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«Su Matteotti Meloni ha spiazzato i maestrini»

Non si finisce di stupirsi. Antonio Padellaro è stato allevato dai gesuiti, non ha mai votato per i partiti post-comunisti e il padre fascista lo ha raccomandato per fargli fare il giornalista. Lo racconta lui stesso in Solo la verità lo giuro, sottotitolo: Giornalisti artisti pagliacci (Piemme), un’autobiografia professionale nella quale mette a nudo le nevrosi e gli infortuni di una carriera che, dal Corriere della Sera all’Espresso di Claudio Rinaldi, maestro riconosciuto, dopo un passaggio all’Unità, lo ha portato a fondare (con Marco Travaglio) e dirigere Il Fatto quotidiano. Agli umori del retrobottega del foglio antiberlusconiano ora in cerca di una nuova linea di sopravvivenza, Padellaro alterna il ritratto di un tempo dominato dai social, orfano di una certa politica e di figure come Silvio Berlusconi e Gianni Agnelli. «Mi sono divertito», sintetizza, «ma la festa è finita da tempo».
Solo la verità lo giuro è un diario del crepuscolo del giornalismo o il racconto della tua illusione perduta?
«È un libro che nasce dalla richiesta di Piemme, editrice del gruppo Mondadori, concorrente di Paper first per la quale avevo scritto fino ad adesso. Perciò ho apprezzato che anche le pagine più dure nei confronti di Silvio Berlusconi siano passate senza difficoltà. Ho ripescato taccuini e registrazioni per raccontare nel modo più sincero cosa c’è dietro gli articoli che pubblichiamo. Mi sento raramente artista, a volte pagliaccio, quasi sempre giornalista».
Un’autobiografia disincantata?
«Sono contento che si colga l’autoironia. Evito le solite citazioni, il nostro è un mestiere straordinario, ma si lavoro molto. Solo che se una cosa la ami la fai con leggerezza».
La risposta data da direttore dell’Unità a Piero Fassino che voleva cacciare Travaglio – «caccia me così nomini un direttore che poi caccia Travaglio» – è una scena da Prima pagina con Jack Lemmon e Walter Matthau.
«Fassino era pressante, ma questo libro è stato scritto prima delle sue recenti disavventure e vorrei evitare l’accanimento. Sebbene L’Unità non usufruisse dei contributi di Stato, dei fondi ci arrivavano dai Ds. Ricordo che una volta io e Furio Colombo dicemmo ai dirigenti che potevamo rinunciare ai soldi, ma non a fare il nostro mestiere. La morale è che quando il giornalismo si avvicina troppo alla politica, la politica se lo mangia. Starne lontano, invece lo aiuta».
Anche Renato Soru voleva accompagnarti alla porta, poi lo fece Walter Veltroni. I tuoi rapporti con gli editori della sinistra ortodossa erano tormentati perché non eri allineato?
«Travolta dai debiti, L’Unità non andava in edicola da mesi. La nuova proprietà capeggiata da Alessandro Dalai, vicina alla sinistra Ds, chiamò Furio Colombo per risollevare il giornale. Era un mandato tecnico e professionale, non di linea editoriale. D’altra parte, io ero vicedirettore dell’Espresso e se la richiesta fosse stata di fiancheggiare il partito sarei rimasto dov’ero. Accettammo una sfida che ci parve entusiasmante. Ma poi, davanti alle pressioni, Colombo abbandonò la direzione perché non ne poteva più e io lo feci poco dopo. Penso che non esistano i martiri. Abbiamo la libertà di lasciare un giornale e cercarci un altro lavoro. Così come un editore ha tutti i diritti di mandare via il direttore».
Eri poco allineato?
«Non lo eravamo. Il nostro obiettivo era vendere in edicola e arrivammo a sfiorare 100.000 copie. Per un giornale che aveva chiuso e riaperto era un ottimo risultato. Fassino faceva le sue rimostranze e io rispondevo a tono».
Oltre a lui non ti amavano Renato Soru e Veltroni.
«Soru non mi conosceva e non posso dirlo. Con Veltroni era ed è difficilissimo litigare, ma quello che è stato non possiamo cancellarlo».
Cosa devi a tuo padre, fascista e arruolato nella Repubblica di Salò?
«Prima di tutto il convincimento di non rinnegare e non rimpiangere, che era anche un detto di Giorgio Almirante. Quella era la sua storia: bisogna riconoscere gli errori senza rinnegare. Dopo la guerra era entrato nell’amministrazione pubblica. Il secondo insegnamento è non prendersi mai troppo sul serio».
Ottimo antivirus pensando a certe primedonne di oggi.
«È un difetto accentuato dalla frequentazione della tv che dispensa popolarità. Per non parlare dei social, che evito. La televisione ci illude di essere delle star».
Silvio Berlusconi è stato la grande illusione perduta del Fatto?
«Più che grande illusione, grande tiratura perduta. Glielo dissi esplicitamente: lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma molto anche quella dei suoi nemici».
Quanto è difficile per Achab rifarsi una vita senza Moby Dick?
«Difficilissimo. All’inizio del libro cito Illusioni perdute di Honoré de Balzac dove l’editore invita lo scrittore a trovarsi un nemico famoso perché così “il vostro valore aumenterà”. Ma dev’essere un nemico potente, e noi avevamo il più potente. Prima con Matteo Renzi e ora con Giorgia Meloni non è la stessa cosa. A un nemico potente corrispondeva un giornale molto vivace».
Più è strenua la lotta…
«Più si guadagnano copie. Il lettore ti conosce, si identifica e ti compra. Un giornale è un prodotto, la sfida dell’edicola è ogni mattina più difficile».
Ora che è passato un anno dalla scomparsa di Berlusconi bisogna fare i conti con le cene eleganti e lo stalliere di Arcore o considerare Milano 2, Mediaset e Forza Italia?

«In pratica, in quel periodo il “nemico” faceva lui il giornale al posto nostro. Ogni mattina le notizie di Ruby Rubacuori e delle cene eleganti erano una manna. Ora sono letteratura e storia. Hai presente quel personaggio del GialappaShow che si chiede scandalizzato “ma dove stanno le istituzioni”? Ecco, trovo grotteschi i giornalisti che fanno la morale dalla cattedra e non vogliono che si pubblichino le intercettazioni. Ma se hanno fatto la fortuna dei giornali! Posso capire che lo dicano i politici… Poi, dovevano essere molto divertenti quelle cene».
Oltre a Rinaldi, anche Giampaolo Pansa è stato un maestro di giornalisti politici. Come giudichi la sua «mutazione», dicendola alla Luca Ricolfi?
«Pansa era un irregolare, e l’esserlo era la sua forza. Al Corriere della Sera lo portò Piero Ottone, poi lo ritrovai all’Espresso dove, nel “Bestiario”, metteva sulla graticola tutti, indistintamente. Quando nel 2003 scrisse con la sua maestria Il sangue dei vinti, in base all’intuizione che un certo mondo aspettava una narrazione autentica, contava nell’apprezzamento anche della sinistra. Ricordiamo che Pansa era autore di saggi sulla Resistenza. Invece, la reazione furibonda delle persone che pensava vicine lo ferì al punto che decise di replicare una ad una alle critiche e agli insulti. Facendoci capire che la storia d’Italia era fatta anche da quella pagina che non andava nascosta».
Cosa pensi dell’insistente richiesta di abiura del fascismo a Giorgia Meloni?
«Su Giacomo Matteotti “ucciso dagli squadristi fascisti” ha detto finalmente parole chiare».
Basteranno?
«Al giudizio dei cittadini sì, forse non a coloro che ogni mattina danno le pagelle di antifascismo».
È giustificato il continuo allarme democratico attivato dalle firme benpensanti?
«È un’espressione che andrebbe usata in circostanze di pericolo reale. Usata continuamente è un suono fine a sé stesso».
Eppure ogni settimana c’è un nuovo martire, dopo Antonio Scurati ora Roberto Saviano.
«Mi spiace non essere stato censurato, probabilmente non lo merito, perché sarei cresciuto in popolarità e copie vendute. D’altro canto, penso che nella destra ci sia un ufficio che sponsorizza gli intellettuali di sinistra».
La Fiera di Francoforte rischia di trasformarsi nella fiera delle vanità?
«Sì, se si fa di tutto – vero Mauro Mazza? – per alimentare la vanità dei vanitosi».
Aveva ragione Massimo D’Alema quando diceva che continuando a criminalizzare Berlusconi lo si rafforzava?
«Dal punto di vista politico sì, dal punto di vista giornalistico no».
È lo stesso trattamento attuato nei confronti di Giorgia Meloni?
«È un meccanismo simile, che però non funziona. La risposta di Giorgia Meloni a Vincenzo De Luca l’ho trovata efficace. Credo che la stragrande maggioranza pensi che ha fatto bene. Un po’ come lo pensa a proposito del Papa che ha parlato di “frociaggine” nei seminari. Ciò che conta non è il giudizio delle nostre confraternite, ma delle persone che ci leggono e votano. Mi sembra che sia la Meloni che papa Francesco abbiano aumentato la loro popolarità».
Sei spesso ospite di La7: hai trovato irrispettoso il messaggio che il premier ha indirizzato ai suoi telespettatori?
«Mi ha sorpreso che un protagonista assoluto di La7 come Enrico Mentana non lo abbia trovato irrispettoso».
Perché?
«Perché è controcorrente. Sono i giornalisti di La7 che devono rispondere. Per Corrado Formigli la Meloni ha superato il limite della decenza, per Mentana no. Detto questo, se Meloni la smettesse di attaccare i media… Tra tante qualità non ha quella di saper prendere i giornalisti. Mentre l’informazione va maneggiata con cura, anche quella ostile».
Sebbene i talk show di La7 la dipingano come Attila?
«Come ha fatto con De Luca anche in questo caso potrebbe capovolgere il giochino. Se dopo le elezioni europee si facesse intervistare da Formigli o da Lilli Gruber, senza far torto ad altri, farebbe qualcosa d’inaspettato ed efficace».
Perché il libro si chiude con la citazione della festa nell’attico di Leonard Bernstein a Manhattan in cui Tom Wolfe identifica l’esemplare del radical chic?
«Parlo della necessità che abbiamo, io compreso, di essere narcisisticamente al centro della scena. Il reporter descritto da Tom Wolfe si sente escluso dai crocchi e perciò delegittimato. L’epoca d’oro dei giornali la dobbiamo a Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca: grandi giornalisti e grandi narcisi».
Replicando al premier, Michele Serra dice che quell’espressione è «un fantoccio retorico usato da chi non ha argomenti propri da spendere».
«Oggi sì, è un’espressione usurata. Come lo è allarme democratico».
Però la realtà esiste.
«Qua e là, ma non è determinante. Né l’insistenza sui radical chic né quella sull’allarme democratico fanno cambiare parere o inducono qualcuno ad andare a votare. Ciò che lo farebbe sarebbe, per esempio, riuscire ad accorciare i tempi di attesa per effettuare esami e interventi vitali negli ospedali. Ma di questo nessuno parla».

 

La Verità, 1 giugno 2024

«Porto a Francoforte l’Italia ignorata finora»

«La cultura che unisce». È questo il contributo che Mauro Mazza vuole dare con il suo mandato di Commissario straordinario dell’Italia ospite d’onore della prossima Fiera di del libro di Francoforte (dal 15 al 20 ottobre), il più prestigioso appuntamento internazionale di letteratura e imprenditoria editoriale. Dopo anni, forse decenni, di proposta orientata dalla solita parte, con la nomina di Mazza, voluta nel giugno scorso dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, le cose cambiano. Ci si apre al confronto e a una rappresentanza più larga e articolata. È la svolta del nuovo commissario, giornalista e scrittore di lungo corso, già direttore del Tg2, di Rai 1 e di Rai sport, autore di saggi, romanzi e brevi recensioni su Instagram. Che, in questa intervista con La Verità, si pronuncia sullo stato della cultura oggi in Italia.
Definiti il titolo, «Radici nel futuro», e gli ambasciatori, Susanna Tamaro, Stefano Zecchi e Carlo Rovelli, quali sono le prossime tappe di avvicinamento a Francoforte?
«Ieri sono stato all’inaugurazione della Fiera di Varsavia che, come altri appuntamenti, per esempio quello di Tunisi qualche settimana fa, ha l’Italia ospite d’onore. Il 28 maggio presenteremo 100 autori per altrettanti appuntamenti. Un’alternanza di incontri degli scrittori con il pubblico e alcuni assolo che riserviamo a tre autori rappresentativi come Dacia Maraini, Claudio Magris e Alessandro Baricco. Il mio obiettivo è caratterizzare il programma con la pratica del confronto».
Come ci si prepara a essere monitorati dalla cultura mondiale?
«Quando, nel 2018, grazie all’accordo tra la Fiera e l’allora ministro della Cultura Dario Franceschini, si stabilì che quest’anno il nostro sarebbe stato il Paese ospite, si immaginava di rappresentare un’altra Italia».
Invece?
«Non è che portiamo in Fiera il governo Meloni, ma ci impegniamo a proporre, accanto alle culture che sarebbero comunque state presenti, altre opzioni, altre voci, altri mondi. Che, posso dirlo con certezza, se ci fosse stata l’Italia politica di ieri, non si sarebbero visti. Il nostro lavoro è aggiungere, non sottrarre».
C’è continuità o discontinuità con l’ultima volta che, 36 anni fa, il nostro Paese è stato ospite d’onore:?
«Al recente Salone del libro di Torino ci siamo confrontati sulle due epoche con Stefano Rolando, mio omologo nel 1988. Quello di allora era un altro mondo, con un’altra Italia e un’altra Germania; che, anzi, erano due. Il nostro ministro degli Esteri era Giulio Andreotti, per dire. Quest’anno torneranno Maraini e Magris che ci rappresentavano anche allora, ma per fortuna ci saranno anche scrittori che 36 anni fa non erano ancora nati. “Radici nel futuro” significa anche questo».
Un evento, un’idea su cui punti?
«Puntiamo sulla cultura che unisce. Unisce attraverso confronti, laddove la politica è condizionata da pregiudizi e dal rifiuto di un vero dialogo. La cultura unisce in Europa, laddove l’Ue è troppo condizionata da interessi nazionali che si contrappongono. La cultura unisce Europa e Russia, laddove le armi dettano legge purtroppo ben più delle comuni radici culturali che da sempre legano i due popoli».
Un’anticipazione concreta?
«Ci chiederemo se questa Europa che ha scientemente tagliato le proprie radici giudaico-cristiane abbia fatto una scelta saggia o miope e suicida. Lo faremo con l’aiuto di testimoni molto autorevoli delle culture cattolica ed ebraica».
Nomi?
«Ancora non li posso anticipare. Ma al di là dei protagonisti, ormai definiti, vorrei farti un esempio di quanto quella rinuncia si propaghi nel presente».
Prego.
«In queste settimane sto leggendo i libri finalisti al premio Strega. Finora ne ho letti nove su 12 e mi colpisce che in tutti questi romanzi non spunti mai un accenno all’anima e al divino. Un’invocazione, un grido. O una bestemmia, una denuncia della distrazione di Dio. Niente. Eppure si parla di morti, di nascite, di amori, di amicizie di ogni tipo, di natura. Ma mai ci si rivolge al trascendente, a qualcosa che superi la dimensione terrena e materiale della vita. Dio, se c’è, non c’entra; non mi riguarda. Domina l’ateismo pratico: l’uomo, la vita, e anche la letteratura, sono ridotti alla dimensione orizzontale».
Una proposta moderata italiana è mancata finora a Francoforte perché manca anche nella nostra cultura?
«Un vero pluralismo nella cultura italiana non c’è da 100 anni. Dai tempi di riviste come La Voce di Giuseppe Prezzolini che lavorava con Giovanni Papini, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e tanti altri. Dopo il fascismo, la Dc ha fatto la spartizione con il Pci: a noi la politica a voi la cultura. Infine, anche Silvio Berlusconi non si è preoccupato di comprendere la cultura nella sua rivoluzione liberale. Non ha alterato i cataloghi Mondadori e Einaudi nemmeno di un titolo».
Ma ai tempi delle elezioni del 1996 ingaggiò Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera.
«Tutti nomi importanti e anche culturalmente lontani dal centrodestra. Però, a distanza di tempo, a eccezione del presidente Pera, mi chiedo quale traccia abbiano lasciato con quella loro esperienza oltre la conquista degli scranni parlamentari».
Il governo attuale e il ministro Sangiuliano lavorano per avvicendare l’egemonia culturale di sinistra?
«Il ministro Sangiuliano sta tentando meritoriamente di realizzare un vero pluralismo in cui nessuno si senta escluso, ma tutti abbiano lo spazio e le tribune per esprimersi».
Riequilibrio è la parola usata da Giorgia Meloni a proposito della Rai che invece è stata ribattezzata TeleMeloni. Cosa ne pensa uno che ci ha lavorato per 26 anni?
«Parlo da telespettatore che viene invitato a dire la sua in qualche talk show. Non mi è mai capitato di trovarmi in un programma in cui fossero maggioritarie posizioni di centrodestra. E parlo di tutte le reti, indifferentemente. Sia a Mediaset che in Rai può capitare di far parte di un panel in cui siano rappresentate le diverse opzioni. Mentre capita spesso in Rai, che dovrebbe essere TeleMeloni, di essere in netta minoranza. Per non parlare di La7 dove… che te lo dico a fa’».
Quindi TeleMeloni?
«Può essere che il Tg1, che è il giornale più autorevole e sempre storicamente favorevole al governo in carica, abbia un sommario ispirato a questo suo Dna. Ma ricordiamoci che una volta i direttori del Tg1 non cambiavano con le elezioni politiche, ma con i congressi democristiani, a seconda della corrente vincitrice».
Cosa pensi dell’esodo di alcuni professionisti importanti dalla Rai?
«Penso che sta nascendo un terzo polo con cui tutti gli editori televisivi dovranno misurarsi. E che questo esodo, chiamiamolo così, ha poco a che vedere con una presunta epurazione politica. Ma somiglia piuttosto a quello che accadde negli anni Ottanta quando Berlusconi a suon di miliardi strappò alla Rai i vari Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Pippo Baudo».
Solo che allora Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano.
«E rivolto a Berlusconi disse: chillo ha da murì».
Concordi con chi pensa che finora il nuovo corso Rai non abbia prodotto volti e formati significativi?
«La stagione che finisce è stata transitoria e di rodaggio perché gli incarichi apicali saranno rinnovati nelle prossime settimane, mentre il Cda è rimasto lo stesso di prima. Per Viale Mazzini è stato un anno zero. La prossima stagione sarà quella della verità».
Se i lamenti sono stati così alti durante l’anno zero, cosa succederà nell’anno uno?
«Spero che la Rai, patrimonio nazionale, faccia scelte produttive efficaci. Al di là delle convenienze politiche è un bene pubblico che va tutelato. Sono sicuro che un uomo di cultura e di televisione come Giampaolo Rossi farà molto bene».
C’è una difficoltà a costruire una proposta culturale moderata apprezzabile dal grande pubblico? E qual è la causa di questa difficoltà?
«Per la cultura moderata non c’è mai stata l’opportunità concreta di manifestarsi. Questa è la difficoltà. Tuttavia, non va nemmeno coltivata l’illusione che, qualora ci fosse la pari opportunità, esplodano geni che finora non hanno potuto esprimersi. È una semina in profondità che darà frutti, forse, fra qualche anno. Ma se non si semina, di sicuro non li darà mai».
Se a sinistra si esagera in amichettismo, che è un modo magari antipatico di fare rete, a destra si pecca di individualismo?
«Il far parte per sé stessi è il vizio connaturato all’intellettuale di destra. Il risvolto positivo è non appartenere a consorterie, mentre quello negativo è non saper fare squadra».
Perché, parlando di case editrici, in quell’area ci sono tanti piccoli marchi, ma non c’è l’Einaudi o la Feltrinelli di destra?
«Perché dal dopoguerra la cultura è orientata a sinistra».
Si potrebbero realizzare fusioni e creare marchi più competitivi?
«Torniamo all’individualismo di cui sopra. Per pensare in grande ci vogliono grandi finanziatori e grandi idee».
Mancano più i primi o le seconde?
«Nell’ambito culturale che un tempo si definiva anticonformista tanta buona volontà è rimasta e buone idee circolano. Quanto ai finanziatori, bisogna aspettare che il quadro d’assieme si consolidi, a suon di elezioni».
È vero che la classe politica di destra pecca di vittimismo come dicono i grandi giornali?
«È una strana classe giornalistica quella che lamenta che la Meloni scelga i suoi interlocutori e disdegni le conferenze stampa. È lo stesso gruppo di giornalisti che si sperticava per il premier Mario Draghi al quale non ricordo siano state poste domande scomode. Noto, invece, che certi giornalisti si lanciano in ruoli di supplenza dei politici di opposizione che, a loro detta, non farebbero bene il loro mestiere».
È una reazione a quella che si ritiene l’usurpazione di un potere detenuto dalle solite élite?
«Proprio la Rai è l’emblema di questo meccanismo. Lo disse Giuliano Amato negli anni Novanta quando dichiarò che la sinistra italiana la concepiva come cosa sua, e perciò inattaccabile, intoccabile, intangibile. È la stessa logica che, spesso, porta a rigettare il responso elettorale di due anni fa e a reagire opponendosi a tutte le azioni figlie di quel risultato».
Mi dici un’idea guida non come commissario italiano a Francoforte, ma come Mauro Mazza?
«Mi viene in mente una frase di Pietro Nenni: “Fai quel che devi, accada quel che può”».

 

La Verità, 25 maggio 2024

«Se lo Stato non aiuta la natalità tocca alle aziende»

Produce burro e formaggi di alta qualità che, dall’alto vicentino, esporta in tutto il mondo. Ma è un antistatalista, un creatore di welfare alternativo, un imprenditore visionario. Avvocato, un passato da musicista al fianco della madre concertista con tournée europee, l’ultima trovata di Roberto Brazzale è l’assunzione di un gruppetto di ex compagni di scuola sessantenni. Se non è andare controcorrente questo…

Roberto Brazzale, stamattina ha bevuto il caffè con i suoi ex compagni di scuola?

«Con quelli presenti, sì. Erano solo due perché alcuni fanno il ponte e altri sono in giro per lavoro».

Sono diventati suoi dipendenti a sessant’anni?

«All’incirca, fra i 50 e i 60 e oltre. Noi non guardiamo la carta d’identità».

Trae una riflessione generazionale da questa vicenda?

«Siamo un po’ sorpresi dal clamore che ha avuto questa notizia. Ci sembra un fatto normale, ma evidentemente non è così. Forse abbiamo toccato un nervo scoperto».

Quale?

«Credo che molte persone di quest’età abbiano ancora tanta voglia di realizzarsi nel lavoro, a fronte di uno Stato preoccupato solo di trovare risorse per farle uscire dalla vita attiva. È vero che c’è chi sente il bisogno del pensionamento per mille motivi, ma altri sono ancora pieni di energia».

La sorprende di più la motivazione dei sessantenni o l’insipienza dei trentenni?

«Non si devono contrapporre le generazioni. Quasi il 50% dei nostri dipendenti ha meno di 35 anni e siamo felicissimi di loro. Il punto è che si può essere giovani anche a sessant’anni e oltre: la carta d’identità è spesso una convenzione. Mi sono trovato di fronte a degli amici, ex compagni di scuola, veri fuoriclasse che, grazie alla passione e all’esperienza sanno dare il meglio ora che non sono più giovanissimi».

In che ruoli sono stati assunti?

«Ruoli amministrativi, logistici e soprattutto commerciali di contatto con la clientela o il consumatore. Lavorano in perfetta simbiosi con i ventenni».

Dal suo osservatorio come giudica l’inverno demografico italiano?

«È la crisi più terribile che stiamo vivendo: tutto è contro la procreazione. I primi a esserne colpiti sono i giovani che lavorano. Deve tornare a essere bello fare figli. È un piccolo segnale il fatto che alcuni sessantenni possano continuare a lavorare, contribuendo ad alleggerire i giovani dal peso fiscale e contributivo che complica la realizzazione dei loro progetti di vita. L’allungamento dei congedi parentali può essere la chiave di volta di questa crisi».

Come funziona?

«Copiamo dai Paesi più civili. Ho davanti l’esempio della Repubblica ceca dove abbiamo 500 dipendenti che lavorano al Gran Moravia. Lì, papà o mamma, a scelta, possono restare a casa fino a quattro anni con il posto di lavoro garantito e una remunerazione del 30%. E, dopo la prima infanzia, gli asili sono perfettamente efficienti. Purtroppo, in Italia assistiamo a una serie di tentativi che, nonostante le buone intenzioni, non colgono il bersaglio. Oggi non arriviamo a 390.000 nati a fronte di quasi 700.000 morti all’anno. Se si aggiungono i 100.000 che emigrano, è come se scomparisse una città come Bologna».

Però ci sono gli immigrati.

«Sono fondamentali da decenni, ma non rimediano al male interno alla nostra società provocato dal crollo delle nascite e dalla riduzione dei giovani. Due fattori che stravolgono intimamente società e cultura del nostro Paese, facendogli perdere slancio, fiducia e bellezza».

Quanti stranieri ha nella sua azienda?

«Abbiamo oltre mille dipendenti sparsi nel mondo. In Italia sono più di 500 dei quali oltre il 25% stranieri. La loro presenza è fondamentale».

Crea problemi di tipo amministrativo o burocratico?

«Nessun problema. Sono veramente bravi, senza di loro le nostre attività si fermerebbero».

Il sociologo Luca Ricolfi afferma che le giovani coppie non procreano perché l’arrivo di un figlio compromette il piano di vita che si sono date, molto più basato sul tempo libero rispetto a qualche decennio fa.

«In molti Paesi occidentali i giovani vivono allo stesso modo, eppure fanno figli. Da noi ci sono stipendi netti troppo bassi, il reddito pro-capite non cresce da più di vent’anni. E soprattutto non c’è una valorizzazione della procreazione che dovrebbe essere il momento aureo della vita dei singoli. Fare figli è una corsa a ostacoli, economici, amministrativi, culturali».

Per lei la denatalità dipende dalla mancanza di sostegni economici e di una legislazione finalizzata?

«Non solo. Bisogna dare tempo ai genitori per seguire i figli. Meno del 50% delle donne italiane lavorano, a fronte del 70% negli altri Paesi europei, perché lasciano il lavoro per poter essere mamme. Serve un diverso atteggiamento nel mondo del lavoro e una ridefinizione delle priorità dello Stato. Garantire i congedi triennali con una remunerazione del 30% potrebbe costare molto meno di 10 miliardi all’anno, l’1% della spesa pubblica, il 3% delle pensioni. Ma lo Stato non li trova e magari poi li spende con il Pnrr che è spesa  a debito, il cui peso graverà proprio sui giovani».

È contrario al Pnrr?

«Ovvio. 250 miliardi di spesa pubblica extra: ne avevamo bisogno? In Italia la spesa pubblica è già il 60% del Pil, e il debito vero ben oltre il 150%. Lo Stato deve ridursi non espandersi, imprese e famiglie devono essere sollevate dal peso che le soffoca. Ormai nessun politico difende più i singoli dall’ipertrofia dello Stato».

Il Pnrr permetterà di realizzare opere necessarie allo sviluppo del Paese.

«Gli Stati che funzionano le fanno attingendo al bilancio ordinario, non a extra debito. Un euro speso dallo Stato è un euro tolto ai cittadini. Come si può pensare che lo Stato spenda meglio di una famiglia o di un’impresa?».

Nella sua azienda assume sessantenni, estende il baby bonus, allunga il congedo per maternità…

«Attraverso il congedo parentale aziendale aggiuntivo, i nostri dipendenti, uomini o donne, possono rimanere a casa fino a un anno in più al 30% dello stipendio. Abbiamo creato un gruppo di imprenditori che si chiama “Benvenuta cicogna”, una mailing list per scambiarci informazioni e anche Confindustria giovani Vicenza ha messo al centro della propria azione la maternità sul lavoro. Non possiamo aspettare lo Stato, invitiamo a considerare misure simili chi non l’ha ancora fatto».

È uno strano welfare aziendale, il suo.

«L’azienda è una comunità di persone. Oggi categorie come i sessantenni o le donne che hanno paura della gravidanza sono considerate neglette nel mondo del lavoro. Noi proviamo a porre rimedio a ciò che non funziona nella nostra società, anche prendendo esempi dalle esperienze che facciamo in giro per il mondo».

I sindacati cosa dicono?

«Le nostre misure, per esempio le attenzioni per le mamme, sono apprezzate e condivise. La protezione della maternità è quasi una forma di controcultura perché, per sciatteria, la cultura prevalente mortifica la procreazione».

È contento del momento d’oro dei formaggi italiani, in vetta alle classifiche di gradimento mondiali?

«Il momento d’oro dei formaggi italiani dura da sempre e durerà per sempre perché 8,1 miliardi di persone a cui torna l’appetito ogni 4 ore amano i nostri prodotti. C’è solo da darsi da fare per rispondere a questa enorme domanda sopperendo alla carenza di territorio di cui soffriamo. Dunque, pensando al made in Italy come valore aggiunto creato dagli italiani e dalla loro formidabile capacità di trasformazione, attraverso l’espansione internazionale delle catene di approvvigionamento».

È più urgente la riforma del premierato o quella dell’autonomia?

«La più urgente è riprendere a fare figli. Rispetto a questo, quelle riforme sono irrilevanti. Poi, non si capisce bene quale autonomia lo Stato voglia davvero concedere. La sensazione è che il centralismo statalista, la radice dei nostri mali, non verrà intaccato».

Che cosa si aspetta dalle elezioni europee?

«L’Unione europea ha bisogno di ripensare molte delle sue decisioni più recenti e di farlo in fretta».

Sa già per chi voterà?

«Dipende dai candidati e dai programmi, ci sono ancora molte cose da capire».

Se dovesse dare un consiglio a Giorgia Meloni quale sarebbe?

«Subito il congedo parentale triennale a carico del sistema previdenziale. E maternità e procreazione in cima alle priorità, in modo rivoluzionario».

L’ultima volta che ci siamo visti, parlando del suo andare controcorrente, mi ha raccontato di quell’automobilista che mentre guida in autostrada nella nebbia sente alla radio l’allarme per un pazzo che va contromano e commenta: «Macché uno, saranno almeno cento…». È ancora incolume o ha fatto qualche incidente?

«Nessun incidente. Appena esco dall’Italia mi accorgo di pensare in modo normale, comune. Mio nonno diceva: “Mai paura, basta ’ver ’e idee ciare”».

Dice di pensare in modo condiviso nei Paesi europei, ma poi la Ue promuove le auto elettriche, l’efficientamento delle abitazioni e penalizza le aziende che non si adeguano ai dogmi green.

«L’Unione europea è una brutta copia centralista degli Stati nazionali, replica i loro difetti e ne aggiunge di propri. Era meglio un’Europa comunitaria, che eliminava barriere e allargava mercati e libertà».

Per questo le chiedevo quali aspettative ha dalle prossime elezioni.

«I Paesi sono espressione della cultura dei popoli. Si pretenderebbe di unificare Paesi con culture molto diverse, antitetiche. L’Italia non è solo quella che ha fatto nascere il Recovery plan è anche l’unico Paese che ha chiesto tutti i fondi a debito del Pnrr. Siamo i più furbi o i peggio amministrati? Stando ai risultati, la seconda. La Ue per tenersi in piedi ha finito per assecondare le peggiori politiche nazionali, come la monetizzazione dei deficit. Di facciata si sottoscrivono patti che si sa già non verranno rispettati. E presuntuosi burocrati pretendono di pianificare la vita di singoli e imprese. La capitale a cui guardare oggi non è né Bruxelles né Roma ma, sorprendentemente, Buenos Aires».

Addirittura? L’Argentina del premier con la motosega?

«Lasci stare il folklore. Certi principi di buon governo e libertà non si sentivano pronunciare dai tempi di Margaret Thatcher. Riusciranno a metterli in pratica? Difficile, ma finalmente il pensiero unico statalista viene messo in discussione da un governo liberamente eletto. Peccato ciò accada solo fuori dalla Penisola e dal Vecchio continente».

 

La Verità, 30 dicembre 2023

Da Augias a Serra, chi sono i nuovi guru d’opposizione

L’altra sera ce n’erano due, comodamente adagiati sulle poltroncine di La torre di Babele, nuovo caminetto antigovernativo di La7. Corrado Augias e Michele Serra, categoria guru d’opposizione. Il primo, con l’aria del vecchio saggio richiamato in servizio, transfuga dal servizio pubblico, causa emergenza democratica. Il secondo, costretto ad alzarsi dall’Amaca per gli improrogabili straordinari, motivati dalla medesima emergenza e, va detto, da una certa evanescenza di coloro che l’opposizione dovrebbero farla di professione.

Il dovere chiama; dunque, ai posti di combattimento. Augias e Serra, entrambi repubblicaner, sono i capifila delle due principali scuole di pensiero della nuova genia. La scuola romana e la scuola emiliana. L’altra sera si confrontavano sui «giovani». Capirete. Non hanno più fiducia nel futuro. Hanno paura del clima impazzito, della crisi economico sociale e degli attacchi terroristici. I giovani, dicevano un ottantottenne e un quasi settantenne, considerano l’Italia un «Paese in declino». La tesi è stata plasticamente rappresentata dalla cover dell’ultimo libro firmato da Serra con Francesco Tullio Altan (toujours Repubblica) intitolato Ballate dei tempi che corrono (Feltrinelli), «in cui si vede un popolo che va all’indietro», ha sintetizzato il capofila emiliano. Mentre invece bisogna cercare di uscire in avanti, «buttandola in politica», per esempio come si è fatto nelle bellissime manifestazioni del 25 novembre contro i femminicidi. Insomma, i «giovani, ai quali dobbiamo rivolgerci senza paternalismi», si è detto senza ridere, dovrebbero impegnarsi a scalzare chi comanda in quest’Italia retrograda.

È la summa ideologica del lavorio che di questi tempi agita le redazioni dei talk show, dei grandi giornali, delle tv militanti. Cercasi guru d’opposizione disperatamente. Meglio ancora, se dotato di muscoli demolitori. Detto degli straordinari di Serra, che dall’abituale sermoncino a Che tempo che fa ora è ovunque, e del richiamo in prima linea di Augias, da un po’ tutto questo gran daffare rimbalza tra La7 e il Corrierone, tra Repubblica e il Nove. Poi ci pensano siti e piattaforme a rilanciare ultimatum e invettive, implementando e viralizzando l’apocalisse imminente. Autori, cantautori, scrittori, opinionisti, comici, grandi firme, satiri e saltimbanchi sono in trincea mai come ora. L’operazione ha accelerato dopo lo scollinamento del primo anno di governo Meloni perché una serie di nefaste previsioni date per ineluttabili sono state puntualmente smentite. La correzione del Pnrr? Sicuramente bocciata e le rate rinviate sine die (come conferma l’arrivo della quarta tranche all’Italia, primo Paese dell’Ue). Le agenzie di rating? Ci avrebbero di sicuro declassato, innescando la procedura di default (come certifica il mantenimento degli standard e in un caso il miglioramento dell’outlook). Le alleanze internazionali? Godendo di zero autorevolezza, l’Italia si sarebbe rapidamente isolata (come mostrano le missioni con Ursula von der Leyen, il patto con l’Albania sui migranti e le classifiche di popolarità del premier di Politico e Forbes). Poi il Pil sarebbe sprofondato, l’occupazione crollata, l’inflazione avrebbe divorato i nostri risparmi e la popolazione assaltato i centri commerciali mettendo a ferro e fuoco città e campagne.

Pur al netto di alcune gaffe soprattutto a livello di comunicazione e immagine, dai corsi di «educazione alle relazioni» del ministro per l’Istruzione e il merito Giuseppe Valditara alle imprudenze del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, senza tralasciare la gestione di alcune situazioni in Rai, le cose non sembrano esser andate così. I fatti sono testardi e, purtroppo per i professionisti del campo largo, stretto, giusto o ingiusto, il problema della tenuta governativa sussiste. Perciò, saggiamente preoccupate, le migliori menti left oriented stanno producendo il massimo sforzo per chiamare a raccolta la crème. Il pontefice emerito della scuola emiliana Pierluigi Bersani, sempre in vena di metafore contro «le destre» («tra la Meloni e Salvini è in atto la gara del gambero a chi si allontana di più dalla lettera della Costituzione»), si è praticamente trasformato in un arredo degli studi di Otto e mezzo e DiMartedì. Complice un album di Canzoni da osteria, per compattare la squadra, ultimamente è sceso a valle anche Francesco Guccini. Il quale, prima ha guadagnato il salotto di Fabio Fazio, poi è rimbalzato sul Corrierone per confidare ad Aldo Cazzullo che lui non è convinto che Mussolini fosse un genio e che a rovinare tutto fossero quelli che lo circondavano… No e poi no: «Il Duce un genio non era; e temo non lo sia neppure la Meloni». Tiè.

Però, in fondo, gli emiliani sono dei simpatici gigioni. Lambrusco, tigelle, proverbi e una partita a rubamazzo.

Un pizzico di astio in più aleggia invece nella covata romana. La borgatara di Colle Oppio è un’usurpatrice. Mica ha studiato nei licei di Prati. Non ha l’erre francese e neppure l’armocromista. Stia manza, anche se è donna. Più dell’azionista Augias, la demolizione cafonal di Roberto D’Agostino partorisce tre o quattro necrologi governativi al dì, si dice ben visti dal sommo Sergio Mattarella. Per poi tracimare nei talk e nei giornaloni magisteriali. Quelli che, pure, sono già altamente rappresentati dall’attacco a tre punte, di solito composto da Massimo Giannini, editorialista di Repubblica, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa e Cazzullo, vicedirettore e firma principe del Corsera. Ubiqui e inflessibili. Spietati ed eleganti. Ma loro, più che veri e propri guru d’opposizione, sono alti funzionari in servizio h 24.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

«L’Expo lo fanno in Arabia, qui c’è il patriarcato»

Il quarto libro di Federico Palmaroli, in arte #lepiubellefrasidiosho, s’intitola «Er pugno se fa co la destra o co la sinistra?» (Rizzoli). A chiederlo in copertina è un’amletica Elly Schlein, segretaria del Partito democratico. Sottotitolo: splendori (e miserie) di un anno italiano.

Insomma, lei proprio non lo vuole capire.

«Che cosa?».

Che in Italia c’è il patriarcato.

«Ero convinto di no, ma pian piano ci sto arrivando».

Alla buon’ora.

«Ero rimasto alla resilienza».

Non avrà qualcosa contro la resilienza?

«Io ho qualche problema solo con l’alcol» (ride).

Dopo quello con Giorgia Meloni, questo con la Schelin è il secondo libro consecutivo con una donna in copertina: è ora di finirla.

«Mi rendo conto. Ma questo dovrebbe dimostrare che non c’è il patriarcato. Oppure è la conferma che c’è? Ditemelo voi quello che devo fa’».

Si vede anche dalla pubblicità che in Italia comandano sempre gli uomini.

«I miei amici sposati dicono che in casa decide sempre la moglie».

Balle. Negli spot gli uomini scelgono l’anticalcare per la lavatrice, la merendina della colazione, il patriarcato è inarrestabile.

«La famiglia si è evoluta, in parte si è disgregata e i separati sono la maggioranza. Così gli uomini devono occuparsi di tutto. C’è l’interscambio di ruoli e pure l’indipendenza della donna».

È qui che la volevo. Le piace Elodie militante contro l’oggettificazione della donna?

«Non voglio certo fare il bacchettone. Ma se vuole battersi contro l’oggettificazione della donna, l’esibizione di Elodie ne è un gran bell’esempio. Ha duettato anche con trapper che cantano proprio quello che si vorrebbe condannare».

Con Elly Schlein in copertina la inviterà anche Fabio Fazio?

«Sicuramente. Forse mi ha già chiamato, ma non ho sentito lo squillo».

Perché ha scelto la vignetta in cui chiede se «er pugno se fa co la destra o co la sinistra»?

«Nei precedenti libri c’erano Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, tutti premier, diversi ogni anno a dimostrazione di quanto poco durano i governi. Ora non mi sembrava il caso di rimettere la Meloni. Perciò ho scelto la Schlein, primo segretario pd donna».

Ma la domanda della vignetta?

«Per ricordare che, come retaggio, la Schlein non viene dal mondo operaio e ha qualche difficoltà a ricordare le basi di un partito di sinistra. Non a caso, i circoli non avevano scelto lei».

E anche per segnalare che è più interessata alla forma che alla sostanza?

«Che sia molto interessata all’estetica l’abbiamo visto con la faccenda dell’armocromista».

Il fatto di non essere una segretaria di apparato le sta giovando?

«Teoricamente potrebbe essere un vantaggio e portare nuove idee. In realtà, usando le sue parole, possiamo dire che non l’abbiamo ancora vista arrivare».

Non sta riuscendo ad aprire il partito alla società civile?

«Stando ai sondaggi, non mi sembra che abbia catturato quell’elettorato che la sinistra ha perso. Mentre Fdi continua a crescere e la luna di miele con il premier non è ancora finita, secondo i sondaggi il Pd è in discesa. Non fa presa sull’area che vuole riconquistare».

Che cosa pensa del casting in vista delle europee? Si parla di Chiara Valerio, Patrick Zaki…

«Persone che hanno una storia delicata alle spalle e che meritano rispetto come Zaki vengono usate come ariete per le elezioni».

Poi c’è la corte serrata, finora respinta, a Roberto Saviano.

«Da Saviano me l’aspetterei di più perché si contrappone sempre al governo. Però, insomma… Come quando hanno messo in giro la voce che mi sarei candidato anch’io con Fdi… Il motivo per cui personalmente non ci penso è lo stesso per cui critico questo tipo di candidature».

Candidare scrittori e intellettuali vuol dire essere sempre in modalità armocromista?

«Nel senso della prevalenza dell’immagine sulla sostanza? Un po’ sì. Magari funzionano come calamita di voti, hanno un loro seguito…».

Gli elettori abboccano ancora?

«È un meccanismo che c’è sempre stato. La notorietà e la visibilità possono pagare anche alle urne. Io contesto l’opportunità delle scelte individuali, soprattutto se si è consapevoli di finire in un territorio estraneo».

La rivelazione di avere l’armocromista è la gaffe più clamorosa dell’anno o ce ne sono state di peggiori?

«È stata un’imprudenza. La gaffe è concedere un’intervista a Vogue, rivolgendosi a un pubblico lontano dal proprio mondo di riferimento. Non sono tra quelli che credono che i comunisti debbano vestirsi da straccioni. Ma penso che la lacuna maggiore sia la mancanza di memoria, non ricordarsi delle cose dette. L’accusa sballata al governo Meloni di aver voluto il mercato libero delle bollette, mentre è un provvedimento deciso dal governo Draghi e votato dal Pd su invito dell’Europa, mi disturba più dell’armocromista».

Anche stare al telefono mezz’ora con due comici russi credendo di parlare con diplomatici africani non è male come infortunio.

«Altroché. Alla Meloni non è certo arrivata la chiamata sul cellulare con scritto “Sospetto Spam”. Avrà dato per scontato che sia stata filtrata prima dall’apparato della sicurezza. Però, certo, è un infortunio».

Il premier è troppo vittimista nel rapporto con i media?

«Vedo riflettori con lenti molto più sensibili rispetto a prima. Si aspetta solo che qualcuno sbagli, e il minimo errore ha un’eco enorme. Con Draghi c’era un altro ossequio, non questa attenzione su come venivano condotte le conferenze stampa, per dire… Sul centrodestra c’è più pressione e quindi anche maggiore suscettibilità».

Giorgia Meloni ha gestito bene la vicenda di Giambruno o, come dice Nichi Vendola, doveva esprimere solidarietà alle colleghe che il suo ex compagno ha importunato?

«Sono state pronunciate frasi infelici, certamente. Ma non credo fossero il preludio di chissà quali azioni malvagie. Il ruolo determina il clamore. Scusarsi lei? Non sappiamo nemmeno le dinamiche interne, magari erano battute che facevano parte del cameratismo della redazione… Per chiedere scusa bisogna conoscere le dinamiche relazionali, al di là del fatto che potessero essere espressioni fuori luogo».

Quanto a gaffe, anche il cognato Francesco Lollobrigida non si risparmia.

«In Italia l’etica non gode di buona salute. Era immaginabile quello che sarebbe successo: “Lollo, la prossima volta vacci col Falcon”».

Invece, dopo la scelta di Riad per l’Expo 2030, in una sua vignetta il sindaco Roberto Gualtieri è a colloquio con Bergoglio.

«Il Papa lo ha convocato per comunicargli di aver ricevuto un’offerta irrinunciabile per fare anche il prossimo Giubileo a Riad».

A proposito di Francesco, la Provvidenza sotto forma di una bronchite, gli ha evitato un viaggetto fino a Dubai per la Cop28.

«Fosse andato avrebbe potuto definire i dettagli del Giubileo arabo».

Ma secondo lei Roma non farà l’Expo a causa della spazzatura, dei cinghiali o di un altro motivo?

«Forse perché da noi c’è il patriarcato. Sarà per questo che l’hanno spuntata gli arabi…».

Il più furbo di tutti è Luca Casarini, l’ex leader delle Tute bianche che fa accoglienza con i soldi dei vescovi?

«Se confermate, sono situazioni che lasciano stupefatti. Tanto più dopo il caso di Soumahoro… fai il paladino dell’accoglienza e poi i migranti stanno in situazioni penose. Una cosa “troppo regalata”, come si dice a Roma. A sinistra nessuno si è sentito in dovere di condannare l’assalto alla sede di Pro Vita, un’associazione lontana dal mio sentire. Quando accadde per la Cgil la condanna fu bipartisan».

Speriamo che il caso Casarini non sia simile al caso Soumahoro.

«Non credo che i cattolici siano felici di vedere i loro soldi finire in mano a Casarini».

È contento che ci sia un grande ritorno di politici?

«Rientrano Nichi Vendola, Gianni Alemanno e Alessandro Di Battista. Spero che ci pensi anche Luigi Di Maio. Era il mio prediletto, la mia guest star».

Che cosa si potrebbe fare per convincere al gran (ri)passo anche gli incerti come Roberto Formigoni e Michele Santoro?

«Forse garantire loro di essere protagonisti delle mie vignette».

Basterà?

«Temo di no, ma potrebbe essere un piccolo incentivo».

Il generale Roberto Vannacci ha scritto anche cose buone?

«Non ho letto il suo libro, ma al di là di quello che ha scritto, se si rimane nella legalità ognuno dev’essere libero di esprimere ciò che pensa. Basta doversi allineare a un unico pensiero».

Se persino Mussolini ha fatto cose buone come si dice ironicamente, anche Vannacci…

«Al di là delle sue esagerazioni, mi disturba che ci sia un controllo delle opinioni per cui si cammina come elefanti in cristalleria. O la pensi come la maggioranza oppure, anche se fai un ragionamento strutturato e senza slogan, ma personale, passi per un estremista e vieni additato. Come sul cambiamento climatico, partono subito le accuse di negazionismo».

Ce la farà Giorgia a ribbartare l’eggemonia de sinistra?

«Non sono per l’egemonia né di sinistra né di destra, ma per l’integrazione e il dialogo. Se è vero che, in passato, in tanti ambiti è stata di sinistra, sarebbe un bene se si riequilibrasse un po’, portando competenze di segno diverso. Non è solo una questione di numeri, come se fossero quote rosa, posti assegnati per rappresentanza, ma di contenuti».

Intanto con Lorella Cuccarini co-conduttrice la destra si è già presa mezzo Festival di Sanremo.

«Beh sì… Ma poi chi la conosce ’sta Cuccarini? Vedrà che sarà un’amica della Meloni».

Dopo la Schlein, al Nazareno vede meglio Maurizio Landini, Filippo Gentiloni o Dario Franceschini?

«Stimo personalmente Gentiloni che, per altro, apprezzava la mia satira senza offendersi. Ma penso anche al beneficio politico del Pd perché lo ritengo una persona per bene».

E il fatto che le darebbe molte soddisfazioni non guasta…

«Me ne ha già date tante, è stato il mio primo amore vignettistico».

 

 

La Verità, 2 dicembre 2023

Viva Rai2! si serializza con il controcanto di Fiorello

A una settimana dall’esordio della seconda stagione, quest’anno dal Foro Italico di Roma, si possono individuare alcune linee conduttrici di Viva Rai2!, il «mattin show» di Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari che, oltre a essere la cura ricostituente della rete, con le sue iniezioni di buonumore lo è anche per i telespettatori. Svegliarsi con la leggerezza del nostro miglior intrattenitore è un’ottima colazione, ma grazie a Raiplay, può essere una felice ricreazione fruibile anche nel resto della giornata.

Il programma è concepito come una serie a episodi con trame orizzontali e verticali, aperta dal riassunto delle puntate precedenti e da un’anteprima che precede l’alba e il varietà vero e proprio, in onda alle 7,15. L’affiatamento con le due spalle è un fatto assodato, ma il core business è la perenne ricerca del sorriso. «Parliamo di politica… La politica ci dà il buonumore». Le news tratte da giornali, siti e agenzie sono il pretesto per il controcanto di Fiorello che ribalta la versione ufficiale. «Quelli del Pd dicono: Elly non ci abbandonare… Ma Elly non ci abbandonare è anche lo slogan di Fratelli d’Italia». Del resto, «noi siamo TeleMeloni, altroché. Secondo voi perché siamo in onda? Perché sono amico della Meloni, con un altro governo mi davano Protestantesimo». Grazie all’amministratore delegato Roberto Sergio che «le ha sottratto l’agenda», sfodera «gli appunti di Giorgia». Contattare Max Tortora per organizzare scherzo telefonico a Putin, programmare i balletti di Luca Tommassini in prima serata per incrementare la natalità… È il contrappunto alla narrazione, i «se senza ma»…

Un’altra delle trame orizzontali è tirare la volata al Festival di Amadeus che dosa news e gag nel varietà dell’amico per tenere accesa la luce sull’Ariston. Stavolta annuncia la partecipazione di un nuovo talento alla finale Giovani del 19 dicembre, il pensionato Ruggiero Del Vecchio in versione rapper: Mi faccio il tatuaggio/ ti mostro il mio disagio/ in faccia sono grigio/ la macchina ti sfregio. L’ospite della puntata è Mahmood, altra evocazione sanremese, che intitolando una canzone Cocktail d’amore, come il brano di Cristiano Malgioglio del 1979, ne ha provocato le ire. Fiorello lo chiama in diretta e dopo quella tra Francesco Totti e Luciano Spalletti arriva un’altra riconciliazione. Ma non sono tutte rose e fiori. Papa Francesco ha detto che se ci sono figli capricciosi è perché i genitori sono capricciosi… «Infatti, il figlio di Renzi ha appena litigato con il figlio di Calenda».

 

La Verità, 14 novembre 2023

Giambruno resta a Mediaset ma lascia il video

Fine delle conduzioni. L’ex compagno del premier lascia il video del Diario del giorno e torna dietro le quinte, nel ruolo di coordinatore dello stesso programma. Lo si legge nella nota diffusa da Mediaset in serata. «Andrea Giambruno, dispiaciuto per l’imbarazzo ed il disagio creato con il suo comportamento, ha concordato con l’azienda di lasciare la conduzione in video del programma Diario del giorno, di cui continuerà a curare il coordinamento redazionale». È la soluzione più logica e plausibile alla quale si è arrivati al termine di una convulsa giornata di riunioni e verifiche. Nel comunicato è rilevante la sottolineatura del dispiacere per l’imbarazzo e il disagio creato all’azienda. Un’ammissione che verosimilmente eviterà al giornalista procedimenti disciplinari.

Non era facile trovare la quadratura del cerchio. Giambruno dietro le quinte è l’uovo di Colombo trovato dal direttore dell’Informazione Mediaset Mauro Crippa e da Andrea Pucci, responsabile dell’agenzia NewsMediaset, che per tutto il giorno hanno vagliato le varie ipotesi in campo. La soluzione che ha decongestionato il clima in azienda e anche, in qualche modo, il rapporto con il mondo della politica. È la decisione che rasserena un po’ tutti.

Da qualsiasi parte la si prendesse, le probabilità di rimanere scottati erano elevatissime. Lungi dal raffreddarsi, col passare dei giorni, la patata restava bollente. Giorgia Meloni era riuscita a voltare rapidamente pagina – fatto salvo che il suo ex compagno è il padre di sua figlia – rientrando nei panni del suo ruolo istituzionale. Si leggerà sul prossimo numero di Chi la versione di Giorgia, perché ha detto «addio a Giambruno». A Mediaset, invece, ci si trovava in mezzo al guado. Ieri mattina il conduttore del Diario del giorno che, d’accordo con la direzione di testata, si era autosospeso fino a venerdì, si era presentato a Cologno monzese per discutere la sua posizione. Archiviata la relazione con il premier, Giambruno voleva proteggere profilo professionale e rapporto con Mediaset. Possibilmente tornando a condurre il programma su Rete 4 già da lunedì. Si profilava un braccio di ferro imbarazzante per tutti. Anche perché il giornalista sembrava deciso a tenere il punto.

Ci si trovava davanti a un crocevia con parecchie strade. Il licenziamento da Mediaset, la più drastica e la meno probabile delle ipotesi. Il ritorno alla conduzione di un telegiornale, Studio aperto o Tg4, mansione che ricopriva fino a un anno fa. La scelta di restare dietro le quinte, al desk di un tg. La ripresa della conduzione del Diario del giorno. Infine, la quinta possibilità, forse la più vicina, togliersi dal video e continuare a lavorare al programma, dal coordinamento redazionale.

La strada meno probabile era il licenziamento. Ma bisognava vedere che piega avrebbero preso le diverse verifiche aperte dagli organismi professionali a carico di Giambruno. Sulla vicenda devono pronunciarsi il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e il relativo Consiglio di disciplina territoriale che valuterà eventuali sanzioni disciplinari. E deve esprimere una valutazione anche la Commissione pari opportunità della Fnsi che sarà mandata al presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi. Ecco perché, all’opposto del licenziamento risultava poco praticabile anche il ritorno alla conduzione del programma, quasi come se nulla fosse accaduto.

Anche perché, con buona pace delle narrazioni del giornalone unico nazionale che tifano per il naufragio del governo, i vertici di Mediaset non avevano alcuna intenzione d’inasprire il rapporto con Giorgia Meloni. Non era in atto nessuna resa dei conti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia tramite i fuori onda di Striscia la notizia. In un momento di complessa gestione del post Silvio Berlusconi Forza Italia non è certo interessata ad acuire i contrasti. Dovesse cadere il governo per un’azione di disturbo attribuibile al partito retto da Antonio Tajani, quando mai e alleato di chi potrebbe rientrarci? Le elezioni europee si avvicinano a grandi passi e nella maggioranza tutto sembra convergere a rinsaldare l’alleanza.

Qualche giorno fa Antonio Ricci aveva rivendicato piena e totale autonomia sui fuori onda. «La cosa che mi ha più stupito è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo», è sbottato per smontare le troppe «ricostruzioni mirabolanti».

Tornando a Giambruno, un trattamento non punitivo nei suoi confronti sarà visto come un segnale di distensione anche a Palazzo Chigi. Il suo ritorno alla conduzione sarebbe stato impossibile da gestire. Ogni sua smorfia sarebbe stata monitorata dai cellulari di colleghi e colleghe e dalle telecamere in bassa frequenza del circuito interno di Cologno. A precisa domanda se auspicasse questa soluzione «l’imperatore dei rompicoglioni» (copyright Fedele Confalonieri), aveva risposto: «Certamente». Stando a ciò che aveva fatto trapelare e contrariamente a quanto paventato da molti retroscenisti, «il frigo» è vuoto e solo così avrebbe potuto tornare a riempirsi. Invece…

 

La Verità, 25 ottobre 2023

Ricci: «Su Giambruno ricostruzioni mirabolanti»

Sto bene, sto molto bene, faccio il mio lavoro come sempre». A margine del vertice sulla pace in corso al Cairo, Giorgia Meloni risponde telegrafica a chi vuol sapere quanto le sia costato un viaggio diplomatico tanto impegnativo all’indomani della separazione da Andrea Giambruno. La questione è archiviata e il premier rientra interamente nel suo ruolo istituzionale: «Non so cosa non sia chiaro del fatto che non voglio più parlare di questo», ha tagliato corto. Nel post con cui ha annunciato la fine della sua relazione con il compagno «non c’è una parte politica». Insomma, storia chiusa e fine delle dietrologie.

Il giorno dopo il ciclone che ha scosso i palazzi della politica innescando la solidarietà al Capo del governo dei leader di tutti i partiti con la sola eccezione di Elly Schlein, il caso partito dai fuorionda di Striscia la notizia si raffredda e rientra nelle interpretazioni più realistiche. Nella missione di abbattere il governo delle destre di cui si sono auto investite le grandi firme del giornalone unico nazionale anche l’arma della vita privata può tornare utile. Purtroppo però non è in corso nessuna guerra tra Mediaset e Giorgia Meloni. Non c’è alcun pizzino inviato al premier per la decisione di tassare gli extraprofitti delle banche partecipate da Fininvest. Insomma, non esiste alcuna volontà di Marina e Pier Silvio Berlusconi d’indebolire il governo in carica. Retroscenisti e tessitori di fantasiose ricostruzioni se ne facciano una ragione.

«Non sapevo nulla di Striscia, altrimenti te l’avrei detto», ha confessato Berlusconi jr. a Meloni venerdì sera durante una conversazione telefonica definita «cordiale» e «di vicinanza». È tutta opera dell’incontrollabile Antonio Ricci. Il quale, ribattezzato per l’occasione «re dei rompicoglioni, anzi, imperatore dei rompicoglioni» da Fedele Confalonieri, ha provveduto a gettare definitivamente nello sconforto i tifosi della via gossippara alla crisi istituzionale. «Del caso “fuorionda” ho letto ricostruzioni mirabolanti, complottarde, a volte incredibili, ma tutte divertenti», ha premesso il padre del tg satirico di Canale 5 prima di fornire la sua versione «naturalmente senza nessuna pretesa di esser creduto, ci mancherebbe, ma solo per dare un contributo al dibattito», ha gigioneggiato. L’inventore di Striscia ha spiegato di aver letto un’intervista su Chi a Giambruno (quella in cui l’ex compagno adombrava la possibilità che lui e Giorgia si fossero già sposati in segreto) che corrispondeva a una sorta di «beatificazione». Così ha «pensato subito di utilizzare l’antidoto. Da una fortunosa pesca estiva avevo due fuorionda del giornalista in frigo». Ecco spiegato anche l’uso differito dei filmati in cui Giambruno parla dell’incidente di Casal Palocco e, sistemandosi la patta, fa avance volgari e sessiste a una collega del Diario del giorno. La beatificazione ha fatto da stura al dissacratore Ricci. Distanziato di quasi dieci punti di share da Affari tuoi di Amadeus il tg satirico del Biscione non primeggia negli ascolti e le gravi intemperanze del partner del premier potevano tonificarli. Così il padre di Striscia ha attinto alla miniera delle registrazioni in bassa frequenza o dai video girati col telefonino da qualcuno che non simpatizzava per lo strafottente Giambruno. Probabilmente ne aveva altri a disposizione, forse ancor più imbarazzanti: «Un giorno Giorgia Meloni scoprirà che le ho fatto un piacere», aveva buttato lì venerdì Ricci.

Quella dei fuorionda è una tecnica già adottata in passato colpendo, solo per citare i casi più memorabili, l’Emilio Fede arruffone alla direzione del Tg4, il Flavio Insinna furioso di Affari tuoi e lo stesso Silvio Berlusconi, protagonista involontario della serie del Cavaliere mascarato. Stavolta il caso Giambruno non ha smosso la colonnina dell’Auditel, lasciando lo share attorno al 15% (3 milioni di telespettatori circa). In compenso, Striscia la notizia e il suo fondatore hanno riconquistato visibilità mediatica globale, approdando sulle maggiori testate digitali e cartacee del pianeta. «La cosa che mi ha più stupito di tutto il dibattito», ha concluso, sardonico, Ricci, «è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo».

Dal canto suo, lungi dall’uscire indebolita dalla vicenda, Meloni continua a raccogliere la solidarietà di esponenti politici di schieramenti diversi come l’ex ministro delle Pari opportunità Elena Bonetti confluita in Azione: «Ha fatto chiarezza e dichiarato di voler tutelare la vita privata propria e di sua figlia, un gesto di dignità e una richiesta di riservatezza della sfera privata rispetto a cui tutti dovremmo attenerci»; e la sua collega di partito ed ex ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini: «Nella situazione di Meloni si possono riconoscere molte altre donne, le separazioni sono sempre passaggi dolorosi. E l’operato del Presidente del Consiglio lo si valuta da ciò che fa o meno per l’Italia, non dalla sua vita privata».

 

La Verità, 22 ottobre 2023

«Pier Silvio vuole riuscire dove Silvio non ha potuto»

Saggista, massmediologo, direttore di reti tv del servizio pubblico in Italia e in Francia, Carlo Freccero è l’uomo che ha realizzato la televisione di Silvio Berlusconi, il patriarca che non c’è più.

Che cosa pensa della nuova Mediaset nella prima stagione senza il fondatore e con il governo di destra? Che cosa pensa delle mutazioni introdotte dal figlio Pier Silvio, amministratore delegato dell’azienda?

«Premetto che la mia analisi è esclusivamente tecnica, da autore televisivo. Ben, c’è una tv prima della scomparsa del re Silvio è una tv dell’erede, Pier Silvio, che persegue un obiettivo: fare un network europeo di tv generaliste. Nel mondo non esiste un corrispettivo, ma è l’unica strada per reggere alla concorrenza delle piattaforme».

È una sfida possibile? C’è questo spazio per le tv generaliste?

«Se questo spazio non ci fosse, la tv generalista si sarebbe già estinta con l’avvento del digitale. Non solo la generalista è sopravvissuta, ma periodicamente, conosce momenti di ripresa come durante il lockdown per il Covid. L’Italia è un Paese in corso di impoverimento e di invecchiamento. E per un anziano è quasi un incubo la gestione della vita quotidiana, sottoposta alla cosiddetta semplificazione. Il rapporto con la banca, le bollette, il fisco, i pagamenti si svolgono oramai solo tramite il digitale. I cittadini meno aggiornati in casa vogliono staccare la spina, vogliono accendere la tv schiacciando un bottone. In Europa c’è una grande riserva di anziani che ha la tv generalista come medium di riferimento».

Quindi, quale può essere la strategia editoriale?

«La questione è controversa. L’editore vuole cancellare il trash, ma si osserva che, in realtà, lo si sostituisce con altro trash. A questo punto sorge l’esigenza di dare una definizione esatta di trash e la cosa si fa complicata. Io vedo tutto in modo più semplice».

Cioè?

«Se vuole affermare il suo modello di televisione, Pier Silvio deve renderlo esportabile. Vuole avere il passaporto in regola, soprattutto in Francia, ancora oggi il Paese più schierato in difesa della propria identità culturale».

L’esempio della Francia e del passaporto fa capire che la svolta di Mediaset non è solo in vista di un lasciapassare geografico, europeista, ma anche di una legittimazione culturale. Eliminare il trash vuol dire allinearsi al verbo politicamente corretto?

«Il politicamente corretto è l’esperanto ideologico di questa Europa».

Torniamo alla definizione dell’oggetto: cos’è il trash, la tv spazzatura?

«La parola trash non designa qualcosa di deleterio. Il trash viene spesso scambiato con il kitsch, che è la degenerazione di modelli culturali alti tradotti in una versione volgare. Il trash è volgare tout court, anche senza bisogno di presupporre modelli alti. Ma volgare vuol dire popolare e il trash rappresenta anche la materia del pop».

E oggi cos’è trash?

«All’epoca della prima tv commerciale veniva identificato con l’arcitaliano, ma derivava comunque da modelli culturali popolari consolidati come il varietà e la commedia stracult degli anni Ottanta e Novanta. La morte delle grandi star tv ha chiuso un’epoca. Oggi il trash ha cambiato segno perché sono cambiati i programmi, sostituiti da format come reality e talent. In questi format il trash è il gossip: la tv si è corrotta nell’incrocio con i social media. Il trash è il selfie della casalinga di Voghera che diventa visibile. Non è un caso che Pier Silvio abbia iniziato l’epurazione degli influencer. I quali se ne sono lamentati. Ricordiamo che il gossip è autoreferenziale e, come tale, necessariamente provincialesco, di cattivo gusto».

Questa metamorfosi sta funzionando?

«I personaggi del Grande fratello non riescono a superare la dimensione del gossip per passare a uno storytelling che darebbe senso e seguito al programma».

Non è un passaggio semplice: il trash è più di impatto dello storytelling. È possibile che chi guarda il Grande fratello ne disprezzi gli eccessi, ma alla fine è ciò che vuole vedere, magari per sentirsi migliore.

«Non sono d’accordo che il trash sia più impattante: lo storytelling fidelizza, il trash no. Il trash si fa storytelling nel gossip, nelle storie dei vip, Belen e Stefano De Martino, Ilary Blasi, Francesco Totti e Noemi, Fabrizio Corona e Nina Moric. Invece, il pubblico del reality è attualmente quello che, sentendosi socialmente inferiore, gioisce a vedere qualcuno più maleducato, incapace e sfigato di lui. Lo sfigato vuole vedere altri prototipi di sfigati. Ma proprio questo conferma che l’intento dell’editore è selezionare un pubblico migliore».

Quindi come dovrebbe essere declinato il reality?

«Mi sembra che Pier Silvio abbia in testa un prototipo vincente, cioè Maria De Filippi. E voglia tradurre la sua tv in questa chiave. Prendiamo C’è posta per te, la parte che si svolge in studio è un reality nel senso letterale del termine perché è una realtà che si forma di fronte alla telecamera. Ma a differenza di altri reality come il Gieffe, che oggi è inconsistente perché i personaggi hanno poco da raccontare e quindi non fidelizzano il pubblico, De Filippi crea un impatto narrativo con una drammaturgia da feuilleton, che garantisce la partecipazione emotiva del pubblico. Lei lavora su dei topos (formule ndr) antichissimi. In particolare il tradimento del legame familiare. La miseria e la sopravvivenza, l’abbandono e il tradimento, la passione in conflitto con l’amore materno. È tutta una “matarazzata”, dai film di Raffaello Matarazzo».

Perché questo tipo di racconto è efficace?

«Perché desta stupore che esista ancora nel presente una società così arcaica, dove si soffre, si tradisce, si ama e non si fanno i selfie. Il Gieffe è un selfie collettivo, che scivola sulla superficie dell’immagine, ma non riesce a costruire storie. Gli ospiti della De Filippi sono del secolo scorso e ispirano anche la fiction di Mediaset».

Non sarà che il Grande fratello è un format datato?

«Purtroppo il Gieffe nasce come format psicologico. A questo proposito se dovessi scegliere un commentatore, chiamerei uno psicologo televisivo, un Paolo Crepet con i suoi maglioni colorati. Il Gieffe è nato come format psicologico in una fase in cui la psicologia era solamente individuale. Oggi la psicologia è soprattutto sociale e il controllo è ben superiore a quello immaginato da George Orwell».

Quindi per rifondare la linea editoriale basta eliminare gli influencer e assumere giornalisti prestigiosi? «Non basta sostituire gli influencer con i giornalisti affermati per rendere il programma più autorevole. Le prestigiose Cesara Buonamici e Myrta Merlino sono fuori contesto. In più, mi spiace dirlo, mancano di quella vocazione nazional popolare che fa scattare nei programmi generalisti l’identificazione del pubblico. Abbiamo detto all’inizio che la tv generalista commerciale ha un target medio/basso, la donna tatuata. Qualcosa di simile avviene con Nicola Porro che è sicuramente un eccellente conduttore turboliberista, ma stenta a imporsi perché differisce antropologicamente dal suo target».

Parlando di storytelling e giornalisti, cosa pensa di Giampiero Mughini concorrente del Grande fratello?

«È un aggiornamento al format, non più una bolla spazio temporale, ma un microcosmo connesso con il mondo che gli altri concorrenti non sono abituati a frequentare. È come portare i libri nell’isola dei naufraghi. Dopo il marciatore che si allena, lo scrittore senza pc. Manca solo il politico trombato».

Perché Bianca Berlinguer è sempre attaccata dalla critica e dal giornalismo benpensante?

«Bianca ha declinato il talk in una chiave che a Mediaset funziona meglio che a Rai 3. Berlinguer ha sempre utilizzato in alternativa alla predica una chiave leggera che le permette di trasformare la politica da informazione a infotainment. Però il suo infotainment non è mai Vanity Fair, ma attraverso il dialogo confidenziale con l’ospite ne esalta il tratto umano inedito. In un certo senso, è come se fosse un po’ stanca del carico ideologico portato dal suo cognome e preferisca far emergere piccole verità più che verità assolute. Come dimostrano i dialoghi con i due opposti. Mauro Corona è il vergine che rappresenta lo straniamento. Alessandro Orsini il professorone che rappresenta l’eretico, odiato dal mainstream. Proprio per questo le parti che funzionano meno sono quelle più tradizionali».

Facciamo una previsione: l’erede vincerà la scommessa? Ce la farà, mentre la Rai si sposta a destra, a riequilibrare Mediaset a sinistra arruolando Berlinguer, Merlino e Littizzetto?

«I due figli del primo matrimonio Marina e Pier Silvio hanno sempre anteposto l’azienda alla politica. Credo che a loro non interessi altro che il futuro di Mediaset. Che, per espandersi, deve esprimersi politicamente con la maggioranza europea. Vedremo se l’erede Pier Silvio riuscirà là dove il patriarca non è riuscito, cioè creare una tv europea, perché è entrato in politica».

Infine, non posso non chiederle il suo pensiero sullo spot di Esselunga.

«Le storie che racconta la pubblicità sono finalizzate al consumo. Infatti gli interpreti sono sempre sovratono e la finzione è manifesta. I dialoghi sono sempre perentori e impositivi rispetto al prodotto. Invece lo spot Esselunga è girato come un film e ha un linguaggio cinematografico anziché pubblicitario. Qui il prodotto è una pesca, che dà nome al film e compare al centro della scena sul binario che la trasporta alla cassa. È la protagonista del film. È un oggetto intriso di emotività. In quanto al fatto che, secondo i critici, un Presidente del Consiglio non debba cedere alla ricerca dell’empatia, mi risulta che i coach allenino i politici a mostrarsi umani. Basta ricordare l’algido Mario Monti che si presentava in televisione con un cagnolino in braccio. La verità è un’altra. In un’epoca in cui si procede col pilota automatico delle varie agende internazionali, la politica non esiste più. Una volta c’erano i programmi dei partiti, oggi si deve seguire un copione scritto altrove e le critiche al potere si spostano dal politico al privato che, invece, non c’entra per nulla. Non a caso, il mainstream non critica Giorgia Meloni perché porta avanti l’agenda Draghi, ma perché preferisce la famiglia alla liquidità woke».

 

La Verità, 30 settembre 2023

Un reality dei migliori per guarirli dalla «melonite»

A un certo punto, nel bel mezzo di una stagione intrisa di patologie incontrollate – dall’invasione dei migranti all’inflazione, dall’innalzamento ritmato del tasso sul costo del denaro ai blocchi del traffico orditi da Ultima generazione – una strana sindrome prese a diffondersi negli interstizi delle centrali del potere. Colpiva per contagio, attraverso la confermazione reciproca che si espandeva con la frequentazione del medesimo circuito mediatico. Gli stessi talk show, gli stessi editoriali, gli stessi siti d’informazione. Un gioco al rimbalzo che propagava il virus della melonite senza che chi lo contraeva se ne avvedesse, tanto era una patologia condivisa e aggravata dalla sicurezza di essere nel giusto. Sì perché essa attecchiva più facilmente sul terreno arato dal complesso di superiorità. All’inizio si era manifestata come un malessere a bassa intensità, un nervosismo serpeggiante del quale non si riuscivano a individuare le cause né a circoscrivere le fasce a rischio. Poi, a un anno dalle elezioni che avevano consegnato il Paese alle destre, pian piano la nebbia si era diradata. La melonite era la malattia delle élite. Il morbo dell’establishment. Una patologia ossessiva che colpiva le classi dei migliori, lasciando immuni gli strati umili.

Dopo decenni di controllo del potere, improvvisamente, si era andati a votare e Giorgia Meloni aveva inusitatamente vinto. Il maggior partito della sinistra, abituato a governare per diritto divino senza bisogno di primeggiare, aveva accusato il colpo e, pur con i suoi tempi, aveva sostituito il grigio segretario figlio della tecnocrazia post-democristiana, con una giovane militante cresciuta tra la Svizzera e i centri sociali, molto sensibile all’armonia dei colori.

Nel Paese occidentale dove, secondo alcuni autorevoli studi, gli operatori della comunicazione erano spostati più a sinistra rispetto all’orientamento dell’opinione pubblica, sembrava di vivere in una sorta di distopia. Fu così che la melonite prese a ramificare nelle sue diverse varianti. La variante Bilderberg, per esempio, aveva colpito la conduttrice del talk show più seguito nei salotti cool. Allorquando pronunciava il cognome del premier come in un rap compulsivo – allora la Meloni, intanto la Meloni, adesso la Meloni – l’inflessibile anchorwoman con un passato da europarlamentare ulivista, non riusciva a trattenere l’arricciamento del labbro superiore in una smorfia di ribrezzo che sembrava un tic nervoso. Era lo stadio più acuto. Pur avendo teorizzato la necessità di dare maggior potere alle donne per contrastare la politica del testosterone, ora che, per la prima volta, si era affacciato un premier donna, il talk della giornalista di sangue tedesco era divenuto il focolaio del contagio. Che, con l’abitudine a intervistarsi tra loro, si espanse rapidamente tra i conduttori della rete.

La variante livida aveva intaccato l’espressione facciale del direttore del giornale della più influente famiglia imprenditoriale il cui cognome identificava il capitalismo italiano per eccellenza. Ciò nonostante, sul quotidiano di sua proprietà si esibivano le firme più antagoniste e radicali del villaggio. Nel caso del megadirettore, un habitué del focolaio, la melonite si manifestava con un impercettibile digrignar dentale che alla lunga gli stampava in volto una piega di tristezza sabauda. Quando poi era costretto a pubblicare sondaggi che certificavano la popolarità del premier, lo stridore dei denti diventava ancora più fastidioso.

La variante più goliardica, insidiosa e paragura si esprimeva invece nella narrazione di uno dei siti più consultati dal bel mondo. Il suo era un caso da manuale perché proprio l’avvento del nuovo premier aveva determinato la svolta nelle cadenze del portale. Prima irriverente ai diktat della gente che piace, si era convertito al verbo quirinalizio, istituzionalizzandosi. Al mefistofelico fondatore del sito, ogni tre post ne partiva uno contro il premier e il suo cerchio tragico di cui prospettava l’imminente autodafé, l’isolamento interno e l’emarginazione internazionale. Fino ad attribuire al primo ministro certe crisi di panico e il ricorso a psicofarmaci.

Infine, l’ultima variante era quella nera. Una vecchia storia che affiorava limacciosa, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E colpiva alcune firme del giornalismo militante annidato nell’altro giornale di proprietà della solita famiglia di grandi imprenditori. A riassumerle tutte, quasi un prontuario sanitario vivente, c’era la variante iconografica che aveva infettato irreparabilmente un fotografo dal glorioso passato. Com’era nella sua estetica, egli non risparmiava sfumature e si abbandonava a insulti e sputacchi per esternare il disprezzo contundente. Rabbia, visceralità, saccenza, snobismo: gli ingredienti c’erano tutti. Ma i suoi toni erano talmente accaniti che pochi lo consideravano davvero mentre lui seguitava a invecchiare peggio.

L’espandersi del virus però qualche effetto l’aveva prodotto anche sul premier, a sua volta affetto dalla sindrome di accerchiamento. Così, anziché contornarsi di consiglieri competenti e collaboratori autorevoli, si era colpevolmente trincerato con poche persone fidate, principalmente famigliari.

Svelata anche dal sorprendente successo del pamphlet di un generale dei paracadutisti sfuggito alle maglie dell’editoria di regime, le conseguenze della distopia finivano per cristallizzarsi. Da una parte i migliori, colpiti dal virus. Dall’altra il premier, sempre più propenso ai compromessi per non inciampare sui poteri forti a ogni disegno di legge e arroccato con il clan, collezionista di gaffe. Sembrava una situazione irreparabile. Nessuno aveva un’idea. Nessuno coltivava lo straccio di un vaccino.

Finché un giorno accadde un fatterello all’apparenza marginale. Si sa com’è, a volte l’ispirazione viene da un episodio minore. Un giornalista e scrittore che viveva a Roma in una confortevole abitazione foderata di libri e opere d’arte, un intellettuale abituato a vagliare gli argomenti uno a uno, decideva di abbandonare i propri agi e di recludersi nella casa di un famoso reality show. Senza giornali e telefonino quanto sarebbe resistito? Chissà. Così a un grande produttore televisivo venne l’idea. Perché non proporre alle persone affette dalla melonite un periodo di detox? Sì, un reality show dei migliori. Più che un vaccino, il reality poteva essere la terapia della realtà parallela, la bolla nella quale gli ammalati erano immersi. L’idea divenne virale. Il produttore era sicuro e depositò il progetto. Male che andasse, sarebbe stato un interessante esperimento sociale, dai promettenti risvolti comici. Messe a punto tutte le precauzioni, dotata la casa di ogni comfort, si erano rotti gli indugi. Pur scettici e riluttanti, i colpiti dal morbo avevano accettato di entrare nella bella residenza dove sfogare tra loro le accuse contro il nemico. Allo scopo di disintossicarsi, avevano rinunciato a giornali, tv, siti, wifi e a tutte le tecnologie indispensabili per dettare la linea. Non era stata una passeggiata, tutt’altro. Il complesso di superiorità era duro a morire. Gli inquilini avevano dovuto superare pericolose ricadute e crisi di astinenza. Fu trovata anche qualche monografia giornalistica antipremier fatta entrare di soppiatto nella casa. Ma, alla fine, ce l’avevano fatta ed erano tornati rigenerati e ringiovaniti alla loro vita e alle loro professioni. Il sistema dell’informazione ne aveva guadagnato in equilibrio e capacità di valutare l’operato della politica senza pregiudizi. Il clima di tutto il villaggio aveva acquistato in serenità. E anche il premier si era tranquillizzato. Ora non aveva più alibi per rinviare la realizzazione del suo programma di governo. Nel Belpaese era iniziata una nuova èra. Certo, non che fosse tutto perfetto. Alcuni problemi persistevano sul fronte internazionale. Soprattutto a causa del comportamento dei poteri continentali e degli Stati fratelli, ingerenti in campo economico e invece latitanti quando si trattava di condividere le crisi sovranazionali. Ma i più ottimisti erano convinti che, ben presto, qualcuno avrebbe cominciato a mettere la testa anche su questo…

 

La Verità, 26 settembre 2023