Tag Archivio per: Narcisismo

«La sinistra mi ha cacciato perché non sa più ridere»

Quello di Simone Lenzi, l’assessore alla Cultura di Livorno che si è dimesso a causa di un paio di post su X che hanno provocato la sconfessione del sindaco Pd Luca Salvetti, anziché spegnersi come una querelle di periferia, sta diventando, man mano che passano i giorni, uno di quei casi rivelatori di una patologia profonda. Ovvero: la mancanza di libertà di critica nella quale è precipitata una certa sinistra. In questa vicenda, l’ipocrisia è condita da un linguaggio distorto e da accuse fasulle di omofobia e transfobia. Che, letteralmente, significherebbero paura degli omosessuali e dei transessuali. Trattandosi poi di Livorno, la città dove nel 1921 fu fondato il Partito comunista italiano, la faccenda assume anche contorni simbolici. Andiamo, però, con ordine, dando la parola a un divertito Lenzi. Scrittore riconosciuto, sceneggiatore, front-man dei Virginiana Miller, rock band con un discreto seguito, e autore di canzoni, una delle quali (Tutti i santi giorni) vinse nel 2013 il David di Donatello come miglior brano originale del film omonimo di Paolo Virzì, per altro derivato da un suo romanzo.
La polemica non cessa: se l’è presa anche con Pierluigi Bersani, santone intoccabile della sinistra-sinistra.
«Ma no, non me la sono presa con Bersani… Solo che ha fatto un post sul libro di Piero Marrazzo riconoscendo che a volte si è più duri con chi si prende delle libertà sessuali che con chi ruba all’Inps. Naturalmente sono d’accordo con lui. Però gli ho fatto notare che non sono stati fatti grandi passi verso il pluralismo visto che il sindaco di Livorno, appoggiato dalla maggioranza Pd, mi ha fatto fuori per un commento estetico su una statua della Biennale d’arte contemporanea».
La stupisce che la accostino a Piero Marrazzo sebbene la sua vicenda sia parecchio diversa?
(Ride) «Personalmente, mi sono limitato a un commento estetico su una statua che giudicavo molto didascalica e, come tutta l’arte didascalica, profondamente noiosa».
Riavvolgiamo il nastro dall’inizio: lei si è dimesso o è stato fatto dimettere?
«Mi è stato chiesto di dimettermi e, per evitare al sindaco di rischiare una mozione di sfiducia, gli ho consegnato le mie dimissioni. Ho sempre pensato che il bene pubblico venga prima di quello privato».
Il motivo è il post contro la vignetta di Natangelo sul Fatto quotidiano sul massacro del 7 ottobre ordito da Hamas o sono i post precedenti, definiti transfobici?
«Quello contro la vignetta ha scatenato tutto. Poi sono andati a frugare nella timeline di X e hanno trovato cose vecchie per impacchettare il dossier».
Aveva scritto: «Ho uno champagne in frigo, pronto per quando chiuderà, sommersa dai debiti, la fogna del @fattoquotidiano, laboratorio di abiezione morale, allevamento di trogloditi, verminaio del nulla». Un po’ forte, lo riscriverebbe?
(Ride) «Visto che ha prodotto il mio licenziamento, magari no».
Sperava in un po’ più d’ironia dei suoi interlocutori?
«La cosa che più mi dispiace, non tanto per questo ma per gli altri post, è il fatto che la sinistra abbia smarrito la capacità di prendersi in giro, che era la sua più grande forza».
Si potrebbe pensare che lei sia scomodo in un momento in cui si lavora alla nascita del campo largo?
«Credo che lei sopravvaluti la mia influenza. Se poi me lo chiede, a me il campo largo non piace».
Questo mi era chiaro. Invece Elly Schlein le piace?
«Domanda tosta. È molto pop, come lo era Matteo Renzi ai suoi tempi. Ci sa fare. Resta però ancora indefinito quale popolo rappresenti».
Perché sono andati a ripescare il post in cui criticava la statua della Biennale che raffigura una donna con il pisello?
«Perché volevano costruire il dossier per procedere alla character assassination: prendi uno e lo metti alla gogna».
Sotto quella statua c’era una didascalia lapidaria: woman.
«Non mi piace l’arte che ti dice come devi pensarla su qualunque tema, non solo su questo».
Quell’unica parola era la provocazione?
«Infatti, ho scritto che non sono il borghese scandalizzato, ma il borghese annoiato da questa pedagogia».
Fobia significa paura e l’accusano di transfobia e omofobia: ha paura di trans e omosessuali?
«L’accusa di omofobia è assolutamente cretina, ma pure quella di transfobia. Perché: a) non ho paura di nulla; b) sono liberale e libertario e per me ogni adulto può fare ciò che vuole del proprio corpo».
A volte dando dell’omofobo si vuol dire che si odiano gli omosessuali: lei li odia?
«Assolutamente no».
Possibile che il sindaco Salvetti e Irene Galletti, capogruppo alla regione Toscana del M5s, non abbiano colto la sua autoironia sulle 28 identità sessuali?
«Infatti. A 56 anni provo sollievo nel non dovermi identificare in qualcuna di quelle 28 categorie. M’interessa più la buona cucina, ormai».
Livorno è sempre la città del Vernacoliere?
«Evidentemente non più».
È la città di Paolo Virzì e dei film in cui sbertuccia lo snobismo della sinistra?
«Speravo lo fosse ancora. Il problema è che quando prendi tutto sul serio, passa il bambino e dice “il re è nudo”. Ringrazio per la solidarietà Virzì, esponente di una sinistra che sa ancora prendersi in giro».
Nella lettera di dimissioni ha scritto che «alla sinistra, che avevo visto fin qui come la roccaforte di ogni libertà, della libertà autentica non interessa affatto». Giudizio pesante.
«Sì. Per sintetizzare ho coniato l’espressione “narcisismo etico”, che è quell’atteggiamento per cui è importante sembrare buoni e giusti, senza preoccuparsi di esserlo davvero».
Può precisare, sempre per l’importanza delle parole?
«L’unica cosa che conta è andare a letto la sera sentendosi parte della schiera dei buoni e dei giusti, anche se magari non abbiamo cambiato il mondo di una virgola».
Sostituendo all’eguaglianza l’inclusione come stella polare questa sinistra tende a escludere chi non si allinea al nuovo verbo?
«La metterei così: prima seguivamo grandi principi universalistici, venuti meno i quali è subentrato una sorta di tribalismo. E il tribalismo ha continuamente bisogno di capri espiatori».
Il narcisismo è un autocompiacimento, in fondo inoffensivo, nel quale ci si crogiola in una presunta superiorità?
«Esattamente questo».
Se fosse così i danni sarebbero contenuti: non le pare che la patologia della sinistra sia piuttosto l’esibizionismo etico?
«L’esibizionismo è una componente fondamentale del narcisismo».
Il sindaco che l’ha costretta a dimettersi l’ha fatto per avere l’approvazione dell’opinione pubblica?
«Questo andrebbe chiesto a lui. L’unica cosa che gli dico, con un po’ d’affetto, è che forse poteva gestire la conferenza stampa in un modo umanamente più… inclusivo anche nei miei confronti».
Narcisismo, esibizionismo: questo si può chiamare bullismo etico?
«Mmmh. Variazioni sul tema ce ne sono tante. Diciamo così: siccome nel tribalismo il capro espiatorio si sente in colpa e vorrebbe rimanere in un angolo sperando che tutti si dimentichino di lui, per carattere, io sono il capro espiatorio sbagliato».
Quindi gliela farà pagare?
«No. Continuerò a essere me stesso e a godere della mia libertà di pensiero e di espressione».
Lei ha parlato di psico-polizia del pensiero, un comportamento messo in atto anche da lei quando due anni fa vietò una conferenza sull’Ucraina al professor Alessandro Orsini dicendo «abbiamo denazificato» il teatro Goldoni?
«Anche quella era una battuta».
Però Orsini non parlò al Goldoni.
«Il punto è diverso e glielo spiego a mia volta con una domanda. Comunque la si pensi, Orsini ha parlato al Regio di Parma, alla Fenice di Venezia o alla Scala di Milano? No. Per questo non ha parlato nemmeno al teatro Goldoni, che è un antico teatro di tradizione».
Quello dove si svolgeva il congresso socialista dal quale uscirono Antonio Gramsci e compagni per fondare il Pci.
«Proprio quello. Per altro, qualche tempo prima Orsini aveva fatto un post pesantemente offensivo della memoria di Gramsci. Motivo in più per non farlo parlare al Goldoni».
Non mi ha convinto, lei non è un libertario?
«Al Regio di Parma o alla Fenice, Orsini non ha parlato».
Ma non ha chiesto di farlo.
«Se l’avesse fatto glielo avrebbero negato. Comunque, parlò al teatro Quattro Mori di Livorno, a mio avviso più adatto. Non concordo su nulla di quello che dice Orsini, ma sono un libertario e ritengo che ogni voce debba avere l’ambito adeguato».
Si aspettava che qualcuno dei vertici del partito si pronunciasse sulla sua vicenda?
«Qualcuno l’ha fatto, Pina Picierno mi ha espresso solidarietà».
In privato o in pubblico?
«In un post su X. Anche altri esponenti, non del Pd, l’hanno fatto. Ivan Scalfarotto, Anna Paola Concia e Chiara Valerio, che è una paladina dei diritti Lgbtq+».
Nessuno di loro è un dirigente Pd.
«Lo è la Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Comunque, il fatto è curioso perché poi fanno eleggere in Europa Marco Tarquinio che sull’aborto ha posizioni più vicine a quelle della destra, e defenestrano me per una battuta».
Livorno è la città dov’è nato il Pci: spera in un esame di coscienza, come direbbe Tarquinio, della sinistra su questa vicenda?
«Spero che si apra un reale dibattito».
Paolo Rumiz su Repubblica ha scritto che la sinistra si è fatta scippare dalla destra parole come patria, identità, tradizione. Concorda o queste sono sempre state parole di destra?
«Vorrei dire un’altra cosa che la sinistra si è fatta scippare dalla destra almeno su alcuni temi: il buonsenso. Che poi la destra usa come un randello».
La sua vicenda mostra che si toglie la parola a chi non parla come vogliono i custodi del pensiero?
«La mia vicenda è nota, poi ognuno ne trae le conclusioni che ritiene».
Adesso che farà? Scriverà un libro, magari il seguito ancora più sofferto del precedente In esilio?
«Credo che lo farò. Questa vicenda mi piacerebbe raccontarla e ora ho tutto il tempo per farlo. Per il resto, usando un’espressione che piacerebbe a Rumiz: Dio provvede».
Oltre alle dimissioni indotte dalla giunta, sta riflettendo a dimissioni spontanee dalla sua appartenenza storica?
«La verità è che ero un cane sciolto prima e un cane sciolto resto ora».

 

La Verità, 19 ottobre 2024

L’onda lunga di Costanzo nella cultura pop

Maurizio Costanzo è passato ad altra vita, ma il suo show è ancora in questa e lotta insieme a noi. Beh, lotta… Più che un campo di battaglie, il Mcs è stato una palestra di relativismo. Di se e di ma. È questa la lezione del costanzismo. Volendo fondere i due termini, potremmo parlare di «costanzivismo». Come fosse una confessione religiosa. Un fenomeno avvolgente e subliminale. La placenta mediatica nella quale ci agitiamo. Costanzo è stato il più potente e mimetico influencer di costume dell’ultimo mezzo secolo. Prima che comparissero internet e i social. E prima che la professione esaltata da Chiara Ferragni diventasse uno status, un modello, una nuova parola del vocabolario. Oggi il costanzivismo ramifica nella pubblicistica – eviterei di chiamarla letteratura – nel giornalismo, nel cinema e ovviamente in televisione. Ne abbiamo avuto un saggio nella beatificazione laica durata una settimana tra palinsesti stravolti e selfie alla camera ardente con la moglie da poco rimasta sola, ma docile alle discutibili richieste. Un’esibizione conclusa con i funerali a reti unificate, la sfilata di volti noti e la più evitabile sigla del programma storico all’uscita del feretro, come a chiudere in una simbolica parentesi la cerimonia religiosa.

Giornalista, conduttore, uomo di televisione, autore e sceneggiatore, Maurizio Costanzo è «stato un grande innovatore del linguaggio» (Stefano Zecchi). Pur mutuata da David Letterman, la vera, radicale e, a suo modo, rivoluzionaria novità era già nel titolo del talk più famoso: Maurizio Costanzo Show. Uno spettacolo nel nome e cognome. Per significare che al centro della scena c’è la persona. Meglio, l’individuo. L’individualità. Che poi diventerà individualismo. Quando compaiono gli antenati di quello show, Bontà loro e Acquario, l’Italia è sprofondata nel decennio del «tutto è politica», con le esasperazioni e le degenerazioni tragiche che si porta. Costanzo lavora ancora per l’editore pubblico e gli ospiti sono due o tre, ascoltati singolarmente e messi a confronto. È la nascita del talk show, il brevetto che tutti gli riconoscono. La messinscena della parola, dell’opinione, della chiacchiera (con le derive che seguiranno). Qualche anno dopo, nelle reti commerciali, mette a punto la formula che lo consegna alla storia della televisione e del costume. Nel frattempo ci siamo inoltrati nel decennio del riflusso. Della riduzione della dimensione collettiva. Comunitaria. Si realizza la rimozione dell’idea di popolo aggregato attorno alle grandi visioni della storia, il socialismo e, nella nostra Italia, il cristianesimo. È la grande, chissà se inconsapevole, operazione di sradicamento. Dal canto suo, Costanzo riesce a essere contemporaneamente, e tranquillamente, bastione delle televisioni di Silvio Berlusconi e consulente di Francesco Rutelli, sindaco di Roma, o di Massimo D’Alema, segretario dei Ds. E sulla prateria senza radici della fine delle ideologie può impiantare i brevetti che ci accompagnano tuttora.

La sera del debutto su Rete 4 distilla l’immagine dell’«Orient Express, dove la varia umanità s’incontra e parla». E anche quella di «un grande minestrone». L’Mcs è da subito portatore di alcune piccole rivoluzioni. Sul palco del Parioli si realizza la preveggenza di Andy Warhol sul quarto d’ora di fama che sarebbe toccato a chiunque. Costanzo convoca persone affermate e totali sconosciuti, che noti e famosi diventeranno proprio in virtù di quella convocazione. Li mischia in una disposizione indistinta e senza gerarchie, come appaiono per decenni ai telespettatori della seconda serata di Canale 5. È una disposizione democratica, vista a posteriori, non diversa dall’accezione grillina dell’uno vale uno. È il secondo dei suoi brevetti. Su quel palco sono equiparati magistrati e casalinghe, comici dilettanti e registi da Oscar, viaggiatori immaginifici e massaie veraci che non si muovono dal quartiere Prati. Figure schierate orizzontalmente, in un campionario di eccentricità dove tutti sono caratteristi, perché l’unico protagonista, il vero burattinaio, è l’uomo con i baffi. Consigli per gli acquisti.

Esaltando le storie individuali, Costanzo pone le basi dello storytelling. La sua messa cantata quotidiana corre sull’onda. È vero, il Muro di Berlino è ancora in piedi, il Web è pura fantascienza e si telefona con i gettoni. Ma al cinema e nella produzione letteraria il narcisismo, già stanato da Christopher Lasch nel 1979 (La cultura del narcisismo), sposa lo storytelling e insieme partoriscono l’autofiction, alla quale si rifanno schiere di scrittori, registi, attori, conduttori, macchiette, intrallazzatori, maghi e tirapiedi tuttora in servizio.

«Costanzo è stato anche anticipatore dei social media», analizza Carlo Freccero, e siamo all’ennesimo brevetto. I racconti del Parioli sono la rivincita della dimensione privata sul tutto è politica. Con le storie individuali il privato diventa pubblico. La propaggine più avanzata del fenomeno sono le interviste dei magazine di costume intrise di rivelazioni, outing, confessioni intime di traumi, ingiustizie e torti subiti. Il «vanityfairismo» imperversa a tutte le ore nei talk, nelle serie, nei programmi confidenziali, paradossalmente proprio ora che si continua a parlare di difesa della privacy. I social esasperano la tendenza. Nel loro livello basico, ecco l’infinita galleria fotografica di piatti al ristorante, di camerette addobbate, di make up in intimo… Nel livello alto degli influencer, il privato diventa affare e commercio. Il costanzismo affiora in Chiara Ferragni, nelle sue emule e varianti.

Alla fine di una puntata dell’Mcs il pubblico avrebbe potuto votare con il pollice per ogni singolo ospite come avveniva per i gladiatori nei teatri dell’antica Roma. Anche quella era società dello spettacolo. Chissà se, con i suoi collaboratori, Costanzo lo facesse pensando agli inviti successivi…

L’uomo con i baffi non c’è più, ma la sua lezione è viva e relativizza insieme a noi.

 

Il Timone, 3 aprile 2023

 

 

Blindato e autoreferenziale il Festival non ce l’ha fatta

È un Festival di Sanremo che non ce l’ha fatta quello che si è appena concluso. Non ce l’ha fatta, nonostante le buone intenzioni, a buttare il cuore oltre i protocolli. Non ce l’ha fatta a parlare al Paese. A regalargli qualche ora di spensieratezza, come si era prefissato (anche nella quarta serata gli ascolti si sono fermati a 8 milioni di telespettatori, 44,7% di share, 1,5 milioni in meno del 2020, 54,3%). Aveva davanti una parete verticale, il Festivalone, ma ha finito per retrocedere nel fortino della musica & gag, mentre là fuori tutto continuava come e peggio di prima, con i colori delle regioni che si scurivano e i segretari di partito che si dimettevano. Forse era troppo chiedere che una kermesse canora, «l’ultima festa patronale di questo gran paesone» (Marcello Veneziani), riuscisse ad alleviare il clima dell’Italia degli anni Venti. Le restrizioni hanno debilitato conduttori e artisti, consegnandoci un Festival convalescente. E tuttavia ci vuole un pizzico di pietà, uno spicchio di cuore, per giudicare sforzi e impegno di Amadeus, di Fiorello e dei tanti, forse troppi autori. Lo stesso pizzico di pietà che ci vorrebbe per accompagnare questa Italia piegata dalla crisi pandemica e, di conseguenza, ripiegata su sé stessa, di cui Sanremo è stato lo specchio fedele. Allora, forse, bisogna superare certi livori moralistici e dare il giusto merito ai conduttori del Festival dell’amicizia, Ama e Fiore.

Fosse stato per Amadeus, capace di pilotare la nave in porto metabolizzando anche gli inconvenienti tecnici (voto: 7), avrebbe fatto accomodare in platea 500 tra medici e infermieri per mantenere il contatto con la realtà prima ancora che con il pubblico. Non potendo avere le grandi star, tutte in ritirata, ha provato a portare sul palco le storie dell’attualità. Come quella di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino vincitore di un’Olimpiade, squalificato per doping e ora sulla strada della riabilitazione. Poche parole, zero fronzoli, molta determinazione (7): caratteristiche comuni alle altre storie di rivincita sulle malattie (resilienza è vocabolo in odore di manierismo), raccontate dal giocatore di powerchair football, Donato Grande, e dall’attrice affetta da sclerosi multipla, Antonella Ferrari (8). E poi la storia dell’«incontro fortunatissimo» di Elodie con il pianista Mauro Tre che l’ha aiutata a ripartire, superando l’obbligo di «essere sempre all’altezza», consegnandoci una soubrette con un grande avvenire davanti (9 per tutto l’insieme). O Zlatan Ibrahimovic e l’amico Sinisa Mihajlovic sopravvissuto alla leucemia, pronti a cantare (meglio di qualche concorrente) Io vagabondo dei Nomadi. Proprio Ibrahimovic è stato protagonista del momento verità che per un attimo ha rotto la gabbia autoreferenziale in cui il Festival si è progressivamente infilato: l’ingorgo autostradale superato con il rocambolesco motostop trovato sotto la stella del tifo milanista. Il mio nome è Ibra, Zlatan Ibrahimovic (9 anche per l’autoironia). È sembrata una scena da film, era la realtà che irrompeva nella bolla dell’Ariston.

Se non ci si misura con lei, la realtà ruspante e fatta di imprevisto, restano il ripiegamento ombelicale e il birignao colto duro a morire. E qui di pietà ce n’è meno. Come classificare il cast musicale e i testi delle canzoni (4), intrisi di sentimentalismo e psicologismo, emblema di quell’Italia ripiegata? Nemmeno la serata delle cover è riuscita a rimediare, inaugurata dal narcisismo ridondante dei Negramaro di Giuliano Sangiorgi (5) che hanno farcito di archi, echi e fiati una storia scarna e scabra come quella di 4/3/1943.

Il Festival non ce l’ha fatta per le palate di autocompiacimento diffuso, patologia di troppi modesti showman prestati alla musica, sopravvalutati e mostrificati dal fashion, unghie smaltate, pizzi, tuniche, rossetti e mascara a tonnellate per tutti (viene quasi da rimpiangere Studio uno e Canzonissima: asta, orchestra e fascio di luce). A proposito, tolti Francesco Renga ed Ermal Meta, tutti cantavano in falsetto. Emblema e capofila è Achille Lauro (5 per l’impegno): intruglio granguignolesco di piume, lacrime e baci gay già beatificato a furor di social. Non ho l’età di Gigliola Cinquetti e Io che amo solo te di Sergio Endrigo sono poesia a confronto di tanto ciarpame.

Ma tant’è. Trionfano manierismo, monologhismo e autofiction da «io sono io». Ci è caduta, ahinoi, anche Barbara Palombelli con un’esortazione da quote rosa con invito alle donne «che tengono il Paese» e alle ragazze «a studiare fino alle lacrime»: perché «non andremo mai bene, non saremo mai perfette» e ci diranno che siamo così e siamo cosà (6 di stima). Almeno lei «l’empowerment femminile» l’ha davvero portato sul palco. A differenza della supermodella Vittoria Ceretti che, non pervenuta, lo ha solo annunciato via intervista (5). Se la costruzione ideologica non buca il video, l’apparato erudito separa dalla realtà, come ha confermato lo stridio dell’arrampicata del direttore di Rai 1 Stefano Coletta per giustificare «il declivio degli ascolti» (3). Infine, un pensiero per Fiorello che, avendo dato l’anima come Amadeus, stramerita quel pizzico di pietà. È il miglior showman del bigoncio, il mattatore alla Walter Chiari che dobbiamo preservare. Ma è anche colui che rappresenta meglio il momento perché ha patito più di tutti le poltroncine vuote e l’assenza di applausi a scena aperta (7,5, frutto della media tra genialità, musical e ripiegamento). Ha citato, imitato e duettato, grazie a Dio sdrammatizzando, con Achille Lauro (e con tutti). Ha cazzeggiato e improvvisato, riproponendo però la formula dell’anno scorso. Solo che nel frattempo là fuori era tutto drammaticamente cambiato. E il copione collaudato – i due amici, le storie, la leggerezza – non poteva bastare per interpretare la nuova Italia che ci è implosa tra le mani.

 

La Verità, 7 marzo 2021

«Bollettini e decreti hanno trasmesso insicurezza»

Di Luciano Gattinoni, professore emerito dell’università di Gottinga in Germania, ex direttore scientifico del Policlinico di Milano, già presidente della Società mondiale di Terapia intensiva, si legge online che è stato lo scopritore dei benefici dell’ossigenazione in posizione prona in alcune patologie polmonari. Se in tanti servizi televisivi nei reparti Covid-19 si vedono i pazienti distesi a pancia in giù lo dobbiamo a questo medico rianimatore di fama internazionale, un signore milanese di 75 anni che si esprime con una modica quantità d’ironia. Quello che invece nelle bio spunta appena è che è anche un «pianista di talento».

Che musica suona, professore?

«Suono in un quartetto che si chiama Mnogaya Leta, che in russo bizantino vuol dire tanti auguri o anni felici. Siamo quattro voci, due tenori e due bassi, più pianoforte, chitarra, contrabbasso e batteria. Il nostro genere è il negro spiritual, il gospel, che è alla base del blues e del jazz».

Mnogaya Leta… Suona il pianoforte e anche canta?

«Esatto, sono il secondo tenore. Cantiamo insieme dal 1961, eravamo al liceo, tre al classico e uno allo scientifico. Poi due abbiamo fatto medicina, uno agraria e il quarto economia».

Mnogaya Leta… Fate concerti, tournée?

«Tournée è parola grossa. Concerti sì, ne abbiamo all’attivo un migliaio, quasi tutti in Italia».

Ci sono; ne faceste uno anche a una festa dei Cattolici popolari, preistoria del 1980, Old time religion, Go down Moses

«Sì, sono brani nostri. Eravamo noi».

Risolta la reminiscenza, veniamo al presente, professore: possiamo dire che l’Europa sta uscendo dal tunnel del coronavirus?

«Sicuramente l’invasività dell’epidemia sta diminuendo, ma se siamo fuori lo sa solo il Padreterno. La Sars scomparve spontaneamente, speriamo succeda anche stavolta. Le previsioni si basano su modelli matematici, ma se si avesse la pazienza di metterle in fila, si constaterebbe la modesta validità delle previsioni degli esperti. E si concluderebbe che nessuno lo è».

Esperto deriva da esperienza, ma…

«Nessuno l’ha già vissuta. Ognuno cerca di incasellare ciò che vede nelle proprie conoscenze. Ma se ciò che succede è inedito, l’incastro perfetto non riesce».

Stiamo imparando a contrastare meglio il Covid-19?

«Fino a qualche settimana fa parlavamo tutti di polmonite. Ora si è scoperto che il polmone è una delle vittime del virus. L’aumento della coagulabilità del sangue causata dal virus produce trombi che possono interessare vari organi. Ma se chiede perché in alcuni pazienti il virus è stato quasi innocuo, in altri ha causato la morte o una patologia mediamente grave, non lo sappiamo. Perché non sappiamo come si muove nell’organismo».

Per il Covid-19 non c’è vaccino e la Sars è scomparsa spontaneamente: la scienza mal sopporta l’imprevisto?

«No. La scienza si occupa di ricerca che riguarda ciò che è inatteso. Nel rapporto con l’imprevisto si misura la genialità dell’uomo, l’azione su ciò che già si conosce è normale lavoro».

Il filosofo Alain Finkielkraut parla dell’imprevisto «come supremo metodo di conoscenza».

«Sottoscrivo».

Se non si è trovata la cura, a cosa dobbiamo il calo di contagi e decessi?

«A una serie di fattori. Alcuni studiosi sostengono che il virus sia mutato, altri dicono che il merito è del lockdown. Personalmente, nutro qualche dubbio perché anche ora che si è riaperto da due settimane la diminuzione continua. Ci sono meno ricoveri perché stiamo cominciando a capire cos’è questa malattia e a curare meglio i pazienti».

Il calo dipende da una modificazione del virus, dal cambiamento del clima, dalle nostre contromisure?

«Non c’è una sola ragione che spiega tutto. Dipende da una combinazione di elementi, ma in quale proporzione non sappiamo».

Parliamo del «prima»: cosa pensa delle voci che ipotizzano la creazione del virus in laboratorio, del fatto che l’epidemia fosse iniziata già nel 2019, che varie fonti l’avevano prevista in anticipo, che la Cina abbia nascosto il contagio?

«Per evidenti ragioni culturali e politiche ci sono obiettive difficoltà a sapere che cosa sia davvero successo in Cina. Non ho la minima idea se la diffusione del Covid-19 sia partita da un laboratorio o sia frutto di spillover, il salto di specie di un germe patogeno. Molti scienziati che hanno lavorato in quel campo sostengono che la creazione in laboratorio sia inverosimile. Invece, l’espansione di un’epidemia dall’Asia ha basi più solide. Dato che ogni otto dieci anni si verifica un’epidemia virale, nel 2018 alcuni studiosi l’avevano prevista, sottolineando la necessità di approvvigionarsi di respiratori. Ma, come sempre dai tempi della guerra di Troia, quando qualcuno predice disavventure preferiamo dargli della Cassandra. Il successo della prevenzione è scongiurare la sciagura. Qual è il politico che investe in qualcosa il cui scopo è un non avvenimento? La prevenzione non porta voti. L’animo umano è fatto così e dopo l’epidemia non cambierà».

Perché in Germania, che è la sua seconda patria…

«Non esageriamo. Prima sono stato negli Stati uniti dove, con un’équipe, abbiamo lavorato alla circolazione extracorporea e all’ossigenazione in terapia intensiva. Poi sono tornato a Milano. Da pensionato ho accettato questa offerta, memore dell’insegnamento del professore di greco Mario Zambarbieri, il quale sosteneva che un uomo di cultura deve poter leggere Goethe in lingua originale».

Quindi Germania patria di affinità elettive: perché lì ci sono stati meno decessi che da noi?

«Qui funziona una collaborazione fra medici di base e ospedali che in Lombardia non esiste. Una legge del 1977 ha stabilito che il medico generalista va da una parte e l’ospedale dall’altra. Questa cultura ha avuto conseguenze pesantissime».

È vero che in Germania c’è stato un lockdown meno rigido?

«È vero. I tedeschi hanno un rispetto per le istituzioni e le regole superiore al nostro. Sono educati così fin da bambini. Provi a contare quante volte ha parlato Angela Merkel. Le sono bastate poche parole. È laureata in fisica, è stata campionessa delle Olimpiadi di matematica, ha un curriculum vero. La credibilità non s’inventa: i nostri governanti, magari bravissimi, dovrebbero tenerne conto».

Il sistema delle terapie intensive lombardo compete con quello tedesco e quello francese, ma la metà dei decessi in Italia è avvenuta in Lombardia: quali errori sono stati commessi?

«Il sistema delle terapie intensive lombardo è tra i migliori al mondo e ovunque, nel settore, questo è noto. Semplicemente, molti decessi sono avvenuti altrove. Se si aumentano i posti letto senza aumentare il personale, l’attenzione al malato ne risulta penalizzata».

Concorda con gli analisti per i quali un ruolo eccessivo dei virologi ha favorito una visione riduttiva dell’epidemia?

«La medicina non è democratica. Se in un paese tutti votano per chiudere una drogheria, magari ha ragione l’unico che vuole tenerla aperta. Io non conosco la composizione del Comitato tecnico scientifico. Dico che, di solito, un’epidemia richiede competenze diverse. Occorre qualcuno che sappia di terapia respiratoria oltre che di moltiplicazione del virus».

A proposito degli scienziati in tv ha parlato di tentazione di narcisismo.

«Riguarda anche me. “Narcis fue molto bellissimo” e si specchiava nell’acqua del pozzo».

Oltre alla visibilità immediata c’è l’indotto.

«Se si riferisce alle ospitate pagate, io non ho visto un euro, né l’avrei voluto. Quando comincia a girare denaro, la quota di libertà diminuisce, vale a tutti i livelli. Vedo che una collega laureata in veterinaria si spinge a dire come sarà il dopo, pronunciandosi sulla convivenza con il virus. Personalmente, sto attento a limitare i miei interventi a ciò che conosco. Le mie valutazioni sul salto di specie del germe dal pollo cinese o dal ratto siberiano valgono quanto quelle del mio panettiere. Ofelè fa el to mesté, si dice a Milano. Qualche volta sono stato ospite a La7, poi ho declinato alcuni inviti perché non vorrei apparire nel vidiwall di Maurizio Crozza».

Qual è la lezione che i nostri governanti dovrebbero trarre riguardo al sistema sanitario?

«Che qualsiasi azione andrebbe meditata e mai presa in base all’emotività. Per esempio, adesso ho sentito parlare di uno stanziamento per realizzare 3500 letti di terapia intensiva. Quando mi sono permesso di osservare che sono troppi, Maurizio Gasparri me ne ha chiesto ragione su whatsapp. Ho risposto che sono stato presidente della Società italiana, poi europea e mondiale di Terapia intensiva e che se avesse voluto delle spiegazioni avrebbe potuto telefonarmi».

In Cina il lockdown rigido è imposto da un regime, in Italia c’è stata un’esasperazione di tipo sanitario?

«Non mi addentro negli altri lockdown. Certo, noi abbiamo chiuso prima e riapriamo più tardi. Se compariamo Stoccolma a Helsinki è un disastro per Stoccolma, ma se la paragoniamo a Milano è un successo. Un giorno si dovrà fare un confronto serio, senza passioni politiche, tra realtà omogenee per dimensioni ed età media. Fornendo numeri certi, non come quelli dei contagi che ci vengono dati ogni sera e di fronte ai quali non si sa ridere o piangere per quanto sono inattendibili».

Una comunicazione di bollettini e decreti ha trasmesso l’idea di uno stato di emergenza?

«A me più che di uno stato di emergenza ha trasmesso uno stato di pochezza».

Di mancanza di preparazione?

«Di mancanza di visione. Si poteva limitarsi a una comunicazione ogni tre giorni, ma con numeri verificati».

C’era il permesso di portare fuori i cani non i bambini, riaprono le palestre non le scuole.

«Questa tragedia offre spunti umoristici per un’enciclopedia. E i congiunti affini? I 21 misteriosi parametri regionali per la riapertura? Che cosa vuol dire “aprire ma con prudenza”? Forniscano dei numeri se vogliamo parlare di fatti. Se vogliamo il rischio zero dobbiamo blindarci in eterno. Qual è il livello di rischio che accettiamo?».

Arriverà una seconda ondata?

«Speriamo che la natura sia madre e non matrigna e faccia spillunder invece di spillover».

 

La Verità, 30 maggio 2020

 

L’anonimato, il Villaggio techno e Elena Ferrante

“Basta. Di tutta questa storia di Elena Ferrante non ce ne frega niente…”. E intanto, giù paginate di giornale, sproloqui nelle radio, post su blog e siti vari. Sai come godono quelli della e/o edizioni che hanno pubblicato la tetralogia dell’Amica geniale? Tanto più ora che, nel bel mezzo del giallo letterario, la scrittrice ha raggiunto fama mondiale, Storia della bambina perduta è finalista del Man Booker International Prize, il premio britannico che sceglie i migliori romanzi tradotti in lingua inglese, e Fandango e Wildside pensano di farne una serie tv.

È divertente assistere a questo infuriare del mistero attorno all’identità della scrittrice. Dopo l’investigazione di Marco Santagata che, attraverso una complessa ricerca storico-filologica pubblicata da La Lettura, ha ipotizzato che dietro lo pseudonimo si nasconda Marcella Marmo, ex studentessa della Normale di Pisa, studiosa di criminalità organizzata e docente di Storia contemporanea a Napoli, la querelle editoriale si è ulteriormente rinfocolata (anche perché, detto per inciso, Marmo ha smentito). Chi si dice sdegnato – basta, è solo un’arguta operazione di marketing – ed esige “pubbliche scuse” per le balle in sequenza (Veronica Tomassini sul Fatto quotidiano.it). Chi fa spallucce e alla notizia della presunta individuazione dell’autrice replica snobisticamente con un “beh, e allora?” (Daria Bignardi, sul suo Barbablog). Chi dubita che la faccenda interessi davvero qualcuno, ciò che conta è il contenuto dei romanzi della Ferrante chiunque essa sia, osservando che, da sempre, esistono scrittori invisibili o anonimi, da J.D. Salinger a Luther Blissett (Davide Turrini, Il Fattoquotidiano.it). Chi tesse l’elogio della Ferrante – fa bene a vivere nascosta, proteggendo la privacy, evitando pedanti pubbliche relazioni e le pressioni dei media (Lia Celi su Lettera 43). Chi come Dagospia ribadisce la propria convinzione che Elena Ferrante sia tutt’altra persona, Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone.

Chissà se e quando la matassa verrà sbrogliata. Operazione di marketing, tutela della privacy, semplice pigrizia, magari difficoltà di relazioni sociali o altre serie ragioni che stentiamo a immaginare: possono essere tante le cause del mancato disvelamento pubblico dell’autrice dell’Amica geniale. “Smentiamo che Elena Ferrante sia Marcella Marmo e ci auguriamo che si torni a parlare del libro e non dell’identità dell’autrice”: la casa editrice e/o ha provato a rimettere il dibattito su binari più squisitamente letterari. Senza riuscirci. Perché, in realtà, nella società della comunicazione l’identità di uno scrittore come di un artista è elemento tutt’altro che secondario. Prendiamo il caso Banksy: se il suo nome fosse noto, l’apprezzamento per la sua street art sarebbe identico o un po’ più contenuto?

Francamente, ho sempre apprezzato “chi ci mette la faccia”; per dirla con Catarella di Montalbano, chi si espone “di persona, personalmente”. Cioè, chi risponde delle proprie opere, sia in campo professionale che artistico. Non amo i fake o i nome de plume che imperversano in Rete. Ma c’è un ma. Oggi nel villaggio globale inseguiamo tutti la visibilità. Essere noti, riconoscibili non solo nel mondo dei social media, ci fa sentire delle piccole star. Il narcisismo compulsivo che alimentiamo con raffiche di selfie o inutili tweet sulle uova al tegamino che stiamo per mangiare è la causa patologica di questa distorsione del reale. Nella società del controllo totale dei cittadini, nell’era della sorveglianza attraverso telecamere, tracciabilità, tabulati, intercettazioni, cyber security e tutto il resto, riuscire a ritagliarsi uno spazio anonimo è una missione impossibile che incrementa la leggenda molto più che metropolitana di chi la compie. L’imprendibilità di Banksy, il mimetismo di Elena Ferrante, il mistero di Anonymous sono fenomeni che si sono prodotti in un’epoca di dominio incontrastato delle nuove tecnologie. Per questo rappresentano qualcosa di diverso dalla vita ritirata di Salinger o dall’enigma di Shakespeare. E per questo l’invisibilità funziona come una sorta di additivo, di doping (privato) dell’agire sociale. Nell’età della sorveglianza globale e del collettivismo orizzontale determinato dai social media, l’anonimato può essere una forma di riappropriazione dello spazio dell’io. L’unico punto debole è che chi lo mette in atto rischia di restarne prigioniero. Se non si tratta di una scelta per cause di forza maggiore come sarà, nel tempo, la banale vita quotidiana di Banksy, di Elena Ferrante o degli attivisti di Anonymous? In fondo, anche l’anonimato può essere un’altra forma di narcisismo. Più sottile e perversa.