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Cattelan cerca la felicità cazzeggiando

Tanti anni fa, forse troppi perché Alessandro Cattelan possa ricordarlo, c’era un gioco per bambini che si chiamava «Fuoco fuochino». Considerato il suo linguaggio pop ludico, è un gioco che all’eterno golden boy della tv italiana potrebbe piacere. Consisteva nel nascondere un oggetto e farlo trovare al rivale, guidandolo con espressioni come «acqua» «diluvio» «alto mare» quando si era distanti dal tesoro, o «fuochino» e «fuoco» se ci si stava avvicinando. In Una semplice domanda (Fremantle) su Netflix, Cattelan cerca la felicità ponendo una serie di domande e cercando risposte dialogando con persone che potremmo definire realizzate (Roberto Baggio, Paolo Sorrentino, Gianluca Vialli, Geppi Cucciari, Elio, Francesco Mandelli). L’idea non è male e il modo di realizzarla ha tratti divertenti perché la cifra di Cattelan è il cazzeggio e anche qui riesce a parlare di argomenti tosti buttandola sul ridere. A casa di Baggio (la sua malinconia), dopo essersi sottoposto a una breve seduta di meditazione buddista si fa confidare la difficoltà di ricominciare una vita dopo la fama, il successo e qualche rimpianto. La cornice sono migliaia di stampi di anatre da caccia di cui il Divin codino è collezionista. In un altro episodio Cattelan si chiede con aria compunta se «nei momenti bui possiamo davvero trovare la felicità in Dio?». E subito dopo, da ragazzo cresciuto a pane e tv, annuncia euforico: «Benvenuti a 4 religioni», un mini talent con rappresentanti dell’islam, dell’ebraismo, dell’induismo e un prete, che aggiudica il titolo di miglior religione. Dal canto suo, Sorrentino (la sua ironia) rivela che gli piace «la religione cattolica» perché è ben congegnata in quanto i divieti e le regole creano le premesse di una vita rassicurante. Poi certo, «credere in Dio è un’altra cosa». Già… Fuochino o annegamento imminente? Ma ecco «la prova Aldilà». C’è felicità nel dolore? chiede Cattelan a Vialli mentre giocano a golf, «grande metafora della vita». Da quando ha scoperto di avere il cancro, Vialli (la sua ritrovata ingenuità) ha realizzato che il tempo è molto più prezioso, che alle sue figlie vuole trasmettere ciò  che conta e che è arrivato il momento di «fare le cose che mi piacciono, lasciando perdere le stronzate». Annunciando di aver imparato la lezione, Cattelan si butta in piscina con cinque ragazze per fare la sirena con una monopinna di nylon. Fate voi… Poi, con Geppi Cucciari, si chiede se l’amore renda felici. Due le ipotesi considerate: un corso per fidanzati in vista del matrimonio in chiesa e una coppia di attori porno. Buttarla in ridere è anche un po’ buttarla in vacca?

 

La Verità, 23 marzo 2022

Il 2022 sarà l’anno della fine dei cinema?

Anno 2022, fuga dai cinema. Potrebbe intitolarsi così il film apocalittico sul declino delle sale cinematografiche. La fantascienza ci ha abituato a cupi scenari, ma stavolta, per fortuna, non si sta preconizzando la morte della settima arte. Il cinema è rinato da crisi peggiori della pandemia da coronavirus. E film se ne continueranno a produrre, magari in numero inferiore o destinati alla visione in streaming come già avviene per le serie. Però, coccolato dalle piattaforme, lo spettatore si sta impigrendo e il binomio divano-telecomando batte sempre più spesso la combinazione auto-parcheggio-coda alla biglietteria. A rischiare l’estinzione sono soprattutto certe scomode sale cittadine. O quelle che non riescono a sedurre il pubblico con programmazioni creative e scontate, o con servizi accessori, librerie, ristoranti…

I dati Cinetel del 2021 sono impietosi. Rispetto al triennio 2017-2019, annate da oltre 100 milioni di biglietti venduti, il calo è stato del 71% negli incassi e del 73% nelle presenze. Tuttavia, considerando che nell’anno appena concluso i cinema sono rimasti chiusi per 4 mesi, riaprendo poi con presenze contingentate, non c’è da meravigliarsi. A preoccupare sono soprattutto i numeri di dicembre e gennaio, con le sale a pieno regime. In autunno si era registrata una ripresa, favorita dal ritorno alla capienza al 100%, ma inferiore alle attese. Dopo il rallentamento produttivo dei mesi precedenti e l’uscita diretta nelle piattaforme di molte opere, i cinema avevano riaperto, ma non c’erano i film. Almeno, non i grandi film. Molte aspettative si appuntavano, perciò, sul periodo natalizio. Che invece, con l’arrivo della variante Omicron, sono andate deluse. L’unico a salvarsi è stato Spider-Man: No Way Home che, potendo contare sul pubblico adolescente meno timoroso dei contagi, ha mietuto record in tutto il mondo. Restando nei confini nazionali, se la sono cavata Pio e Amedeo, protagonisti di Belli ciao, prodotto da Fremantle e Vision Distribution, anche loro forti di un target giovane e consolidato. Tutti gli altri titoli, anche se di qualità (da Supereroi di Paolo Genovese a West Side Story diretto da Steven Spielberg, da Illusioni perdute a House of Gucci) hanno dovuto accontentarsi delle briciole. Il fatto poi che ad alimentare il dibattito sui media sia stato Don’t look up, ma solo dopo la programmazione sulla piattaforma streaming, ha fatto sentenziare qualche sacerdote della critica che ormai l’algoritmo sta vincendo.

«Certamente la pandemia ha accelerato di qualche anno un processo in atto», ammette Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa. «Con il lockdown molti hanno rotto gli indugi, decidendo di abbonarsi alle piattaforme over the top. La comodità del divano si è aggiunta al freno psicologico di dover indossare le mascherine ed esibire il green pass per andare al cinema». Resta da chiedersi se queste nuove abitudini dureranno anche quando la pandemia sarà finita. «Non credo sarà così», è sicuro Paolo Del Brocco, gran capo di Rai Cinema. «L’esperienza di visione che si fa in sala non è riproducibile altrove. Piuttosto, dobbiamo trarre una piccola lezione da questi mesi. Sono andati bene i film che si rivolgono a una fan base, una comunità di appassionati, come Spider-Man o Diabolik. Mentre hanno sofferto parecchio quelli rivolti al pubblico adulto e maturo, il più impaurito, e proprio quello che in prevalenza riempie le sale cittadine. Perciò, anche noi produttori dobbiamo imparare a targettizzare meglio le nostre proposte». Per Massimiliano Orfei, dal maggio scorso amministratore delegato di Vision Distribution, quella in atto è «una crisi transitoria. Nella sua storia il cinema ha superato altre situazioni di pandemia. Un secolo fa, con la spagnola, tutte le sale chiusero e fallirono. Ma poi riaprirono tornando a essere il luogo centrale dello spettacolo cinematografico, un’esperienza non replicabile dalle piattaforme».

Tuttavia, la sensazione che la fetta di consumo domestico tenda a crescere rimane. Il destino delle sale assomiglia a quello delle videoteche e dei distributori di dvd, completamente scomparsi? A quello delle cabine telefoniche che sopravvivono come residuati di un mondo vintage? O a quello delle edicole che si arrendono malinconicamente una alla volta, soprattutto se non riescono a sostenersi con altri servizi che, spesso, da secondari diventano primari? «A differenza delle edicole che devono competere con le edizioni digitali dei giornali, le sale hanno il vantaggio dell’esclusiva», sottolinea Letta. «È un privilegio che gli esercenti devono tenersi stretto, migliorando la qualità dei servizi, dalla grandezza dello schermo al comfort delle poltrone». Con l’esplosione della pandemia la finestra di esclusiva in sala prima del passaggio in tv, si è ridotta a 30 giorni (da 105 che era). Finché l’emergenza sanitaria non sarà superata i produttori potranno scegliere se sfidare il mercato complicato, se preservare qualche titolo aspettando tempi migliori o atterrare direttamente sulle piattaforme. «Si valuta film per film», sintetizza Orfei. «Quel che è certo è che in futuro sale e streaming convivranno e noi produrremo di più, non di meno. Diversificando l’offerta con film più targettizzati, più verticali e sostenuti da campagne di marketing mirate».

Produttori ed esercenti, tutti devono fare lo sforzo di raffinare la proposta e venire incontro al pubblico per farlo alzare dal divano. Qualcuno lo sta facendo da tempo. Il palazzo del cinema dell’Anteo di Milano ha ammortizzato il calo di questi mesi registrando una riduzione di presenze del 50%, sensibilmente inferiore alla media nazionale. «Il pubblico è fatto di tanti pubblici», dettaglia Lionello Cerri, produttore cinematografico, fondatore e amministratore delegato di Anteo Spazio cinema. «Di conseguenza le nostre dieci sale diversificano l’offerta in un ventaglio che comprende le proiezioni al mattino, le visioni per gruppi ristretti, quelle in lingua originale non solo in inglese, le presentazioni e l’arena estiva, oltre alla possibilità di accedere al ristorante e alla libreria. Così si crea fidelizzazione nel pubblico, chi viene qui sa di trovare qualcosa in più. Come imprenditore sono più che mai convinto che il cinema abbia una funzione sociale e culturale pubblica. Sono ottimista per la ripresa, vedremo che cosa succederà a pandemia finita. Intanto posso dire che cinema e teatri sono luoghi sicuri dove non si è mai verificato alcun contagio». Anche Del Brocco sottolinea «la valenza culturale e identitaria del cinema. Le piattaforme tendono a standardizzare il prodotto. Dobbiamo difendere con le unghie e con i denti i diversi modi di raccontare dei vari Paesi». Per questo, aggiunge Letta, «è molto importante che lo Stato, che già ci è venuto incontro in questi mesi con incentivi fiscali alla produzione e alla distribuzione favorendo l’arrivo in sala delle pellicole, proroghi queste norme per tutto il 2022». Per evitare che diventi l’anno della fuga dai cinema.

 

Carmen Llera Moravia, talebana delle sale

Carmen Llera Moravia è «una talebana della sala». Ride: «Sì, può definirmi così. Tutti i giorni, o quasi, vedo un film rigorosamente al cinema. Per me è impensabile vederlo in tv. È come paragonare un concerto di Claudio Abbado al conservatorio con un cd ascoltato a casa». Come ha fatto durante il lockdown? «Ho patito. Ero felice del silenzio che ci avvolgeva, riuscivo ad andare a camminare al mattino presto. Mi mancava il rito pomeridiano di uscire di casa, andare in una delle tante sale di Roma dove ritrovo amici che condividono questa felice abitudine». Ce l’ha da molto? «Da sempre. Ho fatto la tesi di laurea sul rapporto tra cinema e letteratura. Ho conosciuto Alberto Moravia parlando di cinema. Il mio attaccamento ha basi forti. Ho amici registi e attori che mi dicono: ho visto in streaming… Un’aberrazione». E se le sale dovessero chiudere? «Spero di morire prima», conclude ridendo.

 

Panorama, 9 febbraio 2022

 

 

Netflix è bella e comoda, ma il cinema si vede in sala

Ancora due parole su Don’t look up e dintorni, la pellicola Netflix che si avvia molto precocemente a essere il film dell’anno. Finora è tra le più citate nei pensosi editoriali, ma rischia di esserlo a suo discapito. Difficile infatti trovare un’opera altrettanto sfaccettata e interpretabile come quella diretta da Adam McKay, sebbene sia vista come grande metafora del presente: la cometa che annuncia la fine del mondo, come la pandemia in atto decreta la fragilità dei nostri equilibri, l’allarme insistito degli scienziati, come quello che ci pervade quotidianamente, il ritardo della politica, universale e perenne. In realtà, per far combaciare la carta calcante, il mainstream distorce il film. Dopo alcune settimane dall’uscita, è permesso un piccolo spoiler. In Don’t look up fa una pessima figura la politica, bipartisan però: se è vero che la presidente di Meryl Streep è repubblicana, la foto nello Studio ovale che la ritrae abbracciata a Bill Clinton fa intendere che la stolidità è ben condivisa. Bocciata anche l’informazione, descritta in tutta la sua vacuità. E peggio ancora va al mondo della finanza digitale, rappresentato dal guru dei telefonini, una caricatura trinitaria di Steve Jobs, Bill Gates ed Elon Musk. L’unico a salvarsi è l’astronomo di Leonardo DiCaprio. Ma si tratta di uno scienziato sideralmente distante dai virologi positivisti e moraleggianti che pullulano nei nostri talk. Dopo essersi abbandonato alle gioie dell’eros con l’avvenente Cate Blanchett, come ha sottolineato Giorgio Gandola su questo giornale, è uno scienziato che davanti alla fine del mondo incombente, si affida alla preghiera in una scena che sembra citare L’ultima cena. Ce li vedete i nostri Massimo Galli o Andrea Crisanti? Ben venga, dunque, il dibattito: ma, se possibile, rispettando il dato di realtà.

Per chiudere, un’ultima considerazione sull’effetto collaterale suscitato dal film dopo lo streaming televisivo e non dopo l’uscita nei cinema. Netflix ormai si usa come un social, è la vittoria definitiva dell’algoritmo, si è scritto, che decreta la fine delle sale cinematografiche. Tuttavia, per ciò che vale, nell’ultimo mese ho visto in sala È stata la mano di Dio, Cry macho, Nowhere special, Supereroi, Illusioni perdute e persino Spider-Man: No Way Home. Mentre Don’t look up l’ho visto nel salotto di casa, ma distrattamente perché stavo chattando su whatsapp. Non è una differenza da poco, la visione domestica dei film li espone a dannose e frequenti interferenze. Nessuna rassegnazione, dunque, all’agonia delle sale. Fosse solo per il gusto di sfuggire all’algoritmo.

 

La Verità, 12 gennaio 2021

Il giornalismo fatto a pezzettini dal cinema

Piove, giornalisti ladri. Falsi, corrotti, figli di buona donna, fate voi. Imputare loro la colpa delle sciagure planetarie è uno sport nazionale. Anzi, mondiale. Fuori dalle narrazioni regine del momento – Covid e Quirinale – le domande sulle sorti del bel mestieraccio alimentate da due grandi film, immediatamente elevati a capolavori, stuzzicano le migliori penne del bigoncio. Il primo è Don’t look up, per alcuni addirittura il film dell’anno (il 2021 o il neonato 2022?). Prodotto da Netflix e diretto da Adam McKay, grande regista e vecchia volpe dei media, è ambientato alla vigilia della fine del mondo dopo la scoperta di una cometa gigantesca che sta per abbattersi sul globo terracqueo. L’altro, Illusioni perdute, in sala dal 30 dicembre, è una pellicola firmata da Xavier Giannoli, tratta dall’opera di Honoré de Balzac ambientata nella Francia del primo Ottocento che sembra scritta adesso.

Qui sì, ci si avvicina al capolavoro. C’è tutto, persino più di quello che vediamo nel giornalismo e nell’editoria attuali. Le fake news, per esempio. Simboleggiate dalle anatre, uccelli che vivono nell’acqua, ambigui come notizie un po’ vere e un po’ false. E ci sono pure i social, cui alludono i piccioni viaggiatori, opinioni volatili disancorate dalla realtà. Del resto, «la nostra linea editoriale è semplice. Il giornale prenderà per vero tutto ciò che è probabile», annuncia il patron del foglio d’opposizione liberale. E «nel nome della malafede, del pettegolezzo e degli annunci pubblicitari, io ti battezzo… giornalista». Che si tratti di espressioni originali di Balzac o create dagli sceneggiatori poco importa.

L’ambizioso tipografo di provincia e aspirante poeta, Lucien Chardon (Benjamin Voisin), arriva nella Parigi del 1821 sulla carrozza della malinconica baronessa, Louise de Bargeton (Cécile de France). L’eterogenea coppia, però, desta subito scandalo e, per non esser scaricata dai salotti che contano, la nobildonna è costretta ad allontanare il giovane amante di umili origini. Per farsi strada da solo e conquistare il proscenio, Chardon impara rapidamente a confezionare recensioni compiacenti, stroncature pilotate, killeraggi su commissione di avversari politici. Così fan tutti. La Ville Lumière è un sottobosco di traffici e tradimenti e ogni cosa ha un prezzo. Editori analfabeti. Capoclacque che mettono all’asta applausi e fischi alle attrici. Scimmie caporedattrici che decidono se stroncare Racine o Stendhal. Nessun travaglio anche per compiere il salto della quaglia – restando in tema – e passare al soldo dei monarchici. La fiera delle vanità usa e getta amplessi, amori e amicizie. I rapporti sono strumentali allo scopo. L’ultimo ostacolo alla consacrazione è il cognome senza quarti di nobiltà. Ma con i giusti uffici si può provvedere…

Meno centrale, ma altrettanto screditata è la categoria nella pellicola di McKay. Dopo l’uscita in sordina nei cinema americani il 10 dicembre, Don’t look up ha scalato le tendenze dei social una volta approdato allo streaming di Netflix. Una cometa grande come l’Everest è in rotta contro la terra, impatto previsto tra 6 mesi e 14 giorni. Ad accorgersene sono una zelante dottoranda (Jennifer Lawrence) e il suo capo, l’impacciato astronomo interpretato da Leonardo DiCaprio. Non c’è un attimo da perdere, avvertiamo immediatamente le massime autorità. Tuttavia, distratta da scandali sessuali ed elezioni di metà mandato, la presidente americana (la solita, superba, Meryl Streep) non li prende sul serio: sapete a quante fini del mondo incombenti ci siamo preparati negli ultimi anni? Non resta che rivolgersi ai media. Ma dopo attenta analisi delle reazioni sul web, anche l’autorevolissimo quotidiano lascia cadere la notizia troppo poco virale. Nel talk di massimo ascolto del mattino, dominato dalla riconciliazione fra un dj e una popstar pseudoecologista, le cose non vanno meglio. L’infotainment dev’essere leggerezza, evasione e ottimismo. Lo studioso dice che l’apocalisse è imminente? Se non fa audience è un allarme fasullo. Alla vacuità di fondo, nel boicottaggio della scienza si aggiunge il complottismo. E i turbamenti dello spaesato astronomo – il quale, per inciso, è l’unico a salvarsi dalla fatuità della politica e dei guru dell’high tech – si placano tra le lenzuola dell’avvenente conduttrice tv (Cate Blanchett).

Giornalisti narcisi, superficiali, vanitosi, immorali, schiavi dell’audience, pronti a vendersi per un pizzico di visibilità. Son passati due secoli, ma gli anchorman di oggi non sembrano molto diversi dai gazzettieri delle Illusioni perdute. A differenza che in Don’t look up, in due anni di pandemia abbiamo visto scienza e politica allearsi con la benedizione dei media. Nei quotidiani e nei talk show giornalisti e virostar cantano in coro, anche letteralmente. C’erano una volta «i cani da guardia del potere». Preistoria spruzzata d’ideologia. Ma ora, la sera, osserviamo posture altere e compiaciute o ascoltiamo toni assertivi di direttori e opinionisti accomodati nei salotti tv come novelli Lucien Chardon che ce l’hanno fatta. Per qualcuno già pluri-contrattualizzato è anche difficile resistere alle tentazioni della società dello spettacolo, cinema o teatro che sia. Chissà cosa ne scriverebbe Balzac.

«C’è stato un momento… nel quale i giornalisti italiani hanno creduto di essere del tutto liberi di informare e di poter offrire al pubblico giornali davvero indipendenti», ha scritto Giampaolo Pansa. «Sulle prime, il potere è stato a guardare, poi ha reagito e, infine, ha vinto. Questo libro è il racconto di quella grande illusione». Era la prefazione di Comprati e venduti (Bompiani, 1977). I giornalisti non sono programmaticamente né corrotti né missionari della verità. Sono uomini che fanno un mestiere come un altro. E a volte sbagliano.

 

La Verità, 4 gennaio 2021

Se un vecchio cowboy incontra un fumettista…

Se un uomo con un cappellaccio da cowboy incontra un disegnatore con una matita come va a finire? Sicuramente Clint Eastwood non conosce Zerocalcare. Ma non si può mai sapere, ora che Netflix diffonde nel globo anche prodotti di nicchia com’è una miniserie animata recitata in romanesco. Chissà come lo sottotitolano lo slang di Zero per i telespettatori di Carmel-by-the-Sea, California. Magari adesso che nella piccola Italia, dove sfondò con la Trilogia del dollaro, c’è chi lo contrappone alle lagne sociopatiche di un fumettista nato nei centri sociali, qualcuno potrebbe segnalargli la polemica: Clint, hai visto cosa dice di te Daniele Capezzone del quotidiano La Verità? Ti ha eletto simbolo dell’«affermazione dell’individuo contro ogni potere», e risposta alla «lagna e al disagio esistenziale» dei millennials scansafatiche. Da giorni sui social il dibattito accende gli animi pure di coloro che non hanno visto né la serie tv né Cry Macho, ultimo film diretto e interpretato dal 4 volte premio Oscar.

La faccenda è rilevante perché identifica e mette a confronto due mondi di appartenenza e altrettanti immaginari, lontanissimi tra loro. Zerocalcare o il vecchio Clint? Michele Rech o Eastwood? Il flusso di coscienza vagamente onanista o la sbrigatività del maschio alfa? Detto in soldoni, è l’ultimo aggiornamento della contrapposizione tra la sinistra alternativa, antagonista, problematica e cagadubbi di tendenza nichilista della periferia non solo romana, e la destra pragmatica, spiccia, anticonformista e risolviproblemi che si riconosce nel partito repubblicano yankee. Tuttavia, a onor del vero, va detto che «Clint è di tutti. In questi tempi di scontri frontali e generalizzati, è un’utopia vivente», ha correttamente notato Teresa Marchesi sul Domani. Perché, sebbene si sia schierato apertamente con Donald Trump, è «troppo individualista per essere di destra o di sinistra», come lui stesso ebbe a dire di sé in una vecchia intervista.

E, dunque, se il coriaceo Ispettore Callaghan incontrasse il novelliere grafico del Forte Prenestino probabilmente conierebbe uno dei suoi celebri aforismi. Forse non proprio Coraggio… fatti ammazzare, perché, sebbene non gli risulterebbe simpatico, tuttavia Zero non è un mafioso o un rapinatore tipo quelli che sistemò nel film del 1983. Magari aggiornerebbe il titolo in «Coraggio, fatti ammazzare… di lavoro». Di sicuro Callaghan non avrebbe la pazienza di Strappare lungo i bordi degli psicologismi del protagonista. Gli metterebbe in mano una vanga per curare il prato. O un secchio di detersivo per lavare e lustrare la sua Gran Torino, come fece nell’omonimo film Walt Kowalski, il reduce dalla guerra di Corea, con Thao, il giovane asiatico vicino di casa, vessato da una gang di teppisti locali.

L’olio di gomito è un’ottima cura per le pare e quella del vecchio Clint è la cultura del rimboccarsi le maniche. L’esatto contrario del mandare curriculum a pioggia aspettando sul divano che passi il treno giusto. E, nell’attesa, confidare nel reddito di cittadinanza. Già, chissà cosa penserebbero i personaggi di Eastwood del sussidio pubblico di base. Kowalski di Gran Torino; Earl Stone, il floricoltore trasformatosi in corriere per sbarcare il lunario di The Mule; Richard Jewell, la guardia giurata che grazie al suo zelo sventò l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta (salvo poi esserne incolpato). E infine, Mike Melo, l’ex domatore di cavalli, protagonista di Cry Macho, che va a prelevare in Messico il figlio del suo ex datore di lavoro per portarlo in Texas.

Forse lui, l’ultimo della serie di cowboy, sarebbe il più indulgente verso Zerocalcare. Perché, in fondo e molto alla lontana, il vecchio Clint e il fumettista di Strappare lungo i bordi qualcosa in comune ce l’hanno. Entrambi, ognuno a suo modo, nutrono una certa diffidenza verso il prossimo. Burbero e un po’ misantropo uno, sociopatico per timidezza e pigrizia l’altro. Solo che quella di Zerocalcare è una sociopatia per difetto di protagonismo, ripiegata e autoreferenziale, da «cintura nera di come si schiva la vita». Mentre quella di Eastwood è l’esatto opposto, insofferente proprio verso l’indolenza, la passività giustificata dai luoghi comuni e dalla rinuncia sorretta dal cinismo.

In Cry Macho, il personaggio di Eastwood va contro i poteri forti e si ribella alle apparenze. Mentre Zerocalcare è sull’orlo della resa amara, Mike Melo scavalca una lunga serie di ostacoli per «finire il lavoro». Senza enfasi e senza eroismi, ma con determinazione. Per il regista di Lettere da Iwo Jima il vero eroe è l’uomo comune che «attraversa la vita e lascia il segno da qualche parte», non «gli eroi dei fumetti», che detesta. Eppure, «questa cosa del macho è sopravvalutata», dice l’ex cowboy dell’ultimo film. E ha tutta l’aria di essere un bilancio, tra il malinconico e l’autoironico, dello stesso Eastwood. «Da giovane pensi di avere tutte le risposte, ma quando diventi vecchio ti accorgi che non ne hai nessuna. Tuttavia», prosegue, «ognuno deve fare le proprie scelte». E, rivolto a Rafo, il ragazzino che sta riportando a casa, «anche tu dovrai fare le tue». Niente vittimismi e passività, dunque. La vita va presa al volo, non schivata.

 

La Verità, 7 dicembre 2021

I contrasti elementari nell’integrazione di Zero

Molta cura della confezione, una spruzzata di mistery, qualche luogo comune e tanta promozione: da un paio di giorni sono visibili su Netflix gli otto brevi episodi di Zero, la prima serie italiana con protagonisti giovani neri, italiani di seconda generazione, ispirata dal romanzo Non ho mai avuto la mia età (Mondadori) di Antonio Dikele Distefano. L’obiettivo dichiarato è raccontare «un futuro di inclusione e di valorizzazione della differenza». Zero è il soprannome di Omar (l’esordiente Giuseppe Dave Seke), preso dal numero sulla maglietta di basket che indossa quando inforca la bici da rider o gira con gli amici del «barrio», tra i quali la più tosta è Sara (Daniela Scattolin), casualmente l’unica ragazza del branco. Oltre a una certa timidezza, Omar ha il superpotere di diventare invisibile, soprattutto quando c’è da aiutare la gente che sta lì e non vuole andarsene nonostante i frequenti e misteriosi incidenti. Perché in quel quartiere, in fondo, hanno messo «radici», c’è solidarietà, ci sono le feste con il cous cous e i ragazzi, va detto, sono tutti di bell’aspetto, con occhi grandi, e le felpe, le t-shirt e i rasta giusti. Pure troppo, verrebbe da dire, considerato che, a parte lui, non si capisce bene gli altri come sbarchino il lunario. Le pizze di Sandokan invece devono essere superlative se, dalla periferia, Omar le consegna persino nell’attico con piscina di City Life dove vive Anna (Beatrice Grannò), aspirante architetto che ha appena rotto con il suo ganzo. Tra loro la scintilla scocca immediata e così la favola può cominciare, nonostante qualcuno abbia provveduto ad appiccare un incendio nella pizzeria e a sabotare la centralina elettrica del quartiere. E proprio mentre sui muri compaiono le affissioni dell’azienda immobiliare che promette di trasformare la zona nel nuovo Eden. Sta a vedere che i fatti sono collegati…

Prodotta da Fabula Pictures con Red Joint Film, creata da Menotti e diretta da quattro diversi registi, Zero è una favola sentimentale che vuole essere anche sociale, con una trama elementare e un filo prevedibile. Che mostra una Milano da cartolina, giocata sul contrasto tra il quartiere popolare e genuino e le avveniristiche location di party ed eventi snob, senza dimenticare i Navigli e la Galleria deserta di notte. Una storia con strani innesti animisti, nella quale i buoni sono tutti da una parte, certi poliziotti sono venati di razzismo e l’imprenditore è losco e corrotto. Tutto condito dal rap di tendenza, da Mahmood a Marracash, perfetto per accompagnare un’integrazione un tantino patinata.

 

La Verità, 23 aprile 2021

Leonardo, un polpettone di favole e cliché

Genio e tormenti. Talento e sofferenza. Raccontare la vita di Leonardo da Vinci, il più grande ingegno del Rinascimento, scienza e creatività massime, è impresa al limite dell’impossibile. La scorciatoia che la semplifica è affidarsi ai cliché, alle formule collaudate. In Leonardo, il polpettone da 30 milioni di euro che da martedì, per quattro serate, va in onda su Rai 1 (ore 21,35, share del 28,4%, 6,9 milioni di telespettatori) si è scelta la ricetta giallorosa con qualche spruzzata di arancione. Del resto, quando a una serie con grandi ambizioni internazionali (finora è stata venduta 120 Paesi) collaborano Rai, France Télévisions e Zdf (sceneggiatori Frank Spotnitz e Steve Thompson, registi Dan Percival e Alexis Sweet), una narrazione standardizzata sull’inclusività è l’inciampo più prevedibile nel quale si può incorrere. Stupisce, ma fino a un certo punto, che sul biopic di candelabri e turbamenti proibiti, ci sia la firma di Lux Vide, già produttrice dei Medici. Mentre stupisce meno che ad attivarla sia stata l’ex capo di Rai Fiction Eleonora Andreatta prima di traslocare a Netflix.

Or male. Per appassionare il grande pubblico internazionale alla storia di uno dei più grandi geni della storia dell’umanità si è deciso di far prevalere il linguaggio del giallo e del fogliettone sessuale sulla parte artistica, resa incentrando ogni episodio su un’opera del Maestro (Aidan Turner). Che subito incontriamo imputato di omicidio di tal Caterina da Cremona (Matilda De Angelis), qui coprotagonista, utile a tessere l’intreccio privato: il talento misterioso, l’inclinazione omosessuale, l’invidia dei compagni della bottega di Andrea del Verrocchio (Giancarlo Giannini), soprattutto lei, grande amore incompiuto. «Un’amante?», gli chiede l’inquisitore Stefano Giraldi (Freddie Highmore). La risposta di Leonardo è un capolavoro di ambiguità: «Fissate mai il cielo? Sapete: l’aria non ha colore, è invisibile. Eppure il cielo è colorato di blu. Un enigma come il cielo, questo era lei per me». Così, non possono che vincere solitudine e tormenti, rifiuti e incomprensioni. Tanto più se sullo sfortunato genio incombe dalla nascita la maledizione annunciata dall’uccellaccio posatosi sulla sua culla d’illegittimo neonato. Una spruzzata gotica fa sempre audience. «Una fiction non è un documentario», hanno ribadito i produttori mettendo le mani avanti alla presentazione. Concetto espresso ancora meglio da Giannini: «Noi attori raccontiamo delle favole». A volte anche troppo.

La Loren torna in un film sulle orme di Romain Gary

Ci voleva un’idea speciale per riportare Sophia Loren sul set alla bellezza, ancora riconoscibile, dei suoi 86 anni. La trasposizione cinematografica di La vita davanti a sé di Romain Gary (Neri Pozza) per la regia del figlio Edoardo Ponti lo era. Uscito nel 1975, questo straordinario romanzo ambienta nella banlieue parigina di Belleville la storia di Momò, bambino arabo adottato da Madame Rosa, ex prostituta ebrea che si prende cura, a pagamento, dei figli delle sue colleghe più giovani, impossibilitate ad accudirli. Nel 1978, interpretato da Simone Signoret e diretto da Moshé Mizrahi, il film conquistò l’Oscar come miglior opera straniera. Nell’adattamento di Ponti e Ugo Chiti, la storia (dal 13 novembre su Netflix) trasloca negli attuali sobborghi di Bari, dove Momò (il bravo esordiente Ibrahima Gueye), senegalese di religione islamica ha 12 anni, uno sguardo tagliente e quell’irrequietezza che costringe il medico che lo ha in affido (Renato Carpentieri) a rivolgersi all’ex prostituta (Loren) sfuggita all’Olocausto. Fare da madre ai «figli di puttane» è il nuovo modo di mantenersi di Madame Rosa, ma quel ragazzino già reclutato dal racket dello spaccio, le dà parecchio filo da torcere. Non resta che trovargli un lavoretto come aiutante di Hamil (Babak Karim), l’amico ebreo proprietario del bazar di tappeti e tabacchi. Così, poco alla volta, tra Momò e Madame Rosa s’instaura un rapporto di complicità che responsabilizza il ragazzino fino al capovolgimento dei ruoli, trasformandolo in colui che si prende cura della vecchia donna.

Sostenuto da una buona fotografia e dalla recitazione della Loren che appare la più convinta dell’operazione, per la quale, non a caso, c’è già chi parla di candidatura all’Oscar, il film ha il merito di narrare senza forzature ideologiche una storia d’integrazione multietnica tra un’ex prostituta ebrea e un bambino musulmano, sullo sfondo di un paese cattolico. Pur senza saperne riprodurre la freschezza, la mossa corretta degli autori è esser rimasti fedeli a quel romanzo, scritto in stato di grazia. All’epoca, quando uscì in ampio anticipo sull’opera di Daniel Pennac (residente a Belleville) e sugli scrittori dell’immigrazione araba, i problemi di convivenza e di gestione dei flussi migratori non erano così drammatici come sono poi diventati. E Gary riuscì con il suo talento a rendere lo sguardo stupito del bambino che si apriva a quella vita, brulicante di differenze e complicazioni, senza sconfinare in moralismi e sociologie. Che avrebbero inquinato l’innocenza del protagonista e ridimensionato l’originalità del romanzo.

 

La Verità, 15 novembre 2020

Quante cose succedono sulla scacchiera di Beth

Scriveva Thomas Henry Huxley che «la scacchiera è il mondo e gli scacchi sono i fenomeni dell’universo». E, in effetti, quante cose succedono sulle tavole bianconere di Beth Harmon, la magnetica protagonista di La regina degli scacchi, la miniserie di Netflix interpretata da Anya Taylor-Joy, ideata e diretta da Scott Frank con la supervisione del campione Gary Kasparov e tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis (The Queen’s Gambit), già autore dello Spaccone, insomma uno che con le storie di giochi di qualità ci sa fare. Dunque, dentro e attorno a questa scacchiera succede di tutto, ma principalmente avviene l’emancipazione da un’infanzia disgraziata – separazione dei genitori, incidente della madre, ingresso nell’orfanotrofio – di questa bambina dai capelli rossi che, dopo il divorzio anche dei genitori adottivi, crescerà ammaliante e inevitabilmente ribelle.

La scacchiera, dunque. È nel seminterrato del custode del rigido istituto – siamo nel Kentucky dei primi anni Sessanta – che Beth impara a conoscerne gli infiniti segreti, rivelando subito la sua formidabile predisposizione. «Quelle come te non hanno vita facile», preconizza il burbero ma paterno custode. «Sei due facce della stessa medaglia; da una parte il talento, dall’altra il prezzo da pagare. Non si può dire quale sarà il tuo di prezzo, avrai il tuo momento di gloria, ma questo non durerà, tu hai così tanta rabbia dentro, devi fare attenzione».

Calda, coloratissima, ritmata, piena di ottima musica e perfettamente confezionata nel vintage di abiti, rossetti, drink e arredi, c’è chi ha visto nella Regina degli scacchi «una Wonder woman senza superpoteri» che, superando il lastrico delle mortificazioni e delle dipendenze da tranquillanti e alcool, si impone in un mondo ossessivo nel quale le primedonne sono sempre gli uomini. Oppure c’è chi ha sottolineato «la rivalsa rispetto a come ha visto i mariti del tempo trattare le mogli». Tutto vero, certamente. Al punto che, a volte, la parabola del riscatto sconfina nella favola (l’adunata degli avversari da lei umiliati pronti ad assisterla). Ma forse l’originalità della storia è rintracciabile in ciò che succede nella tavola quadrettata, dove la protagonista riversa la sua rabbia forgiata di prodigioso talento. Così che la scacchiera, senza essere territorio per adepti, diventa esercizio di strategia, storia fantasy, thriller e, nelle partite lampo, spartito rap. O, più spesso, psichedelico, grazie all’additivo di quelle irrinunciabili capsule verdi, il famoso «prezzo da pagare». Perché, purtroppo, anche stavolta, non c’è genio senza la molto comprensibile sregolatezza.

 

La Verità, 14 novembre 2020

«Da Giuda a Curon, la vita e il cinema sono horror»

Ho appena finito di vedere Curon: bella cupa.

«Anch’io vi leggo, La Verità è un giornale diverso e molto vivo. Un po’ come una biscia».

Ecco Luca Lionello: visione, originalità, inclinazione pulp. Faccia e temperamento perfetti per una serie gotica come quella di Netflix, ambientata sul lago di Resia (Val Venosta, Alto Adige), dove il campanile che sbuca dall’acqua crea un set naturale: inquietante come l’immagine scelta da lui per descrivere La Verità, e che considera un complimento: «Aldilà del simbolo del serpente, la biscia ha colori fluorescenti e sorprendenti, che in natura non si trovano. E poi è imprevedibile… Insomma, oggi è il mio pomeriggio fortunato».

Cos’altro lo fa essere tale?

«È una bella giornata e di sicuro ci sarà un bel tramonto romano. Colleziono tramonti, con delle fotine…».

Per Instagram, come tanti?

«No. Sono un modesto studioso di quello che accade nel cielo. Potrei parlarle della qualità della luce, anche il cinema è fatto di luce e cambia da film a film. Ma non vorrei tediarla. Diciamo che sono un contadino delle nuvole… Potrei definirmi così».

Parlare con Luca Lionello, figlio di Oreste, icona del Bagaglino e sublime doppiatore di Charlie Chaplin, Marty Feldman e Woody Allen, è come avventurarsi su un sentiero di montagna, con quel fremito d’incognito che si mescola all’euforia della scoperta. Sposato, padre di Maja e Ori, nomi con una storia lunga così, Lionello è un attore estraneo ai circuiti della cinematografia mainstream: il Giuda Iscariota interpretato in The Passion di Mel Gibson è un eloquente biglietto da visita.

Chi è Thomas, il padre pieno di ombre che interpreta in Curon?

«Dovrei avere una risposta pronta, invece mi sento di dire che non lo so chi è. Ha una personalità forte e una psicologia definita e, aldilà dell’horror o del fantasy, compie azioni terribili».

Addirittura.

«Diciamo sconvolgenti. Sembra un mascalzone solitario, ma fa tutto per un bene supremo, come dicono all’Onu. Però gli voglio molto bene».

Curon è una meditazione sul doppio, con due gemelli rovesci della stessa medaglia. È anche una riflessione sulla scelta tra bene e male?

«La metafora la tratteggia la professoressa quando racconta la leggenda per la quale in ognuno di noi c’è un lupo buono e un lupo malvagio. Noi diamo da mangiare a quello buono, ma a volte ci sbagliamo perché le cose non sono come ci appaiono. Ovvero, la vita è una tragedia e non sempre sappiamo come prenderla. A Curon le ombre si inseguono perché questo lago è misterioso».

Aldilà delle citazioni di Stephen King, l’hotel con un solo inquilino, il ruolo dei ragazzi e la loro passeggiata nel bosco che ricorda Stand by me, è una storia lugubre e sinistra.

«Il campanile fa pensare a qualcosa che non quadra perché il suo posto sembra sbagliato. In realtà, è l’acqua che non dovrebbe stare lì (una diga costruita 70 anni fa creò il lago artificiale che sommerse il paese di Curon ndr). Ai ragazzi è affidato un ruolo salvifico, ma poco dopo la scena del bosco si profila la tragedia. Le storie che s’intrecciano hanno regole precise».

Una di queste è che la religiosità sconfina nella superstizione? Anche i componenti della famiglia con le pareti di casa tappezzate di crocifissi hanno tutti un lato oscuro.

«È una sensazione reale che mi ha ricordato quei film western nei quali c’è sempre il cappellano con la Bibbia in mano che dice messa nella casetta di legno. È la coperta suprema che serve a velare tutto. Il crocifisso non è un simbolo di allegria. Nella serie è un alfabeto che fa da sfondo, come nei boschi di quelle valli punteggiate da edicole votive e crocifissi che rappresentano una cultura molto presente».

Il sacro è un mistero che a Curon inclina al gotico?

«Sì, anche se non mancano le sorprese. Alfred Hitchcock dice che se mostri un fucile poi quello deve sparare. Invece il fucile che ho sempre in mano io non spara un colpo perché il mio personaggio è strano e ci sarebbe molto da raccontare».

Materia per la seconda stagione?

«Queste cose le decide il pubblico. Da quello che so è stato un bel successo e sarebbe un peccato lasciare tanta gente delusa».

Com’è stato interpretare Giuda in The Passion di Mel Gibson?

«Potremmo scrivere dei libri. Finora non ne ho quasi mai parlato… Una mattina, mentre ero fuori con il mio cane, mi chiama un’agente di una delle maggiori società di casting del mondo. Aveva visto L’italiano, un film del 2002 nel quale recitavo una piccola parte. Voleva delle informazioni. Qualche tempo dopo mi richiama per dirmi che presto avrei dovuto incontrare un regista importante per un film molto ambizioso».

E lei?

«Sono scappato da Roma e mi sono rifugiato a Frattura vecchia, il paesino terremotato dell’Abruzzo dove avevamo girato L’italiano».

Finalmente arrivò il provino…

«Avvenne in una chiesa romana del 1100, un luogo buio, ornato di affreschi medievali. Gibson vedeva attori da tre anni. A me chiese solo se avevo altri impegni in vista, perché voleva esser sicuro che fossi a sua disposizione. Più che un contratto, era una comunione d’intenti senza una data di fine lavorazione».

Recitare in The Passion è stata un’esperienza irripetibile?

«Per un attore Giuda è più stimolante di Amleto. Che Dio mi perdoni, è persino più interessante che interpretare Gesù. Per volere di Gibson spesso Jim Caviezel indossava il mio naso. Il regista aveva fatto un calco perché Gesù e Giuda avessero lo stesso profilo e nel buio del Getsemani potessero confondersi».

Conferma che Gibson volle che una delle mani che inchiodano il Nazareno alla croce fosse sua?

«Confermo. The Passion è stato qualcosa più di un film. Flagellare Gesù per un paio di mesi, il tempo per girare quella scena, ti rimane dentro. Ti trovi in una realtà che se non la vedi rimane letteraria. Nella vita la sofferenza non la reggiamo, poi se entri in un ospedale ti accorgi che la realtà è complicata. Alla fine, la vita è un horror».

Non sempre, dai. Cos’altro è successo sul set?

«In questi giorni che si è ricordato Alberto Sordi mi è venuto in mente che Gibson volle ricostruire il Getsemani nello Studio 5 di Cinecittà. Per dare la luce giusta si usava un lenzuolo bianco, ma un giorno al direttore della fotografia qualcosa non quadrava perché ci avevano scritto sopra: <Grazie Alberto>. Era morto Sordi e qualcuno lo salutava a quel modo. Appreso il fatto, Gibson interruppe le riprese e mandò tutti a casa: “Oggi state con Alberto”, disse».

Ha mantenuto i rapporti con lui?

«È l’unica persona che conosco alla quale non rompo le scatole. Ogni tanto si leggono indiscrezioni sul seguito di quel film. Dovrebbe riguardare la resurrezione».

Qual è stato il lascito più importante di suo padre?

«Innanzitutto il cognome, che non è poco. È stato il mio primo maestro, mi ha lasciato libero di scegliere perché era molto intelligente e si è fidato della mia responsabilità».

Il doppiaggio è scuola d’arte o di artigianato?

«Il doppiaggio è il cavallo di Troia e bisogna avere molta cura, perché t’insuffla un’altra cultura e tu ne sei conquistato».

Quale altra cultura?

«Quella italica. Una certa difficoltà dell’inglese in Italia è figlia del doppiaggio».

Che cosa s’impara, l’immedesimazione nell’altro, a non essere egocentrici?

«Il doppiaggio è una grande palestra. Si impara a ottenere un risultato, come ci arrivi non ha importanza. Però bisogna raggiungere la meta con qualsiasi mezzo».

Quale meta?

«Essere credibili. Quando recito parto sempre dal concetto di concerto e uso il mio strumento come un pianoforte: nel doppiaggio è la voce, nel cinema il corpo».

I doppiatori sono figli del cinema americano, del Piano Marshall e di una pensata di Giulio Andreotti, sottosegretario di Alcide De Gasperi?

«Sì. Il Piano Marshall per l’Italia contemplava anche 300 film americani all’anno doppiati in italiano. Siamo ancora qui da allora».

Quando suo padre impersonò proprio Andreotti al Bagaglino il cerchio si chiuse?

«Fu una nemesi, come si dice in questi casi».

Dopo Curon a quale progetto sta lavorando?

«Alla regia di una storia di animazione che ha a che fare con l’esperienza che abbiamo vissuto in questi mesi. È tratta da Il volo delle foglie, il primo romanzo di Fabio Teriaca, un chiropratico con la passione dell’arte e della letteratura. L’animazione è un mondo molto complesso e sofisticato, ma anche un luogo di grande libertà».

Per uno che interpreta ruoli come i suoi che cos’è la paura vera?

«La paura è un allarme esterno come il dolore è un allarme interno. Perciò dobbiamo tenercela cara. Anche perché, essendo un sentimento ancestrale, se cerchi di gestirlo perdi solo tempo. Non è un interruttore che accendi e spegni».

Le piacevano i balconi canterini e gli slogan tipo «andrà tutto bene»?

«Assolutamente no. Però qualcosa si doveva fare, non dico un esorcismo collettivo… Nessuno ci aveva insegnato a gestire situazioni così. Anch’io mi sono affacciato a battere le mani, ma mi piaceva di più la città silente».

Un soggetto perfetto per una serie tv o un film?

«Una sorpresa nella tragedia. Perché alla fine ci siamo resi conto che non c’era da salvare il mondo, ma l’uomo. Se continuiamo a buttare plastica nel mare ci rimane un quarto d’ora di vita. Il pianeta resta, noi siamo di passaggio. Sordi diceva che a Roma si deve camminare in punta di piedi e chiedendo permesso per non violentarla».

In un momento così la politica ha mostrato la giusta attenzione verso il mondo dell’arte?

«La politica è stata la prima a rimanere spiazzata. Anche un bambino avrebbe capito che non bastava chiudere solo i voli diretti dalla Cina. Se non ci fossero stati gli attori, le cose sarebbero andate peggio. L’attore fa compagnia perché racconta delle storie. È un mestiere che tende al sacro perché consola e aiuta a condividere. Senza le storie che ci arrivano dall’arte, dal cinema, anche da internet la situazione sarebbe stata ancora più drammatica. Invece gli italiani si sono dimostrati meravigliosi».

Gli italiani come popolo, più dei politici?

«Certo che sì, palla avanti e pedalare. Chi lo sapeva che eravamo così pronti ad assorbire e accettare?».

 

 

La Verità, 27 giugno 2020