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Una zattera di marginali in cerca di un’àncora

È la serie più commovente e tra le meglio recitate del momento, la seconda stagione di Tutto chiede salvezza visibile su Netflix, prodotta da Picomedia, diretta da Francesco Bruni, sceneggiata da Daniele Mencarelli, autore del romanzo autobiografico (Premio Strega Giovani del 2020) cui è liberamente ispirata (soprattutto la prima stagione). Dopo le dimissioni dal reparto dell’ospedale psichiatrico dov’era stato ricoverato in Tso per aver picchiato il padre, ritroviamo Daniele (Federico Cesari) alle prese con la causa con Nina (Fotinì Peluso) per l’affidamento di Maria, la figlia di pochi mesi. Per di più, dopo gli studi da infermiere, torna per un tirocinio di cinque settimane nel reparto dov’era stato paziente. Vi ritrova il burbero ma buono Pino (Ricky Memphis) ora suo tutor, il dottor Mancino (Filippo Nigro) e la responsabile dell’ospedale (Raffaella Lebboroni), mentre dei vecchi degenti, Giorgio (Lorenzo Renzi) è il giardiniere della clinica, Alessandro (Alessandro Pacioni) sopravvive nel suo stato catatonico e ricompare anche Madonnina (Vincenzo Nemolato). La nuova situazione fa emergere le fragilità perduranti in Daniele, non facilitato nella vita privata dalla preoccupazione dei genitori presso i quali continua a vivere e dal boicottaggio della madre di Nina (Carolina Crescentini)… Tra i nuovi pazienti lo destabilizzano soprattutto il giovane Rachid (Samuel Di Napoli), algerino e promessa incompiuta del calcio, che pretende favori e privilegi a colpi di ricatti, e Matilde (Drusilla Foer), spietata nichilista, frustrata dalla sua controversa condizione e dalla morte di un amante che Daniele le ricorda per la sensibilità e il candore con cui condivide il dolore degli altri. Nel guazzabuglio psico-sentimental-esistenziale di una maturazione incerta c’è spazio per la poesia, passione non segreta di Daniele, e l’incontro con Angelica (Valentina Romani), la figlia di Mario (Andrea Pennacchi), precipitato dalla finestra nella prima stagione. Tutto compone un dramedy che a volte strappa il sorriso e, più spesso, muove alla commozione narrando il vagare di una zattera di marginali alla ricerca di un’àncora salvifica.

Post scriptum Era inevitabile che, dopo l’imbarazzante 0,99% di share (169.000 spettatori) si cambiasse la programmazione (non ancora ridefinita) di L’altra Italia di Antonino Monteleone, per le prime tre puntate trasmesso senza successo il giovedì sera su Rai 2. Più che l’improbo confronto storico con Michele Santoro, qualunque approfondimento piazzato in quel presidiatissimo orario sconta il fatto di arrivare per terzo, dopo due talk show già ben consolidati.

 

La Verità, 20 ottobre 2024

I talenti di «Ripley», la serie capolavoro di Zaillian

Una meraviglia. Un gioiello. Non bisogna temere di sfiorare l’enfasi nel raccontare Ripley, la miniserie in otto episodi scritta e diretta da Steven Zaillian (Oscar per la sceneggiatura di Schindler’s List) prodotta da Hbo e visibile su Netflix. Raffinatezza, eleganza, perfezione formale regalano nuova curiosità allo spettatore pur di fronte alla storia già nota che ha per protagonista l’inquietante manipolatore ideato da Patricia Highsmith ne Il talento di Mr. Ripley, il più celebre dei suoi romanzi, già più volte portato al cinema. Sono diverse le originalità di questa trasposizione. La prima, evidentemente, l’abbacinante bianco e nero: una scelta di autorevolezza. È il colore del neorealismo, delle investigazioni, delle pagine dei quotidiani sfogliati con apprensione da Ripley per capire se le sue imposture stanno per essere scoperte. È il colore del cinema di Alfred Hitchcock e Federico Fellini, riferimenti riconoscibili dell’autore. Il bianco e nero passa la spugna sul pittoresco dell’Italia dei primi anni Sessanta – le spiagge di Atrani sulla costiera amalfitana, i caffè di Napoli, Sanremo, i palazzi nobili di Roma e Venezia – dov’è ambientata la storia. La seconda scelta è l’essenzialità del racconto fatto per immagini più che per parole. In questo thriller psicologico ogni scena cela un’allusione, un retropensiero così ben inciso da rendere eloquenti pause e silenzi. Su tutto spiccano le interpretazioni del protagonista (Andrew Scott) e del superbo cast (Dakota Fanning, Johnny Flynn, Margherita Buy, Eliot Sumner e John Malkovich, degni di nota i confronti tra l’ispettore di Maurizio Lombardi e il truffatore) che, procedendo per sottrazione, evidenziano il tratto enigmatico di Ripley, ossessionato da Caravaggio, e capace di volgere a suo vantaggio le situazioni più compromesse. Infine, la fotografia di Roger Elswit (Oscar per Il petroliere) che ritrae in una luce algida stazioni ferroviarie, hotel de luxe, uffici postali e di polizia, androni di banche, chiese, vicoli, scalinate, calli e canali.
Incaricato dal facoltoso padre di ritrovare Dickie Greenleaf, il figlio aspirante pittore che non vuol tornare a New York per occuparsi dell’azienda di famiglia, l’anonimo ex compagno di studi accetta di trasferirsi spesato di tutto punto in Italia per portare a termine la missione. Ma una volta ritrovato l’amico, ora fidanzato con una scrittrice, intuisce la possibilità di svoltare un’esistenza meschina e mette in atto il suo piano, trascinando tutti in un vortice di frodi, menzogne e falsificazioni. È il talento di Mr. Ripley.

 

La Verità, 8 maggio 2024

Il pioniere Berlusconi, uomo del fare prepolitico

Il pioniere Silvio Berlusconi. L’innovatore. Il rivoluzionario che ha cambiato i mondi nei quali ha agito. Il 4 ottobre 1990 si festeggia il decennale di Canale 5. Berlusconi è giovane, ha i capelli e il sorriso flash. Lo smoking è impeccabile. L’occasione è importante e l’intervista a tutto campo di Mike Bongiorno viene trasmessa nella rete ammiraglia. Tu ti occupi di tante cose, gli dice Mike snocciolando l’elenco dalla tv al calcio, dall’edilizia all’editoria. «Non hai mai fatto un pensierino alla politica?». «Io sono un uomo del fare, quindi lasciami fare il mestiere che so fare bene che è quello dell’imprenditore». È l’inizio di Il giovane Berlusconi, la docuserie in tre episodi visibile da ieri su Netflix. Prodotta da B&B Film, in coproduzione con Gebrueder Beetz e la franco tedesca Zdf Arte, scritta da Matteo Billi e Piergiorgio Curzi con la regia di Simone Manetti, è uno dei documenti più completi per capire chi sia stato davvero il fondatore della Fininvest, il grande editore, l’inventore di Milano 2, il patròn più vincente del calcio italiano, il creatore di un partito che in pochi mesi ha vinto le elezioni politiche di un Paese allo sbando.
Il pioniere, recita la Treccani, «è il primo o fra i primi a lanciarsi in una iniziativa o a diffondere un’idea, aprendo nuove possibilità di sviluppo». Ritraendolo così, la docuserie scava e racconta senza pregiudizi, grazie all’intelligenza, la ricchezza e la pertinenza delle tante testimonianze raccolte. «Lui è stato più bravo, più charmant», sintetizza Fedele Confalonieri.
L’epopea berlusconiana comincia da Milano 2, il quartiere che abolisce i semafori e cambia il modo di abitare. Berlusconi è ossessionato dalla perfezione. Ogni venerdì va a controllare i cantieri. «Una volta l’ho visto sradicare un lavandino con le sue mani e buttarlo per terra», racconta Marcello Dell’Utri: «Questo non va qui, va lì». Per far acquistare due palazzi di Milano 2 all’inavvicinabile dirigente di un ente romano sommerge di rose rosse la segretaria, che lo avvertirà del viaggio del dirigente al Nord e gli prenoterà sul treno il posto di fronte a quello del suo capo. Nella cittadina satellite si installa la tv via cavo e quando l’etere viene liberalizzata, l’immobiliarista Berlusconi «vede» un’emittente locale, TeleMilano 58, con ambizioni nazionali. Sintetizza Vittorio Dotti: «La televisione è tutto ciò che c’è intorno alla pubblicità». Ad Adriano Galliani, invitato a cena ad Arcore, chiede a bruciapelo: «Ma lei, con la sua azienda (Elettronica industriale ndr), sarebbe in grado di costruire tre televisioni nazionali?». L’idea rivoluzionaria è il pizzone, cassette da 24 ore pre-registrate con programmi e pubblicità spedite nelle tv locali collegate. Nasce Publitalia 80. Qualche anno dopo, a Carlo Freccero, allora direttore di Canale 5, dice: «Devi fare un palinsesto che imprigioni il pubblico alla televisione». La Rai propone telefilm singoli, Dallas fidelizza. «La cosa interessante», prosegue Freccero, «è che J. R. era la controfigura di Berlusconi». La controprogrammazione sono i Puffi opposti al telegiornale. La Fininvest acquisisce Italia 1 da Rusconi, ma l’osso duro è Rete 4 di Mondadori. Nel weekend che precede l’accordo che abolisce gli sconti, li usa per rastrellare più investitori possibile. Quando Luca Formenton rientra dal fine settimana si arrende.
«Berlusconi vuol essere americano», spiega Freccero. «La differenza dall’Europa è nel verbo ausiliare. In America è to do, in Europa è essere: Berlusconi è l’uomo del fare, vincente». Tuttavia, un privato con tre televisioni spaventa. Il pretore di Pescara decide di oscurarle perché non possono trasmettere in diretta. «Noi non trasmettiamo in diretta, ma in contemporanea», precisa Bongiorno. Pino Corrias: «Berlusconi forza le leggi». Inizia la rivolta dei Puffi. Bettino Craxi fa riaccendere le tv. E prepara la strada per sbarcare a La Cinq convincendo Francois Mitterand («Fu l’unico scontro che ebbi con lui», rivela Jack Lang, ex ministro della Cultura). Berlusconi la inaugura nel febbraio 1986 con Charles Aznavour, Michele Platini e Serge Gainsbourg, qualche giorno dopo aver firmato l’acquisto del Milan. Anche nel calcio punta al traguardo più alto. Il «Berlusconi sei una bella figa» che gli urla un fan in quel periodo  di successi «è la sublimazione della sua vanità» (Gigi Moncalvo). Non tutto però va bene. La Standa che avrebbe dovuto diventare «la casa degli italiani» fallisce. Scoppia Tangentopoli. Due istituti bancari che avevano sostenuto l’espansione del gruppo chiedono il rientro dei crediti. Incalzano le inchieste giudiziarie. Confalonieri è indagato, Dell’Utri a rischio arresto. Si arriva alla sera delle monetine all’Hotel Raphael contro Craxi. Nel crollo generale dei partiti solo il Pci rimane in piedi. Avrebbe sicuramente vinto le elezioni del 1994. Senza il suo referente politico, Berlusconi capisce che ha solo una strada davanti. Creare un partito. Confalonieri azzarda: «Dell’Utri sta a Berlusconi come San Paolo sta a Gesù Cristo. È uno splendido esecutore». Per creare Forza Italia ricicla da Publitalia la struttura, da Canale 5 lo stile, dal calcio l’appartenenza. Poche settimane prima del voto Giovanni Minoli lo intervista per Mixer: «Le piacerebbe fare il presidente del Consiglio?». E Berlusconi corregge la risposta di quattro anni prima a Mike Bongiorno: «Quando ho sentito che una cosa dev’essere fatta non mi sono mai tirato indietro». Al duello in tv con Enrico Mentana, «Berlusconi era luminescente, con la spilla che emanava bagliori. Occhetto era opaco, con il vestito color nocciola» (Corrias). «Noi facevamo ancora la politica dei comizi, invece era già cominciata la politica della percezione», ammette Achille Occhetto.
«Il tema è questo», premette Minoli. «Tu puoi fare il presidente del Consiglio essendo proprietario di tre televisioni private?». Si chiude con il giuramento da presidente del Consiglio. Anche per raccontare il successivo trentennio politico, con le debolezze e le difficoltà note, servirebbero occhi di testimoni e linguaggio da documentario senza pregiudizi.

 

La Verità, 12 aprile 2024

Dialoghi, ritmo e ironia premiano The Gentlemen

Aristocrazia e criminalità, Downton Abbey e Pulp fiction, Paolo Sorrentino e Quentin Tarantino: a forza di citare e contaminare, Guy Ritchie ha messo in piedi un suo stile personale. Confronto tra opposti, dialogo tra antagonisti, galleria di orgogliose tribù. La formula raggiunge l’alta definizione in The Gentlemen (spin-off dell’omonimo film del 2019), miniserie in otto episodi visibile su Netflix di cui, oltre a dirigere i primi due, il regista di The Snatch e RocknRolla, solito sbizzarrirsi nei territori della criminalità britannica, è creatore e showrunner.

In superficie ci sono la rispettabilità e l’eleganza della sfarzosa tenuta di campagna dei duchi di Halstead, dinastia di antico lignaggio. Ma appena si scava dietro gli stemmi nobiliari, ecco spuntare le sorprese. La prima arriva quando, alla morte del capostipite, il secondogenito Eddie (Theo James), ufficiale dell’esercito, viene richiamato dal fronte e scopre dal testamento di essere l’erede del titolo e del patrimonio. Il primogenito (Daniel Ings), infatti, è dedito alla droga e causa di guai in serie. La seconda sorpresa è che nei sotterranei, in concessione a un clan di gangster, brulica la coltivazione della marijuana, fonte di proventi che consentono il mantenimento del blasone familiare. Tuttavia, all’improvvisa dipartita del patriarca, il fiorentissimo business scatena gli appetiti di una serie di loschi personaggi, decisi a impossessarsi della magione a ogni costo. All’astuto erede non resta che accettare la pericolosa ma intrigante alleanza con la cinica Susie (Kaya Scodelario), braccio operativo del gran capo del racket (Ray Winstone) che sta scontando una pena… in un magnifico resort.

È solo una delle numerose finte contraddizioni di questa storia che inanella colpi di scena tra sette di religiosi violenti, trafficanti che brandiscono machete, zingari spietati e boxeur che alimentano scommesse in nebbiose palestre. Pur con qualche inevitabile calo, Guy Ritchie e gli altri tre registi escogitano situazioni tra il grottesco e il visionario, plausibili grazie all’originalità della trama, alla qualità delle interpretazioni e alla precisione dei dialoghi. Questi nobili criminali compiono i più efferati misfatti sfoggiando abiti sartoriali, rispettando il galateo e sorseggiando whisky a lungo invecchiamento. Ma soprattutto esprimendosi in un linguaggio consono alla loro tradizione. Così, alla fine, la raffinatezza della confezione fa dimenticare l’oggetto del contendere tra le fazioni in gioco. Al punto che anche l’erede, deciso in un primo tempo a disfarsene, inizia a prenderci gusto.

 

La Verità, 29 marzo 2024

Nell’apocalisse di Netflix siamo ostaggi di internet

Con Il mondo dietro di te e un cast di primissimo livello che comprende Julia Roberts, Ethan Hawke, Mahershala Alì e Kevin Bacon diretti da Sam Esmail, Netflix tenta di replicare il successo di Don’t look up, il film che preconizzava la fine del mondo con l’avvicinarsi di una meteora prodotta dal cambiamento climatico con Leo DiCaprio, Cate Blanchett e Meryl Streep che, uscito a sorpresa nel dicembre 2021, collezionò una miriade di candidature agli Oscar e ad altri premi senza tuttavia conquistarne uno. A firmare quell’operazione c’era Adam McKay, regista, sceneggiatore e autore, nonché membro e finanziatore del Climate emergency fund che, fra l’altro, sostiene le azioni degli ecologisti estremi sul pianeta, compresi quelli di Ultima generazione. Il mondo dietro di te ha un pedigree ancor più prestigioso vantando tra i produttori esecutivi nientemeno che Barack e Michelle Obama, ma sembra di poter escludere che il loro sia stato un sostegno oltre qualche vaga ispirazione.

Siamo nell’upper class di New York e i coniugi Sanford, lui un docente di comunicazione, lei una dirigente aziendale nelle pubbliche relazioni che pure confessa di «odiare le persone», decidono di trascorrere un lungo weekend in una villa sul mare. Non fanno in tempo a prendere possesso della splendida residenza e a stendersi in spiaggia che una serie di fenomeni inizia a susseguirsi attorno a loro. Un’enorme petroliera s’avvicina minacciosa senza timoniere sollevando tonnellate di sabbia. Nel parco della villa cominciano a comparire branchi di cervi sempre più numerosi. Aerei precipitano sul litorale nel più assordante frastuono. E mentre, ovviamente, s’interrompe ogni connessione elettronica e la famigliola resta ostaggio del blackout, suonano alla porta un padre e una figlia di colore che si presentano come i proprietari della casa. E, anche loro vittime del cyber-attack, chiedono curiosamente ospitalità ai loro ospiti. Insomma, la fantasia non manca. E nemmeno la qualità della sceneggiatura, dispiegata su ritmi lenti ma efficaci nel sottolineare i momenti di tensione.

A differenza di Don’t look up e dell’emergenza climatica, stavolta a palesare la fragilità della condizione umana è l’abbandono totale delle tecnologie, senza le quali siamo ostaggi di fronte all’ignoto. Così, sebbene nessuno individui una traccia utile, l’escalation dei fenomeni aumenta tra sette che governano il mondo, attacchi antiamericani e complotti sino-coreani e lotte per la sopravvivenza e solo un’idea semplice risolverà l’enigma. Fino a quel momento però, siamo fragili e precari e abbiamo bisogno di qualcuno che pensi per noi. Chi vuole può crederci.

 

La Verità, 13 dicembre 2023

Painkiller serie esemplare sul potere di Big pharma

A metà tra racconto reale e finzione, Painkiller è la serie del momento. Da settimane ai primi posti della classifica Netflix, si basa su eventi tragici accaduti tra la fine del secolo scorso e il 2019, causati dalle massicce e scriteriate prescrizioni di Oxycontin, poderoso antidolorifico che, con la complicità dei medici e del sistema sanitario americano, la potente Purdue pharma faceva somministrare massicciamente. Basato sul principio attivo dell’ossicodone, oppiaceo a rilascio prolungato destinato ai pazienti oncologici, si tratta di un farmaco che dà dipendenza e, secondo alcune stime, negli Stati Uniti avrebbe causato in un ventennio la morte per overdose di 500.000 persone.

La scena iniziale della miniserie, sei episodi introdotti da brevissime testimonianze di parenti di persone morte a causa dell’Oxycontin, è un piccolo capolavoro. Si vede Richard Sackler svegliarsi disturbato dal suono intermittente ma costante di un sensore dell’impianto antincendio della sua sontuosa residenza. Mentre, a contrasto, parte The sound of silence di Simon & Garfunkel, Sackler si alza, scende le scale e si avvicina al sensore colpevole nell’intento di farlo tacere.

Quell’alert sonoro accompagnerà in sottofondo l’intero svolgimento della storia. È l’avvertimento che qualcuno – magistrati, investigatori, giornalisti – si sta accorgendo di qualcosa di strano nella campagna di vendita del miracoloso antidolorifico? È il pungolo implacabile della coscienza che non accetta le manovre architettate dall’azienda e dai suoi collaboratori per evitare la bancarotta e, anzi, alimentare il potente flusso del profitto?

Magistralmente interpretato da Matthew Broderick, Richard Sackler è il fratello minore di Arthur, psichiatra mancato e geniale ideatore del boom del marchio di famiglia, a sua volta nota nell’alta società per le attività filantropiche e nel campo museale. Il segreto del successo è tutto nella promozione e commercializzazione del medicinale, argomenta il vecchio Arthur, continuando a forgiare le azioni del fratello anche dopo morto. Ma, in fondo, Richard è già malvagio di suo.

Che la potenza del marketing sia fondamentale nell’affermarsi dell’azione di Big pharma lo abbiamo visto durante la pandemia, apprendendo i vari modi attraverso i quali riesce a godere dell’influenza decisiva della politica. Qui vediamo dall’interno il dispiegarsi della macchina da guerra degli informatori medici, venditori cresciuti a colpi di training motivazionali ben oliati. Anche i medici più riluttanti cadono davanti alle promesse di ricchezza e alle moine delle venditrici. La vecchia lettera di un medico che accennava a effetti dannosi solo nell’1% dei casi viene spacciata per uno studio scientifico inconfutabile. Così le farmacie sono prese d’assalto, i dosaggi lievitano, le pasticche vengono frantumate. E le vite finiscono letteralmente in polvere. Mai ammettere alcuna violazione, mai incolparsi di alcun illecito, è l’imperativo del capo. Lo scoglio principale è ottenere l’approvazione della Fda (Food and drugs administration), soprattutto se ci si trova davanti un funzionario particolarmente scrupoloso. Ma anche in questo caso rigore e intransigenza capitolano davanti a favori e promesse. In fondo, dietro sigle ufficiali e altisonanti ci sono sempre persone in carne e ossa, più o meno integerrime, più o meno fragili. Un po’ come quando, a proposito del Covid, abbiamo saputo che la potente e asettica Organizzazione mondiale della sanità è finanziata, tra gli altri, da alcune multinazionali farmaceutiche o dai marchi digitali che fanno capo a Bill Gates.

Mentre la Purdue pharma scarica le colpe delle morti che si susseguono sull’abuso dei tossici e le famiglie ne sono dilaniate, le indagini incalzano e le commissioni d’inchiesta avanzano. Alla fine la famiglia Sackler sarà costretta a cedere l’azienda e a pagare un pesante risarcimento per qualcosa che, in realtà, è irrisarcibile.

Intanto il sensore dell’allarme continua a violare il suono del silenzio.

 

La Verità, 27 agosto 2023

Non siamo soggetti della vita, ma dello storytelling

Del resto, la serie s’intitola Black Mirror e il gioco di specchi tra realtà e realtà virtuale è talmente moltiplicato nelle sue rifrazioni che, alla fine, l’emicrania rischia di essere il fatto più reale di tutti. Rilasciata da Netflix il 15 giugno, la sesta stagione dello show più distopico del pianeta si compone di cinque episodi, ognuno a sé stante. Come già nelle precedenti, anche questa sequenza di storie rappresenta i peggiori incubi causati dall’invadenza della tecnologia e dall’inquietante potere della sorveglianza, spesso confermati e qualche volta persino superati dagli eventi, come abbiamo visto durante la pandemia. Stavolta l’acuto è in Joan è terribile, primo capitolo dell’antologia firmato da Charlie Brooker, che narra di una giovane dirigente d’azienda che divide la sua giornata tra il ménage con il compagno, le responsabilità professionali poco gratificanti e i colloqui con la psicanalista alla quale confida di essere alla ricerca di «una storia di vita» di cui sentirsi protagonista. Forse accettare l’invito dell’ex che si è improvvisamente rifatto vivo è il modo giusto per diventarlo…

Purtroppo, appena rientrata a casa, sintonizzata su Streamberry, cioè Netflix, la giovane dirigente rivede le azioni e i turbamenti di tutta la sua giornata nella serie Joan è terribile interpretata da Salma Hayek. È la famosa intelligenza artificiale che risparmia alla piattaforma il costo degli sceneggiatori trasformando la vita delle persone comuni in altrettanti prodotti televisivi. Non siamo più protagonisti della vita reale, ma soggetti per lo storytelling. Il voyeurismo e la propensione a spiare nel privato degli altri non più dal buco della serratura ma con l’occhio delle telecamere fa il resto. Tutti guardano Joan è terribile e ne disprezzano la protagonista, pedinata dovunque dall’algoritmo finché si scopre che le rifrazioni del reale sono infinite. E allora non resta che andare alla sorgente del flusso e agire con mezzi, in realtà, tutt’altro che virtuali…

Il bersaglio della satira di Brooker è la piattaforma dello streaming (appunto Streamberry) abituata a lavorare in base agli input degli algoritmi, messi sotto accusa anche nel secondo episodio (Loch Henry). Non inganni il tono leggero della denuncia, forse indispensabile affinché Netflix producesse. Curiosamente, è proprio il registro della commedia ad aver deluso parte della critica. Ma anche se l’apocalisse dell’arretramento dell’umano è rappresentato con le chiavi dell’ironia, lo specchio rimane ugualmente nero.

 

La Verità, 22 giugno 2023

Fiorello fuoriclasse, Zoro e Damilano cartellino rosso

Il peggio e il meglio di un anno vissuto televisivamente. Senza troppe fisime e sicuramente con tante lacune.

 Fiorello 10 (Rai 2)

Fuoriclasse. Animale da show. Direttore che fa orchestra. Vedi l’invenzione di Ruggero «pancia del Paese», la reinvenzione di Fabrizio Biggio, ex solito idiota, il coinvolgimento di Manuela Moreno del Tg2 Post. Gli altri, tutti pronti a passare dal Glass di Via Asiago (con qualche disagio dei residenti). Il capolavoro è la viralità: cura ricostituente per l’intera Rai, partendo da Raiplay e Rai 2 (portata dall’1 al 14%) e sconfinando nei tg, su Rai 1, su Radio Rai. Benefattore.

Alberto Angela 9 (Rai 1)

Master in divulgazione. Si tratti dei tesori di Milano o delle meraviglie di Mont Saint-Michel e di Lisbona, il figlio d’arte incarna lo spirito della tv generalista. La bellezza è attorno a noi, ci circonda e ci precede. Per accorgersene basta lo stupore, la dote dei bambini, e non ci sono target che tengano. Narratore rigenerante, saliscendi sulle scale del racconto alto e basso. Antistress.

Tutto chiede salvezza 8 (Netflix)

Può una serie ambientata nel reparto psichiatrico di un ospedale avvincere come un thriller? Sì, se al centro ci sono le nostre domande fondamentali e le nostre fragilità. E se ci sono buona scrittura e ottima regia, Qualcuno volò sul nido del cuculo insegna. La base è l’autobiografico diario della settimana di Trattamento sanitario obbligatorio di Daniele Mencarelli, la resa cinematografica di Francesco Bruni, uno che ha sempre lavorato con i giovani. Profonda.

Una squadra 8 (Sky)

Docu-serie rivelazione dell’anno, 46 anni dopo la vittoria della Coppa Davis a Santiago del Cile, squaderna aneddoti e retroscena in quantità industriale, alternati a curiosi brani d’archivio. Protagonisti Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli: attori naturali loro e sceneggiatura naturale la loro storia. Gli anni Settanta non erano solo di piombo ma anche di terra: rossa come la famosa maglietta dei doppisti. Epica.

Amadeus a Sanremo 7 (Rai 1)

Premio alla professionalità, nell’ultimo Festival ha saputo emanciparsi da Fiorello senza pagare in ascolti e qualità. Il Sanremo tuttifrutti con Achille Lauro, Roberto Saviano e Checco Zalone era perfetto per il governo di quasi unità nazionale. Quando si ha un ventaglio così largo il successo di ascolti è garantito. Da rivedere l’orchestra affidata a «direttori» come Francesca Michielin e il feeling con qualche donna fiera, come Sabrina Ferilli. Medioman.

Fuori dal coro 7 (Rete 4)

Il mio giudizio è sicuramente viziato, ma credo che negli Stati Uniti un conduttore eccentrico come Mario Giordano sarebbe studiato dagli altri media. Invece il perbenismo ci fa alzare il sopracciglio. Meglio il giochino di Bianca Berlinguer con Mauro Corona? O la passerella gauchiste chez Giovanni Floris? Basterebbe l’inchiesta sulle case occupate dagli abusivi per conferirgli uno dei tanti premi di giornalismo che vanno sempre ai soliti. Spettinato.

L’Ora 7 (Canale 5)

Lenta ma seducente, era una serie diversa e forse per questo meritava più coraggio nella promozione. Ispirata da Nostra signora della Necessità (Einaudi) di Giuseppe Sottile, racconta, tra atmosfere dark e cadenze jazz, la lotta senza retorica dei giornalisti del quotidiano palermitano contro le cosche, prima che venisse scritta la parola mafia. Sarà il direttore di quel foglio a stamparla la prima volta. Notturna.

Playlist 7 (Netflix)

La storia di Spotify diventa un gioco di ruolo. Ogni episodio zooma su un protagonista dell’avventura che ha sconvolto il mondo della musica. Quello centrale è il nerd informatico e ultra intransigente che ha l’idea geniale e l’intuizione di contornarsi delle persone giuste. Compreso il tecnico ancora più bravo di lui e l’imprenditore visionario con lieve disturbo della personalità. Un’ascesa entusiasmante, fino a svelare anche tradimenti e cinismi, rovescio della medaglia del successo. Appassionante.

Quarta Repubblica 7 (Canale 5)

Nicola Porro ha il passo della riflessione a lunga gittata. Le interviste one to one (Paolo Scaroni, monsignor Massimo Camisasca…) sono vero approfondimento. La parte di talk non contempla risse e litigi sebbene coinvolga interlocutori molto bipartisan. Qualche volta si apprezzerebbe un pizzico di velocità in più. Comunque, avercene. Equilibrato.

Marco Cattaneo 6 (Dazn)

Uno dei pochi giornalisti sportivi che non se la tira nonostante la competenza. Il suo Sunday night square dopo il posticipo domenicale è un talk senza la gigioneria e l’autoreferenzialità che inquinano alcuni programmi gemelli. Con Massimo Ambrosini e Marco Parolo equilibrio e autorevolezza sono garantiti. Un po’ dimesso lo studio, si potrebbe osare di più. Asciutto.

Amadeus dovunque 5 (Rai 1)

Più di Pippo Baudo e di Carlo Conti nei loro momenti di massimo splendore. Entra nelle nostre case tutte le sere all’ora di cena con I soliti ignoti. Conduce lo show dell’ultimo dell’anno, le serate di revival all’Arena di Verona oltre, inevitabilmente, Sanremo Giovani. Talmente presente da rischiare di diventare un oggetto di arredamento. Ubiquo.

 Lilli Gruber 5 (La7)

Il voto è la media tra l’autorevolezza di ospiti come Massimo Cacciari e Lucio Caracciolo e la faziosità monocorde della conduttrice. Che spesso sconfina in una sorta di punteggiatura, di balbuzie parossistica: ma Salvini… e Salvini… oggi Salvini… ha sentito Salvini… intercalata da: e la Meloni… oggi la Meloni… Il resto, a eccezione della partnership con i colleghi del Fatto quotidiano, è contorno. Rosicante.

Lotta continua 4 (Raiplay e Rai 3)

Tratta da I ragazzi che volevano fare la rivoluzione (Mondadori) di Aldo Cazzullo, la docu-serie è una ricostruzione molto indulgente del periodo che precedette gli anni di piombo e che Erri De Luca chiama «anni di rame». In realtà, l’assassinio del commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972) inaugurò la stagione del terrorismo. Tra le tante voci interpellate solo quella di Giampiero Mughini è ragionevolmente critica. La meglio gioventù siamo noi. Autoassolutoria.

Servitore del popolo 4 (La7)

La serie sulla biografia di Volodymyr Zelensky doveva essere l’evento dell’anno… Sembrava interessante il gioco di specchi tra fiction, realtà e politica tanto che il suo partito si chiama come la serie, ignorata a lungo su Netflix prima di essere proposta dalla rete di Urbano Cairo. Forse si poteva prevedere che, essendo la realtà più cruda della finzione, sarebbe presto scivolata nel dimenticatoio. Pleonastica.

Alessandro Cattelan 4 (Rai 2)

Dopo il flop di Da grande su Rai 1 è arrivato il mezzo flop di Stasera c’è Cattelan su Rai 2. Il programma è uguale a Epcc, visto su Sky: interviste a molti amici, giochini, giovanilismo a cascata. Il punto è proprio questo: non aver capito la differenza tra una pay tv digitale e la tv generalista. Doveva essere il David Letterman italiano. Doveva… Un po’ meglio la serie Netflix Una semplice domanda. Eterna promessa.

Il Circolo dei mondiali 4 (Rai 1)

Salottino arcobaleno à côté dei Mondiali di calcio qatarioti. Ci sono la direttrice di Rai Sport specializzata in ciclismo, le vecchie glorie olimpioniche di salto in alto e ginnastica artistica, un giornalista che compulsa i social e una band per gli stacchetti. In collegamento un inviato e un ex calciatore con la barba dovrebbero parlare della partita appena finita tra una gag e l’altra. Braccialetti dei diritti in bella vista. Che noia.

Cristiano Malgioglio 3 (Rai 2)

Difficilmente un titolo è stato più smentito di Mi casa es tu casa. Primo perché Malgioglio parla soprattutto di sé. Poi perché, come certificano gli ascolti, non c’è casa più lontana della sua da quelle degli italiani. Momento cult: Leonardo Pieraccioni che lo bacchetta: «Me l’avevano detto: guarda che lui fa il programma per sé… Ma io ti metto le mani addosso se nun me fai parla’…». Dopo Heather Parisi e Ilona Staller, lo scoop è l’intervista a Mara Venier in una pausa di Domenica in: almeno è costata poco. Carnevalesco.

Marco Damilano e Diego Bianchi senza voto (Rai 3 e La7)

Esempio da manuale di cosa succede quando l’ideologia entra nel giornalismo e l’informazione diventa militante. La nostra tv è piena di conduttori, anchorman e intrattenitori auto-investiti della missione di riparare il mondo e insegnare agli altri a starci. Ma più Propaganda live di così… Inqualificabili dopo l’invenzione di Soumahoro salvatore della sinistra. Anzi, squalificabili (dal video).

 

La Verità, 30 dicembre 2022

 

Una storia che scorre come l’acqua (di Chioggia)

Odio il Natale è una miniserie di Netflix sull’amore in sei episodi di mezz’ora l’uno che si bevono in un sorso. Perché, anche se è in parte prevedibile che l’odio del titolo si tramuti nel suo contrario, tuttavia il racconto è spumeggiante, come direbbe Jim Carrey. Una serie acqua e sapone, con dialoghi rapidi che non disdegnano qualche riflessione, e senza influenze gender, se si eccettua una misuratissima sbandata lesbo che non devia il corso degli eventi. A differenza della Chioggia intravista in We are who we are di Luca Guadagnino, dove fluidità e transessualità erano il centro della storia, qui siamo proprio tra i canali della cittadina lagunare ritratta in una luce sempre solare sebbene sia pieno dicembre. L’altra imprecisione, com’è stato notato, è la parlata dei protagonisti con lievi inflessioni romane, a eccezione del padre della protagonista e del ricco imprenditore del prosecco, suo spasimante. Un difetto tollerabile tra tanti pregi perché, in realtà, i chioggiotti parlano normalmente un dialetto incomprensibile e l’accento locale avrebbe dato alla storia un carattere provinciale che non vuole avere.

Anche se appare più giovane, Gianna (Pilar Fogliati) è un’infermiera trentenne single molto apprezzata dai colleghi per la disponibilità e il tempismo dei suoi interventi. Il Natale si avvicina e, mentre sorella e fratello sono sposati, lei è il cruccio della madre perché non si spiega come, dopo che il fidanzato storico l’ha lasciata tre anni fa, una ragazza così bella e piena di vita non abbia ancora trovato un nuovo compagno. Che ansia! Vi prometto che alla cena della vigilia verrò con il nuovo fidanzato. Il quale, in realtà, non esiste. Come trovarlo è il tema degli aperitivi con la sorella e le amiche del cuore consumati al bar dove lavora una di loro, anche lei trentenne, carina e ancora illibata. Ma mentre sui canali si allestisce il presepe e il Natale si approssima inesorabile, gli approcci con l’altro sesso sono più che mai insoddisfacenti…

Realizzata da Luca e Matilde Bernabei di Lux Vide, ora società del gruppo Fremantle, Odio il Natale è un adattamento della norvegese Natale con uno sconosciuto. Notevole per la freschezza quasi fiabesca, regala un paio d’intuizioni sottotraccia, ma sostanziali come certi ingredienti nascosti nelle buone ricette. Senza la statuetta del Bambin Gesù, scomparsa nel canale e rinvenuta in extremis dai sommozzatori, non sarebbe un vero Natale. Il quale, a ben vedere, è la festa dell’imperfezione e non è indispensabile essere «a posto» per poterlo celebrare.

 

La Verità, 22 dicembre 2022

«Porto su Netflix l’eroe della sensibilità»

Sarà visibile in ottobre su Netflix Tutto chiede salvezza, la serie tratta dal libro omonimo di Daniele Mencarelli che vinse il Premio Strega Giovani del 2020. Il romanzo racconta la settimana di ricovero in Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) nel reparto di psichiatria di un ospedale romano vissuta dall’autore nel 1994. Mencarelli sarà interpretato da Federico Cesari, i suoi cinque compagni di stanza saranno Andrea Pennacchi (Mario), Vincenzo Crea (Gianluca), Vincenzo Nemolato (Madonnina), Lorenzo Renzi (Giorgio), Alessandro Pacioni (Alessandro). Nel cast anche Ricky Memphis (l’infermiere Pino), Filippo Nigro (uno dei medici), Michele La Ginestra (il padre di Daniele), Fotinì Peluso (l’amica Nina) e Carolina Crescentini (sua madre). Regista della serie è Francesco Bruni, uno dei maggiori sceneggiatori del cinema italiano (ha scritto, fra gli altri, tutti i film di Paolo Virzì, oltre al Montalbano televisivo), qui alla sua quinta regia, la prima di un’opera a episodi per una piattaforma digitale.

Com’è nato questo progetto?

«Ho letto il romanzo nel 2020 e, arrivato a pagina 50, ho chiamato Mencarelli per esprimergli tutto il mio apprezzamento. Gli ho chiesto se i diritti cinematografici fossero ancora liberi, ma erano già di Roberto Sessa (produttore di Picomedia ndr) che li aveva acquistati per farne un film».

A quel punto?

«L’ho chiamato, proponendomi. Un mese dopo mi ha ritelefonato dicendo che aveva deciso di produrre una serie e che io potevo dirigerla in quanto mi ero già occupato di tematiche giovanili».

In effetti, da Scialla! Stai sereno in poi…

«Le ho frequentate spesso. Sia in Scialla! che in Tutto quello che vuoi, il film che ha rivelato Andrea Carpenzano, i protagonisti sono due ragazzi attratti dalla criminalità».

Tornando al romanzo di Mencarelli?

«Essendo il racconto di una settimana di Tso, ho proposto che la serie si sviluppasse in sette episodi, uno per ogni giorno di ricovero».

Alla pagina 50 aveva già visto l’opera?

«È una sorta di punto d’arrivo della mia produzione, che parte dalla leggerezza di Scialla!, passa attraverso Tutto quello che vuoi, con Giuliano Montaldo nella parte di un anziano affetto da Alzheimer, fino a questa storia di un ricovero psichiatrico. Nella quale, senza scomodare Qualcuno volò sul nido del cuculo, ci sono quei momenti leggeri, tipici della convivenza tra persone, diciamo così, eccentriche. Insomma, mi sentivo nel mio».

Lei ha sceneggiato i film di Paolo Virzì, di Mimmo Calopresti, di Roberto Faenza oltre al Commissario Montalbano, ma ne ha diretti solo quattro. Perché per questo progetto si è rimesso dietro la cinepresa?

«Ormai la mia strada è questa. Mi sto sempre più appassionando al set, alla situazione collettiva delle riprese. In passato, non ero visto come un competitor, mentre oggi, dopo quattro film, se suggerisco qualcosa ai registi, è un altro regista che parla. La regia è un’esperienza totalizzante. Se ci arrivi dalla scrittura padroneggi tutto il percorso. Come quando da piccolo fai il presepe a Natale e vai a comprare anche le statuine. Se sei sceneggiatore e regista crei un mondo dall’inizio alla fine».

Che cosa l’ha colpita di Tutto chiede salvezza, una storia ambientata dentro un reparto di psichiatria?

«L’idea che un ragazzo di vent’anni possa camminare su un crinale stretto tra sanità mentale e malattia psichiatrica. Leggiamo i giornali, seguiamo le cronache. A Trastevere, il quartiere dove vivo, ne vedo tanti. È un luogo di ritrovo giovanile, un osservatorio privilegiato dove tutte le sere si scatenano risse, crisi di panico, arrivano ambulanze. Si ha la percezione di un’emergenza. Dopo la pandemia, certi eccessi sono diminuiti. Ma basta leggere un giornale per vedere quanto questi due anni abbiano acuito una sensazione d’impotenza, di mancanza di prospettive tra i giovani, sempre più convinti che studiare sia inutile e che un titolo di studio sia carta straccia. Questa è la prima generazione che starà peggio dei suoi genitori».

Però il libro di Mencarelli è stato scritto prima della pandemia.

«La storia è ambientata nel 1994, ma l’abbiamo trasposta nel presente».

Quindi post pandemia?

«Nell’anno di uscita del libro, anche Daniele è stato d’accordo nell’attualizzarla. Ma non ci sono riferimenti temporali precisi e nemmeno alla pandemia. Se Mencarelli avesse raccontato la sua vicenda nel 1994, l’anno in cui l’ha vissuta, non avrebbe avuto l’impatto che ha avuto. Probabilmente questa eco è dovuta al fatto che ha intercettato una situazione attuale. I giovani si sono riconosciuti».

La tematica del disagio giovanile e dell’eccesso di sensibilità era già presente 30 anni fa?

«Nei primi anni Novanta mi sembrava che fossimo tutti un po’ più sereni. Forse perché ero ancora immerso in una realtà provinciale dove tutto era più tranquillo. Adesso sono arrivati i social media a complicare la situazione. In particolare aumentando la differenza tra il sé vero e autentico e la sua rappresentazione. Ci si vende sempre come persone che stanno bene, performanti e che fanno una bella vita. Prima e più ancora della diffusione dell’odio e dell’attività degli haters in rete, questa menzogna, portata avanti a dispetto della realtà, crea un disagio, una bipolarità, difficilmente gestibile. In più, i social hanno radicalizzato la percezione di essere delle pedine, persone seguite, teleguidate, influenzate nelle scelte di vita e commerciali».

Veniamo da anni di sofferenze e restrizioni, dal cinema e dalla tv ci si aspetta un po’ di spensieratezza, invece…

«Non faccio questo tipo di calcoli. Non guardo le indagini Istat prima di buttarmi in un’opera. Cosa sarà, il mio ultimo film con Kim Rossi Stuart, raccontava di una reclusione sanitaria a causa della leucemia ed è uscito durante la pandemia».

È la prima volta che dirige una serie tv.

«Avevo chiamato Sessa pensando a un film. Quando lui ha parlato di una serie ho accettato. Credo sia la prima volta che Netflix concede a un autore italiano di essere sia sceneggiatore che regista. Se mi avessero proposto di firmare solo alcuni degli episodi avrei declinato».

Come mai nel suo cinema il confronto con la sofferenza è così presente?

«Dall’Alzheimer alla leucemia al disagio psichico, ho fatto filotto. La cosa buffa è che in tutti tre i casi si tratta di commedie. Forse per questa serie il termine è un po’ forzato».

Viene definita un dramedy.

«È il termine corretto, commedia e dramma. Di solito, quando vedo nella narrazione la possibilità di un momento leggero mi viene istintivo coglierlo a patto che non infici la verosimiglianza del racconto».

Insiste su queste tematiche per una motivazione autobiografica?

«È un po’ come chiedere a un musicista perché suona così. Ho sempre frequentato la commedia con un sottofondo drammatico. Anche nei film di Virzì. Un film drammatico che si nega momenti umoristici si fa un torto. Ho una specie di campanello d’allarme: mi chiedo se sto facendo troppo il cretino o se sto appesantendo la gente. È una sorta di antifurto interno. Nella serie si ride, le due cose s’illuminano a vicenda: l’umorismo rende accettabile il dramma e il dramma nobilita l’umorismo».

In questi giorni, dopo due anni di restrizioni, si ripete che i giovani hanno il diritto di divertirsi e dimenticare: possiamo dire che è una storia coraggiosa?

«Sì, certo. Tuttavia, va anche detto che quando il desiderio di libertà e, usiamo la parola vera, di sballo, a lungo compresso, si libera, può accadere che si finisca per rovinarsi il divertimento. In molti casi vedo che la sfrenatezza del desiderio di vivere si trasforma in un boomerang che ritorna addosso con violenza. Lo dico avendone fatte di tutti i colori da ragazzo – mi divertivo parecchio, stavo in giro di notte – pur non essendo mai stato in un commissariato di polizia».

Come tratterà la parte del racconto che contiene critiche al personale medico e infermieristico?

«C’è una critica alla situazione del sistema sanitario. Soprattutto alla carenza di servizi, il condizionatore che non funziona, la carta igienica che manca, a una parte del personale che è poco motivata. I due medici sono antitetici, uno è empatico l’altro severo. Sono persone messe negli avamposti del malessere e lo fronteggiano con i mezzi che hanno a disposizione. In filigrana si può leggere la vecchia diatriba fra manicomi e non manicomi, contenzione e non contenzione, che sembrava superata con l’esperienza di Franco Basaglia e dei suoi epigoni e che invece adesso è rimessa in discussione».

La domanda di senso, la ricerca di felicità che anima il protagonista viene recepita quasi come un disturbo patologico?

«Non è una riflessione sulla ricerca della felicità, miraggio irraggiungibile. È un discorso sulla sensibilità di persone nate senza le difese nei confronti del dolore altrui, un sentimento che li attraversa e li fa stare male. Questo tipo di sensibilità può portare a una patologia psichiatrica. Ma in un certo senso è un superpotere, un superpotere della sensibilità. Daniele, che anche nella serie si chiama come l’autore del romanzo, è un supereroe della sensibilità. Solo che deve capire che la sua è una forza, una virtù, non una debolezza».

Però tutto chiede «salvezza»: che cosa può salvare oggi?

«La compassione. L’accettazione dei propri limiti. La comprensione nei confronti degli altri. Non posso spoilerare il finale. Cito Mencarelli: “Un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato. È semplicemente vivo. Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi. Salvezza è quindi lasciarsi attraversare dal dolore”. Rimanendo vivi, possibilmente».

 

La Verità, 4 agosto 2022