Tag Archivio per: Nove

I ceti medi sono stanchi di riflettere sui codici di Fazio

No, non è la defezione dell’ultim’ora di Greta Thunberg, trionfalmente annunciata come ospite e invece improvvisamente assente causa influenza ad aver fatto scendere gli ascolti di Che tempo che fa sotto la soglia del 9% di share (1,2 milioni di telespettatori). La faccenda si ripete già da qualche settimana, nonostante Fabio Fazio e la sua potente macchina di ricerca star (capeggiata da Monica Tellini) facciano di tutto per convocare la domenica sera sul Nove di Warner Bros. Discovery il meglio del pantheon progressista italiano e internazionale. Bruce Springsteen, Elly Schlein, Luc Besson, Paolo Virzì e Valerio Mastandrea, la scrittrice canadese Margaret Atwood, solo per stare alle ultime presenze. E però, niente da fare, la doppia cifra nella percentuale di share, abituale nelle stagioni scorse, vista dall’attuale 8,7% è un miraggio che inizia a preoccupare anche i pesci dell’acquario. Merito della concorrenza fattasi più agguerrita. O, forse, colpa del fatto che alcuni settori dei ceti medi cominciano a essere un po’ meno riflessivi e a stancarsi della liturgia pedagogica di Che tempo che fa. I pistolotti ammantati di satira di Michele Serra contro il Ponte sullo stretto, il giacobinismo sanitario e la supponenza di Roberto Burioni, il livore antimeloniano di Massimo Giannini e Annalisa Cuzzocrea (firme di Repubblica come Serra) schierati contro la legge sulla separazione delle carriere dei magistrati sono un copione prevedibile quanto se non più delle letterone (non è un refuso) spuntate di Luciana Littizzetto. Appena si esce dai confini italiani, invece, l’antimelonismo cede il testimone all’antitrumpismo. Springsteen e Atwood, oltre che per promuovere i loro prodotti – un biopic cinematografico e un’autobiografia letteraria – sono funzionali a denigrare l’America di The Donald. Nel caso del Boss, definendola «un’autocrazia» malgrado un anno fa ci siano state regolari elezioni. E nel caso dell’autrice di Il racconto dell’ancella, che ha ispirato la serie The Handmaid’s tale, parlando di una «teocrazia» simile a quella preconizzata nel suo romanzo distopico in cui delle povere ragazze vengono costrette a partorire per conto terzi. E dove, quindi, a ben vedere, l’elemento profetico racconterebbe tutta un’altra storia. Ma tant’è, nello studio di Fazio ciò che conta è dare addosso un tanto al chilo all’odiato tycoon. È il catechismo del pensiero unico, signori. Chissà, forse qualcuno si sta accorgendo che lo spartito di Che tempo che fa comincia a fare il suo tempo.

 

La Verità, 4 novembre 2025

I fantasmi che ballano alla Corrida di Amadeus

La Corrida di Amadeus in onda in diretta sul Nove (mercoledì, ore 21,30, share del 6%, 1,1 milioni di telespettatori) è un people show con due fantasmi sullo sfondo. Il primo è quello della Rai, ovviamente. Perché, sintonizzandosi sulla rete di Discovery si è portati inevitabilmente a chiedersi perché un programma così debba andare in onda nella cornice un po’ stretta di un canale al tasto 9, appunto, del digitale terrestre (e 149 della piattaforma Sky). Il secondo fantasma è quello di Corrado Mantoni, indimenticato inventore, addirittura in radio, dell’antenato dei talent show quando il sottotitolo, ripetutamente citato da Amadeus, era «dilettanti allo sbaraglio». La sagoma sorniona di Corrado, infatti, affiora alla mente dei non più giovanissimi ogni qualvolta la telecamera inquadra lo stupore, la perplessità, la compassione e la benevolenza del conduttore durante le esibizioni. La maggioranza delle quali è vocata alle sonore stroncature della platea ribollente. Se ne salvano giusto tre o quattro che approdano allo spareggio per decretare il vincitore, promosso alla puntatona finale del 25 dicembre. È proprio la somma di incoscienza e sfrontatezza dei concorrenti a dissolvere per un po’ quei due fantasmi, in realtà difficili da tenere a bada. Collaborano allo scopo il maestro Leonardo De Amicis, disposto a ogni improvvisazione per tenere in carreggiata gli ospiti, e «il capopolo», l’altra sera un vivace Frank Matano, chiamato a recuperare i concorrenti stroncati dal pubblico. Un people show è per definizione nazionalpopolare, ma la facciatosta è indispensabile e quasi tutti i dilettanti sono di origine meridionale. La siciliana Maria Carmela Luisa Pappalardo, per esempio, non sa cantare, ma si prende la scena ballando sfrenata e dedicando i suoi strani libri al cast. Per di più incorre nella gaffe di citare una Corrida cui ha partecipato condotta da Carlo Conti in Rai, rianimandone il fantasma. Che rispunta con un concorrente di professione claquer in un’azienda «che tu conosci molto bene, ci hai lavorato per anni», ammicca il sosia di Piero Pelù prima di concludere: «Qui di soldi non ne scuciono». Chissà se nella testa di Amadeus cresce il dubbio di aver sbagliato a lasciare la Rai per passare in una rete con un palinsesto bipolare, diviso tra i programmi-community di Fabio Fazio e Maurizio Crozza e l’intrattenimento pop.

***

Giletti risale Invitando Imane Khelif, la pugile iperandrogina che ha gareggiato nel torneo femminile di boxe a Parigi, e indagando sui patronati della Cgil all’estero, lunedì scorso Lo stato delle cose di Massimo Giletti è arrivato al 4,7% di share con 762.000 spettatori.

 

La Verità, 16 novembre 2024

Amadeus trascinerà il Nove o il Nove livellerà lui?

C’è parecchia euforia negli studi di Via Belli a Milano, da dove va in onda Chissà chi è per l’esordio sul Nove di Amadeus transfuga dalla Rai, una mamma non abbastanza affettuosa (parole sue) per trattenerlo a parità di super offerta. Qui, invece, nel clima galvanizzante della nuova rete, il pubblico scatta in piedi per applaudire il conduttore e le concorrenti del gioco. E appena spunta la prima «identità», un dj men che adolescente, per metterlo alla prova «facciamo entrare la consolle, perché qui al Nove abbiamo tutto». Euforia e ottimismo. Purtroppo, le cose non sono andate come il conduttore e la dirigenza di Warner Bros. Discovery speravano. Il 5,2% di share e 926.000 telespettatori (8,8% e 1,6 milioni in simulcast, la visione contemporanea su tutte le reti Discovery) sono un risultato poco confortante. Certo, si dirà, bisogna dare tempo al format e allo stesso Amadeus di creare la cosiddetta fidelizzazione in una rete non abituata a un conduttore molto generalista. Tuttavia, nonostante la preferenza della piattaforma per i target commerciali, i dubbi rimangono. Suffragati anche dal risultato modesto di Suzuki music party, presentato come evento d’inizio stagione con un cast «larghissimo» (da Emis Killa a Ornella Vanoni, da Lazza  a Fiorella Mannoia) promosso anche dall’incursione di Ilenia Pastorelli («sbrigamose che dopo ariva er bello»), co-conduttrice della seratona registrata il 17 settembre all’Allianz cloud di Milano che, forse penalizzato dalla contemporaneità del derby milanese, ha raccolto appena il 4,6% di share e 628.000 spettatori (7,1% e 968.000 in simulcast).

Chissà chi è è il programma gemello dei Soliti ignoti, sempre prodotto da Endemol Shine Italy (gruppo Banijay) e riproposto con piccole variazioni rispetto all’originale, come il maggiore coinvolgimento del «parente misterioso», nell’intento di aumentare la suspense del gioco. Proprio su questo terreno, il format paga una minor immediatezza rispetto ad Affari tuoi – che per altro Stefano De Martino sta rinnovando (vedi l’ingresso del sosia di Fazio) – più diretto nel crescendo che porta al climax finale.

In conclusione, vista l’esiguità del test, si può solo abbozzare una timida domanda. Considerato il palinsesto del Nove, in cui le presenze significative sono Maurizio Crozza e Fabio Fazio (entrambi sostenuti dalle loro community), sarà il conduttore reduce dal trionfante quinquennio di Festival di Sanremo a trascinare verso l’alto il resto della rete (magari allestendo una sorta di Controfestival), o al contrario, saranno programmi come Cash or trash a standardizzarlo su un livello di più contenuta rilevanza?

 

La Verità, 25 settembre 2024

Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

Bergoglio, Fazio e quel feeling figlio di Repubblica

Il Fratacchione e il Papa. Fabio e Francesco. Fazio e Bergoglio. Storia di un riconoscimento. Di un comune sentire. Di predilezioni e affinità elettive. Maturate e benedette da Repubblica fin dagli albori della pandemia. Le somiglianze tra il grande conduttore televisivo e il grande condottiero della cristianità sono evidenti. Il Fratacchione catodico e il Papa cattolico. Il papa laico e il Papa religioso. Stasera il Pontefice sarà ospite per la seconda volta nel giro di un paio d’anni di Che tempo che fa, quasi che il conduttore ligure abbia raccolto il testimone da interlocutore privilegiato del Santo padre lasciato da Eugenio Scalfari. Complimenti a Fabio Fazio che, tra un dialogo con il Ct dell’Arabia saudita, Roberto Mancini, qualche gag di Leonardo Pieraccioni, gli immancabili sermoni di Roberto Burioni e Michele Serra, e la letterina di Luciana Littizzetto, lo intervisterà sul Nove in collegamento dal collegio Santa Marta. Un colpo giornalistico che, sebbene di recente anche il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci abbia dialogato con Bergoglio, contenderà il primato degli ascolti alla Rai. Tuttavia, nel video postato sugli account di X, Fazio lascia intendere che non è l’attualità a interessarlo.

Dopo una premessa emotiva in cui spiega che non vuole «sprecare l’occasione» perché le parole del Papa «non sono in funzione di una trasmissione televisiva, ma sono in funzione della nostra vita», il conduttore sottolinea che il suo tentativo sarà quello di mettersi «in ascolto e di non fare cronaca, ma riuscire a porre argomenti che possano andare un po’ più lontano». Insomma, par di capire che si parlerà di cose alte e profonde allo stesso tempo. E nessuno più di noi ne è contento. Ciò nonostante, non dispiacerebbe se si trovasse spazio anche per i temi all’ordine del giorno in Vaticano e nella cristianità universale. Tipo le benedizioni alle coppie dello stesso sesso che hanno agitato le conferenze episcopali e i fedeli di mezzo mondo. O la predilezione per la banda di Luca Casarini, l’ex disobbediente invitato al Sinodo e ora sotto indagine della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina, ma che «salva gente in mare» con i soldi delle diocesi, facendo storcere il naso a tanti devoti che la domenica fanno l’elemosina in chiesa.

Vedremo. Fazio non è solito fare il contropelo agli ospiti. Figuriamoci al Papa, con il quale intrattiene un rapporto di grande empatia. La prima volta che lo ebbe ospite, grazie ai buoni uffici dell’associazione Nuovi orizzonti di Chiara Amirante e della Comunità di Sant’Egidio, fu il 6 febbraio 2022. Allora il programma andava in onda su Rai 3 (share del 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori) e, per scaldare il pubblico, era stato invitato a dare una definizione del Pontefice un quartetto di giornalisti molto in voga, anche se non esattamente del ramo. Massimo Giannini aveva parlato di un «Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie». Fiorenza Sarzanini lo aveva descritto come «uno straordinario rivoluzionario». Roberto Saviano lo aveva identificato come «l’ultimo socialista». Mentre per Carlo Verdelli era «un grande uomo solo». Il tutto a conferma che Bergoglio piace molto ai non credenti. Il che andrebbe benissimo se, al contempo, non autorizzasse documenti come la Fiducia supplicans, redatta da Víctor Manuel Fernándes, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede da lui nominato, che, come si diceva, ha gettato nello sconcerto le chiese africane, quelle dell’Est europeo e di parte del Sudamerica.

Del resto, se il feeling tra Fabio e Francesco è nato e cresciuto all’ombra di Repubblica, un motivo ci sarà. All’epoca, 18 febbraio 2020, a dirigere il quotidiano di Largo Fochetti c’era Carlo Verdelli. Da poco era iniziata la prima quarantena per il coronavirus e Bergoglio era solito farsi intervistare (con virgolette approssimative se non arbitrarie) da Scalfari fin dal primo ottobre 2013. Ma quella volta fu il vaticanista a interrogare il Papa. In quei giorni di coprifuoco Verdelli aveva pensato di far scrivere alcuni volti noti su ciò che stava loro a cuore. A un certo punto era toccato a Fazio vergare una sorta di decalogo che invitava a «riconnettersi alla Terra e all’ecosistema» e «a stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Il giorno dopo, papa Bergoglio aveva rivelato a Paolo Rodari che l’aveva «molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio». Proprio così. Chissà se l’aveva letto spontaneamente… E cosa, in particolare, l’aveva colpito? «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, ancora, il fatto che chi evadeva le tasse toglieva denaro alla sanità pubblica. Insomma, davanti alla situazione planetaria altamente drammatica, con la morte che imperversava, mentre i filosofi e gli intellettuali laici ricorrevano a Sant’Agostino, diversamente Francesco era «colpito» da Fazio. La citazione aveva «aperto» l’edizione meridiana del Tg1, il conduttore era pur sempre, ancora, un volto Rai (mentre gli altri tg l’avevano ignorata). Non poteva che nascere quel grande rapporto mediatico di cui, oggi, tutti godiamo.

Stasera a preparare il terreno all’evento ci sarà un altro terzetto di giornalisti: Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa, Nello Scavo, inviato di Avvenire, e l’irrinunciabile Massimo Giannini, editorialista di Repubblica. Chissà se loro riusciranno a convincere l’amico Fabio a non trascurare troppo la cronaca.

 

 

La Verità, 14 gennaio 2024

«Macché TeleMeloni, la Rai è unica e si ama sempre»

Alla fine sul palco della Sala A di Via Asiago è spuntato anche Adriano Pappalardo per intonare con la sua voce di catrame: «Lasciatemi cantare, senza Viva Rai2! non so stare: ricominciaamooo…». È l’ultimo colpo di scena del minishow allestito per il varo della seconda stagione di Viva Rai2! Dal 6 novembre alle 7 sul secondo canale cinque giorni la settimana e, novità di quest’anno, su Radio 2 alle 14. Il primo, studiato, colpo di teatro era stato l’inizio della conferenza stampa senza Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari. Tutto schierato, invece, lo stato maggiore Rai, dall’amministratore delegato Roberto Sergio, al direttore dell’Intrattenimento prime time, Marcello Ciannamea e il suo vice Claudio Fasulo. Del resto, l’artista siciliano è ormai un patrimonio della tv pubblica, forse il suo asset creativo più pregiato. Al punto che, sottolineando la fruibilità del «mattin show» su tv, radio e Web, Sergio ha parlato di «Rai Fiorello». Conta su di lui anche per risollevare Rai 2, «dove si è voluto sperimentare»: i palinsesti autunnali si sono decisi in velocità, ma «adesso la vera sfida sono i palinsesti di gennaio. Rosario ci aiuterà…». Sedendosi al suo fianco, Fiorello ha duettato con l’amministratore delegato. «Da quando sei arrivato tu, i danni…». «Erano in itinere», ha puntualizzato Sergio. «È vero che Francesca Fagnani andrà sul Nove?». «No», risposta secca. Ma Fiorello voleva giocare tra il serio e il faceto: «Chiamerò Francesca e le dirò: “Se vai sul Nove vengo sotto casa tua e buco le gomme della macchina di Enrico Mentana” (forse dimenticando che non ha la patente). La Rai è la Rai a prescindere dal governo che c’è», ha proseguito. «Adesso si parla di TeleMeloni. Allora prima c’era TeleDraghi e prima ancora gli altri, fino a TeleMonti. La Rai è unica al di là del governo in carica. Tu hai votato la Meloni?». E Sergio: «Lo sai che sono democristiano».

Altra polemica di giornata lo spostamento al Foro Italico della location. Il disappunto dei residenti di via Asiago per il rumore ci poteva stare, ma erano i fan degli ospiti a provocarlo. «Però quando hanno detto che lasciavamo sporca la strada mi sono risentito perché non era vero. Sul serio vogliamo parlare di pulizia delle strade di Roma? Stavo per fare un reportage col telefonino sui cumuli d’immondizia…».

Argomento immancabile Sanremo, tanto più dopo la boutade di affidare a Fedez l’edizione del 2025. Qualche giorno fa c’è stata anche la riconciliazione tra il rapper e Sergio. Che però ha frenato: «Prima c’è da fare il Festival del 2024». Ma quello è già sistemato: «Nel 2025 prendete Fedez, chiamate Fazio e pagate la liberatoria alla Warner, che saranno due euro». E tu, Fiore, non pensi al Festival? «Non è il mio mestiere, ancora non avete capito? Ormai, quando mi chiedono se lo conduco quasi mi offendo. Alla quinta canzone da presentare potrei scappare. Avete creduto anche a Jovanotti ospite per cantare una canzone scritta da Lazza e intitolata Lazzaro, prima di buttare via le stampelle. Cosa dovevo dire ancora per far capire che era una gag?».

Paziente, Fiorello ha risposto alle domande sul talento, sui suoi stessi difetti, sul posto che riserva a Viva Rai2! in una classifica dei suoi programmi («considerato il pubblico eterogeneo lo metterei sul podio»), sulla sua multimedialità. E anche sulla satira dei fuori onda: «Striscia la notizia lo fa da sempre. Se lavorassi a Mediaset saprei che c’è la bassa frequenza e Antonio Ricci è così e mi comporterei di conseguenza. Tant’è che si sente che qualcuno glielo dice (a Giambruno ndr) di fare attenzione. È la cifra di Striscia. Noi ne abbiamo fuori onda?».

A 63 anni, Fiorello è un artista che l’Unesco dovrebbe proteggere come patrimonio universale del divertimento. Ma è anche un artista maturo. E a chi gli chiede se c’è qualcosa su cui non si può scherzare risponde: «Ci hanno chiamati per regalare un po’ di buonumore, 45 minuti senza riferimento ai fatti che ci angosciano tutti. La Rai ha una copertura del 100%, perché dovremmo dire anche noi la nostra? Io non ho un retaggio culturale adeguato… Se ti esprimi devi conoscere bene i fatti e io non li conosco abbastanza», ha sottolineato con grande consapevolezza. «Viene chiesto a tutti per chi parteggi… Ma non è Milan-Inter, ci sono bambini che muoiono, siamo tutti devastati. Se qualcuno mi chiedesse per chi parteggio lo manderei a quel paese. Qualsiasi cosa dici sei strumentalizzato… Io parteggio perché questa situazione venga risolta, ma da chi la deve risolvere. Non ci credo più molto, siamo arrivati al capolinea. Si dice che una parte deve farsi il suo Stato e l’altra il suo, certo. Ma non credo accadrà domani. Se non stiamo attenti qualcosa di drammatico può diventare ancora peggiore. Io, Rosario Fiorello, non ho risposte. Ma consentitemi l’indignazione, il dolore di veder uccidere i bambini, sia palestinesi che israeliani», ha sottolineato differenziandosi da Fedez che aveva detto che «c’è una sola parte dove si può stare, quella dei bambini e dei civili che a Gaza hanno perso o stanno perdendo la vita».

In chiusura, quanto ti deve la Rai? «La riconoscenza è reciproca. Io lavoro qui e mi sento a casa. Se il Nove mi chiamasse ci andrei…», gioca ancora. «Lo sapete che è in differita di un minuto? L’ho scoperto domenica quando ho chiamato Fazio sul cellulare. “Ma come, mi chiami adesso che c’è la pubblicità?”, ma io lo vedevo in onda. Hanno 60 secondi in più perché sono americani: servono per tagliare le parolacce».

Arriva Pappalardo: «Ricominciaamooo».

 

La Verità, 31 ottobre 2023

 

Bortone copia Che tempo che fa e si disintegra

Promo di film e di libri, ospiti mainstream, intermezzi pro-diritti in salsa antigovernativa, la sigla da Made in Italy di Rosa Chemical e il gioco è fatto. C’è persino lo spazio di analisi dell’attualità affidata a giornalisti e scrittori che la conduttrice chiama carinamente «la nostra koinè». Insomma, sembra di vedere il lato B di Che tempo che fa, invece è Chesarà, il magazine di Rai 3 condotto dalla frenetica Serena Bortone, tornata nella rete di partenza dopo la promozione a Rai 1 in quota Stefano Coletta, attuale direttore dei palinsesti – dopo esserlo stato della terza e della prima rete e dell’Intrattenimento – che in Rai è, appunto, una quota ben precisa. La speranza di Bortone è che la scia colettiana, con toccata di passaggio a Stasera c’è Cattelan su Rai 2, la consacri ai fasti di Fabio Fazio, intanto migrato sul Nove (Discovery) seguendo, beato lui, la scia del portafoglio. Per ora la sentenza dell’audience (la media non si schioda dal 3%) non sembra suffragare il progetto, ma chissà, considerata la bonomia dei vertici attuali e continuando a martellare, è possibile che il piano s’inveri.

Come il primo Che tempo che fa (e prima del nuovo spacchettamento), il programma di Bortone occupa le due serate del fine settimana, in una versione più estesa il sabato e più concentrata la domenica, quando si confronta proprio con il primogenito, uscendone distrutto. Quanto Fazio è suadente nell’impartire la lezioncina di galateo progressista ai ceti medi riflessivi, tanto la conduttrice di Chesarà, che dà del tu a tutti, compresa l’aristocratica Simonetta Agnello Hornby, è sbracata nel porgere gli argomenti: «E fatela una proclamazione pubblica di antifascismo, fa bene alla salute!», scandisce riferendosi all’assessore del comune di Lucca proclamatosi solo «non fascista» dopo aver contestato la proposta d’intitolare una piazza a Sandro Pertini perché andò a omaggiare Tito, mandante delle foibe (figurarsi se qualcuno tra gli ospiti osserva che agli esponenti di sinistra non si chiede con altrettanta insistenza la patente di anticomunismo).

Se poi, nell’impresa di rimpolpare gli ascolti anemici, capita che la scaletta sia troppo farcita, allora la conduzione ridanciana di Bortone diventa ansiogena e prevaricante. Anziché lasciare spazio agli ospiti per rispondere – ne sa qualcosa il direttore del Pronto soccorso di Bari – si fa prima a imbeccarli nella domanda («Ci dai un consiglio per affermarsi nella vita? Che non significa avere successo, ma essere sé stessi, così la penso io», dice a Justine Triet, regista vincitrice della Palma d’oro a Cannes).

Stia serena, Serena: serve tempo per copiare bene Che tempo che fa. Poi sarà quel Chesarà.

 

La Verità, 24 ottobre 2023

Il Gattopardo della tv muta solo tasto sul telecomando

Il Gattopardo della televisione italiana ha provato a far passare l’idea che «tutto cambia perché nulla cambi». E forse ci è riuscito. I pesci ci sono, la squadra è la stessa, anche lo studio è uguale e, dunque, un pezzo di Rai adesso va in onda sul Nove (e in simulcast su altri otto canali del gruppo Discovery). «È tutto uguale, ma è tutto diverso», ha chiosato Filippa Lagerbäck dopo il benvenuto del cerimoniere Fabio Fazio. È stato solo un cambio di tasto sul telecomando e a perderne è la Rai, non tanto e non solo in termini di ascolti – i calcoli si faranno più avanti – quanto in termini di asset. La Rai, questa Rai, finora non ha saputo trovare le risorse per replicare all’esodo registrato in questa stagione. Molti anni fa, era il 1987, Pippo Baudo e Raffaella Carrà migrarono a Canale 5 e l’allora direttore generale Biagio Agnes contrattaccò consegnando ad Adriano Celentano le chiavi del sabato sera. I meno giovani ricordano come andò.

Che tempo che fa rimane in gran parte uguale a sé stesso, al suo falso buonismo, alla sua missione di dare la linea perbenista al pubblico di riferimento. La pagina più lunga della puntata d’esordio è dedicata alla guerra in Israele. In studio Massimo Giannini, Giovanni Floris e Fiorenza Sarzanini, gli ultimi due del gruppo Cairo al quale collaborano sia Fazio sia Liliana Segre, ospite principale, entrambi prestigiosi rubrichisti di Oggi. Le affettuosità giornalistiche convergono nell’incolpare Benjamin Netanyahu di ciò che è successo dal 7 ottobre in poi e si allargano anche allo scrittore israeliano David Grossman che accusa lo Stato ebraico di aver «occupato da 56 anni una terra non nostra, con azioni terribili». La senatrice a vita parla di «odio da ambo le parti» e confessa rassegnazione, mentre Fazio sfodera un murale in cui un bambino con la kefiah e uno con la kippah si abbracciano come nel mondo delle favole.

Il Gattopardo della tv italiana conferma il copione compresa la solidarietà a Roberto Saviano «che non difende nessuno». E, in assenza di partite della Serie A, fa boom di ascolti (10,5% e 2,1 milioni di spettatori sul Nove, 13% sommando le reti). In realtà, un paio di novità ci sono. Ora il programma si giova di un’anteprima con Nino Frassica che funge da autotraino (lo share sale dal 2,8 al 5,7%) e del «Diario della sfiga» di Ornella Vanoni che interrompe la liturgia conformista, anticipando la comicità marziana del Tavolo. Con il Mago Forest che, estraendo dei pennarelli per Mara Maionchi, mette in guardia: «Me li ha regalati l’architetto che disegna le piste ciclabili a Milano».

 

La Verità, 17 ottobre 2023

Per il Celeste meglio il processo in tv che in aula

Ho avuto una vita ricchissima e interessantissima, piena di successi e anche di qualche sconfitta. Ho accettato tutto, perché un uomo maturo deve saperlo fare», dice un Roberto Formigoni riflessivo ma fiero, al termine del documentario a lui dedicato, in onda sul Nove la sera di giovedì 5 gennaio (e disponibile su Discovery+). È un bilancio in chiaroscuro quello che lui stesso fa in coda alla raffica di critiche anche aspre, valutazioni indulgenti e osservazioni problematiche, contenute negli 80 minuti di Il Celeste. Roberto Formigoni. Le tonalità del giudizio ci sono tutte, ma alla fine anche le accuse più dure non cancellano un residuo rispetto dovuto alla percezione di essere davanti a un protagonista della vita pubblica dal carisma non comune. Non era scontato perché, considerato il parterre di oppositori convocati dagli autori (Giulia Cerulli, produttrice e regista, per Videa Next Station, Carmen Vogani, Danilo Chirico, Marco Carta e Lorenzo Avola), si temeva che un’altra requisitoria mediatica si aggiungesse alla già discussa sentenza con la quale la Cassazione ha condannato l’ex governatore della Lombardia per corruzione a 5 anni e dieci mesi e alla confisca dei beni. Dopo i cinque mesi scontati nel carcere di Bollate (a causa della «Spazzacorrotti» voluta dal primo governo Conte, poi dichiarata incostituzionale), dove nel febbraio 2019 si era presentato spontaneamente, Formigoni sta terminando la pena agli arresti domiciliari in una casa di Corso Sempione a Milano, dov’è stato a lungo intervistato e dove lo si vede mangiare da solo, leggere, pregare.

«C’era di mezzo Dio, non so se mi spiego», premette Giuseppe Civati, suo avversario in Regione: «Forse qualcuno pensava anche di esserlo». Parlando del sistema sanitario lombardo, Marco Cappato, radicale e anticlericale scomodo, dice invece che «il conflitto d’interessi era incastrato in ogni ganglio di potere». Completa il reparto dell’accusa Ferruccio Pinotti, giornalista del Corriere della Sera, «esperto di lobby cattoliche e politica», argomento su cui ha prodotto alcuni libri, casualmente ben in vista sulla scrivania. Infatti, la sua acrimonia si concentra più su Comunione e Liberazione, definita «una lobby interessata al potere e al denaro», che applica «un metodo massonico» ed è pronta «a occupare manu militari tutti i posti della dirigenza». Eppure anche «il ficcanaso», com’è presentato, ammette che l’ex governatore «ha accettato una condanna di una certa importanza per gli standard italiani. E ha taciuto, mentre avrebbe potuto far cadere molte teste».

E lui, il Celeste, come si difende? «Negli ultimi tempi ho dovuto subire pesanti ingiustizie… Reati mi sembra di non averne commessi… Ho avuto la fortuna di avere un amico ricco e generoso»». Nel documentario lo vediamo inginocchiato in preghiera con la barba di tre giorni nella basilica di Sant’Ambrogio deserta. Subito dopo sorride compiaciuto mentre accusa le cronache, alcune serie altre che «fanno scappare da ridere». Eccolo nella famosa foto del tuffo dallo yacht del faccendiere Pierangelo Daccò. Quando, ai tempi del Movimento popolare, dice in poche parole cos’è il cristianesimo. Poi ballare con Simona Ventura e Massimo Boldi a Quelli che il calcio. Indossare giacche arancioni e camicie hawaiane («Nelson Mandela ne aveva di bellissime»). In compagnia di Emanuela Talenti, di cui si era invaghito («Gesù dice che il giusto pecca 70 volte al giorno, figuriamoci io che non lo sono»). Situazioni eterogenee e insolite per un appartenente ai Memores domini di Cl che promettono castità, povertà e obbedienza. Situazioni che descrivono una personalità sfaccettata, un mattatore controverso. Lui parla spesso in terza persona e non lesina autostima: «Mi sono candidato in tredici elezioni e in dodici sono arrivato primo, ho strabattuto chi si contrapponeva. Sono stato presidente della Lombardia per vent’anni…», riassume la bacheca dei successi. Don Luigi Giussani, che gli ha cambiato la vita, lo incontra in Cattolica: «Io comincio a notare lui e lui comincia a notare me», dice inavvertitamente.

Dopo la crisi del Sessantotto, Gioventù studentesca diventa Comunione e Liberazione e dopo i referendum persi, si rilancia attraverso il Meeting di Rimini che Formigoni apre e chiude regolarmente («quindi», assicura, «il personaggio più importante del Meeting era Roberto Formigoni»). Nel 1984 viene eletto al Parlamento europeo nelle file della Dc. È ribattezzato Mister preferenze. Ma gli avversari, ricorda David Parenzo, che lo intervistò più volte a Telelombardia, lo definiscono «lo Stalin dei boy scout». Dieci anni dopo, decapitata la Dc da Mani pulite e nato il Ppi, Ignazio La Russa, inviato da Silvio Berlusconi, gli prospetta la presidenza della Regione Lombardia. Inizia la stagione più entusiasmante e controversa del Celeste. Simona Ventura, «governatrice della tv e sua talent-scout televisiva», lo aiuta a darsi un’immagine nazionalpopolare. La sanità diventa il banco di prova della sua rivoluzione. Formigoni si ricandida nel 2000 e nel 2005 e vince con «più del 50% dei consensi. Aveva il controllo totale della Regione Lombardia… Su cento dirigenti, solo due o tre non sono sotto l’influenza della maggioranza» (Civati). «Io ho fissato una regola», ribatte lui, «quando dovete scegliere un dirigente tra un ciellino e un non ciellino scegliete il non ciellino. Non voglio che l’appartenenza a Cl sia un motivo di favore, anzi».

Il 2008 «è l’anno dello sfregio» (Parenzo). Per molti osservatori e per molti esponenti del Polo delle libertà,   è il successore designato del Cavaliere. Il quale, tuttavia, lo stima ma anche lo teme. Il piano comune è che si trasferisca a Roma per puntare alla presidenza del Senato. Dopo che il Pdl stravince le elezioni, sarà invece Renato Schifani a conquistare Palazzo Madama. Nel 2010 Formigoni diventa per la quarta volta presidente della Lombardia. Forse una di troppo. Infatti, il mandato si apre con il caso della consigliera Nicole Minetti, condannata per favoreggiamento della prostituzione. A causa di un’altra inchiesta vengono arrestati due assessori della giunta vicini al governatore. Per il Celeste è tutta una macchinazione. Finché l’indagine sulla clinica Maugeri incentrata su Daccò stringe il cerchio anche attorno a lui. La condanna è per aver «ricevuto 6,6 milioni in vacanze, barche, ville di lusso, finanziamento di elezioni e contanti». La Ventura non molla «chi finisce nella polvere». Per Giancarlo Cesana, ideologo ciellino, «ha pagato le camicie sgargianti, i tuffi dallo yacht, il fatto che gli piacesse un po’ la vita. L’hanno preso e messo nel mirino». Per Parenzo «Formigoni avrà probabilmente una terza vita, un po’ come i gatti che ne hanno sette».

Lui non esclude un ritorno in politica al termine della pena, nella prossima estate. «Intanto aiuto le suore di un istituto nello studio delle lingue», dice. E rovescia sul tavolo lo scatolone delle tante lettere di stima e solidarietà che ha ricevuto in questi anni.

 

La Verità, 3 gennaio 2022

Con Marco e Selvaggia il quiz può dare alla testa

Sarà stato il caldo, la voglia di fuggire dalla bolla politica o, più volgarmente, i danè, come si dice in milanese, forse scopriremo alla fine la causa di questo nuovo e nefasto cimento televisivo di Marco Travaglio, accoppiato a Selvaggia Lucarelli. Al di là della motivazione, meteorologica, psico-professionale o economica – scarterei realisticamente la terza – da venerdì possiamo deliziarci con Cartacanta – Il quiz, programmino di una quarantina di minuti nella seconda serata di Nove, per ora depositario del trascurabile share del 2,5% (250.000 telespettatori). Dire a quale genere appartenga suddetto, scanzonato, programmino è compito arduo essendo lo stesso un frullato di linguaggi, fiction, varietà, informazione… Cominciando dal primo, la finzione è palese nel fatto che i due giornalisti si danno del lei, malcelando la familiarità insita nella lunga colleganza al Fatto quotidiano e tracimante nelle frequenti allusioni private durante le quali scappa puntualmente il «tu». I due si dividono i compiti di presentatore, Travaglio in piedi dietro un leggio, e di «notaia», Lucarelli seduta a una monumentale scrivania. Il quiz ammannito ai due malcapitati concorrenti, bersaglio del sarcasmo del conduttore, si compone di nove quesiti sull’attualità che richiedono risposte da individuare tra quelle proposte dagli autori. Un giochino enigmistico senza pretese, ma con il prevedibile compito di schizzare un po’ di veleno contro la casta e sbertucciare tra il serio e il faceto qualche presunto avversario del travaglismo. Quando gli argomenti latitano, si colma la lacuna con domande sulle fulgide biografie di Marco e Selvaggia. Davvero.

Ritto e legnosissimo, Travaglio mikebongiorneggia volutamente alzando il braccio destro mentre allunga le vocali («Cartacantaaaa», «Risposta sbagliataaaa», «Ahiahi, mi è caduto sul…»), legge flemmaticamente le domande e altrettanto flemmaticamente si muove nello studio vintage, dispensando il suo narcisismo dal turibolo dell’ego. La prima e l’ultima a restarne inebriata è la «notaia», a sua volta complice e destinataria degli ammiccamenti a sfondo erotico del compare e forse coinvolta proprio per stimolarne i lambiccamenti.

Chi l’abbia fatto fare ai due rimane comunque l’unica domanda irrisolvibile del prescindibilissimo quiz. Esclusa la motivazione economica, si può ipotizzarne la causa nel bisogno di una vacanza dai talk dell’estate post-draghiana. O, più probabilmente, nel caldo. Che, com’è noto, quand’è eccessivo, può dare alla testa.

 

La Verità, 24 luglio 2022