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La Rai si rifà il look e rimescola l’informazione

Per la presentazione dell’offerta televisiva 2026/2027 la Rai cambia look. Innanzitutto, conia un nuovo claim, «Rai c’è», un po’ generico e molto generalista, ma utile per diffondere orgoglio a 360 gradi. E poi cambia il volto di copertina, affidando a Incoronata Boccia, nuovo direttore dell’Ufficio stampa, la conduzione della convention dei palinsesti dal Teatro delle Muse di Ancona. Oltre l’immagine, però, s’intravede qualche novità anche nella sostanza e nella consapevolezza del ruolo di servizio pubblico in uno scenario in continua e rapida evoluzione. La «Rai c’è» come broadcaster che produce più ore di televisione in Europa, pur con un budget tra i più bassi. C’è come editore che aumenta il numero di ore d’informazione e approfondimento, passando da 400 nel 2023 a 700 nel 2025. Come azienda che licenzia il primo bilancio in attivo dopo otto anni. E che, pur senza presidente da due anni (Simona Agnes è ancora in stand-by, surrogata da Antonio Marano, consigliere anziano), in presenza di un direttore generale in bilico come Roberto Sergio, ha varato il nuovo piano industriale e avviato una ristrutturazione logistica e immobiliare (glissiamo sulle dimissioni della Commissione di vigilanza innescate dall’opposizione). Infine, «c’è come vero e proprio hub industriale che tiene in piedi intere filiere produttive dell’audiovisivo», sottolinea l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Che evidenzia un certo rammarico perché «siamo una realtà più stimata all’estero che in Italia. Tuttavia, a differenza di altri competitor pubblici e privati, siamo determinati a non subire, ma a interpretare e gestire il cambiamento in atto».
È un quadro forse un filo ottimistico quello dell’ad della Tv pubblica soprattutto se si pensa che, sebbene non si siano visti martiri tra coloro che hanno lasciato la Rai in questi anni e TeleMeloni sia una fake che gode di buona stampa, ancora non si riconosce un lavoro editoriale che evidenzi volti e programmi memorabili, nel segno di una discontinuità con il passato. Rossi, però, derubrica l’osservazione a polemica, appellandosi al ricambio in atto: «Nei nostri palinsesti c’è un tasso d’innovazione dei volti che non ha eguali». Che, però, finora non ha prodotto personalità carismatiche come ce n’erano con altre direzioni, da Michele Santoro a Gad Lerner, da Giovanni Minoli a Renzo Arbore, giusto per fare qualche nome. Di conseguenza, risulta difficile individuare un marchio di fabbrica di questa governance che vada oltre certe cancellazioni. Fortuna che quella di Via dei matti n 0, contestata dalla Verità, è scongiurata: nel 2027 Stefano Bollani e Valentina Cenni riprendono il loro posto su su Rai 3. Buon segno. A proposito di ritorni, si rivedranno i racconti noir di Carlo Lucarelli, mentre una cauta apertura si registra alla possibilità di quello di Amadeus: «La Rai è un’azienda aperta. Non ha chiusure di nessun tipo», premette il numero uno di Viale Mazzini. «La possibilità di un ritorno di Amadeus è legata all’esistenza di un’idea editoriale. Se ci sarà, se ne discuterà con i direttori di riferimento».

Nell’attesa, vediamo le novità della prossima stagione.

Nuova informazione
Nei programmi di approfondimento si registra qualche cambiamento. In attesa di completare il casting per la successione di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?, su Rai 2 Salvo Sottile prende il posto di Milo Infante, passato a Mediaset, nella conduzione di Ore 14, edizione serale compresa, mentre Roberto Inciocchi, «che gode di un gradimento bipartisan», sottolinea Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti, debutta il mercoledì sera con un talk intitolato Patù. Al suo posto su Rai 3, in una versione extralarge di Agorà, si sposta Annalisa Bruchi, mentre Antonino Monteleone viene confermato al timone di Filorosso. L’idea è costruire una linea d’informazione equilibrata, non programmaticamente schierata a sinistra, premiando conduttori giovani e che si stanno costruendo una credibilità. Peccato che la riforma dei generi che ha cancellato le reti renda tutto sfumato e un po’ dispersivo.

Fiction e serie tv
Da 177 giorni – Il rapimento di Farouk, sul sequestro del piccolo Farouk Kassam avvenuto in Sardegna nel 1992, a La famiglia Panini – L’avventura delle figurine, sulla storia della famiglia creatrice delle storica collezione che ha segnato l’infanzia di intere generazione, da Livatino – Il giudice e i suoi assassini, miniserie sulla vita di Rosario Livatino diretta da Michele Placido a Una finestra vista lago, tratta dai romanzi di Andrea Vitali, fino al tv movie su Giovannino Guareschi Non muoio neanche si mi ammazzano, sono dodici i nuovi titoli della prossima stagione. Tre, invece, i sequel: Doc nelle tue mani con Luca Argentero, Libera 2 con Lunetta Savino e I casi di Teresa Battaglia, con Elena Sofia Ricci.

Eventi
L’autunno di Rai 1 sarà impreziosito da alcuni speciali. Si comincia il 4 ottobre con quello su San Francesco aperto dal Cantico delle creature rivisitato da Roberto Benigni, una produzione Paramount+ con un’introduzione dell’artista esclusiva per la Rai. In novembre, Meravigliosamente, due show con Sal Da Vinci, e la serata contro la violenza sulle donne di Una Nessuna Centomila, con Fiorella Mannoia e Carlo Conti dall’Arena di Verona. Infine, nella primavera 2027, Latin Grammy celebra, megashow sulla musica latina di cui la Rai si è aggiudicata i diritti mondiali.

Nuovi canali
Con Italiana, debutta una rete tematica dedicata al territorio e alle tradizioni artistiche e gastronomiche garbatamente «sovranista». Rivolta alla generazione Alpha è invece V/BE, la nuova multipiattaforma per ragazzi e ragazze tra i 10 e i 14 anni.

 

La Verità, 4 luglio 2026

Amadeus lascia Discovery, c’è aria di Mediaset

Era nell’etere. Amadeus lascia Warner Bros. Discovery con due anni d’anticipo sulla scadenza del contratto. Il suo fedele amico e consigliere Rosario Fiorello l’aveva fatto capire più volte. La storia con la Nove era giunta al capolinea. E risoluzione consensuale è stata. «Con Amadeus abbiamo condiviso un percorso importante, affrontato con impegno, dedizione e professionalità», dichiara Alessandro Araimo, amministratore delegato di Warner Bros. Discovery Southern Europe. «Oltre al valore del lavoro fatto insieme, resta un rapporto, anche personale, basato sulla stima e il rispetto reciproco». «Sono stati due anni intensi, ringrazio Alessandro Araimo per la stima, assolutamente reciproca e faccio un grosso in bocca al lupo a tutto il gruppo Warner Bros. Discovery per i progetti futuri», risponde il conduttore.
Tuttavia, oltre la cordialità ufficiale, i flop hanno lasciato il segno da una parte e dall’altra. Nelle casse della multinazionale americana, dove il conduttore era sbarcato a suon di milioni, dieci in quattro anni. E anche nell’autostima del professionista televisivo. «Non sono un pifferaio magico», aveva riconosciuto lui dopo gli ascolti deludenti di Chissà chi è e della nuova Corrida, segnando la differenza da Maurizio Crozza e Fabio Fazio che avevano trascinato sul canale Nove da La7 e dalla Rai i loro seguaci. Amara presa di coscienza. Salvo pochi casi, favoriti da posizionamenti politico-culturali più o meno espliciti, la differenza in televisione la fa l’editore. O, detto diversamente, il contenitore. Nemmeno Pippo Baudo – che era lui – funzionò a Mediaset allora Fininvest.
Ora, alla vigilia della presentazione dei palinsesti 2026/27, ci si chiede dove potrà riapparire l’ex conduttore di cinque Festival di Sanremo consecutivi. Interrogato pochi giorni fa, Giampaolo Rossi, numero uno di Viale Mazzini ha chiuso alla possibilità di un ritorno in Rai: «Ha deciso di andarsene, abbiamo fatto altre scelte». Più percorribile risulta la strada che porta a Cologno Monzese. Nell’ultima stagione Amadeus è stato spesso ospite di prime serate di Canale 5, per esempio come giudice speciale di Amici di Maria De Filippi. E proprio l’influenza di Maria potrebbe avere un peso nella trattativa. Nonostante la presenza di big come Gerry Scotti e Paolo Bonolis, la tv del Biscione appare una destinazione affine a un conduttore che ha nel proprio bagaglio la gestione di grandi show musicali.
Sono passati poco più di due anni da quando, respingendo gli ultimi tentativi di trattenerlo in Rai, Amedeo Umberto Rita Sebastiani aveva annunciato: «È tempo di nuove sfide professionali e personali. È tempo di nuovi sogni». Sfide perse e sogni infranti. Ma ora si ricomincia.

 

La Verità, 27 giugno 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

Dopo il boom del tennis la Rai ripensi al suo sport

Il ciclone Coppa Davis si abbatte (anche) sul palinsesto di Rai 1. Posticipato di un’ora e mezza l’inizio del Tg1 di venerdì sera per vedere come andava a finire la partita al cardiopalma tra il nostro Flavio Cobolli e il belga Zizou Bergs. Cancellata, a furor di audience, Domenica in del pomeriggio festivo (salvo un piccolo assaggio con Mara Venier e il redivivo Teo Mammucari, proprio lui) per raccontare la finale che ci ha consegnato la terza insalatiera consecutiva. La piccola rivoluzione impone almeno un paio di considerazioni. Se la tv pubblica decide di rinviare l’inizio del telegiornale delle 20 e di spianare il contenitore per famiglie della domenica, istituzioni assolute di «nostra signora televisione», significa almeno due cose. La prima è che si è accorta dell’importanza dell’evento e del fatto che il pubblico lo segue con passione non trascurabile. La seconda è che, quando lo decide, anche la pachidermica Rai sa essere elastica e scattante.
Aiutati dalla buona piega presa dalla competizione, gli ascolti hanno premiato la capacità di reazione dei dirigenti di Viale Mazzini. Venerdì all’ora di cena il tennis azzurro ha conquistato 2,5 milioni di telespettatori e il 16,9% di share, mentre domenica pomeriggio il trionfo di Cobolli e Berrettini è stato seguito da oltre 3,6 milioni di persone (24,5%), oltre 5 milioni (con punte oltre i 6), sommando anche gli ascolti di SuperTennis, per il match finale. Sono numeri che giustificano le avance del presidente federale Angelo Binaghi: «Chiediamo alla Rai, d’ora in poi, di riconoscerci i diritti garantiti al calcio perché Cobolli non ha nulla in meno di Scamacca». Ma oltre alla rivendicazione di maggiori spazi e introiti dei dirigenti della Fitp, anche quelli della Rai potrebbero trarre qualche conseguenza dal boom di ascolti. In primo luogo, riconsiderando le scelte rinunciatarie riguardo l’acquisizione dei diritti di molte discipline sportive, dal rugby al basket. E, in seconda battuta, valutando un maggior impegno nella formazione di giornalisti e commentatori specializzati. Troppo improvvisata è risultata la coppia allestita per l’occasione composta da Maurizio Fanelli, tradizionale voce del basket, e Omar Camporese, non certo un habitué delle telecronache. Dov’era Adriano Panatta, abituale commentatore dei match di Jannik Sinner e volto fisso della Domenica sportiva? Mara Venier, invece, ha approfittato dell’inattesa vacanza per invitare i giornalisti del più importante quotidiano italiano e consolarsi con un doppio paginone autobiografico. I suoi inguaribili fan avranno potuto alleviare la crisi di astinenza.

 

La Verità, 25 novembre 2025

È nato prima Veltroni o Fazio? Il falso buonismo

Il rosolio gronda dalle prime righe. «Qual è il primo programma che hai visto da bambino?». Risposta: «L’allunaggio». Ma non si capisce se in diretta o in differita, nei tg del giorno dopo. Però il ricordo della mamma che gli dice «Siamo andati sulla luna», quello è «nitido». Walter Veltroni che intervista Fabio Fazio, ieri su Sette del Corriere della Sera, è un gioco di specchi. Un trionfo di emulazione reciproca. Un ping-pong tra gemelli. Del resto, Fazio è stato svezzato a pane e mainstream democratico e Veltroni si è abbeverato a decenni di interviste faziesche. Leggere le cinque pagine che danno la copertina al magazine non aiuta a capire se è nato prima il veltronismo o il fazismo. Ci terremo il dilemma. L’intervistatore intervista l’intervistato con lo stile che l’intervistato ha reso un marchio di fabbrica. Anzi, un vero e proprio format, quelli che lui disprezza perché predilige la tv artigianale. Mah. In realtà, sembra che l’intervista alla Fazio esista e si propaghi, come certifica quella di cui parliamo. Clima rilassato, complicità, zero domande scomode. Come detto, si comincia con la dolcezza di Fazio bambino e la mamma. Poi eccolo ragazzo guardare Immagini dal mondo e la sigla che «oggi definiremmo multirazziale», la tv in bianco e nero, la Carrà e Mike Bongiorno, Enrico Vaime e Angelo Guglielmi, ma non Carlo Freccero. Il vero cruccio è aver perso la capacità di sognare perché «il sogno non porta utili. Si è sostituito il sogno, il senso di giustizia e di solidarietà, con la convenienza», garantisce il conduttore ligure che nel 2023 lasciò la Rai nel bel mezzo di un cambio di dirigenza per firmare un contrattino con Discovery da 10 milioni in quattro anni (più 30% rispetto a quello con la tv pubblica). Però, il gemello gli chiede «quanto ti ha fatto soffrire lo sfratto dalla casa Rai?». Risposta un filo cervellotica: «Quello che mi ha deluso è stata la disponibilità ad acconsentire alla prepotenza». Com’è agli atti, l’amministratore delegato in quota Pd, Carlo Fuortes, non gli propose il rinnovo del contratto e lui firmò per la concorrenza il giorno prima che si insediassero in Viale Mazzini Roberto Sergio e Giampaolo Rossi. Verosimilmente, la Rai gli avrebbe offerto una cifra più contenuta e lui avrebbe dovuto scegliere tra il portafoglio e la sbandierata appartenenza alla tv pubblica. Però, si sa, oggi non siamo più capaci di sognare perché si cerca solo il guadagno. O la restituzione degli spiccioli anticipati a Mick Jagger per pagare un parcheggio. Insomma, niente. Prima il veltronismo o prima il fazismo? Forse, prima di tutto il buonismo. Ipocrita.

 

La Verità, 27 settembre 2025

«La cacciata di Foa? Tutto inizia dalla riforma Renzi»

Carlo Freccero non è particolarmente sorpreso dalla cancellazione di Giù la maschera, la striscia quotidiana su Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai, Marcello Foa. L’ex direttore di Rai 2, personalità vulcanica che non si fa problemi ad andare controcorrente, propone un ragionamento più articolato che non si limita al livello della dirigenza di Viale Mazzini e alla sua insipienza. «Non mi stupisce che uno dei pochi veri giornalisti in circolazione, Marcello Foa, sia stato cancellato con il suo staff di eccellenza dai palinsesti radiofonici della Rai della prossima stagione».

Non la stupisce perché il programma è stato cancellato per volere della politica?

«Il nuovo direttore di Radio 1, Nicola Rao, persegue una sua linea editoriale che suppongo non tanto dettata da politiche culturali, quanto da esigenze propagandistiche».

Marcello Foa è un ex giornalista del Giornale, un autore di saggi sul controllo dell’informazione, che si può iscrivere al mondo conservatore come la dirigenza della Rai di oggi: non c’è contraddizione nel chiudergli il programma?

«Questa è una lettura superficiale. Da sempre Foa ha fatto della controinformazione il suo terreno d’indagine».

Quindi, lei non è sorpreso.

«No. Perché Foa è rilevante in quanto non allineato e impegnato a smontare la propaganda del potere. Quindi, indipendentemente dalla sua attribuzione a una parte politica, rappresenta il contrario di quella propaganda che ha oramai colonizzato i media mainstream espellendo informazione, pluralismo, cultura».

La chiusura del suo programma è più causata dalla cappa del pensiero unico che dall’irritazione di qualche politico del governo?

«Oggi pensare, riflettere, denunciare è diventato sinonimo di complottismo. E, al di là di ogni schieramento ideologico, rivendicare libertà di espressione viene percepito a livello sociale come una forma di vera e propria insubordinazione all’ordine costituito».

D’accordo. Tuttavia, resta il fatto che ai vertici di questa Rai c’è una dirigenza di destra. Foa ha detto che, se poteva aspettarsi l’estromissione da una Rai di sinistra, certo non se l’aspettava da questa governance.
«Lo capisco. Ma oggi non esistono governi di destra o di sinistra. Esistono governi. E nell’attuale congiuntura politica i governi hanno il compito di attuare agende che non scrivono loro».

E chi le scrive?

«Gli organismi internazionali come l’Unione europea, il World economic forum, l’Organizzazione mondiale della sanità, la Nato, piuttosto che la sigla ultima arrivata, la sedicente coalizione dei volenterosi».
Ma i governi dei diversi Paesi hanno programmi elettorali diversi e rispondono a elettorati diversi.

«I rapporti di forza, soprattutto a livello internazionale, sono altri. Il riallineamento alle agende degli organismi sovranazionali avviene indipendentemente dal messaggio sostenuto in campagna elettorale. Anzi, necessariamente, in contrasto con esso. Che sia di destra o di sinistra questo messaggio va adattato alle necessità di eseguire ordini “dall’alto”. E questo non può che generare frustrazione in quell’elettorato che ha delegato il proprio incaricato a cambiare le cose, a recuperare indipendenza di giudizio, a ricreare un margine di democrazia almeno apparente».
Caro Freccero, a questo punto scatta l’accusa di complottismo.

«Ma quale complottismo… basta guardarsi intorno. Una volta giunti al governo questi delegati del popolo, trasformati in presidenti del consiglio, hanno un unico obiettivo: durare. Quindi non hanno alcun interesse a difendere un’ideologia, che sia di destra o di sinistra. Perché, qualora venisse rievocata, non farebbe che sottolineare lo scostamento dalla linea politica sostenuta in campagna elettorale».
E i media non devono disturbare, è questa la sua tesi?
«Nei confronti dei media i governi non cercano di imporre una linea editoriale, quanto una propaganda autoreferenziale. Non chiedono cultura, ma obbedienza. Non premiano il merito e le eccellenze, anche all’interno della loro area culturale, quanto la difesa dell’operato governativo indipendente da tutto».

Rai compresa? È da qui che deriva la soppressione del programma di Foa?
«Davanti all’ennesimo episodio di attacco al pluralismo Rai come la cancellazione di Giù la maschera non posso che ripetere come un mantra la convinzione che ripeto a partire dal 2015. La causa di tutto risiede nella riforma voluta da Matteo Renzi che ha affidato le nomine Rai direttamente al governo. Si badi bene: non alla politica, al governo».
In questo caso il governo ha soppresso il programma di un giornalista della sua area.

«Gliel’ho già spiegato. I governi oggi rispondono ad automatismi internazionali che hanno abbandonato la contrapposizione destra/sinistra. Se mai attuano la volontà di poteri forti contro il popolo».
Siamo sempre a élite contro popolo?

«Esatto. Le scelte non riguardano più il capitale culturale, ma l’efficienza aziendale e l’obbedienza a decisioni editoriali prese altrove».

Un quadro tragico, senza via d’uscita?

«Al momento non ne vedo».

 

La Verità, 1 settembre 2025

 

«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

Autogol della destra in Rai: chiuso il programma di Foa

Chiamarla RadioMeloni va di moda, ma poi, se non appartieni al mainstream, con tutte le credenziali e i timbri giusti, non duri. Prima o poi un motivo si trova per buttarti giù ed estrometterti dal consesso. E pazienza se la tua voce allarga il perimetro del dibattito e sfonda i confini del prevedibile. L’autogol di giornata del centrodestra è la cancellazione di Giù la maschera, la striscia del mattino di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai di formazione montanelliana Marcello Foa, con la partecipazione di Peter Gomez, direttore del Fatto quotidiano online, della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Giorgio Gandola, grande firma della Verità e Panorama e, all’inizio, del sociologo Luca Ricolfi. Una squadra di conduttori indipendenti. Eppure, sorpresa a ciel sereno: il programma che due anni fa aveva sostituito Forrest di Marianna Aprile e Luca Bottura è sparito dal palinsesto senza spiegazione alcuna. Silenzio dai vertici aziendali. Imbarazzo ai piani alti di Via Teulada. Sverniciato come un graffito su un monumento. Solo che qui si parla di una rubrica radiofonica di approfondimento di un’ora al giorno. Informazione, confronto delle idee, libertà nella scelta degli argomenti. Un programma di cui il servizio pubblico dovrebbe andare fiero. «Pluralismo non è solo far parlare ospiti che hanno opinioni diverse o opposte, ma anche non avere argomenti tabù, affrontando anche quelli che altrove si evitavano», racconta Gomez che si dice «sbigottito» per quanto successo. «In questi due anni, abbiamo parlato di tutti i temi caldi, compresa la riforma della Rai. Mai una volta che sia stato detto: questo argomento meglio evitarlo».
La faccenda clamorosa è che il programma funzionava, sebbene Radio 1 fosse in lieve calo e da qualche tempo abbia deciso di non pubblicare i dati di audience. A confermare il successo della striscia c’erano i riscontri degli ascoltatori, gli apprezzamenti del pubblico, la scia di reazioni sui social. «La cosa curiosa», è sempre Gomez a raccontare, «è che per la strada la gente non mi diceva l’ho vista in tv (per L’alieno in patria, in onda su Rai 3 ndr), ma l’ho ascoltata in radio».
Ieri Foa ha postato sui social un video con tutta la sua amarezza. Dopo la promessa del nuovo direttore di Radio 1 Nicola Rao, considerato vicino a FdI, subentrato a Francesco Pionati, di inclinazione leghista, di farsi sentire entro la prima quindicina di luglio, nessuno si è più fatto vivo. «Come accade in Rai quando c’è un cambio di direttore i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. È così da tanti anni. Quello che però è accaduto è abbastanza sconcertante perché il sottoscritto, ex presidente della Rai, non ha avuto notifica della decisione. L’ho appresa per caso dai media. E poi, questo è molto importante, perché gli altri programmi sono stati confermati», continua Foa. «Il principale a essere stato cancellato è proprio Giù la maschera. Finora, nessun politico di centrodestra ha avuto il coraggio di pronunciarsi su questa vicenda».
Un anno fa Giù la maschera era stato potenziato. «Certo», riprende l’ex presidente, «sull’Ucraina, su Gaza, sul Covid non ci siamo appiattiti sulla retorica ufficiale. Anche sull’Unione europea o le elezioni in Romania, ricordo una puntata che fece discutere. Ma davamo spazio a tutte le posizioni». Ogni giorno il programma affrontava un solo argomento introdotto da un breve editoriale di Foa, poi c’erano le interviste, gli approfondimenti e il confronto, mentre la conclusione era affidata al co-conduttore. «Foa è una persona pacata», riprende Gomez, «abbiamo posizioni diverse, ma siamo persone intellettualmente oneste. Il dialogo era sempre tranquillo, poi, certo, qualcuno poteva risultare più efficace di altri, ma questo appartiene all’ordine delle cose».
Giù la maschera era attento alla geopolitica e alle crisi internazionali su cui si faceva vanto di invitare intellettuali autorevoli, dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, a Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, da Alan Friedman, che attaccava immancabilmente Donald Trump, al giornalista Alessandro Nardone che sapeva farne una difesa efficace. Su Gaza e la crisi mediorientale gli ospiti andavano da Fiamma Nirenstein a Gabriele Segre, da Gianandrea Gaiani di Analisi e difesa alla controversa Francesca Albanese. Un programma troppo sovranista? «Un programma libero e per questo, probabilmente, scomodo», è la risposta dell’ex presidente Rai. Avevate qualche nemico dentro l’azienda? Magari l’Usigrai… «Certo, l’Usigrai non apprezzava il nostro lavoro», ammette Gomez, «ma non credo abbia molta influenza sui vertici di questa Rai».
Forse no, adesso però nei suoi uffici scorre lo champagne. Il silenzio dei vertici conferma che la chiusura deriva dalla scomodità di un programma che tra i primi ha rivelato i problemi di salute di Joe Biden. Che ha mandato in onda l’audio di Mario Draghi al Senato in cui diceva che il blocco degli stipendi è stata l’arma scelta per mantenere competitività in Europa. Che sulla crisi tra Israele e Palestina ha tenuto una linea autonoma. E che non disdegnava sconfinamenti su religione e scienza, con le ospitate a Federico Faggin, a Guidalberto Bormolini, padre spirituale di Franco Battiato, alla madre di Carlo Acutis.
Nei giorni scorsi l’ex presidente Monica Maggioni si è licenziata dalla Rai ottenendo la garanzia di mantenere la conduzione di In mezz’ora su Rai 3. «Non si possono fare paragoni», risponde Foa, «perché Monica Maggioni è sempre stata una dipendente Rai, io ho un percorso diverso». Diverso è anche il trattamento riservato ai vostri programmi. «È una domanda da rivolgere ai vertici aziendali». Che però sono spariti. «La mancata comunicazione della decisione con una qualche motivazione è ciò che più mi amareggia. Forse hanno ragione Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia quando parlano della mancanza di un cambio di passo di questa maggioranza. Magari quelle critiche meritano di essere approfondite. Io non ho mai chiesto favori alla politica», conclude Foa, «ma se, forse, potevo aspettarmi di essere estromesso da una Rai di sinistra, mi sembra sorprendente che lo faccia una Rai che si considera di destra».
La chiamano RadioMeloni. Ma FdI e Lega sono riuscite a cancellare uno dei programmi più liberi e indipendenti della Rai. Elly Schlein non avrebbe saputo fare di meglio.

 

La Verità, 29 agosto 2025