Tag Archivio per: Mentana

Pier Silvio loda Giorgia e non chiude a Vannacci

È un Pier Silvio in buona forma quello che mercoledì sera negli studi di Cologno Monzese ha tenuto banco per tre ore illustrando il progetto di tv europea perseguito da MediaForEurope (Mfe), il boom di audience a ruota della Ruota della fortuna, le nuove proposte per la stagione 2026-2027 e non si è risparmiato nelle risposte a tutto campo anche su Roberto Vannacci, Donald Trump e Giorgia Meloni. Rispetto ad altre uscite, sembra subire meno la fascinazione politica, ma qualcosa dice lo stesso. «Gli attacchi di Trump mi hanno infastidito. Stimo il primo ministro, meglio di come si è comportata Giorgia Meloni sarebbe difficile. Ha mostrato equilibrio nel preservare l’alleanza, ma senza mollare il punto. Sono orgoglioso di essere italiano e da italiano devo essere con lei e sono con lei». Il passaggio sul fenomeno Vannacci sembra invece correggere l’aut aut posto di recente dalla sorella Marina tra Forza Italia e il generale. Se alla fine rientrasse nella coalizione, come dovrebbe comportarsi il partito di Antonio Tajani che è venuto qui a Cologno per confrontarsi con voi? «Non ho la presunzione di dire né al governo né a Forza Italia come devono agire nei confronti del generale. È un bravo comunicatore, ma un conto è la propaganda, un altro scrivere un programma politico. Vedremo se quello di Vannacci sarà coerente e compatibile con quello del centrodestra e di Forza Italia». Forse il portavoce di Marina Berlusconi, Manrico Lucchi, presente in sala, avrà preso nota.
Dunque, Berlusconi jr è in forma nonostante l’incidente automobilistico subito alla vigilia del terzo anniversario della morte del padre, al quale si è comunque presentato tonico («volevo fosse una festa con tutti i dipendenti») come stasera. E allora, via a raccontare la nuova tv europea che dall’Italia si allarga alla Germania, dove ora Mfe possiede il 75% di Prosiebensat1, e comprende Austria e Svizzera, oltre al Portogallo, che si aggiunge alla Spagna, dove c’è da sempre. In quest’anno sono successe molte cose. «Non c’era La Ruota della fortuna che ha cambiato un po’ le sorti della tv italiana», rivendica «con orgoglio. E non eravamo ancora sbarcati né in Germania né in Portogallo, per realizzare un agglomerato di tv europea che si poggia sulla tv generalista». Si vede che è una visione che lo motiva perché era già nelle ambizioni di Silvio Berlusconi, quando alla spagnola Telecinco abbinò la francese La Cinq. «Ci lavoriamo come pazzi da settembre», dice Pier Silvio. «Però, a un certo punto, ho capito che dovevamo ripartire da quello che siamo, editori televisivi, investendo sul prodotto, in controtendenza con i broadcaster che disinvestono». Serve un’evoluzione basata su «integrazioni e sinergie…». L’ad di Mfe ripete la parola «coraggio» per fronteggiare le multinazionali digitali con «la creazione di nuovi contenuti davvero crossmediali». I dati consentono buone dosi di ottimismo perché positivi sia in termini di audience che di fatturato. E in anticipo sulle previsioni nel conseguimento degli obiettivi (nel 2025, rispetto al 2020, + 149% di ricavi, + 117% nell’utile netto e + 140% nell’impiego di personale). «Non siamo un fast-food internazionale. Anche sul digitale dobbiamo far vivere i nostri contenuti, creando un’unica digital platform europea», annuncia, facendosi aiutare da slide che evidenziano la presenza di quattro marchi del gruppo (Verissimo, Grande Fratello, Amici e Zelig) nella top 5 dei social network italiani (il quinto è X-Factor). In uno scenario che comprende le guerre, la  variabile Trump e la concorrenza digitale, «la battaglia è tostissima. Ma noi siamo forti perché unici, siamo grandi perché europei», sottolinea Pier Silvio. Evidenziando, in realtà, una dicotomia tra prospettiva continentale e dimensione locale non facilissima da comporre.
Dopo la parte visionaria, tocca a Federico di Chio, direttore generale Marketing strategico, la comunicazione dei risultati della stagione trascorsa e dell’offerta della prossima. I numeri sorridono al Biscione. In prima serata (20.30-22.30) sul totale individui, fino al 10 giugno, cioè prima dell’inizio dei Mondiali di calcio, Mediaset conquista il 38,9% mentre la Rai si ferma al 36,9. Se invece si arriva fino al 4 luglio, Mediaset sale al 39,2% e la Rai si assesta al 37. Cioè, a sorpresa, con i Mondiali, il vantaggio del Biscione aumenta (forse diminuirà ora che i match diventano più interessanti). Ovviamente, il divario è maggiore nel target commerciale 15-64 anni. Su tutto, si stende l’influenza magica della Ruota della fortuna, «vincente tre sere su quattro su Affari tuoi». Nell’ultima stagione tra le 20.30 e le 22.30 lo share di Canale 5 è passato dal 14,3 al 21,3%, 7 punti in più che corrispondono a «un incremento del 50%», rimarca di Chio. Per la nuova stagione, oltre alle conferme dei marchi classici targati Maria De Filippi, al Grande Fratello vip, a un’edizione rinnovata dell’Isola dei famosi condotta da Selvaggia Lucarelli, Canale 5 punterà su alcuni eventi. Si comincia con Una storia importante con Eros Ramazzotti, poi Dive (con le grandi interpreti della canzone italiana), uno show con Gigi D’Alessio per celebrare la canzone napoletana, Un paese mille canzoni diretto dai Pooh e i concerti di Irama, Achille Lauro, Emma e Giorgia. Nella fiction, oltre ai ritorni delle serie con Sabrina Ferilli e Vanessa Incontrada, spicca Il mio nome è Carlo, tv movie sulla vita di Carlo Acutis, programmato il 12 ottobre, nel ventennale della morte. In seconda serata tornerà Risiko di Federico Rampini e spunterà un approfondimento politico di Bianca Berlinguer che, invece, su Rete 4 si sposterà al mercoledì. «È una decisione mia», fa sapere Pier Silvio. «Credo abbia senso che si smarchi da un prodotto concorrente che guarda dalla stessa parte. Andrà in onda al mercoledì e al martedì Milo Infante, che condurrà anche Ore 11», dice a conferma delle indiscrezioni dei giorni scorsi. La novità è il raddoppio dell’access primetime, con Paolo Del Debbio dal lunedì al giovedì e Realpolitik dal venerdì alla domenica. «Non è una bocciatura di Tommaso Labate, il 4% di media lo considero un buon risultato», chiarisce Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione del gruppo. Tutte le altre prime serate della rete all news restano confermate.
Espressa la soddisfazione per l’acquisizione delle Atp finals di tennis di Torino, negato qualsiasi veto alla collaborazione di Barbara D’Urso con la Rai, esternata l’apertura ad Amadeus, «se c’è un progetto editoriale», ora che Urbano Cairo ha detto che i rinnovi contrattuali non sono automatici, va registrata quella verso Enrico Mentana: «Per lui nutro stima, affetto e gratitudine in quanto fondatore del Tg5, perciò porte aperte», butta lì Berlusconi jr, e se son rose… Si chiude sull’agognato anticipo della prima serata: «Se la Rai, che è servizio pubblico, accorcia l’access, noi che siamo tv commerciale, la seguiremo. Un paio di stagioni fa noi avevamo ridotto il nostro, ma dalla Rai non abbiamo visto nessuna reazione. Perciò, adesso stiamo a guardare». E buona estate a tutti.

 

La Verità, 10 luglio 2026

Vannacci e il momento Gronchi rosa di La7

Muniti di popcorn, si era in tanti l’altra sera, sintonizzati su La7. E, bisogna ammetterlo, l’ospitata di Roberto Vannacci a Otto e mezzo non ha tradito le attese. Oltre al regalo del quasi record di ascolti (9,9% di share e 1,7 milioni di telespettatori conquistati senza che Enrico Mentana ne annunciasse la presenza nel talk show che seguiva il tg), il generale può appuntarsi al petto la medaglia di aver trasformato Lilli Gruber e la sua degna spalla, Lina Palmerini, editorialista del Sole 24 ore, in imprevedibili sostenitrici del governo Meloni. Una vera chicca. Una primizia assoluta.

Con tanto di blob di comizi e dichiarazioni – un inedito per il talk gruberiano – si parlava del rapporto con la Lega di Matteo Salvini. Bene: il fondatore di Futuro nazionale l’avrebbe machiavellicamente usata per costruirsi pian piano il suo partito. Insomma, un Salvini vittima, finito nelle fauci del generale cattivo. L’altra novità è stata quando, contestando la remigrazione, le due intervistatrici hanno preso le difese di Giorgia Meloni, meritoriamente impegnata in Europa per far approvare il decreto Asilo sui migranti. Pur di attaccarlo, pur di far cadere Vannacci in contraddizione, tornava utile schierarsi persino dalla parte dell’odiato premier. Momento stracult. Da pizzicotti controprova, sto sognando o son desto?

Anche i muri più monolitici hanno qualche fessura, qualche minuscola crepa. Com’è stata questa smentita della descrizione di La7 fatta proprio da Mentana a un festival della televisione. La rete nella quale va in onda il suo tg è ciò che era Rai 3 fino a qualche anno fa. Una rete monocorde, nella fattispecie antimeloniana, in cui i vari conduttori suonano tutti lo stesso spartito. E difficilmente potrebbero condurre altrove il loro programma (a differenza del suo tg che potrebbe essere riproposto ovunque). Ecco perché Gruber e Palmerini «salviniane» e «meloniane» sono roba da Blob, da Tivuteca, da Techetechetè dell’informazione. Sono il Gronchi rosa di La7. Un unicum come se, ai tempi, Michele Santoro e Marco Travaglio avessero spezzato una lancia in favore di Silvio Berlusconi.

Gruber e Palmerini schiumavano e si stizzivano davanti all’interlocutore che replicava, in pieno controllo, con i suoi argomenti tutti d’un pezzo. Ma, à la guerre comme à la guerre, non gli risparmiavano colpi bassi. «Lei è un marito fedele?»; «E se scoprissimo che lei è gay?»; «E se sua figlia le dicesse di essere omosessuale?»; «Nell’idea di Vannacci la moglie lava i piatti per il coniuge».

Che autogol metterla sulla rissa con un generale…

 

La Verità, 12 giugno 2026

Porta a Porta database della storia recente

Ufficiale, (auto)celebrativo, istituzionale: non poteva che essere così lo Speciale Porta a Porta – Trent’anni della nostra vita, in prima serata su Rai 1 (, mercoledì, ore 21,45, 950.000 telespettatori, 7,1% di share). Per l’occasione c’è anche la band, ma il talk show di Bruno Vespa, autorevolmente ribattezzato «terza camera del Parlamento», emana quell’aura di istituzionalità che gli conferiscono le doti di navigatore di lungo corso del suo conduttore: «Buonasera, sono entrato in questo Centro di produzione della Rai a Roma all’inizio del 1969, dopo aver vinto il concorso nazionale per radiocronisti e telecronisti. Qui ho diretto per quasi tre anni il Tg1 e da qui, il 22 gennaio 1996 con Porta a Porta cerchiamo di raccontare l’Italia e il mondo». È l’ambizione del giornalista e anchorman che, con un timbro persistente di moderazione, ha mantenuto inossidabile il suo profilo di autorevolezza ed equilibrio. Alcuni grandi momenti di svolta della vita politica del Paese sono avvenuti nello studio con le poltroncine bianche di Porta a Porta, una su tutte la stipula del contratto con gli italiani di Silvio Berlusconi. «Nove presidenti del Consiglio su 10 sono stati ospiti del programma», sottolinea con orgoglio il conduttore. Gli auguri per la ricorrenza arrivano da ogni parte, «anche noi non potevamo mancare al programma che ha messo a nudo la politica italiana, l’Onlyfans del giornalismo», compensa Fiorello la formalità inevitabile di queste occasioni commemorative. L’incursione dello showman è una scarica di adrenalina prodotta dall’intelligenza artificiale: Bruno Vespa s’impenna sulla vespa e sulle note di Vespa special dei Lunapop. Fiorello introduce l’ingresso di conduttori e cantanti, da Mara Venier a Valeria Marini, da Al Bano a Carlo Conti, da Iva Zanicchi a Milly Carlucci per il momento amarcord del servizio pubblico e della cultura «nazionalpopolare». Ma la vera sfilata inizia con i leader di tutti i principali partiti, dopo i ringraziamenti, gli omaggi e gli auguri, su tutti quelli, non formali, di papa Leone XIV. Al fianco di Vespa, Enrico Mentana aiuta il rimbalzo dagli spezzoni di archivio all’attualità problematica interna e internazionale in una specie di ritorno al futuro della politica e del giornalismo. Vespa vanta le grandi interviste, i viaggi nei luoghi dei conflitti, da Ground zero a Kyev, e i plastici legati alla cronaca più tragica, da Cogne ad Avetrana a Garlasco. L’ambizione è essere il database della storia e della memoria recente del Paese. Auguri anche da noi.

 

La Verità, 23 gennaio 2026

Il Tg1 dà buca a Donald e Bibi per Renato Zero

Da qualche tempo, più di prima, gli ultimi dieci minuti di molti telegiornali sono dedicati a notizie leggere, moda, musica e cinema. Se ne capiscono le ragioni: la prima parte dei notiziari e un’infilata di tragedie, dai fronti bellici con relativi scenari di morte, alla cronaca nera e nerissima, perciò i servizi di alleggerimento sono sempre più indispensabili, per compensare. Poi c’è anche un altro motivo, le news frivole portano ascolti e, dunque, bisogna farsene una ragione. Che, tuttavia, a volte non regge. Solitamente, a quel punto del tg, inizia il mio zapping perché dell’ultimo tour di Damiano dei Maneskin, per dire, m’interessa il giusto. Lunedì sera, a due terzi del Tg1 è partito un servizio sui 50 anni della griffe Armani con tanto di elogi di Richard Gere e Glen Close, ma una volta migrato su La7 mi sono trovato in diretta con la Casa Bianca. «Entrano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Mark Rubio», stava dicendo Enrico Mentana che, di seguito, elencava alcuni dei 20 punti dell’accordo di pace siglato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. I quali, di lì a poco, facevano il loro ingresso nella sala delle conferenze e con l’enfasi che conosciamo annunciavano di essere protagonisti di «una giornata storica» (parole del tycoon). Mantenendo i piedi per terra sono tornato sul Tg1 dove c’era Renato Zero che cantava mentre sul Tg5 si annunciava un servizio sulla Ruota della fortuna. Erano da poco passate le 20,25 e ho ripiegato nuovamente sul TgLa7. Un Trump trionfante e minaccioso ribadiva che se Hamas non avesse accettato il nuovo piano di pace avrebbe aiutato Israele a finire il lavoro. Un ulteriore controllo sul Tg1 mi permetteva di apprendere dell’esistenza di Bad Bunny, un rapper portoricano di successo. Mentana sforava scusandosi per aver sacrificato le altre notizie, ma l’annuncio proveniente dalla Casa Bianca doveva avere priorità. In contemporanea, anche 4 di sera su Rete 4 si era collegato con la sala delle conferenze per ascoltare Trump e Netanyahu, mentre su La7 partiva il consueto, interminabile, blocco pubblicitario che precede Otto e mezzo. Intanto, su Ra 1 iniziava Cinque minuti, ospite il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’uomo giusto, ho pensato. Invece, si parlava della Flotilla e dei rischi connessi alla violazione del blocco navale. In un passaggio, il ministro auspicava l’arrivo in serata di buone notizie dall’incontro tra il presidente americano e il premier israeliano così da rendere ancor più superflua la missione «umanitaria» delle imbarcazioni nel Mediterraneo. Erano già arrivate quelle notizie, ma a Rai 1 ancora non lo sapevano.

 

La Verità, 1 ottobre 2025

Altro che «vecchio», il Tg1 batte tutti sui social

Mica male la notizia. Il Tg1 è più social del Tg La7. E anche di una lunga sfilza di programmi della rete di proprietà di Urbano Cairo. Oltre che di Report di Rai 3 che, piazzandosi al secondo posto nella speciale classifica delle «interazioni», risulta la testata rivelazione. È il risultato sorprendente della Top 15 del mese di ottobre elaborata da Sensemakers per Primaonline.it. L’istituto monitora mese per mese le prestazioni di testate giornalistiche, talk show e programmi giornalistici sui diversi social network, testando in due specifiche classifiche il numero di interazioni (reazioni, commenti, condivisioni e like sulle cinque principali piattaforme) e quello di visualizzazioni dei contenuti video (sulle stesse piattaforme tranne TikTok). Ebbene, il tg diretto da Gian Marco Chiocci conquista nettamente la vetta in entrambi le graduatorie. Nella prima, puntando soprattutto su TikTok, totalizza 780.000 interazioni (a settembre erano state la metà) davanti aReport che si ferma a 738.000. Mentre il tg di Enrico Mentana, pur registrando un incremento del 18%rispetto a settembre, si assesta al terzo posto con 710.000 interazioni. Segue, in questa specifica classifica, una serie di programmi di La7, interrotta al nono posto dal Tg3 (193.000 interazioni) e, al dodicesimo, da Fuori dal coro di Mario Giordano (138.000).
Nella graduatoria delle «video views» il Tg1 raggiunge 26,8visualizzazioni distaccando notevolmente il Tg La7 che si aggiudica la seconda piazza con 17,4 milioni. Al terzo posto, In altre parole di Massimo Gramellini (12,6 milioni) che precede Pomeriggio 5 di Myrta Merlino (7,4). La performance del telegiornale della prima rete Rai è, dunque, completa e sorprendente, perché smentisce il luogo comune che lo dipinge come una testata rivolta a un pubblico anziano e passivo. In realtà, appurato che in ottobre partono tutti i programmi della stagione tv e che le varie testate elevano almassimo regime il funzionamento dell’attività destinata ai social media, va riconosciuta anche l’attenzione riservata dal tg di Chiocci agli spettacoli, al costume e allo sport, tutti contenuti destinati a una seconda vita social.

***

Lunedì sera intervista al premier Giorgia Meloni ha consentito a Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4 di superare il 6% di share (media di 900.000 telespettatori), distaccando sia La torre di Babele di Corrado Augias (La7: 4,6%, 818.000), sia Lo stato delle cose di Massimo Giletti (Rai 3: 4,2%, 700.000) nella sempre più affollata serata d’inizio settimana.

 

La Verità, 5 dicembre 2024

Berlusconi jr: «Mediaset primo editore italiano»

Bianca Berlinguer e Myrta Merlino confermate. Il Grande fratello, promosso, rimandata L’Isola dei famosi. L’espansione di Discovery Warner Bros? «Mi sembra una televisione che guarda indietro. È curioso scoprire che si accende un ipotetico terzo polo con conduttori e format presi dalla Rai. Sì, hanno provato a portarci via Maria De Filippi con una super offerta, ma siamo strafelici che Maria sia rimasta con noi». Su TeleMeloni: «La Rai non dovrebbe inseguire il successo dell’audience con singoli programmi. L’allungamento di Affari tuoi, un giochino che non richiede nessuna competenza per vincere, non è in linea con la missione del servizio pubblico». Enrico Mentana? «Le nostre porte sono sempre aperte».
È un Pier Silvio Berlusconi che si concede a 360 gradi quello che annuncia ai giornalisti convocati a Cologno monzese per un bilancio sulla stagione 2023-2024 che «siamo il primo editore italiano». Da settembre a inizio giugno le reti del Biscione hanno raggiunto nelle 24 ore il 40,8% di ascolto medio sul target 15-64 anni, mentre la Rai si ferma al 31,2. Anche nel target complessivo, sempre nelle 24 ore, la tv commerciale supera la tv pubblica: 37,7 contro 36,8% di Viale Mazzini. L’unica fascia dove Mediaset non vince è quella che va dalle 20,30 alle 22,30, dove l’espansione di Affari tuoi è decisiva. Anche per questo «Antonio Ricci sta lavorando per rendere più moderna e competitiva Striscia la notizia».
Tuttavia, sottolinea Pier Silvio, per Mediaset «non sarà possibile mantenere il primato ora che arrivano gli Europei di calcio». Comunque, Canale 5 e Rete 4 resteranno accese tutta l’estate. «Dario Maltese condurrà Mattino 5 e Simona Brachetti Pomeriggio 5», annuncia Mauro Crippa, direttore dell’informazione, mentre la coppia composta da Roberto Poletti e Francesca Barra sarà al timone dell’access prime time di Rete 4. Niente fughe in avanti, però. «Dei nuovi innesti siamo soddisfatti», assicura Berlusconi jr «Myrta Merlino a Pomeriggio 5 ha fatto un buon lavoro e il prodotto è migliorato. Di Bianca Berlinguer siamo molto soddisfatti, il prime time va alla grande. Si sa che l’access prime time è difficile per Rete 4, ma siamo soddisfatti e stiamo lavorando a nuovi prodotti con Bianca. E non abbiamo motivi per non riconfermare questo Pomeriggio 5 con Myrta Merlino».
Se battere la Rai non è la mission principale, ciò che conta è il volume di contatti offerto agli investitori grazie al sistema integrato che combina tv lineare e digitale, radio e Web. Anche per questo nel primo semestre del 2024 si confermerà la crescita della raccolta pubblicitaria del 6% registrata nello stesso periodo del 2023. Per documentare i motivi di soddisfazione Berlusconi jr racconta: «In passato, quando incontravo gli investitori ne uscivo sempre un po’ contrariato perché sentenziavano immancabilmente che la tv generalista era morta. Stavolta ci hanno chiesto come abbiamo fatto a ribaltare questa previsione, a conquistare ulteriore centralità e consolidare i nostri fondamentali». Perciò da Cologno si guarda con fiducia crescente a Mediaset for Europe con Spagna e Germania. Ma restando al «piccolo e superaffollato mercato italiano, il sistema Mediaset batte i giganti del Web», sottolinea Pier Silvio, spiegando col direttore marketing strategico Federico Di Chio che il gruppo ha raggiunto una quota di spettatori settimanale di 95,9 milioni (YouTube è a 38 milioni, Netflix a 13,5). La Rai però ribatte e contesta le cifre fornite da Mediaset: «La Rai nei primi cinque mesi del 2024 si conferma primo editore televisivo in Italia, distanziando le reti Mediaset nell’intera giornata e nel prime time». E Ancora: «Considerando le reti generaliste, la Rai ha circa 5 punti di vantaggio su Mediaset nell’intera giornate e ben oltre 7 punti di vantaggio nella prima serata. Va evidenziato come sia aumentato il divario tra Rai 1 e Canale 5 nel prime time rispetto allo stesso periodo del 2023. Nel 2024 Rai 1 ha fatto registrare un +7,3% di share rispetto a Canale 5».

 

La Verità, 6 giugno 2024

 

L’asso nella manica della Rai: Mina a Sanremo

Il succo è questo. Mentre i dirigenti Rai sono alle prese con le tessere da rimpiazzare nel puzzle dei palinsesti e Urbano Cairo conta i risparmi del salvadanaio di La7, nella provincia televisiva italiana atterrano gli americani. La concorrenza, vien da dire, si fa un tantino più vivace. È la legge del libero mercato. Ma oltre che di risorse, un fattore tutt’altro che marginale, è questione di prospettive. Di orizzonti. Di ampiezza del pensiero. Forse è il caso di rimboccarsi le maniche e farsi venire qualche idea, come sembra stia avvenendo dalle parti di Viale Mazzini. Finora, con le piattaforme over the top c’era poco da duellare. Anche con loro il confronto era ìmpari. Ma, in fondo, si rivolgevano a segmenti di pubblico minoritario. I ceti più abbienti, le classi medio alte. Adesso no, gli americani di Warner Bros. Discovery sbarcano nella televisione generalista. Perciò, è stato facile buttarla in politica. Lo smantellamento della Rai. L’estinzione del servizio pubblico. TeleMeloni fa scappare le star. Ecco Fiorello, Federica Sciarelli, Sigfrido Ranucci già incolonnati dai giornaloni dietro ad Amadeus, il cui approdo a Discovery è stato ufficialmente annunciato ieri (collaborerà alla realizzazione di nuovi formati per l’intrattenimento e condurrà un programma di access prime time, forse I soliti ignoti, e due di prime time: un’operazione da 100 milioni di dollari in quattro anni). E poi, rastrellando qua e là, Barbara D’Urso, Belen Rodriguez eccetera. Insomma, una pesca a strascico tra i volti noti più o meno irrequieti del villaggio provinciale. Non è finita. Il gruppo cui fanno capo Nove, Real Time, Eurosport e alcune altre reti, sta anche per aprire la nuova sede a Roma per lanciare il polo dell’informazione, acquisendo La7 o arruolando Enrico Mentana.

Allarmismo e toni apocalittici hanno riempito paginate e ramificato nell’infosfera. Con il solito retropensiero: il governo delle destre fa crollare persino gli equilibri dell’etere. Ma questa narrazione ha conquistato il record di smentite. Fiorello: «Nessuno mi ha chiamato, il mio contratto è solo con il divano». Warner Bros. Discovery: «Non c’è alcuna trattativa in corso da parte del gruppo per l’acquisizione del polo giornalistico di La7». Mentana: «Non vado da nessuna parte. Non ho difficoltà a dire che il mio contratto scade il 31 dicembre del 2024. Quindici giorni dopo compio 70 anni, cosa mi metto a fare?». Quanto all’apertura della nuova sede, nella capitale Discovery ha già i suoi uffici attivi e funzionanti. Infine, a proposito dell’acquisizione di altre star, la pesca a strascico non è nello stile del gruppo. Semmai si ragiona su un innesto o una nuova collaborazione a stagione. Così è stato in passato con Barbara Parodi, Maurizio Crozza, Roberto Saviano, Virginia Raffaele. E poi un anno fa con Fabio Fazio, l’arrivo che ha impresso la svolta alla strategia del gruppo perché gli ascolti di Che tempo che fa hanno dimostrato che sul pianeta della tv generalista c’è vita e hanno convinto i dirigenti a proseguire nella politica di espansione. Ma «non è la rivoluzione d’ottobre», è solo mercato, «e lo dobbiamo vivere laicamente», ha suggerito il solito Mentana in un’intervista alla Stampa nella quale ha scremato la schiuma militante dalle cronache del caso.

Tuttavia, soprattutto vista da Viale Mazzini, una questione di prospettiva e di rilancio della tv pubblica esiste eccome. A breve dovrebbe avvenire il passaggio di testimone tra l’amministratore delegato Roberto Sergio e il direttore generale Giampaolo Rossi, si vedrà se semplicemente con uno scambio di ruoli. Si parla di un ritorno di Marcello Ciannamea alla distribuzione e di un accorpamento dell’Intrattenimento day time e prime time in un’unica super direzione, con il recupero alla gestione del prodotto di Stefano Coletta (scelta perfetta se si vuol rendere ancor più arcobaleno il palinsesto serale). Al di là di tutto, rimane sul tappeto la necessità di un progetto editoriale di ampio respiro. Come il caso di Amadeus insegna, le star non se ne vanno principalmente per una questione economica, ma perché cercano nuovi stimoli, nuove prove nelle quali cimentarsi. Per contro, non potendo vincere la guerra sul terreno dei cachet, la Rai dovrebbe provare a farlo sul fronte delle idee, dell’identità e dell’immaginazione. Nel 1987 quando in un colpo solo Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti migrarono a Canale 5, l’allora direttore generale Biagio Agnes chiamò Adriano Celentano affidandogli le chiavi del sabato sera di Rai 1. Chi c’era ricorda come andò. La Rai riconquistò il centro della scena e riprese a dettare l’agenda pubblica. Ma per farlo occorre un disegno editoriale. Che non è appena riempire le caselle lasciate vuote dagli abbandoni. Il problema di che cosa fare del Festival di Sanremo ci sarebbe stato comunque, anche se Amadeus fosse rimasto in Rai. Un conduttore di format preserale si può trovare. Un direttore artistico dopo cinque edizioni di successo con le ricadute sugli introiti pubblicitari, le case discografiche e la fruizione del pubblico giovane, è un filo più complicato. Serve un’idea, un guizzo, un colpo di teatro. Serve sparigliare il copione di un Festival a misura di disc-jockey ed emittenza radiofonica. Serve qualcosa che somigli all’irruzione di Celentano di oltre trent’anni fa. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Fabrizio Salini aveva avuto la pensata giusta: Mina direttore artistico del Festival. Purtroppo non se ne fece nulla. Quando la signora della canzone italiana si disse disponibile a patto di avere carta bianca sullo spartito della manifestazione, i dirigenti Rai si dileguarono. Ecco. Pensare in grande vuol dire avere il coraggio di lasciare totale libertà di movimento all’artista più contemporanea di cui disponiamo. Un’artista che continua a studiare, ad ascoltare musica. Che, come dimostrano le collaborazioni della sua produzione recente, è aggiornata su tutte le novità della scena non solo italiana. Un’artista la cui (non) presenza all’Ariston sarebbe anche un grande colpo mediatico. In Viale Mazzini l’idea sta facendosi strada. Auguriamoci, stavolta senza retromarce.

 

La Verità, 19 aprile 2024

E l’overdose di Telecorona finì per cancellare il Tg

Improvvisamente, tutti sudditi di Sua Maestà. Era dall’8 settembre, giorno della morte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, che il Tg1 si preparava. Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è stato un piccolo contrappasso: lo speciale Elisabetta II, l’addio, immancabilmente condotto da Monica Maggioni, ha fagocitato il Tg1, ridotto a tre minuti di titoli telegrafici con i quali la povera Laura Chimenti ha sintetizzato i fatti di giornata. È stata la prevedibile conclusione di un martellamento di dieci giorni di tg della sera e di mezzodì farciti di servizi di corrispondenti e inviati, con le altre notizie ridotte in pillole. Per non essere fraintesi va detto che ieri l’evento c’era tutto. Alle solenni esequie della regina del Commonwealth partecipavano oltre 200 presidenti (esclusi i rappresentanti della Federazione russa, non invitati) e 500 dignitari provenienti da tutto il mondo. La tradizione, la solennità, la scenografia trasudavano di un’austerità e di un rispetto dell’autorità di altri tempi. E difatti, oltre allo Speciale Tg1, anche il TgLa7 con Enrico Mentana (Dario Fabbri ed Enrica Roddolo del Corriere della Sera) e Canale 5 con Silvia Toffanin (Cesara Buonamici e Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta il lungo addio. Quelli che stonano sono l’enfasi, la retorica e l’afflato condito da centinaia di aggettivi. Alle 14 Mentana ha ceduto la linea al telegiornale per dare le notizie di giornata, mentre sulla Rai 1 del presunto servizio pubblico si è andati avanti imperterriti con Telecorona. Bisognava seguire la cerimonia minuto per minuto senza perdere un battito di ciglia di Carlo III di Windsor e della consorte Camilla Shand, di Harry e William e delle loro mogli. O privarsi di un’inquadratura del percorso del feretro dopo la liturgia nell’Abbazia di Westminster, prima a piedi per le vie di Londra e poi in auto fino al Castello di Windsor, illustrato persino su Google maps. Così la cronaca in stile Downton Abbey si è dipanata per tutto il giorno. «In un’epoca in cui succedono milioni di cose in un istante», si è accorata Maggioni, «ci sono 4,5 miliardi di persone a guardare il rito lento e solenne di saluto alla regina». A sostenere l’imperversante direttrice c’erano i corrispondenti Marco Varvello e Natalia Augias, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il docente di Letteratura inglese alla Sapienza Andrea Peghinelli. Tutti hanno sottolineato le ali di folla sul percorso del corteo funebre perché «il popolo era affezionato alla regina, la narrazione dei populisti che divide il popolo dall’élite è sbagliata». Siamo tutti sudditi di Sua Maestà.

 

La Verità, 20 settembre 2022

Per Mentana è giusto ignorare sondaggi pacifisti

C’era un bel pezzo di storia della televisione italiana l’altra sera sul palco del Teatro Parioli di Roma dove il Maurizio Costanzo Show tornava per celebrare i 40 anni dalla sua prima messa in onda (Canale 5, mercoledì ore 23,55, share del 10,7%, 750.000 spettatori). Innanzitutto il conduttore stesso, che Michele Santoro, seduto al suo fianco, ha definito «la televisione con la t maiuscola». E poi un nutrito parterre de rois composto da Mara Venier, Carlo Conti ed Enrico Mentana, fino alla quota fluida, rappresentata da Drusilla Foer ed Eva Robin’s, oltre a Enrico Papi, Giuseppe Cruciani e Francesco Vaia dell’Istituto Spallanzani di Roma. Sullo schermo dietro gli ospiti scorreva il messaggio dell’amministratore delegato di Mediaset: «Celebrare i 40 anni del Costanzo Show è per me e per tutta Mediaset un grandissimo onore…». E, dunque, il clima dava la stura alle rievocazioni, a cominciare dalla storica staffetta antimafia Rai-Fininvest (non ancora Mediaset) del 26 settembre 1991, protagonisti proprio Santoro e Costanzo, fino alla discesa in campo di Silvio Berlusconi e la possibilità di fare informazione libera nelle sue reti. Già su questo argomento c’era stata qualche scintilla tra Mentana e Santoro. Ma i toni si sono infiammati appena il direttore del Tg La7 ha affermato che «non si può dire che Putin ha scatenato la guerra contro l’Ucraina e poi allo stesso tempo che Zelensky se l’è cercata». Santoro: «Già, non si può. Non si può proprio. Sentiamo solo un’unica grande fanfara, sul Covid come sulla guerra. E allora, mandiamo pure più armi e facciamo più morti! Macron ha detto che con Putin bisogna discutere perché è una persona intelligente. Se l’avessi detto io al Tg1 sarei diventato una vittima destinata alla fucilazione. Ho sentito definire Putin come un animale…». Mentana: «Perché, è un vegetale? Non vedo Mosca invasa dagli ucraini». Santoro: «La marcia Perugia Assisi con 25.000 persone è stata raccontata come una scampagnata di boy scout, mentre era un popolo che testimoniava che c’è un nemico più grande di Putin che si chiama guerra». Mentana: «La guerra l’ha scatenata una persona precisa». Cruciani: «Le posizioni pacifiste sono rappresentate nella televisione italiana ben più che altrove». Santoro: «Facciamo un sondaggio e chiediamo agli italiani se sono soddisfatti dell’informazione che hanno». Mentana: «Allora facciamo un sondaggio anche su cosa pensano della pena di morte…». Già, e se pensano male, sulla pena di morte come sulla guerra, qualcuno più illuminato indicherà loro dov’è il bene. Dev’essere per questo che i sondaggi dai quali emerge che sono contrari a mandare le armi in Ucraina sono serenamente ignorati.

 

La Verità, 29 aprile 2022

Da trent’anni il Tg5 è alternativa di leggerezza

Davvero una simpatica situazione». Ci vollero tutta l’autoironia e la prontezza di Enrico Mentana per sdrammatizzare il doppio infortunio all’esordio del Tg5, la sera del 13 gennaio 1992. Il primo servizio in scaletta su un omicidio a Genova non partì e nemmeno il secondo su un duplice delitto a Firenze. Il direttore-conduttore sollevò la cornetta… Era così atteso il debutto del telegiornale di Canale 5 che in sala di regia erano tutti paralizzati dall’emozione, incluso Lamberto Sposini che sovrintendeva in redazione. La squadra dei fondatori comprendeva anche Emilio Carelli, Cesara Buonamici e Clemente Mimun, gli ultimi due unici superstiti e attuali vicedirettore e direttore della testata.

Mentana, 37 anni, era un enfant prodige di Mamma Rai. Contattato da Gianni Letta, era approdato alla Fininvest nell’autunno del 1991 per competere con il Tg1. Anche Sposini e Mimun avevano alle spalle una formazione nella tv pubblica. La legge Mammì aveva permesso, ma anche imposto, che le reti commerciali trasmettessero un proprio notiziario e, dopo vari tentativi guidati da Emilio Fede, Canale 5 decise di fare le cose in grande. L’avvento del nuovo telegiornale rinverdiva la sfida al monopolio Rai e aggiornava l’epopea d’inizio anni Ottanta scolpita nel famoso «corri a casa in tutta fretta c’è un Biscione che ti aspetta». Con il Tg5 le tv commerciali completavano il passaggio all’età adulta. Per l’informazione fu un evento storico. Il nuovo telegiornale dava più spazio alla cronaca, praticamente ignorata da quelli ufficiali, più attenzione alla quotidianità della gente comune, riducendo al minimo indispensabile la politica, finora somministrata «come una medicina serale», aprendo a contenuti più leggeri.

Che però non fosse un esordio in discesa, come magari auspicava Silvio Berlusconi, e come, in un certo senso, il piccolo inconveniente della prima sera aveva preconizzato, lo si capì un mese dopo, con la deflagrazione di Tangentopoli (17 febbraio 1992). Paolo Brosio piantò la tenda davanti alla fermata del tram di Palazzo di giustizia. Era un’altra Italia. Alcuni dei protagonisti di quella stagione non ci sono più, altri hanno cambiato vita, altri ancora solo testata. Una costante, però, è rimasta invariata: il Tg5 come una grande possibilità. Come alternativa alle narrazioni ufficiali, intrise di politica quando non d’ideologie affini al momentaneo padrone del vapore. Come spazio d’informazione sintonizzato sull’italiano medio. Senza troppe pose e all’insegna di una certa leggerezza. Qualche volta pure troppa.

 

La Verità, 13 gennaio 2022