Bersani, sempre in vena di metafore contro «le destre» («tra la Meloni e Salvini è in atto la gara del gambero a chi si allontana di più dalla lettera della Costituzione»), si è praticamente trasformato in un arredo degli studi di Otto e mezzo e DiMartedì. Complice un album di Canzoni da osteria, per compattare la squadra, ultimamente è sceso a valle anche Francesco Guccini. Il quale, prima ha guadagnato il salotto di Fabio Fazio, poi è rimbalzato sul Corrierone per confidare ad Aldo Cazzullo che lui non è convinto che Mussolini fosse un genio e che a rovinare tutto fossero quelli che lo circondavano… No e poi no: «Il Duce un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni». Tiè.

Però, in fondo, gli emiliani sono dei simpatici gigioni. Lambrusco, tigelle, proverbi e una partita a rubamazzo.

Un pizzico di astio in più aleggia invece nella covata romana. La borgatara di Colle Oppio è un’usurpatrice. Mica ha studiato nei licei di Prati. Non ha l’erre francese e neppure l’armocromista. Stia manza, anche se è donna. Più dell’azionista Augias, la demolizione cafonal di Roberto D’Agostino partorisce tre o quattro necrologi governativi al dì, si dice ben visti dal sommo Sergio Mattarella. Per poi tracimare nei talk e nei giornaloni magisteriali. Quelli che, pure, sono già altamente rappresentati dall’attacco a tre punte, di solito composto da Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa e Cazzullo, vicedirettore e firma principe del Corsera. Ubiqui e inflessibili. Spietati ed eleganti. Ma loro, più che veri e propri guru d’opposizione, sono alti funzionari in servizio h 24.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

«L’Expo lo fanno in Arabia, qui c’è il patriarcato»

Il quarto libro di Federico Palmaroli, in arte #lepiubellefrasidiosho, s’intitola «Er pugno se fa co la destra o co la sinistra?» (Rizzoli). A chiederlo in copertina è un’amletica Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Sottotitolo: splendori (e miserie) di un anno italiano.

Insomma, lei proprio non lo vuole capire.

«Che cosa?».

Che in Italia c’è il patriarcato.

«Ero convinto di no, ma pian piano ci sto arrivando».

Alla buon’ora.

«Ero rimasto alla resilienza».

Non avrà qualcosa contro la resilienza?

«Io ho qualche problema solo con l’alcol» (ride).

Dopo quello con Giorgia Meloni, questo con la Schelin è il secondo libro consecutivo con una donna in copertina: è ora di finirla.

«Mi rendo conto. Ma questo dovrebbe dimostrare che non c’è il patriarcato. Oppure è la conferma che c’è? Ditemelo voi quello che devo fa’».

Si vede anche dalla pubblicità che in Italia comandano sempre gli uomini.

«I miei amici sposati dicono che in casa decide sempre la moglie».

Balle. Negli spot gli uomini scelgono l’anticalcare per la lavatrice, la merendina della colazione, il patriarcato è inarrestabile.

«La famiglia si è evoluta, in parte si è disgregata e i separati sono la maggioranza. Così gli uomini devono occuparsi di tutto. C’è l’interscambio di ruoli e pure l’indipendenza della donna».

È qui che la volevo. Le piace Elodie militante contro l’oggettificazione della donna?

«Non voglio certo fare il bacchettone. Ma se vuole battersi contro l’oggettificazione della donna, l’esibizione di Elodie ne è un gran bell’esempio. Ha duettato anche con trapper che cantano proprio quello che si vorrebbe condannare».

Con Elly Schlein in copertina la inviterà anche Fabio Fazio?

«Sicuramente. Forse mi ha già chiamato, ma non ho sentito lo squillo».

Perché ha scelto la vignetta in cui chiede se «er pugno se fa co la destra o co la sinistra»?

«Nei precedenti libri c’erano Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, tutti premier, diversi ogni anno a dimostrazione di quanto poco durano i governi. Ora non mi sembrava il caso di rimettere la Meloni. Perciò ho scelto la Schlein, primo segretario pd donna».

Ma la domanda della vignetta?

«Per ricordare che, come retaggio, la Schlein non viene dal mondo operaio e ha qualche difficoltà a ricordare le basi di un partito di sinistra. Non a caso, i circoli non avevano scelto lei».

E anche per segnalare che è più interessata alla forma che alla sostanza?

«Che sia molto interessata all’estetica l’abbiamo visto con la faccenda dell’armocromista».

Il fatto di non essere una segretaria di apparato le sta giovando?

«Teoricamente potrebbe essere un vantaggio e portare nuove idee. In realtà, usando le sue parole, possiamo dire che non l’abbiamo ancora vista arrivare».

Non sta riuscendo ad aprire il partito alla società civile?

«Stando ai sondaggi, non mi sembra che abbia catturato quell’elettorato che la sinistra ha perso. Mentre Fdi continua a crescere e la luna di miele con il premier non è ancora finita, secondo i sondaggi il Pd è in discesa. Non fa presa sull’area che vuole riconquistare».

Che cosa pensa del casting in vista delle europee? Si parla di Chiara Valerio, Patrick Zaki…

«Persone che hanno una storia delicata alle spalle e che meritano rispetto come Zaki vengono usate come ariete per le elezioni».

Poi c’è la corte serrata, finora respinta, a Roberto Saviano.

«Da Saviano me l’aspetterei di più perché si contrappone sempre al governo. Però, insomma… Come quando hanno messo in giro la voce che mi sarei candidato anch’io con Fdi… Il motivo per cui personalmente non ci penso è lo stesso per cui critico questo tipo di candidature».

Candidare scrittori e intellettuali vuol dire essere sempre in modalità armocromista?

«Nel senso della prevalenza dell’immagine sulla sostanza? Un po’ sì. Magari funzionano come calamita di voti, hanno un loro seguito…».

Gli elettori abboccano ancora?

«È un meccanismo che c’è sempre stato. La notorietà e la visibilità possono pagare anche alle urne. Io contesto l’opportunità delle scelte individuali, soprattutto se si è consapevoli di finire in un territorio estraneo».

La rivelazione di avere l’armocromista è la gaffe più clamorosa dell’anno o ce ne sono state di peggiori?

«È stata un’imprudenza. La gaffe è concedere un’intervista a Vogue, rivolgendosi a un pubblico lontano dal proprio mondo di riferimento. Non sono tra quelli che credono che i comunisti debbano vestirsi da straccioni. Ma penso che la lacuna maggiore sia la mancanza di memoria, non ricordarsi delle cose dette. L’accusa sballata al governo Meloni di aver voluto il mercato libero delle bollette, mentre è un provvedimento deciso dal governo Draghi e votato dal Pd su invito dell’Europa, mi disturba più dell’armocromista».

Anche stare al telefono mezz’ora con due comici russi credendo di parlare con diplomatici africani non è male come infortunio.

«Altroché. Alla Meloni non è certo arrivata la chiamata sul cellulare con scritto “Sospetto Spam”. Avrà dato per scontato che sia stata filtrata prima dall’apparato della sicurezza. Però, certo, è un infortunio».

Il premier è troppo vittimista nel rapporto con i media?

«Vedo riflettori con lenti molto più sensibili rispetto a prima. Si aspetta solo che qualcuno sbagli, e il minimo errore ha un’eco enorme. Con Draghi c’era un altro ossequio, non questa attenzione su come venivano condotte le conferenze stampa, per dire… Sul centrodestra c’è più pressione e quindi anche maggiore suscettibilità».

Giorgia Meloni ha gestito bene la vicenda di Giambruno o, come dice Nichi Vendola, doveva esprimere solidarietà alle colleghe che il suo ex compagno ha importunato?

«Sono state pronunciate frasi infelici, certamente. Ma non credo fossero il preludio di chissà quali azioni malvagie. Il ruolo determina il clamore. Scusarsi lei? Non sappiamo nemmeno le dinamiche interne, magari erano battute che facevano parte del cameratismo della redazione… Per chiedere scusa bisogna conoscere le dinamiche relazionali, al di là del fatto che potessero essere espressioni fuori luogo».

Quanto a gaffe, anche il cognato Francesco Lollobrigida non si risparmia.

«In Italia l’etica non gode di buona salute. Era immaginabile quello che sarebbe successo: “Lollo, la prossima volta vacci col Falcon”».

Invece, dopo la scelta di Riad per l’Expo 2030, in una sua vignetta il sindaco Roberto Gualtieri è a colloquio con Bergoglio.

«Il Papa lo ha convocato per comunicargli di aver ricevuto un’offerta irrinunciabile per fare anche il prossimo Giubileo a Riad».

A proposito di Francesco, la Provvidenza sotto forma di una bronchite, gli ha evitato un viaggetto fino a Dubai per la Cop28.

«Fosse andato avrebbe potuto definire i dettagli del Giubileo arabo».

Ma secondo lei Roma non farà l’Expo a causa della spazzatura, dei cinghiali o di un altro motivo?

«Forse perché da noi c’è il patriarcato. Sarà per questo che l’hanno spuntata gli arabi…».

Il più furbo di tutti è Luca Casarini, l’ex leader delle Tute bianche che fa accoglienza con i soldi dei vescovi?

«Se confermate, sono situazioni che lasciano stupefatti. Tanto più dopo il caso di Soumahoro… fai il paladino dell’accoglienza e poi i migranti stanno in situazioni penose. Una cosa “troppo regalata”, come si dice a Roma. A sinistra nessuno si è sentito in dovere di condannare l’assalto alla sede di Pro Vita, un’associazione lontana dal mio sentire. Quando accadde per la Cgil la condanna fu bipartisan».

Speriamo che il caso Casarini non sia simile al caso Soumahoro.

«Non credo che i cattolici siano felici di vedere i loro soldi finire in mano a Casarini».

È contento che ci sia un grande ritorno di politici?

«Rientrano Nichi Vendola, Gianni Alemanno e Alessandro Di Battista. Spero che ci pensi anche Luigi Di Maio. Era il mio prediletto, la mia guest star».

Che cosa si potrebbe fare per convincere al gran (ri)passo anche gli incerti come Roberto Formigoni e Michele Santoro?

«Forse garantire loro di essere protagonisti delle mie vignette».

Basterà?

«Temo di no, ma potrebbe essere un piccolo incentivo».

Il generale Roberto Vannacci ha scritto anche cose buone?

«Non ho letto il suo libro, ma al di là di quello che ha scritto, se si rimane nella legalità ognuno dev’essere libero di esprimere ciò che pensa. Basta doversi allineare a un unico pensiero».

Se persino Mussolini ha fatto cose buone come si dice ironicamente, anche Vannacci…

«Al di là delle sue esagerazioni, mi disturba che ci sia un controllo delle opinioni per cui si cammina come elefanti in cristalleria. O la pensi come la maggioranza oppure, anche se fai un ragionamento strutturato e senza slogan, ma personale, passi per un estremista e vieni additato. Come sul cambiamento climatico, partono subito le accuse di negazionismo».

Ce la farà Giorgia a ribbartare l’eggemonia de sinistra?

«Non sono per l’egemonia né di sinistra né di destra, ma per l’integrazione e il dialogo. Se è vero che, in passato, in tanti ambiti è stata di sinistra, sarebbe un bene se si riequilibrasse un po’, portando competenze di segno diverso. Non è solo una questione di numeri, come se fossero quote rosa, posti assegnati per rappresentanza, ma di contenuti».

Intanto con Lorella Cuccarini co-conduttrice la destra si è già presa mezzo Festival di Sanremo.

«Beh sì… Ma poi chi la conosce ’sta Cuccarini? Vedrà che sarà un’amica della Meloni».

Dopo la Schlein, al Nazareno vede meglio Maurizio Landini, Filippo Gentiloni o Dario Franceschini?

«Stimo personalmente Gentiloni che, per altro, apprezzava la mia satira senza offendersi. Ma penso anche al beneficio politico del Pd perché lo ritengo una persona per bene».

E il fatto che le darebbe molte soddisfazioni non guasta…

«Me ne ha già date tante, è stato il mio primo amore vignettistico».

 

 

La Verità, 2 dicembre 2023

Viva Rai2! si serializza con il controcanto di Fiorello

A una settimana dall’esordio della seconda stagione, quest’anno dal Foro Italico di Roma, si possono individuare alcune linee conduttrici di Viva Rai2!, il «mattin show» di Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari che, oltre a essere la cura ricostituente della rete, con le sue iniezioni di buonumore lo è anche per i telespettatori. Svegliarsi con la leggerezza del nostro miglior intrattenitore è un’ottima colazione, ma grazie a Raiplay, può essere una felice ricreazione fruibile anche nel resto della giornata.

Il programma è concepito come una serie a episodi con trame orizzontali e verticali, aperta dal riassunto delle puntate precedenti e da un’anteprima che precede l’alba e il varietà vero e proprio, in onda alle 7,15. L’affiatamento con le due spalle è un fatto assodato, ma il core business è la perenne ricerca del sorriso. «Parliamo di politica… La politica ci dà il buonumore». Le news tratte da giornali, siti e agenzie sono il pretesto per il controcanto di Fiorello che ribalta la versione ufficiale. «Quelli del Pd dicono: Elly non ci abbandonare… Ma Elly non ci abbandonare è anche lo slogan di Fratelli d’Italia». Del resto, «noi siamo TeleMeloni, altroché. Secondo voi perché siamo in onda? Perché sono amico della Meloni, con un altro governo mi davano Protestantesimo». Grazie all’amministratore delegato Roberto Sergio che «le ha sottratto l’agenda», sfodera «gli appunti di Giorgia». Contattare Max Tortora per organizzare scherzo telefonico a Putin, programmare i balletti di Luca Tommassini in prima serata per incrementare la natalità… È il contrappunto alla narrazione, i «se senza ma»…

Un’altra delle trame orizzontali è tirare la volata al Festival di Amadeus che dosa news e gag nel varietà dell’amico per tenere accesa la luce sull’Ariston. Stavolta annuncia la partecipazione di un nuovo talento alla finale Giovani del 19 dicembre, il pensionato Ruggiero Del Vecchio in versione rapper: Mi faccio il tatuaggio/ ti mostro il mio disagio/ in faccia sono grigio/ la macchina ti sfregio. L’ospite della puntata è Mahmood, altra evocazione sanremese, che intitolando una canzone Cocktail d’amore, come il brano di Cristiano Malgioglio del 1979, ne ha provocato le ire. Fiorello lo chiama in diretta e dopo quella tra Francesco Totti e Luciano Spalletti arriva un’altra riconciliazione. Ma non sono tutte rose e fiori. Papa Francesco ha detto che se ci sono figli capricciosi è perché i genitori sono capricciosi… «Infatti, il figlio di Renzi ha appena litigato con il figlio di Calenda».

 

La Verità, 14 novembre 2023